Bottle Fairy

…Un breve e candido anime sulle abitudini giapponesi viste dagli occhi delle fate.

Bottle Fairy

Kururu, Chiriri, Sarara e Hororo sono quattro fatine grandi più o meno 10-15 centimetri, che desiderano diventare umane e vivono a casa di un ragazzo (dal nome sconosciuto, sempre e solo chiamato Sensei-san), per fare il loro “apprendistato” ed imparare gli usi ed i costumi del popolo giapponese. Riusciranno del loro intento? In che modo vedranno, da un mondo totalmente diverso, il mondo che conosciamo?

Questo anime è composto da tredici brevi puntate, di una dozzina di puntate l’una: ognuna è dedicata ad un singolo mese, più una puntata conclusiva. Passando mese dopo mese, si elencano le varie scadenze che un bambino/ragazzo medio incontrerà nel suo anno di vita in Giappone: Natale, Capodanno, San Valentino, gli esami, le vacanze estive,… è una buona base per conoscere come vengono affronate le più comuni festività che si incontrano nelle terre nipponiche (in buona parte molto diverse dalle nostre). Altre trame non ce ne sono: le quattro protagoniste, mese dopo mese, usano la loro intensa immaginazione per vivere in maniera tutta loro i vari avvenimenti con cui entrano in contatto.

Purtroppo l’umorismo in tali situazioni è abbastanza carente: il tono è estremamente leggero (ed immagino che il target di questo anime siano i bambini), ma raramente ci scappa anche un solo sorriso. Il ritmo è lento e gli avvenimenti sono pochi, rendendo il tutto parecchio lento – va bene fare una serie rilassata, ma soprattutto con un’utenza giovane bisogna mantenere alta l’attenzione!
Inoltre gli sketch non sono esattamente brillanti, con un solo personaggio che qui e là riesce a strappare un paio di sorrisi: Hororo, la svampita del gruppo, che ogni tanto effettivamente riesce a tirar fuori qualcosa di buono. Buona parte degli scherzi è basata su incomprensioni linguistiche, particolarmente facili con la lingua del sol levante, ma anche capendoli (grazie alle spiegazioni dei gentili subber) non sono propriamente divertenti: altre serie, usando lo stesso sistema, riescono a fare un lavoro molto migliore.

Il disegno è accettabile in virtù dello stile dell’anime, anche se non si tratta esattamente di capolavori. L’opening (e, seppur in misura minore, l’ending) è estremamente azzeccata per l’ambiente che si sviluppa durante la serie, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente inesistenti: peccato.

Insomma, Bottle Fairy vale il paio d’orette di tempo che occupa? Purtroppo, tirando le somme, credo che la risposta sia più no che sì. È interessante l’aspetto “educativo” che può fornire ad una persona che è a digiuno di abitudini ed usi giapponesi, ma purtroppo non può offire altro: i personaggi sono banalotti seppur simpatici, la trama non esiste e la parte comica è forse la parte più mancata di tutte.

Voto: 5,5. Purtroppo non raggiunge la sufficienza, sebbene qui e lì qualche punto di carineria ci sia.

Consigliato a: chi vuole farsi una piccola cultura sulle feste dei bambini; chi adora i personaggi teneri e non troppo svegli; chi vuol vedere delle fate sotto vetro.

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Majokko Tsukune-chan

…Un po’ di sano delirio in sei corte puntate senza senso.

Majokko Tsukune-chan


Tsukune è una piccola strega, dall’età stimabile di dieci anni, che gira il mondo a fare del bene a cavallo della sua scopa. Purtroppo non è particolarmente abile nel suo lavoro, poiché spesso non risolve i problemi, peggiorandoli o creandone altri. L’importante, comunque, è la buona volontà: lei ce la mette tutta per diventare una buona streghetta, nonostante le mille peripezie che le si parano davanti.

Come si può capire dalla storia, queste sei puntate da tredici minuti (sigle comprese) non sono certo da osservare per la trama. Le vicende durano 3-4 minuti e sono scollegate le une dalle altre: sono unicamente vicende che capitano a Tsukune, e che lei risolve in un modo tutto suo.
Il filone in cui questo anime si inserisce è quello della nonsense comedy: si posson riconoscere notevoli familiarità con Bokusatsu Tenshi Dokuro-chan o Dai Mahou Touge, sebbene questo lavoro punti un po’ meno sulla violenza bruta e un po’ più sulla semplice e banale stupidità senza senso. Questo non vuol dire che i personaggi non muoiano nelle più disparate forme (il sindaco fannullone, ad esempio, morirà una dozzina di volte, in vari episodi, e ogni tanto non ci sarà nemmeno un perché), ma lo fanno in maniera un po’ meno cruenta rispetto agli ilari massacri proposti dagli altri due titoli. Spesso, invece, ci si trova ad assistere a scambi di battute parecchio fulminei, che spiazzano e divertono non poco proprio in virtù della loro semplicità ed immediatezza.

I personaggi, per quanto semplici e poco profondi (vorrei vedere una caratterizzazione fatta in circa 50 minuti di proiezione!), risultano decisamente simpatici. Tsukune è la classica strega con la testa all’aria, la sua mascotte… beh, non fa in tempo a presentarsi granché (e non dico altro), il sindaco è un allegro fannullone e generalmente tutti i personaggi risultano istintivamente simpatici. Questo aiuta parecchio l’aspetto comico, poiché un branco di personaggi antipatici non avrebbe divertito nemmeno un po’.

Il disegno è semplice e di bassa qualità, ma è un tipo di grafica che si adatta perfettamente allo stile dell’anime: i disegni raffazzonati rinforzano l’aspetto di stupidità generico che aleggia attorno alla serie. Di sorprendente qualità, invece, opening ed ending: non sono dei capolavori, ma risultano decisamente carine ed orecchiabili.

Insomma, conviene guardare questo curioso anime? Secondo me sì, perché qualche risata la strappa. Occupa poco tempo, le sue puntate possono essere usate per alleggerire visioni più pesanti e in fin dei conti è fatto decentemente bene.

Voto: 7,5. A me, un paio di volte, ha fatto sghignazzare ad alta voce. Questo non può che essere un merito.

Consigliato a: chi ha un’oretta in cui spegnere il cervello; chi ride di mazzate in faccia, maialini arrosto, starnuti esplosivi e quant’altro; chi vuol conoscere la mascotte meno longeva del mondo degli anime.

Stellvia of the Universe

Una battaglia per la salvezza della terra contro le minacce naturali dello spazio profondo.

Stellvia of the Universe

Nel 2167, una gigantesca ondata elettromagnetica causata dall’esplosione di una stella a 20 anni-luce di distanza colpì la terra, causando dei danni inenarrabili e mandando sull’orlo dell’estinzione la civiltà umana: la stessa tuttavia si salvò, e ricostruì la civiltà dalle sue ceneri. Ci troviamo ora nel 2356, e si è nella fervente attesa dell’arrivo della “seconda ondata”. Una seconda onda distruttiva, più lenta ma più potente, partì difatti dall’esplosione: dopo 189 anni di preparativi e di calcoli, l’umanità è pronta ad affrontare questo secondo impatto e tentare di salvare i pianeti del sistema solare. Ce la faranno? Cosa aspetta l’umanità dopo un così lungo periodo passato inseguendo un solo obiettivo?

Questo anime è diviso in due parti estremamente distaccate, talmente tanto che sembrano quasi due serie diverse. Il primo arco narrativo dura sedici puntate e arriva fino all’impatto della second wave, mentre il secondo (le ultime dieci puntate) parla del post-impatto.

Nella prima parte ci sono talmente tante cose sbagliate che è difficile sapere da che parte iniziare: si potrebbe cominciare dal fatto che dopo 189 anni di preparativi, la Great Mission coglie il personale totalmente impreparato, e si deve ricorrere a studenti arrivati da due mesi sulla base spaziale per affrontare un pericolo che, se preso alla leggera, porterà alla distruzione del mondo.
Il fatto che i personaggi imparino praticamente subito a volare potrebbe esser giustificato dall’utilizzo di simulatori a terra (come viene più volte citato): quello che non quadra è però come mai la protagonista, Shima, sia quasi l’unica ad avere una qualsivoglia evoluzione, ed essa sia gestita parecchio male. In pratica, in qualsiasi cosa lei è totalmente negata, poi succede qualcosa e diventa un genio totale: va bene che è dotata, ma un minimo di logica sarebbe stato carino.
Si potrebbe poi continuare con l’assoluto orrore tecnologico che permea le puntate: penso che anche il più ignorante nel campo della fisica eviterebbe certi errori. Navicelle che si accelerano nello spazio grazie a variazioni gravitazionali (?), navicelle che cambiano la forma delle ali per essere più aerodinamiche (!), fuochi d’artificio sparati nello spazio siderale (!!)… questa è solo una minima parte delle bestiate che si possono incontrare. Va inoltre indicato che il sistema di guida delle navicelle è totalmente casuale: in pratica, le navicelle vengono guidate giocando a una specie di Tetris 3D.
Inoltre, 350 anni nel futuro i piloti dovranno programmarsi da soli il computer di bordo, e questo dovrà essere fatto durante il volo: la logica di tutto ciò mi pare però quantomeno sfuggente, ma vabbé.

Dopo una prima parte così disastrosa, mi aspettavo il peggio: alla fine della “minaccia della second wave“, però, ci sono alcune puntate di inattesa qualità. Per qualche puntata ci si ritrova difatti a parlare degli orrori della guerra visti da gente che oramai la guerra non sa più cos’è, e che è come un brutto incubo; si tocca l’argomento della solitudine dei migliori, del loro distacco dalla “gente comune” e di come la loro presenza cambi i rapporti con le persone; queste cose vengono trattate in maniera non approfondita, ma è comunque un grande passo in avanti. Anche le romance, che compaiono più o meno tutte insieme, non sono poi così male: ci si evita perlomeno il solito tira-e-molla classico di ogni serie.

Con il proseguire del secondo arco narrativo, però, la situazione torna quasi al livello antecedente. Le storie d’amore degenerano nei peggiori cliché esistenti, il lato tecnico risulta assurdo come sempre (chiudere un’alterazione dimensionale sparandoci dentro non so quanto sia funzionale), la fisica è totalmente casuale (buchi neri creati a 1 km da unità volanti non le attirano nemmeno per un secondo), la trama è un tantinello barcollante e gli unici pseudo-colpi di scena non aggiungono nulla alla storia.

I personaggi, come detto, sono abbastanza piatti e banali: qualcuno ha una o due puntate di protagonismo, ma poi torna nell’ombra come tutti gli altri. Shima è l’unica che ha i riflettori addosso per tutto il tempo (anche Kouta nella seconda parte, ma tanto non fa mai nulla e quindi è inutile), e comunque non rivela un granché.

La grafica è un po’ sotto tono: non che sia brutta, però non è nulla di particolare. Sia le animazioni dei personaggi che quelli delle navi non sono propriamente spettacolari, ma si lasciano guardare.
La musica è invece un po’ più curata, con opening ed ending davvero carine.

Insomma, Stellvia of the Universe (altresì detto Uchuu no Stellvia) è un anime senza molto senso. Non è per gli amanti delle storie d’amore, perché quelle che ci sono sono banali; non è per gli amanti della scienza, perché morirebbero d’infarto; non è per gli amanti dei robottoni, perché ce ne sono solo due e potevano anche essere due cannoli canditi che sarebbe stato uguale; non è per gli amanti dell’azione, perché ce n’è poca; insomma, mi pare che non sia consigliabile a nessuna sezione particolare di audience. Ha qualche buono spunto qui e là, ma si perde in mezzo al resto.

Voto: 5. Non scendo più in basso perché le puntate a metà serie mi avevano davvero sorpreso in maniera positiva, e quindi qualcosa di buono l’hanno portato.

Consigliato a: chi non si offende se nella fantascienza viene malmenata ogni legge fisica; chi vuole una storia semplice e dal lieto fine; chi si chiede se è possibile schermare GIOVE con un campo elettromagnetico gigante (!!!).

Heroic Age

Nel futuro, le guerre interplanetarie nasconderanno significati nascosti:

Heroic Age

Ci troviamo in un lontano futuro. Le leggende narrano che millenni fa l’universo era governato da una razza capace di creare stelle e predire il futuro: la razza d’oro. Essi inviarono un richiamo a tutte le altre popolazioni dello spazio, chiedendo loro di presentarsi al loro cospetto. Si presentarono la razza d’argento (dai forti poteri mentali), la razza di bronzo (simile ad uno sciame d’insetti, con poteri psionici) e la razza eroica (creature immense dai poteri inimmaginabili). Quando la razza d’oro stava per abbandonare questo universo per recarsi in un altro, si unì una quarta razza: la razza di ferro, l’umanità.
Con gli anni scoppiò una feroce guerra tra le razza d’argento, di bronzo e di ferro: l’umanità ebbe la peggio, venendo cacciata dal proprio pianeta natale. L’unica speranza di evitare l’annichilimento è quella di seguire una parte delle antiche leggende lasciate dai propri avi: “in un pianeta della galassia si troverà l’umano allevato dalla razza d’oro, ed in sé possiederà la forza della razza eroica. Egli sarà il salvatore dell’umanità e dell’universo”. Sarà vera questa leggenda? Come mai la guerra continua nonostante non ci sia un motivo apparente? Cosa si nasconde dietro alle volontà della razza d’oro?

La storia inizia quando l’astronave Argonaut arriva sul pianeta e trova Age, il succitato “uomo allevato dalla razza d’oro”. La storia passa varie fasi: in primis il ritorno a casa, poi il ritorno a terra, e poi… la prosecuzione delle vicende (che non nominerò per evitare sgraditi spoiler). Non ci sono veri e propri colpi di scena, poiché si riesce sempre ad intuire cosa starà per succedere: ciò non toglie tuttavia interesse alla trama, che è relativamente semplice ma ha comunque molte derivazioni interessanti, e si fa seguire con assoluto piacere. Un grande punto a suo favore è il senso di epicità che permea tutta la vicenda, e che viene ottimamente trasportato allo spettatore.

I personaggi (a parte i Nodos, cioé i cinque che possiedono in sé la razza eroica) hanno degli orientamenti morali semplici e subito capiti: i buoni sono buoni e basta, e i cattivi sono cattivi e basta (con una o due eccezioni). La cosa non infastidisce poiché le persone fanno ciò che ci si aspetta da loro, però da essi non c’è da aspettarsi un grande sviluppo caratteriale.
I Nodos, invece, hanno varie sfaccettature aggiuntive: soprattutto nella seconda parte della serie i loro pensieri e dubbi prendono un ruolo preponderante sul corso delle azioni – purtroppo non sempre del tutto logico o dettato dalle conseguenze dell’accaduto, ma non si arriva a toccare paradossi o incongruenze gravi.

L’azione è un’altra cosa che in questo anime è estremamente presente: non c’è puntata dove non ci siano minimo 5-6 minuti di botte da orbi, e in alcuni casi si arriva a puntate quasi interamente di combattimento. Ci sono sia battaglie di flotte/mech contro altre flotte/mech, sia battaglie Nodos contro Nodos. Le due cose non possono essere mischiate se non con esito ovvio, perché i Nodos sono di potere assolutamente incomparabile – capaci di distruggere pianeti e sopravvivere al centro delle stelle, c’è poco che qualsiasi esercito possa far loro.
I combattimenti sono di qualità abbastanza altalenante, anche se comunque non si arriva mai al “brutto”: alcuni sono però un po’ ripetitivi e poco adrenalinici (mentre altri risultano molto più coinvolgenti).

Parlando della grafica, se l’occhio non m’inganna, il disegnatore è lo stesso di Gundam e Souukyu no Fafner: lo stile è riconoscibile, ma la qualità è migliorata negli ultimi anni, con dei visi più curati (anche se ancora non eccelsi) e una CG che soprattutto in termini di astronavi fa il suo dovere egregiamente.
La musica è tuttavia la parte artistica più pronunciata: le opening ed ending sono carine, ma il fulcro della colonna sonora è la musica durante le puntate, che carica di emozioni i momenti più importanti ancor più dei disegni stessi. In questo ambito è stato fatto un ottimo lavoro.

Insomma, Heroic Age è un buon lavoro di fantascienza per tutti gli appassionati del genere: non dico che sia un capolavoro perché ha i suoi cali e un paio di momenti di perplessità, ma se si cerca qualcosa di relativo alla sci-fi con una buona parte di robottoni e tanti, tanti, tanti combattimenti… eccola qui.
Inoltre, per chi amasse la mitologia greca, potranno essere colti parecchi riferimenti più o meno diretti: divertitevi a scoprirli!

Voto: 8,5. Per gli appassionati del genere, penso che possa anche esser più alto.

Consigliato a: chi ama i Gundam; chi vuole una trama importante e intrigante, ambientata migliaia d’anni nel futuro; chi vuole una storia seria ma non triste.

Over Drive

…perché andare in bicicletta è una questione di cuore.

Over Drive

Mikoto è un ragazzo che va al liceo, e che non è mai stato particolarmente brillante nelle relazioni sociali: veste in maniera casuale, non si pettina, non si cura, non è interessante, non è atletico,… il classico “ragazzo del banco vicino alla finestra”.
Un giorno Yuki, la ragazza che segretamente gli piace, lo invita ad unirsi al club della bicicletta: dichiara sin da subito che l’interesse è dovuto perché suo fratello, presidente del club, le ha promesso una borsetta nuova in cambio di un nuovo membro. Ammaliato dalla bellezza di Yuki, Mikoto decide di accettare… ma non sa nemmeno andare in bici! Riuscirà a farsi ammettere nel club? Cosa può sperare di ottenere, dato che sa a malapena reggersi sui pedali? E in che modo potrà colpire il cuore di Yuki?

Va detto che questo anime passa parecchie diverse fasi molto differenti tra loro, che andrò ad esaminare separatamente.
Durante le prime due puntate, si vede un Mikoto che potrebbe rispecchiare molti ragazzi 16-17enni “immaturi”, che ancora non hanno idea di come relazionarsi con le persone e che ritengono che il non-conflitto sia l’unica soluzione ai loro problemi: quando però la loro musa ispiratrice li tira in ballo, tentano di fare il possibile per cambiare al fine di appagarla. Chiaramente i risultati sono meno che soddisfacenti, dato che sono cose totalmente nuove… ecco, in questa parte i ragionamenti di Mikoto sono molto azzeccati, con un disperato desiderio d’accettazione e le mille fantasie che possono crearsi. Anche il suo attaccamento a Yuki è realistico, dato che “lo sfigato” di turno guarda alla bella della classe con ammirazione incondizionata, nonostante essa sia tutt’altro che perfetta.

A partire dalla terza e fino all’undicesima puntata, c’è la parte dell’allenamento: questa è la sezione assolutamente meno riuscita dell’anime. Di positivo c’è che Yuki cambia atteggiamento, passando dal suo esterno di menefreghista e materialista per toccare degli aspetti un po’ più interessanti della sua personalità; è purtroppo una magra consolazione rispetto alle assolute incongruenze che Mikoto rivela durante gli esercizi.
Chiunque abbia mai fatto un giro in bicicletta, sa benissimo che per delle gambe non allenate di un non-sportivo è durissima riprendersi dopo una grande fatica, e quando i muscoli non ce la fanno più c’è poco da fare: idem dicasi per altre attività sportive non abituali.
In questo caso Mikoto passa dal riuscire a fare un’apnea di 2 minuti ad una di 4,5 minuti in una notte; due giorni dopo aver imparato a pedalare scala metà di una collina, e torna LA NOTTE STESSA per ri-scalarla di nuovo; dall’attività fisica nulla passa a fare 300 flessioni al giorno, e via dicendo. Tutto questo viene giustificato con la sua grande forza di volontà e dal suo grande cuore, come se essi potessero dissolvere l’acido lattico… in un anime totalmente incentrato su uno sport, questo è abbastanza imperdonabile.

Per fortuna, all’undicesima puntata il tono cambia, e di molto: si arriva finalmente alla grande gara di 160km che ha tenuto tutti occupati in allenamenti per un mese! Per godersela basta dimenticare che Mikoto sa pedalare da un solo mese, e basta considerarlo “un novellino”.
Usando questo semplice trucchetto, si può apprezzare una gara dall’ottimo passo e dall’intenso interesse: le relazioni tra i vari personaggi in pista variano durante la gara, e la tensione è sempre alta. Alcuni pezzi sono delle pure scariche d’adrenalina, davvero ben fatti. Purtroppo qui e là ci sono delle puntate di flashback o di ricordi da parte dei personaggi, che rallentano nuovamente il tono in maniera fastidiosa: una volta passate, però, si torna a potersi godere l’ottima gara dai vari inaspettati risvolti.
Tale gara dura praticamente fino alla fine della serie, con l’ultima puntata e mezzo che torna con dei toni più scanzonati e rilassati.

La grafica è in linea con l’anno di produzione, non brilla ma non sfigura; le musiche sono invece ben curate, con un’ottima opening e la colonna sonora che ben supporta i momenti di tristezza, fatica o esaltazione.

Insomma, Over Drive è un anime dalle molte facce: ci sono lati molto ben riusciti e lati molto mal riusciti, ed è quindi difficile da consigliare o meno. Sicuramente gli amanti delle corse potranno guardare almeno il pezzo relativo alla gara, che potrebbe risultare terribile per un esperto di ciclismo (inesattezze un po’ ovunque) ma apprezzabilissimo per chi non è uno specialista; per altri aspetti lascia forse un po’ a desiderare.
La strada per una seconda serie viene spianata nelle ultime puntate: se decideranno di farla e punteranno maggiormente sull’aspetto puramente sportivo ed eventualmente sullo sviluppo personale dei personaggi, potrebbe uscirne un gran bel lavoro. Se decideranno di puntare alle varie romance che serpeggiano nell’aria, temo che sarà un flop… ma in fin dei conti il manga da cui è tratto è già finito, quindi almeno non lasceranno le cose a metà. Chi vivrà vedrà.

Voto: 7,5. Sarebbe più alto per la parte ciclistica ben realizzata, ma la noiosa prima metà non permette di andare più in alto.

Consigliato a: chi ama il ciclismo, pur non essendo esperto; chi adora le storie dove la gente si butta anima e cuore in missioni apparentemente impossibili; chi vuole imparare come si dice “bicicletta” in giapponese.

Mnemosyne

L’immortalità può essere una dannazione eterna?

Mnemosyne

In questa serie si seguono le vicende di Rin e Mimi, due ragazze che -si viene a scoprire quasi subito- sono immortali: possono essere uccise, ma tornano in vita immediatamente dopo (a dipendenza di quanto grave è il danno al corpo, ovviamente). Vive da tempo immemorabile, le incontriamo nel 1990 mentre hanno un ufficio che si occupa di ritrovamento persone/animali scomparsi e simili. La storia si dipana successivamente nelle più astruse direzioni, che però non svelerò per evitare indesiderabili spoiler.

Mi capita raramente di non poter accennare ad ampi pezzi di trama senza rivelare qualcosa di inaspettato, ma con Mnemosyne è indispensabile: sin dai primi momenti della prima puntata si capisce che non si è davanti ad un usuale anime con dei personaggi, una trama, uno sviluppo ed una fine.
Si viene infatti subito gettati in un orrore di violenza, sesso, morte, perversione, tortura, distorsione e quanto di più orribile si possa incontrare su questa terra. Si ricorre spesso al nudo (anche se mai in forma volutamente volgare), il sangue scorre a fiumi, ogni tipo di sevizia è messa in atto: sembra di finire in un girone dell’inferno dal quale si è terrificati ma dal quale non ci si può staccare.
Questa sensazione dura per le prime tre puntate, che sono davvero qualcosa di diverso rispetto alla produzione standard: le due puntate centrali (in tutto sono solo sei, anche se di 45 minuti) scendono ad un livello più terreno per permettere alla trama di svilupparsi, e l’ultima ha nuovi picchi di crudeltà e violenza anche se mantiene comunque la trama per condurre verso il finale, che a mio parere risulta parecchio fuori tono rispetto al resto della serie.
Data l’immortalità dei protagonisti, inoltre, con il passare delle puntate si scivola verso il futuro: la realizzazione di un nostro possibile futuro prima somigliante a quello di 1984 e poi a quello di Dennou Coil è secondo me estremamente azzeccato, e sebbene la progressione tecnologica non sia al centro della storia si riesce a captare come il passaggio del tempo modifichi gli usi e i costumi dei popoli.

L’animazione è realizzata con i canoni del 2008, non eccelle ma è molto gradevole, e le scene di sangue sono ottimamente realizzate (cosa molto più difficile di quanto si pensi). L’audio è moooolto buono, con opening ed ending davvero ottime (sia di animazione che di suono, sono disturbanti quanto basta per rendere l’idea di questo anime).

In definitiva, Mnemosyne non è un prodotto perfetto a causa dei cali che ho trovato nella parte centrale, ma è un prodotto coraggioso che tenta di approcciare al mondo dell’anime per adulti senza diventare un semi-porno dove la gente fa sesso senza motivi validi. Va tenuto lontano da bambini e persone impressionabili: certe scene (soprattutto nelle due puntate inizali) potrebbero davvero turbare i sogni dei più sensibili.

Ah, l’ho già detto che c’è stata una collaborazione con la Gainax? Strano…

Voto: 9. Per le prime puntate darei 10 dato il livello di orrore che è riuscito a suscitarmi, ma in complessivo rimane comunque un’ottima serie. Da non perdere in mezzo ai millemila anime in uscita nel 2008.

Consigliato a: chi vuole vedere un vero anime per adulti come Dio comanda; chi non si fa impressionare dalla violenza di ogni genere, fisica e psicologica; chi vuole scoprire il significato di Vodka in russo.

The Third

Tutto può essere tagliato? Ebbene sì!

The Third

In questo mondo futuro, quasi annientato da una passata guerra e oramai desertico, Honoka è una guerriera tuttofare. Gira per il deserto lavorando assieme al suo compagno e guardiano Bogie, una mente artificiale connessa ad un carro armato di ragguardevoli dimensioni. Lei è una Sword Dancer, abilissima nell’uso della spada e capace di trinciare più o meno qualsiasi cosa.
Nell’ambientazione in cui ci troviamo l’utilizzo della tecnologia è frenato dal Technos Taboo, imposto dai Third per evitare che troppo potere finisca nelle mani degli umani.
I Third sono dei “mutanti”, delle persone con un terzo occhio che possono controllare a volere la tecnologia, e per questo sono in pratica i governanti del pianeta: violare il Technos Taboo porta a tremende conseguenze.

La storia si sviluppa seguendo le gesta di Honoka e di Bogie, assieme agli altri compagni che man mano si aggiungono alla loro compagnìa: alcuni personaggi (come Ikus) guadagnano con il tempo sempre più importanza, mantenendo tuttavia la loro aura di mistero.

Uno dei punti migliori di questa serie è la psicologia dei personaggi e gli assaggi di filosofia che vengono dati all’udienza: di tanto in tanto alcuni ragionamenti risultano particolarmente azzeccati e profondi, seppur espressi con le semplici parole di Honoka. Questo non rende The Third un mattone filosofico, ma aggiunge un buono spessore al tutto.
Ho tuttavia purtroppo sentito la mancanza di una vera e propria storia fino quasi alla fine: vengono dati molti indizi e si capisce la direzione verso cui si va, ma personalmente avrei gradito una trama un po’ più coinvolgente che desse più di spizzichi e smozzichi mentre i nostri beniamini affrontavano i vari lavori che venivano loro offerti. Più volte ho pensato “ecco il trigger che fa iniziare la vera trama”, solo per riceverne un altro spicchio d’informazione e nulla più.

I disegni sono di ottima qualità (eccezion fatta per due episodi, che penso abbiano fatto disegnare alle inservienti che pulivano gli studi d’animazione): le scene di combattimento, in particolare, sono davvero spettacolari e molto buone. Da evidenziare di sicuro le capacità belliche di Bogie, che sta sempre buonino e tranquillo ma che quando s’incazza è uno spettacolo da guardare.

Anche la sezione musicale è particolarmente ben sviluppata: le musiche sono davvero molto belle (ivi comprese opening e ending), si fanno notare e fanno piacere all’udito.

Voto: 8. Peccato per la mancanza di una storia corposa: i personaggi erano pronti per reggerne una. Speriamo in un eventuale seguito…

Consigliato a: chi vuole una storia di buoni sentimenti; chi ama i personaggi a tutto tondo; chi ha l’irrefrenabile tentazione di affettare tutto ciò che capita a tiro.

Mahou Sensei Negima

Torniamo a toccare il mondo della magia, con

Mahou Sensei Negima

Il personaggio principale è Negi Springfield, un ragazzino di dieci anni che ha appena terminato i suoi studi di magia in Inghilterra: come test, si è dovuto trasferire in Giappone ad insegnare inglese in un liceo, a delle ragazze palesemente più grandi di lui. Si può capire in fretta come la situazione possa essere difficile da gestire, soprattutto quando si comincia a capire che non tutti sono amici e che certe presone sono a rischio della vita…

Iniziamo dal punto di vista puramente tecnico, poiché c’è poco da dire: Mahou Sensei Negima è un anime mediocre dal punto di vista audio/video. Non c’è nulla su cui emozionarsi e nulla di cui scandalizzarsi, quindi la situazione è quantomeno neutra.

Dal punto di vista comico, ci sono parecchie situazioni molto divertenti nell’usuale prima parte della serie. La particolarità della situazione di Negi porta difatti a simpatici teatrini, e la sua inesperienza nel campo della magia aggiunge anche un tocco in più. Il divertimento, pertanto, è garantito.

Quando le cose cominciano a farsi serie, la trama a mio parere sembra un po’ traballare: il finale è un po’ confusionario; inoltre, i personaggi introdotti solo attorno al finale della serie mancano di spessore e risultano un po’ scialbi. Da segnalare, tuttavia, il finale dell’episodio 23, che mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta. Di tutto mi sarei aspettato, ma non questo: mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno.

Alcuni personaggi, inoltre, non sono stati secondo me sfruttati come si deve; Nodoka, soprattutto, era una di quelle che aveva un ottimo potenziale comico, ma si brucia tutte le carte nelle prime tre o quattro puntate, finendo per essere una macchietta marginale. Un vero peccato.

Riassumento, MSN è una bella serie per farsi un po’ di risate a cuor leggero senza troppo preoccuparsi di una trama massiccia o opprimente. Le sue belle risate, in fin dei conti, riesce a strapparle.

Nota: 7.5. Peccato per le occasioni sprecate: sarebbe potuto arrivare molto più in alto.

Consigliato a: chi ama i bambini maghi; chi vuol vedere cosa accade in una scuola 100% femminile; chi adora gli assoluti colpi di scena, dato che qui ce n’è uno bello grosso.

Soukyuu No Fafner

Ed eccoci ad uno degli anime con la miglior sigla di sempre:

Soukyuu No Fafner

Altresì chiamato “succhia il falafel”, questo anime tratta un argomento già visto: la battaglia contro misteriosi nemici alieni, con l’uso di mech che necessitano di ragazzini per essere comandati. Già sentito?
Esattamente: l’inizio suona molto come Evangelion. La prima puntata pare addirittura un remake di tale serie, ma poi prende una strada differente: dove evangelion approfondisce l’aspetto psicologico della questione, SnF va a continuare la battaglia contro i Festum (gli alieni cattivi) fino alla fine.

L’anime in sé non è malaccio, anche se i disegni personalmente non mi son piaciuti molto; la scarsa grafica viene compensata dalla colonna sonora meravigliosa che questa serie ha.
Un problemino della serie è che non ci si può affezionare ai protagonisti: muoiono infatti troppo spesso per aver il tempo di prenderseli a cuore… è un’ecatombe di personaggi, cadono come mosche e ogni tanto ci si chiede il perché.

L’anime in sè è molto serio, con pochissime battute solo nelle parti iniziali: da lì in poi punta tutto sull’apprensione e sulla sofferenza, non riuscendo però a passare appieno questa sensazione allo spettatore.

Voto: 7. A chi piacciono i mech sarà simpatico, agli altri anche meno. Io sto nella via di mezzo.

Consigliato a: chi vuol vedere robottoni che picchiano bestie aliene; chi ha amato i disegni di Gundam SEED; chi vuol cantare a squarciagola Shangri-La per mesi e mesi.