Utawarerumono

Dopo una lunga pausa, rieccoci al fantasy:

Utawarerumono

Un uomo si sveglia in uno strano posto, senza ricordarsi nulla. Si accorge di aver attaccata sulla faccia una maschera che non può togliere, e di sé non ricorda nulla: si accorge però di esser circondato da persone con le orecchie e la coda da gatto, che lo hanno ritrovato morente in un bosco vicino.
Così inizia la stora di Utawarerumono, che racconta le gesta di Hakuoro -così verrà chiamato l’uomo- e dello sviluppo della tribù che lo ha accolto ed, in seguito, della ricerca del suo passato.

Una delle primissime cose che mi hanno colpito di questa serie è di certo la data di creazione: è stato fatto nel 2006, ma avrei giurato che fosse una produzione attorno agli anni 1998-2000. Questo non perché la qualità sia scarsa, ma perché lo stile stesso dei disegni, i caratteri dei personaggi e il passo della storia a me pareva quello in uso diversi anni fa. Può essere considerata una cosa positiva o negativa: dipende se tali serie piacevano o meno.

Per quanto non ci sia della vera e propria magia, l’ambientazione è molto fantasy: persone con tratti animali o con le ali, tigri giganti che vengono cavalcate, al posto dei cavalli ci sono delle specie di dinosauri,… l’originalità di certo non è mancata per la creazione di questo mondo, che risulta molto ben fatto e gradevole.

La storia, invece, ha degli alti e bassi. Tutta la prima parte, che segue la liberazione di Hakuoro, Eruruw e tutta la tribù dalle grinfie di un imperatore crudele, è davvero molto avvincente: le cose continuano ad accadere, non c’è nemmeno mezzo filler e anche gli attimi di distensione servono comunque ad apportare nuove informazioni e background nella storia. Il passo rimane ottimo anche in seguito, fino a quando non comincia a riaffiorare il passato del protagonista.
A quel punto purtroppo il tessuto della trama inizia a sfilacciarsi un po’, e le cose iniziano a diventare meno logiche. Molte cose vengono buttate là e lasciate cadere, compaiono nuovi personaggi che sembrano fatti unicamente per poter far tirare avanti la storia e non hanno una vera personalità, e via dicendo. Non arriva ad essere brutto o noioso, ma dopo essersi abituati al passo concitato e battagliero della prima parte, la seconda risulta decisamente sotto tono. Alla fine si scopre che la storia in sé, seppur spiegata in maniera mooooolto parziale, poteva esser interessante: gli autori hanno tuttavia un po’ perso la strada, rovinando un po’ una serie comunque apprezzabile.
Anche lo sviluppo dei personaggi è secondo me un po’ carente: ci sono molti comprimari, ma ognuno ha il suo carattere statico e nessuno di loro cambia mai di una virgola per tutte le ventisei puntate della serie. Bisogna dire che questo anime punta più sulla sua storia che non sui personaggi che la compongono, e quindi la cosa non è troppo terribile: vedere tuttavia sempre la stessa scena ogni volta che si dice qualcosa (Oboro s’infervora e giura massacri, Kurou è d’accordo, Benawi si oppone e Hakuoro propone altro) è un po’ ripetitivo.

Il disegno, come detto sopra, sembra un po’ datato ma non è spiacevole: è ben fatto, e i vari piccoli inserti di CG non risultano fastidiosi o macchinosi. Risulta comunque un anime molto sanguinario, anche se la violenza non è mai gratuita: in fin dei conti nelle guerre a suon di spada il sangue che si riversava per terra era tanto, e sarebbe stato ingiusto edulcorare questo triste aspetto della guerra. Sono riusciti a dosare bene sangue e buongusto, e questo è un lavoro decisamente difficile e purtroppo poco comune.
Le musiche sono un altro aspetto molto positivo della serie: opening ed ending sono ben orecchiabili, e la musica accompagna bene le scene.

In definitiva, Utawarerumono è un buon prodotto, purtroppo viziato dalla sua seconda parte: risulta in ogni caso molto piacevole da vedere se si ama l’ambiente fantasy, le storie di guerra e se non ci si offende per qualche sbavatura di troppo nella trama.

Voto: 8. Ero indeciso se dargli 7.5, ma in fin dei conti devo dire di aver davvero gradito la visione, almeno fino a 3/4.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni fantasy; chi ama i disegni di qualche anno fa; chi vuol sentire personaggi ridere in maniera stupida come ptptptptptptptpt o kekekekekekekeke.

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Moyashimon

Quando si parla di poteri strani:

Moyashimon

Sawaki è un ragazzo al primo anno di università, e frequenta l’università agraria poiché i suoi genitori producono miso e quindi lui dovrà ereditare l’azienda. L’unico particolarità è che lui può vedere i microbi ad occhio nudo!
Non li vede come si potrebbero vedere al microscopio: lui li vede come dei buffi esserini svolazzanti che gli parlano, e ne sa distinguere le varie peculiarità in base all’aspetto. Risulta quindi chiaro come il reparto ricerca dell’università sia interessato alla sua dote…

Questo anime segue un pattern molto semplice: classica storia di ragazzi a scuola, con una particolarità a dare il la alle varie storie. In questo caso, tuttavia, anche il particolare tipo di università aiuta a creare differenti vicende: non sono difatti sempre i microbi ad essere al centro dell’attenzione (poiché la storia diventerebbe ripetitiva, dopo un po’), ma gli stessi comunque non vengono mai dimenticati – foss’anche solo per un commentino ironico qua e là.
Il disegno è gradevole, nella norma per una produzione del 2007: i microbi spiccano però dalla mediocrità, essendo carinissimi e bellissimi.
La sigla iniziale, realizzata con un mix filmato/CG, è davvero un masterpiece che fa innamorare all’istante della serie. Anche opening ed ending sono molto orecchiabili e danno il giusto tono alla serie, scanzonata e leggera.

Di per sé il filo conduttore della storia che si dipana nelle undici puntate è abbastanza flebile: non c’è una vera e propria trama forte che leghi le puntate, ma piuttosto una direzione di fondo che segue la corrente degli eventi. Nel momento in cui però sembra che il tutto si stia arenando e diventando noioso, compare il provvidenziale avvenimento inaspettato (e un paio di essi sono davvero inaspettati) che ridà un po’ di spinta alla serie, per traghettarla con il giusto ritmo fino al suo semplice ma adeguato termine.

Insomma, una serie da guardare a cuor leggero per farsi un paio di risate e per vedere dei bellissimi pupazzolini volanti. Non sarà best of 2007, ma intrattiene con tranquillità e allegria.

Voto: 8. Per la sua brevità e semplicità, è davvero un prodotto ben fatto.

Consigliato a: chi ha bisogno un po’ di relax in mezzo a delle serie pesanti; chi vuole imparare qualche nozione in più su batteri e microbi; chi non teme la paranoia ogni volta che, d’ora in poi, guarderà un pezzo di pane vecchio di un giorno.

Shigurui

Di nuovo samurai, ma stavolta molto più sanguinari:

Shigurui

Questo anime inizia in maniera abbastanza curiosa: un reggente sanguinario chiede di far combattere all’ultimo sangue i più valenti combattenti che ci siano. Sul terreno di combattimento si presentano tuttavia un uomo senza un braccio ed uno storpio cieco: nonostante le perplessità, viene tuttavia garantito che sono i migliori samurai che esistano.
Successo questo, ci si trova in un flashback che durerà per tutta la serie. La storia in sé parla di Seigen Irako che si presenta nella scuola di samurai dove è allievo Gennosuke Fujiki (i due personaggi d’inizio serie): riesce in maniera piuttosto rocambolesca a farsi prendere come discepolo con il segreto intento di ereditare l’intera scuola… ma viene scoperto e cacciato, e la sua vendettà calerà implacabile!

Diciamo subito che questo è un anime indicato ad un pubblico adulto. La violenza è tanta, cruda, spesso gratuita e molto splatter: ci sono inoltre innumerevoli scene di nudo (la maggior parte assolutamente non necessarie) e alcune scene di sesso. Questo di per sé non mi darebbe nessun fastidio, se non fosse che -come detto- i nudi sono davvero gratuiti, e la violenza è mal realizzata. Alcuni combattimenti sono difatti abbastanza carini, ma la resa grafica è davvero povera. Per motivi inspiegabili, infatti, l’unica cosa che è stata realizzata con la CG in Shigurui sono le budella, e sono state fatte decisamente malissimo; anche il sangue, quando sgorga (quindi spesso), non è per nulla naturale e risulta poco credibile.
La parte musicale è praticamente assente: non esistono in pratica sigle iniziali o finali, e la musica durante le puntate si limita a qualche strimpellata di strumenti tradizionali giapponesi. Non valutabile.

Il vero problema, secondo me, sta tuttavia in un altro punto: la lentezza di questa serie. Le puntate si trascinano in maniera lamentosa e insopportabile, con inquadrature dalla durata inimmaginabile e di un’utilità pari a quella di una bicicletta in fondo al mare. Quel che viene raccontato potrebbe esser detto nella metà delle puntate, e ci sarebbe ancora spazio per un bel po’ di filler… il ritmo è davvero oltre ogni concezione di lentezza, e questo lo rende di una pesantezza unica.

Va inoltre sottolineato che i produttori si sono forse dimenticati la puntata finale: la storia semplicemente non finisce, il quesito iniziale non viene risolto e dopo l’ultima puntata si rimane a guardare lo schermo pensando “eh?”. Pessima, pessima, pessima mossa.

Cosa si salva, quindi? Qualche pezzo di puntata qua e là risultava carino, ed ogni tanto qualche spunto interessante c’era. Purtroppo, però, non c’è molto altro da vedere.

Voto: 3. Davvero disastroso, sotto molti punti di vista.

Consigliato a: chi è un fanatico assoluto di samurai; chi ama le serie con una lentezza diabolicamente elevata; chi si sente animato dal dovere di vedere qualsiasi puttanata che si trovi in giro.

5 centimeters per second

Sapete a che velocità cadono i petali dei ciliegi?

5 centimeters per second

Questa miniserie è composta da tre episodi, da guardarsi tutti di fila, per una durata totale di un’ora e qualche minuto. Le tre puntate parlano di un ragazzo, Tohno, e di una ragazza, Akari, a diverse età della loro vita. Nel primo caso sono in prima media; nel secondo caso hanno finito il liceo; nel terzo caso sono oramai nella loro vita lavorativa.
Le situazioni della vita hanno fatto sì che si separassero, nonostante un amore giovanile sbocciato e ancora in fasce: si vedrà quindi come questa lontananza influisce sulle loro vite, e come -in generale- se la cavano durante il proseguire del tempo.

È difficile dare una valutazione di 5 cm/sec: non c’è una vera storia raccontata, non c’è una morale, non c’è un inizio ed una fine: c’è solo una marea di sensazioni velate, dolci ma malinconiche, tenere e nel contempo struggenti, che si riversano in chi guarda. È davvero notevole come in una sola ora si arrivi ad affezionarsi in maniera così intensa ai due protagonisti, e a chiedersi come starebbero oggi e come va avanti la loro vita.
Spesso i personaggi intervengono come narratori della loro stessa storia, e la serie è estremamente introspettiva: si capiscono i pensieri, i dubbi e le speranze della gente, che vengono trasmessi in maniera cristallina e realistica. Molti ragionamenti sono quelli che chiunque, prima o poi, si è ritrovato a fare: vederseli sullo schermo da una strana sensazione, di condivisione e nel contempo di nostalgia.

La grafica è davvero eccezionale. Non è facile riuscire a far risaltare i disegni in un anime dove, di per sé, non capita nulla: in questo caso ci sono riusciti in maniera spettacolare, amalgamando alla perfezione CG assieme a paesaggi splendidamente disegnati, quasi usciti da un quadro. L’animazione è fluida e molto bella, e il feeling che la serie fornisce è ulteriormente amplificato da tutto ciò.
Le musiche sono quasi assenti, ma va benone così: i silenzi sono pregni di significato e messi al posto giusto. La canzone che chiude questa miniserie è bellissima, e spunta inaspettata assieme a mille e mille flashback che imprimono nella memoria le vite di Tohno e di Akari.

Voto: 9,5. Alto? Può essere. Va però premiato il fatto che mi ha lasciato qualcosa.

Consigliato a: chi vuole un’ora di sentimenti; chi vuole vedere, più che un anime, un saggio d’arte; chi ama i filosofeggiamenti tendenti al pratico.

Afro Samurai

Dedicato a chi apprezza un disegno un po’ più occidentalizzato:

Afro Samurai

Afro Samurai ha una storia molto semplice e lineare: nei cinque OVA che lo compongono si assiste alla vendetta di Afro (viene chiamato così e in nessun altro modo…), in caccia dell’assassino che uccise suo padre davanti ai suoi occhi di bambino. Questo accadde poiché il padre era il depositario della fascia che determina il più abile spadaccino del mondo: lo scopo di Afro è recuperare tale oggetto dal freddo cadavere di tale omicida.

La storia si sviluppa quindi senza grandi colpi di scena, parlando di vendetta e di cosa si possa sacrificare per inseguirla. La violenza è tanta, il sangue che scorre è massiccio ed è pertanto parecchio sconsigliato ad un pubblico più giovane o impressionabile: i combattimenti sono spesso spettacolari anche se forse un po’ troppo visivamente caotici.

Lo stile dell’animazione si avvicina molto ad un taglio più occidentale dell’anime: l’occhio d’attenzione al mercato americano è anche denotabile dal fatto che il doppiatore in inglese è Samuel Lee Jackson – non proprio l’ultimo degli arrivati.

A titolo puramente personale ritengo che la serie avrebbe potuto esser dilungata lievemente, per farne 10 o 12 episodi: alcuni avvenimenti vengono difatti visti en passant e nella parte centrale si nota la fretta di far procedere la storia, elminiando personaggi che sembravano centrali in trenta secondi. In tale fase anche i combattimenti ne risentono un po’, per poi fortunatamente riprendersi nel finale.

Una cosa che mi ha invece interessato è il mix che è stato fatto tra l’ambientazione da antico giappone e la tecnologia che crea curiosi anacronismi: tipiche taverne con impianto stereo (che emette ovviamente musica hip-hop), samurai col cellulare, zoccoli tradizionali con l’ammortizzatore ad aria,… sono idee originali che sono state amalgamate bene con l’ambiente generale.

Voto: 7.5. Un anime per adulti, che lascia moderatamente soddisfatti se si è in cerca di un po’ d’azione senza molto altro dietro.

Consigliato a: chi apprezza i samurai; chi vuole un po’ di gore; chi vuole vedere il compagno di viaggio di Afro, che è totalmente idiota e assolutamente ilare.

Shigofumi

Le poste dall’aldilà… quanto ritardo avranno? Altro che Poste Italiane!

Shigofumi

Le Shigofumi sono delle lettere che arrivano dall’oltretomba. Quando si muore si ha la possibilità di mandare una lettera ad una persona, dicendole quel che si vuole. Inutile dire che a quel punto escono tutti i pensieri più sinceri, siano essi buoni o cattivi, e le persone scoprono molte cose che non avrebbero mai sospettato (o che non avrebbero mai voluto sapere).
In questo anime seguiamo le vicende di Fumika, una “postina dell’aldilà”: queste persone vengono scelte tra gente già morta e il loro corpo rimane per questo immutabile per sempre, ma lei curiosamente invecchia… quale passato nasconde?

Shigofumi potrebbe esser classificato con una sola parola: mediocre.
All’inizio tenta di essere un anime introspettivo sulla vita e su vari aspetti della stessa, ma purtroppo non raggiunge la profondità necessaria. Dopo un po’ si trova un plot vagamente più corposo, che però non riesce ad interessare molto: diventa ovvio all’istante e si prevedono passo per passo tutti gli sviluppi.
I personaggi stessi non sono mal fatti, ma non spiccano nemmeno per le loro attitudini: tutte le sensazioni che essi emanano sono come ovattate, e non toccano praticamente mai il cuore dello spettatore, né incitano ad una riflessione di qualsivoglia genere. La spalla di Fumiko, il bastone parlante Kanaka, dovrebbe essere il classico compagno allegro del personaggio serio: non fa però mai veramente ridere, risultando un po’ fuori posto nell’ambiente generale dell’anime.
Il finale stesso tenta di creare un climax che però non risulta particolarmente emozionante: è curioso come siano riusciti a far recitare male dei personaggi animati…

Per essere del 2008, i disegni sono tutto fuorché sensazionali. Non sono brutti, ma anche qui si rientra nella totale anonimità del tratto, senza alcun particolare degno di nota. Stessa cosa per le musiche, con opening ed ending orecchiabili ma non particolari.

Voto: 5.5. Non è brutto, ma non c’è niente che possa spingere a guardarlo. È una storia che non aveva la necessità di esser raccontata.

Consigliato a: chi lavora alle poste; chi ama i personaggi monoespressivi e monocorde; chi vuol vedere bastoni parlanti che litigano tra loro.

Sayonara Zetsubou Sensei

La disperazione fatta docente, in una cascata di delirio:

Sayonara Zetsubou Sensei

Itoshiki Nozomu è un docente che da sempre vive nella disperazione e nel dolore: un giorno decide di farla finita e di impiccarsi. Il suo tentativo di suicidio viene però fermato da Fuuka Kafuka, una ragazza assolutamente solare che vede unicamente il lato felice della vita e che nemmeno riesce ad immaginarsi la tristezza o il dolore.
Il giorno stesso, Itoshiki scopre che Fuuka è anche sua allieva, e le loro personalità entrano un tantinello in contrasto: non è tuttavia certo lei l’allieva più stramba!

Detta così pare una cosa banale, trita e ritrita: due caratteri totalmente opposti si scontrano, causando incomprensioni di vario genere.
Nulla di più lontano dalla realtà.
Questa serie è composta di totale ed assoluto delirio psicotico, dove ogni allieva ha una diversa tara mentale (hikikomori, sdoppiamento della personalità, dipendenza dal cellulare, mania dell’ordine, stalker,…), e tali disturbi sono rappresentati nella maniera più ilare possibile: non c’è alcun tentativo di moralizzazione o di condanna in SZS, ma unicamente una camionata di situazioni totalmente surreali che diventano ancor più geniali in considerazione dell’apparente normalità in cui esse si svolgono.
Ci sono poche battute vere e proprie, ma la comicità di questa serie verte su molti altri piccoli aspetti: la comicità è sussurrata e delicata, e ciononostante fa schiantare dal ridere: in questo si riconosce pesantemente la mano della SHAFT, casa produttrice che sto imparando ad adorare.

Si nota che è un lavoro che è stato molto curato da tante cose: in primis i disegni, che sono molto particolari (ispirati al disegno tradizionale giapponese) e molto variati, con tante tecniche di disegno diverse adottate per le differenti situazioni, e sempre al posto giusto al momento giusto.
Inoltre, il citazionismo in questo caso raggiunge livelli estremi ma non fastidiosi o necessari di particolari conoscenze per essere apprezzati: basta dare un’occhiata alla lavagna che ad ogni inquadratura cambia scritte per vedere frasi provenienti dai più disparati ambienti: citazioni di re francesi, frasi famose di cartoni animati, liste della spesa dei produttori,… qualsiasi cosa.
Ogni minimo momento va apprezzato ed osservato, perché si arriva al punto di fare pausa per poter osservare i messaggi subliminali contenuti in un singolo frame, oppure si vuole leggere le becerissime barzellette che compaiono qua e là nelle sigle.
Il tocco di genio arriva con i nomi dei personaggi: tutti i nomi, dal primo all’ultimo, sono dei giochi di parole che vengono spiegati a fine puntata (e i subbatori hanno avuto il buon cuore di inserire delle osservazioni per permettere a tutti di capire dove sta l’ironia): assolutamente epico.

Il sonoro è anche degno di nota: le sigle iniziali e finali sono gradevoli (quella iniziale rockeggiante, quella finale che punta più verso al jazz), e anche durante le puntate il supporto audio risulta adatto.

L’unico punto negativo, se tale si può definire, è che nelle ultime puntate perde un po’ di mordente rallentando i ritmi e perdendo un po’ la presa sull’assoluta comicità delle situazioni: non arriva a diventare noioso, ma perde un po’ di smalto rispetto alle prime 8-9 puntate, totalmente deliranti.

Voto: 9. Può sembrare alto, ma è davvero una produzione dietro alla quale si cela un grande lavoro: va premiata.

Consigliato a: chi ama ridere di battute intelligenti; chi vuole varsi un viaggio nelle psicosi giovanili; chi vuole andare in giro urlando zetsuboushita! ogni volta che gli capita qualcosa.

Appleseed Ex Machina

Masamune Shirow + John Woo + Prada =

Appleseed Ex Machina

Vedendo i titoli di coda, ho notato i nomi sopra citati. Già sapevo cosa aspettarmi: azione a mille, una trama lineare, botte da orbi. Il punto era: sarebbe stato realizzato bene o male?

La prima cosa che colpisce, in questo anime del 2007, è la grafica assolutamente eccezionale. Io non sono un grande fan della CG, ma in questo caso è realizzata talmente bene da lasciarmi a bocca aperta più volte per la bellezza dei disegni.
La storia riprende un po’ dopo il termine del primo Appleseed: in questo caso, la minaccia deriva da una master mind che tenta di controllare tutti per creare una società senza conflitti poiché con un’unica mente sincronizzata. Ok, non è un granché originale, ma nessuno se lo aspettava…

Con questo film si viene catapultati direttamente nell’azione: la mano di John Woo si vede pesantemente, e le scene di combattimento sono veramente estreme. Fucilate, calci, piroette, voli smisurati, esplosioni: c’è il servizio completo che non può mancare in nessun film d’azione.

La trama risulta prevedibile sin dai primi minuti, e non rivela sorprese né colpi di scena: solo tante botte e… tante altre botte.

Voto: 8. Se non vi piace il casino mindless, tuttavia, tenetevene alla larga.

Consigliato a: chi ama i film d’azione dove bisogna spegnere il cervello; chi vuole assaporare un’opera d’arte grafica di intensità notevole; chi ha visto il primo Appleseed e vuol vederne la versione pompata con gli steroidi.

Read or Die

Quando è la carta a far più male della spada:

Read or Die

La storia di Read or Die si snoda attraverso tre OAV seguiti da una serie di 26 puntate: sebbene non sia strettamente necessario, è vivamente consigliato guardarsi prima gli OAV per capire qualcosa di ciò che sta succedendo.

Nell’OAV seguiamo le vicende di Yomiko Readman, una bibliomane compulsiva che ha il potere di comandare la carta a sua volontà: può renderla resistente come l’acciaio o tagliente come il laser, e può costruirci dei famigli per aiutarla nelle più svariate attività.
Yomiko, in arte The Paper, lavora per la biblioteca nazionale inglese e deve affrontare alcuni dei più famosi scrittori del passato, che sono stati clonati e riportati in vita con le caratteristiche dei loro personaggi più famosi. A lei vengono affiancati altri due personaggi molto particolari, e la caccia per salvare il pianeta inizia!
L’OAV mi è piaciuto parecchio: la storia è abbastanza semplice ma i colpi di scena, quando ci sono, sono davvero massicci: i combattimenti sono simpatici e i personaggi amici e nemici sono vari e quindi non noiosi. Il finale è azzeccato e mi ha lasciato molto soddisfatto.

Una volta archiviato l’OAV e iniziata la serie, ci si ritrova spiazzati: nessuno dei personaggi precedentemente presenti viene avvistato, e si ha quasi l’impressione di aver sbagliato qualcosa. Questo viene tuttavia chiarito durante le prime puntate, poiché ci si trova a quattro anni di distanza dagli eventi dell’OAV e questa volta si seguono le vicende di altre tre Paper Master (Yomiko, Maggie e Anita) che devono proteggere una scrittrice in pericolo.
La prima parte della serie è davvero spettacolare: i combattimenti sono adrenalinici, e per una volta i nostri eroi fanno pieno uso dei poteri in loro possesso. Alcune sequenze di combattimento sono veramente geniali e, in considerazione della versatilità che la loro abilità permette, gli autori ci hanno messo un bel po’ di fantasia. Anche la storia non è male, e si segue con piacere: questo accade fino alla fine del primo arco narrativo.

Con l’inizio della seconda parte, purtroppo le cose cominciano a cambiare: ho come l’impressione che i produttori si siano invischiati in una storia originale e molto particolare ma un po’ troppo complessa, non sapendo più come uscirne. La situazione diventa infatti vieppiù caotica e, vedendo man mano le puntate passare, non si vede alcun cenno di risoluzione. Nelle ultime puntate, infine, tutto quanto si svolge alla velocità della luce, creando alcune perplessità sulle spiegazioni date e lasciando un po’ per strada la logica.
Anche i personaggi, sinora brillanti, smettono di usare il cervello: agiscono portati dalla corrente degli eventi, e anche in combattimento si viene a perdere l’originalità precedentemente dimostrata. Il finale, inoltre, è poco soddisfacente e decisamente non mette un degno punto alla fine della storia.

Il lato artistico è encomiabile: contando che l’OAV è di sette anni fa, i disegni sono belli e fluidi, sia nelle scene d’azione che in quelle di dialogo. La musica iniziale è molto simpatica (fa molto telefilm anni ’70), anche se durante la serie in sé la presenza di ulteriori musiche non si fa notare più di tanto.

In definitiva, un’occasione sprecata: hanno fatto un ottimo lavoro fino ai 2/3, per poi rovinare tutto. Peccato.

Voto: 7.5. Fermandosi metà serie, questo voto potrebbe essere anche di un punto più alto.

Consigliato a: chi vuole vedere combattimenti originali; chi ama i libri e si riconosce nelle protagoniste; chi vuole vedere le nuove frontiere dell’origami.

Potemayo

Cosa si può trovare nel frigorifero, a parte cipolle e latte?

Potemayo

Sunao, un normalissimo allievo di 5° elementare con una faccia da about: blank un mattino sta facendo colazione, quando sente dei rumori venire dal frigorifero: aprendolo, scopre che uno strano essere che assomiglia a una bimbina in miniatura con delle orecchiette pelose che le spuntano dalla testa lo sta guardando. Dopo un iniziale tentativo d’ignorare la sua presenza, da a questo esserino incapace di parola il nome di Potemayo.
Da qui in poi si segue la vita di Sunao e di Potemayo assieme al loro gruppo di compagni di classe, che hanno modi molto vari di interagire tra loro.

Partendo dall’audio/video, bisogna dire che questo anime è parecchio carente. Per essere del 2007 il disegno è decisamente povero, senza rifiniture e abbastanza dozzinale; lo stesso si può dire dell’audio, con una sigla iniziale inutile e un audio nelle puntate totalmente anonimo. Alcuni doppiaggi inoltre hanno una voce che arriva al limite del fastidioso, rendendo il tutto poco gradevole.

Dopo qualche minuto di visione si sarebbe portati a pensare che questo anime è indirizzato ad una fascia più giovane d’età: provando a guardarlo con gli occhi di un bimbo di 9-10 anni, risulta comunque poco divertente. Le battute sono poche, e molte situazioni sono molto fraintendibili ad avere una mente un minimo perversa. È come se avessero voluto fare un anime per bambini mettendoci però delle battute che anche i grandi potessero apprezzare per tener entrambe le fasce d’età a guardare la serie: purtroppo hanno fallito in entrambi i campi.

A salvarsi in questo anime sono alcune (poche) uscite di Sunao e i “mini-personaggi”: l’uccellino che abita sulla testa di Potemayo e i due misteriori animaletti ai lati della testa di Guchiko, che a volte mi hanno davvero fatto ridere. Tutto il resto risulta davvero noiosetto sia per gli adulti che per i bambini, che forse potrebbero gradire alcune scene d’inseguimento e la classica facciata contro un palo… ma c’è di molto meglio in giro, anche per loro.

Voto: 5. Non affonda di più solo per i personaggi in miniatura: il resto è decisamente sottotono.

Consigliato a: chi ha 10 anni, che magari un po’ riderà; Chi vuol vedere gli abissi nei quali la J.C.Staff può sprofondare; chi vuol iniziare a parlare dicendo solo honi honi honi honi.