Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows

…Un racconto alternativo con i personaggi della serie originaria:

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows


A tre anni di distanza, ritroviamo i personaggi che abbiamo imparato ad apprezzare in una trama totalmente diversa.
La Gekko State è una forza indipendente dell’esercito che si ribella, e va -assieme all’appena arruolato Renton- a rubare in una base dell’esercito il più grande segreto militare esistente: Eureka. Ciò che loro non sanno è che Renton ed Eureka già si conoscono sin da quando erano bambini, essendo cresciuti insieme, e che la loro riunione li porterà al desiderio di non abbandonarsi più: potrà la Gekko State perseguire i suoi obiettivi nonostante ciò? Quale è il loro ultimo scopo? Sono solo dei criminali che puntano alla distruzione del mondo, o motivi più profondi li spingono a rivoltarsi contro la razza umana anziché combattere le Immagini?

Come detto, in questo OVA da circa due ore viene sviluppata una storia che poco ha a che fare con l’originale trama, e anche i personaggi hanno ruoli molto diversi (seppur nelle stesse posizioni) nello svolgersi delle vicende.
Purtroppo, bisogna dire che il risultato non è assolutamente all’altezza di quanto ci si potrebbe aspettare. La confusione iniziale nel vedere tutti i personaggi con caratteri totalmente diversi fa velocemente strada alla delusione in meirto ad una trama assolutamente traballante e poco convincente. Come capita nei film sviluppati in fretta e furia, si assiste semplicemente ad un seguito di presunti colpi di scena che non lasciano nulla se non perplessità su perplessità. Anche quando oramai le cose sono state messe in chiaro e ci si avvia verso la conclusione, diverse cose sembrano fuori posto, e il finale non soddisfa particolarmente.

I personaggi sono molto diversi da quelli che ricordiamo: il punto vagamente positivo è che Renton ed Eureka, anziché esser giovani complessati come all’inizio della serie, sono semplicemente due innamorati che non vogliono separarsi qualsiasi cosa succeda. Questa semplificazione aiuta a rendere un po’ più scorrevole la già barcollante trama, ed è un bene.
Peccato non si possa dire altrettanto per i coprotagonisti: semplicemente, risultano antipatici. A parte i due piccioncini, praticamente tutti gli altri sono cattivi o comunque risultano poco gradevoli. Quelle che sono le motivazioni per i loro gesti, pertanto, risultano noiose e si spera solo che il tutto finisca al più presto possibile.

La grafica è praticamente identica a quella della serie: da una parte si può dire che la qualità era buona un tempo e lo è anche ora (alcune sequenze di combattimento sono molto spettacolari); d’altra parte, si potrebbe pensare che con tre anni di tempo, e per un singolo OVA, avrebbero potuto metterci un po’ di impegno aggiuntivo.
Le musiche non danno alcun valore aggiunto alla visione, facendo quel che devono ma non colpendo.

Insomma, Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows era un lavoro che, a mio parere, si poteva assolutamente evitare. Prende lo scheletro di una serie ben riuscita e ne tira fuori una mezza ciofeca, che può accontentare l’occhio ma che delude assolutamente in termini di trama e personaggi – che erano i punti forti della serie originale.

Voto: 5. Si salva la parte tecnica e un paio di momenti di stupore: il resto risulta in un paio d’ore buttate.

Consigliato a: chi non si offende se i personaggi di una serie vengono rimaneggiati; chi vuol vedere l’involontaria parodia di una grande serie; chi vuole incontrare Nirvash in versione pupazzo puccioso svolazzante.

RahXephon

…Un erede di Evangelion: robottoni e cervello affaticato per tutti!

RahXephon


Ci troviamo in un vicino futuro. A seguito di una guerra, solo la città di Tokyo pare esser rimasta in piedi: si dice che in tutto esistano ancora pochi milioni di umani. La vita scorre tuttavia abbastanza normalmente: Kamina Ayato è un normale diciassettenne alle prese con scuole, esami ed amicizie fino a quando dei nemici giunti dal nulla non iniziano a bombardare la città. Nella confusione Ayato viene prelevato e portato “all’esterno”: si scopre infatti subito che in realtà il resto del mondo e i suoi abitanti sono tuttora esistenti, e che a partire dal 2012 Tokyo è rimasta isolata da un campo dimensionale chiamato “Tokyo Jupiter”.
Quella che si pensava l’ultimo baluardo degli umani pare invece essere il covo di coloro che tramanno alla distruzione del mondo: ma le cose stanno davvero così? La differenza di dodici anni tra Tokyo e il resto del mondo quali effetti potrebbe portare? E di chi potrà fidarsi Ayato, considerando che in ogni fazione tutti paiono avere secondi motivi per tutto?

Come si può già capire da quanto sopra scritto, la storia è estremamente intricata. La trama è infatti fitta di personaggi, collegamenti, sotterfugi, alleanze, rapporti d’interesse e chi più ne ha più ne metta. Bisogna stare attenti ad ogni dettaglio e tentare di memorizzare più o meno tutto, o si rischia la più totale confusione: devo ammettere di aver fatto molta fatica a seguire il filo della narrazione, e nelle puntate centrali per intere sezioni mi sono arreso tentando semplicemente di raccattare qualche informazione senza grande chiarezza sul perché accadesse qualcosa.
A difesa della trama, tuttavia, va detto che alla fine tutto quadra: i mille frammenti sparpagliati per le puntate si riuniscono a comporre un mosaico di notevole complessità, che però a posteriori pare molto chiaro, quasi ovvio. Rimane il fastidio per essersi persi durante parecchie puntate, ma perlomeno alla resa dei conti non si rimane senza spiegazioni.
L’OVA (che non va assolutamente visto prima della serie!!) aiuta ripassando le vicende narrate -seppur con qualche cambiamento qui e là-, e in un paio di casi spiega un paio di retroscena e aiuta, a posterori, a capire meglio cosa sia successo in un paio di punti.

I personaggi sono diversi e, nonostante parecchi passino attraverso diversi ruoli durante la serie, le loro caratteristiche sono abbastanza lineari: questo non vuol dire che siano fatti male o che siano bidimensionali, ma una volta inquadrati si inizia ad intuire quali potranno essere i risvolti delle varie azioni intraprese.
A titolo personale, una delle cose che ho gradito meno di questa serie è tuttavia il lato sentimentale che è parecchio presente (sebbene non ammorbante): Ayato ha la malattia di molti protagonisti di anime, quello di essere al centro delle attenzioni di quasi tutto il cast, mentre in realtà la logica suggerirebbe altro. Anche in questo caso buona parte delle relazioni e delle motivazioni ad esse correlate vengono date con il tempo (quasi tutte attorno alla fine, quando i nodi vengono al pettine), ma questo non toglie che ogni tanto la cosa mi ha dato non poco fastidio. Va comunque detto che generalmente i sentimenti portano al loro aspetto più tragico o doloroso (l’amore significa abbandono o gelosia, l’amicizia significa tradimento o sacrificio), e questo aiuta a creare l’atmosfera cupa di cui parlerò tra un attimo.
Lo sviluppo personale dei alcuni personaggi è abbastanza notevole, sebbene non sempre logicissimo: ogni tanto tre parole in croce fanno cambiare totalmente idea alla persona in questione, ma nel complesso la progressione comportamentale può essere considerata soddisfacente. Qui e là si nota che i personaggi si comportano in un dato modo per motivi di copione, ma è pienamente accettabile al fine di mandare avanti la massiccia storia.

Contrariamente a quanto si possa pensare, i combattimenti tra robottoni sono una parte assolutamente minoritaria: ci sono, è vero, ma occupano generalmente poco tempo e sono importanti soltanto per ciò che significano, e non per il combattimento in sè.
Infatti spesso e volentieri, soprattutto nella seconda metà delle ventisei puntate che componono la serie, tali eventi sono legati a motivi particolari che toccano Ayato o qualcuno a lui vicino – generalmente portando qualche cattiva notizia.
La serie inizia infatti con qualche battuta sparsa qui e là, ma va man mano trasformandosi in una vicenda sempre più cupa fino a diventare, a mio parere, davvero pesante sul cuore. Questo non vuol dire che i personaggi piangono a dirotto o che ci sono precisi eventi traumatizzanti (sebbene un paio ce ne siano, dal punto di vista di chi è coinvolto), ma c’è un generico senso di oppressione e di sconfitta che permea gli accadimenti. Presumo che tale aspetto sia pienamente voluto, e sicuramente il messaggio passa appieno.

Va inoltre segnalato che, anche senza andare a cercare su Wikipedia o simili, si nota che ci sono molte referenze a culture realmente esistite: le culture dell’America precolombiana sono presentissime (l’intera terminologia che sta dietro allo Xephon deriva direttamente da tali antiche lingue) e, andando a controllare, si nota che i riferimenti anche in altri ambiti sono davvero molti e accurati. Questo non è che porti qualcosa di più alla storia in sé, ma vuol dire che alla base -oltre ad una storia studiata a tavolino con estrema attenzione- c’è un lavoro di ricerca non del tutto indifferente, per far sì che i vari termini abbiano significati che tra loro abbiano pertinenza, e questa non può che essere una buona cosa.

Il disegno, per essere del 2002, è a mio parere un tantinello scarsino quando si tratta delle persone: altre cose sono disegnate in maniera più decente (ad esempio, i Dolem) ma secondo me avrebbero potuto sprecarsi un po’ di più.
L’audio è più curato, considerando che “la melodia” è uno dei punti centrali: opening simpatica, ending accettabile, e soprattutto un seppur pezzo di musica classica che ha un ruolo nella storia e che rende felice l’orecchio che lo sente.

Non si può tuttavia chiudere questa recensione senza parlare del fatto che RahXephon trae moltissimi aspetti da Neon Genesis Evangelion: abbiamo l'”eroe per caso”, che deve accettare suo malgrado il ruolo dell’eroe; un forte personaggio femminile che lo accompagna; dei nemici muti, volanti e vagamente inquietanti (sebbene gli Angeli fossero di forme strane e misteriose, mentre in questo caso i Dolem hanno un’aria più vittoriana); il progressivo cedimento verso un nemico sempre più inarrestabile; si potrebbe fare un elenco molto lungo delle similitudini. Non direi che si tratta di plagio, poiché il punto sul quale vertono le storie è differente: l’ispirazione è però chiara.

Voto: 8. Dietro a tutto ciò riesco a vedere del genio, e dell’attenzione: devo ammettere che seguire questa serie è pesante sull’attenzione, e pesante sul cuore. Più di una volta ho fatto fatica a guardare la puntata successiva, per semplice stanchezza mentale: non è un difetto in sé, ma diminuisce la possibilità di gradimento.

Consigliato a: chi non ha paura di logorarsi le sinapsi; chi ha amato Evangelion, e vuol vedere qualcosa di vagamente assomigliante; chi vuol vedere uno dei modi più struggenti per dire addio.

Daicon III & IV

…La storia di due introduzioni che cambiarono il mondo dell’animazione.

Daicon III & IV

Oggi parliamo di storia.
Nel 1981, in occasione della 20° fiera della fantascienza ad Osaka, venne chiesto a due universitari di realizzare un’animazione d’apertura. I due sconosciuti elementi erano Anno Hideaki e Yamaga Hiroyuki: presero le loro conoscenze e quelle di loro amici universitari, e crearono Daicon III. La grafica era moderatamente scarna, le musiche erano chiaramente basilari, ma si vedeva un lampo di genio in tutto ciò. La sigla, della durata di circa 8-9 minuti, parlava di una bambina a cui viene affidato da un uomo sceso da un’astronave un bicchiere pieno d’apparente acqua; molteplici nemici si fanno avanti per rubare tale oggetto, ma la bambina riesce a respingere qualsiasi attacco -venga esso da robottoni, Godzilla, mostri alieni, cannoni fotonici o altro- grazie alla sua forza erculea e al suo zainetto pieno di trucchi (jetpack, missili, righelli laser e via dicendo), arrivando a portare l’acqua a destinazione.
Le citazioni erano molteplici, con robottoni chiaramente riconoscibili ed elementi visti nei più grandi anime dell’epoca: la sigla venne gradita enormemente.

Nel 1983, per la 22° edizione, la Daicon chiese nuovamente ai due sopraccitati artisti di creare una sigla d’apertura: essi crearono un’apposita società (che sarebbe poi diventata la Gainax) e, utilizzando il loro know-how maturato con la prima produzione e l’anno di lavoro nel frammezzo, crearono una sigla visionaria e assurda.
Dopo un piccolo riassunto della sigla di Daicon III, una voce sintetica ci parla di un mondo ai confini dei nostri sogni, dove si può intravedere la follìa: subito dopo, reincontriamo la bambina di Daicon III.
Che è cresciuta.
Ora indossa un vestito da coniglietta playboy, prende a calci Godzilla e Gundam, surfa su una Doombringer, passa in mezzo a schiere di eroi dei fumetti americani e mille altre cose: inoltre, ad un certo punto immagini pressoché casuali iniziano a comparire. Città fatte deflagrare, raggi rivitalizzatori, montagne in crescita e via dicendo: un minestrone apparentemente senza senso.

Tutto ciò potrebbe far pensare ad una mezza ciofeca, ma in realtà è l’esatto contrario: unito ad una colonna sonora che -per chi apprezza le musiche anni ’80- è semplicemente meravigliosa, si è davanti alla più massiccia e portentosa collezione di citazionismi mai compressati in circa tre minuti. Ogni secondo si vedono manciate di riprese dai più famosi lavori dell’epoca, arrivando a toccare punti in cui ci sono schermate intere di personaggi che passano, ed ognuno di essi è di una diversa serie. Riconoscerne anche solo un ventesimo è indice di grande conoscenza del mondo degli anime e della cultura popolare anni ’70 e ’80.

Fosse tutto qui, non si spiegherebbe come mai una semplice opening di una manifestazione catapultò alla celebrità i suoi creatori: in Daicon IV, infatti, la parte grafica gioca un ruolo vitale. Se Daicon III era animato con delle tecniche semplici e primitive, il suo successore sembra provenire da dieci anni nel futuro; purtroppo le versioni oggi rintracciabili sono rovinate e non lasciano apprezzare in pieno la qualità presentata, ma diverse sequenze non avrebbero sfigurato con la grafica dei più blasonati titoli dell’epoca, come Akira e simili. Anche se questo paragone può parere esagerato, fa capire cosa un gruppetto di universitari riuscì a creare con i mezzi a disposizione.

Insomma, Daicon III & Daicon IV sono due lavori che ai cultori d’oggi possono parere primitivi e imprecisi, ma hanno creato la base per una delle più famose case produttrici di anime e, nel loro piccolo, rivoluzionarono il modo di intendere il genere, prendendosi molto meno sul serio e creando ciononostante un mito intramontabile.

Voto: non si può dare una nota ad un lavoro simile.

Consigliato a: chi vuole sapere da dove davvero iniziò la follìa; chi ama la buona animazione d’annata; chi vuol vedere il più totale nonsense mai creato, tanto che FLCL pare una chiacchierata al parco tra vecchietti.

Xenosaga

…Da un videogioco, una serie di fantascienza.

Xenosaga

Ci troviamo diverse migliaia di anni nel futuro. La terra è oramai un lontano ricordo: l’umanità vive in giro per le galassie, avendo sviluppato il sistema di viaggiare più veloci della luce.
Purtroppo una grande minaccia incombe sulle popolazioni dello spazio: delle terribili creature aliene, gli Gnosis, sono arrivati da chissà dove e sembrano avere soltano interesse nel distruggere l’umanità e recuperare delle strane reliquie, chiamate Zohar.
I protagonisti della serie vengono colti in uno di questi assalti, mentre stavano trasportando una reliquia: ma perché questi misteriosi esseri insistono negli attacchi? Riucirà Kos-Mos, la superarma senziente, a capovolgere le sorti della battaglia? E tutto ciò potrebbe esser correlato alla guerra che 14 anni prima sconvolse l’ordine galattico?

Inizio premettendo di non aver mai giocato al videogioco da cui questa serie è tratta, e pertanto la valutazione verrà effettuata unicamente sulla visione distaccata dal prodotto di base.
Come si può vedere, in principio viene messa parecchia carne al fuoco. Il problema è che, in questa serie di sole tredici puntate, la carne al fuoco è davvero troppa! Probabilmente, nella fretta di infilare nel poco spazio tutte le nozioni necessarie, ne è venuto fuori un minestrone pressoché incomprensibile. Ripensandoci a posteriori posso dire di aver più o meno capito la storia, ma durante la visione di chiaro c’era davvero poco.
Si inizia parlando della superminaccia degli Gnosis e dell’importanza di recuperare le reliquie, e poi tutto ciò viene prontamente dimenticato; in seguito, si va a scoprire un po’ cosa era successo negli anni passati, con il supporto di alcuni nuovi personaggi; successivamente, intrigo politico! Che male non ci sta mai. Alla fine si cestina tutto quanto sopra elencato per far comparire un ultracattivo di cui s’era vagamente accennato prima, per avere una conclusione tutta esplosioni e discorsi buonisti, senza gran senso.
Si può vedere di fondo come le varie cose siano collegate, ma è un indizio lasciato alla necessariamente fervida immaginazione dello spettatore perché di tempo per spiegare cosa sta accadendo non ce n’è.

Lo sviluppo dei personaggi segue purtroppo lo stesso ritmo: correndo attraverso i compiti a loro assegnati, i protagonisti e i loro accompagnatori non riescono ad avere un sufficiente spazio per evolversi o spiegarsi. Qui e là si ha qualche flashback (pienamente prevedibile, di solito) che dovrebbe spiegare qualcosa in merito alle motivazioni o ai rapporti di un personaggio con qualcun’altro. Tutto ciò risulta invece soltanto tedioso, perché spiega cose che già si son capite (per forza, se no non si sarebbe riuscito ad afferrare nulla della trama) oppure eventi che alla fine sono irrilevanti.
Ogni tanto qualcuno tenta di sviluppare la propria personalità, ma anche in questo caso si cade nella banalità più totale.

Xenosaga, nella sua versione animata, fa qualche accenno a delle problematiche decisamente interessanti: inizialmente si parla di integrazione dei cyborg e di altre creature simili nella società umana, con prese di posizione abbastanza tipiche ma comunque condivisibili. In seguito viene sfiorato in lontananza anche qualche accenno di religione, ma tutti questi possibili approfondimenti -che avrebbero sicuramente giovato alla profondità della serie- risultano affrettati quanto le altre sezioni dell’anime.

I disegni non sono nulla di speciale: per essere del 2005 ci si può aspettare molto di più. Anche la CG non è granché, e i combattimenti non colpiscono particolarmente.
L’opening è curiosa e graziosa, senza parole nella canzone ma interessante; l’ending avrebbe potuto essere davvero orecchiabile se non fosse stata cantata con un engRish davvero terrificante.

Insomma, Xenosaga è un fallimento su tutta la linea? Beh, non mi spingerei così oltre: sicuramente esistono prodotti peggiori. Il massacrante ritmo che è stato imposto alle puntate, tuttavia, ha richiesto un prezzo altissimo alla trama, ai personaggi e alla gradevolezza della visione.
Probabilmente il gioco, avendo molto più tempo per potersi sviluppare, riesce a fare molto meglio in tutti questi aspetti: tristemente, questo lavoro come stand-alone non riesce a reggersi in piedi.

Voto: 5,5. Qualche momentino quasi interessante, nella prima parte, c’era anche: purtroppo si è fermato lì.

Consigliato a: chi ha giocato al gioco, e non si offende a vedere solo una frazione degli avvenimenti narrati; chi ama robottoni e belle donne che sparano raggi laser a caso senza un preciso perché; chi si chiede perché, quando si ha un’arma potentissima, non la si usa ogni volta che si può.

Vision of Escaflowne

…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

Mobile Suit Gundam 1

…A 30 anni dalla sua nascita, il più classico dei robottoni riesce ancora a tenere il passo?

Mobile Suit Gundam 1

Ci troviamo nell’anno 0079 del Secolo Universale, e molti umani oramai vivono in colonie sparse attorno alla terra. Una sanguinosa battaglia è in corso tra varie fazioni: da una parte la Federazione Terrestre, che comprende la quasi totalità dell’umanità, e dall’altra parte il principato di Zeon che, nonostante sia numericamente misero (un rapporto di forze di 30 ad 1), riesce a dare del filo da torcere alle truppe terrestri grazie all’utilizzo di armi rivoluzionarie chiamate Mobile Suit: in pratica, dei robottoni alti circa 4 metri. Le forze terrestri stanno a loro volta sviluppando una nuova Mobile Suit, ma Zeon attacca la colonia su cui quest’ultima sta venendo costruita.
Amuro, il figlio di uno dei ricercatori, si trova coinvolto suo malgrado negli scontri causati dalla succitata situazione: nella confusione e nel terrore che le Suit di Zeon stanno creando nella sua colonia, trova le istruzioni per guidare l’arma segreta oramai pronta: il Gundam, una Mobile Suit armata di tutto punto ed estremamente resistente.
Inizia così la forzatamente rapida crescita di Amuro nel mondo militare, ma nel frattempo la guerra non si placa: Zeon continuerà ad attaccare le colonie senza sosta? Riusciranno gli esuli della colonia di Side 7 a mettersi in salvo? Cosa c’è dietro alla mancanza di supporto che sembrano accusare?

Quando si guarda questo film (che riassume parte della primissima serie di Gundam, andata in onda per la prima volta ben trent’anni fa) bisogna tenere in considerazione la sua età. Parecchie cose possono sembrare vetuste, e parecchi concetti superati: buona parte di tali concetti tuttavia sono nati proprio con questa serie, e non viceversa.
Detto ciò, è bene spendere due parole sulla trama: si può innanzitutto dire che la stessa è ben strutturata, e risulta interessante. Questo film non pretende infatti di raccontare tutta una guerra, ma narra due diversi periodi (la fuga da Side 7 e la militanza in terra) che riescono a trasmettere le sensazioni di angoscia e terrore che un conflitto porta con sé.
Per quanto di sangue ce ne sia ben poco, infatti, le perdite umani sono notevoli, e non sono solo persone “di sfondo” a saltare in aria: anche genitori e amici di vari protagonisti rimangono uccisi dal fuoco nemico, come è brutalmente giusto che sia. L’ambiente è greve e l’angoscia è palpabile: non si cade mai nella depressione, ma il tono rimane sempre molto serio.

I personaggi sono un altro punto sviluppato in maniera notevole, per i suoi tempi: la crescita di Amuro è interessante e passa vari stadi: dalla paura all’esaltazione, dalla presa di coscienza al superamento dei propri timori: il cambiamento durante le vicende narrate è tale che arriva a non esser quasi riconosciuto dalla madre nel suo agire.
Anche i personaggi comprimari non son fatti male, ma risultano molto più statici e non mostrano particolare evoluzione durante il film.

La grafica è chiaramente molto datata, ma con sorpresa devo ammettere che non risulta inguardabile come avevo avuto paura che potesse essere. Le musiche sono adatte al tempo in cui vennero prodotte, e con l’orecchio di oggi gli effetti sonori risultano di qualità decisamente poco eccelsa: fanno però il loro dovere, e quindi non c’è nulla da recriminare.

Insomma, vale la pena di utilizzare due ore e mezzo per guardare un anime di trent’anni fa? Secondo me, sì. In primis perché non è il classico “anime sui robottoni” ma va molto oltre nella sua valutazione, parlando dello sviluppo di un ragazzo e della sofferenza che la guerra porta invariabilmente con sé; è inoltre un pezzo di storia che sarebbe un peccato sorvolare.

Voto: 8. Con gli occhi di oggi non si può dare di più, ma la trama era davvero interessante e ha meritato tutto il tempo della sua visione.

Consigliato a: chi vuole sapere da dove arrivano i nostri robottoni di oggi; chi vuol vedere un anime dove le munizioni finiscono e dove i robot devono venir riparati; chi vuole sentire lo scambio di battute più beceramente maschilista che un anime abbia mai contenuto.

Tengen Toppa Gurren Lagann: Lagann-hen

…Il secondo OVA, che tenta di raccontare la parte più epica dell’omonima serie.

Tengen Toppa Gurren Lagann: Lagann-Hen

Questo secondo film inizia dove il primo si interrompeva, raccontando le vicende che portano alla conclusione della serie di Tengen Toppa Gurren Lagann.

La storia per un certo periodo segue la trama iniziale, ma una volta partiti per lo spazio delle icongruenze con la serie iniziano a palesarsi. Personaggi che in precedenza morivano rimangono vivi, occupando spazio e modificando il gruppo che arriva alla battaglia finale – cosa che, per chi già ha visto la serie, risulta essere problematica dato che il fulcro del discorso effettuato da Simon verte anche sul sacrificio dei compagni di viaggio.

Inoltre, altre due cose mi hanno pesantemente infastidito. La prima è che la storia risulta incomprensibile se non la si conosce già a menadito: chiaramente un film riassuntivo non riesce a spiegare tutto ciò che l’originale contiene, ma per esempio nel primo (Guren-hen) erano riusciti a limare alcuni pezzi mantenendo tuttavia intera la trama e dando il dovuto risalto ai giusti momenti. In questo caso ciò non accade: ci si perde in un caos di esplosioni e distruzione senza, in apparenza, un vero perché.

In secondo luogo, gli usualmente attenti collaboratori della Gainax hanno fatto un altro passo falso: rifacendo la grafica e il sonoro, hanno ritoccato alcuni momenti assolutamente epici, andando a togliere esattamente ciò che gli appassionati andavano a cercare. Sorvolando i cambi dovuti alle modifiche della trama, molti altri non erano necessari: modifiche di musiche, voci, immagini, discorsi, disegni: quando si arriva al punto in cui ci si esalta poiché il personaggio farà questa o quella figata, si rimane quasi regolarmente delusi. Il finale, poi, è totalmente sconnesso dall’originale e definirlo caotico e raffazzonato è dir poco.

La grafica, bisogna dire, è fenomenale. Molti scontri sono stati interamente ricreati, e dal punto di vista puramente tecnico sono impressionantissimi: molti dei buchi della trama non vengono notati semplicemente perché si è troppo affascinati dalla qualità del disegno e dei combattimenti.
Anche il sonoro mantiene l’altissima qualità a cui siamo abituati, seppur con qualche remix forse superfluo.

Insomma, cosa rimane alla fine della visione di Tengen Toppa Gurren Lagann: Lagan-hen? Un bel po’ di combattimenti, una grafica mozzafiato in puro stile Gainax, tanta confusione, tanta delusione e l’impressione di aver assistito ad uno scivolone su un progetto che apparentemente non avrebbe dovuto recare sorprese. Forse i produttori hanno tentato di aggiungere qualcosa per interessare anche coloro che avessero già visto la serie: secondo me hanno fatto un errore madornale.

Voto: 5. Potrà sembrare duro, ma la delusione è tanta e la Gainax dovrebbe sapere che con esplosioni e robottoni che si menano non si riescono a coprire i buchi di trama, di personaggio e di ritmo.

Consigliato a: chi non si offende nel vedere uno dei finali più belli del mondo stuprato e privato del suo fascino; chi vuol vedere combattimenti di robot di qualità notevole; chi, in fin dei conti, di Yoko, Simon, Boota e compagnia non ne ha mai abbastanza.

Tengen Toppa Gurren Lagann: Guren-Hen

…Un OVA che riassume la prima parte di una delle più grandi serie di sempre.

Tengen Toppa Gurren Lagann: Guren-Hen

Questo primo film della durata di circa due ore riassume la prima parte della storia di Tengen Toppa Gurren Lagann: per informazioni ulteriori in merito alla serie di base rinvio alla recensione scritta a suo tempo.

In questo caso chiaramente il tutto ha dovuto essere compresso per motivi di tempo. La storia rimane pertanto invariata (si parte dall’inizio e si arriva fino allo scontro con lo Spiral King), ma i personaggi vengono esaminati molto meno. Tutte le puntate che introducono i vari membri del gruppo (Rossiu, Kittan, Dayakka e via dicendo) sono state falciate, e quindi ci si ritrova meno attaccati ai singoli membri proprio perché essi risultano molto meno personalizzati.

La trama viene mantenuta con fedeltà, facendo rivivere tutti i momenti più epici della serie: Kamina riesce a far ridere a crepapelle con le sue uscite assurde, e questo primo film risulta pertanto per la maggior parte del tempo leggero e scanzonato.

La grafica migliora rispetto alla serie iniziale: soprattutto nei combattimenti si vedono nuovi effetti grafici davvero impressionanti, che danno un motivo per seguire questo remake anche a chi ha già visto l’originale.
Le musiche rimangono di ottima qualità, come d’altra parte ci si poteva aspettare.

Insomma: Tengen Toppa Gurren Lagann: Gurren-Hen è una buona trasposizione in sole due orette di una 15ina di puntate di serie. La versione estesa rimane chiaramente molto migliore perché riesce a far passare i mille messaggi e le mille sensazioni che l’hanno resa un capolavoro, ma il lavoro fatto qui è decisamente apprezzabile per chi vuole rivedersi un concentrato dei pezzi migliori, e per chi non ha tempo o voglia (eresia!) di guardarsi tutte le ventisette puntate, senza per questo voler rimanere all’oscuro della trama di questo anime.

Voto: 8,5. Manca tantissima roba, per forza di cose, ma si fa valere ugualmente.

Consigliato a: chi di TTGL non ne ha mai abbastanza; chi vuol scassarsi dal ridere vedendo Kamina che se ne esce con delle frasi assolutamente epiche; chi si chiede ancora come fa Boota ad avere una mira così incredibile per le tette di Yuki.

Macross Frontier

Come direbbe qualcuno… verso l’infinito, e oltre!

Macross Frontier

La serie di Macross nasce nel 1982, e si compone di molti capitoli diversi: per poter apprezzare appieno la serie creata per i 25 anni di esistenza, un po’ di background sulla serie iniziale può risultare molto utile.

Nell’originale, ci si trovava nel 1999: Durante la terza guerra mondiale un’astronave aliena cadeva sulla terra; gli umani misero da parte le loro differenze e, tramite reverse tecnology, impararono i segreti del movimento a velocità superiori alla luce insieme a tanti altri segreti per il viaggio spaziale. Quando l’astronave era pronta per partire, tuttavia, si presentarono gli originali proprietari per riprendersela… facile immaginare cosa successe poi. Durante la sanguinosa guerra tra umani e Zendradi (gli alieni, che corrispondono a degli umani giganti) si venne a scoprire che entrambe le razze nascevano dalla stessa protocultura, che regnava nell’universo mezzo milione di anni fa; si riuscì a scoprire inoltre che uno degli unici modi di comunicazione con essi era la musica e il canto, internazionale attraverso le galassie.
Lynn Minmay, un’idol finita in maniera rocambolesca a bordo della nave, divenne pertanto un punto focale della riappacificazione delle due razze, diventando l’eroina che salvò l’intera umanità e lanciò la nostra stirpe a cercare nuove case nello spazio.

In Macross Frontier, ci troviamo ora nel 2059: seguiamo una delle navi che sono partite dalla terra al seguito della prima serie: la Frontier, per l’appunto. La storia inizia con Ranka, una ragazzina qualsiasi, che tenta di andare a vedere il concerto di Sheryl Nome, un’idol che si trova sulla colonia per il suo tour. Dopo averla incontrata piuttosto per caso, e aver potuto parlare con lei, anche Ranka decide di seguire la strada del canto per realizzare i suoi sogni; purtroppo, il loro viaggio è disturbato dall’improvviso attacco di una razza aliena insettiforme, i Vajra, che senza motivo apparente iniziano a colpire senza sosta la colonia, minacciandone la sopravvivenza stessa. Come faranno a difendersi? A cosa è dovuta tale insistenza, dopo 40 anni di pace e tranquillità? Il vero pericolo sono solo i Vajra, oppure c’è dell’altro che sta tramando alle spalle dei poveri abitanti di Frontier? E cosa si nasconde nel passato di Ranka, talmente orribile da esser stato dimenticato da lei stessa?

Questa serie offre ciò che ci si può aspettare da Macross: combattimenti tra nemici e astronavi/robottoni, musica e un triangolo amoroso.
La trama in sé inizialmente viene quasi del tutto ignorata, dando ampio spazio allo sviluppo delle relazioni tra i tre protagonisti (Ranka, Sheryl e il fortunato ma stupido Alto). Questo porta ad avere quasi una storia da Harmony piuttosto che una storia di fantascienza: questo non è un problema per chi ama il genere, ma anche in quel campo le banalità e le situazioni-cliché si sprecano.
Passata la prima dozzina di puntate, invece, la situazione si cristallizza e viene inserita la trama vera e propria, che è di qualità altalenante: alcune parti sono simpatiche (soprattutto nelle ultime puntate, alcune rivelazioni e alcuni avvenimenti lasciano di stucco – senza contare le rivelazioni finali, secondo me brillanti), mentre altre sono un po’ traballanti (l’intero agire dei “cattivi” mi ha lasciato un tantinello perplesso). In ogni caso la storia si lascia guardare senza problemi, anche se pure nella seconda parte c’è imho qualche lentezza di troppo.
Il tono dell’anime è serio, anche se nelle parti iniziali ed intermedie spesso ci sono piccoli intermezzi comici a sollevare l’ambiente: non si arriva ad avere un’atmosfera di tragedia e di disperazione, ma comunque più avanti nella serie le battute spariscono per lasciare spazio ad altro.

I personaggi, in questa serie, creano l’ossatura della storia molto più che in altri lavori simili. Per quanto essi siano abbastanza tipici (la ragazzina piena di volontà e speranze, la star che si confronta con i suoi problemi, il figo di turno stupido come un lampione,…) mi sono risultati parecchio simpatici, e questo è importante: le loro problematiche risultano più vicine in tal modo, e ci si preoccupa per la loro sorte. Questo aiuta anche ad interessarsi alla trama in sé, dato che è strettamente correlata a loro, e da una mano nelle parti in cui essa, come sopra detto, è meno brillante.
In ogni caso, è tutto un fiorir d’amore: non è una storia tutta amoreamorepuccipucci, per nulla, ma quasi ogni personaggio coinvolto -anche quelli minori o con poca rilevanza con la storia- rimane invischiato a modo suo in un intreccio amoroso di variabile entità.

Sulla parte artistica ci sono un paio di parole più del solito da spendere.
La parte grafica è in parte mediocre e in parte eccellente: l’animazione dei personaggi lascia talvolta parecchio a desiderare, mentre le parte in CG e i combattimenti hanno un’animazione e un disegno davvero superbi. L’unico problema dei combattimenti è che sono talmente caotici che risultano confusionari, e ci si ritrova a vedere le scie dei missili che riempiono lo schermo senza nemmeno capire cosa essi stiano seguendo… ciononostante, parecchie immagini rimangono mozzafiato e di eccellente fattura.
La musica è, sia per qualità che per trama, un punto focale di Macross Frontier. Forse i realizzatori non avranno creato i personaggi o la storia migliori del mondo, ma sulla parte sonora non c’è nulla da poter recriminare: la qualità delle canzoni è altissima. Gli amanti del Jpop saranno in visibilio, così come gli amanti del Rock possono amare Nana o quelli del metallo possono amare Detroit Metal City: per quanto generalmente non sia un tipo di musica che vado a ricercare, molte delle canzoni mi sono rimaste in mente poiché davvero splendide. Sono anche andati oltre: i concerti creati sono ottimi, e quando si combinano con le battaglie sopra citate il risultato è spettacolare. L’eccellenza definitiva viene raggiunta quando le canzoni di Ranka e di Sheryl vengono combinate in un riuscitissimo remix… davvero un’opera degna di nota, che giustificherebbe di per sé la visione di questa serie.

Insomma, come valutare Macross Frontier? È difficile, perché ha tante cose riuscite e tante che invece lasciano a desiderare. È sicuramente un lavoro che porta con onore sulle sue spalle i 25 anni di tradizione Macross, con i relativi pregi e difetti.

Voto: 7,5. Per me un po’ lentino e un po’ troppo invischiato in triangoli amorosi: con gusti diversi, probabilmente può piacere anche di più.

Consigliato a: chi è un fan della serie Macross; chi adora la J-pop; chi vuole vedere il cellulare più bello che sia mai stato immaginato.

Eureka Seven

Il colosso che la BONES ha sfornato nel 2005:

Eureka Seven

In un indefinito futuro, Renton è un ragazzo 14enne: non ha mai conosciuto suo padre, ma sa che egli fu l’eroe che salvò l’intero pianeta dalla distruzione. In una cittadina senza interessi ed avvenimenti, la sua unica passione è cavalcare le onde del Trapar, un’energia invisibile che riempie il cielo, con la sua tavola da “surf”.
La sua vita continua tranquillamente fino a quando, un giorno, un robottone appartenente ad una banda di ribelli da lui ammirati non gli piomba davanti a casa. Da esso esce Eureka, una misteriosa ragazza dallo sguardo magnetico, che dimostra subito interesse in Renton: egli decide pertanto di seguire Eureka e il gruppo Gekko State nelle loro avventure intorno al mondo. La vita fuori dal suo paesello è tuttavia molto più complessa e meno piacevole di quanto lui avesse immaginato, e ben presto si ritrova pieno di dubbi e paure… ma non è l’unico. Come riuscirà a proteggere i suoi cari? Riuscirà a svelare i misteri che man mano si mostrano dinnanzi a lui? Cosa è il Trapar, come fanno i robottoni a surfare nel cielo, cosa si nasconde dietro a tutto ciò?

Di questa serie da cinquanta puntate, devo ammettere, la prima decina mi aveva scoraggiato. Dopo gli avvenimenti iniziali la partenza è lenta e poco interessante. Si capisce che ciò è fatto per presentare le particolarità dei vari personaggi, ma ciò non può venir fatto con delle storie poco interessanti…
Per fortuna, tuttavia, ho dato retta a chi mi aveva consigliato questa serie e ho continuato: dopo tale iniziale mancanza, la storia decolla in maniera sempre più intrigante. Ogni puntata pare iniziare come un filler, ma si rivela invece interessante e porta elementi nuovi all’ambientazione che diventa sempre più completa, intrigante, misteriosa e complessa: entro metà serie c’è una valangata di carne sul fuoco, e la trama si fa via via più interessante. Lo svolgimento della storia principale rimane sempre abbastanza lento, poiché molte altre cose entrano in linea di conto: questo non fa però perdere interesse nei misteri che via via si moltiplicano.
Purtroppo verso la fine c’è un nuovo eccessivo rallentamento del passo, sebbene non marcato come all’inizio: nel corso dell’avvicinamento al climax finale, tuttavia, avrebbero potuto utilizzare un passo un po’ più spedito per mantenere alta la tensione.

La storia in sé, come detto, è ottimamente realizzata (sorvolando sui problemi sopraccitati di lentezza qui e là): ha alcune battute qui e là ed alcune puntate dall’anima un po’ più leggera, ma principalmente è un anime dal tono decisamente serio – e talvolta anche abbastanza crudo. Di per sé, vedendola a posteriori, la trama utilizza i soliti argomenti: il primo grande amore, la protezione dei propri cari, la salvezza del mondo. La grande differenza in questo caso non è in cosa si racconta, ma in come lo si fa: in Eureka Seven sono riusciti a rendere interessante anche il banale grazie al fatto che si inizia senza alcuna spiegazione, e si scopre tutto in corso d’opera. Questo mistero all’inizio è spiazzante, ma non porta il fastidioso sentimento del “non capisco che BIIIP succede”, bensì conduce al “voglio saperne di più!”, che è ciò che dovrebbe sempre accadere. Forse alcuni misteri vengono tenuti un po’ tanto a lungo (sentir nominata una persona da puntata 1 a puntata 37 senza mai saperne niente di più è un po’ fastidioso…), ma sono casi isolati.
Questo, secondo mio parere, è soprattutto possibile in casi come questo, dove l’anime nasce spontaneamente e non come adattamento da un manga: tali due forme d’arte necessitano tempi e modalità di narrazione diverse, e purtroppo la conversione è molto difficile da fare mantenendo intatte le intenzioni iniziali.

Sui personaggi ci sarebbe molto da dire: in 50 puntate c’è molto tempo per vederli in azione, e quindi ognuno ha una sua storia personale.
In linea di massima, ogni personaggio importante ottiene, in proporzione alla sua rilevanza nella storia, un’evoluzione personale. Guardando il punto dal quale partono e vedendo la situazione in cui terminano, si vede che i cambiamenti sono importanti, adeguati e ben fatti: bisogna tuttavia dire che ogni tanto alcuni sviluppi lasciano un po’ perplessi, e soprattutto nella prima parte della serie in più situazioni si vorrebbe prendere a calci con violenza e furia alcuni elementi (principalmente Renton e Holland). Una volta che essi riescono a sconfiggere i loro principali demoni, tuttavia, una nuova strada si apre dinnanzi a loro e riescono a mostrare il loro meglio.
La storia d’amore tra Renton ed Eureka, che inizia sin da puntata 1, è il filo conduttore di buona parte della serie: questo non trasforma Eureka Seven in un anime amorepuccipucci, e dopo gli iniziali discorsi (i quali fanno nascere il desiderio di prendere a calci Renton di cui parlavo prima) si sviluppa in maniera abbastanza solida – contando comunque che i protagonisti sono degli adolescenti.

Dal punto di vista artistico, sono impressionato. Il disegno dei personaggi è molto buono (pensavo fosse del 2007-2008, non del 2005!), ma l’eccellenza viene raggiunta nei tanti coreograficissimi combattimenti aerei: quando entrano in campo gli LFO, ci si può gustare delle battaglie estremamente dinamiche e avvincenti. Inoltre, nonstante la serie sia di taglio principalmente militaresco, lo schermo non è pieno unicamente di grigioverde: viene fatto grande uso di colori, che colpisce ancor più lo spettatore.
La musica non è da meno: le varie opening ed ending sono di primissima qualità, e la maggior parte risulterebbe orecchiabilissima anche in radio.

Insomma, sono rimasto abbastanza colpito da quello che ritengo ad oggi uno dei lavori più grossi della BONES: non è perfetto, ci sono dei cali di ritmo che potrebbero scoraggiare i meno pazienti ed inizialmente sembra di essere in un mondo governato da leggi fisiche stupide e buffi robot che surfano nel cielo: ci vuole un po’ di costanza per arrivare al vero succo della questione. Non è un anime mostruosamente innovativo o rivoluzionario: fa quello che fanno gli altri, ma lo fa al massimo delle sue possibilità.

Voto: 8,5. Se avessero limato un po’ di tempi morti all’inizio e alla fine, avrebbe potuto essere anche più in alto: è comunque una storia degna d’essere ascoltata.

Consigliato a: chi ama robottoni un po’ inusuali (inizialmente… dopo diventano MOLTO inusuali); chi apprezza delle storie d’amore travagliate ma sincere; chi vuol conoscere l’animale da compagnia col più alto peso specifico esistente.