Higurashi no Naku Koro ni Rei

……quando un nome tira più di un carro di buoi.

Higurashi no Naku Koro ni Rei


ATTENZIONE SPOILER! Non leggete il riassunto della trama se non avete visto le prime due serie di Higurashi no Naku Koro ni!
…ok, detto questo, possiamo iniziare.

Dopo il termine della seconda serie, ci ritroviamo con Rika che è finalmente riuscita a sfuggire al suo terribile destino: si gode la vita felice con i suoi amici… fino a quando un incidente non la manda all’altro mondo o, per meglio dire, in un altro mondo.
Rika si prepara nuovamente a combattere organizzazioni e sindrome di Hinamizawa: scopre però con sua incredulità che in questa realtà, dopo centinaia di anni, la storia non è la stessa!
Confusa e spaventata, tenta di capire cosa sia accaduto e come fare a tornare nel mondo in cui con tanta fatica ha conquistato la libertà. Ma quali sacrifici dovrà sopportare? Non è forse questo il mondo in cui vorrebbe vivere?

Questa terza serie è composta da cinque OVA: il primo e l’ultimo sono assolutamente evitabili, in quanto estranei alla trama sopra citata e tendenti al comico (con risultati non esattamente brillanti): solo nei tre OVA centrali quanto sopra segnalato ha luogo.
La storia è abbastanza semplice ma graziosa, e alcuni riassunti fatti da Rika mentre riflette sull’attuale condizione aiutano a riprendere il filo con i numerosi avvenimenti visti nella seconda serie. La spiegazione è abbastanza carina e, nonostante ci siano un paio di pezzi con dei discorsi che paiono infiniti e dalla dubbia utilità, le tre puntate scorrono tranquillamente.
Va segnalata però una cosa: il tratto caratteristico di Higurashi, il sangue e la violenza, sono oramai totalmente svaniti dalla serie. Nessuno viene accoltellato, nessuno viene trafitto, nessuno viene torturato,… insomma, ciò per cui la serie è diventata famosa è stato oramai levato. Questo è un immenso peccato.

Il cast oramai è ben conosciuto, e ognuno fa ciò che ci si aspetta da lui: l’unica “new entry” è Satoshi, che nelle due serie precedenti figurava sempre come fuggito, morto o malato terminale. Nessuna sorpresa arriva pertanto da questo comparto.

Le musiche sono nella norma, senza particolarità: togliendo il lato horror e sanguinario, anche i momenti di tensione vengono a svanire e il supporto audio risulta pressoché inutile. Abbastanza insipide, a mio parere, opening ed ending.
Il disegno è migliorato nuovamente nei confronti delle precedenti serie, e si lascia guardare con piacere.

Insomma, la mia impressione è che oramai Higurashi no Naku Koro ni si sia fatto un nome, e i produttori lo stiano sfruttando oltre il necessario. La storia non è brutta (nuovamente, togliendo primo ed ultimo episodio), ma ho l’impressione che non fremesse dal desiderio di esser raccontata. Può esser simpatica per chi ha seguito la storia iniziale e sicuramente non ha grandi difetti,ma è tutto qui.

Voto: 7. Non va oltre la mediocrità, pur non avendo gravi lacune.

Consigliato a: chi non è ancora pronto a separarsi da Keiichi, Rena e compagnia; chi vuol vedere personaggi nati nell’horror traslati in un episodio in piscina a strapparsi i costumi (maschili) di dosso; chi si domanda se è meglio vivere in un mondo che era un disastro e che è stato tirato in sesto, o in uno che direttamente parte bene.

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Fruits Basket

Una storia sulla vita e sul modo di vederla positiva.

Fruits Basket

Honda Tohru è una ragazza alla quale la fortuna ha decisamente voltato le spalle: orfana di padre sin dalla nascita, ha appena perso sua madre in un incidente stradale. Il nonno dal quale doveva andare a vivere sta riattando la casa e non ha posto per lei; non può però chiedere alle sue amiche, perché non hanno spazio per poterla far stare. Si ritrova pertanto ad andare a scuola, lavorare per pagarsi il necessario e dormire in una tenda nel bosco, perché è l’unica soluzione che ha trovato!
Un mattino, andando a scuola, incrocia una casa nel bosco: chiacchiera con il proprietario e scopre così che è la casa dove abita il ragazzo più bello della scuola. Quando i padroni di casa scoprono che Tohru abita in una tenda accettano di tenerla in casa: viene tuttavia subito svelato il segreto della famiglia Souma, che è stata maledetta dagli spiriti dei dodici segni zodiacali cinesi (più il gatto). La protagonista inizia pertanto a vivere in questa strampalata famiglia, con i relativi risvolti comici e tragici che l’inusualità della situazione prevede!

Di primo impatto, Fruits Basket mi aveva fatto una pessima impressione. Sigla iniziale tanto dolce da far venire la carie, una protagonista positiva nonostante la sfiga si sia accanita con perseveranza, il classico triangolo amoroso che pare instaurarsi fin da subito.
Fortunatamente non ho dato retta a tali segnali negativi e ho proseguito nella visione, scoprendo che sotto l’aspetto di anime banale c’è in realtà molto di più. I personaggi inizialmente paiono parecchio stereotipati e legati all’animale che rappresentano in carattere, forze e debolezze, ma con il passare del tempo e degli avvenimenti le personalità si sviluppano e si intersecano creando dei legami ben congegnati. Anche all’esterno della famiglia i personaggi sono interessanti: le amiche di Tohru nel tempo si mostrano più che semplici inserti comici della storia, e soprattutto Saki ha una crescita non indifferente.
Parlando di sviluppo, i protagonisti fanno un buon percorso di maturazione durante le puntate. Non è nulla di eclatante e ci si evitano le classiche scene da “discorso illuminante che fa capire al personaggio come si sta al mondo”; è una transizione più fluida e dinamica, di cui quasi non ci si accorge se non pensando a come i personaggi erano qualche puntata prima, e notando a tal punto le differenze. Questo risulta molto piacevole perché crea un senso di realtà molto maggiore rispetto ad altre serie similari.
Ogni tanto Tohru può dare un po’ ai nervi con la sua infinita pazienza e gentilezza a tutti i costi, però è lei a fare da catalizzatore per tutti li avvenimenti che la circondano, e quindi la sua presenza è necessaria.

Il tono di Fruits Basket è sempre tenuto abbastanza allegro, con battute e sketch generalmente ben riusciti. La crudeltà di Shigure con l’editrice, le uscite totalmente becere di Ayame o le innominabili torture di Saki forniscono materiale sul quale ridere di gusto, e anche quando si parla di temi seri o tristi raramente l’allegria viene a mancare. Nelle puntate finali la serietà ha un deciso aumento, come immancabilmente capita in anime di questo genere; devo però ammettere di essere rimasto sorpreso dalle motivazioni della serietà, e si è riusciti ad evitare le banalità che rischiavano di affacciarsi. La serie termina in maniera soddisfacente anche se non conclude la storia (l’anime è stato fatto nel 2001, il manga è terminato nel 2006).

Il disegno è gradevole, ma l’animazione è parecchio carente: penso che su di essa abbiano lavorato parecchio al risparmio. Anche le musiche non sono nulla di che, e personalmente non ho gradito opening ed ending che con il loro tono mieloso e zuccheroso danno un’impressione errata della serie che presentano.

Insomma, Fruits Basket è una storia che parla di buoni sentimenti che non si limitano all’amore, tutt’altro: amicizia, fiducia e affetto sono colonne portanti della serie. Riesce nella difficile impresa di non risultare noioso e scontato, avendo solo un paio di puntate più deboli che però non disturbano il tranquillo ma costante passo che l’anime mantiene.

Voto: 8,5. Se volete fare il pieno di good vibes, questo potrebbe fare per voi.

Consigliato a: chi cerca storie di sentimenti senza impegolarsi in storie d’amore; chi desidera una protagonista che lasci molto spazio anche ai comprimari che l’accompagnano; chi si chiede dove si dovrebbero infilare gli elettrodi con cui Saki minaccia i suoi nemici.

Hatenkou Yuugi

Un gruppo casuale di personaggi misteriosi in cerca di qualcosa da fare.

Hatenkou Yuugi

Ci troviamo in un’ambientazione apparentemente fantasy ma con alcuni elementi moderni (pistole, accendini,…). Razhel, una ragazzina 14enne, viene cacciata di casa dal padre “per viaggiare e vedere il mondo esterno”: avventurandosi nelle strade incontra Alzeid, un albino apparentemente senza emozioni, e decide di rendergli la vita interessante e piena di avvenimenti. In tal modo lo strampalato duo (che poi diventerà un trio) inizia a viaggiare per le terre, in cerca della donna che uccise il padre di Alzeid ma soprattutto di nuove avventure.

Questo anime di sole dieci puntate è tratto da un manga, e la traslazione è stata fatta in uno dei modi peggiori possibili. Non viene spiegato assolutamente nulla, se non quanto sopra scritto, ed il resto viene dato per scontato. Peccato che chi non abbia letto prima la versione cartacea si trovi totalmente spaesato: son dovuto andare a indagare su wikipedia per capire chi fossero alcuni personaggi che improvvisamente erano amiconi dei protagonisti senza alcun motivo.
La storia in sé non sussiste: nelle dieci puntate ci sono otto vicende stand-alone, e nessun punto dei già pochi donati all’inizio viene sviluppato. Ogni tanto c’è qualche flashback che lascia supporre un passato dei personaggi, ma il tutto si ferma lì e si vedono i tre protagonisti che vagano senza meta arrivando in una città, si fanno i cazzi degli altri, hanno un attimo di dramma personale, si scoprono più amici di prima e ripartono a fine puntata. Basta.
Volendo trovare un punto positivo, lo si può vedere nell’ambientazione: come detto prima si tratta di un “medioevo moddato”, e il poco che ne si riesce a vedere pare ben realizzato.

I personaggi stessi hanno uno sviluppo solo parziale: il loro rapporto non viene mai ben chiarito (ne manca il tempo), alcuni eventi dovrebbero cambiare i rapporti tra loro ma ciò non accade, ed il tutto viene totalmente trascurato: anche su questo lato, un buco nell’acqua. Ci sono un paio di sequenze di combattimento dove i personaggi fanno qualche buona mossa, ma rimangono dettagli isolati.

La grafica, per essere del 2008, è abbastanza carente: il sonoro se la cava meglio, con OP/ED nella norma ma musica durante le puntate molto godibile.

Insomma, Hatenkou Yuugi è un lavoro che probabilmente potrà essere carino per chi ha letto il manga, ma è totalmente inutile a chi non ha mai seguito le vicende che la storia tenta di narrare: buchi di trama di dimensioni ragguardevoli rendono la visione piatta e noiosa, salvata solo da qualche sprazzo di decenza qui e là.

Voto: 5. Mi sento derubato del tempo dedicato a questa serie.

Consigliato a: chi ha seguito il manga di Hatenkou Yuugi, e quindi capirà cosa accade senza doversi andare a fare una cultura a parte; chi apprezza le storie di spada&magia, dove però spada&magia compaiono poco; chi vuole conoscere l’orsetto di peluche fetish bendato con i lacci in pelle.

You’re Under Arrest

Un cult degli anni ’90 che più ’90 non si può.

You’re Under Arrest

La storia inizia con Natsumi, una ragazza piena d’energia e dalle abilità di guida della sua motoretta non indifferenti, si accorge di essere in ritardo per il suo primo giorno di lavoro. Purtroppo, mentre tenta di guadagnare il tempo perduto, incrocia la volante della polizia stradale guidata da Miyuki: inizia pertanto un inseguimento attraverso la città, nel tentativo di sfuggire e, rispettivamente, fermare la folle corsa.
La sorpresa notevole pertanto quando si scopre che Natsumi è una poliziotta, e per lei è shock ancor maggiore quando scopre di essere la nuova partner di Miyuki! Da allora, tuttavia, si instaura un ottimo rapporto tra le due agenti, che puntata dopo puntata risolveranno i mille crimini che possono svolgersi sulle strade di una città come Tokyo.

In questa serie, le prime quattro puntate durano mezz’ora l’una, ed introducono i vari personaggi e le interazioni tra di loro: si assiste inoltre ai primi casi che le due protagoniste risolvono grazie alla loro perizia intuitiva e alla guida.
L’animazione è fluida, gli inseguimenti sono ottimi e le automobili sono disegnate con un livello di attenzione al dettaglio quasi maniacale, che potrebbe compiacere anche il più esigente dei perfezionisti.
Purtroppo, dalla quinta puntata in poi la lunghezza degli episodi torna ad essere la solita (22 minuti circa), la qualità del disegno cala in maniera abbastanza notevole (la differenza si nota soprattutto sulle auto, ancora ben disegnate ma senza paragone con le opere di prima) e inizia ad instaurarsi un ciclo di ripetitività quasi infinito.

Non c’è difatti alcuna trama in You’re Under Arrest se non quella sopra citata: ci troviamo davanti a 51 puntate stand-alone, con solo un paio di vicende che durano due puntate e basta. Episodio dopo episodio si assiste alle stesse dinamiche, le stesse reazioni da parte dei personaggi (di cui nessuno cresce mai, e se c’è qualche sviluppo esso viene prontamente dimenticato nelle vicende successive), le stesse battute, le stesse soluzioni.
Di per sé l’anime è bello e gradevole, ma la ripetitività uccide anche il più riuscito dei format: in questo caso, non c’è molta differenza, e bisognerebbe evitare di vedere troppe puntate di fila poiché si corre il rischio di notare troppo intensamente tale loop infinito.

Dal tipo di impostazione della serie, si capisce dopo un po’ che lo stesso era orientato principalmente verso un’utenza giovane: l’aspetto morale del rispetto verso le autorità, le vicende amorose appena accennate (e quasi unicamente in chiave comica), la semplicità delle varie trame e il fatto che i bambini presenti siano tutti in età da asilo/elementari indicano tutto ciò. Questo può portare un pubblico più adulto a trovare un po’ infantili le battute e il tipo di comicità contenuto in questo anime: ciò non toglie che personalmente mi ha strappato più di qualche risata il personaggio di Strike Man, un supereroe mascherato e misterioso che compare ogni tanto, e le cui azioni non hanno generalmente alcun senso.

Il disegno, come detto sopra, parte da un ottimo standard per poi calare con il tempo: si tiene comunque in linea con le produzioni della sua età, ma a parte i primi episodi non brilla di certo.
Il sonoro è gradevole, con delle buone opening ed ending, ed inoltre durante alcune puntate ci sono delle canzoncine create apposta per la situazione: la mitica canzone della vecchiettina in scooter secondo me è una delle cose più belle che siano contenute in questa serie.

Insomma, You’re Under Arrest è un cartone simpatico, che però si perde nella ripetitività e nella lunghezza. È l’archetipo dell’anim degli anni ’90, del quale ne detiene praticamente tutte le caratteristiche (musiche, grafica, caratterizzazione dei personaggi, moralità delle storie): con gli occhi di oggi non posso tuttavia che vederlo come un lavoro riuscito solo a metà.

Voto: 6,5. Non è brutto, ma se fossero state 26 puntate sarebbe stato più che sufficiente. Notevoli comunque i primi quattro OVA.

Consigliato a: chi ama gli anni ’90; chi vuol vedere come si trasformano gli agenti del traffico in eroi; chi vuol conoscere un supereroe segreto che definire sconclusionato è ancora poco.

Law of Ueki

E se un candidato Dio vi donasse il potere di trasformare la spazzatura in alberi?

Law of Ueki

Ueki è un ragazzo più o meno normale, con un forte senso della giustizia. Non esita a mettersi nei guai per difendere un innocente, se ai suoi occhi viene maltrattato.
In virtù di questa sua correttezza etica, viene prescelto da Kobayashi -un suo docente, ma in realtà un partecipante al concorso per scegliere il nuovo Dio- per essere il suo combattente e, con il suo senso di giustizia, rendere il mondo un posto migliore facendo diventare Kobayashi Dio e facendo guadagnare nel contempo ad Ueki qualsiasi potere lui desideri.
Tra le varie opzioni di poteri utilizzabili per il combattimento, lui ne sceglie uno apparentemente debole: il potere di trasformare la spazzatura in alberi, tronchi, rami e quant’altro, modellati a sua volontà.
Riuscirà Ueki, con un simile potere, a battere gli altri 99 concorrenti? Cosa si cela dietro al torneo stesso, organizzato dall’attuale Dio? La giustizia di Ueki sarà più forte dell’avidità degli altri?

Questo anime è curioso, poiché per ogni aspetto ha un lato positivo ed un lato negativo.
La trama in sé è abbastanza semplice, ma non per questo piatta: le regole del gioco sono chiare sin da subito, ma alcuni sviluppi sono decisamente imprevedibili e decisamente interessanti. Un paio di colpi di scena mi hanno lasciato abbastanza di sasso, e questo è un buon pregio.
Purtroppo, ciò che la trama ha di buono viene contaminato dall’onnicitata “giustizia di Ueki”: si capisce sin da subito che egli trae la sua forza dal proteggere i suoi cari e dal combattere la cattiveria, ma quando questo viene ripetuto venti volte a puntata per tutte le 51 puntate diventa davvero monotono e, alla fine, noioso.

I personaggi vanno a fasi alterne. Sorvolando Ueki, che è uno dei protagonisti più piatti e monocorde della storia degli anime (sviluppo del personaggio ZERO), i suoi compagni di viaggio sono in parte simpatici e utili (Sano, Tenko) ed in parte inutili e fastidiosi (Ai, Hideyoshi). Nessuno di essi, ha comunque una grande progressione comportamenale: vengono forniti con le loro caratteristiche definite, e così rimangono per tutta la serie se non per i poteri che guadagnano di tanto in tanto – usualmente perché “vogliono proteggere qualcuno” pure loro.

I combattimenti sono resi fantasiosi dai numerosi poteri bizzarri che sono presenti (trasformare elettricità in zucchero, terriccio in palle di cannone, bolle di sapone in alteratori gravitazionali,…) e questo porta ad ogni battaglia che necessita di una tattica diversa.
Purtroppo, anche qui Ueki dimostra tutta la sua mancanza di polivalenza: TUTTI i combattimenti che lo riguardano (cioé il 90% di quelli presenti nella serie) iniziano con lui che le prende in maniera imbarazzante, continua a rialzarsi soltanto per mera forza di volontà, capisce il trucchetto e oneshotta l’avversario. È un pattern abbastanza comune negli anime, ma qui viene portato all’estremo: quando si viene centrati da seghe circolari volanti, schiantati sotto palazzi che crollano e ci si rialza solo dicendo “devo batterti perché se no fai male ai miei cari” ogni volta si capisce di avere davanti un personaggio virtualmente immortale, e la suspence del combattimento cala tantissimo.
Un po’ migliori i combattimenti che riguardano altri personaggi, che tentano di dare il loro meglio senza farsi prima macellare.
Inoltre, spesso e volentieri ci sono palesi incongruenze nell’utilizzo dei poteri o nella potenza degli stessi, che in genere sono imbattibili nella puntata in cui entrano in gioco e poi risultano inutili in tutte le altre.

Il disegno, per essere del 2005, non è proprio spettacolare – anche se non arriva ad essere fetido – e l’audio fa il suo dovere, e nulla più. Alcune opening son più carine e altre meno, ma nessuna passerà alla storia.

Insomma, Law of Ueki è un anime abbastanza mediocre che ha parecchi punti anche molto positivi che vengono tuttavia compensati da carenze e mancanze che con un po’ di attenzione in più avrebbero potuto essere evitate. L’idea è sicuramente originale, l’azione è davvero tanta (non passa una puntata senza uno o due combattimenti) e l’umore è tenuto sempre abbastanza alto da battute inserite in maniera abbastanza azzeccata, ma effettivamente si poteva fare un po’ di più.
Ho la netta impressione che questa serie sia stata pensata per un pubblico abbastanza giovane, che non si stanca mai delle stesse dinamiche: guardandolo con delle aspettative, però, si rimane a bocca abbastanza asciutta.

Voto: 7,5. Mezzo punto in più solo per la battaglia finale, con un paio di idee davvero ingegnose da parte del cattivo finale.

Consigliato a: chi vuole dei combattimenti abbastanza inusuali; chi non si infastidisce davanti alla ripetitività; chi vuol vedere il protagonista più testone del mondo.

Shion no Ou

Tra scacchi giapponesi e misteriosi omicidi:

Shion no Ou

Shion è una ragazzina di tredici anni che, otto anni fa, ha assistito all’omicidio dei suoi genitori: a causa di tale brutale esperienza, ha perso la capacità di parlare.
Dopo l’omicidio venne subito adottata dai suoi vicini di casa, la famiglia Yasuoka, ed il suo nuovo padre è un grande campione di Shogi, il gioco di scacchi giapponese che tutti abbiamo visto giocare in qualsiasi anime che comprendesse un paio di signori almeno 40enni e una veranda.
La passione di Shion per il gioco è subito evidente, e diventa in brevissimo tempo una vero genio della scacchiera: riuscirà a superare i suoi traumi e sfondare nel mondo dello Shogi? E chi ha ucciso i suoi genitori? Perché? Anche dopo otto anni, i fantasmi del passato torneranno a perseguitarla?

Leggendo le premesse di questa serie, ho subito visto due possibili problemi. Come è possibile rendere interessante un gioco sullo Shogi, che è classicamente un gioco calmo e riflessivo? E come si fa ad avere una storia convincente con un personaggio muto, e quindi difficilmente caratterizzabile?
Beh, quelli dello studio DEEN hanno dimostrato che non avevo motivo di preoccuparmi, perché sono riusciti a tirare fuori un lavoro davvero impressionante, stupendomi in diverse maniere.

Per quanto concerne la parte strettamente legata alle sessioni di gioco, ho potuto constatare una fondamentale differenza con altri titoli simili (come potrebbero essere Akagi, Kaiji o Hikaru no Go): le partite sono infinitamente più corte e molti tempi morti vengono tagliati, riassumendo puntate di sette ore in dieci minuti. Da una parte questo elimina il fastidioso problema della lentezza che anime di questo stile generalmente hanno: d’altra parte, non permette purtroppo di seguire in dettaglio tutte le mosse, perdendo dunque la parte meramente tecnica e “istruttiva”. Bisogna tuttavia dire che, dopo un po’ che si vedono i pezzi giocati, si inizia a riconoscerli e a capire perlomeno le mosse basilari. Inoltre, i personaggi non si perdono in infinite spiegazioni tecniche, ma danno le informazioni minime necessarie per capire cosa sta succedendo.
In un primo momento mi sono ritrovato un po’ spiazzato aspettandomi partite infinite e approfondimenti a ripetizione, ma la soluzione per la quale i produttori hanno optato si è rivelata vincente in quanto non spezza il ritmo delle puntate, sempre tranquillo ma molto ben curato e ritmato.

Detto questo bisogna quindi valutare la storia in sé, ed è in questo campo che Shion no Ou tira fuori le sue carte migliori. Ci si ritrova in pratica a seguire un caso poliziesco lungo ventidue puntate, intervallato da partire di Shogi di ottimo livello. L’evolversi delle indagini è molto ben fatto e rende partecipe lo spettatore, che vede man mano i vari pezzi andare al loro posto e dipingere un quadro sempre più grande ed insospettabilmente correlato: inoltre, si viene accompagnati senza nemmeno accorgersene lungo un processo deduttivo che ognuno riesce a vedere come proprio ma che in realtà è esattamente dove gli autori vogliono portarci.
Spesso e volentieri, se si è stati attenti, ci si scopre infatti ad avere un’illuminazione e capire un passo fondamentale dello sviluppo: scoprire alla puntata successiva che quel che abbiamo capito è esatto è un ulteriore incentivo a seguire con sempre più attenzione gli avvenimenti. Questo sistema di “scoperta e conferma” è teoricamente molto semplice, ma sono sorprendentemente pochi gli anime che riescono a metterlo in atto senza bruciarsi le rivelazioni troppo presto o fallendo nel far capire le cose fino all’ultimo.

I disegni sono molto belli ed adeguati ad un anime con un passo tranquillo ma deciso: le espressioni facciali, che in questo caso sono molto importanti, sono quasi sempre ben realizzate e gradevoli da vedere (a parte le ultime due puntate, che ogni tanto paiono disegnate da qualcun’altro).
Le musiche risultano adeguate ma non brillano né nelle opening/ending né durante le puntate.

Insomma, Shion no Ou è una perla che rischia di essere tralasciata perché “è un noioso cartone sugli scacchi”: chiunque cadesse in tale errore si perderebbe un ottimo lavoro che mette in funzione il cervello e presenta dei personaggi credibili, solidi e ai quali ci si affeziona con facilità.
Infine, un’ultima osservazione: nello Shogi, si dice che le partite siano divise in tre fasi: l’apertura (posizionamento dei pezzi e preparazione di attacco/difesa), il centro della partita (dove si tenta di far breccia nelle difese avversarie facendo reggere le proprie) e il finale (quando le difese di una delle due parti sono state scardinate). Il fatto che questo anime abbia la stessa identica connotazione fa pensare all’impegno che i creatori hanno messo nell’attuazione di Shion no Ou.

Voto: 9. Potrebbe sembrare ridicolmente alto per un anime del genere, ma ho amato ogni minuto della sua visione. Davvero un prodotto fuori dal comune.

Consigliato a: chi ama le indagini misteriose; chi apprezza gli anime sui giochi da tavolo; chi vuol mettere in conto che alla fine della serie vorrà imparare a giocare a Shogi, dato che si tratta del gioco degli scacchi sotto steroidi.

Rurouni Kenshin: Reminescence

Andiamo a scavare nelle origini del potentissimo Himura Kenshin:

Rurouni Kenshin: Reminescence

In questo OVA di quasi due ore ci ritroviamo a scoprire come il protagonista della lunghissima serie Rurouni Kenshin è diventato ciò che è, e cosa motiva le sue azioni, il suo giuramento a non uccidere mai più, così come molte altre cose.

Quasi tutti i punti che vengono toccati nell’OVA, realizzato tre anni dopo la serie, vengono riconosciuti dallo spettatore perché accennati in precedenza, ma questo non toglie nulla alla validità della storia.
Il tono è difatti estremamente più cupo della serie, rappresentando perfettamente l’ambiente crudele e spietato della Rivoluzione, dove non c’era spazio per felicità o spensieratezza. Il clima è teso, nervoso, quasi claustrofobico all’inizio: un’ottima caratterizazione dell’ambiente.

La crescita del personaggio, che è il punto focale per il quale questo OVA esiste, è estremamente ben curata e credibile: tutti gli aspetti psicologici delle azioni e del carattere di Kenshin sono ottimamente analizzati e riportati, dando molta più profondità ad un personaggio che già dalla serie originale usciva benone.

I combattimenti purtroppo non sono altrettanto perfetti: da un punto di vista tecnico sono accurati (combattimenti brevi e senza grande spettacolarità), ma cinematograficamente avrebbero potuto essere sviluppati molto meglio. Anche lo scontro con Saito, accennato nella serie e ritovato qui, viene “fatto annusare” per tutta la puntata e poi non viene mostrato. Davvero un peccato.

I disegni sono molto diversi dalla serie, anche se riprendono l’abitudine colta nelle ultime puntata di mescolare immagini vere con l’animazione (con ottimo risultato): a vedere di fila serie e OVA il cambiamento è notevole, ma non spiacevole una volta abituato l’occhio. Le musiche sono quasi assenti, ma i silenzi sono ben studiati e aiutano a creare l’ambiente sopra descritto.

In definitiva, Rurouni Kenshin: Reminescence è un OVA imperdibile per chiunque abbia seguito la serie o letto il manga, perché fornisce ulteriori dettagli su un personaggio tra i migliori che l’animazione giapponese abbia prodotto negli anni 90. Consiglio comunque di vedere prima la serie e poi l’OVA, nonostante quest’ultimo sia temporalmente antecedente: permetterà di apprezzare molto meglio il tutto.
Per chi non conosce il personaggio, probabilmente risulta un film di buona qualità ma non eccelso: tantissimi riferimenti sono indirizzati a chi conosce il personaggio e ha già un’idea di cosa c’è dietro. Rimane comunque un buon lavoro per chi apprezza i samurai e i buoni personaggi.

Voto: 9. Ci vorrebbe un 10 per Kenshin in sé, ma il lavoro di per sé ha qualche piccola pecca (soprattutto per i combattimenti) che gli impedisce di puntare all’olimpo.

Consigliato a: chi ha visto la serie di Rurouni Kenshin; chi adora un protagonista disilluso e maturo, che però ha spazio d’apprendimento; chi non si fa impressionare dal sangue a fiumi.

Rurouni Kenshin

Ed ecco a voi una delle più epiche (e lunghe) avventure di samurai:

Rurouni Kenshin

Circa 140 anni fa, in Giappone ci fu un epocale cambio di organizzazione sociale: si passò dall’era dello shogunato, dominata dalla spada e dal terrore, all’epoca Meiji, di apertura e democrazia. Tale cambiamento non fu ovviamente indolore, e la rivoluzione necessaria fu estremamente sanguinaria e cruenta.

Nelle 95 puntate della serie seguiremo le avventure di Himura Kenshin, che durante la rivoluzione vinse il soprannome di Battousai il Massacratore: inutile a dirsi, tale nome gli venne affibbiato a causa delle immani stragi di cui fu protagonista per aiutare la causa della rivoluzione.
Una volta instaurato il governo Meiji, Himura giurò a sé stesso di non uccidere mai più: lo incontreremo pertanto con una spada che non taglia, a vagare per le terre del Giappone aiutando i più deboli.

In primis, va notato che la serie è divisa in tre archi narrativi distaccati tra loro, che valuteremo separatamente. Alcune precisazioni possono però essere fatte genericamente per tutta la serie.
Si può difatti dire che il personaggio di Kenshin è davvero ben fatto: conscio della sua potenza, cortese, dalla parlata molto educata e pacata, è davvero piacevole da vedere sullo schermo. Nelle prime apparizioni potrebbe quasi sembrare una femmina (non è il classico bruto pieno di muscoli – il segreto è la sua velocità), ma si dimostra più e più volte affidabile, responsabile e capace di pensare anche in momenti di crisi.
I personaggi “di contorno” sono forse meno definiti e hanno ruoli meno vitali, ma vengono spesso e volentieri usati per siparietti atti ad alleggerire l’atmosfera, rendendo questa serie non troppo pesante e greve da guardare.

Inoltre, si nota che per tutta la serie la grafica rimane di alta qualità, senza inutili effetti in CG (che negli anni ’90 risultavano immancabilmente ridicoli) e un’animazione fluida e ben fatta, che risulta importante soprattutto nelle scene dinamiche come i combattimenti.
Ci sono diverse opening e diverse ending, con qualità alterne: la prima opening (che ci accompagna per circa una 40ina di puntate) è davvero meravigliosa, e anche alcune ending sono molto orecchiabili: altre sono forse un po’ meno azzeccate ma è principalmente una questione di gusti, in quanto la qualità in sé non è in discussione.

Va infine detto che i riferimenti storici degli avvenimenti che circondano le avventure qui narrate sono decisamente accurati: avvenimenti e date della rivoluzione sono giusti, e anche le particolarità di alcune zone del Giappone del tempo (particolari religioni, situazioni contingenti, problematiche particolari) vengono correttamente riportati ed utilizzati per far sviluppare l’ambient stesso in cui si muove la storia.

Parte 1 : The Wanderer Samurai

Nelle prime 27 puntate facciamo la conoscenza di Himura Kenshin e del suo arrivo a Tokyo, dove –dopo dei rocamboleschi eventi- si instaura nel dojo di Kaoru, una maestra di spada: nelle prime 5-6 puntate assistiamo alla formazione del gruppo con il quale dividerà da lì in poi le sue avventure. Il gruppo che si forma serve principalmente come catalizzatore per introdurre le vicende che si svolgono nelle varie puntate; oltre a questo non hanno un grande scopo, riducendosi a far notare dettagli magari passati inosservati o far capire la potenza di un avversario.
Purtroppo, questa parte soffre di una molesta ripetitività: dopo le piacevolissime prime puntate, si entra in un meccanismo che coinvolge TUTTE le sotto-storie (ognuna della durata di una o due puntate). Uno dei personaggi attorno a Kenshin si ficca nei guai o scopre un problema; Kenshin si reca sul posto e vari combattimenti accadono (contro spadaccini di bassa qualità e quindi senza grande spettacolo); poi si arriva al cattivo finale, che dopo un po’ di chiacchiere e un paio di colpi viene battuto ed esce di scena.
Lo stesso identico plot dopo un po’ di volte stufa, e anche se alcuni combattimenti sono di buona/ottima qualità, si fa sentire in maniera notevole il vuoto creato dall’assoluta assenza di una trama che duri più di due puntate, quasi si assistesse allo slice of life di un samurai.

Non mi si fraintenda: non è che questa parte sia brutta, anche perché serve ad introdurre diversi personaggi che avranno un’importanza capitale nel resto della serie. Si sarebbero però potute inventare dinamiche più variate e con uno scopo finale definibile, per dare qualcosa in più da seguire se non discorsi triti e ritriti sulla protezione dei propri cari e sull’espiazione delle proprie colpe.

Voto parziale: 6,5.

Parte 2: Legend of Kyoto

A puntata 28 si assiste ad un radicale cambiamento: con l’inizio del secondo arco narrativo, tutto sembra farsi un po’ più serio, e si capta subito che qualcosa sta succedendo. I fantasmi del passato arrivano infatti a perseguitare i sogni di Kenshin, e strane persone iniziano ad aggirarsi attorno al dojo in cui sta trascorrendo una tutto sommato piacevole vita.
Non svelerò nulla per motivi di spoiler, ma in tale arco narrativo si arriva finalmente ad una trama principale corposa e significativa: un suo ex-compagno della Rivoluzione sembra intenzionato a voler sovvertire l’ordine e la pace che il governo Meiji è finalmente riuscito ad instaurare, per ritornare nel caos. Cosa potrà fare Kenshin e il suo gruppo per fermarli?

Bisogna innanzitutto dire una cosa. Le prime tre puntate del secondo arco narrativo rappresentano la perfezione assoluta alla quale un anime di samurai può aspirare. La tensione è palpabile, appaiono nemici temibili e spietati e, quando arriva il momento del combattimento, Himura Kenshin ritorna con la mente ai suoi giorni di Battousai il Massacratore, inscenando uno spettacolo (con un avversario degno di tale nome) da far rabbrividire chiunque, a puntata 30. Non ho parole concrete per descrivere questo inizio… bisogna vederlo.

In seguito, tuttavia, la tensione si dirada in maniera notevole: i tempi si allungano visibilmente, e la storia si sviluppa con tranquillità. I compagni di viaggio della prima parte prendono un altro ruolo nella storia, separandosi fisicamente da Kenshin e seguendo una loro strada (che li porterà ad altri obiettivi, altrettanto importanti, e permettendo loro di svilupparsi un po’): il protagonista guadagna nel compenso una nuova accompagnatrice che definire fastidiosa è riduttivo. A parte questo, i combattimenti rimangono di buona qualità, ma subentra un problema: i discorsi durante le battaglie.
Per quanto quasi nessun anime ne sia totalmente esente, qui si arriva a dei livelli incredibili: ad esempio, il combattimento contro il cattivo finale avrà, sommando le parti di effettiva azione, una durata di circa una decina di minuti: peccato che duri quattro puntate e mezzo. Tutti i discorsi in mezzo, inoltre, risultano triti e ritriti poiché ripetuti in ogni singolo combattimento, spezzando così il pathos e portando la gente a saltare per collegare tra loro i pezzi d’azione vera e propria (che in tal modo risultano invece estremamente gradevoli e coreografici).
Gradevole invece il fatto che si vengono a reincontrare alcuni personaggi incrociati nella prima parte della serie, spesso con motivazioni e ruoli nuovi: in retrospettiva da un po’ di valore in più alle puntate pseudo-filler che ci si deve subire all’inizio, e aggiunge un po’ di corposità all’ambientazione stessa.

Va infine detto che anche qui i personaggi di supporto sono utilizzati per alleggerire l’ambiente (a parte nelle prime tre tesissime puntate), ma purtroppo pare che non sappiano bene quando farlo: magari nel bel mezzo di un discorso serissimo saltano fuori personaggi di supporto in super-deformed che rovinano un po’ il pathos della scena. Capisco il bisogno di non rendere la serie eccessivamente tesa, ma il bilanciamento tra suspence e umorismo avrebbe potuto esser calibrata meglio.

Voto parziale: 8,5. Buona parte per l’inizio dell’arco narrativo, da bocca aperta.

Parte 3: Tales of the Meiji

Una volta terminata la grande avventura a Kyoto, il gruppo di Kenshin ritorna a casa a Tokyo; ovviamente la vita non è tranquilla come si potrebbe sperare, in quanto problemi continuano ad arrivare al dojo in cui alloggiano…

Qui si ritorna ad assistere a storie autoconcludenti, anche se più lunghe rispetto a quelle della prima parte: in genere si assiste ad un paio di puntate di filler senza alcuna connessione, per poi avere una nuova trama della durata di 3-4 puntate, per poi avere un altro paio di puntate-filler e via dicendo.
Anche qui, pertanto, si accusa la mancanza di una storia corposa che trascini l’interesse (che dopo settanta puntate comincia a vacillare): inoltre, non si hanno più introduzioni di personaggi importanti: ogni mini-storia porta con sé nuove conoscenze, che però spariscono dall’orizzonte non appena la trama cambia verso altri lidi.

Le più grandi differenze con la prima e la seconda parte della serie sono due: da una parte l’introduzione di molti personaggi provenienti da paesi stranieri (che risulta pienamente giustificata e storicamente accurata, in quanto nel periodo Meiji il Giappone si aprì all’estero dopo secoli di totale isolamento), e il progressivo abbandono di Kenshin come elemento centrale delle storie. Le scene di combattimento infatti sono sempre più rare e non generano alcuna aspettativa, dato che il gruppo o abbatte in un colpo i nemici, oppure non può batterli finché non farà una specifica cosa (che varia ovviamente a seconda delle situazioni in cui si trovano). Ci si ritrova dunque a passare da un anime estremamente d’azione a uno molto più d’avventura, anche se qualche calcio e qualche spadata vengono comunque dati.

Da segnalare infine che nelle ultime due o tre puntate il disegno sperimenta con gradevole effetto un mix di immagini reali con l’animazione.

Voto parziale: 7.

In definitiva, la serie di Rurouni Kenshin è un buon prodotto che però mostra alcuni difetti, il principale dei quali consiste nella sua titanica durata per una quantità di eventi tutto sommato modesta. Gli appassionati di samurai la troveranno una visione interessante, ma bisogna in ogni caso considerare che vedere questa serie vuol dire utilizzare quaranta ore di visione.
Qui ho elencato un numero di difetti abbastanza grande, ma non si pensi che questo è un anime di bassa qualità: molte battaglie (a parte quelle specificatamente citate sopra) risultano comunque interessanti ed esaltanti, e alcune parti di trama sono molto belle da vedere, senza contare l’epicità del protagonista.

Voto: 7,5. Gradevole, seppur con i suoi limiti.

Consigliato a: chi ama i samurai; chi vuole vedere una delle battaglie più epiche della storia, a puntata 30; chi vuol vedere un sanguinario samurai ululare “oro?” e cadere con gli occhi a palla a terra, quando vien colpito da chi non è nemico

Amatsuki

Di nuovo un giovane del nostro mondo portato nel medioevo giapponese:

Amatsuki

Toki è un normale ragazzo che ha preso dei brutti voti in storia giapponese. Viene pertanto mandato in una struttura che, tramite speciali occhiali, fa vedere “il Giappone di una volta”, di modo da poter fare una full-immersion nella materia così ostica.
Purtroppo non tutto funziona com dovrebbe, e dopo un po’ Toki viene assaltato da una misteriosa bestia e salvato da Kuchiha, una spadaccina molto abile. Nel momento in cui comincia a chiedersi cosa sia successo, però, si rende conto che gli occhiali speciali si sono rotti, e lui è sempre ancora a Edo! Come se ciò non bastasse, non riesce più a vedere nulla dal suo occhio sinistro, se non curiosi demoni.
In tal modo inizia l’avventura dell’unica persona che in Amatsuki può sfuggire al destino scritto dagli Dei, e le cui azioni possono influenzare la storia intera.

Dopo aver visto Twelve Kingdoms, il cui inizio si svolge in maniera molto simile ad Amatsuki, mi aspettavo una simile storia in miniatura (13 puntate contro 45). Purtroppo sono rimasto gravemente deluso, soprattutto dalla trama!
Se infatti la parte iniziale parte interessante e piena di possibili spunti, viene tutto gettato alle ortiche in men che non si dica. Anche sorvolando sul fatto che Toki si ambienta a ritrovarsi in un universo alternativo popolato di demoni in cinque minuti (io almeno un po’ traumatizzato resterei, in tutta onestà), e lasciando stare il fatto che il fatto di provenire da un’altra realtà viene ignorato tre minuti dopo il suo arrivo da chiunque (storia compresa), lo spettatore nelel prime puntate viene bombardato di diverse sotto-trame che vanno a sovrapporsi a quella principale.
Questo potrebbe non essere male, ma in tredici puntate è difficile fare tutto… ed infatti ci si ritrova con un minestrone di idee confusionarie e pressate insieme per stare nei tempi.

Il tono della serie non aiuta di certo, perché anche questo anime soffre della stessa malattia di Kure-nai: tenta di essere troppi generi, e alla fine non è nulla. Ogni tanto intercalano dentro siparietti pseudo-comici che però vengono alternati a momenti teoricamente tragici; qui e là ci sono tentativi di discorsi profondi, che però in fin dei conti non portano da nessuna parte.
Lo sviluppo dei personaggi non è meglio: anche saltando i sopraccitati difetti del comportamento di Toki, gli altri personaggi o non si sviluppano perché sono già formati, o agiscono in maniera totalmente illogica (soprattutto i demoni).
Infine, TUTTE le trame e sotto-trame vengono lasciate completamente in sospeso: il 90% dei punti oscuri non riceve nemmeno un accenno di spiegazione, e le poche cose di cui si riceve un indizio non portano comunque a nulla. Il manga chiaramente continua mooooolto oltre il punto dove si ferma l’anime, ma purtroppo la versione animata da sola non si riesce a reggere minimamente in piedi.

Ho trovato i disegni sinceramente belli: gli occhi sono grandi anche per essere un cartone giapponese, ma non sono assolutamente mal fatti. L’animazione è abbastanza fluida e nella norma di una produzione del 2008.
La musica ricopre un ruolo anonimo, con opening ed ending totalmente nella norma, e musica durante le puntate pressoché assente.

Insomma, Amatsuki mi pare l’ennesimo tentativo fallito di prendere un buon manga e trasformalo in un anime, lasciandone una copia monca ed incompleta: è un peccato, perché in teoria ci sarebbero state tante cose da sviluppare, ma ciò viene fatto poco e male.

Voto: 5. Manca la sufficienza, e si salva solo perché i personaggi dopotutto risultano simpatici e i disegni sono apprezzabili.

Consigliato a: chi vuole una storia confusionaria, ma con qualche spunto vagamente decente; chi apprezza le storie di demoni che si mischiano agli umani; chi vuole vedere la donna con i capelli più lunghi della storia, e un monaco sempre ubriaco.

King of Bandit Jing

Cosa accade se il più grande ladro di tutti i tempi gira con un misterioso rapace?

King of Bandit Jing


Jing è il Re dei Ladri, e si dice che possa rubare anche le stelle dal cielo. Vaga nel mondo fantasy in cui abita girando di città in città con il suo fido seguace Kir, un aquilotto che -all’occorrenza- si può attaccare al suo braccio e sputare fuoco verde, per rubare con l’astuzia i più grandi tesori che esistano.
La storia è fondamentalmente tutta qua: non c’è una trama più complessa o una storia di fondo.

Va detto sin da subito che KoBJ non è adatto a chi vuol capire tutto e a chi vuole le spiegazioni di ogni cosa, poiché qui non ne vengon praticamente date. Chi sia in realtà Jing, da dove venga, cosa sia il medaglione che porta al collo, chi è Kir, perché può sputare fuoco, perché vengon fatti tutti questi furti… a tutto ciò non v’è risposta. Gli autori hanno voluto lasciar stare tutta la parte esplicativa per rimanere sulle vicende in sé: scelta forse discutibile, ma perlomeno sincera. Almeno, in questo caso, ci evitiamo mezze spiegazioni raffazzonate e poco convincenti.
Vagando di città in città, i personaggi che non cambiano sono soltanto i due protagonisti: tutti gli altri rimangono sullo schermo per un massimo di due/tre puntate, e quindi non c’è modo di affezionarsi a loro. Bisogna ammettere che il personaggio di Jing è estremamente carismatico e, anche se risulta criptico a dir poco, è sempre piacevole vederlo in azione: che si tratti di furti con destrezza o di combattimenti con la sua lama da polso, le sue azioni hanno sempre un senso.
Sono rimasto un po’ meno affascinato da Kir, che dovrebbe essere il sidekick comico, dato che le battute vertono sempre attorno al concetto “dove sono le donne? Uuh, delle donne! Mi amate, donne?”: un pochino banale. Non arriva però a risultare fastidioso, e quindi è pienamente perdonabile.

Per essere del 2002, ho trovato la grafica un po’ carente: probabilmente è però a causa dello stile stesso di disegno, e quindi ad altri potrebbe piacere molto di più. Recupera in ogni caso sulla musica, simpatica e, soprattutto nelle scene d’azioni, rockeggiante al punto giusto.

Voto: 7,5. Un anime che non pretende d’essere una storia profonda, ma semplicemente di intrattenere con l’abilità di un ladro. Mezzo punto unicamente per la storia finale: davvero geniale!

Consigliato a: chi non cerca trame profonde; chi ama i protagonisti tenebrosi, affascinanti e potentissimi; chi apprezza anime in cui i personaggi hanno nomi stupidi.