Dead Leaves

…50 minuti che definire frenetici è decisamente riduttivo.

Dead Leaves


Retro (chiamato così perché al posto della testa ha un vecchio televisore) e Pandy (perché ha una macchia attorno all’occhio destro che la fa sembrare un panda) si svegliano in mezzo ad una città, nudi e senza alcun ricordo. Decidono di effettuare una serie di rapine e crimini assortiti, per i quali vengono inseguiti da tutta la polizia della città: riescono ad annichilire praticamente tutte le forze dell’ordine, ma in seguito ad un incidente vengono catturati e mandati nella prigione di Dead Leaves, situata si quel che resta della luna, apparentemente esplosa in eventi precedenti alla storia qui narrata.
Riusciranno i due eroi a fuggire dalla prigione di massima sicurezza? Cosa si nasconde dietro all’apparente istituto penitenziario?

La storia, in pratica, non è nulla più di una fuga da una prigione. C’è una parvenza di trama in sottofondo, in cui si parla di clonazione e creazione di armi senzienti, ma non è nulla più di una scusa per far esplodere un altro po’ di cose.
Dead Leaves è infatti, senza dubbio alcuno, l’anime più frenetico, confusionario, esplosivo e schizoide che mi sia mai capitato di vedere: anche lavori come FLCL o Mind Game, in confronto, sembrano tranquille passeggiate al parco. Penso che ci siano al massimo tre minuti in tutto in cui non ci siano sparatorie, esplosioni, lotte ed inseguimenti: l’intero tempo di proiezione è tempestato di tali elementi, sempre più assurdi ed incredibili.

I personaggi, come si sarà già potuto capire dalla sommaria descrizione dei due protagonisti, sono quantomeno assurdi: i prigionieri sono geneticamente mutati e pertanto c’è gente che ha proboscidi da elefanti, testicoli in fronte, teste da Moai, trapani in mezzo alle gambe,… qualsiasi cosa senza senso possa venirvi in mente, c’è. Ovviamente non c’è alcun approfondimento dei caratteri, in quanto non ce n’è alcun bisogno: per far esplodere tutto non è necessario.

La grafica è, a dir poco, inusuale: gli amanti del classico stile giapponese potrebbero trovare decisamente inaccettabile tale tratto, ma personalmente l’ho trovato – seppur non tra i miei modi di disegno preferiti – adeguato al tenore iperadrenalinico che Dead Leaves presenta. A volte il tutto diventa fin troppo confuso per essere compreso, ma dopo qualche minuto l’occhio si abitua e la visione diventa sorprendentemente accettabile.
Le musiche non hanno invece quasi alcun ruolo, anche perché la quasi totalità del tempo c’è qualcosa che sta esplodendo o qualcuno che sta urlando. Qui e là, tuttavia, qualche finezza acustica viene presentata: sentire funiculì funiculà in un anime è qualcosa di quantomeno inusuale.

In definitiva, si può dire che Dead Leaves mette le cose in chiaro sin da subito: è un OVA dove le cose saltano in aria, vengono affettate o crivellate di colpi. Nient’altro.
Uno stile un po’ più accurato nel disegno o una qualsivoglia logica nella trama avrebbero potuto giovare alla visione, ma penso che ciò non sia mai stato nelle intenzioni dei produttori.

Voto: 7. Va a far compagnia a Redline: buono per l’aspetto fracassone, e nulla più.

Consigliato a: chi vuol spegnere il cervello per 50 minuti, e veder deflagrare tutto: chi vuol vedere un anime violento, volgare, sboccato, stupido, becero ma non per questo orrendo; chi vuol vedere il ciclo vitale più veloce della storia: dal concepimento alla morte per vecchiaia in qualche ora.

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Wrath of the Ninja

…Ninja, ninja e ancora ninja!

Wrath of the Ninja


In un tempo in cui il Giappone è pieno di samurai e ninja, una grande guerra è scoppiata. Le tre più grandi scuole di ninja della nazione sono state obliterate dal mostruoso potere di un crudele tiranno, che sta tentando di ottenere il potere del re dei demoni per i propri biechi scopi. Gli ultimi tre sopravvissuti delle varie scuole sono in possesso di antiche armi che si narra possano bandire anche il male più oscuro: sarà vero? Riusciranno a realizzare il loro disperato piano per la salvezza dell’umanità?

Come si può notare, la trama non è esattamente l’emblema dell’originalità. Durante il film, che dura circa un’ora e mezzo, ci sono tuttavia una quantità impressionante di avvenimenti: talmente tanti, infatti, che il tutto diventa caotico e pressoché incomprensibile. Ogni tre minuti si cambia posto, si ottengono nuove alleanze, qualcuno di importante (i.e. conosciuto due minuti prima e visto per otto secondi netti) muore o si riceve qualche sconvolgente rivelazione. Questo porta l’intera struttura narrativa, che sarebbe stata anche ben congegnata se utilizzata in una serie di 6 o addirittura 13 puntate, ad essere dunque traballante e poco interessante.

I personaggi principali, come detto sono tre: in realtà c’è Kasumi che è la protagonista assoluta, Hyuga che è il coprotagonista -seppur con meno importanza- e Hagakure che li segue tranquillo e picchia quel che c’è da picchiare. La personalizzazione è parecchio carente, soprattutto a causa del problema sopra elencato: durante tutta l’assurda corsa che devono fare per arrivare al finale, non c’è tempo per capire altro che due cose: la prima è che Hyuga ci prova con Kasumi (e questo si capisce dal terzo minuto), la seconda è che Kasumi è un maschiaccio (e questo si capisce dal primo minuto). Fine.
Gli altri (numerosi) personaggi che vengono incontrati sono dei baleni che attraversano lo schermo, troppo fulminei per ricordarne anche solo il nome.

In un anime sui ninja, i combattimenti non possono mancare: essi hanno fortune alterne. Sono parecchi (come è giusto che sia), e alcuni son fatti in maniera simpatica – e bella sanguinolenta – mentre altri risultano meno interessanti. Sono generalmente parecchio brevi, ma qui e là c’è qualche piccola chicca visiva che si fa apprezzare: di certo il sangue non è stato risparmiato.
I nemici sono abbastanza anonimi, e anche il supercattivone non fa molto: si capisce che è cattivo, che è molto cattivo, e nulla più. Questo tuttavia non stupisce: se non hanno dato tempo ai protagonisti, figuriamoci ai loro antagonisti…

Il disegno è forse il punto migliore di questo OVA: gradevole nonostante abbia oramai circa vent’anni, è animato in maniera pulita e fluida. Il sonoro è invece quasi del tutto assente.

Insomma, Wrath of the Ninja è quasi una prova generale per il fratellone che comparve quattro anni dopo, il notevolissimo Ninja Scroll: si nota qualche buon appiglio qua e là, ma troppi sono i difetti che ne fallano la visione rendendola, di fatto, poco interessante.

Voto: 5. La fretta è cattiva consigliera.

Consigliato a: chi ama tanto, tanto, tanto i ninja; chi vuole un po’ di sangue buttato sullo schermo; chi vuol vedere cervelli esplodere in volo.

Toradora!

Una delle migliori love comedy in circolazione:

Toradora!

Ryuugi è un ragazzo quieto e tranquillo, ma la natura gli ha donato uno sguardo naturalmente aggressivo e minaccioso: per tale motivo è temuto da chiunque a scuola, nonostante non faccia nulla di male.
Taiga, invece, all’apparenza è una docile bambolina, ma ha un carattere che definire pessimo è riduttivo. Violenta, irascibile e rissosa, è evitata da chiunque abbia avuto a che fare con lei.
I due scoprono in maniera abbastanza fortunosa di essere vicini di casa, e in maniera altrettanto casuale vengono a sapere che ognuno è innamorato dell’amico/a dell’altro: si accordano pertanto su un “patto di non belligeranza” al fine di portare alla meta ognuno dei due. Ci riusciranno? Cosa si nasconde dietro ai loro opposti ma compatibili caratteri? …e se nascesse altro?

Bisogna dire che sin dalla prima puntata si capisce come andrà a finire, e anche un paracarri capirebbe in linea di principio lo sviluppo della storia. Questo però non toglie nulla al come la stessa è stata meravigliosamente orchestrata: per buona parte della serie le luci della ribalta sono su Taiga e la sua cotta per Yuuske, mentre in seguito si lascia maggior spazio a Ryuuji e il suo debole per Minori. Ciò viene tuttavia sviluppato in maniera ottimamente amalgamata e senza definire precisi stacchi di trama che risultano artificiali: inoltre, in tutto il tempo in cui ciò accade si snoda la trama principale, che porta Ryuuji e Taiga agli sviluppi finali che concludono la serie.
La cosa più stupefacente, infatti, è che in un primo momento pare che ci si trovi davanti alla solita serie d’amore con inserti divertenti qui e là: in realtà, sotto le vicende che vengono narrate è sviluppato un’intera rete di interconnessione tra i vari personaggi che, alla resa dei conti, fa vedere quanto il lavoro sotto questo aspetto sia stato curato.
Va inoltre detto che la serie, per buona parte del suo sviluppo, è anche parecchio divertente: molte battute mi hanno fatto sganasciare non poco. Il finale è ovviamente più serio per permettere a tutte le trame in sospeso di concludersi degnamente, ed è tutto fuorché scontato: il risultato si conosce, ma le modalità sono semplicemente eccezionali.

Chiaramente, tutta quest’attenzione ai dettagli verrebbe sprecata se non ci fossero dei personaggi degni di sostenere la complessità e l’articolazione delle trame: anche in questo lato, tuttavia, Toradora lascia a bocca aperta.
I protagonisti sono infatti tra i migliori che mi sia mai capitato di vedere in una serie simile. Ryuuji è il fulcro di molte delle vicende sentimentali in ballo, ma per una volta ci sono anche dei motivi -contrariamente a quanto solitamente accade-. Egli è infatti un ottimo personaggio ed un’ottima persona: maturo quanto basta per prendersi cura della sua apparentemente svampita madre, pronto a correre per gli amici in difficoltà, di buon cuore e non stupido. È raro avere un protagonista così completo, che non sia un totale ritardato (tratto comune a quasi tutti i “desiderati” delle serie, che paiono non accorgersi di nulla).
Taiga regge il confronto, sebbene in principio appaia essere la solita tsundere: anche lei ha una vita che ne giustifica le azioni, ed essa viene ottimamente spiegata. Inizialmente può risultare antipatica, ma dopo aver iniziato a conoscere le sue vicende non si può che tenere i pugni per lei e per la sua felicità.

I coprotagonisti non sono da meno: Minori, Ami e Yuuske hanno dei ruoli un po’ minori ma sono splendidamente sviluppati. Hanno meno tempo sullo schermo e quindi non si scende in ogni minimo dettaglio delle loro vite, ma molto viene detto e molto viene fatto capire. Soprattutto Minori rivela un senso dell’amicizia fuori dal comune, che potrebbe parere molto fasullo ma che più volte ho visto accadere anche nella vita reale. Anche quando vengono rivelati sentimenti negativi, come rabbia o gelosia, essi vengono esternati in maniera logica e rispettando il carattere del personaggio.
Infine, i personaggi un po’ più “di contorno”, che hanno poco spazio, risultano comunque simpatici e si vede che hanno una vita. Non sono dei cartonati messi lì per far da spalla a delle battute, ma si interessano di altre vicende e hanno i loro interessi: capita più di una volta di vedere nelle retrovie una scena che si ricollega ad un’altra di qualche puntata prima, mostrando che anche all’esterno del campo della telecamera la situazione si evolve.
Menzione speciale per Yasuko, la madre di Ryuuji: per un bel pezzo pare una rintronata fatalona, ma rivela una forza d’animo spettacolare e secondo me è uno dei personaggi più commoventi della serie. Ha fatto le sue scelte nella vita, ne ha retto la responsabilità e non rinnega nulla del suo passato, vivendo a testa alta nonostante le difficoltà.

La grafica è davvero ottima, con dei disegni secondo me estremamente belli: qui e là c’è qualche tocco di CG ottimamente realizzato.
L’audio è forse l’unico punto un po’ meno brillante: entrambe le opening non mi son piaciute per nulla, e solo una delle due ending ha incontrato i miei gusti. Fatto personale, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

Insomma, che altro dire? Toradora ha spazzato via tutto ciò ch’io potessi pensare di una love comedy: non c’è un minuto per annoiarsi, non ci sono patetici discorsi triti e ritriti che tutti abbiamo sentito un miliardo di volte, non ci sono personaggi che vorremmo prendere a calci… tutto è stato organizzato in maniera spettacolare per portare varie storie sentimentali diverse tra loro ma unite da un generale sentimento di affetto verso i protagonisti, che imparano a gestire la loro vita da 17enni al meglio delle loro capacità.
Nel suo campo, non sono riuscito a trovargli un singolo difetto.

Voto: 10. Chi ama il genere non può farselo scappare, sarebbe un crimine; chi volesse abbordare una serie che parli d’amore in maniera non melensa, potrebbe iniziare da qui.

Consigliato a: chi vuol vedere sentimenti quasi veri; chi apprezza serie con personaggi ottimamente realizzati; chi vuol conoscere Inko-chan, il pappagallo storpio che non sa dire il suo nome ma sa dire mille altre parole casuali mentre sbava e sembra sul punto di svenire.

Shounan Jun’ai-Gumi

La nascita di una leggenda: la gioventù di Onizuka Eikichi!

Shonan Jun’ai-Gumi

Chiunque avrà visto la serie di Great Teacher Onizuka saprà che il protagonista, Onizuka Eikichi, prima di diventare un docente era il membro del più famoso duo di teppisti che ci fosse in giro: l’OniBaku Duo. Insieme al suo amico di sempre Danma Riuji. In questa serie composta da 5 OAV da circa 45-50 minuti l’uno assisteremo pertanto alle gesta della loro gioventù, quando avevano sedici anni e non pensavano ad altro se non a risse e donne!

Come si capirà da subito, la trama di certo non brilla per originalità. I due protagonisti sono due allupati adolescenti in cerca delle loro prime avventure: la grande differenza sta però nel fatto che essere di fama “quelli da battere dalle gang” li porta ad una quantità di guai e pestaggi senza precedenti.
Le prime due puntate sono assolutamente spettacolari, e riassumono alla perfezione i caratteri che poi si vedranno nella serie principale: Eikichi è un maniaco allupato rissaiolo impulsivo e adora cazzeggiare senza limiti mentre Riuji, per quando dotato anche lui della sua dose di maialaggine, tenta già di ragionare un po’ più sulle cose. Inoltre, mentre Eikichi cerca gnocca in ogni dove, è palese che Riuji punta a qualcosa di più profondo: con il proseguio della serie ne si vedranno anche i frutti. Questo porta a capire maggiormente i motivi che li hanno portati a diventare quelli che si vedranno in seguito.
Le ultime tre puntate, purtroppo, non sono all’altezza delle prime due: il disegno cala notevolmente (credo che il terzo OAV sia stato disegnato dal cane di uno degli uomini delle pulizie della J.C. Staff), e il tono diventa parecchio più serio – sebbene gli intermezzi di stupidità siano ancora presenti. Si perde un po’ l’aria scanzonata che si aveva all’inizio, ma questo può anche essere dovuto al fatto che nelle loro avventure i personaggi crescono e maturano (soprattutto Riuji – d’altra parte, Eikichi sarà un pirla ancora a 26 anni…).
Inoltre, quasi alla fine, si fa l’incontro con un altro personaggio che si vedrà in GTO, ma che non ha continuity: Kadena Nao, che nella serie principale è l’avvenente infermiera e che invece qui è una docente. La cosa di per sé non da fastidio, ma considerando che carattere, presentazione e problematiche sono identiche, sembra quasi di guardare le stesse puntate già viste.

I combattimenti qui sono parecchi, in virtù del fatto che si parla comunque di risse tra bande: anche essi seguono l’andazzo delle puntate, essendo di buona qualità nelle prime due e calando un po’ nelle altre tre. La resistenza del duo OniBaku è incredibile, ma in fin dei conti non sarebbero diventati le leggende che sono se non avessero avuto una buona resistenza ai colpi!

Il disegno, come detto, è altalenante. Nelle migliori puntate è in linea con lo standard dei tempi in cui è stato realizzato. Non esiste opening, e la ending è simpatica ma nulla di particolare.

Insomma, Shounan Jun’ai-Gumi (o Shonan Junai Gumi, come più spesso si trova) è un anime che andrebbe visto da chiunque ha amato la serie di Great Teacher Onizuka: è vero che ci sono molti difetti, ma vedere in azione il duo che avevamo sempre sognato non ha prezzo!
Per chi non avesse visto la serie di cui sopra, invece, la visione è evitabile: non conoscendo i protagonisti l’intrattenimento sarebbe ben poco, e le ultime puntate risulterebbero semplicemente noiose. Aggiungiamo inoltre che non c’è alcun finale, e si capirà perché è un anime dedicato ai soli fan.

Voto: 7,5. Avrebbe potuto essere più alto se avesse seguito lo stile dei primi due episodi, davvero belli e divertenti: peccato.

Consigliato a: chi ha amato GTO; chi apprezza le risse tra bande; chi vuole vedere, seppur solo per qualche attimo, la madre di Eikichi. Chi avrà potuto dare la nascita ad un simile essere?

Ikkitousen

Oltre le frontiere del fanservice:

Ikkitousen

Millenni fa ci fu un periodo denominato “dei Tre Regni”, in cui grandi guerrieri e generali si dettero guerra con un’abilità bellica impareggiabile. Le loro anime sono state conservate in talismani, chiamati Magatama: le persone che indossano tali amuleti vengono pertanto pervasi dallo spirito e dalle caratteristiche dell’eroe relativo.
Ci troviamo ora nella Cina moderna: sette licei si fanno la guerra a suon di mazzate per stabilire la gerarchia tra di esse. Un’antica leggenda dice però che arriverà il Re dei Re e soggiogherà tutti: corrisponde a realtà? È possibile che Hafuku, una ragazza dalla testa all’aria, sia tale persona? Oppure qualcuno interferirà con il suo destino già preannunciato, e cambierà le carte in tavola?

Questo anime parte, prima di aver visto anche solo un minuto di puntata, con delle buone carte in tavola: un’idea non originale ma che può dare motivazione a molti combattimenti; una trama basata su un antico racconto cinese realmente esistente; la possibilità, con sette fazioni in gioco, di molti cambiamenti di fronte e colpi di scena.
Dopo aver visto un paio di minuti, tuttavia, si capisce che tutto ciò non andrà a realizzarsi: si comprende infatti che ci troviamo avanti ad un concentrato di assoluto fanservice mascherato da anime.

La sere di elementi in tal senso è davvero impressionante. L’80% dei personaggi è di sesso femminile. Nessuna ha una taglia di reggiseno inferiore alla quarta. In ogni puntata ci sono da un minimo di 25 fino a 50 esposizioni di mutande, tette o combinazioni dei due elementi. Nei combattimenti ogni colpo sarà inizialmente indirizzato al torso, per strappare la maglietta. Le (fortunatamente) poche battute sono tutte a sfondo beceramente sessuale. Vengono regalate scene yuri totalmente gratuite. Ogni inquadratura si ferma per 10/15 secondi sulle minigonne o sui reggiseni strabordanti.
Sicuramente dimentico moltissimi dettagli in tal senso, ma dall’elenco qui sopra si può capire il tono della serie: qualsiasi possa essere la piega che venga presa dalla storia, essa verrà inesorabilmente schiacciata dalle continue interruzioni che tali elementi portano.
Anche i combattimenti risultano abbastanza noiosetti, in parte perché l’animazione non è spettacolare, e in secondo luogo perché ad ogni calcio la gamba rimane sollevata a mostrare le mutande per diversi secondi, spezzando ogni ritmo di combattimento possibile.

La storia in sé è abbastanza una delusione: l’acclamato legame con il romanzo dei Tre Regni è totalmente fittizio, dato che di tutti i personaggi nominati non uno compare nella saga originale, e gli avvenimenti narrati non vengono qui rispecchiati. La storia si spinge avanti in maniera poco credibile, dato che quasi tutto viene giustificato con “è il mio destino che mi dice di fare così”: è una delle scuse più squallide per motivare delle azioni altrimenti inspiegabili. Non mi metterò nemmeno a parlare delle incongruenze storiche tra ciò che dichiarano e ciò che accade poiché penso che nessuno, dopo più di cinque minuti di visione, stia ancora a vedere se la storia ha un senso…
I personaggi stessi sono profondi come pozzanghere, e non ci si preoccupa per loro nella maniera più assoluta: la protagonista stessa è l’archetipo del personaggio inutile, facendo della sua stupidità l’unico aspetto distintivo, e vincendo le battaglie sempre nello stesso modo (non a lei imputabile, dato che subentra l’anima dell’antico guerriero…).

Insomma, tutto da buttare? Beh, non me la sento di dire così. A dirla tutta qualche combattimento decente c’è (principalmente i momenti dove Hafuku perde il controllo e diventa una belva): inoltre, un paio di colpi di scena sono apprezzabili e, se messi in un contesto diverso, avrebbero potuto essere dei buoni punti di svolta.
Ogni tanto la serie riesce anche a strappare un mezzo sorriso, anche se in genere la cosa è dovuta al pensiero di “ma che tristezza”: soprattutto quando subentra la madre di Hafuku salta fuori qualche siparietto indecente che magari un pochino fa sorridere.

Il disegno, per essere del 2003, è decisamente scarso: anche l’animazione non è un granché, e questo è un bel problema per un anime d’azione.
Le musiche sono invece curiosamente ben curate, con una buona opening (fatta dagli stessi che hanno curato la quarta serie di Initial D) e un’ending apprezzabile.

Insomma, Ikkitousen è un anime che può essere apprezzato soltanto dal selezionatore dei programmi per il pomeriggio di Italia 1, oppure dai 15enni in presa a crisi ormonali. Per loro c’è infatti tutto il necessario: botte gratuite, tette, culi, scene ai limitissimi dell’hentai, battute becere e una pseudo-trama. Non posso dire che qui e là non ci sia stato qualche momento interessante: non sono però in grado di dire se fosse per qualche effettivo merito, oppure se l’eccessiva esposizione alla biancheria intima femminile mi abbia momentaneamente inabilitato l’uso delle sinapsi.

Voto: 5,5. Perlomeno fa capire subito di cosa si tratterà, e quindi è una serie onesta al 100% con lo spettatore. Questo però non basta per salvare l’anime in sé dai suoi numerosissimi difetti.

Consigliato a: chi di fanservice ne vuole sempre di più; chi di tette e culi ne vuole ancora di piu; chi di nudità gratuite ne vuole ma davvero davvero di più.

Nodame Cantabile: Paris Chapter

Non sempre i sequel sono all’altezza degli originali.

Nodame Cantabile: Paris Chapter

La storia comincia da dove Nodame Cantabile si interrompeva: Chiaki e Nodame si trasferiscono a Parigi per continuare i loro studi, lei come pianista e lui come direttore d’orchestra. Inoltre, Chiaki inizia anche a lavorare “sul serio”, mentre Nodame si trova confrontata con problemi che non si aspettava: riusciranno a continuare ad inseguire i loro sogni, e a proseguire nella loro relazione?

Prima di iniziare a lamentarmi, voglio precisare una cosa: l’anime in sé è comunque godibile, non risulta noioso e si lascia guardare con tranquillità. Facendo un paragone con la prima serie, tuttavia, ne si ottiene una versione compressa, offuscata e poco ispirata.
Iniziamo dai personaggi: Chiaki è sempre uguale, ma Nodame splende molto meno che nella prima serie. La loro storia si evolve un pochinoinoinoinoino, ma in maniera non esagerata. Rimane comunque accettabile.
Abbandonando il Giappone, però, i due si lasciano alle spalle anche tutti i loro amici che avevano fatto da spalle a millemila gag: come dimenticare il violinista con le pose rock, o il percussionista vestito da sposa? Ecco, tutto ciò non c’è più. Subentrano dei personaggi secondari di riserva, ma sono dei rimpiazzi che non reggono assolutamente la scena e risultano abbastanza inutili. Non arrivano ad essere fastidiosi, ma non apportano praticamente nulla alle gag e alla trama. I tormentoni ripetuti sul voler trovare marito e sull’essere un otaku non è che facciano ridere più di tanto…

In secondo luogo, la trama. Nella prima serie assistevamo alla crescita personale ed artistica dei protagonisti, che partivano essendo un paranoico precisino ed una casinara fino ad arrivare ad essere il direttore di un’orchestra giovanile e una quasi-vincitrice di concorso di pianoforte. Trame come la costituzione e lo sviluppo dell’orchestra S rimanevano nel cuore dello spettatore, perché vissuti assieme ai personaggi: anche in questo caso, tutto ciò non si ripete. La trama è affrettata e compressa (pare siano stati brutalmente asportati parecchi pezzi dal manga, comprimendo tutto all’inverosimile), e non c’è modo di affezionarsi ad una situazione o preoccuparsi per un problema poiché esso è già risolto prima che ce ne si accorga.

Infine, la musica. La colonna sonora e i concerti sono ciò che ha reso Nodame Cantabile un lavoro diverso da quasi qualsiasi altro, pieno di emozione e sensazioni inusuali per l’otaku medio. Essendo qui tutto compresso in undici puntate, chiaramente non c’è il tempo di dedicare mezza puntata ad un brano, per quanto esso sia importante ai fini della storia: ne si sente un accenno di 40 secondi, e morta lì.

La grafica è rimasta invariata, il che non da particolare fastidio e qui e là risulta anche azzeccato per qualche gag: anche l’abitudine di usare la CG sulle mani dei musicisti è rimasta. Hanno però forse un po’ esagerato e hanno espanso la CG a tutta l’orchestra e in alcuni casi sembra che ci siano dei pupazzi a suonare, piuttosto che delle persone.
La musica… beh, è pur sempre musica classica, e non ne si può parlar male. A parte le lamentele di cui sopra, il sonoro rimane sempre e comunque di grande qualità. L’opening è carina (anche se non regge il confronto con la fenomenale apertura della prima serie), e come ending hanno usato una versione modificata del Bolero di Ravél, con su un buon cantato in francese.

Insomma, come si può dedurre per me Nodame Cantabile, Paris Chapter è stata una cocente delusione. Ho amato veramente molto la prima serie, e seppur in sole 11 puntate mi aspettavo di ritrovare qualcosa di simile: ho invece trovato una versione spenta ed ingrigita, che non soddisfa nessuno. Per fare un sequel del genere, meglio lasciar stare! Spero che, se ne faranno una terza serie, seguiranno il filone della prima e non di questa.

Voto: 6,5. Per chi non ha visto la prima serie potrebbe essere qualcosa in più, per chi l’ha vista anche qualcosa in meno.

Consigliato a: chi ama la musica classica, anche se in piccole dosi; chi vuol vedere il proseguio della prima serie, e non ha paura delle delusioni; chi di Mukyuu e Gyabo non ne ha mai abbastanza.

Eiken

Ci sono anime che non dovrebbero essere creati.

Eiken

Ehr… dunque. C’è un ragazzo. Che va in una scuola di 54’000 studenti “giusto perché gli andava”. Che incontra ragazze. Che ci provano tutte. E gli sbattono in faccia qualsiasi punto erogeno.

Fino a qui sembrerebbe quasi una classica harem-story a sfondo ecchi, ma non lasciatevi ingannare: Eiken è molto peggio! Ci si ritrova con ragazze alte 115cm e con tette che, alla bilancia, peserebbero almeno 25kg; l’unico posto per sedersi è sulla faccia di qualcuno (possibilmente senza indossar mutande); l’unico frutto permesso è la banana e l’unico snack l’hot dog (ovviamente da mangiare leccando); l’unico gelato il Calippo; ogni 30 secondi è obbligatorio un pantyshot. A questo punto si potrebbe dubitare di aver scaricato per errore un hentai, ma purtroppo fallisce anche in tale ambito, non concludendo mai nulla.

Il disegno è abbastanza carente per essere del 2003 (i personaggi parlano aprendo e chiudendo la bocca a intervalli, come pesci rossi), e le musiche sono totalmente inutili.

Viene da chiedersi cosa avesse in mente la J.C. Staff quando pubblicò quest’offesa agli anime. L’unico punto positivo è che in un’ora sarà tutto finito.

Voto: 3. È davvero difficile creare qualcosa di simil inutilità.

Consigliato a: chi vuole l’ecchi portato oltre l’estremo; chi adora immense tettone ballonzolanti che svolazzano al minimo alito di vento; chi ha commesso un peccato e deve espiarlo tramite il dolore e la sofferenza.

Ghost Hunt

Quando il soprannaturale la fa da padrona.

Ghost Hunt

Come già il titolo suggerisce, l’idea di base di questo anime è semplice: Kazuya Shibuya (soprannominato Naru per ilari motivi) è un cacciatore di fantasmi, che servendosi di avanzate tecnologie -e dell’aiuto del suo assistente Lin- risolve i problemi legati a spiriti, fantasmi e quant’altro.
A seguito di un lavoro presso una scuola, viene in contatto con Mai, una normale ragazza che a seguito di un piccolo incidente si trova costretta a fargli da assistente; in contemporanea, si fa la conoscenza di altri medium, spiritisti, sacerdoti e chi più ne ha più ne metta.
Da lì, il team formatosi (che si dimostra decisamente valido) si ritrova ad affrontare i più disparati problemi legati al mondo dell’occulto, che dovranno risolvere con un mix di intelligenza, poteri, deduzione e anche qualche inaspettato aiuto da chi meno pensava di poterlo dare.

Non c’è una main story in Ghost Hunt: si tratta di otto vicende tra loro slegate, ognuna della durata di 3-4 puntate, che mettono alla prova l’acume e l’abilità dei protagonisti. Non c’è nemmeno un grande sviluppo dei personaggi, dato che l’unica a mostrare qualche cambiamento durante la serie è Mai (che comunque rimane sé stessa dall’inizio alla fine), mentre gli altri arrivano in scena come personaggi già totalmente formati e definiti.

Il fulcro di questo anime, quindi, devono per forza essere le singole storie e il mood generale… ed è qui che Ghost Hunt mostra il meglio di sé. Le otto storie sono molto ben congegnate (con l’eccezione della puntata “comica” a metà serie), i misteri sono interessanti e diversi tra loro; i modi di risolverli inoltre sono vari e molteplici, e non ci si ritrova a ripetere gli stessi errori o le stesse dinamiche più volte.
L’ambiente, inoltre, è davvero impressionante: nei momenti di tranquillità c’è un tono scanzonato e ridanciano, con le schermaglie tra i vari personaggi. Quando però le cose si fanno serie, la tensione è palpabile ed intensa. La paura si fa sentire, e non sono poche le volte che mi sono ritrovato con la pelle d’oca – i produttori riescono a creare paura e apprensione senza la necessità di mostrare sangue o violenza, che risulta anche più difficile.

Ogni tanto qualche difetto fa capolino: le varie abilità che Mai dimostra non vengono mai ben considerate da lei stessa, ed inoltre gli “accenni” fatti agli inizi delle storie ogni tanto spoilerano la storia stessa. Inoltre, non essendo questo propriamente un poliziesco, non c’è mai modo di ragionare assieme ai protagonisti, anche perché o si è esperti di tutte le varie discipline di occultismo, o è impossibile avere le nozioni necessarie.
Tutto ciò risulta comunque un difetto flebile rispetto alla solidità della tensione e delle storie raccontate.

Graficamente ci si ritrova con un disegno molto sobrio, ben animato e gradevole: le entità sovrannaturali sono ben disegnate, non ricorrono a membra sanguinolente ma riescono a far spaventare lo spettatore con efficacia.
La musica è un altro ottimo punto: sia la opening e la ending mettono la giusta atmosfera, e anche i rumori durante la serie (siano essi musica o i rumori creati dagli spettri) fanno egregiamente il loro lavoro.

In definitiva, Ghost Hunt è un’ottima produzione che parla di tutti i vari aspetti dell’occulto, passando tutte le maggiori religioni e trattando storie intriganti. Forse ogni tanto ha qualche calo qui e là, ma risulta molto gradevole e ben strutturato.

Voto: 9. Attenzione però a non guardarlo la sera, se no dormire risulterà difficile ed ogni scricchiolìo sarà sospetto…

Consigliato a: chi ama le storie di fantasmi; chi vuole un po’ di ottima tensione senza ricorrere alla violenza; chi vuole scoprire l’origine di uno dei soprannomi più belli mai incontrati.

Azumanga Daioh

L’alba degli slice of life:

Azumanga Daioh

Le situazioni che si trovano in questo anime sono presto dette: si seguono, per la durata dei tre anni di liceo, le vicende di un gruppo di amiche che vanno nella stessa scuola, nei loro alti e bassi della vita.
Sulla trama non c’è molto altro da dire: datato 2002, Azumanga Daioh è stato uno dei primissimi slice of life al 100%, dove non c’è assolutamente nessuna storia a condurre i giochi, e tutto è lasciato alla vita comune e alle vicende di tutti i giorni.
In questo, AD riesce pienamente nel suo intento: non si ha mai una storia che dura più di una puntata (in fin dei conti è tratto da una serie di 4-panels, e quindi vicende lunghe non si adattano), e le vicende affrontate sono sempre relative ai problemi di tutti i giorni che le protagoniste affrontano.

Come in ogni anime di questo genere, proprio qui sta il fulcro: i personaggi riescono a tenere in piedi uno spettacolo senza trama? La risposta è “a fasi alterne”.
Alcuni personaggi sono difatti delle assolute bombe nucelari di comicità senza limiti: l’accoppiata delle goffe Chiyo e Osaka, Kimura, il padre di Chiyo,… ogni volta che compaiono nello schermo le risate sono totalmente assicurate. Personalmente ho avuto per tutta la serie una preferenza smodata per Osaka, il suo meraviglioso dialetto e per la sua totale assenza cerebrale dal mondo reale.
Altri personaggi, invece risultano meno riusciti e quando la storia si concentra su di loro il ritmo rallenta in maniera esagerata, risultando trascinato e noioso.

Ad ogni personaggio è stato dato il suo spazio, crendo il problema sopraccitato ma salvando nel contempo la serie dal rischio di un adagiamento sugli stessi pochi personaggi (con il rischio di fermarsi su quelli sbagliati).
Non c’è un vero e proprio character developement: alcuni cambiano un po’ durante la serie (e, miracolo miracolo, una cambia anche la pettinatura due volte!), ma alla fine le persone sono sempre quelle.
Questo a me ha fatto particolarmente piacere: uno slice of life punta a replicare la vita comune di tutti noi, e non sono tanti quelli che cambiano ogni tre mesi, modificando i loro comportamenti e le loro convinzioni.

Le musiche sono carine anche se non verranno ricordate negli annali della storia: la grafica, invece, è davvero buona per essere del 2002; è pienamente adeguata al genere dell’anime, e le espressioni facciali sono talvolta davvero portentose.

Voto: 8. Ha le sue pecche, ma ha contribuito a definire un genere.

Consigliato a: chi ama le vicende della vita di tutti i giorni; chi vuol conoscere delle protagoniste senza manie di protagonismo; chi “AH!”.

Shigofumi

Le poste dall’aldilà… quanto ritardo avranno? Altro che Poste Italiane!

Shigofumi

Le Shigofumi sono delle lettere che arrivano dall’oltretomba. Quando si muore si ha la possibilità di mandare una lettera ad una persona, dicendole quel che si vuole. Inutile dire che a quel punto escono tutti i pensieri più sinceri, siano essi buoni o cattivi, e le persone scoprono molte cose che non avrebbero mai sospettato (o che non avrebbero mai voluto sapere).
In questo anime seguiamo le vicende di Fumika, una “postina dell’aldilà”: queste persone vengono scelte tra gente già morta e il loro corpo rimane per questo immutabile per sempre, ma lei curiosamente invecchia… quale passato nasconde?

Shigofumi potrebbe esser classificato con una sola parola: mediocre.
All’inizio tenta di essere un anime introspettivo sulla vita e su vari aspetti della stessa, ma purtroppo non raggiunge la profondità necessaria. Dopo un po’ si trova un plot vagamente più corposo, che però non riesce ad interessare molto: diventa ovvio all’istante e si prevedono passo per passo tutti gli sviluppi.
I personaggi stessi non sono mal fatti, ma non spiccano nemmeno per le loro attitudini: tutte le sensazioni che essi emanano sono come ovattate, e non toccano praticamente mai il cuore dello spettatore, né incitano ad una riflessione di qualsivoglia genere. La spalla di Fumiko, il bastone parlante Kanaka, dovrebbe essere il classico compagno allegro del personaggio serio: non fa però mai veramente ridere, risultando un po’ fuori posto nell’ambiente generale dell’anime.
Il finale stesso tenta di creare un climax che però non risulta particolarmente emozionante: è curioso come siano riusciti a far recitare male dei personaggi animati…

Per essere del 2008, i disegni sono tutto fuorché sensazionali. Non sono brutti, ma anche qui si rientra nella totale anonimità del tratto, senza alcun particolare degno di nota. Stessa cosa per le musiche, con opening ed ending orecchiabili ma non particolari.

Voto: 5.5. Non è brutto, ma non c’è niente che possa spingere a guardarlo. È una storia che non aveva la necessità di esser raccontata.

Consigliato a: chi lavora alle poste; chi ama i personaggi monoespressivi e monocorde; chi vuol vedere bastoni parlanti che litigano tra loro.