Ocean Waves

…La vita di una scuola di campagna scossa da una cittadina trasferita:

Ocean Waves


Taku è un qualsiasi liceale, che va al liceo senza particolari ambizioni o problemi. Molto cambia quando a scuola arriva Rukiko, un’avvenente ragazza che si è trasferita da Tokyo nella sperduta prefettura di Kochi (e che piace all’amico di Taku, Matsuno): costei non riesce a legare con gli altri compagni, e in occasione di un viaggio scolastico, chiede un prestito a Taku. Ma per quale motivo? Quali problemi si nascondono dietro al comportamento oltremodo bizzarro di Rukiko? Come potranno i suoi compagni aiutarla? E, soprattutto, lo vorranno?

In questo lavoro dello Studio Ghibli l’attenzione, invece che sul generico “feeling globale” che contraddistingue le usuali produzioni, si concentra sulle personalità e le vicissitudini dei personaggi. Iniziamo pertanto parlando di essi: Taku è il protagonista, ma risulta essere una persona molto semplice, quasi sprovveduta: si lascia trascinare in vicende varie senza averne desiderio, non ha piani precisi, è vagamente tonto. Insomma, potrebbe esser ritenuto il classico ragazzotto di campagna, che non riesce a distaccarsi dalla gravità che Rukiko genera attorno a sé con gli eventi che fa accadere.
Parlando di lei, si può dire che è il personaggio chiave dell’anime: senza di lei nulla accadrebbe. È una persona complessa, con tanti problemi nonostante la giovane età, una famiglia non più integra che crea diverse complicazioni: è interessante vedere come una persona “diversa” fatichi ad ambientarsi in una comunità tranquilla ed omogenea, e il senso di disagio in questo senso viene ben rappresentato in molteplici sfaccettature.
Anche altri personaggi fanno la loro apparizione, ma risultano parecchio più marginali e non ricevono pertanto uno sviluppo particolare.

Parlando delle vicende messe in moto da Rukiko, si può dire che rendono bene l’idea di come può una 16-17enne un po’ allo sbando comportarsi quando si sente come un pesce fuor d’acqua: forse un paio di avvenimenti sono un po’ esagerati ma fanno passare il messaggio.
Purtroppo verso la fine ci sono alcuni comportamenti e certe circostanze che non risultano altrettanto congruenti, e secondo me rovinano moderatamente la conclusione: non tanto per il come finisce (che è pienamente comprensibile), quanto per il modo in cui ci si arriva. Si passa tutto il tempo della proiezione a seguire una storia che lentamente si sviluppa, e poi con un paio di balzi immensi si arriva il termine della narrazione.

Il disegno è il classico disegno Ghibli, di pregevole fattura e con notevoli paesaggi: l’audio non brilla, ma nemmeno delude.

Insomma, cosa lascia Ocean Waves alla fine della visione? La storia di una ragazza che nella sua adolescenza ha problemi, e che tenta a modo suo di risolverli; la storia di un ragazzo che grazie ad un elemento instabile inizia a svegliarsi dal torpore dell’infanzia per traghettare in maniera un po’ instabile verso un’età più adulta; quella di una storia tra mille altre, che però vien raccontata in maniera abbastanza gradevole.

Voto: 7,5. Manca forse un po’ di sostanza in complessivo, ma alcuni elementi risultano gradevoli e possono forse far capire qualcosa sul perché di certe azioni incomprensibili agli occhi dei più.

Consigliato a: chi ama le storie dal passo lento, ma senza noia; chi apprezza racconti che portano i protagonisti dall’infanzia all’adolescenza; chi si vuol chiedere quanto si mangerà le mani il protagonista, a posteriori, in un paio di occasioni.

Whisper of the Heart

…La tranquilla crescita di un’adolescente degli anni ’90.

Whisper of the Heart


Ci troviamo in Giappone, una quindicina d’anni fa; XXX sta finendo le medie e, a parte una gran passione per i libri, non ha particolari interessi. Non sa ancora cosa farà del suo futuro, ma la cosa non pare interessarla molto: il solo quesito che si pone è l’identità di XXX, che pare aver letto tutti i libri da lei scelti in biblioteca prima di lei.
Questo la porterà a confrontarsi con le prospettive del suo futuro: sta davvero prendendo la strada che vuole? Chi dovrà accompagnarla nel suo percorso di crescita?

La trama, come si può facilmente intuire, non è il punto centrale di questo OVA della durata di circa due ore: è in realtà una vicenda che parla dell’evoluzione di XXX da bambina a ragazza, in vari ambiti.
In primis c’è l’aspetto delle passioni, degli interessi, del futuro: il confronto con una persona più sicura di lei la porta a doversi fare delle domande, e a scoprire di non avere le risposte che pensava di aver in tasca da sempre.
Anche l’aspetto sentimentale, ovviamente, gioca il suo ruolo. L’incontro con XXX segue i più classici canoni dello sviluppo di un rapporto, passando dall’antipatia, all’amore-odio, finendo con la negazione del sentimento ed infine con l’accettazione dello stesso: questo viene però effettuato in maniera delicata e intelligente, rendendo meno banale il tutto e lasciandolo pienamente godibile.

A tal punto, si possono spendere due parole anche sui personaggi e sull’ambientazione. Questi due elementi risultano praticamente inscindibili per un semplice motivo: dal tempo in cui Whisper of the Heart è ambientato ad oggi il mondo, soprattutto quello giovanile, è cambiato in maniera radicale. Con un pizzico di nostalgia si può tranquillamente dire che una bella storia come quella qui raccontata non potrebbe più accadere al giorno d’oggi, semplicemente perché la contaminazione tecnologica dei rapporti tra i giovani ha modificato radicalmente i rapporti tra questi ultimi. Questa non vuole essere una condanna o una critica, poiché ad ognuno spetta decidere se tale cambiamento sia stato positivo o negativo: è però un dato di fatto che rende irripetibile una vicenda come questa.
Detto ciò, si può comunque aggiungere che tutti gli attori rilevanti che si recano in scena fanno egregiamente il loro lavoro. I due protagonisti hanno un carattere in formazione (dato ovvio, vista l’età) ma particolarità già formate che li rendono differenti seppur compatibili.
I coprotagonisti, inoltre, aiutano bene a sviluppare l’ambiente che coinvolge gli eventi narrati: i genitori di XXX, così come le sue amicizie – e senza dimenticare la strampalata famiglia di XXX! -, aiutano la seppur semplice storia e rendono ancor più completo il tutto.

Il disegno è negli standard dello Studio Ghibli, con alcune immagini davvero notevoli e l’animazione che oramai si fa riconoscere nello stile senza particolari problemi: la colonna sonora è estremamente curiosa, basandosi principalmente sulla canzone “Country Roads” che quasi tutti conoscono. Questo, oltre che divertente, è anche importante ai termini della trama: tale pezzo ha infatti una certa rilevanza durante tutta la visione.

Insomma, Whisper of the Heart può essere considerato un classico dello stile Ghibli. La storia non è niente di eccezionale, anzi; il fulcro sta però altrove, e in tale ambito la riuscita è decisamente alta. Non sarà magari una delle visioni più memorabili della storia, ma si lascia guardare con piacere: magari qualche giovane potrebbe trovarne anche qualche buon consiglio, seppur lievemente anacronistico.

Voto: 8. Godibile, anche se non lascia il segno.

Consigliato a: chi vuol vedere da dove è nata la storia che è alla base dell’OVA The Cat Returns, sempre dello Studio Ghibli; chi apprezza le storie semplici e dal buon cuore; chi vuol sentire varie versioni di Country Roads, in diverse lingue, senza stancarsene mai.

Tales From Earthsea

…In un mondo fantasy, carestie e draghi sono forieri di cattive notizie. Ma a cosa son dovuti?

Tales from Earthsea


Nel mondo di Earthsea, molti cattivi presagi si stanno palesando. Draghi che combattono nei cieli, epidemie tra il bestiame, siccità, impossibilità di seminare: tutto sembra andar male.
In questo caos Arren, il figlio del re, in preda ad un raptus uccide il reggente e fugge: nella sua fuga, incontra un mago che diventerà il suo compagno di viaggio, in un mondo oramai in declino, allo scopo di trovare sé stesso. Ma l’incontro è stato davvero fortuito? Cosa può volere Sparrowhawk da lui? Oppure è stato davvero un incontro previsto dal destino per rimettere il principe decaduto sulla retta via?

Questo film da quasi due ore è ispirato ad una serie di racconti di una scrittrice americana, nel fantastico mondo di Earthsea. Nelle prime parti della proiezione si assiste ad un mondo crepuscolare, in decadenza, dove la natura sta riconquistando ciò che l’uomo aveva costruito: la fiducia nel futuro pare scarsa nella popolazione, e la disperazione sembra essere ad ogni angolo.
Il tutto crea un ambiente cupo ma avvincente, con mille misteri che si intersecano tra loro: putroppo, nella seconda parte la trama non riesce a far fronte agli impegni che si trova a dover confrontare.
Molte delle domande che ci si pone rimangono infatti senza risposta, e questa è una colpa grave. Come mai c’erano carestie ed epidemie? Boh. A cosa erano dovuti i draghi che combattevano nei primi minuti di proiezione? Mah. Quale è il motivo ultimo che spinge Arren ad uccidere suo padre? Chissà. Alcune risposte possono essere immaginate, ma le risposte sono assolutamente insoddisfacenti: si passa da una trama che coinvolge la globalità dell’ambientazione in cui si svolge la vicenda ad una storia di crescita personale del protagonista, nemmeno troppo ben congegnata.

Questo non vuol dire che l’intera storia sia da buttare: ci sono parti interessanti e scorci davvero carini, ma non bastano davvero a reggere tutto. I personaggi sono carini ma nulla più, e mancano nel conquistare la simpatia dello spettatore come gli usuali protagonisti dei lavori dello Studio Ghibli riescono a fare. Sembra quasi che, contrariamente agli usuali lavori nei quali si ha una trama molto basilare ma una caratterizzazione eccellente, qui si sia tentato di fare il contrario: purtroppo il risultato non è altrettanto eccelso.

L’animazione, come d’abitudine, è di buona qualità con un paio di punti che brillano per realizzazione visiva: le musiche sono un altro punto forte di questo OVA, dato che aiutano molto bene a caratterizzare l’ambientazione medievale/fantasy in cui la vicenda si svolge. Non sono poche le situazioni in cui uno splendido panorama, combinato con ottima musica, riescono a rapire il cuore dello spettatore.

Insomma, non esito a dire che Tales from Earthsea sia uno dei lavori meno riusciti dello Studio Ghibli. Questo non lo condanna in maniera definitiva, e la visione è comunque moderatamente piacevole – soprattutto per l’ottima ambientazione in cui la vicenda si svolge: manca però un vero fulcro della trama, che non si rivela mai e che fa trascinare quest’ultima stancamente verso un prevedibile finale (con un mancato colpo di scena).

Voto: 6,5. Va in graduale calando, man mano che lo si guarda.

Consigliato a: chi vuol vedere il primo anime del figlio del poderoso Hayao Miyazaki; chi ama gli ambienti fantasy tendenti alla tristezza; chi è interessato a vedere l’arcimago che usa meno magia di tutte le storie esistenti.

Neko no Ongaeshi

…Un’imberbe ragazzina catapultata nel mondo dei gatti!

Neko no Ongaeshi


Haru è una normalissima liceale, con i più caratteristici tratti distintivi: si sveglia sempre tardi per andare a scuola, salta colazione, è infatuata di un ragazzo già occupato e, fondamentalmente, non ha grandi scopi nella vita.
Un giorno, tornando a casa da scuola, salva un gatto da un camion che stava per travolgerlo: quest’ultimo, in segno di ringraziamento… si alza in piedi e si inchina, parlandole in maniera galante e forbita! Haru chiaramente rimane basìta, e durante la notte la situazione non fa che diventar più stramba.
Davanti a casa sua si svolge infatti una processione di gatti su due zampe, che accompagnano il re del regno dei gatti: si scopre che il gatto salvato altri non era che il principe di tale regno, e che Haru verrà adeguatamente ricompensata.
Inutile dire che il concetto di “gratitudine” per un gatto è decisamente diverso da quello di un umano: cosa dovrà aspettarsi Haru? Come farà a liberarsi dalla scomodissima (seppur non malevola) situazione in cui si trova? Dove potrà cercare alleati?

La storia di Neko no Ongaeshi (altresì chiamato The Cat Returns) è decisamente curiosa ed inusuale (anche perché questa storia nasce come semi-spinoff di Whisper of the Heart – a voi scoprire come i due sono collegati!), ma risulta piacevole da seguire.Come d’abitudine non ci sono dei veri cattivi, e si seguono le vicissitudini di Haru in un mondo a lei alieno (e che la avvicina sempre più in un felino) mentre tenta in primis di orientarsi, ed in seguito di tornare a casa. Qualche simpatica sorpresa qui e là si nasconde, ma non arriverei a parlare di colpi di scena.

I personaggi sono forse la parte più piacevole di questo film: come detto sopra non ci sono personaggi “da odiare”, e l’ambiente risulta leggero nonostante il grave problema in cui Haru si trova. I coprotagonisti sono fenomenali: la classica accoppiata gentiluomo (o meglio, gentilgatto) e buzzurro funziona come non mai. Sulla protagonista, purtroppo, bisogna dire una cosa: sebbene in un paio di momenti venga ricordato che per risolvere il suo problema lei debba capire chi è veramente, alla fine dice “ho capito”, ma in realtà tale sviluppo viene totalmente saltato. È un peccato, perché questo porta l’anime a mancare di qualcosa che rimanga, come sensazione o come messaggio, e lo rende un po’ meno intrigante di altri suoi fratelli.

Il disegno è gradevole e l’animazione è fluida, ma bisogna dire che per essere del 2002 il tratto è un po’ approssimativo. Sia ben chiaro, questo non vuol dire che sia brutto da guardare – ma ci son altri lavori, anche di case produttrici meno blasonate, che in quegli anni han prodotto disegni migliori.
L’audio è come al solito di buona qualità, con una sigla finale che ho trovato molto bella e che ben rispecchia l’ambiente tutto sommato spensierato e giocoso dell’anime che va a concludere.

Insomma, Neko no Ongaeshi – The Cat Returns è un anime che si lascia guardare con piacere, ma che non lascia il segno nella mente di chi guarda: l’ora e un quarto di proiezione vola senza intoppi, ma una volta arrivati al termine difficilmente ci si accorge di non esser rimasti vittime del senso di magia che possono lasciare altri lavori come Spirited Away o Totoro.

Voto: 7,5. Simpatico, gradevole, allegro, spensierato… e poco più.

Consigliato a: chi vuole un pochino di sincero relax; chi vuole un film senza grandi storie e crudeli nemici; chi vuol sapere cosa fanno i gatti lontano dai nostri occhi.

Pom Poko

…Procioni mutaforma con testicoli magici? Ok, sembra orrendo ma… eccoli qui!

Pom Poko


I procioni sono una compagnia abbastanza classica del Giappone rurale. Durante la fase del grande sviluppo cittadino, ovviamente, i territori dedicati a foreste e campagne si ridussero molto; lo spazio per gli animali del bosco diventò pertanto molto limitato.
Una tribù di procioni abita nelle vicinanze di Tokyo, in una collina boscosa: quando la grande città decide di radere al suolo l’intera zona per creare una città-dormitorio dove ospitare tutti i lavoratori della più grande megalopoli esistente, i lavori iniziano a distruggere tutto ciò che di conosciuto il gruppo conosce: essi decidono pertanto di passare al contrattacco con le curiose ma potenti armi a loro disposizione.
Quando sono fuori dalla portata degli occhi umani, infatti, i procioni possono camminare su due zampe e parlare come noi: inoltre, una parte di loro ha notevoli poteri di mutaforma, portandoli a poter diventare più o meno qualsiasi cosa – alberi, ponti, fantasmi, umani, quel che si vuole. Ovviamente solo i migliori riescono ad essere credibili, e per le cose più maestose bisogna essere in tanti: creare incidenti e infondere paura, tuttavia, è facile! Riusciranno tuttavia a fermare il progresso? Se sì, a quale costo? Che ne sarà della loro pacifica vita di campagna?

La storia inizia in maniera decisamente comica, con i pigri e bonaccioni procioni intenti più che altro a giocare e a divertirsi che non a interessarsi davvero del problema davanti ai loro occhi: nonostante un paio di guerrafondai, essi puntano più che altro a scherzi, burle e trucchetti per tentare di liberarsi degli umani. Quando iniziano a rendersi conto che la situazione è davvero grama (dato che il cibo inizia a scarseggiare, e i loro compagni cominciano a finire sotto le macchine cercando di alimentarsi…) il tono dell’ambiente cambia prima che ce ne si possa render conto: si passa da un coloratissimo e meraviglioso corteo agli attacchi disperati contro la polizia, con una facilità che risulta assieme naturale e terribile. Questo porta la prima parte ad essere abbastanza divertente e piena di simpatiche trovate mutaforma, mentre la seconda risulta decisamente più greve e disperata.

I personaggi stessi non rimangono particolarmente impressi: essi formano più che altro un collettivo da cui spuntano solo un paio di personalità più forti, ma che si avvalgono comunque dell’apporto dei sostenitori. Questo li porta a non riuscire mai a convincere appieno quando tentano di “fare i duri”, anche perché dopo pochi secondi il tutto frana e tornano a far gruppo e a discutere insieme della situazione.

La chiave di lettura per poter apprezzare questo anime è, secondo me, il significato che esso porta con sé: l’evidente concetto è quello della salvaguardia della natura, ma c’è un secondo livello d’interpretazione.
Risulta infatti molto sovrapponibile la situazione dei nostri sfortunati protagonisti con quella delle persone che effettivamente vivevano nelle campagne vicine alle grandi città, e che vennero fondamentalmente spazzate via con il boom degli accentramenti urbani; il proseguio e il finale della storia porta a dimostrare che si può fare quel che si vuole, che ci si può battere, che ci si può illudere, ma alla fine il progresso – sia esso positivo o negativo – riuscirà ad arrivare dove intende: l’unica è adattarsi o soccombere. In questo caso il messaggio è chiaramente ispirato alle zone rurali urbanizzate, ma può esser legato a vari altri ambienti, in cui il triste ma realistico discorso di per sé non cambia.

Il disegno non è malaccio, ma non colpisce particolarmente. Gli unici momenti di vero spettacolo sono quelli di trasformazione di massa, in cui sembra di esser stati teletrasportati in Paprika nei suoi momenti più deliranti. L’audio non mi ha particolarmente colpito, ma le canzoni (comprese quelle per bambini che sono intersecate nella storia) risultano simpatiche.

Insomma, Pom Poko è un lavoro che può non piacere a tutti: le tematiche possono non interessare particolarmente, e in fin dei conti la storia di animaletti che si trasformano (con particolare attenzione alla mutaformabilità dei loro apparati riproduttori…) può anche non essere per tutti i palati. Io l’ho gradita abbastanza, sebbene non sia probabilmente tra i capolavori sfornati dal seppur sempre affidabile Studio Ghibli.

Voto: 8. La Ghibli se la cava anche senza Miyazaki, che in Pom Poko non ha messo mano… ma da loro mi aspettavo qualcosinaina in più.

Consigliato a: chi ha passioni ambientaliste o ama la semplice e rilassata vita di una volta, e gli piange il cuore a vederla sparire; chi vuole un anime per ridere e intristirsi quasi allo stesso tempo; chi vuol posteggiare la logica e tuffarsi nel mondo della mitologia tradizionale giapponese, di cui ci son molti accenni.

My Neighbors The Yamadas

…Un film su una normale famiglia. Né più, né meno.

My Neighbors The Yamadas

Gli Yamada sono una tipica famiglia giapponese: nonna, padre, madre, figlio, figlia. Ognuno di loro ha il proprio caratterino, e nell’ora e quaranta di proiezione si assisterà a numerosi avvenimenti che li coinvolgono.

Come si può capire, ci troviamo di fronte all’archetipo dello slice of life: non c’è alcuna storia continuativa, e ci si ritrova di fronte a molteplici episodi della durata variabile tra i trenta secondi e i dieci minuti; tutto sta pertanto nelle mani di chi queste vicende le vive e le racconta.
I personaggi, pertanto, ricoprono particolare importanza: i due protagonisti principali risultano essere i due genitori, ma anche gli altrihanno i loro spazi. In così poco tempo chiaramente non c’è spazio per uno sviluppo vero e proprio dei caratteri, ma si impara a conoscere abbastanza bene ognuno di loro; è stupefacente notare come in così poco tempo si riesca a capire i caratteri di chi compare sullo schermo in maniera quasi empatica, senza nemmeno bisogno di spiegazioni.

Le vicende in sé passano dal decisamente divertente al moderatamente scialbo, con una decente predilezione per la prima categoria. Si sta parlando di eventi di vita di tutti i giorni nella maniera più letterale del termine, e pertanto non ci si potrà aspettare sicuramente un gran colpo di scena ad ogni momento: ogni tanto si riesce tuttavia ugualmente a rimanere colpiti da qualche battuta (generalmente qualche uscita becera del figlio, solitamente abbastanza tranquillo). In altri casi, invece, la battuta finale non arriva e la vicenduola rimane senza mordente.

I disegni sono estremamente particolari: essendo del 1999, sicuramente la Ghibli aveva tutto il budget necessario per fare qualsiasi cosa…ed è stato scelto uno stile assolutamente essenziale, come se si vedesse l’animazione di uno sketch in via di produzione. Questo inizialmente colpisce, ma in seguito si nota che l’animazione in sé è invece molto ben fatta: ciò porta ad un curioso connubio tra disegno abbozzato ed espressività e motilità dei personaggi di buona qualità, dando un risultato davvero interessante.
Le musiche non permeano ogni angolo del film ma quando ci sono risultano appropriate al tono sereno e rilassante che si viene a creare, e sono di ottima qualità.

Insomma, vale la pena vedere questo insolito lavoro? Secondo me sì, se si apprezzano le serie tranquille e pacifiche che parlano di vita di tutti i giorni in maniera diretta e quieta. È un ottimo spaccato di vita di una “buona famiglia”, e personalmente l’ho apprezzato.

Voto: 8. Mezzo punto interamente per gli ultimi cinque minuti, col discorsino del capofamiglia e la versione giapponese di que séra séra cantata dall’intera famiglia.

Consigliato a: chi vuole serenità e relax; chi vuole farsi un paio di risate con situazioni di vita di tutti i giorni; chi vuole conoscere il cane più inutile di sempre.

Grave of the Fireflies

…Il più triste dei lavori dello Studio Ghibli, sugli orrori della guerra.

Grave of the Fireflies

Ci troviamo nei primi mesi del 1945: la guerra in Giappone è oramai nella sua fase più tragica, con bombardamenti da parte degli americani che giornalmente decimano la popolazione. Seita è un ragazzino, che vive con la sorellina Setsuko e la madre: il padre è arruolato in marina, a combattere il nemico. Tra corse verso i rifugi e allarmi aerei, la vita sembra scorrere in maniera quasi normale, fino a quando un malaugurato giorno la madre muore in un bombardamento aereo, che distrugge nel contempo la casa dove avevano abitato sinora.
Inizia da lì il disperato viaggio dei due protagonisti, catapultati in un terribile mondo di privazioni, fame, malattie e stenti. Come riusciranno ad arrangiarsi per campare il più possibile?

L’anime inizia in maniera abbastanza insolita: nei primi 30 secondi di proiezione, si scopre che il protagonista muore di fame e di stenti, tra l’indifferenza della gente in una stazione, il 21 settembre 1945. Si capisce pertanto sin da subito che non ci sarà un lieto fine, e l’unica domanda che accompagna l’intero film è “come, e perché?”
Si torna quindi indietro di qualche mese, fino a quando non capita il sopraccitato bombardamento che catapulta Seita e Setsuko all’inferno; man mano che il film prosegue, la disperazione si fa via via sempre più strada nei cuori dei due poveri ragazzini che le tentano tutte per sopravvivere, ma le cui speranze diventano sempre più flebili.

Essendo principalmente Seita quello che agisce durante tutto il film, il suo personaggio è notevolmente sviluppato. Il suo comportamento è logico e ci si trova a pensare che non avrebbe potuto fare altrimenti in molti casi, considerando anche che ad un’età stimabile di 12-13 anni si ritrova a dover badare alla sorellina, inventarsi sistemi per trovare cibo quando un’intera nazione sta morendo di fame e combattere contro i problemi che continuano ad accumularsi a causa della loro situazione assolutamente precaria.

Va detto inoltre che un lavoro come questo è estremamente raro: i giapponesi evitano il più possibile di parlare della seconda guerra mondiale ancora oggi, dato che è una ferita che non si è mai completamente chiusa. È facile capire che nel 1988, quando Grave of the Fireflies venne creato, la resistenza fosse ancora maggiore: al coraggio dello Studio Ghibli va un ulteriore plauso.
Questo è infatti un ottimo lavoro per rendere con chiarezza l’idea di quanto possa essere orribile la guerra: è facile pensare a bombardamenti, scontri a fuoco, morti e feriti. Raramente però si pensa agli effetti a medio-lungo termine che eventi del genere mettono in moto, e che spesso sono ancora più terribili dei morti di guerra “diretti”. Per tali motivi in alcuni passaggi è anche abbastanza crudo (sebbene non si vedano sbudellamenti veri e propri), come è giusto che sia.

La grafica dimostra qualche annetto, come è giusto che sia, ma risulta comunque piacevole ed interessante da guardare. L’audio aiuta bene a convogliare il senso di disperazione e di tragedia che permea tutto questo lavoro, e pertanto è decisamente apprezzabile.

Insomma, Grave of the Fireflies è un lavoro abbastanza inusuale per lo Studio Ghibli, che in quasi tutti gli altri lavori ha puntato verso la speranza: in questo caso ci si inabissa unicamente in un dolore che diventa sempre più immenso, fino a diventare insopportabile.

Voto: 9. Colpisce diretto allo stomaco, come un lavoro di questo genere dovrebbe fare.

Consigliato a: chi vuole vedere qualcosa di triste; chi si vuol rendere conto di come si faceva, in una nazione civilizzata come il Giappone, a morire di fame per le strade; chi pensa che la guerra sia una cosa bella, solo perché non l’ha mai vista in casa propria.

Porco Rosso

…Il buon vecchio Studio Ghibli con uno dei suoi titoli più sottovalutati.

Porco Rosso

Siamo negli anni ’30, in Italia. Dopo la prima guerra mondiale lo sviluppo dell’aeroplano è stato molto intenso, e oramai il Mediterraneo è pieno di pirati dell’aria e dei rispettivi cacciatori di taglie. Porco Rosso, il cui vero nome è Marco, è l’equivalente italiano del più famoso Barone Rosso: un pilota di impareggiabile abilità, che caccia i pirati con i quali ha uno stretto rapporto di amore-odio (più odio che amore, ma vabbé). A causa di una misteriosa magia, tuttavia, il suo viso si è tramutato in quello di un maiale: da qui arriva il suo curioso soprannome.
Il presente film segue pertanto le vicende dell’asso dei cieli alle prese con il suo passato, il suo amore/non-amore di sempre, il fascismo nascente nell’italia della depressione d’inizio anni ’30 e una sfida d’onore con un pilota americano.

Come prima cosa, mi piacerebbe commentare i personaggi. Penso che in questo lavoro lo Studio Ghibli abbia davvero dato il meglio di sé, creando uno dei protagonisti più spettacolari di tutti. Marco è un personaggio di grande esperienza e di estremo carisma, che nonostante il suo passato di guerra e la sua faccia non esattamente affascinante, riesce a calamitare l’attenzione di tutti col suo carattere e con il suo fascino interiore. I coprotagonisti non sono molto da meno: la banda dei pirati è a dir poco ilare, Gina sembra estratta direttamente da un film degli anni ’20, Curtis è il perfetto cliché dell’americano anni ’30 che arrivava nel “vecchio mondo” con attorno a sé un’aura di misticismo, e via dicendo. Vederli in azione è un vero piacere.

Il secondo punto forte, per un italofono, è l’ambientazione: il clima dell’Italia post-prima e pre-seconda guerra mondiale: immense famiglie che, nella più nera depressione economica, hanno donne e uomini che lavorano in qualsiasi attività possibile; il fascismo che iniziava a mettere piede nelle strade con la polizia segreta che vagava per le strade; manifesti politici nelle vie, e via dicendo.
L’italiano dei giornali e delle insegne è piuttosto traballante, ma si nota lo sforzo nel non voler mettere nemmeno un kanji – che sarebbe stato decisamente fuori posto. La grande attenzione donata allo sfondo, che in ogni minimo dettaglio pare curata e ben realizzata, aiuta ad immergersi nel seppur fantasioso mondo dell’aeronautica “free for all”.
Inoltre, il tono scanzonato e divertente dato alla serie lo rende uno dei titoli più spensierati e dal cuor leggero che la casa produttrice di Hayao Miyazaki abbia mai prodotto.

Ci sono delle pecche? Beh, bisogna dire che la storia non è esattamente un capolavoro di originalità e fantasia, ma in fin dei conti ben raramente lo Studio Ghibli si immerge in trame complesse o corpose. Rimane in ogni caso un lavoro da poter guardare senza impegnare troppo la mente, sebbene qui e là si capti qualche minimo accenno di polemica (come la frase “meglio rimanere un porco che diventare un fascio”, detta dal protagonista ad un militare che gli chiedeva di tornare nell’Arma). Ciò non va però mai a turbare il succitato clima piacevole, e rimane un sottofondo che volendo si può anche trascurare senza per questo perder nulla.

Il disegno è molto curato e ben realizzato: è difficile credere che oramai questo lavoro sia praticamente maggiorenne!
Le musiche sono anche molto gradevoli, e perfettamente accompagnano la storia durante il suo svolgimento.

Insomma, Porco Rosso prende alcuni aspetti dai classici lavori dei loro produttori (stile del disegno, ambientazione molto ben fatta, personaggi curati) e altri meno caratteristici (ambientazione estremamente leggera, praticamente nessun momento di profonda riflessione). Sia quel che sia, è un ottimo lavoro che riscalda il cuore e lascia nella memoria un personaggio davvero superlativo, che non può non risultare simpatico.

Voto: 9. Mi son pentito di non averlo visto prima, dato che pareva una mezza cazzata: è davvero un buon lavoro.

Consigliato a: chi ama le ambientazioni degli anni ’30; chi apprezza gli albori dell’aeronautica; chi vuol vedere un idrovolante decollare dai navigli di Milano.

Spirited Away

…Un viaggio in una terra allo stesso tempo terrificante e fantastica:

Spirited Away

Chihiro è una bambina di dieci anni, che sta cambiando casa assieme ai suoi genitori: dalla città si trasferisce alla campagna. Tentando di arrivare alla loro nuova casa, la famigliola finisce in una stradina sterrata in mezzo ad un bosco. Arrivando fino alla fine si trova una misteriosa galleria da percorrere a piedi.
Chihiro è reticente perché ha paura e vuole andarsene, ma i suoi genitori insistono: si spingono quindi oltre il tunnel e si ritrovano in una città deserta dove tuttavia c’è una valanga di cibo pronto. I genitori si mettono a mangiare in quantità, e si fa sera: la città inizia in quel momento a popolarsi di spiriti! Quando Chihiro, terrorizzata, torna dove ha lasciato i parenti, scopre che essi si sono trasformati in maiali: sperduta e spaventata, incontra un ragazzo -Haku- che la nasconde e la aiuta a sopravvivere.
Ma dove è finita? Chi sono tutti questi spiriti? Come può fare a salvare i propri genitori e tornare a casa?

La storia di Spirited Away (in italiano La città incantata) è relativamente semplice: Chihiro vuole tornare a casa, ma la strega cattiva non glielo permette. Questo lavoro non fa tuttavia della storia il suo aspetto principale, bensì esso si può riconoscere nel seguire gli stenti della povera bimba catapultata in un mondo alieno e misterioso. Inizialmente c’è spavento e disperazione; in seguito, subentra l’istinto di sopravvivenza e l’adattamento; in seguito, sopraggiunge il contrattacco e la voglia di riconquistare quanto perso. Tutto ciò viene rappresentato in maniera magistrale e le sensazioni passano con incredibile facilità.

Tutto ciò sarebbe sprecato senza avere dei personaggi che reggano la scena, ed in questo caso non ci son problemi: la caratterizzazione di coloro che compaiono sullo schermo è perfetta. Chihiro si comporta come una bambina si dovrebbe comportare, la strega Yubaba è temibile e cattiva come una strega dovrebbe essere, Lin che lavora ai bagni è comprensiva ed aiuta la protagonista come può, e via dicendo. In pochissimi minuti si crea un attaccamento ai protagonisti difficile da stabilire, e questo porta a seguire con attenzione tutto ciò che accade.

Una cosa inoltre differisce dal solito tono sobrio e pacato dei lavori dello Studio Ghibli: in Spirited Away si ride, e parecchio. Ci sono ovviamente momenti di serietà (il momento di grande emotività a bordo del treno è davvero impressionante), ma principalmente ci si ritrova a ridere di gusto davanti a spiriti impossibili, facce improbabili, eventi assurdi e quant’altro. Non ci sono battute o situazioni volutamente comiche, ma l’ambiente stesso rende il tutto abbastanza leggero e adatto a qualsiasi tipo di pubblico: i più piccini rideranno per le mille pazzìe presenti, mentre chi è più grande o guarda un po’ più a fondo potrà trovare una storia parecchio fiabesca che, anche se di certo non perfetta (come detto sopra, la trama non è decisamente il punto forte di questo anime), interessa e piace.

Il disegno è impressionantemente bello, per essere del 2001: la grande qualità e il tratto riconoscibile creano un effetto davvero notevole. Le musiche sono meravigliose, e supportano perfettamente le scene che ci si ritrova a guardare. Da segnalare l’ending, davvero bellissima.

Insomma, che altro dire? Spirited Away è secondo me uno dei massimi capolavori creati dal sempre brillante Studio Ghibli, e una volta terminata la visione mi son ritrovato nel cuore un pezzo di quel mondo fantastico che, nel bene e nel male, ha cambiato la vita di Chihiro.

Voto: 9,5. Davvero bellissimo, sospeso tra un mondo sognante e una comicità latente che permea ogni cosa.

Consigliato a: chi vuol vedere il meglio dello Studio Ghibli; chi apprezza le protagoniste semplici ma non stupide, deboli ma non codarde, furbe ma non saccenti; chi vuol sapere se è più bravo a fare a maglia un moschino o un topo sovrappeso.

Howl’s Moving Castle

In italiano, Il castello errante di Howl:

Howl’s Moving Castle

Siamo in un’ambientazione simil-ottocentesca, ma con gigantesche macchine volanti di vago sapore steampunk. Sophie è una ragazza che vive una vita tranquilla, facendo la cappellaia nell’impresa del padre.
Un giorno, per caso, incontra Howl: egli è un potente mago che guida un castello con l’abilità di vagare nelle terre, per non farsi mai prendere.
A seguito di tale fortuito incontro, tuttavia, Sophie vien maledetta dalla Strega delle Lande, diventando una vecchia signora in un sol colpo. Ella decide pertanto di andare in cerca della strega per farsi togliere la maledizione, e incontra il castello di Howl sulla sua strada: Calcifer, il demone del fuoco che da vita al posto, le promette di liberarla dall’incantesimo se Sophie lo aiuterà nel fuggire dalla sua prigionìa. Inizia così il curioso viaggio dello strano gruppo tra magie, guerre e un pizzico di romanticismo.

Descrivere la trama dell’anime oltre questo punto risulta davvero complicato: accadono molte cose, ma trovare un filo conduttore è decisamente difficile. Questa non vuole essere una critica alla struttura della serie, che risulta piacevole da seguire e non risulta mai confusionaria: vuol tuttavia dire che più che un anime da seguire, questo è un anime da sentire.
Ritengo infatti che il difficile nel descrivere Il Castello Errante di Howl sia proprio questo: non si capisce cosa c’è che interessa ed attrae, ma si risulta ugualmente immersi nelle vicende che seguono i personaggi che si incontrano.

Accennando ai personaggi, è bene spendere due parole su di essi: nel film non vengono mai presentati a fondo i passati dei vari protagonisti (a parte Howl, di cui si scopre qualcosa, e Sophia, di cui si vede un pezzo di vita all’inizio), ma essi risultano comunque gradevoli e abbastanza completi, per il ruolo che hanno da ricoprire. Particolare simpatia suscita Calcifer, il fuoco di casa, che si comporta esattamente come ci si aspetterebbe da un fuoco senziente: vuol bruciare e bruciar tanto, teme l’acqua e chiede d’esser ravvivato col timore di spegnersi per sempre.

La grafica porta il tratto riconoscibile dello Studio Ghibli, ma sicuramente molto meno di altri lavori: la CG viene usata in maniera abbastanza intensa, e risulta abbastanza gradevole alla vista. Splendido soprattutto il castello in movimento, che ha un’aria maestosa e intrigante.
Le musiche sono tuttavia abbastanza anonime, e non aiutano molto a suppotare le varie scene che ci si trova ad osservare.

Insomma, che dire del Castello Errante di Howl? Che è un film animato strano, molto strano. Non si riesce a capire cosa ci sia di piacevole, ma piace; non si comprende quale sia la trama, eppure la si segue; non si vede qual è l’obiettivo dei personaggi, eppure si capisce se ci stanno riuscendo. Un lavoro davvero curioso.

Voto: 8. In virtù di quanto sopra, non lo classifico sicuramente da capolavoro: sarei tuttavia bugiardo se dicessi che non ho gradito la visione.

Consigliato a: chi non si offende se non capisce ogni singolo perché; chi adora lo steampunk fantasy; chi vuol conoscere Heen, il cane più asmatico del mondo.