Tales From Earthsea

…In un mondo fantasy, carestie e draghi sono forieri di cattive notizie. Ma a cosa son dovuti?

Tales from Earthsea


Nel mondo di Earthsea, molti cattivi presagi si stanno palesando. Draghi che combattono nei cieli, epidemie tra il bestiame, siccità, impossibilità di seminare: tutto sembra andar male.
In questo caos Arren, il figlio del re, in preda ad un raptus uccide il reggente e fugge: nella sua fuga, incontra un mago che diventerà il suo compagno di viaggio, in un mondo oramai in declino, allo scopo di trovare sé stesso. Ma l’incontro è stato davvero fortuito? Cosa può volere Sparrowhawk da lui? Oppure è stato davvero un incontro previsto dal destino per rimettere il principe decaduto sulla retta via?

Questo film da quasi due ore è ispirato ad una serie di racconti di una scrittrice americana, nel fantastico mondo di Earthsea. Nelle prime parti della proiezione si assiste ad un mondo crepuscolare, in decadenza, dove la natura sta riconquistando ciò che l’uomo aveva costruito: la fiducia nel futuro pare scarsa nella popolazione, e la disperazione sembra essere ad ogni angolo.
Il tutto crea un ambiente cupo ma avvincente, con mille misteri che si intersecano tra loro: putroppo, nella seconda parte la trama non riesce a far fronte agli impegni che si trova a dover confrontare.
Molte delle domande che ci si pone rimangono infatti senza risposta, e questa è una colpa grave. Come mai c’erano carestie ed epidemie? Boh. A cosa erano dovuti i draghi che combattevano nei primi minuti di proiezione? Mah. Quale è il motivo ultimo che spinge Arren ad uccidere suo padre? Chissà. Alcune risposte possono essere immaginate, ma le risposte sono assolutamente insoddisfacenti: si passa da una trama che coinvolge la globalità dell’ambientazione in cui si svolge la vicenda ad una storia di crescita personale del protagonista, nemmeno troppo ben congegnata.

Questo non vuol dire che l’intera storia sia da buttare: ci sono parti interessanti e scorci davvero carini, ma non bastano davvero a reggere tutto. I personaggi sono carini ma nulla più, e mancano nel conquistare la simpatia dello spettatore come gli usuali protagonisti dei lavori dello Studio Ghibli riescono a fare. Sembra quasi che, contrariamente agli usuali lavori nei quali si ha una trama molto basilare ma una caratterizzazione eccellente, qui si sia tentato di fare il contrario: purtroppo il risultato non è altrettanto eccelso.

L’animazione, come d’abitudine, è di buona qualità con un paio di punti che brillano per realizzazione visiva: le musiche sono un altro punto forte di questo OVA, dato che aiutano molto bene a caratterizzare l’ambientazione medievale/fantasy in cui la vicenda si svolge. Non sono poche le situazioni in cui uno splendido panorama, combinato con ottima musica, riescono a rapire il cuore dello spettatore.

Insomma, non esito a dire che Tales from Earthsea sia uno dei lavori meno riusciti dello Studio Ghibli. Questo non lo condanna in maniera definitiva, e la visione è comunque moderatamente piacevole – soprattutto per l’ottima ambientazione in cui la vicenda si svolge: manca però un vero fulcro della trama, che non si rivela mai e che fa trascinare quest’ultima stancamente verso un prevedibile finale (con un mancato colpo di scena).

Voto: 6,5. Va in graduale calando, man mano che lo si guarda.

Consigliato a: chi vuol vedere il primo anime del figlio del poderoso Hayao Miyazaki; chi ama gli ambienti fantasy tendenti alla tristezza; chi è interessato a vedere l’arcimago che usa meno magia di tutte le storie esistenti.

Annunci

Avatar: The Last Airbender

…Quando una casa produttrice americana si mette a fare degli anime, che cosa ne può venir fuori?

Avatar: The Last Airbender

Nel mondo in cui ci troviamo, le popolazioni sono da sempre divise in quattro diverse tribù separate in base agli elementi che esse possono dominare: esiste la nazione del fuoco, la tribù dell’acqua, il regno della terra e i templi dell’aria. Parecchie persone in ognuna delle varie fazioni può manipolare il suo elemento a suo piacere: ad esempio, una persona che viene dalla nazione del fuoco potrebbe avere la capacità di sparar fuoco dalle mani, o rendere incandescente il metallo: similarmente, una persona della tribù dell’acqua potrebbe saper utilizzare l’acqua di una borraccia come una frusta, e poi usarla per creare una costruzione congelata. L’equilibrio tra le quattro forze è costantemente mantenuto dall’Avatar, l’unico essere sul pianeta che può dominare tutti i quattro elementi e che, in caso di morte, si reincarna in un nuovo nato per continuare a vegliare affinché l’equilibrio venga rispettato

Purtroppo, cento anni fa la nazione del fuoco attaccò gli altri regni, grazie a delle congiunzioni astrali che fornirono al loro elemento un potere immenso: l’avatar a quei tempi era ancora un bambino, che a causa di un incidente rimase congelato nel ghiaccio in ibernazione.
Cento anni sono ora passati, i templi dell’aria sono stati sterminati, le tribù dell’acqua faticano a sopravvivere e da oramai un secolo il regno della terra tiene duro contro il perenne assedio che la nazione del fuoco, spinta dal Signore del Fuoco.
Katara è una sedicenne waterbender (persona capace di manipolare l’acqua) in erba che vive al polo sud, e assieme a suo fratello Sokka – un aspirante guerriero 15enne. Durante una battuta di pesca si imbattono in una strana formazione ghiacciata, e decidono di vedere cosa c’è intrappolato all’interno: ci trovano nientepopo’ di meno che Aang, l’Avatar, l’ultimo airbender! Tornato al nostro mondo, scopre la dura realtà di cui non era a conoscenza: la nazione del fuoco ha totalmente distrutto l’equilibrio, che dovrà essere ristabilito. Ma come farà lui a dominare tutti i quattro elementi? È ancora possibile fermare una nazione che per cento anni ha espanso e consolidato il suo reame? Quali rischi aspettano lui e il suo gruppo di amici man mano che viaggiano per riparare ciò che è stato rotto?

Cominciamo in primis a commentare la trama: essa è decisamente articolata, sebbene il fine ultimo sia noto fin dalle prime puntate. Un’infinità di cose accade nelle sessantadue puntate che comprendono la serie e c’è sempre uno scopo da raggiungere a breve-medio termine, che aiuterà a raggiungere lo scopo finale.
Si possono inoltre notare diverse trame che contemporaneamente si dipanano, completandosi a vicenda: il gruppo di eroi si forma e si separa in base alle necessità, e ogni filone viene accuratamente sviluppato di modo che nel momento del ritrovo ognuno sia un po’ cresciuto rispetto a quel che era prima. Anche tra i “cattivi” si possono notare vari filoni narrativi che aiutano a creare il senso generale della storia e coinvolgono ancor di più gli spettatori.
Inoltre, nulla viene lasciato al caso: la storia si dipana in maniera abbastanza tranquilla e alcune puntate sembrano quasi interamente filler: non lasciatevi ingannare, poiché quasi tutte torneranno nel futuro in un modo o nell’altro, facendo comprendere il vero significato della loro esistenza.

Parlando di personaggi, non si può non considerare come essi siano di gran lunga la forza trainante di queta serie: quasi tutti in un primo momento sembrano piatti e monotematici, per venire in seguito sviluppati nella personalità e nelle motivazioni delle loro scelte. Intendiamoci: non stiamo parlando di analisi filosofiche d’alta classe, ma quasi tutti i personaggi hanno i loro perché e questo è sempre un buon motivo. Inoltre, per la maggior parte di loro la serie riserva uno sviluppo notevole: praticamente chiunque cresce sia dal punto di vista dei poteri (ancora una volta, essi non vengono dal nulla ma ogni volta che qualcuno riesce a fare qualcosa di nuovo c’è una motivazione: un maestro che ha spiegato,o un’esperienza che l’ha segnato e via dicendo) che sotto l’aspetto della maturità e dell’interazione con gli altri. Non bisogna infatti dimenticare che i protagonisti della serie hanno tra i 12 e i 17 anni, e questo è presumibilmente il target che la Nickelodeon ha preso di mira con questa serie. I problemi che i protagonisti si fanno potrebbero pertanto sembrare relativamente semplici ad alcuni spettatori più adulti, ma rimane il fatto che essi vengono generalmente ben eviscerati e risolti con delle discussioni probabilmente banali, ma che forse a qualcuno potrebbero anche servire un po’.
Così come i protagonisti crescono e imparano, c’è chi deve insegnare: i vari maestri che la gente incontra durante l’infinito viaggio che porta il gruppo in giro per tutto il mondo sono personaggi davvero notevoli, in grado di dispensare diversi tipi di saggezza. Menzione speciale va forzatamente fatta per lo Iroh, lo zio di Zuko: le sue perle di sapienza sono davvero meravigliose, e lo ritengo uno dei migliori “personaggi saggi” che le serie abbiano recentemente sfornato.

L’ambientazione stessa è molto ben creata. I vari elementi vengono rispettati nelle loro proprietà naturali, e le varie nazioni ben le rispecchiano: la nazione del fuoco è abile con macchinari a vapore e fiamme, il regno della terra è composto da mura impenetrabili, le tribù dell’acqua vivono negli sterminati ghiacciai dell’artide e dell’antartide, e i templi dell’aria sono in cima a montagne, dove null’altro che aria li circonda. Questo aiuta anche a sentirsi meno confusi durante il viaggio in giro per il mondo, e spesso aiuta a comprendere perché un personaggio incontrato la pensa in un modo anziché in un altro.

Parlando di elementi, non si può non citare l’ottimo uso che ne vien fatto durante tutta la serie. Dare ad ogni popolo il pressoché totale controllo su di un elemento da un’infinità di possibilità, e utilizzarla bene non è facile: in questo caso, ci sono riusciti in maniera quasi perfetta. Ogni tipo di bending viene utilizzato al meglio delle sue possibilità, evitando stupide ripetizioni e utilizzando il territorio. Non è pertanto raro che un waterbender utilizzi dell’acqua di un riale per creare un’onda, farsi trasportare da essa inondando nel frattempo l’avversario, saltar fuori da essa e congelare tutta l’acqua per immobilizzare quest’ultimo ed in seguito liquidificare il tutto per creare un muro di ghiaccio atto a fermare un’ondata di fuoco che sta arrivando da un’altra direzione. Questo è solo un esempio di una cosa che potrebbe accadere in una frazione di secondo in un combattimento, ma le possibilità sono davvero tante e solo in rarissimi casi mi sono chiesto “ma perché non ha fatto la mossa X?”. Questo, con un potere così versatile, è davvero un lavoro impressionante.
Va inoltre detto che i vari tipi di bending, come è giuto che sia, non vengono utilizzati soltanto nei combattimenti: sarebbe estremamente riduttivo fermarsi a ciò. Nelle città del regno della terra si potranno pertanto vedere treni mossi dagli earthbenders, così come nella tribù dell’acqua il gigantesco muro di ghiaccio che blocca l’entrata nasconde delle chiuse che vengono azionate da dei waterbenders, e via dicendo. Tutto questo porta ad una totale combinazione tra ambiente e personaggi, che affascina ed intriga.

I combattimenti, come si sarà capito, sono una parte molto importante della serie: anche essi sono realizzati in maniera egregia. Oltre al succitato ottimo utilizzo dei poteri che i vari contendenti hanno, anche le mosse che vengono fatte sono molto accurate: esse sono state infatti prese tramite motion capture da dei veri maestri d’arti marziali, per creare il maggior realismo possibile. Ovvio, in questo caso magari alla fine della mossa partirà un’ondata di fuoco anziché un calcio, ma si nota decisamente che gli scambi di colpi sono fluidi, credibili ed estremamente adrenalinici.

Il disegno, nonostante sia proveniente dall’America, rispecchia abbastanza il tratto giapponese: in alcune espressioni si nota che la scuola di disegno è diversa, ma dopo un paio di puntate l’occhio si abitua e la differenza diventa davvero esigua. Inoltre, in contrapposizione con le recenti abitudini, la CG è stata lasciata quasi completamente fuori dalla porta: secondo me è stata un’ottima scelta.
Le musiche fanno il loro lavoro senza però brillare: non esiste opening, e l’ending è solo una melodia di tamburi. Quello che mi ha colpito è la qualità delle voci: essendo una serie fatta in America la versione originale è chiaramente in inglese, e questo mi intimoriva: le mie parole sono tuttavia state fugate da un lavoro da veri professionisti, con ottime voci e inflessioni davvero notevoli.

In definitiva, i buoni anime possono anche esser creati fuori dal Giappone? La risposta è decisamente sì. Avatar: The Last Airbender è un signor lavoro, che riesce in vari aspetti a dimostrarsi all’altezza dei migliori lavori provenienti dal sol levante.
Alcuni tratti inizialmente sembrano tanto, troppo classici: in seguito si vede però che non tutto è come sembra, e le cose sono più elaborate di quanto non potrebbe parere in un primo momento. La Nickelodeon -da me già conosciuta per alcuni spettacolari videogiochi degli anni ’90, prima che diventasse un canale TV- ha fatto più che un omaggio al Giappone, utilizzando i giusti kanji in molte occasioni e riprendendo con attenzione molte delle caratteristiche culturali nipponiche: la cultura del té, il teatro kabuki, gli haiku e tanti altri aspetti sono stati accuratamente riportate, senza praticamente alcun errore. Davvero notevolissimo.

Voto: 9. Forse in un paio di posti avrebbe potuto essere un po’ velocizzato e forse un paio di comportamenti dei personaggi sono ogni tanto vagamente fuori posto, ma sono davvero dettagli in un lavoro impressionante per la sua qualità.

Consigliato a: chi vuole vedere 62 puntate di azione senza che muoia un’unica persona; chi ha desideriodi buoni combattimenti; chi vuol provare pena empatica per uno sfortunato venditore di cavoli.

Vision of Escaflowne

…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

Spirited Away

…Un viaggio in una terra allo stesso tempo terrificante e fantastica:

Spirited Away

Chihiro è una bambina di dieci anni, che sta cambiando casa assieme ai suoi genitori: dalla città si trasferisce alla campagna. Tentando di arrivare alla loro nuova casa, la famigliola finisce in una stradina sterrata in mezzo ad un bosco. Arrivando fino alla fine si trova una misteriosa galleria da percorrere a piedi.
Chihiro è reticente perché ha paura e vuole andarsene, ma i suoi genitori insistono: si spingono quindi oltre il tunnel e si ritrovano in una città deserta dove tuttavia c’è una valanga di cibo pronto. I genitori si mettono a mangiare in quantità, e si fa sera: la città inizia in quel momento a popolarsi di spiriti! Quando Chihiro, terrorizzata, torna dove ha lasciato i parenti, scopre che essi si sono trasformati in maiali: sperduta e spaventata, incontra un ragazzo -Haku- che la nasconde e la aiuta a sopravvivere.
Ma dove è finita? Chi sono tutti questi spiriti? Come può fare a salvare i propri genitori e tornare a casa?

La storia di Spirited Away (in italiano La città incantata) è relativamente semplice: Chihiro vuole tornare a casa, ma la strega cattiva non glielo permette. Questo lavoro non fa tuttavia della storia il suo aspetto principale, bensì esso si può riconoscere nel seguire gli stenti della povera bimba catapultata in un mondo alieno e misterioso. Inizialmente c’è spavento e disperazione; in seguito, subentra l’istinto di sopravvivenza e l’adattamento; in seguito, sopraggiunge il contrattacco e la voglia di riconquistare quanto perso. Tutto ciò viene rappresentato in maniera magistrale e le sensazioni passano con incredibile facilità.

Tutto ciò sarebbe sprecato senza avere dei personaggi che reggano la scena, ed in questo caso non ci son problemi: la caratterizzazione di coloro che compaiono sullo schermo è perfetta. Chihiro si comporta come una bambina si dovrebbe comportare, la strega Yubaba è temibile e cattiva come una strega dovrebbe essere, Lin che lavora ai bagni è comprensiva ed aiuta la protagonista come può, e via dicendo. In pochissimi minuti si crea un attaccamento ai protagonisti difficile da stabilire, e questo porta a seguire con attenzione tutto ciò che accade.

Una cosa inoltre differisce dal solito tono sobrio e pacato dei lavori dello Studio Ghibli: in Spirited Away si ride, e parecchio. Ci sono ovviamente momenti di serietà (il momento di grande emotività a bordo del treno è davvero impressionante), ma principalmente ci si ritrova a ridere di gusto davanti a spiriti impossibili, facce improbabili, eventi assurdi e quant’altro. Non ci sono battute o situazioni volutamente comiche, ma l’ambiente stesso rende il tutto abbastanza leggero e adatto a qualsiasi tipo di pubblico: i più piccini rideranno per le mille pazzìe presenti, mentre chi è più grande o guarda un po’ più a fondo potrà trovare una storia parecchio fiabesca che, anche se di certo non perfetta (come detto sopra, la trama non è decisamente il punto forte di questo anime), interessa e piace.

Il disegno è impressionantemente bello, per essere del 2001: la grande qualità e il tratto riconoscibile creano un effetto davvero notevole. Le musiche sono meravigliose, e supportano perfettamente le scene che ci si ritrova a guardare. Da segnalare l’ending, davvero bellissima.

Insomma, che altro dire? Spirited Away è secondo me uno dei massimi capolavori creati dal sempre brillante Studio Ghibli, e una volta terminata la visione mi son ritrovato nel cuore un pezzo di quel mondo fantastico che, nel bene e nel male, ha cambiato la vita di Chihiro.

Voto: 9,5. Davvero bellissimo, sospeso tra un mondo sognante e una comicità latente che permea ogni cosa.

Consigliato a: chi vuol vedere il meglio dello Studio Ghibli; chi apprezza le protagoniste semplici ma non stupide, deboli ma non codarde, furbe ma non saccenti; chi vuol sapere se è più bravo a fare a maglia un moschino o un topo sovrappeso.

Soul Eater

…Un’anima sana risuona tra un corpo sano ed una mente sana.

Soul Eater

Ci troviamo in una realtà contemporanea alternativa, in cui la Morte ha una sua città, con una scuola al suo interno: lo scopo è di addestrare “raccoglitori di anime perdute”, che vadano a cacciare le anime di coloro che hanno deviato dal cammino dell’uomo per intraprendere quello demoniaco. Questo è indispensabile per evitare la rinascita del Dio Demone.
Gli studenti si dividono in due categorie: le armi, che sono delle persone che possono trasformarsi nelle più disparati armi, e i maestri, che utilizzano il primo gruppo per portare a termine le missioni. In questa serie si seguono le vicende di tre di questi gruppi: riusciranno nelle loro missioni? Cosa si nasconde dietro ad una simile stramba scuola? E perché le streghe tentano di sovvertire il mondo, creando caos e apocalisse? Chi c’è dietro a tutto ciò?

In primis, bisogna dire che la storia è decisamente originale. L’idea di persone che si trasformano in armi non è mai stata molto utilizzata – soprattutto non nel modo in cui viene fatto in Soul Eater. La storia inizia lentamente (la prima decina delle 51 puntate è usata per introdurre buona parte dei molti personaggi presenti) e si sviluppa con interesse: parecchia azione, nemici interessanti, poteri coreografici e un buon sviluppo della trama portano ad una serie estremamente piacevole. Nella seconda parte, tuttavia, il tutto diventa estremamente lento: nel secondo arco narrativo, i personaggi infatti sembrano smettere di cercare di fare qualcosa, e reagiscono unicamente agli stimoli esterni che ricevono. Inoltre, gli accadimenti diventano estremamente lenti, e qualsiasi spunto venga suggerito da qualcuno (la poca chiarezza nei piani di Morte, il misterioso marchingegno che Joe Buttataki costruisce, il misterioso Sangue Nero dentro Soul,…) cadono quasi completamente nel nulla, risultando delle inutili perdite di tempo ancor più noiose dei pur gradevoli filler che qui e là si ritrovano durante la serie.

Parlando di personaggi, ce ne sono parecchi su cui spendere parole: in primis, ovviamente, si parlerà dei tre gruppi di protagonisti. Essi sono ben assortiti, e anche loro nella prima parte della serie risultano molto ben funzionali per l’intrattenimento: le loro forze, debolezze e paranoie si intersecano per creare un mix scoppiettante e divertente (poiché Soul Eater, anche in buona parte dei momenti più seri, riesce a strappare qualche risata: è una serie dal cuor leggero, e come tale va presa). Essi non sono particolarmente profondi, ma non per questo risultano piatti: hanno solo un paio di caratteristiche che li contraddistinguono gli uni dagli altri (a parte il figlio di Morte, Kid, che è fatto tutto a modo suo), ma queste differenze vengono usate nel migliore dei modi per risolvere problemi e divertire.
I coprotagonisti non sono da meno, con un cast numeroso ed estremamente variato: da Morte al maestro zombie, dal dott. Franken Stein alla Deathscyte, nonché padre di una delle protagoniste ma sempre dietro a qualche gonnella, dai compagni secchioni alla nuova amicizia sociopatica… ce ne son per tutti i gusti, e tutti loro creano un gruppo davvero fenomenale.

Purtroppo, anche in questo ambito qualcosa sembra spezzarsi nella seconda parte della serie: le loro differenze passano in secondo piano, moltissimi dei personaggi presenti risultano totalmente inutili ai termini della storia, quelli che dovrebbero fare qualcosa la fanno come automi e, soprattutto, i protagonisti smettono di battere i nemici con le loro abilità ed il loro acume e ci riescono soltanto grazie all’odiatissimo “ma tanto io sono più forte e ce la faccio lo stesso, potere speciale!”.

I disegni sono semplici ma secondo me molto belli: il tratto poco complicato aiuta a donare immediatezza e fluidità alle scene, che risultano infatti ben animate. I combattimenti (ancora una volta numerosi nella prima parte, e pochi e lenti nella seconda) risultano molto belli, dinamici, adrenalinici: peccato per gli ultimi, che si riducono a due botte e dieci minuti di chiacchiere come in molti anime di serie C.
L’audio è ben curato, a parte la prima ending davvero inascoltabile: le altre sigle sono gradevoli e la musica nelle puntate fa il suo dovere egregiamente.

In definitiva, sentimenti contrastanti nascono dalla visione di Soul Eater. La prima parte è una bomba con trama affascinante, personaggi brillanti e intrattenimento a mille: la seconda (curiosamente, dove l’anime si distanzia parecchio dal manga) risulta invece raffazzonata, rattoppata, buttata là: uno spreco davvero impressionante. Non è che le ultime puntate siano inguardabili, ma rispetto alle prime non c’è alcun paragone. Dannazione!

Voto: 8,5. Attorno a puntata 20-22 ero pronto a dare 9,5 o giù di lì, ma la parte conclusiva (e il deludentissimo finale) hanno abbassato il tutto. Rimane comunque estremamente gradevole e godibile.

Consigliato a: chi apprezza un po’ di sane botte senza troppo sangue e con un bel po’ di risate; chi non si offende se la qualità di un anime va in calando; chi vuol conoscere Exalibur, la spada più potente e più fastidiosa del creato.

Howl’s Moving Castle

In italiano, Il castello errante di Howl:

Howl’s Moving Castle

Siamo in un’ambientazione simil-ottocentesca, ma con gigantesche macchine volanti di vago sapore steampunk. Sophie è una ragazza che vive una vita tranquilla, facendo la cappellaia nell’impresa del padre.
Un giorno, per caso, incontra Howl: egli è un potente mago che guida un castello con l’abilità di vagare nelle terre, per non farsi mai prendere.
A seguito di tale fortuito incontro, tuttavia, Sophie vien maledetta dalla Strega delle Lande, diventando una vecchia signora in un sol colpo. Ella decide pertanto di andare in cerca della strega per farsi togliere la maledizione, e incontra il castello di Howl sulla sua strada: Calcifer, il demone del fuoco che da vita al posto, le promette di liberarla dall’incantesimo se Sophie lo aiuterà nel fuggire dalla sua prigionìa. Inizia così il curioso viaggio dello strano gruppo tra magie, guerre e un pizzico di romanticismo.

Descrivere la trama dell’anime oltre questo punto risulta davvero complicato: accadono molte cose, ma trovare un filo conduttore è decisamente difficile. Questa non vuole essere una critica alla struttura della serie, che risulta piacevole da seguire e non risulta mai confusionaria: vuol tuttavia dire che più che un anime da seguire, questo è un anime da sentire.
Ritengo infatti che il difficile nel descrivere Il Castello Errante di Howl sia proprio questo: non si capisce cosa c’è che interessa ed attrae, ma si risulta ugualmente immersi nelle vicende che seguono i personaggi che si incontrano.

Accennando ai personaggi, è bene spendere due parole su di essi: nel film non vengono mai presentati a fondo i passati dei vari protagonisti (a parte Howl, di cui si scopre qualcosa, e Sophia, di cui si vede un pezzo di vita all’inizio), ma essi risultano comunque gradevoli e abbastanza completi, per il ruolo che hanno da ricoprire. Particolare simpatia suscita Calcifer, il fuoco di casa, che si comporta esattamente come ci si aspetterebbe da un fuoco senziente: vuol bruciare e bruciar tanto, teme l’acqua e chiede d’esser ravvivato col timore di spegnersi per sempre.

La grafica porta il tratto riconoscibile dello Studio Ghibli, ma sicuramente molto meno di altri lavori: la CG viene usata in maniera abbastanza intensa, e risulta abbastanza gradevole alla vista. Splendido soprattutto il castello in movimento, che ha un’aria maestosa e intrigante.
Le musiche sono tuttavia abbastanza anonime, e non aiutano molto a suppotare le varie scene che ci si trova ad osservare.

Insomma, che dire del Castello Errante di Howl? Che è un film animato strano, molto strano. Non si riesce a capire cosa ci sia di piacevole, ma piace; non si comprende quale sia la trama, eppure la si segue; non si vede qual è l’obiettivo dei personaggi, eppure si capisce se ci stanno riuscendo. Un lavoro davvero curioso.

Voto: 8. In virtù di quanto sopra, non lo classifico sicuramente da capolavoro: sarei tuttavia bugiardo se dicessi che non ho gradito la visione.

Consigliato a: chi non si offende se non capisce ogni singolo perché; chi adora lo steampunk fantasy; chi vuol conoscere Heen, il cane più asmatico del mondo.

Princess Tutu

Una fiaba trasformata in anime:

Princess Tutu

In un non meglio precisato villaggio della Germania dell’800, Ahiru è una bimba che frequenta una scuola di danza e spera di diventare una grande ballerina. Ammira il bellissimo Mytho, uno splendido ballerino che però cela una grande tristezza nei suoi occhi.
Quasi subito Ahiru scopre di essere in realtà una papera (“Ahiru” vuol dire papera in giapponese) trasformata in ragazza da un misterioso medaglione: scopre anche che Mytho è in realtà un principe di una antica storia che per catturare il suo acerrino nemico spezzò il suo cuore in molti pezzi, scongiurando la minaccia ma rimanendo senza emozioni.
Ahiru si trasforma allora nella principessa Tutu, con la missione di riportare al principe il suo cuore spezzato! Ma questo gesto cosa comporterà? E il suo acerrimo nemico, il Corvo, chi è in realtà? Cosa si muove dietro i sipari di una cittadina apparentemente tranquilla?

In un primo momento, Princess Tutu sembra un classico anime da bambini. La grafica è molto semplice e lineare, i personaggi inquadrabili a colpo d’occhio, la storia piatta, i sentimenti abbastanza telefonati: per fortuna che le prime impressioni spesso sono errate!
Il fatto che il target principale sia una fascia d’utenza giovane è vero (stimerei dai 9 ai 14 anni), ma per il resto la storia è godibilissima da chiunque. I personaggi, sebbene abbastanza semplici, dimostrano una profondità sorprendente: molti di essi si riciclano durante la storia sfuggendo al ruolo a loro assegnato (e su questo verte buona parte del racconto); la trama in effetti rimane lineare, ma le scelte poste ai protagonisti spesso sono molto difficili e le soluzioni non sono lampanti come invece in genere sono in storie per i più piccini. Inoltre, il secondo arco narrativo porta a vedere i meccanismi dietro alla storia, dando un ulteriore punto di vista quantomeno inusuale e parecchio interessante.
L’ambientazione stessa sembra tratta da un mix di storie dei fratelli Grimm e di Lewis Carroll: personaggi umanoidi con tratti animali sono all’ordine del giorno e il continuo cambio (soprattutto nella seconda parte) tra storia attuale e retroscena narrato rafforza tale curiosa impressione.
Il finale, inoltre, è davvero ottimo: oltre che essere consistente e coerente con il resto della storia, sfiderei chiunque ad indovinare come va a finire prima della terzultima puntata… davvero ottimo.

I personaggi, come detto, sono ben realizzati: i protagonisti mantengono in piedi una storia molto seria, mentre i personaggi-spalla fanno un buon lavoro, dove voluto, nell’alleggerire l’atmosfera. Le compagne di classe di Ahiru e soprattutto Neko-sensei, con la sua ossessione per il matrimonio, mi fanno totalmente scompisciare (nonstante, ancora una volta, sia un umorismo “a taglia di bambino” – è tuttavia ottimamente realizzato, e apprezzabile a qualsiasi età).
I sentimenti che i personaggi esprimono sono inizialmente abbastanza banali, ma man mano diventano più corposi e reali: per una volta si sfugge quasi completamente al classico stupido “bisogno di proteggere a qualsiasi costo” (solo un personaggio inizialmente si cela dietro a tale meccanismo, ma riesce a liberarsene), andando a cercare motivi più convincenti per effettuare le proprie azioni.

Non ci sono purtroppo soltanto lati positivi in questa serie: al centro di entrambi gli archi narrativi ci si trova intrappolati in una ripetitività abbastanza fastidiosa, in cui si hanno tre o quattro puntate praticamente identiche che quasi nulla aggiungono alla trama: inoltre, praticamente sempre la comparsa di Princess Tutu viene utilizzata come panacea di tutti i mali, e senza preciso motivo i problemi della puntata si risolvono con due passi di danza.
Le sezioni di danza stesse, che in questo anime dovrebbero essere una parte importante in virtù della storia, sono forse realizzate non al meglio: non dico che avrebbero dovuto riempire mezza puntata ogni volta, ma qualche sezione in più realizzata in maniera accurata sarebbe stata ben gradita.

La parte grafica è abbastanza gradevole, anche se si vede che è un disegno orientato verso i più giovani: non si può certo dire che sia un capolavoro, ma si lascia guardare.
Per le musiche, invece, il discorso cambia totalmente. Princess Tutu mi ha infatti incuriosito in principio per alcuni accenni della sua colonna sonora, che è interamente tratta dalle più grandi opere di musica classica e di opera dell’800 e del ‘900. Il lago dei cigni, la Carmen, lo Schiaccianoci, il Sogno di una notte di mezza estate, la Danse macabre, tanti altri… sono tutti utilizzati al meglio, convogliando sentimenti e pathos in momenti che se no risulterebbero statici e aridi. Ben difficilmente credo che sia possibile trovare un anime con una colonna sonora così maestosa: riesce a superare in questo lato anche mostri assoluti come Tengen Toppa Gurren Lagann e Nodame Cantabile
, in quanto essi hanno un paio di canzoni davvero epiche, ma Princess Tutu ha l’intera colonna sonora di tale portata. Sono pezzi che fanno davvero venire i brividi dalla meraviglia, e ancora una volta la musica classica di grande qualità si dimostra uno dei veicoli migliori per trasportare emozioni e messaggi che aiutano in gran parte a rendere una serie indimenticabile.

Insomma, Princess Tutu è un anime molto strano, che convoglia in sé stesso parecchi aspetti diversi: è in fin dei conti una fiaba di vecchio stampo, con l’aggiunta di una colonna sonora davvero incredibile. Essendo così particolare probabilmente non raccoglierà grande successo da un pubblico adulto, ma per chiunque abbia meno di 15 anni o riesce a guardare una serie con gli occhi di un bambino, questo è un anime di grande valore e dalla sorprendente qualità ed originalità.

Voto: 8. Miglior colonna sonora di sempre, peccato per i rallentamenti sparsi nelle puntate che ne segano un po’ il ritmo.

Consigliato a: chi ama le fiabe; chi riesce a mantenere il cuore e l’occhio di un bambino; chi vuol conoscere il gatto più sposabile del mondo.

Mononoke Hime

Di nuovo Ghibli. Di nuovo un classico.

Mononoke Hime

In un Giappone fantasy attorno al 1700, Ashitaka sta difendendo il suo villaggio da un demone uscito dalle foreste. Riesce nell’impresa di abbatterlo, ma subisce una ferita che lo ucciderà con il tempo: egli parte quindi alla ricerca della foresta in cui risiede il Dio che può salvarlo.
Nella sua ricerca si imbatte in una terra dove spiriti delle foreste e uomini si combattono aspramente per il controllo del terreno: chi ha ragione? Come conciliare le apparentemente insanabili differenze? E in che modo ciò ha a che fare con la sua maledizione?

Sin dal primo momento la grafica si rivela quella dello studio Ghibli: il tratto è riconoscibilissimo, e anche l’eccelsa qualità di immagini ed animazione sono inconfondibili.
Ciò in cui Mononoke Hime (o Princess Mononoke) differisce è il tono dell’avventura: in genere i prodotti di questo studio sono improntati ai buoni sentimenti e alla bontà d’animo, mentre qui l’ambiente si rivela subito cupo e estremamente serio. La storia inizia in maniera assolutamente meravigliosa, per diventare forse un minimo confusionaria verso il termine: si capisce sempre cosa sta succedendo, ma avendo dei personaggi forse un po’ meno incisivi del solito la situazione sembra quasi scappare di mano e muoversi per conto suo, trascinando i protagonisti con sé.

L’ambientazione stessa è impressionante, con un numero molto alto di spiriti che rappresentano le varie forze in gioco (oltre, ovviamente agli umani): incontrare gli spiriti nelle foreste è spettacolare, ed essi sono nel posto giusto al momento giusto. Essi portano anche il lato riflessivo dell’anime, facendo pensare all’invadenza dell’essere umano in terre che non gli appartengono, ma in fin dei conti il loro ruolo principale è essere nei luoghi in cui è logico che essi siano (il che è meno scontato di quanto sembri).

I disegni, come sopra detto, sono davvero impressionanti: la cosa più stupefacente è la fluidità dell’animazione. Nelle scene di combattimento (che in altri prodotti della stessa casa produttrice sono ben difficili da trovare) sono splendidi, intensissimi e velocissimi: una meraviglia.
Il sonoro non è da meno, e la Ghibli si dimostra ancora una volta attentissima ad ogni minimo dettaglio.

Insomma, Mononoke Hime è un classico che nessun amante degli anime dovrebbe dimenticare di vedere: a titolo puramente personale lo trovo un passo sotto altri capolavori come Totoro, Laputa o Kiki’s Delivery Service -principalmente per una mancanza di personaggi molto forti eppur sempre umani-, ma rimane comunque validissimo.
È comunque un anime a mio avviso triste, da guardare quando si vuole qualcosa di corposo.

Voto: 8. Due ore e un quarto di gioia visiva.

Consigliato a: chi ama lo Studio Ghibli; chi vuole una storia mistica, dove bene e male si confondono tra loro; chi vuol vedere gli spiriti più belli del multiverso, i Kodama.

Strait Jacket

Una miniminiserie di tamarraggine e magia negli anni ’20:

Strait Jacket

Nel 1899, viene scoperto un sistema per portare la magia nel nostro mondo. Questo porta ad un’evoluzione tecnologica senza precedenti, con possibilità pressoché infinite: purtroppo, però, ci sono anche dei rischi da non sottovalutare.
L’eccessiva esposizione alla magia porta infatti le persone a trasformarsi in demoni infernali, il cui unico interesse è massacrare la popolazione inerme. In tal caso entrano in azione gli Stregoni Tattici, che con un possente armamentario magico riescono a debellare le minacce demoniache.

Steinberg è uno Stregone Tattico senza licenza, che lavora com freelance dove c’è bisogno: sarebbe illegale, ma il fatto che porti a termine le sue missioni porta la polizia a chiudere un occhio sulle irregolarità. Nelle tre puntate che compongono Strait Jacket, ci troviamo pertanto a seguire l’attività e gli incontri che tale lavoro comporta.

In una sola ora è difficile creare un ambiente, dei personaggi credibili, uno sviluppo sostanzioso ed un finale appagante: Strait Jacket riesce in alcune parti (ambiente, personaggi, finale) ma si lascia sfuggire lo sviluppo, troppo affrettato – proprio in virtù della brevità – e poco corposo. Se avessero fatto almeno sei puntate, sarebbero riusciti a far evolvere molto meglio la trama. Peccato.

Come detto, i personaggi sono molto gradevoli: ovviamente si rivela poco su di loro, ma sicuramente hanno stile – che non è una cosa da poco. La coppia Steinberg-Kapel è ben riuscita, e anche in questo caso una serie più lunga avrebbe potuto rivelare particolari interessanti.

I disegni sono estremamente gradevoli e gli effetti magici non sono malaccio: la tamarraggine nelle scene d’azione è considerevole e benvenuta. Il sangue è parecchio, ben realizzato: i demoni sono distorti fino ad essere quasi disturbanti, come è giusto che sia.
Il sonoro è decisamente bello, con delle ottime canzoni (di cui un paio in francese): si sono impegnati nonostante la brevità dell’opera.

Insomma, Strait Jacket pare essere il lungo trailer di una serie più lunga, che però purtroppo non esiste. Peccato, perché il materiale è valido e le idee non erano malaccio: possiamo magari sperare in un remake o in un allungamento della serie, perché l’atmosfera era quella giusta.

Voto: 7,5. Carino, ma non si spinge oltre per i difetti sopra descritti.

Consigliato a: chi non si fa spaventare dal sangue usato a mo’ di vernice sulle pareti; chi ha un’oretta da occupare con un po’ di tamarrate, un po’ di tristezza e un po’ di filosofia spicciola; chi, come me, vuole chiedersi come mai nella magia devono urlare EXIST! per disintegrare le cose.

Record of Lodoss War TV

Eccoci al sequel della prima serie di Lodoss, realizzata otto anni dopo:

Record of Lodoss War TV

Questa serie è separata in due archi narrativi: il primo si svolge cinque anni dopo la Guerra dei Re (che corrisponde alla prima serie di Lodoss). In questo caso, Parn e Deedlit si inviano in una nuova avventura, che corrisponde ad una caccia al dragone: ci sono alcune incongruenze con la precedente serie (personaggi che si conoscevano ed ora non si conoscono più, personaggi morti che tornano alla carica,…), ma di per sé la cosa non mina la stabilità del racconto stesso. In questa prima parte, più corta, si reincontrano quasi tutti i personaggi visti nella prima serie: alcuni vengono meglio sviluppati, altri vengono messi un po’ in disparte, certi fanno una figura migliore (Orson è un figo!), altri invece scadono (Ashram mi ha davvero deluso).
La storia principale, tuttavia, ha luogo nella seconda parte, che ha luogo dieci anni dopo la prima: oramai Parn è un uomo adulto e non più un ragazzotto che spera di spaccare il mondo con la spada, e la scena viene quindi ceduta ad un party totalmente nuovo di giovani avventurieri. In questo caso la minaccia è molto più grande: la distruzione di ogni singola vita presente in Lodoss! Riusciranno ad evitare anche questa terribile minaccia?

Le due storie si svolgono in maniera abbastanza semplice, lineare ma non per questo meno interessante: soprattutto nella seconda parte, dove la trama è più corposa, la narrazione risulta -anche se un po’ lenta- abbastanza interessante. Non ci si aspetti colpi di scena e capovolgimenti di fronte, ma almeno non tutto va sempre come vuole l’eroe e non tutto si risolve “perché noi siamo i buoni e proteggeremo tutti!” come spesso accade. Il passo lento si fa in effetti sentire, e ventisette puntate sono un po’ tante per il numero relativamente piccolo di avvenimenti ai quali si assiste, ma non arriva al punto di essere terribile.

I personaggi sono stati realizzati con fortune alterne: va innanzitutto detto che i protagonisti della prima serie risultano qui più che altro come comprimari, che forniscono consigli più che un aiuto pratico. Come detto prima, alcune delle vecchie conoscenze vengono maggiormente approfondite, non sempre risultando soddisfacenti. I nuovi personaggi condividono un simile destino, risultando abbastanza simpatici ma con la profondità di una pozzanghera. Di sviluppo personale nemmeno se ne parla (ogni tanto qualche vago accenno di sviluppo si fa strada fino al protagonista, ma egli prontamente se ne libera rimanendo lo stesso di sempre).

Le musiche sono probabilmente la cosa più riuscita della serie: l’opening è memorabile, e le musiche durante le puntate sono azzeccatissime e apprezzabili. Solo l’ending lascia un po’ perplessi, ma non si può esser perfetti in tutto!
La parte grafica invece mi ha lasciato un po’ perplesso. Bisogna dire che se avessero realizzato graficamente tutta la serie come le immagini della sigla iniziale, avrei dato 10 a questo anime anche se avesse parlato di coniglietti rosa che fanno la spesa di carote alla Standa: i disegni in tale pezzo sono infatti semplicemente meravigliosi, e bastano per galvanizzare qualsiasi appassionato di fantasy.
Purtroppo la serie è realizzata con la stessa qualità della prima… essendo tuttavia stata prodotta otto anni dopo. I combattimenti sono “animati” per un buon 80% da immagini ferme e disegni che, per quanto belli, non sono ciò che ci si aspetterebbe da un anime dallo stampo action: le parti animate sono quelle dei dialoghi, e anche qui non è che si raggiunga l’eccellenza.

Insomma, la seconda serie che riguarda la serie di Lodoss ha parecchi punti buoni e parecchi punti carenti: bisogna in conclusione concedere ancora un encomio per un buon finale e per le mini-puntate comiche in super-deformed alla fine di ogni puntata, che fanno da predecessori a ciò che dieci anni dopo è diventato il Lucky Channel di Lucky Star.

Voto: 8, come il suo predecessore. Oramai gli anni si fanno sentire, ma è difficile trovare un’opera di fantasy fatta bene… e qui c’è di che divertirsi, anche se con un po’ di pecche.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie, e vuole sapere che ne sarà di Lodoss; chi da elfi e nani non riesce a tenersi alla larga; chi vuole conoscere nei fine-puntata il minidraghetto più fetente del mondo.