Comic Party Revolution

La continuazione di Comic Party: ci porterà più vicini al mondo doujin, o più lontano?

Comic Party Revolution

Questo anime da tredici puntate continua laddove Comic Party si era interrotto: Kazuki è oramai un disegnatore convinto, che vive in funzione delle fiere espositive di tal genere. È attorniato da amiche cosplayer e da amiche/concorrenti, e con loro prosegue lungo la via del disegno amatoriale.

La storia non cambia per nulla, ma le vicende cambiano il protagonista: prima il punto focale dell’anime erano i doujin, la loro creazione, la loro filosofia e il loro fascino (sebbene in maniera abbastanza superficiale); in questa seconda serie tutto ciò viene quasi totalmente tralasciato -tranne qualche attimo nella penultima puntata, quando si da un’occhiata di sfuggita al disegno professionale-, e tutto ruota attorno alle coprotagoniste, che a turno ricevono l’attenzione di questa o quella vicenda.
Questo toglie buona parte del già non eccessivo fascino che la prima serie aveva, poiché elimina la quasi totalità delle discussioni che possono interessare chi ama il genere, diventando uno slice of life piatto e noioso. Mi son trovato a saltar diversi pezzi, poiché già guardando la preview della puntata precedente si capiva esattamente tutto ciò che sarebbe capitato nella successiva!

I personaggi, come detto, non sono esattamente brillanti. C’è qui e là qualche tentativo abortito di romance, ma ciò non prende mai piede: nessuno di loro sviluppa il benché minimo lato del suo carattere, rimanendo fossilizzato nella sua posizione iniziale.

I disegni sono un pochino migliorati dalla serie precedente, rivelando in parte l’origine dating-sim di questa serie: in alcune immagini le ragazze son ben disegnate, e qui e là un pochino di fanservice si fa vedere. La qualità non rimane comunque altissima, in ogni caso.
L’audio è completamente dimenticabile, con opening ed ending anonime, e quasi nessuna musica durante le puntate.

Insomma, questa seconda serie ha preso la prima e ha tolto tutto ciò che la rendeva sopportabile: ha tolto la parte vaaaaaaaagamente istruttiva e ha riempito le puntate di inutilità e discussioni preconfezionate e polverose. Speravo di poter vedere qualche vicenda legata al mondo doujin, ma in questo caso mi sono sbagliato.

Voto: 4,5. Se la prima serie rimane comunque guardabile, da questa credo sia meglio stare alla larga.

Consigliato a: chi ama che si accenni anche solo vagamente al ComiKet e al Tokyo Big Sight; chi non disprezza gli slice of life con il carisma di una tubatura; chi vuole incontrare una mascotte-pesce-mafioso-sigaromunito, unico vero personaggio con carattere della serie.

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Comic Party

Un giovane studente trascinato nel mondo dei doujin:

Comic Party

Kazuki è un normale studente di Tokyo, che negli anni ha dimostrato bravura nel disegnare. Il suo iperattivo amico Taishi decide quindi di reclutarlo a forza per il suo progetto: creare un doujin (manga amatoriale), e con esso conquistare il mondo! Chiaramente bisognerà tuttavia iniziare dalle manifestazioni locali, per farsi un nome ed imparare l’arte. Le tredici puntate seguono pertanto le storie del duo di amici e del loro entourage di appassionati… nonché la disperazione di Mizuki, la loro amica che proprio non sopporta l’ambiente otaku!

Il punto principale, ovviamente, è l’aspetto della creazione di un doujin. Fin quasi alla fine, esso è abbastanza ben realizzato: si vengono a sapere tanti piccoli aspetti del funzionamento di una manifestazione come il Comiket, il processo creativo è abbastanza ben creato, e quando vengono spiegati i modi di vendere ed attrarre i clienti pare di essere ad una lezione di marketing. Non si scende mai troppo nel dettaglio o troppo nel tecnico, in fin dei conti non è un anime per esperti del campo, ma un po’ di roba utile si riesce a trovare.
Purtroppo, nel finale tale aspetto viene un tantinello a cadere: creare un doujin da zero in sette giorni, crearne le copie con la più marcia delle fotocopiatrici, aggraffarlo tutto all’ultima notte e poi presentarsi con il presunto capolavoro ad una manifestazione pare quasi insultante per chi un simile lavoro lo fa davvero. In altri anime come Genshiken si può rilevare molto meglio la passione, la fatica e la costanza che ci vogliono per una simile attività: qui nel finale viene tutto un po’ sminuito, un po’ come se creare un doujin fosse un lavoro che chiunque può fare.

La pseudo-romance che si “sviluppa” tra Kazuki e Mizuki è quantomeno insopportabile: segue le peggiori abitudini dei più scarsi anime, facendo venire il nervoso e basta.
Infatti, il punto più debole di Comic Party sono proprio i suoi personaggi: ci si ritrova con un protagonista dalla spina dorsale fatta di pastafrolla, il suo amico che fa solo venir voglia di investirlo con un’auto ogni volta che parla, l’amica d’infanzia che ama segretamente il protagonista ma non sa come dirglielo,… tutto questo porta solo ad un appiattimento di qualsiasi problematica, ed infatti le puntate in cui l’attenzione si sposta dai doujin allo “sviluppo personale” sono bruttine e noiosette.

I disegni sono abbastanza squallidi: nel 2001 si poteva fare di molto meglio. Anche le musiche non restano per nulla impresse, con opening ed ending mediocri.

Insomma, un fallimento? Beh, non del tutto. Le parti più “tecniche” e quelle legate alle manifestazioni in sé sono fatte in maniera simpatica e fanno vedere un seppur minuscolo scampolo del mondo del disegno amatoriale in Giappone; è un vero peccato che non ci siano dei personaggi consistenti a reggere la situazione, e molto potenziale rimane inespresso.

Voto: 6. Concedo la sufficienza solo perché si va a toccare il mondo otaku che tanto mi sta simpatico… anche se non sempre gli si fa onore.

Consigliato a: chi vorrebbe tanto andare al Comiket, ma non si può permettere un viaggio in Giappone; chi vuol sapere le varie fasi della creazione di un doujin; chi vuol farsi tirare i nervi da un personaggio con il dialetto di Osaka più forte che si sia mai sentito.

Utawarerumono

Dopo una lunga pausa, rieccoci al fantasy:

Utawarerumono

Un uomo si sveglia in uno strano posto, senza ricordarsi nulla. Si accorge di aver attaccata sulla faccia una maschera che non può togliere, e di sé non ricorda nulla: si accorge però di esser circondato da persone con le orecchie e la coda da gatto, che lo hanno ritrovato morente in un bosco vicino.
Così inizia la stora di Utawarerumono, che racconta le gesta di Hakuoro -così verrà chiamato l’uomo- e dello sviluppo della tribù che lo ha accolto ed, in seguito, della ricerca del suo passato.

Una delle primissime cose che mi hanno colpito di questa serie è di certo la data di creazione: è stato fatto nel 2006, ma avrei giurato che fosse una produzione attorno agli anni 1998-2000. Questo non perché la qualità sia scarsa, ma perché lo stile stesso dei disegni, i caratteri dei personaggi e il passo della storia a me pareva quello in uso diversi anni fa. Può essere considerata una cosa positiva o negativa: dipende se tali serie piacevano o meno.

Per quanto non ci sia della vera e propria magia, l’ambientazione è molto fantasy: persone con tratti animali o con le ali, tigri giganti che vengono cavalcate, al posto dei cavalli ci sono delle specie di dinosauri,… l’originalità di certo non è mancata per la creazione di questo mondo, che risulta molto ben fatto e gradevole.

La storia, invece, ha degli alti e bassi. Tutta la prima parte, che segue la liberazione di Hakuoro, Eruruw e tutta la tribù dalle grinfie di un imperatore crudele, è davvero molto avvincente: le cose continuano ad accadere, non c’è nemmeno mezzo filler e anche gli attimi di distensione servono comunque ad apportare nuove informazioni e background nella storia. Il passo rimane ottimo anche in seguito, fino a quando non comincia a riaffiorare il passato del protagonista.
A quel punto purtroppo il tessuto della trama inizia a sfilacciarsi un po’, e le cose iniziano a diventare meno logiche. Molte cose vengono buttate là e lasciate cadere, compaiono nuovi personaggi che sembrano fatti unicamente per poter far tirare avanti la storia e non hanno una vera personalità, e via dicendo. Non arriva ad essere brutto o noioso, ma dopo essersi abituati al passo concitato e battagliero della prima parte, la seconda risulta decisamente sotto tono. Alla fine si scopre che la storia in sé, seppur spiegata in maniera mooooolto parziale, poteva esser interessante: gli autori hanno tuttavia un po’ perso la strada, rovinando un po’ una serie comunque apprezzabile.
Anche lo sviluppo dei personaggi è secondo me un po’ carente: ci sono molti comprimari, ma ognuno ha il suo carattere statico e nessuno di loro cambia mai di una virgola per tutte le ventisei puntate della serie. Bisogna dire che questo anime punta più sulla sua storia che non sui personaggi che la compongono, e quindi la cosa non è troppo terribile: vedere tuttavia sempre la stessa scena ogni volta che si dice qualcosa (Oboro s’infervora e giura massacri, Kurou è d’accordo, Benawi si oppone e Hakuoro propone altro) è un po’ ripetitivo.

Il disegno, come detto sopra, sembra un po’ datato ma non è spiacevole: è ben fatto, e i vari piccoli inserti di CG non risultano fastidiosi o macchinosi. Risulta comunque un anime molto sanguinario, anche se la violenza non è mai gratuita: in fin dei conti nelle guerre a suon di spada il sangue che si riversava per terra era tanto, e sarebbe stato ingiusto edulcorare questo triste aspetto della guerra. Sono riusciti a dosare bene sangue e buongusto, e questo è un lavoro decisamente difficile e purtroppo poco comune.
Le musiche sono un altro aspetto molto positivo della serie: opening ed ending sono ben orecchiabili, e la musica accompagna bene le scene.

In definitiva, Utawarerumono è un buon prodotto, purtroppo viziato dalla sua seconda parte: risulta in ogni caso molto piacevole da vedere se si ama l’ambiente fantasy, le storie di guerra e se non ci si offende per qualche sbavatura di troppo nella trama.

Voto: 8. Ero indeciso se dargli 7.5, ma in fin dei conti devo dire di aver davvero gradito la visione, almeno fino a 3/4.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni fantasy; chi ama i disegni di qualche anno fa; chi vuol sentire personaggi ridere in maniera stupida come ptptptptptptptpt o kekekekekekekeke.

Mizuiro

Torniamo ad una mini-serie, composta di soli tre OAV.

Mizuiro

I personaggi sono presi da un videogioco hentai, ma l’anime di Mizuiro di hentai non ha assolutamente nulla.
Si tratta della storia di un fratello e una sorellastra che, una notte, scoprono che dall’armadio della stanza di lui esce una loro vecchia amica d’infanzia che non vedevano da diversi anni, che rimane tutta la notte per poi sparire di giorno!
Giorno dopo giorno si intrattengono con lei, che pare non ricordare molte cose, e passano attraverso vecchie foto e ricordi d’ogni genere, mentre tentano di capire a cosa è dovuto lo strano fenomeno.

Questa miniminiserie è carina e godibile, per quanto non ci sia molto da dire: i disegni sono simpatici ma non eccezionali, e la storia in sé è carina ma -dato il tempo a disposizione- non si scava molto in profondità. Il lieto fine (che mi aspettavo mancasse) lascia soddisfatti dopo la visione, come una storia dal cuore leggero dovrebbe sempre fare.

Voto: 7.5. Niente di eccezionale, ma è assolutamente godibile.

Consigliato a: chi vuol vedere una storia tenera; chi ha un’oretta da occupare; chi vuol vedere cosa succede a tirar fuori giovincelle dagli armadi.