Vampire Wars

…Un anime su vampiri, antiche divinità, servizi segreti e chi più ne ha più ne metta.

Vampire Wars


Kuki è un uomo che vive d’azione: nel suo passato si possono trovare lavori con i servizi segreti, e con una pistola in mano ci sa fare.
Un giorno, viene incastrato in un caso d’omicidio, e il mistero è presto svelato: ci sono organizzazioni che si stanno muovendo nell’ombra per accaparrarsi una giovane ragazza, che custodisce in sé un immenso segreto. Riuscirà Kuki a proteggere le persone a lui care? Cosa si cela dietro alla scia di morti che sembra seguirlo?

Come si può notare, nel breve riassunto qui sopra non si parla di vampiri: nonostante il titolo, infatti, Vampire Wars ha molto poco a che fare con i succhiasangue nottambuli. Certo, ci sono, e di principio hanno anche un ruolo importante: essi appaiono soltanto a film inoltrato, quando buona parte dei circa 50 minuti di visione è passata.
Detto questo, si può anche dire che questo OVA, più che una storia, sembra un riassunto di quest’ultima: c’è una trama, seppur basilare, che ha una parvenza di senso, però la stessa viene sviluppata piuttosto casualmente e molte cose accadono senza dare il tempo di capire. Ad esempio, in una scena Kuki viene torturato per essere convinto a collaborare: dopo cinque minuti lui è riuscito a scappare dai suoi carcerieri, nascondersi, tornare a trovarli e… mettersi a disposizione per lavorare con loro! Ma non gli conveniva farlo subito? Mah.
Casi del genere non sono infrequenti, e purtroppo la trama ne risente. Inoltre, il finale arriva quando le cose sembrano diventare interessanti: nel momento in cui tutti i personaggi si stanno muovendo al loro posto, arriva la parola fine lasciando un miliardo di cose in sospeso.

I personaggi, chiaramente, hanno poco tempo per svilupparsi: va però detto che in quel poco tempo trovano spazio per contraddirsi con grande piacere. Come già detto Kuki in molteplici casi smentisce in due minuti ciò che egli stesso dice: anche altri personaggi importanti fanno altrettanto. Persone che sembrano i cattivi un attimo dopo paiono essere i buoni, e chi un momento pare invincibile deve andare a chiedere supporto a destra e a manca poco dopo. È un po’ un peccato, perché se non avessero perso il tempo impiegato per contraddire sé stessi avrebbero magari potuto combinare qualcosa in più.

Va detto che non ci sono soltanto lati totalmente negativi. Le scene di sangue sono moderatamente diffuse e ne scorre in sufficiente quantità: purtroppo non si vedono quasi mai i vampiri in azione, ma qualcosina viene comunque concesso allo spettatore. Da encomiare inoltre il fatto che i creatori di Vampire Wars non hanno ricorso al solito squallidissimo trucchetto del piazzare qualche scena di sesso qui e là tanto per far vedere un po’ di tette a casaccio e occupare qualche minuto con ulteriori scene di scarsa qualità.

Il disegno mostra tutti i suoi vent’anni, sebbene non sia terribile: le musiche sono praticamente inesistenti.

Insomma, Vampire Wars è sicuramente un lavoro che non impressiona: offre qualche simpatica scena, fa il possibile per evitare di rendersi ridicolo e poco più.

Voto: 5,5. Purtroppo a mio parere non arriva alla sufficienza, ma è probabilmente meglio di altri lavoracci simili stile Twilight of the Dark Master.

Consigliato a: chi ama i vampiri a tal punto da guardare un intero OVA per incontrarne solo uno alla fine; chi ama anime d’azione, anche se non esattamente di altissima qualità; chi si chiede quanto possa essere utile avere sangue alieno antico derivante da guerre interstellari di eoni fa.

Cybernetics Guardian

…In un vicino futuro, la tecnologia riuscirà a trarre potere dal pensiero?

Cybernetics Guardian


A causa di una fenomenale scoperta, nel 1995 diventò possibile utilizzare il pensiero umano per muovere delle macchine: questo aprì nuove frontiere nelle protesi e in mille altre applicazioni. Siamo oramai nel 2019, e la città di Cyberwood è un agglomerato di metallo e vetro, modello di progresso. Esiste però il problema di una vasta zona, denominata Cancer (con grande umanità), in cui vivono reietti, criminali e tagliagole d’ogni specie: qualsiasi tentativo di ripristinare l’ordine in tale zona è stato soffocato col sangue. Un laboratorio scientifico ha pertanto inventato una nuova suit, che fornisce grande protezione e permette di rendere inoffensive le persone senza ucciderle: al momento del test, tuttavia, molteplici interventi esterni creano un sabotaggio e la persona all’interno della tuta, John, rimane ferita e in seguito si trasforma in un gigantesco mostro. Quali forze sono all’opera? Riuscirà John a tornare in sé?

In questo breve OVA di circa 40 minuti si assiste ad una storia che è già stata raccontata mille volte. Un personaggio diventa suo malgrado cattivo, poi incontra la donna che ama, torna buono e, una volta in sé, fa giustizia. La trama non è null’altro che questo, con qualche spruzzata di politica (che nulla aggiunge) e di occultismo (che nulla aggiunge) a fare da contorno. All’inizio le idee date in merito alla possibilità di convertire l’energia del corpo in energia meccanica sono anche interessanti, ma vengono subito accantonate del tutto: idem dicasi per Cancer, che viene solo visto di sfuggita e mai riesce a prendere parte nella storia.

I personaggi sono ovviamente molto semplici, perché non c’è alcuna speranza di svilupparli nella breve visione. Fanno quel che devono, vanno dove devono, ma non riescono a far molto altro.
La violenza viene invece spesso utilizzata: in fin dei conti, ci ritroviamo con un gigantesco gorillone semi-meccanico stile king-kong del futuro che si arrampica sui palazzi e strappa teste in giro! Purtroppo non tutte le scene son mostrate con la crudezza che ci si poteva aspettare, e ogni tanto si rimane delusi. Altre immagini son ben fatte, con arti che volano un po’ da tutte le parti e fa sempre piacere, ma si sarebbe potuto fare di più: essendo un lavoro corto, la violenza è un modo semplice ed immediato per lasciare un’impressione sullo spettatore.

Il disegno è altalenante: alcune immagini sono decisamente scarsine, altre sono nella norma ed altre ancora sono quantomeno piacevoli. L’audio mi ha sorpreso, con una piacevole colonna sonora a base di j-rock/j-hard rock che si fa apprezzare in vari momenti.

Insomma, non c’è molto altro da dire su Cybernetics Guardian: passa in un lampo, e difficilmente lascia un segno. Non si riesce bene a capire cosa sarebbe dovuto diventare nelle idee dei realizzatori: rimane un lavoretto anonimo, non terribile ma che poco ha da offrire allo spettatore.

Voto: 5,5. C’è di peggio, ma per guardarmi un piccolo OVA di violenza a ‘sto punto mi vedo il mai troppo citato Baoh.

Consigliato a: chi ama gli ambienti distopici lievemente cyberpunk; chi vuol vedere cosa può fare uno scimmione semidemoniaco nel futuro; chi si chiede quanti cavi si possono infilare in un cranio.

Wicked City

…Il mondo dei demoni e quello degli umani finalmente in pace?

Wicked City


Da millenni il mondo dei demoni e quello degli umani coesistono, tra momenti di guerra e momenti di tregua. Negli ultimi secoli la situazione è stata regolata da un patto di non aggressione, che tuttavia sta per scadere. Il lavoro di Taki, una guardia nera umana (come son chiamati gli agenti che puntano a mantenere l’ordine tra i due mondi), è quello di scortare fino alla firma del nuovo trattato di pace Giuseppe Mayart, un antico demone che vive sulla terra, e dovrà farlo con l’ausilio di Makie, un’avvenente guardia nera che proviene dal regno dei demoni. Riusciranno nella loro missione? Le cose sono veramente come sembrano? Come mai ogni loro azione pare gettarli ancor più nei guai?

Va detto in primis che questo anime è indirizzato ad un pubblico adulto (o adolescente in calore, a scelta): esso rasenta infatti parecchie volte il confine che divide l’anime osé dall’hentai. Riesce sempre (e questo è un pregio) a mantenersi nei limiti dovuti, seppur a malapena: inoltre, la violenza è abbastanza intensa con braccia strappate, gente stuprata e dicendo: non ci sono molte occasioni nell’oretta e mezzo di proiezione per ammirare tali eventi, ma quando ci sono si fanno notare.

Passando alla storia, si deve dire che per tre quarti del film tutti i protagonisti sembrano idioti. Le azioni più logiche non vengono eseguite, portando a inutili complicazioni che avrebbero potuto esser facimente evitate. Arrivare alla fine e svelare il vero segreto della storia stessa da, in retrospettiva, un vago senso di logica al tutto: questo non basta tuttavia a ripagare dell’ora di incazzatura per i personaggi che si muovono erraticamente in un’ambientazione spoglia e cupa.

Parlando di personaggi, bisogna dire che i due protagonisti sono davvero insulsi. Taki è davvero il morto di figa che sembra, e Makie non riesce mai a rendersi davvero interessante. Nessuno dei due sviluppa nulla di logico, se non un’attrazione reciproca che -dato il tono sexy dell’anime- è assolutamente scontata.

I combattimenti non sono moltissimi, e la qualità non è eccelsa: si spera sempre di vedere qualche supermossa da parte dei demoni ma solo in rari casi si viene accontentati. Da notare con piacere il super-rinculo della pistola di Taki, dato che deve disintegrare demoni (ben più resistenti degli umani): viene tuttavia da chiedersi che razza di schiena abbia, per riuscire a sfondare così tanti muri in cemento…

Il disegno, per essere del 1987, non è malaccio ma dimostra tutti i suoi anni, rimanendo un passo sotto altri lavori degli stessi anni. L’audio, come in molti film del genere, risulta quasi assente: peccato.

Insomma, Wicked City porta un paio di idee carine e un paio di cambi di trama che non sono malaccio, ma non riesce a convincere a causa della scarsissima caratterizzazione dei personaggi, palesemente indirizzati solo ad accoppiarsi prima della fine dell’anime: questo porta con sé una prevedibilità che rende abbastanza banale il resto, e anche il finale moderatamente sorprendente non riesce a raddrizzare appieno il tutto.

Voto: 5,5. Ero tentato a dare la sufficienza in virtù del paio di buone idee, ma in fin dei conti devo ammettere di non essermi interessato o divertito granché: questo è un crimine grave, per un anime.

Consigliato a: chi vuole un po’ di erotismo senza scadere nell’hentai; chi cerca qualche rissa demoniaca senza troppe pretese; chi si chiede quanto può esser pericoloso incontrare una vagina gigante e semovente, o una demonessa-ragno-con-i-denti-proprio-lì.

The Big O

…In un futuro senza memoria, la civiltà che strada prenderebbe?

The Big O


Ci troviamo in un presumibile lontano futuro, che tuttavia ricorda in molti aspetti il nostro mondo degli anni ’20 come ambientazione. Quarant’anni prima delle vicende qui narrate, un misterioso evento cancellò la memoria di tutte le persone che vivevano ad Amnesia, apparentemente l’ultimo posto popolato in un mondo ai limiti della desertificazione: nessuno ha ricordi più vecchi di tale misterioso momento.
Ogni tanto, tuttavia, a qualcuno tornano dei ricordi della vita precedente: particolari abilità, collegamenti con persone, luoghi segreti… inutile dire che tali informazioni sono estremamente prezione, e ci sono “cacciatori di segreti” che ispezionano rovine e cercano ovunque per accaparrarsi tali tesori.
Roger Smith è un negoziatore, figura apparentemente molto utile a Paradigm City: il suo compito è trattare quando avviene un rapimento o un ricatto, per ottenere il miglior affare per il suo cliente. A seguito di un incarico, tuttavia, si trova tra le mani un misterioso androide che inizia a vivere con lui: R. Dorothy è un’opera d’arte di una scienza oramai perduta, creata su memorie oramai scomparse: la stessa cosa si può dire di Big O, il gigantesco robot che Roger nasconde nelle metropolitane abbandonate nella città, e con cui interviene quando bisogna usare la mano pesante! Ma da dove vengono tali antichità di estrema potenza? Cosa accadde 40 anni fa di tanto terribile da cancellare la mente di tutti? E qual è lo scopo della potentissima Paradigm, la ditta che tutto governa e tutto può?

In primis, va detto che l’ambientazione di The Big O riprende tutti i classici canoni della serie noir: il protagonista è un ex-poliziotto con i suoi problemi, i suoi conoscenti sono persone ombrose e piene di segreti, la donna con cui imbastisce un intreccio d’interessi è dalla sua parte solo a momenti, la città sembra in mano alle forze oscure e il tutto è ambientato in una distopia galoppante.
La trama in sé prosegue a singhiozzi: inizia mettendo parecchi elementi interessanti il campo, e poi si perde in una decina di puntate che raccontano storie stand-alone decisamente avare di approfondimenti su ambientazione o storia. In seguito qualcosa inizia a muoversi, ma anche successivamente gli eventi sparsi lungo le ventisei puntate della serie sono intermezzati da tantissime inutilità che le annacquano e ne fanno perdere il filo. Questo succede allo spettatore ma, probabilmente, anche a chi la serie l’ha scritta: ad un certo punto, infatti, gli eventi paiono diventare totalmente casuali: vengono scaraventati quintazilioni di nuovi elementi nella storia, che rendono quasi incomprensibile il tutto. Alcune cose sono anche decisamente valevoli (ed un paio di dettagli sembrano dei piccoli colpi di genio), ma si perdono immediatamente abbandonando qualsiasi significato o approfondimento. È un vero peccato, perché in alcuni momenti sembra esserci davvero una struttura imponente sotto alle mille inutilità, ma essa non riesce mai ad emergere e si perde, facendo risultare il tutto moderatamente noioso.

I personaggi son curiosi. Il protagonista è Batman, punto e basta. Ricco possidente, con un maggiordomo tuttofare, abita in una gigantesca casa, nella sua vita è ammirato da chiunque e nella segretezza combatte il male con apparecchi supertecnologici e mezzi potentissimi. Peccato che oltre a questo non va mai: i pochi momenti in cui potrebbe approfondire sé stesso e il suo misterioso passato vengono usati maluccio.
I coprotagonisti sono abbastanza carini, ma moderatamente inutili: il maggiordomo ripara, pulisce, fa un paio di battute e null’altro; Dorothy pare avere poteri immensi ma non li usa mai, e nonostante il suo stretto legame con il passato di oltre 40 anni fa questo non viene mai sviluppato.
Anche i cattivi risultano abbastanza piattini e senza grandi idee – e verso la fine iniziano a comportarsi in maniera totalmente erratica.

La cosa peggiore, comunque, è sicuramente il robottone e tutto ciò che lo riguarda. In primis, è brutto: questo già non è un buon inizio. In secondo luogo, viene usato come asso pigliatutto nel classico “prendo botte da orbi finché non penso una cosa bellissima e poi oneshotto l’avversario”: davvero noioso. Il sistema di trasporto è totalmente illogico: in teoria si sposta lungo le abbandonate linee della metropolitana, in pratica sbuca dove gli pare e piace (senza far crollare le gallerie? Senza risultare rintracciabile per capire a chi appartiene? Va bene…), e poi risparisce nello stesso modo. Questo è possibile in due casi: il primo è che Paradigm City fosse la città con la rete sotterranea più sviluppata dell’universo, talmente sviluppata che passavfa anche sotto l’oceano; il secondo è che gli sviluppatori abbiano preso la logica, l’abbiano buttata nel cesso e se ne siano fregati.

Il disegno è… come dire… brutto. Animazione minimale, tratti banali e rudimentali, nessuna CG a salvare almeno parzialmente il tutto: nel 1999 si poteva già pretendere di più.
L’audio è invece abbastanza gradevole, con diversi pezzi di pianoforte simpatici. L’opening è tremenda, ma l’ending è ben orecchiabile e rispecchia l’ambiente un po’ noir che inizialmente la serie presenta.

Insomma, come si può capire The Big O mi ha abbastanza deluso: dalla Sunrise ci si può aspettare di più. La cosa che fa più male è che l’intera idea del mistero di 40 anni prima è davvero affascinante, ma annega in un mare di inezie che portano alla fine a non avere una risposta alle domande fondamentali che la serie si poneva. In questo ambito c’è uno dei pochi punti positivi: di domande buone se ne pongono tante (“come mai sono capace a pilotare un gigantesco robot?” “io sono un poliziotto: perché devo aspettare che un robot salvi tutto? Non ce la posso fare io?” “io vengo da un’altra nazione, ma qui mi dicono che le altre nazioni non esistono! perché? Cosa c’è che non ricordo e che può spiegare ciò?”), ma purtroppo puntualmente falliscono nel trovare le giuste risposte.

Voto: 5,5. Mi spiace davvero tanto, perché in un paio di episodi ho sperato che decollasse, perché avrebbe avuto una rampa di lancio solidissima: purtroppo si è sempre schiantata a terra senza riuscire a sviluppare il suo potenziale.

Consigliato a: chi ama gli ambienti noir contaminati da tempi moderni e un pizzichino di steampunk; chi non si offende se una storia non ha molto senso; chi vuol seguire i palloncini rossi.

Xenosaga

…Da un videogioco, una serie di fantascienza.

Xenosaga

Ci troviamo diverse migliaia di anni nel futuro. La terra è oramai un lontano ricordo: l’umanità vive in giro per le galassie, avendo sviluppato il sistema di viaggiare più veloci della luce.
Purtroppo una grande minaccia incombe sulle popolazioni dello spazio: delle terribili creature aliene, gli Gnosis, sono arrivati da chissà dove e sembrano avere soltano interesse nel distruggere l’umanità e recuperare delle strane reliquie, chiamate Zohar.
I protagonisti della serie vengono colti in uno di questi assalti, mentre stavano trasportando una reliquia: ma perché questi misteriosi esseri insistono negli attacchi? Riucirà Kos-Mos, la superarma senziente, a capovolgere le sorti della battaglia? E tutto ciò potrebbe esser correlato alla guerra che 14 anni prima sconvolse l’ordine galattico?

Inizio premettendo di non aver mai giocato al videogioco da cui questa serie è tratta, e pertanto la valutazione verrà effettuata unicamente sulla visione distaccata dal prodotto di base.
Come si può vedere, in principio viene messa parecchia carne al fuoco. Il problema è che, in questa serie di sole tredici puntate, la carne al fuoco è davvero troppa! Probabilmente, nella fretta di infilare nel poco spazio tutte le nozioni necessarie, ne è venuto fuori un minestrone pressoché incomprensibile. Ripensandoci a posteriori posso dire di aver più o meno capito la storia, ma durante la visione di chiaro c’era davvero poco.
Si inizia parlando della superminaccia degli Gnosis e dell’importanza di recuperare le reliquie, e poi tutto ciò viene prontamente dimenticato; in seguito, si va a scoprire un po’ cosa era successo negli anni passati, con il supporto di alcuni nuovi personaggi; successivamente, intrigo politico! Che male non ci sta mai. Alla fine si cestina tutto quanto sopra elencato per far comparire un ultracattivo di cui s’era vagamente accennato prima, per avere una conclusione tutta esplosioni e discorsi buonisti, senza gran senso.
Si può vedere di fondo come le varie cose siano collegate, ma è un indizio lasciato alla necessariamente fervida immaginazione dello spettatore perché di tempo per spiegare cosa sta accadendo non ce n’è.

Lo sviluppo dei personaggi segue purtroppo lo stesso ritmo: correndo attraverso i compiti a loro assegnati, i protagonisti e i loro accompagnatori non riescono ad avere un sufficiente spazio per evolversi o spiegarsi. Qui e là si ha qualche flashback (pienamente prevedibile, di solito) che dovrebbe spiegare qualcosa in merito alle motivazioni o ai rapporti di un personaggio con qualcun’altro. Tutto ciò risulta invece soltanto tedioso, perché spiega cose che già si son capite (per forza, se no non si sarebbe riuscito ad afferrare nulla della trama) oppure eventi che alla fine sono irrilevanti.
Ogni tanto qualcuno tenta di sviluppare la propria personalità, ma anche in questo caso si cade nella banalità più totale.

Xenosaga, nella sua versione animata, fa qualche accenno a delle problematiche decisamente interessanti: inizialmente si parla di integrazione dei cyborg e di altre creature simili nella società umana, con prese di posizione abbastanza tipiche ma comunque condivisibili. In seguito viene sfiorato in lontananza anche qualche accenno di religione, ma tutti questi possibili approfondimenti -che avrebbero sicuramente giovato alla profondità della serie- risultano affrettati quanto le altre sezioni dell’anime.

I disegni non sono nulla di speciale: per essere del 2005 ci si può aspettare molto di più. Anche la CG non è granché, e i combattimenti non colpiscono particolarmente.
L’opening è curiosa e graziosa, senza parole nella canzone ma interessante; l’ending avrebbe potuto essere davvero orecchiabile se non fosse stata cantata con un engRish davvero terrificante.

Insomma, Xenosaga è un fallimento su tutta la linea? Beh, non mi spingerei così oltre: sicuramente esistono prodotti peggiori. Il massacrante ritmo che è stato imposto alle puntate, tuttavia, ha richiesto un prezzo altissimo alla trama, ai personaggi e alla gradevolezza della visione.
Probabilmente il gioco, avendo molto più tempo per potersi sviluppare, riesce a fare molto meglio in tutti questi aspetti: tristemente, questo lavoro come stand-alone non riesce a reggersi in piedi.

Voto: 5,5. Qualche momentino quasi interessante, nella prima parte, c’era anche: purtroppo si è fermato lì.

Consigliato a: chi ha giocato al gioco, e non si offende a vedere solo una frazione degli avvenimenti narrati; chi ama robottoni e belle donne che sparano raggi laser a caso senza un preciso perché; chi si chiede perché, quando si ha un’arma potentissima, non la si usa ogni volta che si può.

Bottle Fairy

…Un breve e candido anime sulle abitudini giapponesi viste dagli occhi delle fate.

Bottle Fairy

Kururu, Chiriri, Sarara e Hororo sono quattro fatine grandi più o meno 10-15 centimetri, che desiderano diventare umane e vivono a casa di un ragazzo (dal nome sconosciuto, sempre e solo chiamato Sensei-san), per fare il loro “apprendistato” ed imparare gli usi ed i costumi del popolo giapponese. Riusciranno del loro intento? In che modo vedranno, da un mondo totalmente diverso, il mondo che conosciamo?

Questo anime è composto da tredici brevi puntate, di una dozzina di puntate l’una: ognuna è dedicata ad un singolo mese, più una puntata conclusiva. Passando mese dopo mese, si elencano le varie scadenze che un bambino/ragazzo medio incontrerà nel suo anno di vita in Giappone: Natale, Capodanno, San Valentino, gli esami, le vacanze estive,… è una buona base per conoscere come vengono affronate le più comuni festività che si incontrano nelle terre nipponiche (in buona parte molto diverse dalle nostre). Altre trame non ce ne sono: le quattro protagoniste, mese dopo mese, usano la loro intensa immaginazione per vivere in maniera tutta loro i vari avvenimenti con cui entrano in contatto.

Purtroppo l’umorismo in tali situazioni è abbastanza carente: il tono è estremamente leggero (ed immagino che il target di questo anime siano i bambini), ma raramente ci scappa anche un solo sorriso. Il ritmo è lento e gli avvenimenti sono pochi, rendendo il tutto parecchio lento – va bene fare una serie rilassata, ma soprattutto con un’utenza giovane bisogna mantenere alta l’attenzione!
Inoltre gli sketch non sono esattamente brillanti, con un solo personaggio che qui e là riesce a strappare un paio di sorrisi: Hororo, la svampita del gruppo, che ogni tanto effettivamente riesce a tirar fuori qualcosa di buono. Buona parte degli scherzi è basata su incomprensioni linguistiche, particolarmente facili con la lingua del sol levante, ma anche capendoli (grazie alle spiegazioni dei gentili subber) non sono propriamente divertenti: altre serie, usando lo stesso sistema, riescono a fare un lavoro molto migliore.

Il disegno è accettabile in virtù dello stile dell’anime, anche se non si tratta esattamente di capolavori. L’opening (e, seppur in misura minore, l’ending) è estremamente azzeccata per l’ambiente che si sviluppa durante la serie, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente inesistenti: peccato.

Insomma, Bottle Fairy vale il paio d’orette di tempo che occupa? Purtroppo, tirando le somme, credo che la risposta sia più no che sì. È interessante l’aspetto “educativo” che può fornire ad una persona che è a digiuno di abitudini ed usi giapponesi, ma purtroppo non può offire altro: i personaggi sono banalotti seppur simpatici, la trama non esiste e la parte comica è forse la parte più mancata di tutte.

Voto: 5,5. Purtroppo non raggiunge la sufficienza, sebbene qui e lì qualche punto di carineria ci sia.

Consigliato a: chi vuole farsi una piccola cultura sulle feste dei bambini; chi adora i personaggi teneri e non troppo svegli; chi vuol vedere delle fate sotto vetro.

Solty Rei

Un Noir ambientato nel futuro:

Solty Rei

Ci troviamo in un imprecisato futuro. Siamo a dodici anni di distanza dal tragico Blast Fall: dall’aurora che sovrasta in ogni momento la città scese un globo di energia che rase al suolo quasi tutto, ivi incluse numerosissime vite.
Roy Revant è un cacciatore di taglie di vecchio stampo: aria truce, cappotto sempre addosso e violenza quanto basta, vive da allora cacciando i criminali nella speranza di ritrovare la sua figlia scomparsa nel tragico incidente di cui sopra.
La tecnologia del Resembling si è particolarmente sviluppata dopo la tragedia: molte persone, dopo tale evento, sono rimaste gravemente ferite e delle parti cibernetiche sono state innestate in loro, rendendole a tutti gli effetti più potenti.
Nella sua attività di cacciatore di taglie, Roy si ritrova in una situazione particolarmente pericolosa in cui viene salvato fortunosamente da una misteriosa ragazza con una potenza ineguagliabile: dopo vari tentennamenti essa viene data in affidamento a lui, e viene nominata Solty. Lei non sa nulla del suo passato, e curiosamente attorno a lei molte persone iniziano a gravitare… ma quale è la sua origine? Come mai così tanta gente è interessata a lei? E cosa si nasconde dietro al cataclismatico Blast Fall?

In primis, una valutazione va data alla storia in sé. Inizialmente mi pareva davvero debolissima: un’idea iniziale non del tutto da buttare era stata devastata da 20 puntate su 26 di filler, senza praticamente alcuno sviluppo. Nelle ultime puntate, tuttavia, vengono estratte alcune idee niente male: da un punto di vista riassuntivo si può dire che le idee c’erano, ma il loro sviluppo è singhiozzato e frammentario. Per quasi tutta la serie i personaggi agiscono senza alcuna apparente logica, per poi ricever spiegazioni solo alla fine: vedere tuttavia otto ore di anime senza capirci nulla non è divertente.

Parlando di personaggi, si va a toccare il punto più dolente di tutti: i protagonisti. Essi sono di una piattezza incredibile, stereotipati e monotoni in ogni loro aspetto. Roy nasce come classico burbero dal cuore ferito, Solty pare la classica ragazzina pseudo-aliena dissociata, Miranda si palesa come la spalla di Roy in ricordo di vecchie amicizie… e tutti loro non fanno un millimetro più di quanto il loro personaggio richieda.
Il gruppo di fuorilegge risulta noioso e, nonostante la loro teorica parte di importanza non indifferente, paiono delle inutili comparse: lo stesso si può dire delle quattro superpoliziotte, le cui vicende occupano intere puntate ma che risultano assolutamente non interessanti.
I “cattivi” agiscono in maniera stupida e illogica, buttando all’aria centinaia di anni di pianificazione per qualche capriccio (il classico “spiego tutto il mio piano solo per farmi fregare alla fine”): una vera delusione.

L’ambientazione non è malaccio, ma gestita dai personaggi di cui sopra risulta anch’essa poco affascinante: durante la storia i personaggi si trovano sempre più invischiati in tragiche vicende (con un paio di colpi di scena ben piazzati e ben congegnati, ma mal sfruttati nel proseguio della narrazione). È come se avessero voluto piazzare un Noir anni ’20 in un ambiente post-apocalittico, con come risultato un minestrone con poco sapore.

I disegni, per essere della GONZO e del 2005, sono parecchio scarsi: anche la CG è mal integrata con il tratto usuale. L’opening personalmente non mi è piaciuta, ma ho trovato di inusuale qualità la musica durante le puntate: almeno su questo punto si sono messi d’impegno.

Insomma, cosa rimane dopo la visione di Solty Rei? Rimane l’impressione di aver guardato una serie nata con qualche buona idea, e sviluppata in maniera raffazzonata e poco curata. 20 puntate di filler, 4 puntate di sviluppo a passo di corsa e le ultime due puntate di altri filler non fanno che lasciare un retrogusto amaro per qualcosa che avrebbe potuto essere, e non è stato.

Voto: 5,5. Buoni spunti alle idee, ma lo sviluppo non raggiunge la sufficienza.

Consigliato a: chi ama il genere Noir rivisitato; chi desidera una storia tragica, ma con un inusuale lieto fine; chi vuole incontrare delle poliziotte con il nome di automobili.

Ayakashi

Adolescenti e spiriti sanguinari, nell’adattamento di una visual novel

Ayakashi

Yuu è un ragazzo con alcuni poteri speciali. Riesce, ad esempio, a piegare cucchiai e sviluppare alcune forze “paranormali”. Un giorno, i bulli della sua scuola iniziano a prendersela con lui, chiedendogli di mostrare il suo potere: Yuu scopre così di non essere il solo ad avere simili abilità, ma realizza al tempo stesso che esse possono essere utilizzate per scopi estremamente crudeli! In tale occasione fa la conoscenza di Eimu, una misteriosa e cupa ragazza che tenta di tenerlo all’oscuro di tutto… con scarsi risultato, dato che i guai sembrano cercare Yuu senza sosta.
Ma cosa si nasconde dietro ai poteri che alcuni ragazzi sembrano aver sviluppato? Perché tutti se la prendono con Yuu? Cosa ha lui di speciale rispetto agli altri?

In un primo momento, sono rimasto parecchio sorpreso dalla trama che si sviluppava in questo anime di dodici puntate, tratto da una visual novel: generalmente tali storie sono riempite di amore mieloso, mentre qui non ce n’è praticamente traccia. Inoltre, nel primo paio di episodi si assiste ad una buona dose di sbudellamenti assortiti, assieme ad un mistero che monta sempre più, in tutta rapidità: quando stavo per iniziare a nutrire notevoli speranze, tuttavia, esse sono state spazzate via.
Una volta preparata la scena iniziale, la storia inizia infatti a correre a perdifiato lasciando indietro sia i personaggi che gli spettatori: accade tutto a velocità smodata: non c’è tempo di assistere ad un avvenimento che ce ne sono già mille altri, e il collegamento tra gli stessi è vagamente intuibile ma ben raramente spiegato. Si arriva al punto in cui i personaggi si pongono una domanda (che anche gli spettatori, giustamente, hanno da fare), e la risposta è non lo so, andiamo avanti. Il problema viene poi totalmente trascurato e la risposta si perde nelle nebbie, con altri centomila fatti che continuano a succedere.
Le fasi finali inoltre son prevedibile e la conclusione è quanto di più banale possa esistere.

Si può pertanto capire come, in un ambiente similmente stressato, i personaggi non abbiano alcun tempo di crescere, svilupparsi o rivelarsi: gli unici cambiamenti accadono di botto e senza alcun avvenimento che possa causare le presunte “prese di coscienza” che provocano il mutamento. Questo porta inoltre a non avere alcuna connessione emotiva con le figure a schermo (senza contare che alcune compaiono senza alcuna logica, deambulano per mezza serie a caso, poi fanno qualcosa e infine spariscono in maniera stupida), e quindi a interessarsi poco al loro destino. Unica nota positiva il cattivo, che fino a 4/5 aveva tenuto un profilo sufficientemente crudele da esser credibile… per poi, nel finale, fare la figura del pirla.

I disegni e l’animazione, per essere del 2007, sono tendenti al carente: anche gli Ayakashi (gli spiriti che donano i poteri di cui si parlava prima) non sono nulla di che, e i combattimenti tra essi non sono assolutamente emozionanti.
Il sonoro è anonimo e non apporta alcun buon punto alla serie.

Insomma, Ayakashi è una mezza delusione. Ha il pregio di tentare una trama un po’ più originale del “tutti amano lo stupido personaggio principale” e un po’ di arti tranciati aiuta a rendere un bell’ambiente paranoico e pauroso, ma tutto ciò avviene solo all’inizio: poi si perde in sé stesso, risultando a malapena comprensibile e affrettato.

Voto: 5,5. Peccato, sviluppandolo con un po’ più di calma avrebbe potuto uscire qualcosa di davvero carino.

Consigliato a: chi vuol vedere tante belle ragazze sullo schermo (anche se il fanservice è assente); chi non disprezza mai qualche braccio mutilato e qualche innocente sgozzato; chi vuol vedere che da una visual novel si può tirar fuori qualcosa di diverso, sebbene la qualità sia quella che è.

Ikkitousen: Great Guardians

…e dopo il fanservice e ulteriore fansevice, cosa possiamo aspettarci dalla terza serie?

Ikkitousen: Great Guardians

Questa terza serie riprende il filo qualche tempo dopo il termine della seconda. La minaccia di Motoku è stata sventata, e le tensioni tra le scuole si sono visibilmente rilassate: oramai molte guerriere si frequentano anche se sono di istituti diversi.
Un avvenimento, tuttavia, scuote la tranquillità: Ryofu Housen, che morì nella battaglia finale contro Toutaku (prima serie), sembra essere tornata in vita! Non ha tuttavia conservato alcuna delle sue memorie… cosa sarà mai accaduto? Lei è davvero Ryofu e, se sì, come fa ad essere nuovamente viva? Come mai alcune persone iniziano a comportarsi in maniera a dir poco strana? Chi c’è dietro a tutto ciò?

Partiamo innanzitutto dal punto focale di questa serie: il fanservice. Durante le prime puntate si torna ai livelli della prima serie, con mutande e tette in ogni dove: inoltre, rifanno la loro comparsa le scene ai limiti dello yuri-hentai: nulla di esplicito, ma la differenza è solo di pochi cm2 di stoffa. Dopo circa la metà delle dodici puntate, tuttavia, il livello di zozzerie visive si riduce abbastanza sensibilmente. C’è addirittura un combattimento in cui si colpiscono e le tette non volano al vento!!

Sulla trama, gli autori hanno probabilmente fatto un ragionamento. Nella prima serie avevano avuto qualche ideuzza, e il resto era nebbia. Nella seconda serie la storia era un casino senza senso. Nella terza… perché darsi la pena di pensarci troppo?
In seguito a tale illuminato pensiero, la prima metà della serie è composta di filler comico/ecchi che non portano da nessuna parte il mistero della resurrezione di Ryofu (preso per naturale dopo due minuti da qualsiasi personaggio). Verso puntata 7-8, probabilmente per uno scrupolo di coscienza, il problema inizia ad essere affrontato. Nelle puntate rimanenti, la trama prende pertanto un’accelerata notevole: tra sbandate, discorsi e qualche mazzata, si arriva ad avere un quadro abbastanza completo della situazione. Volendo fare un riassunto, ci troviamo dinnanzi alla solita storia del personaggio che è cattivo perché è stato maltrattato, non capisce l’amicizia, si sente solo e quindi vuol distruggere tutto: l’originalità è morta alla seconda parola di questa frase, ma perlomeno non si sono avventurati in idee assurde e insensate. Anche tutta la menata del “devo farlo perché è il mio destino”, di cui erano tristemente permeate le prime due serie, è un po’ meno presente.

I personaggi sono i soliti di sempre, con un paio di nuove entrate che però risultano parecchio inutili. La sorella di Hakufu ha la stessa utilità di una narice sulla schiena, e il Grande Cattivo trama nell’ombra… talmente nell’ombra che interagisce con gli spettatori solo nelle ultime due puntate.
Sui protagonisti che ci accompagnano da tre serie è stato fatto un lavoraccio: praticamente tutti sembrano le caricature di sé stessi, e soprattutto Kan’U Unchou e Ryonmou Shimei (due delle poche che nelle precedenti vicende avevano fatto una figura almeno decente) sembrano delle totali idiote in confronto alle pseudo-rispettabili guerriere che erano prima. Anche i loro stili di combattimento diventano totalmente inutili, poiché qui ci si picchia ben meno che nelle prime due serie: peccato.
Inoltre, praticamente chiunque ha un quoziente intellettivo a cifra singola: tutti vengono presi in giro dai più ingenui dei trucchetti, cadono nelle trappole inconsciamente dopo che, tre minuti prima, qualcuno aveva detto loro che X era un nemico, eccetera.
L’unico personaggio che in fin dei conti mi ha sorpreso è Ouin Shishi: per quasi tutta la serie pensavo “ecco, la continuity se ne va a ramengo, lui non era più così” e poi mi son trovato colpito dal fatto che tutto ciò avesse una motivazione, e che essa fosse coerente con il carattere dell’eroe di 1800 anni fa che vive in Shishi.

La grafica ha fatto un passo indietro rispetto alla seconda serie (che sia stato un taglio di fondi, visti i risultati del passato? Chissà), e i combattimenti sono meno spettacolari di un tempo – e sono anche di minor numero.
Nulla da dire sulla parte audio, con opening ed ending nella norma e delle voci appropriate.

Beh… che dire. Giunti oramai alla terza serie, non avevo alcuna aspettativa per Ikkitousen: Great Guardians. Per quanto rimanga una serie a mio parere scarsa e senza alcun mordente, tuttavia, devo concedere che in un paio di punti ho visto qualche barlume di decenza che non fa sprofondare questo terzo capitolo ai livelli del secondo.

Voto: 5,5. Siamo sui livelli della prima serie: tante tette, qualche scena quasi zozza e uno straccio di trama per tenere insieme tutto. Non basta, ma magari qualche 15enne ingrifato potrebbe rimanerne colpito.

Consigliato a: chi ha gradito la prima serie di Ikkitousen; chi vuole tante tette all’aria, e non si stufa delle trame trite e ritrite; chi si chiede quanti baci saffici si possono infilare in un anime con la scusa del “è per la trama”.

Ikkitousen

Oltre le frontiere del fanservice:

Ikkitousen

Millenni fa ci fu un periodo denominato “dei Tre Regni”, in cui grandi guerrieri e generali si dettero guerra con un’abilità bellica impareggiabile. Le loro anime sono state conservate in talismani, chiamati Magatama: le persone che indossano tali amuleti vengono pertanto pervasi dallo spirito e dalle caratteristiche dell’eroe relativo.
Ci troviamo ora nella Cina moderna: sette licei si fanno la guerra a suon di mazzate per stabilire la gerarchia tra di esse. Un’antica leggenda dice però che arriverà il Re dei Re e soggiogherà tutti: corrisponde a realtà? È possibile che Hafuku, una ragazza dalla testa all’aria, sia tale persona? Oppure qualcuno interferirà con il suo destino già preannunciato, e cambierà le carte in tavola?

Questo anime parte, prima di aver visto anche solo un minuto di puntata, con delle buone carte in tavola: un’idea non originale ma che può dare motivazione a molti combattimenti; una trama basata su un antico racconto cinese realmente esistente; la possibilità, con sette fazioni in gioco, di molti cambiamenti di fronte e colpi di scena.
Dopo aver visto un paio di minuti, tuttavia, si capisce che tutto ciò non andrà a realizzarsi: si comprende infatti che ci troviamo avanti ad un concentrato di assoluto fanservice mascherato da anime.

La sere di elementi in tal senso è davvero impressionante. L’80% dei personaggi è di sesso femminile. Nessuna ha una taglia di reggiseno inferiore alla quarta. In ogni puntata ci sono da un minimo di 25 fino a 50 esposizioni di mutande, tette o combinazioni dei due elementi. Nei combattimenti ogni colpo sarà inizialmente indirizzato al torso, per strappare la maglietta. Le (fortunatamente) poche battute sono tutte a sfondo beceramente sessuale. Vengono regalate scene yuri totalmente gratuite. Ogni inquadratura si ferma per 10/15 secondi sulle minigonne o sui reggiseni strabordanti.
Sicuramente dimentico moltissimi dettagli in tal senso, ma dall’elenco qui sopra si può capire il tono della serie: qualsiasi possa essere la piega che venga presa dalla storia, essa verrà inesorabilmente schiacciata dalle continue interruzioni che tali elementi portano.
Anche i combattimenti risultano abbastanza noiosetti, in parte perché l’animazione non è spettacolare, e in secondo luogo perché ad ogni calcio la gamba rimane sollevata a mostrare le mutande per diversi secondi, spezzando ogni ritmo di combattimento possibile.

La storia in sé è abbastanza una delusione: l’acclamato legame con il romanzo dei Tre Regni è totalmente fittizio, dato che di tutti i personaggi nominati non uno compare nella saga originale, e gli avvenimenti narrati non vengono qui rispecchiati. La storia si spinge avanti in maniera poco credibile, dato che quasi tutto viene giustificato con “è il mio destino che mi dice di fare così”: è una delle scuse più squallide per motivare delle azioni altrimenti inspiegabili. Non mi metterò nemmeno a parlare delle incongruenze storiche tra ciò che dichiarano e ciò che accade poiché penso che nessuno, dopo più di cinque minuti di visione, stia ancora a vedere se la storia ha un senso…
I personaggi stessi sono profondi come pozzanghere, e non ci si preoccupa per loro nella maniera più assoluta: la protagonista stessa è l’archetipo del personaggio inutile, facendo della sua stupidità l’unico aspetto distintivo, e vincendo le battaglie sempre nello stesso modo (non a lei imputabile, dato che subentra l’anima dell’antico guerriero…).

Insomma, tutto da buttare? Beh, non me la sento di dire così. A dirla tutta qualche combattimento decente c’è (principalmente i momenti dove Hafuku perde il controllo e diventa una belva): inoltre, un paio di colpi di scena sono apprezzabili e, se messi in un contesto diverso, avrebbero potuto essere dei buoni punti di svolta.
Ogni tanto la serie riesce anche a strappare un mezzo sorriso, anche se in genere la cosa è dovuta al pensiero di “ma che tristezza”: soprattutto quando subentra la madre di Hafuku salta fuori qualche siparietto indecente che magari un pochino fa sorridere.

Il disegno, per essere del 2003, è decisamente scarso: anche l’animazione non è un granché, e questo è un bel problema per un anime d’azione.
Le musiche sono invece curiosamente ben curate, con una buona opening (fatta dagli stessi che hanno curato la quarta serie di Initial D) e un’ending apprezzabile.

Insomma, Ikkitousen è un anime che può essere apprezzato soltanto dal selezionatore dei programmi per il pomeriggio di Italia 1, oppure dai 15enni in presa a crisi ormonali. Per loro c’è infatti tutto il necessario: botte gratuite, tette, culi, scene ai limitissimi dell’hentai, battute becere e una pseudo-trama. Non posso dire che qui e là non ci sia stato qualche momento interessante: non sono però in grado di dire se fosse per qualche effettivo merito, oppure se l’eccessiva esposizione alla biancheria intima femminile mi abbia momentaneamente inabilitato l’uso delle sinapsi.

Voto: 5,5. Perlomeno fa capire subito di cosa si tratterà, e quindi è una serie onesta al 100% con lo spettatore. Questo però non basta per salvare l’anime in sé dai suoi numerosissimi difetti.

Consigliato a: chi di fanservice ne vuole sempre di più; chi di tette e culi ne vuole ancora di piu; chi di nudità gratuite ne vuole ma davvero davvero di più.