Kuroshitsuji

……dopotutto, lui è soltanto un diavolo di maggiordomo!

Kuroshitsuji


Ci troviamo a Londra, alla fine del 1800. Ciel Phantomhive è il giovane capo dell’omonima famiglia, nota per essere l’ombra dietro alla Regina: quando c’è da pescare nel torbido della malavita per conto della casa reale, sono loro a venir interpellati. Il passato di Ciel, tuttavia, rivela inquietanti ombre: la morte dei genitori ed un patto di vendetta fatto con un demone, Conosciuto come Sebastian Michaelis. Egli ha giurato fedeltà a Ciel fino a quando la vendetta contro gli assassini della sua famiglia non saranno giustiziati, in cambio della sua anima.
Ma chi c’è esattamente dietro all’assalto alla famiglia Phantomhive? Questo come si collega con gli altri delitti che stanno avvenendo in giro per Londra? E Sebastian è invincibile come sembra?

La serie inizia dando quasi da subito tutte le informazioni di cui sopra. La trama non si spinge oltre: nella prima metà delle puntate si assiste a vicende assortite senza particolare correlazione tra loro (sebbene alla fine si potrà vedere qualche rimando ad esse), e pare quasi di essersi sbagliati ed aver messo su delle puntate di Detective Conan. Archi narrativi di 2-3 puntate portano infatti ad indagare su omicidi o rapimenti, con Sebastian che viene “usato” soltanto per velocizzare le indagini, e per gironzolare con il suo carisma.
Quando si arriva alla seconda parte, la trama sembra prendere serietà e corposità: purtroppo ciò non è fatto in maniera ottimale, e la storia non decolla mai raggiungendo la fine senza essersi quasi sviluppata. Si passano quasi venti puntate a vedere vicende di cui poco ci frega, e sebbene si capisca che i personaggi qua e là conosciuti torneranno (e si percepisce anche in qual guisa) il tutto non risulta stimolante: poi, di corsa, accadono millemiliardi di avvenimenti, cambiamenti di fronte e via dicendo: il tempismo non è gestito con sufficiente cura.

Avendo parlato di personaggi, si arriva a quello che secondo me è il punto più debole di questa serie. Iniziamo parlando dei due protagonisti: Ciel e Sebastian. Il primo è un bimbetto perennemente vestito come un buffone gotico, che gironzola per la città di Londra sparando sentenze su come lui non abbia bisogno di nessuno (salvo poi usare Sebastian per tutto), su come lui sia un freddo calcolatore che farebbe qualsiasi cosa per arrivare ai suoi obiettivi (e si smentisce mostrando pietà qui e là) e, in generale, filosofeggiando in maniera fintamente dark su qualsiasi cosa. È superfluo dire come Ciel non abbia incontrato il mio favore: questo chiaramente ipoteca gravemente il mio gradimento dell’anime.
Fortunatamente, Sebastian è di un’altra pasta: nei modi e negli sguardi si mostra per il demone che è: leale alla promessa fatta, ma con i suoi progetti in mente, lavora facendo ciò che deve al meglio. Purtroppo, essendo guidato da Ciel, risulta spesso limitato nelle azioni: finché si tratta di lanciare qualche coltello va tutto bene, ma in parecchi momenti sarebbe stato bello vedere Sebastian in azione in maniera più incisiva.

Tolti questi due elementi, il resto dei personaggi è praticamente inesistente. Elisabeth sembra avere il ruolo di fare da contrapposizione emotiva a Ciel, ma non prende mai davvero tale ruolo. Gli altri servitori della casa dovrebbero essere la parte comica della serie, che inizialmente si presenta come una produzione abbastanza allegra, ma non strappano nemmeno un sorriso: inoltre, verso il finale, viene svelata la loro origine. Questo li lascia però nello stesso limbo di inutilità dove si trovavano prima. Stessa cosa si porebbe dire di Pluto, di Madame Red, di Undertaker,… tutti sembrano prendere un ruolo, ma ci si accorge in seguito che Ciel e Sebastian continuano per la loro strada senza minimamente farsi influenzare da questi ultimi: quando pare che qualcosa abbia fatto breccia, generalmente si viene smentiti dopo poco.

La grafica è nella norma, senza particolari pregi: il disegno è elegante ma semplice, e fa il suo dovere. Di buona fattura le musiche, con un paio di canzoni gradevoli e una simpatica ending.

Insomma, bisogna dire che sono rimasto un po’ deluso da Kuroshitsuji. Sembrava avere tutto il necessario per diventare una serie interessante, ed invece annega in un mare di mediocrità dal quale non riesce mai a liberarsi. Da notare, tuttavia, il (per me) sorprendente finale: gli ultimi 5 minuti sono di qualità, e non me li aspettavo.

Voto: 6. Ho visto di molto peggio, è vero: la scarsa qualità del protagonista e la struttura della trama non permettono tuttavia ai personaggi che l’avrebbero meritato di brillare di più.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni vittoriane, con un pizzico di gotico; chi non si infastidisce a vedere il protagonista vestito come un idiota; chi vuol conoscere Tanaka-kun, il servitore più inutile ma più caratteristico di casa Phantomhive.

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Kannagi

Se una Dea curiosa e un po’rintronata si materializzasse da una vostra scultura, come reagireste?

Kannagi

Jin è un giovane liceale che segue il club dell’arte. Per un’esposizione crea la scultura di una donna, che lui incontrò in un tempio quando era bambino: inspiegabilmente, da tale statua esce di botto una giovane ragazza che senza mezzi termini afferma di essere una Dea! Jin viene pertanto “arruolato” come aiuto per Nagi per ripristinare il suo antico potere. Ci sono però dei problemi più immediati: come spiegare agli amici l’improvvisa comparsa di un’avvenente fanciulla a casa sua? Come nascondere la sua presunta divinità? Come gestire i sentimenti delle varie persone che rimangono coinvolte nella vicenda?

Kannagi si presenta subito per ciò che è: una commedia sentimentale. Punta tuttavia molto più sulla commedia che non sulla parte amorosa: un po’ come Ouran, fino alle ultime puntate l’amore è messo in seconda fila, subissato da una valanga di risate incontrollabili.
Il punto forte di questa serie è infatti la comicità: era un pezzo che non incontravo delle battute originali: qui, nonostante le condizioni di partenza siano quanto di più cliché esista nel mondo degli anime, moltissime delle solite gag vengono evitate per puntare su un umorismo rinfrescante e genuino. Non si scade mai nella volgarità e le situazioni di totale comicità sono moltissime, soprattutto agli inizi: si riconosce la mano dell’autore, che è lo stesso che ha diretto le prime quattro puntate di Lucky Star. Inoltre, qui e là ogni tanto si vede che i personaggi sono consci del fatto di essere in un anime. Questo viene usato poco (è una gag che invecchia velocemente), ma in quei pochi momenti sono battute ben piazzate. Spettacolari infine gli attimi di mutismo da parte dei protagonisti, quando accade qualcosa di totalmente assurdo: la sola attesa della reazioni bastava a farmi iniziare a ridacchiare con aspettativa.

I personaggi sono estremamente piacevoli: anche loro sono inizialmente molto comuni, ma non si comportano proprio come quelli in tutti gli altri anime. Ovviamente ci sono alcune dinamiche che non possono essere evitate, ma varie situazioni di incomprensione vengono evitate, risparmiando allo spettatore le classiche scenette per nulla divertenti e mortalmente ripetitive.
Anche i comprimari sono ben realizzati, e portano un valore aggiunto alle situazioni di divertimento: le loro personalità non vengono esaminate con le usualmente inevitabili puntate dedicate, ma si svelano man mano tramite dettagli e situazioni che si presentano.

Volendo trovare un punto debole nella serie, ci si potrebbe rivolgere alla trama. Di per sé da una serie del genere non ci si aspetterebbe nessuna storia (ad esempio, Seto no Hanayome fa ridere tantissimo anche senza alcuna trama oltre all’imput iniziale),ma in questo caso pare quasi che gli autori volessero far entrare elementi aggiuntivi per forza, salvo poi dimenticarsene in corso d’opera. Inizialmente Nagi non riconosce la tecnologia, poiché è stata assente dal mondo per molti anni: questo viene però dimenticato nel giro di dieci minuti. In seguito, si fa un gran parlare del padre di Jin: due puntate dopo la questione viene accantonata. Successivamente tocca alla missione di distruggere gli spiriti cattivi: rimane in auge per una puntata, poi svanisce per fare una veloce ricomparsa nel finale, senza però alcun’importanza.
Sembra quindi che abbiano continuato a dire “dai, mettiamoci dentro qualche altro dettaglio!”, ma che poi abbiano scoperto che la storia andava bene così com’era e abbiano sperato che gli spettatori se ne dimenticassero. In effetti sul momento funziona – non si sente la mancanza di tali dettagli mentre si segue la serie -, però a posteriori ci si rende conto che molte cose sono andate perdute in corso d’opera.
Infine, sebbene una virata verso la serietà verso la fine era prevedibile, in questo caso la cosa è stata forse troppo netta: si passa dalla totale ilarità di cui si parlava prima ad una serietà e pesantezza notevoli. Le due parti, separatamente, sono di buona qualità; si mischiano però maluccio, e personalmente avrei preferito la parte finale in tono con lo stile spensierato e ridanciano del resto della serie.

Il disegno è estremamente bello e fluido: le espressioni sono fenomenali, e sia nei momenti divertenti che in quelli seri convogliano perfettamente l’emozione che intendono esprimere.
Anche le musiche sono molto curate, con un’opening scoppiettante come la serie e un’ending calma e rilassante. Gradite molto.

Insomma, Kannagi è sicuramente un ottimo lavoro: il 2008 è stato un anno avaro di buone produzioni, ma questa spicca su molte altre per originalità e realizzazione. Non fatevi intimorire dall’apparente banalità della trama: qui c’è da ridere parecchio, se avete un umorismo simile al mio.
Spero solo che non ne facciano una seconda serie: il termine fa pensare che sia già pensata, ma rischierebbe di scivolare palesemente nel tragico amorepuccipucci, e sarebbe un vero peccato.

Voto: 8,5. I buchi di trama e lo scivolone finale si fanno sentire un po’, ma chi ama le commedie d’amore che non siano tutte sospiri e bacetti questo è uno spettacolo.

Consigliato a: chi cerca risate e qualche sentimento, senza però doversi sorbire qualche mielosa seriaccia; chi vuole ridere delle disgrazie di un pover’uomo in balìa degli eventi; chi vuol sapere se anche gli Dei vanno in bagno.