Vampire Wars

…Un anime su vampiri, antiche divinità, servizi segreti e chi più ne ha più ne metta.

Vampire Wars


Kuki è un uomo che vive d’azione: nel suo passato si possono trovare lavori con i servizi segreti, e con una pistola in mano ci sa fare.
Un giorno, viene incastrato in un caso d’omicidio, e il mistero è presto svelato: ci sono organizzazioni che si stanno muovendo nell’ombra per accaparrarsi una giovane ragazza, che custodisce in sé un immenso segreto. Riuscirà Kuki a proteggere le persone a lui care? Cosa si cela dietro alla scia di morti che sembra seguirlo?

Come si può notare, nel breve riassunto qui sopra non si parla di vampiri: nonostante il titolo, infatti, Vampire Wars ha molto poco a che fare con i succhiasangue nottambuli. Certo, ci sono, e di principio hanno anche un ruolo importante: essi appaiono soltanto a film inoltrato, quando buona parte dei circa 50 minuti di visione è passata.
Detto questo, si può anche dire che questo OVA, più che una storia, sembra un riassunto di quest’ultima: c’è una trama, seppur basilare, che ha una parvenza di senso, però la stessa viene sviluppata piuttosto casualmente e molte cose accadono senza dare il tempo di capire. Ad esempio, in una scena Kuki viene torturato per essere convinto a collaborare: dopo cinque minuti lui è riuscito a scappare dai suoi carcerieri, nascondersi, tornare a trovarli e… mettersi a disposizione per lavorare con loro! Ma non gli conveniva farlo subito? Mah.
Casi del genere non sono infrequenti, e purtroppo la trama ne risente. Inoltre, il finale arriva quando le cose sembrano diventare interessanti: nel momento in cui tutti i personaggi si stanno muovendo al loro posto, arriva la parola fine lasciando un miliardo di cose in sospeso.

I personaggi, chiaramente, hanno poco tempo per svilupparsi: va però detto che in quel poco tempo trovano spazio per contraddirsi con grande piacere. Come già detto Kuki in molteplici casi smentisce in due minuti ciò che egli stesso dice: anche altri personaggi importanti fanno altrettanto. Persone che sembrano i cattivi un attimo dopo paiono essere i buoni, e chi un momento pare invincibile deve andare a chiedere supporto a destra e a manca poco dopo. È un po’ un peccato, perché se non avessero perso il tempo impiegato per contraddire sé stessi avrebbero magari potuto combinare qualcosa in più.

Va detto che non ci sono soltanto lati totalmente negativi. Le scene di sangue sono moderatamente diffuse e ne scorre in sufficiente quantità: purtroppo non si vedono quasi mai i vampiri in azione, ma qualcosina viene comunque concesso allo spettatore. Da encomiare inoltre il fatto che i creatori di Vampire Wars non hanno ricorso al solito squallidissimo trucchetto del piazzare qualche scena di sesso qui e là tanto per far vedere un po’ di tette a casaccio e occupare qualche minuto con ulteriori scene di scarsa qualità.

Il disegno mostra tutti i suoi vent’anni, sebbene non sia terribile: le musiche sono praticamente inesistenti.

Insomma, Vampire Wars è sicuramente un lavoro che non impressiona: offre qualche simpatica scena, fa il possibile per evitare di rendersi ridicolo e poco più.

Voto: 5,5. Purtroppo a mio parere non arriva alla sufficienza, ma è probabilmente meglio di altri lavoracci simili stile Twilight of the Dark Master.

Consigliato a: chi ama i vampiri a tal punto da guardare un intero OVA per incontrarne solo uno alla fine; chi ama anime d’azione, anche se non esattamente di altissima qualità; chi si chiede quanto possa essere utile avere sangue alieno antico derivante da guerre interstellari di eoni fa.

Slam Dunk

…101 puntate per narrare la rinascita di una squadra di basket.

Slam Dunk


Sakuragi Hanamichi è un bulletto da periferia al suo primo anno di liceo, che vanta nel precedente anno il ben poco invidiabile record di 50 delusioni amorose. Quando una bella ragazza gli corre incontro e lo invita dopo scuola a parlare con suo fratello per via della sua notevole altezza (188 cm), è al settimo cielo: che sia l’inizio della sua sognata storia d’amore?
Purtroppo per lui, in maniera molto traumatica -e comica- viene a scoprire che il fratello di Haruko, Akagi Takenori, è il capitano della squadra di basket che cerca nuovi giocatori per sollevare la sua carente squadra, e mirare a vincere nella sua ultima possibilità (Akagi è oramai al terzo anno, come il suo unico decente compagno di squadra Kogure) il campionato nazionale sebbene finora non sia mai andato oltre le eliminatorie regionali.
Sakuragi inizia a giocare soltanto per fare colpo su Haruko, ma con il passare del tempo, con il miglioramento degli allenamenti e con l’aggiunta di alcuni nuovi elementi alla squadra il suo interesse passa dall’aspetto puramente sentimentale a quello più agonistico, per poi arrivare al desiderio di miglioramento personale: fino a dove riuscirà ad arrivare la sorprendente squadra della Shohoku?

Come si può notare, la trama è decisamente semplice: un anime incentrato puramente su di uno sport ben raramente ha colpi di scena particolarmente intricati. Questa serie, composta dal faraonico numero di 101 puntate, inizia in maniera parecchio lenta: nelle prima decina di puntate il ritmo è davvero lento, e i personaggi non sembrano essere particolarmente simpatici.
Ma allora cosa ha fatto diventare Slam Dunk uno dei must per ogni vero appassionato di anime? In buona parte, la caratterizzazione dei personaggi e le partite vere e proprie.

Parlando di queste ultime, si nota infatti che il tono e il ritmo della serie si trasforma in maniera incredibile non appena la Shohoku entra nel campo contro un avversario. Le partite sono in gran parte estremamente avvincenti e con mille difficoltà e colpi di scena nel corso del gioco. Come d’abitudine negli anni ’90 ogni partita è estremamente dettagliata, e qui forse si denota l’unico difetto di queste ultime: l’eccessiva lunghezza di alcuni scontri. Si arriva ad avere lo “scontro-climax” della durata di DICIASSETTE puntate (una partita è composta da due tempi di 20 minuti…), con OTTO puntate (cioé quasi tre ore) che riguardano gli ultimi 6 minuti! è generalmente bello assistere a degli scontri in cui ogni punto è frutto di tattica, sofferenza e cuore; quando però questo si dilata all’infinito la pesantezza un po’ si fa sentire.
A parte questo, tuttavia, in ogni puntata non aspettavo altro se non l’inizio di una partita, e le sezioni tra gli scontri (che non sono moltissime – il basket è estremamente presente, e non fa solo da contorno ad altre problematiche) fanno attendere con impazienza il prossimo contendente.

Inutile dire che le partite sarebbero noiose e banali se giocatori ed avversari non fossero di tutto rispetto. Iniziamo con la squadra protagonista, la Shohoku, e il suo strambo nuovo acquisto: Sakuragi. È un personaggio che è assieme geniale e fastidioso, lasciandomi sentimenti contrastanti quando penso a lui. Ha l’irritantissimo vizio di definirsi un genio assoluto in ogni cosa che fa, e questo circa 25 volte a puntata: questo è davvero snervante soprattutto nelle prime 40-45 puntate, quando egli è a tutti gli effetti un impedito totale sul campo da gioco. Quando inizia a giocare meglio la cosa si fa più sopportabile, soprattutto perché in alcune cose è davvero un talento naturale e la sua velocità d’apprendimento è impressionante: rimane in ogni caso noioso quando tenta di paragonarsi ad elementi chiaramente migliori di lui. Va tuttavia detto a sua discolpa che l’impegno che ad un certo punto inizia a mettere negli allenamenti è davvero segno di costanza e le sue qualità naturali sono innegabili, e quando la determinazione prende il posto della spacconaggine il suo personaggio diventa estremamente più gradevole.

Gli altri due elementi importanti della squadra sono il capitano Akagi e il super-asso, Rukawa Kaede: il primo è il vero e proprio pilone su cui la Shohoku ruota, ed in molti casi dimostra poderose qualità da leader nonostante in fin dei conti sia un giovincello (sebbene non lo sembri). Va inoltre detto che, quando i suoi sogni iniziano a realizzarsi, si inizia a tenere ancor di più alla sorte della squadra: si vede infatti un ragazzo con una portentosa determinazione, vessato per tre anni dalla cronica mancanza di una squadra decente, che all’ultimo vede la luce e gioca il tutto per tutto: davvero encomiabile.
Rukawa, invece, ha un carattere totalmente diverso: freddo e distaccato con tutti, si sbottona solo per insultare e mandare a quel paese Sakuragi (che, spesso, se lo merita). Il suo valore in campo è indubbio, e molte appassionanti rimonte ed azioni epiche sono dettate dal suo spaventoso bagaglio tecnico (mentre Akagi punta più sulla sua prestanza fisica, dato che è un armadio).

Gli altri due componenti della squadra, contrariamente ai primi tre, hanno un inserimento più laborioso nel team (soprattutto Miagi, un po’ meno Ryota) ma poi l’aspetto personale viene un po’ perso, rimanendo soprattutto due validi elementi per la costruzione delle appassionanti azioni di partita. Qui e là hanno le loro sfide personali, ma risultano messi un po’ in ombra dalle vicende di Sakuragi, Akagi e Rukawa.
Gli altri “gregari” hanno vari ruoli, e sono tutti personaggi molto gradevoli e che fanno bene il loro lavoro: menzione speciale per Kogure, e per il suo momento di gloria pienamente meritato.

Anche gli avversari non sono da meno: in ogni squadra che la Shohoku affronta ci sono elementi pericolosi, ma un paio rimangono presenti e diventano “nemici giurati” per i nostri protagonisti. Ad esempio Uozumi, Fukuda e soprattutto Sendo sono giocatori della Ryonan che fanno sputar sangue ai nostri eroi, senza tuttavia esser antipatici: infatti qui non ci sono nemici o cattivi, ma solo avversari in un sano spirito di sportività.

La grafica, a mio parere, è davvero notevolissima per essere un anime del 1993: sopratutto i giocatori in campo sono ottimamente disegnati (non è facile avere corpi in movimento così dinamici che rimangano proporzionati), e anche le scenette disegnate in super-deformed sono spesso esilaranti.
Anche l’audio è ben fatto, con le varie opening ed ending generalmente piacevoli (alcune più, altre meno).

Insomma, è giusto ritenere Slam Dunk un caposaldo dell’animazione nipponica degli anni ’90? Sicuramente sì. Ha qualche difetto e la lunghezza della serie può scoraggiare, ma una sportività notevole mischiata ad ottimi personaggi ed un umorismo che non è originalissimo ma non stanca mai rendono sicuramente il lungo viaggio con questa curiosa ma potente squadra emozionante e piacevole. Dispiace solo che la storia si tronchi in maniera un po’ brusca, senza un finale definito.

Un’ultima osservazione: è anche simpatico vedere che le varie regole del basket vengono man mano introdotte e spiegate dal buffo Dr. T, che fa capire opportunità e problemi di varie tattiche d’attacco e difesa. Questo porta lo spettatore ad avvicinarsi anche allo sport in sé, ed è sempre una buona idea.

Voto: 8,5. Per il carattere di alcuni personaggi e per l’epicità di alcune sequenze sarei tentato a dar di più, ma bisogna riconoscere qualche difetto di ritmo e di carattere in alcuni personaggi che un po’ si fa sentire.

Consigliato a: chi ama gli anime sportivi; chi segue gli anime dove si impara ad apprezzare i personaggi; chi vuol vedere degli intervalli in mezzo alle puntate con un engrish notevole.

Xenosaga

…Da un videogioco, una serie di fantascienza.

Xenosaga

Ci troviamo diverse migliaia di anni nel futuro. La terra è oramai un lontano ricordo: l’umanità vive in giro per le galassie, avendo sviluppato il sistema di viaggiare più veloci della luce.
Purtroppo una grande minaccia incombe sulle popolazioni dello spazio: delle terribili creature aliene, gli Gnosis, sono arrivati da chissà dove e sembrano avere soltano interesse nel distruggere l’umanità e recuperare delle strane reliquie, chiamate Zohar.
I protagonisti della serie vengono colti in uno di questi assalti, mentre stavano trasportando una reliquia: ma perché questi misteriosi esseri insistono negli attacchi? Riucirà Kos-Mos, la superarma senziente, a capovolgere le sorti della battaglia? E tutto ciò potrebbe esser correlato alla guerra che 14 anni prima sconvolse l’ordine galattico?

Inizio premettendo di non aver mai giocato al videogioco da cui questa serie è tratta, e pertanto la valutazione verrà effettuata unicamente sulla visione distaccata dal prodotto di base.
Come si può vedere, in principio viene messa parecchia carne al fuoco. Il problema è che, in questa serie di sole tredici puntate, la carne al fuoco è davvero troppa! Probabilmente, nella fretta di infilare nel poco spazio tutte le nozioni necessarie, ne è venuto fuori un minestrone pressoché incomprensibile. Ripensandoci a posteriori posso dire di aver più o meno capito la storia, ma durante la visione di chiaro c’era davvero poco.
Si inizia parlando della superminaccia degli Gnosis e dell’importanza di recuperare le reliquie, e poi tutto ciò viene prontamente dimenticato; in seguito, si va a scoprire un po’ cosa era successo negli anni passati, con il supporto di alcuni nuovi personaggi; successivamente, intrigo politico! Che male non ci sta mai. Alla fine si cestina tutto quanto sopra elencato per far comparire un ultracattivo di cui s’era vagamente accennato prima, per avere una conclusione tutta esplosioni e discorsi buonisti, senza gran senso.
Si può vedere di fondo come le varie cose siano collegate, ma è un indizio lasciato alla necessariamente fervida immaginazione dello spettatore perché di tempo per spiegare cosa sta accadendo non ce n’è.

Lo sviluppo dei personaggi segue purtroppo lo stesso ritmo: correndo attraverso i compiti a loro assegnati, i protagonisti e i loro accompagnatori non riescono ad avere un sufficiente spazio per evolversi o spiegarsi. Qui e là si ha qualche flashback (pienamente prevedibile, di solito) che dovrebbe spiegare qualcosa in merito alle motivazioni o ai rapporti di un personaggio con qualcun’altro. Tutto ciò risulta invece soltanto tedioso, perché spiega cose che già si son capite (per forza, se no non si sarebbe riuscito ad afferrare nulla della trama) oppure eventi che alla fine sono irrilevanti.
Ogni tanto qualcuno tenta di sviluppare la propria personalità, ma anche in questo caso si cade nella banalità più totale.

Xenosaga, nella sua versione animata, fa qualche accenno a delle problematiche decisamente interessanti: inizialmente si parla di integrazione dei cyborg e di altre creature simili nella società umana, con prese di posizione abbastanza tipiche ma comunque condivisibili. In seguito viene sfiorato in lontananza anche qualche accenno di religione, ma tutti questi possibili approfondimenti -che avrebbero sicuramente giovato alla profondità della serie- risultano affrettati quanto le altre sezioni dell’anime.

I disegni non sono nulla di speciale: per essere del 2005 ci si può aspettare molto di più. Anche la CG non è granché, e i combattimenti non colpiscono particolarmente.
L’opening è curiosa e graziosa, senza parole nella canzone ma interessante; l’ending avrebbe potuto essere davvero orecchiabile se non fosse stata cantata con un engRish davvero terrificante.

Insomma, Xenosaga è un fallimento su tutta la linea? Beh, non mi spingerei così oltre: sicuramente esistono prodotti peggiori. Il massacrante ritmo che è stato imposto alle puntate, tuttavia, ha richiesto un prezzo altissimo alla trama, ai personaggi e alla gradevolezza della visione.
Probabilmente il gioco, avendo molto più tempo per potersi sviluppare, riesce a fare molto meglio in tutti questi aspetti: tristemente, questo lavoro come stand-alone non riesce a reggersi in piedi.

Voto: 5,5. Qualche momentino quasi interessante, nella prima parte, c’era anche: purtroppo si è fermato lì.

Consigliato a: chi ha giocato al gioco, e non si offende a vedere solo una frazione degli avvenimenti narrati; chi ama robottoni e belle donne che sparano raggi laser a caso senza un preciso perché; chi si chiede perché, quando si ha un’arma potentissima, non la si usa ogni volta che si può.

Ayakashi – Japanese Classic Horror

Storie di paura di gusto classicissimo, ambientate nell’antica Edo.

Ayakashi – Japanese Classic Horror

Questo anime di undici puntate è diviso in tre storie ben distinte, tutte ambientate attorno nel Giappone tradizionale. Essendo le tre molto diverse tra loro, con la paura e l’angoscia come unica cosa in comune, le riporterò separatamente.

Parte 1: Yotsuya Kaidan
Iemon è un ronin, un samurai che ha perso il suo padrone. Gira voce che abbia rubato il denaro del suo defunto maestro, e per questo gli viene negato il matrimonio della donna che ama e che porta in grembo il suo bambino: il padre non acconsente alle nozze.
Approfittando dell’oscurità, Iemon decide pertanto di liberarsi del vecchio, e promette all’ignara Oiwa di vendicare la morte di suo padre. Con tale atto nefando inizia la sua caduta verso gli abissi della grettezza: in seguito a vari avvenimenti la moglie, ai limiti della sopportazione, muore e giura vendetta contro tutte le famiglie coinvolte negli intrallazzi che l’hanno vista vittima.

Questa prima storia è probabilmente quella che getta le sue radici in maniera più profonda nel folklore nipponico: è presentata e narrata come un Kabuki, un pezzo teatrale classico giapponese, e ne assume ritmi e caratteristiche. Il racconto è lento, e gli ambienti sono parecchio minimali: la cura nei dettagli è quasi maniacale, e la cruda realtà della vita dei tempi e delle infamie che accadevano è ben rappresentata.
Il disegno riprende tale cura, essendo in uno stile estremamente tendente al disegno giapponese classico: anche gli effetti sonori sono realizzati con strumenti caratteristici della terra che intende rappresentare.

Parte 2: Tenshu Monogatari
Zushonosuke è un falconiere che ha allevato un falco da donare ad una personalità importante: mentre lo sta portando a destinazione, viene spaventato e fugge verso un castello abbandonato, che si dice infestato da demoni mangiatori di uomini.
Durante la sua ricerca per rintracciare il falco, Zushonosuke incontra una meravigliosa donna, che si rivela quasi subito essere una Dea Dimenticata: inizia così una tensione sentimentale tra i due, repulsi dalle loro diverse origini (dopotutto, i Dei Dimenticati devono mangiare carne umana per tenere a bada il loro eterno dolore…) ma attratti da qualcosa di più grande di loro. Riusciranno nonostante tutto a superare le avversità, o soccomberanno agli istinti naturali delle rispettive razze?

Questa risulta sicuramente essere la storia più straziante della trilogia. È la narrazione di un amore disperato e senza via d’uscita, ma non per questo meno intenso: man mano che la storia si dipana durante le quattro puntate ad essa dedicate, si sente sempre più vicino il dramma dei personaggi in parola. Fino al finale non si capisce dove si andrà a finire, e come la questione verrà risolta: una volta scoperto, si capisce in retrospettiva di aver assistito ad una tragica fiaba ottimamente raccontata.
Il disegno in questo caso è l’anello debole, risultando un tantino approssimativo e raffazzonato, e il comparto audio è quantomeno trascurabile.

Parte 3: Bake Neko
Durante un matrimonio, la sposa muore in maniera misteriosa: viene inizialmente accusato uno strano ed inquietante venditore di medicine che si trovava lì proprio in quel momento. Non appena egli vede la scena, tuttavia, si rivela per quello che è: un esorcista di demoni. Sorvolando le iniziali riserve, comincia la sua battaglia contro lo spirito felino che intende uccidere tutti i presenti. Per riuscirci, tuttavia, deve scoprire innanzitutto i motivi dell’attacco: è però possibile riuscire ad estorcere dalla famiglia i loro più intimi segreti? Cosa nascondono tutti? Perché uno spirito desidera con tanta forza il loro sterminio? Cosa hanno fatto?

Per quasi tutte le tre puntate, questa risultava essere una serie un po’ sotto tono. Per quanto il farmacista fosse un personaggio molto carismatico (per il poco di carisma che si può esercitare in tre puntate) la storia pareva non decollare mai, rischiando di cadere nella noia: inoltre, qui e là ci sono alcune parentesi semi-comiche assolutamente fuori luogo, e che rovinano il tono generale degli avvenimenti. Con gli sviluppi finali, però, si capisce che ci si trova davanti ad una terribile storia di crudeltà umana, e il personaggio che infine appare come rivelazione rimane in gioco solo per pochissimi minuti, ma colpisce come una mattonata lo spettatore. Purtroppo anche questo accadeva un tempo… e tristemente ogni tanto accade ancora.
In questo caso il disegno è molto particolare: sembra di vedere delle antiche pergamene giapponesi animate. I disegni sono come quelli che si posson trovare disegnati sulle antiche illustrazioni, e il video è realizzato con l’apparente ruvidità di una pergamena. Questo porta ad un certo senso di irrealtà generalizzato, che ben si adatta alla storia stessa.

Insomma, Ayakashi – Japanese Classic Horror è una serie che più che di orrore parla di tristezza e di angoscia: inoltre, bisogna apprezzare parecchio lo stile tradizionale giapponese per poter gustare questo lavoro, che se no rischia di risultare lento, mal disegnato (per gli usuali standard) e troppo ermetico. Una volta superati tali limiti, però, risulta una serie più che apprezzabile.
Infine, una nota di merito va ai subbatori, GG, per aver realizzato un .pdf di spiegazioni per ogni puntata, di modo da poter dare anche ai neofiti il materiale necessario per capire i riferimenti storici contenuti nelle puntate. Ottimo lavoro.

Voto: 8. Se siete degli appassionati dell’antico Giappone senza fantasie o invenzioni, questo fa per voi. Se no, un po’ meno.

Consigliato a: chi vuole farsi un giro nella brutale vita di qualche centinaio d’anni fa; chi non ha paura di spiriti e spettri; chi vuole sentire la curiosa opening creata in un mix tra musica tradizionale e hip-hop, strana ma assolutamente apprezzabile.

Appleseed Ex Machina

Masamune Shirow + John Woo + Prada =

Appleseed Ex Machina

Vedendo i titoli di coda, ho notato i nomi sopra citati. Già sapevo cosa aspettarmi: azione a mille, una trama lineare, botte da orbi. Il punto era: sarebbe stato realizzato bene o male?

La prima cosa che colpisce, in questo anime del 2007, è la grafica assolutamente eccezionale. Io non sono un grande fan della CG, ma in questo caso è realizzata talmente bene da lasciarmi a bocca aperta più volte per la bellezza dei disegni.
La storia riprende un po’ dopo il termine del primo Appleseed: in questo caso, la minaccia deriva da una master mind che tenta di controllare tutti per creare una società senza conflitti poiché con un’unica mente sincronizzata. Ok, non è un granché originale, ma nessuno se lo aspettava…

Con questo film si viene catapultati direttamente nell’azione: la mano di John Woo si vede pesantemente, e le scene di combattimento sono veramente estreme. Fucilate, calci, piroette, voli smisurati, esplosioni: c’è il servizio completo che non può mancare in nessun film d’azione.

La trama risulta prevedibile sin dai primi minuti, e non rivela sorprese né colpi di scena: solo tante botte e… tante altre botte.

Voto: 8. Se non vi piace il casino mindless, tuttavia, tenetevene alla larga.

Consigliato a: chi ama i film d’azione dove bisogna spegnere il cervello; chi vuole assaporare un’opera d’arte grafica di intensità notevole; chi ha visto il primo Appleseed e vuol vederne la versione pompata con gli steroidi.

Kamisama Kazoku

Ecco che succede quando una famiglia di dei si mette a vivere in mezzo agli umani:

Kamisama Kazoku

Samatarou è il figlio di un Dio, e assieme alla sua divina famiglia si trova sulla terra per imparare a vivere in mezzo agli umani, e per poter diventare un buon Dio in futuro. È protetto da Tenka, una ragazza che è in realtà un angelo e che è cresciuta assieme a lui.
Il figlio è chiaramente viziato dal padre, che realizza ogni suo desiderio (anche inappropriato), e tocca a Tenka tenerlo sulla retta via… fino a quando qualcosa non cambia, e Samatarou decide di iniziare ad arrangiarsi, rinunciando agli aiuti di babbo.

Ho guardato questa serie perché, nonostante fosse un’altra commedia d’amore, mi era stata segnalata come altamente divertente. Inoltre, il concetto stesso della serie porta a infinite interpretazioni e possibili gag: ho deciso di dare una possibilità alla famiglia divina.
Devo dire di esser rimasto alquanto deluso. Dal punto di vista comico le battute si concentrano al 95% sul lato ecchi dell’humor, con i vari parenti a turno che mettono in condizioni stupidamente imbarazzanti Samatarou. Ogni occasione è buona per uno sballonzolar di tette o per donne a caso alle quali succedono varie e maniacali cose. L’utilizzo del “fattore divinità” viene fatto molto marginalmente, e in maniera poco accattivante: con le mille situazioni spassose che si potevano creare, vanno a ripigliare solo le più abusate e noiose.
Sotto l’ottica affettiva, inoltre, i sentimenti risultano telefonati e banali: la dinamica della storia si capisce sin dal primo momento, e tutti i più tremendi cliché vengono utilizzati con grande sfoggio di frasi fatte ad ogni occasione in cui si tenta di andare nel serio/sentimentale.

L’unico punto che piega verso il positivo è un sotto-arco narrativo più o meno alla metà di questa serie composta da 13 puntate: con l’introduzione di un personaggio misterioso, le cose sembrano diventare interessanti, e infatti ero già pronto a scrivere “lasciate stare le prime quattro puntate, il resto va”: purtroppo, tempo un paio di episodi e la situazione ricade nell’imbarazzante banalità di cui sopra.

In definitiva, una serie da guardare se siete appassionati del genere, non ne avete visti troppi e non ne avete ancora fin sopra la testa di storie-fotocopia.

Voto: 5. Viene tenuto quasi a galla solo dalle tre puntate centrali, moderatamente interessanti.

Consigliato a: chi vuol vedere una love-story da manuale, per un anime; chi si chiede come possano un Dio ed un angelo amarsi; chi vuol vedere un porcellino-salvadanaio-arcangelo volante che mangia monete e sputa foglietti.

Lovely Complex

L’amore può sconfiggere la differenza d’altezza?

Lovely Complex

In questo caso sono uscito dai miei gusti abituali, e ho dato una possibilità ad una commedia d’amore, genere che in genere evito come la peste.
Otani è un ragazzo decisamente basso, e Koizumi è una ragazza decisamente alta. Insieme sono ritenuti un duo comico perché litigano sempre con grande spettacolarità, ma in fin dei conti sono ottimi amici… fino a quando, da parte di Koizumi, non scatta qualcosa in più.

La storia è chiaramente molto semplice, e il fulcro del tutto sta nei sentimenti: sentimenti che in questa serie emergono forti e chiari.
Non essendo un esperto nel genere non posso dire come questa serie è rispetto alla norma: so però che sfugge da molti dei canonici malintesi e delle solite routine che vengono utilizzate per portare avanti la storia. Questo è di per sé un punto molto positivo, perché tenta di essere un minimo originale anche nelle personalità dei personaggi, ben differenziate e comprensibili.
Va inoltre detto che da ridere ce n’è, e parecchio: i momenti di tristezza e di sentimenti negativi sono davvero ridotti al minimo, al beneficio di una storia che si sviluppa tra grasse risate.

Dal punto di vista tecnico si vede che la Toei Animation, produttrice di Lovely Complex, si è data da fare: per quanto i disegni siano abbastanza nella norma (in un storia d’amore tra studenti è difficile trovare occasioni per usare la CG…), le espressioni sono quanto di più ilare si possa vedere in giro. Più di una volta mi son trovato a sghignazzare a causa delle espressioni fatte da Koizumi.
Chiaramente tutto ciò verrebbe sprecato se non fosse supportato da ciò che di più meraviglioso ho trovato in questo anime… i doppiatori. Hanno fatto in questo caso un lavoro FENOMENALE, da oscar. Non c’è molto da aggiungere, ma ben raramente ho sentito delle voci così partecipi e così “reali” in un anime. I miei più grandi applausi a loro. La colonna sonora non è da meno, coinvolgente e adeguata in ogni momento.

Rimane solo un problema: per quanto Lovely Complex sia ben fatto, è e rimane una commedia d’amore. A titolo puramente personale mi sono accorto che dopo una quindicina di puntate ne avevo abbastanza di sentimenti e quant’altro, puntando quasi solo ai momenti di pura comedy (che, come è ovvio, alla fine sono un po’ meno) e sopportando il resto. Questo è chiaramente un limite mio, ma ritengo giusto specificarlo.

Voto: 8. Un’ottima commedia. Ma, purtroppo, un po’troppo lovey-dovey per i miei gusti.

Consigliato a: chi vuole scassarsi dal ridere con un nano e un’amazzone; chi vuole una storia d’amore a lieto fine: chi vuol vedere quanto è figo Umibozu, il rapper sdentato.

Re: Cutey Honey

Un remake degli anni 80 pazzo ed esplosivo:

Re: Cutie Honey

Questa serie di 3 OAV è il remake di una serie degli anni 80 (Cutie Honey, per l’appunto) rimodernata e rifatta con la qualità visiva del 2004.

La storia narra delle vicende di Cutie Honey, un androide capace di trasformarsi in ciò che vuole, che sconfigge con la forza dell’amore gli androidi cattivi che vogliono distruggere tutto. Ci sarebbero altri dettagli, ma non vorrei bruciare le seppur poche sorprese che questa miniserie riserva.

Lo stile è stato mantenuto al 1000% quello degli anni 80, con disegni esplosivissimi, colori esagerati, azione frenetica e quant’altro: chiunque sia stato bimbo in quegli anni riconoscerà il tratto e la follìa dei disegni che la Toei Animation ha saputo mantenere.
Va inoltre detto, ad onor di cronaca, che la nudità in Cutie Honey è moooolto ricorrente: essendo però estremamente “cartoonesca” non infastidisce più di tanto.

Purtroppo la serie non è esente da qualche pecca: nei momenti seri cade nei classici cliché dell’amicizia e dell’amore che oramai si vedono dovunque, e che quindi risultano triti e ritriti. Per fortuna tali momenti non sono mai troppo lunghi, e quando si riprende l’azione si ritorna alle esplosioni multicolori che tanto ci facevano ridere da bambini.

Nonostante io non abbia visto la serie originale, credo di poter dire che il remake di Cutie Honey è pienamente riuscito, mantenendo inalterato lo stile dei più puri anni 80 in cui molti di noi sono cresciuti applicando però tutte le nuove soluzioni grafiche che il 2004 ha potuto fornire. Ci sono momenti in cui mi sono chiesto se la Gainax ci avesse messo mano, data la pazzia e il nonsense che volava ovunque…

Voto: 7.5. Peccato per i cali dei momenti seri e per la brevità della serie, che non permette di approfondire la storia.

Consigliato a: chi è nato tra il 1975 e il 1985; chi adora le esplosioni con roba e gente che vola dappertutto; chi vuol tenersi il grido Honeyyyyyyy flaaaaaaaash! per un po’ ancorato nelle sinapsi.