Spice and Wolf II

…La continuazione di una serie gradita… manterrà lo stesso spirito?

Spice and Wolf II


Come già abbiamo potuto appurare nella precedente serie, Lawrence è un commerciante ambulante che ha deciso di dare una mano ad Horo, uno spirito del raccolto, a tornare alla sua terra d’origine, verso nord. Questa seconda serie è una semplice continuazione del viaggio: ma il rapporto tra i due viaggiatori rimarrà uguale, o le cose si complicheranno? In quale modo azioni fatte con il commercio possono riflettersi su di un’intera nazione? E che ne è stato della casa di Horo?

In questa seconda serie la storia di Horo prende un po’ più di importanza, e si inizia a scoprire qualche traccia del suo passato, vero o presunto, tramite alcune leggende: ciò rimane sempre abbastanza minoritario nello svolgimento della maggior parte delle dodici puntate, ma è sicuramente un aumento rispetto a quanto precedentemente visto. Anche i desideri di Lawrence vengono presi maggiormente in considerazione: questo può risultare buono per arricchire la trama, ma secondo me ogni tanto intralciano rendendo i personaggi al tempo stesso più veritieri ma meno naturali.

Ci sono infatti delle notevoli mutazioni rispetto al Lawrence e alla Horo in precedenza conosciuti: se nella serie continuavano a flirtare con arguzia mentre combinavano magistrali affari, in questo caso il sentimento si fa molto più pressante. Lei sente molto più di prima il peso della sua natura e della sua solitudine; lui si può oramai definire cotto ma tonto, come in tanti anime si può vedere. Spiace infatti che la simpatica unicità di reazione dei protagonisti alle loro emozioni, che tanto aveva divertito, sia un po’ svanita lasciando spazio a discorsi molto più standard, sicuramente pregevoli ma assolutamente non innovativi, nonché al fatto che in alcuni casi tali emozioni obnubilano la capacità di riflessione di chi è coinvolto – e per due menti simili è un peccato.
I comprimari risultano abbastanza simpatici anche se c’è poco spazio per loro: non molti lasciano il segno, ma sicuramente alcuni si sono presentati abbastanza da guadagnarsi uno spazio in un eventuale ulteriore sequel.

Il lato mercantile della storia è abbastanza ben curato: dal punto di vista positivo si può notare che gli effetti di azioni precedenti portano a contraccolpi economici in tutta la regione: l’annullamento di una spedizione colpisce i venditori in molte maniere, a volte anche inaspettate, e questo aumenta il senso di coinvolgimento nella realtà dell’anime. D’altra parte, le spiegazioni rispetto al “cosa sta succedendo” e i giochi economici sono molto meno evidenti di prima, e si perde un po’ il piacere di seguire le azioni che stanno venendo fatte perché c’è poca possibilità di capire le motivazioni in gioco fino a quando non arriva la spiegazionefinale.

Le sigle sono abbastanza anonime seppur non brutte, ma durante la serie le musiche sono molto belle, centrando appieno l’ambientazione rappresentata; anche il disegno è di buona qualità, anche se non ha momenti di particolare eccellenza.

Insomma, Spice and Wolf II è stato un passo avanti o uno indietro? Secondo me un piccolo scivolone c’è stato, soprattutto nella prima parte della serie, con la perdita di carisma dei due personaggi: sono però probabilmente solo gusti personali, quindi è possibilissimo dissentire.

Voto: 8. Qualcosina meno del suo predecessore, ma sicuramente un prodotto molto valido e godibile.

Consigliato a: chi ha amato la prima serie; chi si diverte, anche se un po’ meno di prima, a sentire battute sagaci al posto di frasettine da diabete; chi si chiede fino a che punto si svilupperanno le cose tra il tonto e la disperata.

Ocean Waves

…La vita di una scuola di campagna scossa da una cittadina trasferita:

Ocean Waves


Taku è un qualsiasi liceale, che va al liceo senza particolari ambizioni o problemi. Molto cambia quando a scuola arriva Rukiko, un’avvenente ragazza che si è trasferita da Tokyo nella sperduta prefettura di Kochi (e che piace all’amico di Taku, Matsuno): costei non riesce a legare con gli altri compagni, e in occasione di un viaggio scolastico, chiede un prestito a Taku. Ma per quale motivo? Quali problemi si nascondono dietro al comportamento oltremodo bizzarro di Rukiko? Come potranno i suoi compagni aiutarla? E, soprattutto, lo vorranno?

In questo lavoro dello Studio Ghibli l’attenzione, invece che sul generico “feeling globale” che contraddistingue le usuali produzioni, si concentra sulle personalità e le vicissitudini dei personaggi. Iniziamo pertanto parlando di essi: Taku è il protagonista, ma risulta essere una persona molto semplice, quasi sprovveduta: si lascia trascinare in vicende varie senza averne desiderio, non ha piani precisi, è vagamente tonto. Insomma, potrebbe esser ritenuto il classico ragazzotto di campagna, che non riesce a distaccarsi dalla gravità che Rukiko genera attorno a sé con gli eventi che fa accadere.
Parlando di lei, si può dire che è il personaggio chiave dell’anime: senza di lei nulla accadrebbe. È una persona complessa, con tanti problemi nonostante la giovane età, una famiglia non più integra che crea diverse complicazioni: è interessante vedere come una persona “diversa” fatichi ad ambientarsi in una comunità tranquilla ed omogenea, e il senso di disagio in questo senso viene ben rappresentato in molteplici sfaccettature.
Anche altri personaggi fanno la loro apparizione, ma risultano parecchio più marginali e non ricevono pertanto uno sviluppo particolare.

Parlando delle vicende messe in moto da Rukiko, si può dire che rendono bene l’idea di come può una 16-17enne un po’ allo sbando comportarsi quando si sente come un pesce fuor d’acqua: forse un paio di avvenimenti sono un po’ esagerati ma fanno passare il messaggio.
Purtroppo verso la fine ci sono alcuni comportamenti e certe circostanze che non risultano altrettanto congruenti, e secondo me rovinano moderatamente la conclusione: non tanto per il come finisce (che è pienamente comprensibile), quanto per il modo in cui ci si arriva. Si passa tutto il tempo della proiezione a seguire una storia che lentamente si sviluppa, e poi con un paio di balzi immensi si arriva il termine della narrazione.

Il disegno è il classico disegno Ghibli, di pregevole fattura e con notevoli paesaggi: l’audio non brilla, ma nemmeno delude.

Insomma, cosa lascia Ocean Waves alla fine della visione? La storia di una ragazza che nella sua adolescenza ha problemi, e che tenta a modo suo di risolverli; la storia di un ragazzo che grazie ad un elemento instabile inizia a svegliarsi dal torpore dell’infanzia per traghettare in maniera un po’ instabile verso un’età più adulta; quella di una storia tra mille altre, che però vien raccontata in maniera abbastanza gradevole.

Voto: 7,5. Manca forse un po’ di sostanza in complessivo, ma alcuni elementi risultano gradevoli e possono forse far capire qualcosa sul perché di certe azioni incomprensibili agli occhi dei più.

Consigliato a: chi ama le storie dal passo lento, ma senza noia; chi apprezza racconti che portano i protagonisti dall’infanzia all’adolescenza; chi si vuol chiedere quanto si mangerà le mani il protagonista, a posteriori, in un paio di occasioni.

Kemonozume

…L’amore impossibile tra un mostro e un cacciatore di mostri.

Kemonozume


Toshihiko è il futuro successore di un dojo molto particolare: da migliaia di anni, infatti, la sua famiglia protegge l’umanità da dei mostri, chiamati divoratori di carne, che cacciano gli uomini per mangiarseli. L’unico modo per sconfiggerli è tranciare le loro braccia, in cui risiede il loro potere: Toshihiko è un ottimo spadaccino, ma poco prima di dare il colpo finale ha sempre… ehm… problemi di stomaco e non riesce a finire il suo lavoro.
Dopo l’ennesima discussione con il suo fratellastro in merito all’eredità del dojo, Toshihiko fa un incontro che pare guidato dal fato: incrocia Yuka, un’istruttrice di paracadutismo di cui si innamora perdutamente a prima vista. Dopo alcuni strani lutti, però, si scopre una tragica realtà: Yuka è un divoratore di carne! La fuga dei due spasimanti mette in moto molte differenti vicende; riuscirà il loro amore a prevalere sull’insaziabile fame che abita in Yuka? Il dojo Kifuuken riuscirà a tirare avanti nella sua tradizione millenaria? Cosa si nasconde dietro al sempre crescente numero di divoratori?

Inizio dicendo che Kemonozume è una storia tragica, molto tragia. In tutti i vari aspetti che si seguono le cose vanno in maniera sempre più disperata e angosciante, spezzando sogni e distruggendo ambizioni.
L’amore tra i due protagonisti è intenso ma difficilissimo: dopo i primi fuochi dell’amore fresco, iniziano molti problemi dovuti alla loro condizione di fuggiaschi unita alle complicazioni che la natura di lei portano con sé. Anche il fratellastro Kazuma, desideroso di ereditare il dojo ma in fin dei conti solo bisognoso di riconoscimento, vede tutti i suoi sogni distruggersi uno dopo l’altro.
L’esistenza stessa del Kifuuken, ad un certo punto, viene messa in dubbio: quando al suo interno le basi iniziano a scricchiolare, mille anni di tradizione non possono nulla.
Questo fa capire quanto ci siano varie trame che si intrecciano (anche abbastanza bene, invero), e quanto le stesse seguano tutte il comune filo dell’angoscia. Solo la penultima e l’ultima puntata risultano un po’ meno comprensibili, e soprattutto nella parte conclusiva si perde un po’ la logica che aveva seguito l’intera serie per arrivare a sfiorare il nonsense: un peccato. L’ambiente si fa comunque via via più disperato, e la resa dei conti è sicuramente impietosa con buona parte dei protagonisti e coprotagonisti.

Parlando di questi ultimi, si può dire che Toshihiko e Yuka sono due personaggi ben fatti: lo sviluppo del loro amore è credibile in virtù delle oceaniche differenze che li separano, e parecchi discorsi che fanno sono condivisibili (seppur difficili da applicare alla vita normale, visto che di mostri divoratori di carne in giro non ce ne sono molti). Fanno quel che ci si aspetta da loro – principalmente scappare – e tengono bene la scena.
I coprotagonisti hanno fasi alterne: Kazuma inizialmente sembra un totale idiota e pare essere il cattivo della situazione, ma con il tempo si capisce che le sue azioni hanno motivazioni e ragioni come quelle della controparte. Sono rimasto invece un po’ deluso dalla prima compagna di Toshihiko, che inizialmente sembrava un’ottima persona ma poi ha un paio di cadute di stile, comprensibili dal punto di vista personale ma che rovinano un po’ il personaggio.

Arriviamo ora a quello che, secondo me, è il vero problema della serie: il disegno. Io capisco che il tratto “abbozzato” sia uno stile di disegno utilizzato nell’animazione, ma non riesco sinceramente a capire come una simile pastrocchiata possa piacere a qualcuno. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine e gli occhi smettono di sanguinare, ma questo tipo di tratto (uguale a quello ritrovato in Kaiba e in Mind Game) rovina tutta l’azione che può esserci in uno scontro con le spade, tutta la sensualità (e ce n’è parecchia in Kemonozume) che può nascere dal contatto fisico… tutto. È un vero peccato, perché con un disegno più convenzionale – anche se non si fosse arrivati a tratti eccellenti – il risultato sarebbe stato molto migliore.
Grazie al cielo almeno le musiche se la cavano bene, con un’opening jazz acusticamente gradevole e un’ending tranquilla e appropriata. Durante le puntate il sonoro è poco, in virtù dell’ambiente oppressivo e cupo che permea tutte le tredici puntate.

Insomma, Kemonozume è un lavoro fatto con decente qualità: un paio di pecche, però, ne limitano fortemente la guardabilità. Un finale un po’ tanto fuori tono per come era andata fino ad allora la serie, e soprattutto il disegno inguardabile, fanno sì che solo chi abbia una buona determinazione arrivi fino alla fine senza cambiare serie solo per poter rilassare gli occhi. Davvero un peccato.

Voto: 6,5. La storia merita parecchio, l’applicazione della stessa merita moderatamente, il disegnatore merita di esser crocifisso.

Consigliato a: chi non si offende se il disegno fa schifo; chi non ha paura di depressione, morte, angoscia e disperazione; chi vuol vedere una scimmietta che non fa nulla di utile ma in realtà fa partire la storia, la guida nella parte centrale, porta i personaggi dove devono andare e risolve il climax finale.

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows

…Un racconto alternativo con i personaggi della serie originaria:

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows


A tre anni di distanza, ritroviamo i personaggi che abbiamo imparato ad apprezzare in una trama totalmente diversa.
La Gekko State è una forza indipendente dell’esercito che si ribella, e va -assieme all’appena arruolato Renton- a rubare in una base dell’esercito il più grande segreto militare esistente: Eureka. Ciò che loro non sanno è che Renton ed Eureka già si conoscono sin da quando erano bambini, essendo cresciuti insieme, e che la loro riunione li porterà al desiderio di non abbandonarsi più: potrà la Gekko State perseguire i suoi obiettivi nonostante ciò? Quale è il loro ultimo scopo? Sono solo dei criminali che puntano alla distruzione del mondo, o motivi più profondi li spingono a rivoltarsi contro la razza umana anziché combattere le Immagini?

Come detto, in questo OVA da circa due ore viene sviluppata una storia che poco ha a che fare con l’originale trama, e anche i personaggi hanno ruoli molto diversi (seppur nelle stesse posizioni) nello svolgersi delle vicende.
Purtroppo, bisogna dire che il risultato non è assolutamente all’altezza di quanto ci si potrebbe aspettare. La confusione iniziale nel vedere tutti i personaggi con caratteri totalmente diversi fa velocemente strada alla delusione in meirto ad una trama assolutamente traballante e poco convincente. Come capita nei film sviluppati in fretta e furia, si assiste semplicemente ad un seguito di presunti colpi di scena che non lasciano nulla se non perplessità su perplessità. Anche quando oramai le cose sono state messe in chiaro e ci si avvia verso la conclusione, diverse cose sembrano fuori posto, e il finale non soddisfa particolarmente.

I personaggi sono molto diversi da quelli che ricordiamo: il punto vagamente positivo è che Renton ed Eureka, anziché esser giovani complessati come all’inizio della serie, sono semplicemente due innamorati che non vogliono separarsi qualsiasi cosa succeda. Questa semplificazione aiuta a rendere un po’ più scorrevole la già barcollante trama, ed è un bene.
Peccato non si possa dire altrettanto per i coprotagonisti: semplicemente, risultano antipatici. A parte i due piccioncini, praticamente tutti gli altri sono cattivi o comunque risultano poco gradevoli. Quelle che sono le motivazioni per i loro gesti, pertanto, risultano noiose e si spera solo che il tutto finisca al più presto possibile.

La grafica è praticamente identica a quella della serie: da una parte si può dire che la qualità era buona un tempo e lo è anche ora (alcune sequenze di combattimento sono molto spettacolari); d’altra parte, si potrebbe pensare che con tre anni di tempo, e per un singolo OVA, avrebbero potuto metterci un po’ di impegno aggiuntivo.
Le musiche non danno alcun valore aggiunto alla visione, facendo quel che devono ma non colpendo.

Insomma, Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows era un lavoro che, a mio parere, si poteva assolutamente evitare. Prende lo scheletro di una serie ben riuscita e ne tira fuori una mezza ciofeca, che può accontentare l’occhio ma che delude assolutamente in termini di trama e personaggi – che erano i punti forti della serie originale.

Voto: 5. Si salva la parte tecnica e un paio di momenti di stupore: il resto risulta in un paio d’ore buttate.

Consigliato a: chi non si offende se i personaggi di una serie vengono rimaneggiati; chi vuol vedere l’involontaria parodia di una grande serie; chi vuole incontrare Nirvash in versione pupazzo puccioso svolazzante.

Whisper of the Heart

…La tranquilla crescita di un’adolescente degli anni ’90.

Whisper of the Heart


Ci troviamo in Giappone, una quindicina d’anni fa; XXX sta finendo le medie e, a parte una gran passione per i libri, non ha particolari interessi. Non sa ancora cosa farà del suo futuro, ma la cosa non pare interessarla molto: il solo quesito che si pone è l’identità di XXX, che pare aver letto tutti i libri da lei scelti in biblioteca prima di lei.
Questo la porterà a confrontarsi con le prospettive del suo futuro: sta davvero prendendo la strada che vuole? Chi dovrà accompagnarla nel suo percorso di crescita?

La trama, come si può facilmente intuire, non è il punto centrale di questo OVA della durata di circa due ore: è in realtà una vicenda che parla dell’evoluzione di XXX da bambina a ragazza, in vari ambiti.
In primis c’è l’aspetto delle passioni, degli interessi, del futuro: il confronto con una persona più sicura di lei la porta a doversi fare delle domande, e a scoprire di non avere le risposte che pensava di aver in tasca da sempre.
Anche l’aspetto sentimentale, ovviamente, gioca il suo ruolo. L’incontro con XXX segue i più classici canoni dello sviluppo di un rapporto, passando dall’antipatia, all’amore-odio, finendo con la negazione del sentimento ed infine con l’accettazione dello stesso: questo viene però effettuato in maniera delicata e intelligente, rendendo meno banale il tutto e lasciandolo pienamente godibile.

A tal punto, si possono spendere due parole anche sui personaggi e sull’ambientazione. Questi due elementi risultano praticamente inscindibili per un semplice motivo: dal tempo in cui Whisper of the Heart è ambientato ad oggi il mondo, soprattutto quello giovanile, è cambiato in maniera radicale. Con un pizzico di nostalgia si può tranquillamente dire che una bella storia come quella qui raccontata non potrebbe più accadere al giorno d’oggi, semplicemente perché la contaminazione tecnologica dei rapporti tra i giovani ha modificato radicalmente i rapporti tra questi ultimi. Questa non vuole essere una condanna o una critica, poiché ad ognuno spetta decidere se tale cambiamento sia stato positivo o negativo: è però un dato di fatto che rende irripetibile una vicenda come questa.
Detto ciò, si può comunque aggiungere che tutti gli attori rilevanti che si recano in scena fanno egregiamente il loro lavoro. I due protagonisti hanno un carattere in formazione (dato ovvio, vista l’età) ma particolarità già formate che li rendono differenti seppur compatibili.
I coprotagonisti, inoltre, aiutano bene a sviluppare l’ambiente che coinvolge gli eventi narrati: i genitori di XXX, così come le sue amicizie – e senza dimenticare la strampalata famiglia di XXX! -, aiutano la seppur semplice storia e rendono ancor più completo il tutto.

Il disegno è negli standard dello Studio Ghibli, con alcune immagini davvero notevoli e l’animazione che oramai si fa riconoscere nello stile senza particolari problemi: la colonna sonora è estremamente curiosa, basandosi principalmente sulla canzone “Country Roads” che quasi tutti conoscono. Questo, oltre che divertente, è anche importante ai termini della trama: tale pezzo ha infatti una certa rilevanza durante tutta la visione.

Insomma, Whisper of the Heart può essere considerato un classico dello stile Ghibli. La storia non è niente di eccezionale, anzi; il fulcro sta però altrove, e in tale ambito la riuscita è decisamente alta. Non sarà magari una delle visioni più memorabili della storia, ma si lascia guardare con piacere: magari qualche giovane potrebbe trovarne anche qualche buon consiglio, seppur lievemente anacronistico.

Voto: 8. Godibile, anche se non lascia il segno.

Consigliato a: chi vuol vedere da dove è nata la storia che è alla base dell’OVA The Cat Returns, sempre dello Studio Ghibli; chi apprezza le storie semplici e dal buon cuore; chi vuol sentire varie versioni di Country Roads, in diverse lingue, senza stancarsene mai.

Skip Beat!

…Quanto lontano si può arrivare per vendetta? Fino alle vette dello show-biz?

Skip Beat!


Kyoko è una ragazza che per amore di Shotaro, suo amico d’infanzia, ha abbandonato tutto: subito dopo le scuole medie lo ha seguito a Tokyo per assisterlo nel suo sogno di diventare una stella dello spettacolo. Con la sua fama oramai in stabile crescita, tuttavia, Kyoko nota che il distacco è sempre maggiore: nonostante lei abbia rinunciato a qualsiasi studio, abbia due lavori per mantenere un lussuoso appartamento, cucini, lavi, stiri e quant’altro, non riceve mai nulla in cambio.
Continua tuttavia a sopportare il tutto, fino a quando per errore non scopre che Shotaro l’ha sempre usata come sguattera, senza mai essersi interessato a lei!
In preda alla più incontenibile furia, Kyoko giura pertanto vendetta – solo per sentirsi derisa da Sho. Come può una comune ragazzina toccare una star? La sfida è lanciata: “diventa qualcuno nel mondo dello spettacolo, e fammi vedere cosa vali!”
Kyoko prende alla lettera le parole del suo oramai giurato nemico, e inizia la sua strada per immettersi nel difficile e finora sconosciuto mondo dello show-biz. Ma ce la farà ad entrare in un’agenzia rinomata? A cosa dovrà sottoporsi per poter primeggiare sulle tante concorrenti? Sho le farà fare tutto quel che vuole?

Questo anime di venticinque puntate è composto da molte parti importanti: iniziamo a valutare la trama in sé, legata al progredire di una ragazza inizialmente senza particolari talenti nello spietato mondo delle agenzie di personaggi famosi. Bisogna ammettere che, nelle prime puntate, si ricorre al sempre abusato trucco del “finché hai le palle per farlo ce la fai”, e questo risulta un po’ artificioso – soprattutto perché è ben risaputa la difficoltà dei provini in cui si cercano star da lanciare alla ribalta.
Anche il sistema del ripescaggio, dovuto al lungimirante direttore, sembra quantomeno tirato per i capelli: la sezione “Love Me” mal si integra con quel che in seguito si vedrà.
Questo non faccia però pensare che l’intera struttura sia instabile: concedendo tali scivoloni iniziali (pressoché necessari, dato che Kyoko dal nulla si getta in un mondo sconosciuto!), una volta ingranata la situazione le cose migliorano sensibilmente. Quando Kyoko inizia a cimentarsi con la recitazione è uno spettacolo: generalmente utilizza tutta la sua rabbia repressa e il suo indicibile odio, unitamente ad un innato talento recitativo che si scopre man mano, per stravolgere le carte in tavola ed offrire sia ai protagonisti che agli spettatori delle performances veramente impressionanti. Il disegno aiuta moltissimo in ciò (e su ciò torneremo in seguito), e sicuramente la seyuu (Marina Inoue, che ha anche fatto Yoko in Tengen Toppa Gurren Lagann… robetta da niente) fa un lavoro più che eccelso nel rappresentare degli stati d’animo che posson passare dall’angosciato al crudele con il massimo effetto.
Bisogna dire che Kyoko ha, nella recitazione, due aiutanti d’eccezione: i due coprotagonisti principali, Ren e Kanae, agiscono con egual abilità e quando s’incontrano sul set creano delle sezioni davvero interessanti.

La seconda cosa che risalta in questa serie -e in questo caso, risulta ovvia sin da subito – è la potente comicità che soprattutto nella prima parte esiste. Si ha il solito set di battute, ma in questo caso l’umorismo si distacca lievemente dalle abitudinarie scenette: in questo caso, a creare la maggior parte di situazioni divertenti sono gli atteggiamenti demoniaci di Kyoko (che ricorda in maniera estrema Sunako di Yamato Nadeshiko Shichi Henge, con cui ha moltissimi tratti in comune) e la serafica calma, che nasconde una fredda furia, di Ren: giocando principalmente su questi due elementi si riescono a creare un numero impressionante di situazioni davvero divertenti che, nonostante ad un prim’occhio possano sembrare ripetitive, riescono sempre a strappare un sorriso.
Anche altri personaggi partecipano a varie scenette, ma sono in misura decisamente minore: la parte da leone è rappresentata dai due elementi sopra citati. Anche in questo caso, un punto assolutamente vitale è l’animazione e il disegno, che spesso fa più ridere delle battute stesse – soprattutto quando Kyoko esprime tutta la sua incontenibile follìa omicida verso qualcuno.
Purtroppo (per i miei gusti, perlomeno) questo ambiente di divertimento viene un po’ rarefatto quando, nella seconda metà della serie, si entra a capofitto nel mondo della recitazione e quando iniziano a comparire i seppur prevedibili legami d’empatia tra i vari attori in gioco.

Parlando di ciò, sicuramente va detto il terzo punto su cui Skip Beat! mette l’accento: i sentimenti. Non si terrorizzino gli antagonisti degli anime sentimentali, poiché qui non cola amorepuccipucci dalle pareti, con il rischio di prendere il diabete solo guardando una puntata.
Si passano infatti molti diversi stati d’animo e tante emozioni vengono vissute dai vari personaggi: la solitudine, l’allegria, l’abbandono, l’amicizia, l’odio (tanto, taaanto odio!), il rimorso, la speranza,… tutti vengono espressi con sufficiente delicatezza, per non far diventare la serie un polpettone melenso, e questo porta anche i meno avvezzi a sopportare con facilità tali eventi, lasciando però agli amanti di tali emozioni il gusto di assaporarli in maniera brillante.
Verso la fine, come detto, viene un po’ accantonato il lato comico (questo non vuol dire che non si rida, ma accade meno spesso) per puntare di più sull’aspetto empatico dei personaggi che oramai si è arrivati, in linea di massima, ad apprezzare e rispettare: in questo si potrebbero trovare delle similitudini con Nana, che dell’aspetto multi-sentimentale aveva fatto un suo cavallo di battaglia.

Il disegno è davvero epico. Chi leggesse questa recensione e poi andasse a vedersi la serie, potrebbe inizalmente pensare che io sia matto: il fatto è che il punto focale non è la capacità tecnica della Hal Film Maker (che pure ha creato un anime molto bello da vedere), ma l’utilizzo delle varie tecniche (facce ultraserie alla Minami-ke, super-deformed,…) è mescolato alla perfezione per dare il massimo della resa in tutte le varie situazioni – e soprattutto nei due aspetti che più ho gradito, la recitazione e la comicità.
Anche l’audio è di tutto rispetto, con due opening e due ending ben orecchiabili (sebbene la prima coppia mi sia parsa decisamente migliore della seconda) e un supporto audio adeguato alle situazioni.

Insomma, un capolavoro, una meraviglia, una pietra miliare? Beh, non proprio. Skip Beat! risente comunque di qualche difettuccio: come indicato prima, l’inizio fatica un po’ ad ingranare dal punto di vista della trama e il finale perde un po’ di mordente sul lato comico (seppur quest’ultimo dettaglio sia giustificabile dai problemi in corso, ed è encomiabile che comunque non si sia caduti nell’assoluta serietà), e qualche punatata forse può risultare un po’ sottotono.
Inoltre, il finale è davvero tranciato con un machete: capisco che il manga sia tuttora in produzione, ma arrivare ad un punto vagamente più definito anziché mutilare tutto senza concludere ALCUNA trama, seppur minimamente, risulta davvero fastidioso.
L’unica speranza, per me che non ho letto il manga, è in una seconda serie: se la qualità rimanesse la stessa della prima potremmo trovarci ad un’ottima serie comica (qualora si riprendesse l’aspetto ilare delle situazioni) oppure una deriva che potrebbe portare verso un mondo più serio, come in Nana, dato che le basi potrebbero esser state gettate. Chissà…

Voto: 8,5. Un’altalena di sensazioni, qualche discorso davvero carino, parecchie risate e un personaggio che può diventare Satana: decisamente di mio gradimento, nonostante il paio di pecche.

Consigliato a: chi apprezza le commedie d’amore con molta commedia e non troppo sentimento; chi gradisce battute crudeli e che augurano morte e distruzione a chiunque capiti a tiro; chi vuole un pollo gigante a cui confessarsi.

Vision of Escaflowne

…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

Toradora!

Una delle migliori love comedy in circolazione:

Toradora!

Ryuugi è un ragazzo quieto e tranquillo, ma la natura gli ha donato uno sguardo naturalmente aggressivo e minaccioso: per tale motivo è temuto da chiunque a scuola, nonostante non faccia nulla di male.
Taiga, invece, all’apparenza è una docile bambolina, ma ha un carattere che definire pessimo è riduttivo. Violenta, irascibile e rissosa, è evitata da chiunque abbia avuto a che fare con lei.
I due scoprono in maniera abbastanza fortunosa di essere vicini di casa, e in maniera altrettanto casuale vengono a sapere che ognuno è innamorato dell’amico/a dell’altro: si accordano pertanto su un “patto di non belligeranza” al fine di portare alla meta ognuno dei due. Ci riusciranno? Cosa si nasconde dietro ai loro opposti ma compatibili caratteri? …e se nascesse altro?

Bisogna dire che sin dalla prima puntata si capisce come andrà a finire, e anche un paracarri capirebbe in linea di principio lo sviluppo della storia. Questo però non toglie nulla al come la stessa è stata meravigliosamente orchestrata: per buona parte della serie le luci della ribalta sono su Taiga e la sua cotta per Yuuske, mentre in seguito si lascia maggior spazio a Ryuuji e il suo debole per Minori. Ciò viene tuttavia sviluppato in maniera ottimamente amalgamata e senza definire precisi stacchi di trama che risultano artificiali: inoltre, in tutto il tempo in cui ciò accade si snoda la trama principale, che porta Ryuuji e Taiga agli sviluppi finali che concludono la serie.
La cosa più stupefacente, infatti, è che in un primo momento pare che ci si trovi davanti alla solita serie d’amore con inserti divertenti qui e là: in realtà, sotto le vicende che vengono narrate è sviluppato un’intera rete di interconnessione tra i vari personaggi che, alla resa dei conti, fa vedere quanto il lavoro sotto questo aspetto sia stato curato.
Va inoltre detto che la serie, per buona parte del suo sviluppo, è anche parecchio divertente: molte battute mi hanno fatto sganasciare non poco. Il finale è ovviamente più serio per permettere a tutte le trame in sospeso di concludersi degnamente, ed è tutto fuorché scontato: il risultato si conosce, ma le modalità sono semplicemente eccezionali.

Chiaramente, tutta quest’attenzione ai dettagli verrebbe sprecata se non ci fossero dei personaggi degni di sostenere la complessità e l’articolazione delle trame: anche in questo lato, tuttavia, Toradora lascia a bocca aperta.
I protagonisti sono infatti tra i migliori che mi sia mai capitato di vedere in una serie simile. Ryuuji è il fulcro di molte delle vicende sentimentali in ballo, ma per una volta ci sono anche dei motivi -contrariamente a quanto solitamente accade-. Egli è infatti un ottimo personaggio ed un’ottima persona: maturo quanto basta per prendersi cura della sua apparentemente svampita madre, pronto a correre per gli amici in difficoltà, di buon cuore e non stupido. È raro avere un protagonista così completo, che non sia un totale ritardato (tratto comune a quasi tutti i “desiderati” delle serie, che paiono non accorgersi di nulla).
Taiga regge il confronto, sebbene in principio appaia essere la solita tsundere: anche lei ha una vita che ne giustifica le azioni, ed essa viene ottimamente spiegata. Inizialmente può risultare antipatica, ma dopo aver iniziato a conoscere le sue vicende non si può che tenere i pugni per lei e per la sua felicità.

I coprotagonisti non sono da meno: Minori, Ami e Yuuske hanno dei ruoli un po’ minori ma sono splendidamente sviluppati. Hanno meno tempo sullo schermo e quindi non si scende in ogni minimo dettaglio delle loro vite, ma molto viene detto e molto viene fatto capire. Soprattutto Minori rivela un senso dell’amicizia fuori dal comune, che potrebbe parere molto fasullo ma che più volte ho visto accadere anche nella vita reale. Anche quando vengono rivelati sentimenti negativi, come rabbia o gelosia, essi vengono esternati in maniera logica e rispettando il carattere del personaggio.
Infine, i personaggi un po’ più “di contorno”, che hanno poco spazio, risultano comunque simpatici e si vede che hanno una vita. Non sono dei cartonati messi lì per far da spalla a delle battute, ma si interessano di altre vicende e hanno i loro interessi: capita più di una volta di vedere nelle retrovie una scena che si ricollega ad un’altra di qualche puntata prima, mostrando che anche all’esterno del campo della telecamera la situazione si evolve.
Menzione speciale per Yasuko, la madre di Ryuuji: per un bel pezzo pare una rintronata fatalona, ma rivela una forza d’animo spettacolare e secondo me è uno dei personaggi più commoventi della serie. Ha fatto le sue scelte nella vita, ne ha retto la responsabilità e non rinnega nulla del suo passato, vivendo a testa alta nonostante le difficoltà.

La grafica è davvero ottima, con dei disegni secondo me estremamente belli: qui e là c’è qualche tocco di CG ottimamente realizzato.
L’audio è forse l’unico punto un po’ meno brillante: entrambe le opening non mi son piaciute per nulla, e solo una delle due ending ha incontrato i miei gusti. Fatto personale, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

Insomma, che altro dire? Toradora ha spazzato via tutto ciò ch’io potessi pensare di una love comedy: non c’è un minuto per annoiarsi, non ci sono patetici discorsi triti e ritriti che tutti abbiamo sentito un miliardo di volte, non ci sono personaggi che vorremmo prendere a calci… tutto è stato organizzato in maniera spettacolare per portare varie storie sentimentali diverse tra loro ma unite da un generale sentimento di affetto verso i protagonisti, che imparano a gestire la loro vita da 17enni al meglio delle loro capacità.
Nel suo campo, non sono riuscito a trovargli un singolo difetto.

Voto: 10. Chi ama il genere non può farselo scappare, sarebbe un crimine; chi volesse abbordare una serie che parli d’amore in maniera non melensa, potrebbe iniziare da qui.

Consigliato a: chi vuol vedere sentimenti quasi veri; chi apprezza serie con personaggi ottimamente realizzati; chi vuol conoscere Inko-chan, il pappagallo storpio che non sa dire il suo nome ma sa dire mille altre parole casuali mentre sbava e sembra sul punto di svenire.

Millennium Actress

Una caccia all’amore lunga un’intera vita:

Millennium Actress

Fujiwara Chioko è un’attrice in pensione, che fu una delle più amate nel Giappone degli anni ’50. Ritirata ora a vita privata, viene nuovamente intervistata da Genya Tachibana, in occasione della chiusura degli studi dove lei aveva lavorato per tanti anni: dal racconto della sua vita, e dalle memorie che riaffiorano, compaiono molte cose mai sapute da nessuno. Quali sono le motivazioni che hanno spinto Chioko a diventare un’attrice in un primo momento, e ad abbandonare tutto in seguito?

La prima cosa che va detta di Millennium Actress è che ha un montaggio parecchio complesso. La storia si basa sui racconti della vita di Chioko, ma nel contempo si racconta molto di più: si altalenano le memorie con i film da lei interpretati, e con eventi storici di presunte vite precedenti. Tutto ciò, unito al fatto che Genya e il suo assistente interagiscono con l’ambiente man mano che il racconto prosegue, può sembrare inizialmente fuorviante: dopo una 20ina di minuti stavo cominciando a spazientirmi, credendo di trovarmi davanti ad una storia con buchi di trama ed inconsistenze di continuity.
È solo quando si arriva alla seconda parte del film che le cose iniziano ad andare al loro posto: si capisce che non si sta parlando di ricordi O di film O di passato, ma di tutti e tre insieme.
La trama si svolge infatti attraverso i film ma anche attraverso gli anni, e quando si riesce a vedere l’ottica del racconto una simile completezza apporta molto più pathos alle situazioni, dato che ogni scena ha ben tre significati.
Il finale abbastanza inaspettato porta inoltre ad una conclusione parecchio emozionante, azzeccatissima.

I personaggi sono pochi: Genya e il suo assistente inizialmente risultano quasi fastidiosi nella scena generale, ma quando anche loro riescono a trovare una ragion d’essere all’interno della storia la loro presenza (o perlomeno quella di Genya) risulta più giustificata: alla fine ci si ritrova ad aver seguito anche una sottotrama che coinvolge il regista, e la stessa è sorprendentemente graziosa.
La protagonista è sicuramente Chioko: il suo disperato rincorrere un amore sconosciuto attraverso le nazioni, gli anni e le ere porta molto sentimento nella storia, che si dimostra infatti emotivamente molto carica, man mano che la trama prosegue. Lo svolgimento della sua intera vita viene qui messo sotto i riflettori, e la logica non abbandona mai le sue azioni. Fa le cose con un perché, e dimostra una forza d’animo non comune. Ottimo personaggio.

I disegni sono belli, ricordando quasi lo stile dello Studio Ghibli: chi apprezza quelli, apprezzerà anche questo.
L’audio è abbastanza anonimo: ci sono un paio di melodie gradevoli, ma nel complesso il sonoro ha un ruolo abbastanza ininfluente.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto Millennium Actress? Sicuramente l’impressione di aver visto un ottimo lavoro che affronta i sentimenti senza cadere nella banalità, e che tocca seppur di sfuggita molti diversi aspetti della vita, dei sogni e delle speranze che ognuno può avere. La prima parte risulta a mio parere poco cristallina, poiché non è facile inserirsi in una struttura narrativa parecchio complessa: quando si comincia a capire cosa accade, il tutto migliora di moltissimo.

Voto: 8,5. Non vado più in alto solo perché la parte iniziale entra con difficoltà: la qualità del prodotto è tuttavia fuori discussione.

Consigliato a: chi ama le storie sentimenali o d’amore, ma non vuole le solite pataccate melense; chi vuol personaggi sostanzioni e interessanti; chi ammira la gente che ha la pazienza di perseguire un obiettivo per l’intera vita… e oltre.

Fruits Basket

Una storia sulla vita e sul modo di vederla positiva.

Fruits Basket

Honda Tohru è una ragazza alla quale la fortuna ha decisamente voltato le spalle: orfana di padre sin dalla nascita, ha appena perso sua madre in un incidente stradale. Il nonno dal quale doveva andare a vivere sta riattando la casa e non ha posto per lei; non può però chiedere alle sue amiche, perché non hanno spazio per poterla far stare. Si ritrova pertanto ad andare a scuola, lavorare per pagarsi il necessario e dormire in una tenda nel bosco, perché è l’unica soluzione che ha trovato!
Un mattino, andando a scuola, incrocia una casa nel bosco: chiacchiera con il proprietario e scopre così che è la casa dove abita il ragazzo più bello della scuola. Quando i padroni di casa scoprono che Tohru abita in una tenda accettano di tenerla in casa: viene tuttavia subito svelato il segreto della famiglia Souma, che è stata maledetta dagli spiriti dei dodici segni zodiacali cinesi (più il gatto). La protagonista inizia pertanto a vivere in questa strampalata famiglia, con i relativi risvolti comici e tragici che l’inusualità della situazione prevede!

Di primo impatto, Fruits Basket mi aveva fatto una pessima impressione. Sigla iniziale tanto dolce da far venire la carie, una protagonista positiva nonostante la sfiga si sia accanita con perseveranza, il classico triangolo amoroso che pare instaurarsi fin da subito.
Fortunatamente non ho dato retta a tali segnali negativi e ho proseguito nella visione, scoprendo che sotto l’aspetto di anime banale c’è in realtà molto di più. I personaggi inizialmente paiono parecchio stereotipati e legati all’animale che rappresentano in carattere, forze e debolezze, ma con il passare del tempo e degli avvenimenti le personalità si sviluppano e si intersecano creando dei legami ben congegnati. Anche all’esterno della famiglia i personaggi sono interessanti: le amiche di Tohru nel tempo si mostrano più che semplici inserti comici della storia, e soprattutto Saki ha una crescita non indifferente.
Parlando di sviluppo, i protagonisti fanno un buon percorso di maturazione durante le puntate. Non è nulla di eclatante e ci si evitano le classiche scene da “discorso illuminante che fa capire al personaggio come si sta al mondo”; è una transizione più fluida e dinamica, di cui quasi non ci si accorge se non pensando a come i personaggi erano qualche puntata prima, e notando a tal punto le differenze. Questo risulta molto piacevole perché crea un senso di realtà molto maggiore rispetto ad altre serie similari.
Ogni tanto Tohru può dare un po’ ai nervi con la sua infinita pazienza e gentilezza a tutti i costi, però è lei a fare da catalizzatore per tutti li avvenimenti che la circondano, e quindi la sua presenza è necessaria.

Il tono di Fruits Basket è sempre tenuto abbastanza allegro, con battute e sketch generalmente ben riusciti. La crudeltà di Shigure con l’editrice, le uscite totalmente becere di Ayame o le innominabili torture di Saki forniscono materiale sul quale ridere di gusto, e anche quando si parla di temi seri o tristi raramente l’allegria viene a mancare. Nelle puntate finali la serietà ha un deciso aumento, come immancabilmente capita in anime di questo genere; devo però ammettere di essere rimasto sorpreso dalle motivazioni della serietà, e si è riusciti ad evitare le banalità che rischiavano di affacciarsi. La serie termina in maniera soddisfacente anche se non conclude la storia (l’anime è stato fatto nel 2001, il manga è terminato nel 2006).

Il disegno è gradevole, ma l’animazione è parecchio carente: penso che su di essa abbiano lavorato parecchio al risparmio. Anche le musiche non sono nulla di che, e personalmente non ho gradito opening ed ending che con il loro tono mieloso e zuccheroso danno un’impressione errata della serie che presentano.

Insomma, Fruits Basket è una storia che parla di buoni sentimenti che non si limitano all’amore, tutt’altro: amicizia, fiducia e affetto sono colonne portanti della serie. Riesce nella difficile impresa di non risultare noioso e scontato, avendo solo un paio di puntate più deboli che però non disturbano il tranquillo ma costante passo che l’anime mantiene.

Voto: 8,5. Se volete fare il pieno di good vibes, questo potrebbe fare per voi.

Consigliato a: chi cerca storie di sentimenti senza impegolarsi in storie d’amore; chi desidera una protagonista che lasci molto spazio anche ai comprimari che l’accompagnano; chi si chiede dove si dovrebbero infilare gli elettrodi con cui Saki minaccia i suoi nemici.