Black Lagoon: Roberta’s Blood Trail

…Dopo una certa pausa, arriva il terzo episodio di una serie molto amata.

Black Lagoon: Roberta’s Blood Trail


Ci troviamo qualche tempo dopo gli avvenimenti delle precedenti serie, e Roanapur è il solito coacervo di illegalità e affari loschi. Un cliente si affaccia tuttavia alla Black Lagoon: si tratta della nuova maid di Garcia, il ragazzino salvato in precedenza, che ha perso il controllo della mostruosamente efficiente Roberta, sua guardia del corpo e pressoché immortale donna (memorabile lo scontro contro Revy avuto in passato).
Dopo l’assassinio del padre di Garcia, Roberta è sparita di casa minacciando vendetta contro il mondo intero: ma chi è coinvolto in tale omicidio a sfondo apparentemente politico? Come sarà possibile fermare una superdonna oramai immune, apparentemente, ad ogni cosa? Quali fazioni si nascondono dietro ai giochi di poteri che hanno in pugno Roanapur?

La prima cosa che salta all’occhio da questi sei OVA è che l’ambientazione è molto più cupa e tendente alla depressione. C’è un unico arco narrativo parecchio spesso che si dipana durante tutta la durata della serie, contrariamente alla tendenza episodica fino a qui avuta: la storia risulta però secondo me un po’ poco comprensibile, e lo svolgimento, seppur comprensibile, non arriva ad un finale soddisfacente. Vengono lasciate aperte alcune incognite, che non dipanano il mistero finale posto dalla serie.

La sorpresa più grande viene però dai personaggi, e dal loro cambiamento di ruolo. Revy, Dutch e Benny non sono altro che comparse che forniscono un passaggio o qualche colpo di pistola: il protagonista indiscusso della trama è Rock, il cui carattere è oramai stato profondamente cambiato dai precedenti avvenimenti. Anche altri personaggi che si son fatti valere in passato (la felice famigliola di assassini torna a fare la sua comparsa) ricompaiono, ma solo per fare comparsate assolutamente ininfluenti ai termini della trama o dello svolgimento dei combattimenti.

Questi ultimi, punto focale della serie fino a qui, risultano infatti parecchio meno pittoreschi: abbiamo unità militari contro altre unità paramilitari che si sparano qui e là in agguati vari, e pochi veri momenti di piacere visivo nei conflitti. Questo è anche dovuto al fatto che la trama prende di prepotenza uno spazio maggiore rispetto al passato, e richiede più discussioni e meno fucilazioni.

A livello personale, questo cambiamento non è stato molto ben accetto. Chiaro, si vede chiaramente che si è ancora a Roanapur, nell’est dimenticato dalle leggi: sembra però che si sia voluto prendere i personaggi e le situazioni viste nella prima serie e più apprezzate, e riutilizzarle per farne ancora un po’. Questo non vuol dire che il prodotto finale sia pessimo, ma manca di quella spontaneità e leggerezza mentale che aveva reso così godibile e apprezzabile quanto finora avuto.

Per le musiche non si sono proprio sprecati: per l’opening hanno preso la stessa canzone delle prime serie e l’hanno remixata, e il finale rimane senza sigla. Alcuni lunghi e pesanti silenzi si fanno sentire, e un po’ di attenzione in più in questo campo non sarebbe stata male. Il disegno ha invece avuto un moderato miglioramento, soprattutto nelle espressioni: non mi piace molto come sono diventati alcuni personaggi, ma almeno il loro animo si capisce bene – soprattutto nella seconda parte della serie.

Insomma, Black Lagoon: Roberta’s Blood Trail lascia un po’ l’amaro in bocca agli amanti della serie. Gli elementi ci sono ancora tutti, ma in dimensioni diverse e forse non con la stessa alchimia che li aveva legati in passato. Lo spettacolo rimane comunque abbastanza godibile, ma avrebbero potuto fare di meglio.

Voto: 7. Se solo avessero tenuto l’aspetto spensierato -seppur truce- degli inizi, avrebbero potuto fare grandi cose.

Consigliato a: chi, comunque, di Revy & company non ne ha mai abbastanza; chi vuol vedere uno sviluppo dei personaggi magari non ben visto, ma perlomeno abbastanza logico e credibile; chi si chiede chi regna davvero a Roanapur.

Eve no Jikan

…Are you enjoying the time of EVE?

Eve no Jikan


Ci troviamo in un vicino futuro, probabilmente in Giappone. Gli androidi sono entrati nella vita quotidiana, in maniera molto simile a quella prevista da Isaac Asimov nei suoi libri: le versioni più antiche sono riconoscibili, ma quelle più moderne paiono in tutto e per tutto umani. Ci sono due differenze: la prima è che gli androidi per obbligo devono avere un cerchio luminoso sopra la testa (un po’ come un’aureola, verde o rossa) per essere chiaramente riconosciuti, e la seconda è che sono totalmente al servizio degli umani.
Rikuo, un normale adolescente che ha un’androide in casa, scopre quasi per caso un bar in cui quest’ultima si è recata: il bar del tempio di Eve, che ha una sola regola. Essa è: uomini e androidi, qui, son trattati uguali. Questo porta a far sì che le eventuali aureole siano spente, e che non si sappia se la persona con cui si sta interagendo sia umana o meno!

In Questa breve serie di sei puntate da 15 minuti (a parte l’ultima che è da 28) non succede molto: si viene trasportati, in maniera molto pacata, in un mondo in cui più che “problemi” vengono analizzate con delicatezza situazioni umane (o quasi-umane) che confrontano animi e sentimenti, nelle più svariate maniere.
La cosa principale che risulta è, come il sopraccitato Asimov asseriva in alcuni suoi racconti, che ad un certo punto il comportamento androide può esser paragonato a quello umano, seppur per motivazioni diverse. Non si deve però venir deviati dall’ambientazione “fantascientifica”: alcuni passaggi sono moderatamente profondi, e possono far riflettere anche qualcuno di noi.

C’è anche una sottile trama di fondo, esterna al bar, che parla di paura del diverso e di interazioni negate: si parla di robot e umani, ma è sin troppo facile il parallelismo con la società moderna e con le divisioni che troppo spesso si vedono. Ciò rimane tuttavia marginale e porta solo un lieve tono critico alla serie, che in alternativa rimane generalmente incentrata su sentimenti positivi.

I personaggi, siano essi umani o androidi, sono chiaramente il fulcro della situazione: essi risultano credibili e si comportano coerentemente con il loro carattere, sebbene il tempo per interagire sia poco. Si scopre la storia di alcuni di loro, mentre altri risultano utili solo come contorno ma non fanno mai la figura “dell’attaccapanni”: ognuno sembra entrare in quel bar per un motivo, e questo aumenta il senso di realismo delle vicende narrate.
Alcuni sono teneri, altri sono emotivi, altri ancora fanno lacrimare il cuore: sono creati con cura e attenzione, e questo fa loro onore.

La grafica risulta piacevole e ben curata, con colori caldi e quieti a sottolineare il tono della serie; le musiche sono quasi inesistenti, ma le poche tracce che ci sono fanno moderatamente piacere. Niente sigle, né d’apertura né di chiusura.

Insomma, devo ammettere che questa serie mi ha sorpreso nella sua semplicità: non ci si deve aspettare un maestoso anime che interroghi sul significato della vita, ma sembra quasi di vedere una parte delle riflessioni di Ghost in the Shell senza la parte cyberpunk-oppressiva. Interessante.

Voto: 8,5. Riflessivo, tranquillo, pacifico, sereno. Davvero un buon prodotto, secondo me.

Consigliato a: chi vuole rilassarsi utilizzando comunque il cervello; chi ama gli androidi, la robotica e le tre leggi di Asimov; chi si chiede in quali situazioni un robot potrebbe infrangere un comando a cui ha dato seguito per decenni.

Kurokami

…Quando picchiare bambine non è peccato.

Kurokami


Nel mondo di oggi si pensa che fortuna e sfortuna sono elementi casuali, ma ciò non è completamente vero. Ogni persona nasce con due sosia: di questi tre personaggi, uno sarà un “root” e gli altri due saranno dei “sub”. In complessivo, i tre hano una fortuna del 100%: se uno di essi dovesse morire, tuttavia, la fortuna passerebbe tutta a un altro dei due, secondo alcune regole abbastanza semplici.
Questo sistema viene chiamato “doppelliner system”, e pare essere in funzione per far sì che il totale mondiale di Tera – un’energia a metà tra la forza vitale e la fortuna – sia equamente distribuito, e non ci siano particolari accentramenti di potere; una popolazione di superumani chiamati mototsumitama, che vive in un’altra dimensione, veglia su di noi per verificare che tutto funzioni.
A quanto pare, tuttavia, da qualche tempo qualcuno sta giocando con i destini degli uomini: a seguito di una strage avvenuta nei sacri territori dei mototsumitama, le cose non stanno più funzionando. Riuscirà Kuro, sopravvissuta al massacro dei mototsumitama, a portare a termine la sua vendetta? E Ibuki, un normale ragazzo che evita i rapporti umani per evitare di esser ferito, come potrà evitare di esser trascinato in tali folli battaglie? E chi si cela dietro a tutto ciò, pronto a giocare con le vite degli uomini?

Come si può capire dalla lunga introduzione, la storia di questo anime pare abbastanza corposa. Ciò corrisponde a realtà, e questo fatto pare strano soprattutto dato che si tratta di un anime molto incentrato sul combattimento: generalmente tale tipo di serie punta ad una trama abbastanza semplice per dare spazio alle risse.
In Kurokami si possono trovare tre archi narrativi abbastanza distinti. Il primo è sicuramente il più riuscito: parte dalla base sopra descritta, e usa con buoni risultati gli elementi di trama disponibili per dare un motivo a tutto lo spaccarsi le ossa che si vede rappresentato.
Il doppelliner system si presta a parecchi giochetti e manipolazioni, ed esse vengono ben considerate dalle persone coinvolte: questa è un’ottima cosa.
Il secondo ed il terzo arco narrativo, purtroppo, scadono un pochino: nel secondo ci sono inutili complicazioni che rallentano la narrazione e alla fine lasciano il tempo che trovano, mentre il terzo risulta un po’ più credibile ma comunque non convince quanto il primo: nella miglior parte i personaggi pensavano a cosa fare, mentre alla fine ogni cosa viene risolta ululando qualche frase e avendo improvvisamente più potere.

I personaggi sono, forse, la parte più debole della serie: da gente che continua a picchiarsi non ci si aspetta granché, ma avendo una trama perlomeno decente ci si aspetterebbe uno sviluppo maggiore da parte dei protagonisti, che invece sembrano sempre essere in balìa degli eventi. Il rapporto tra Kuro e Keita pare essere banale sin dal primo momento, ma bisogna ammettere che ad un certo punto non va a finire “come tutti aspettano”, e questo da forse l’unico vero punto rivoluzionario dal punto di vista dei comportamenti.
I coprotagonisti fanno esattamente quel che dovrebbero fare, senza sforzarsi troppo ma senza sfigurare particolarmente.

A furia di parlare di gente che si svita le articolazioni, bisogna parlare un po’ dei combattimenti, che in Kurokami sono molto abbondanti (almeno uno in ogni puntata, con alcune che ne hanno anche parecchi di più): sono tutti scontri in corpo a corpo, e Keita non combatte praticamente mai (se non con aiuti esterni): è sempre Kuro a fare la parte della combattente.
Questo porta quindi ad uno dei punti più belli di Kurokami: ogni genere di persone che prende a gomitate in faccia, calci nello stomaco, tallonate nel basso ventre e pedate sulla nuca un’apparente dodicenne, mentre le spaccano la faccia contro il pavimento di granito.
I mototsumitama sono per definizione più forti e più resistenti di un essere umano, e questo ha permesso a chi ha studiato gli scontri di sbizzarrirsi. Gente che apre varchi in pareti con la faccia (generalmente non di propria volontà), mazzate da far impallidire Rocky e via dicendo sono all’ordine del giorno.
La realizzazione tecnica è di fattura assolutamente pregevole, e quando iniziano a picchiarsi è un piacere: peccato solo che negli ultimi scontri paia quasi di vedere puntate di Dragonball, con gente che svolazza ovunque e ondate di energia dappertutto. Questo però non toglie che per la massima parte ci si diverta, se si è in grado di ignorare che quasi ogni combattimento viene vinto dei nostri eroi perché “ci credono di più” e quindi trovano qualche misterioso potere da nonsisadove.

Va sicuramente detto che Kurokami prende ispirazione da molti lavori precedenti: non si tratta di citazioni ma non arriverei nemmeno a definirli plagi, sebbene il ricordo in alcune cose sia evidente. In primis, Kuro ricorda molto Shana di Shakugan no Shana nell’aspetto, sebbene fortunatamente il personaggio sia molto meglio; il motivo del legame estremamente intimo e “assoluto” tra Kuro e Keita ricorda parecchio quello di 3×3 eyes; la fonte dei poteri di Kuro può rammentare il terribile sistema che esisteva in Chrno Crusade; il concetto di servitore e padrone fa da vicino l’occhiolino a Fate – Stay Night; le trasformazioni (secondo me evitabilissime) richiamano tristemente i vecchi tempi di Sailor Moon e simili.
Come si vede sono molti diversi anime, di cui ognuno ha dato qualcosa: la combinazione risulta gradevole, ma qui e là c’è un certo gusto di “già visto” che diminuisce un minimo l’interesse.

Il disegno è bello, assolutamente in linea con le produzioni del 2009; menzione speciale per l’audio, estremamente curato nelle puntate e con due opening energeticissime (di cui una ricorda quella di Mnemosyne) e due ending non terribili. Da questi dettagli si può capire quanto la Sunrise abbia scomesso in queste ventitré puntate…

Insomma, Kurokami si presenta come un buon lavoro, con qualche pecca ma sicuramente apprezzabile da chi vuole un po’ di botte e sangue. Da segnalare che in alcune parti (soprattutto all’inizio) può essere anche vagamente cruento, con parecchio sangue (ma niente ferite – curioso, direi), e un’altra cosa da dire è che nessuno è al sicuro: chiunque potrebbe morire.

Voto: 8. Peccato per l’ultima puntata, davvero una pataccata totale di cui salvo soltanto gli ultimi, geniali, 2 minuti dopo la sigla.

Consigliato a: chi vuol vedere ragazzine, omacci nerboruti, donne conturbanti e freddi calcolatori che fanno a feroci mazzate; chi apprezza dei personaggi lineari, non particolarmente sviluppati ma perlomeno coerenti; chi si vuol chiedere “ma non potevano semplicemente prendere una pistola e sparare al cattivo, diamine??”.

Giniro no Kami no Agito

…Mononoke Hime-style… ma ben più nuovo. Un bene o un male?

Giniro no Kami no Agito


Ci troviamo in un mondo futuro, oramai devastato e semi-abbandonato. La poca gente rimasta vive, combattendo contro la foresta senziente, nelle rovine di ciò che è ad oggi la nostra civiltà: quasi più nulla rimane, e la preoccupazione maggiore è diventata trovare acqua e cibo per tutti.
Agito è un ragazzino poco ubbidiente, ed in una delle sue solite fughe si imbatte in uno strano macchinario: all’interno vi trova Tula, una ragazza criogenizzata proveniente da prima del Disastro. Riuscirà ella ad abituarsi al nuovo stile di vita esistente? Come mai la guerrigliera nazione vicina la vuole per sé? E, in fin dei conti, quale dei due mondi è meglio per la gente?

Come detto in apertura, tra questo lavoro e diversi lavori dello Studio Ghibli si possono trovare delle similitudini: la GONZO non si è sicuramente preoccupata di ispirarsi.
Detto ciò, si può dire che il primo impatto con l’OVA qui presente è decisamente positivo: l’ambientazione è molto suggestiva (grazie anche alla grafica, di cui parlerò dopo) e molte cose si mettono in moto contemporaneamente.
Con l’arrivo di Tula la trama decolla, e fino a metà riesce quasi a spiccare il volo… per atterrare malamente, seppur non schiantandosi del tutto, verso la parte finale. Le cose si fanno infatti confuse, e un paio di cose sono parecchio tirate per i capelli: peccato.

I personaggi sono carini, ma nulla di che. Agito è il classico ragazzino che diventa eroe volente o nolente, mentre Tula è forse quella che più può suscitare la simpatia del pubblico: prelevata nolente dal suo mondo viene scaraventata in un ambiente praticamente alieno, che alimenta dubbi, paure e desiderio di tornare a casa.
I comprimari non hanno alcun tempo di svilupparsi, e hanno un ruolo assolutamente marginale: anche il “cattivo” non viene mai capito del tutto, sebbene sia logico il perché apparente delle sue azioni.

La grafica è forse la cosa più impressionante di questo OVA, perlomeno per gli sfondi. Le ambientazioni postapocalittiche sono davvero notevoli, e il disegno è fatto benissimo: c’è parecchia CG, che viene incorporata senza però stonare con il resto. Purtroppo un po’ meno di attenzione è stato dato ai personaggi, che ogni tanto sembrano molto distaccati dalla scena di fondo.
Le musiche sono anche ottimamente fatte: quasi completamente composta di musica classica, la colonna sonora ospita anche un’ottima theme song molto particolare.

Che altro si può dire di Giniro no Kami no Agito (altresì chiamato Origin: Spirits of the Past)? Che sicuramente è un lavoro strano, che può piacere o no; che è parecchio originale, nonostante le ripetute ispirazioni ad altri lavori; che manca un po’ d’anima, con una storia non impeccabile e dei protagonisti non eccelsi. Sicuramente, però, si lascia guardare e contiene un paio di buone cose.

Voto: 7. Nella media: non lo ricorderò negli annali dell’animazione, ma non c’è nulla che sia veramente brutto.

Consigliato a: chi apprezza la buona animazione, anche senza un’ottima storia di sottofondo; chi ama gli ambienti cittadini devastati ed abbandonati; chi vuol sentire il cattivo con la voce più bassa e roca del multiverso.

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows

…Un racconto alternativo con i personaggi della serie originaria:

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows


A tre anni di distanza, ritroviamo i personaggi che abbiamo imparato ad apprezzare in una trama totalmente diversa.
La Gekko State è una forza indipendente dell’esercito che si ribella, e va -assieme all’appena arruolato Renton- a rubare in una base dell’esercito il più grande segreto militare esistente: Eureka. Ciò che loro non sanno è che Renton ed Eureka già si conoscono sin da quando erano bambini, essendo cresciuti insieme, e che la loro riunione li porterà al desiderio di non abbandonarsi più: potrà la Gekko State perseguire i suoi obiettivi nonostante ciò? Quale è il loro ultimo scopo? Sono solo dei criminali che puntano alla distruzione del mondo, o motivi più profondi li spingono a rivoltarsi contro la razza umana anziché combattere le Immagini?

Come detto, in questo OVA da circa due ore viene sviluppata una storia che poco ha a che fare con l’originale trama, e anche i personaggi hanno ruoli molto diversi (seppur nelle stesse posizioni) nello svolgersi delle vicende.
Purtroppo, bisogna dire che il risultato non è assolutamente all’altezza di quanto ci si potrebbe aspettare. La confusione iniziale nel vedere tutti i personaggi con caratteri totalmente diversi fa velocemente strada alla delusione in meirto ad una trama assolutamente traballante e poco convincente. Come capita nei film sviluppati in fretta e furia, si assiste semplicemente ad un seguito di presunti colpi di scena che non lasciano nulla se non perplessità su perplessità. Anche quando oramai le cose sono state messe in chiaro e ci si avvia verso la conclusione, diverse cose sembrano fuori posto, e il finale non soddisfa particolarmente.

I personaggi sono molto diversi da quelli che ricordiamo: il punto vagamente positivo è che Renton ed Eureka, anziché esser giovani complessati come all’inizio della serie, sono semplicemente due innamorati che non vogliono separarsi qualsiasi cosa succeda. Questa semplificazione aiuta a rendere un po’ più scorrevole la già barcollante trama, ed è un bene.
Peccato non si possa dire altrettanto per i coprotagonisti: semplicemente, risultano antipatici. A parte i due piccioncini, praticamente tutti gli altri sono cattivi o comunque risultano poco gradevoli. Quelle che sono le motivazioni per i loro gesti, pertanto, risultano noiose e si spera solo che il tutto finisca al più presto possibile.

La grafica è praticamente identica a quella della serie: da una parte si può dire che la qualità era buona un tempo e lo è anche ora (alcune sequenze di combattimento sono molto spettacolari); d’altra parte, si potrebbe pensare che con tre anni di tempo, e per un singolo OVA, avrebbero potuto metterci un po’ di impegno aggiuntivo.
Le musiche non danno alcun valore aggiunto alla visione, facendo quel che devono ma non colpendo.

Insomma, Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows era un lavoro che, a mio parere, si poteva assolutamente evitare. Prende lo scheletro di una serie ben riuscita e ne tira fuori una mezza ciofeca, che può accontentare l’occhio ma che delude assolutamente in termini di trama e personaggi – che erano i punti forti della serie originale.

Voto: 5. Si salva la parte tecnica e un paio di momenti di stupore: il resto risulta in un paio d’ore buttate.

Consigliato a: chi non si offende se i personaggi di una serie vengono rimaneggiati; chi vuol vedere l’involontaria parodia di una grande serie; chi vuole incontrare Nirvash in versione pupazzo puccioso svolazzante.

Vampire Wars

…Un anime su vampiri, antiche divinità, servizi segreti e chi più ne ha più ne metta.

Vampire Wars


Kuki è un uomo che vive d’azione: nel suo passato si possono trovare lavori con i servizi segreti, e con una pistola in mano ci sa fare.
Un giorno, viene incastrato in un caso d’omicidio, e il mistero è presto svelato: ci sono organizzazioni che si stanno muovendo nell’ombra per accaparrarsi una giovane ragazza, che custodisce in sé un immenso segreto. Riuscirà Kuki a proteggere le persone a lui care? Cosa si cela dietro alla scia di morti che sembra seguirlo?

Come si può notare, nel breve riassunto qui sopra non si parla di vampiri: nonostante il titolo, infatti, Vampire Wars ha molto poco a che fare con i succhiasangue nottambuli. Certo, ci sono, e di principio hanno anche un ruolo importante: essi appaiono soltanto a film inoltrato, quando buona parte dei circa 50 minuti di visione è passata.
Detto questo, si può anche dire che questo OVA, più che una storia, sembra un riassunto di quest’ultima: c’è una trama, seppur basilare, che ha una parvenza di senso, però la stessa viene sviluppata piuttosto casualmente e molte cose accadono senza dare il tempo di capire. Ad esempio, in una scena Kuki viene torturato per essere convinto a collaborare: dopo cinque minuti lui è riuscito a scappare dai suoi carcerieri, nascondersi, tornare a trovarli e… mettersi a disposizione per lavorare con loro! Ma non gli conveniva farlo subito? Mah.
Casi del genere non sono infrequenti, e purtroppo la trama ne risente. Inoltre, il finale arriva quando le cose sembrano diventare interessanti: nel momento in cui tutti i personaggi si stanno muovendo al loro posto, arriva la parola fine lasciando un miliardo di cose in sospeso.

I personaggi, chiaramente, hanno poco tempo per svilupparsi: va però detto che in quel poco tempo trovano spazio per contraddirsi con grande piacere. Come già detto Kuki in molteplici casi smentisce in due minuti ciò che egli stesso dice: anche altri personaggi importanti fanno altrettanto. Persone che sembrano i cattivi un attimo dopo paiono essere i buoni, e chi un momento pare invincibile deve andare a chiedere supporto a destra e a manca poco dopo. È un po’ un peccato, perché se non avessero perso il tempo impiegato per contraddire sé stessi avrebbero magari potuto combinare qualcosa in più.

Va detto che non ci sono soltanto lati totalmente negativi. Le scene di sangue sono moderatamente diffuse e ne scorre in sufficiente quantità: purtroppo non si vedono quasi mai i vampiri in azione, ma qualcosina viene comunque concesso allo spettatore. Da encomiare inoltre il fatto che i creatori di Vampire Wars non hanno ricorso al solito squallidissimo trucchetto del piazzare qualche scena di sesso qui e là tanto per far vedere un po’ di tette a casaccio e occupare qualche minuto con ulteriori scene di scarsa qualità.

Il disegno mostra tutti i suoi vent’anni, sebbene non sia terribile: le musiche sono praticamente inesistenti.

Insomma, Vampire Wars è sicuramente un lavoro che non impressiona: offre qualche simpatica scena, fa il possibile per evitare di rendersi ridicolo e poco più.

Voto: 5,5. Purtroppo a mio parere non arriva alla sufficienza, ma è probabilmente meglio di altri lavoracci simili stile Twilight of the Dark Master.

Consigliato a: chi ama i vampiri a tal punto da guardare un intero OVA per incontrarne solo uno alla fine; chi ama anime d’azione, anche se non esattamente di altissima qualità; chi si chiede quanto possa essere utile avere sangue alieno antico derivante da guerre interstellari di eoni fa.

Twilight of the Dark Master

…Demoni, gente svolazzante e arti strappati senza motivi precisi.

Twilight of the Dark Master


Nel nostro mondo, a quanto pare, esistono altre due fazioni oltre agli umani: i demoni, esistenti per insegnare a noi la paura, e i guardiani, esistenti per non farci sterminare dai demoni. Da migliaia di anni la battaglia tra le varie forze in campo continua, e in un oscuro futuro le cose non cambiano. Troviamo pertanto demoni che tentano di rivivere, guardiani che usando i loro poteri speciali tentano di fermarli e innocenti umani che vengono catturati nel mezzo di tutto ciò. Da quale parte sarà la vittoria questa volta? Sarà l’ultimo scontro o solo un’altra puntata dell’infinita lotta?

Questo OVA di 45 minuti promette trama, combattimenti, sangue, sesso, sbudellamenti assortiti: deludo subito tutti, dicendo che nessuno di questi punti è realizzato decentemente.
Iniziamo dalla trama: quanto detto sopra è tutto ciò che risulta comprensibile. Personaggi più o meno casuali compaiono e scompaiono qui e là, elementi che parevano i protagonisti si eclissano dopo aver detto due battute, e lo scopo di chiunque paia cambiare come una banderuola.

Passando ai personaggi, va detto che in tre quarti d’ora non ci si può aspettare un grande sviluppo; questo non impedisce di dire qualcosa di più su di essi, oltre che il loro nome.Fino alla fine il cattivo non si sa nemmeno chi sia, e il ruolo di chiunque risulta confusionario. Questo porta ad un generico disinteresse per le situazioni che non portino qualche litrata di sangue sullo schermo.

Anche in questo campo, purtroppo, non si rimane molto soddisfatti. Ci sono alcune scene di violenza, ma la maggior parte risulta mascherata o non inquadrata, con somma delusione dello spettatore. Ci sono dei combattimenti che non sono tremendi, ma durano molto poco (questione di secondi) e quindi non riescono ad essere apprezzati.
Chi cercasse del fanservice troverà qualche seno al vento e poco più, rimanendo pertanto quasi a bocca asciutta.

Il disegno è probabilmente l’unica cosa che risulta vagamente apprezzabile: per essere del 1998 utilizza uno stile estremamente antiquato, ma rispetto ad altre mancanze questa è roba da poco. Le musiche sono quasi assenti.

Insomma, c’è davvero poco da salvare in Twilight of the Dark Master. 45 minuti passati a vedere azioni casuali, seguire una storia non spiegata e assistere a discorsi tra personaggi di cui non si sa nulla, e la cui sorte lascia indifferenti. Diciamo che tre quarti d’ora possono essere impiegati meglio.

Voto: 4. Forse in tutto un paio di minuti carini qui e là li si trovano, ma poco più.

Consigliato a: chi apprezza i disegni vecchio stile; chi non si offende se la violenza è solo accennata, la trama è solo indicata sommariamente, i personaggi son solo abbozzati; chi si chiede quanto può esser terrificante un demone gigante con una simil-vagina sulla pancia, con denti che si trasformano in gambe e braccia.

Tokyo Magnitude 8.0

…Per gli amanti dei disaster movies, ecco qualcosa di adatto!

Tokyo Magnitude 8.0


Mirai è una ragazzina di prima media all’inizio della sua pubertà, e pertanto in guerra con il mondo. Il primo giorno delle vacanze estive viene incaricata dalla madre di accompagnare il suo fratellino Yuuki, di otto anni, ad una mostra di robotica ad Odaiba.
Tutto sembra andar bene, ma quando stanno per tornare a casa succede l’impensabile: un portentoso terremoto colpisce la più grande megalopoli del mondo, gettando nel caos l’intera popolazione! Riusciranno Mirai e Yuuki, accompagnati dalla loro compagna di viaggio Mari, a tornare a casa a Setagaya, a quasi 20 km da casa? Quali pericoli si nascondono in una città colpita da un terremoto di magnitudine 8?

La trama di questa breve serie da undici puntate è molto semplice: si tratta di un viaggio in un ambiente quasi postapocalittico: il sistema di trasporti è interamente saltato, e palazzi pericolanti incombono sui tre protagonisti. La trama non è però la parte importante di questo anime: esso è infatti un viaggio nell’umanità in ogni sua sfaccettatura: gentile, arrogante, pietosa, irrispettosa, triste, giocosa e quant’altro.
Il viaggio che ci si ritrova a seguire tocca infatti ogni tipo di persona: si passa dalle folle ignoranti e pericolose, che spintonano e dividono, a persone che nonostante gravi lutti danno tutti loro stessi per aiutare il prossimo (probabilmente anche per tener occupata la mente). Si incontrano i soccorritori, sotto stress ma spesso con un sorriso, e i medici, confrontati con l’ira delle persone contro di loro: si vede come una situazione di assoluta emergenza può trasformarsi per il baratro della disperazione per chi ha perso una persona cara, e chi invece ne segue gli sviluppi poiché affascinato dalle meccaniche di soccorso.
Tutto ciò avviene in fugaci contatti, poiché ogni puntata fa proseguire il viaggio con diverse persone che si incontrano in questa o quella situazione: ogni cosa lascia però una traccia nella psiche dei tre viaggiatori, che ne risultano pertanto arricchiti.

Parlando di loro tre, bisogna dire quello che è a mio parere il punto più eccezionale di Tokyo Magnitude 8.0: l’umanizzazione dei protagonisti. In sole undici puntate la BONES riesce a creare tre persone vive, pulsanti, reali. Iniziamo parlandi di Mari, l’adulta del gruppo: si prende cura dei due bimbi con un affetto che inizialmente pare incomprensibile e apparentemente dettato solo da motivi di trama, ma con il tempo si arriva a capire come mai lei si attacchi così tanto anche a bambini non suoi. Tragedie personali e la necessità di tornare a casa, unitamente alla stessa direzione di viaggio, la portano a diventare quasi una seconda madre con loro. Risulta paziente oltre ogni limite, ma lo è per necessità: è l’unica del gruppo che può reggere il carico di stress che una simile situazione comporta, e lo fa egregiamente.
Passando a Mirai, si può dire che è il personaggio che cresce di più nell’intero arco narrativo. Come detto, inizia come la classica bambina di 11-12 anni per cui i genitori son cattivi, la scuola è noiosa, il fratellino è stupido e i passatempi sono una rottura: capisce quanto tiene alla sua vita e alla sua consuetudine solo quando esse vengono stravolte, e durante il viaggio si nota un poderoso e credibile processo di maturazione dovuto alle varie emergenze a cui si trova a far fronte.
Si finisce con Yuuki, un bambino gioioso e -come buona parte dei bambini di sette/otto anni- desideroso di affetto e di armonia. Sin dall’inizio dimostra con sincerità i suoi sentimenti, e le motivazioni dei suoi gesti sono quasi sempre nobili: diversamente dal solito, inoltre, non è un bambino lamentoso che fa i capricci e che rallenta il gruppo apposta e, anzi, spesso tenta di fungere da conciliatore per la più emotiva ed instabile Mirai.
Questa meravigliosa caratterizzazione dei personaggi porta ad un senso di attaccamento quasi viscerale, che porta a sincero dispiacere nel caso di problemi per il trio e a gioia quando le cose funzionano bene: tutto ciò getta inoltre le basi per un finale assolutamente imprevedibile, emozionantissimo ed estremamente intenso.

Dal punto di vista un po’ meno brillante, si può segnare che alcune puntate nella sezione centrale sono forse un filino sottotono rispetto all’inizio e alla fine: inoltre, alcune cose vengono forse tirate un po’ troppo per le lunghe e rendono la visione un filino lenta. Lungi da me voler dire che è una serie noiosa o poco appassionante, ma qualche minima sforbiciatina qui e là avrebbe potuto forse portare un effetto ancor migliore, mantenendo sempre alto il livello di tensione che risulta generalmente presente.

Sui disegni ho da dire due cose molto belle, e una un po’ meno. La prima cosa bella è che gli sfondi sono molto belli, e vedere Tokyo devastata con tutti i suoi simboli abbattuti fa un effetto strano ma assolutamente affascinante; la seconda cos buona è che i personaggi sono disegnati in maniera decisamente più semplice, ma l’espressività è perfetta e trasmette brillantemente l’emotività dei personaggi. La cosa un po’ meno gradita è che i due elementi ogni tanto non si mischiano alla perfezione, e nelle immagini più ampie ci si ritrova con sfondi dettagliatissimi e dei personaggi quasi stilizzati al loro interno, creando un effetto di distacco che un po’ rovina l’effetto.
Le musiche si tengono in sottofondo, senza mai prendere il sopravvento: alcune scelte sono ben fatte, ma in generale non si fanno notare. Simpatica opening ed ottima ending; è inoltre da fare un encomio alle seiyuu per aver fatto un egregio lavoro di doppiaggio. D’altra parte, quando una delle doppiatrici fa Kobayashi di cognome…

Insomma, come si può capire ho apprezzato moltissimo Tokyo Magnitude 8.0. Per quanto la storia sia molto basilare secondo me raggiunge i limiti dell’eccellenza, grazie a poderosi personaggi che sono confrontati con vicende terribili. Ritengo sia uno dei più bei lavori del 2009.

Voto: 9,5. Ho un debole per serie con personaggi a cui ci si può correlare, e la cui umanità sorpassi quella di molta gente esistente: Tokyo Magnitude 8.0 è una di esse. Eccezionale.

Consigliato a: chi ama le serie dove non si ride ma si spera; chi ha amato personaggi come Balsa di Seirei no Moribito, e vuol vederne un alter ego moderno; chi vuol conoscere la rana aliena a.k.a. l’alieno col telefono a.k.a. il re delle merendine a.k.a. il lord dei pisolini.

Legend of the Galactic Heroes

…Le vicende di un’era futura, tra eroismo, guerra e politica.

Legend of the Galactic Heroes


Ci troviamo in un distante futuro, a migliaia di anni da oggi. Il viaggio interstellare è oramai una realtà, e la galassia conosciuta è abitata da due grandi nazioni, in guerra tra loro: da una parte c’è l’Impero, governato dalla dinastia dei Goldenbaum come una monarchia, mentre dall’altra parte c’è l’Alleanza dei Pianeti Liberi, guidata da un parlamento eletto democraticamente. Le due inconciliabili realtà si danno guerra oramai da moltissimi anni, ma ci sono due astri nascenti che porteranno ad una svolta definitiva: nell’Impero il giovane conte Reinhard von Lohengramm sta guadagnando importanza con le sue conquiste militari, ed uguale strada sta prendendo Yang Wenli sul fronte dell’Alleanza. Quando questi due titani si scontreranno, a quali esiti porterà? E quale è, in definitiva, il governo che meglio può guidare una galassia? Quante altre variabili bisognerà tenere in conto nei giochi di potere delle forze in campo?

Questo lungo anime di 110 puntate racconta molte cose. Di per sé è la storia di una guerra, e di ciò che accade dopo di essa: in realtà nasconde molto altro, forse anche più importante.
Si viene infatti posti davanti a domande tutt’altro che stupide, e paragoni tra democrazia ed autocrazia scevri da preconcetti. Vengono mostrati pregi e difetti dei vari tipi di governo in maniera semplice ma funzionale: inizialmente sembra che i Goldenbaum siano il male, con il loro sistema sociale che ricorda la Francia pochi anni prima della rivoluzione, e che la democrazia si portatrice di libertà: con l’andare della storia, si capisce tuttavia che un’autocrazia guidata da un buon reggente può funzionare molto meglio di un collettivo litigioso, corrotto ed assetato di potere. I protagonisti stessi (soprattutto Yang Wenli) si chiedono talvolta quale sia la strada giusta per la pace ultima, ed è una domanda che non può non toccare anche lo spettatore.
Vengono inoltre mostrate anche altre derivazioni del potere: ci sono fazioni più piccole che però, come nel mondo attuale, hanno un’importanza molto maggiore della loro effettiva grandezza. Un forte potere economico o un credo religioso manipolato a dovere possono guidare a loro volontà entità molto più massicce, e penso che non ci sia bisogno di fare esempi ai giorni nostri per potersene rendere conto.
In alcune puntate vengono anche tenute mini-lezioni di storia, alcune molto interessanti: è facile vedere come ci siano parallelismi con la nostra storia recente (regicidio, nazismo, apartheid e via dicendo) che posono mostrare in maniera chiara come si può arrivare a certe aberrazioni nonostante la partenza da un sistema democratico e funzionante.

Parlando della guerra in sé, bisogna dire una cosa: se si cercano battaglie spaziali con effetti grandiosi e atti eroici, questa è la serie sbagliata. I combattimenti sono mostrati in maniera quasi esclusivamente tattica (non per nulla i due protagonisti sono degli strateghi, e non dei guerrieri), e le battaglie non si vincono con mosse azzardate ma con l’astuzia. I combattimenti corpo a corpo sono abbastanza rari, ma quando hanno luogo sono abbastanza sanguinari: generalmente, però, di sangue ne si vede poco (anche se i morti nelle battaglie si contano a decine di migliaia).
Va inoltre detto che, oltre che sul campo di battaglia, la guerra viene anche condotta in altri modi: come già accennato prima ci sono molti pezzi sullo schacchiere internazionale, ognuno con i propri interessi: solo colui che riesce a giostrare meglio tutti gli attori potrà vedere il proprio punto di vista vincitore sulla lunga distanza.

Ci sono una valanga di personaggi (che fortunatamente vengono spesso ricordati mediante sottotitolo con il nome), e nei 3-4 anni di durata della storia narrata si avvicendano in molteplici ruoli a dipendenza del corso della storia: quelli importanti sono circa una trentina, e sono molto ben realizzati.
Iniziamo parlando dei due protagonisti: essi sono assieme molto simili e molto differenti. Entrambi fini strateghi, ed entrambi capiscono da subito che l’unico modo di governare è con giustizia: i metodi e le motivazioni, però, sono quasi diametralmente opposti. Con il passare del tempo si impara a conoscerli, e anche a livello personale ci sono molte discrepanze; Reinhard è una specie di bambino prodigio con uno scopo che si è autoimposto, ma con varie altre mancanze dal punto di vista emotivo. Wenli è invece una persona con i piedi per terra, poco interessato alle comuni vicende giornaliere ma occupato ad esaminare il mondo che lo circondava: portato dagli eventi a diventare qualcosa che, di per sé, non era sua intenzione, mantiene sempre e comuque il suo spirito critico per valutare e commentare la realtà di un’era di grandi mutamenti.

I coprotagonisti non sono da meno: se dalla parte di Reinhard la sua brillantezza porta ad oscurare quasi tutti i suoi vicini (con l’eccezione dei tre-quattro più fedeli ammiragli, che comunque hanno ruoli importanti solo in alcuni momenti specifici), Wenli ha invece -da buon democratico- un gruppo di fidati consiglieri ed amici che con il loro punto di vista aiutano a calibrare meglio le scelte fatte. È anche vero che alcuni di loro sono molto semplici e monotoni nelle loro decisioni (chi andrebbe sempre in battaglia, chi aspetterebbe sempre e via dicendo), ma risultano comunque simpatici e godibili. Va inoltre detto che in tutta la serie ci sono molte morti, anche tra protagonisti eccellenti: si consideri pertanto che nessuno è al sicuro. Nessuno.

Il disegno, per dirla tutta, è inizialmente davvero orrido. È una serie le cui prime puntate hanno oramai più di vent’anni, è vero, ma uno sforzo in più poteva essere fatto. Con il passare del tempo il tratto migliora, e alla fine risulta tranquillamente guardabile.
Per la musica è stata fatta una scelta coraggiosa, e secondo me azzeccatissima: l’intera colonna sonora è composta di musica classica, e non dei soliti tre o quattro pezzi che siamo tutti abituati a sentire. Si ha pertanto un audio di assoluta qualità, che accompagna con gusto le varie vicende.

Insomma, Legend of the Galactic Heroes è un anime che sicuramente dà da pensare e non si focalizza sul dualismo buoni/cattivi, ma porta tutte le motivazioni dei vari personaggi coinvolti con un occhio critico e ponderato. È una serie sicuramente molto lenta, e ci sono puntate intere in cui non vien fatto null’altro che un discorso: qui e là avrebbe potuto essere un po’ compattato, e sarebbe potuto risultare un po’ più breve e sicuramente più leggero. Se si riesce tuttavia a sorvolare il disegno carente e la lentezza, si ha sicuramente un punto di vista inusuale ed interessante sui sistemi di governo che esistono, sulle loro forze e debolezze, il tutto accompagnato da buoni personaggi che risultano simpatici e a cui ci si affeziona. Non ci si faccia ingannare dalla prima decina di puntate, in cui si viene bombardati da miriadi di nomi apparentemente senza motivo e dove non si capisce nemmeno chi siano i protagonisti: una volta che la storia decolla, sarà un viaggio di qualità.

Voto: 9. Un anime che fa pensare è sicuramente buono: se lo fa narrando vicende epiche di un’era di tumulto, ancor meglio.

Consigliato a: chi ama la storia, e sa che conoscendola si potrebbero evitare molti errori; chi non si lascia spaventare da lunghi discorsi e manovre politiche; chi ha 42 ore da utilizzare per acculturarsi, indirettamente, sul mondo di oggi.

Cybernetics Guardian

…In un vicino futuro, la tecnologia riuscirà a trarre potere dal pensiero?

Cybernetics Guardian


A causa di una fenomenale scoperta, nel 1995 diventò possibile utilizzare il pensiero umano per muovere delle macchine: questo aprì nuove frontiere nelle protesi e in mille altre applicazioni. Siamo oramai nel 2019, e la città di Cyberwood è un agglomerato di metallo e vetro, modello di progresso. Esiste però il problema di una vasta zona, denominata Cancer (con grande umanità), in cui vivono reietti, criminali e tagliagole d’ogni specie: qualsiasi tentativo di ripristinare l’ordine in tale zona è stato soffocato col sangue. Un laboratorio scientifico ha pertanto inventato una nuova suit, che fornisce grande protezione e permette di rendere inoffensive le persone senza ucciderle: al momento del test, tuttavia, molteplici interventi esterni creano un sabotaggio e la persona all’interno della tuta, John, rimane ferita e in seguito si trasforma in un gigantesco mostro. Quali forze sono all’opera? Riuscirà John a tornare in sé?

In questo breve OVA di circa 40 minuti si assiste ad una storia che è già stata raccontata mille volte. Un personaggio diventa suo malgrado cattivo, poi incontra la donna che ama, torna buono e, una volta in sé, fa giustizia. La trama non è null’altro che questo, con qualche spruzzata di politica (che nulla aggiunge) e di occultismo (che nulla aggiunge) a fare da contorno. All’inizio le idee date in merito alla possibilità di convertire l’energia del corpo in energia meccanica sono anche interessanti, ma vengono subito accantonate del tutto: idem dicasi per Cancer, che viene solo visto di sfuggita e mai riesce a prendere parte nella storia.

I personaggi sono ovviamente molto semplici, perché non c’è alcuna speranza di svilupparli nella breve visione. Fanno quel che devono, vanno dove devono, ma non riescono a far molto altro.
La violenza viene invece spesso utilizzata: in fin dei conti, ci ritroviamo con un gigantesco gorillone semi-meccanico stile king-kong del futuro che si arrampica sui palazzi e strappa teste in giro! Purtroppo non tutte le scene son mostrate con la crudezza che ci si poteva aspettare, e ogni tanto si rimane delusi. Altre immagini son ben fatte, con arti che volano un po’ da tutte le parti e fa sempre piacere, ma si sarebbe potuto fare di più: essendo un lavoro corto, la violenza è un modo semplice ed immediato per lasciare un’impressione sullo spettatore.

Il disegno è altalenante: alcune immagini sono decisamente scarsine, altre sono nella norma ed altre ancora sono quantomeno piacevoli. L’audio mi ha sorpreso, con una piacevole colonna sonora a base di j-rock/j-hard rock che si fa apprezzare in vari momenti.

Insomma, non c’è molto altro da dire su Cybernetics Guardian: passa in un lampo, e difficilmente lascia un segno. Non si riesce bene a capire cosa sarebbe dovuto diventare nelle idee dei realizzatori: rimane un lavoretto anonimo, non terribile ma che poco ha da offrire allo spettatore.

Voto: 5,5. C’è di peggio, ma per guardarmi un piccolo OVA di violenza a ‘sto punto mi vedo il mai troppo citato Baoh.

Consigliato a: chi ama gli ambienti distopici lievemente cyberpunk; chi vuol vedere cosa può fare uno scimmione semidemoniaco nel futuro; chi si chiede quanti cavi si possono infilare in un cranio.