Futakoi Alternative

Un anime che definire strano è riduttivo:

Futakoi Alternative

Questo anime è uno spinoff della serie sentimentale Futakoi, ma in comune ha solo l’aspetto di alcuni personaggi: storia e ruoli sono totalmente diversi e, per fortuna, non correlati. Le due serie infatti non solo sono separate, ma sono anche state sviluppate da studi d’animazione totalmente diversi.
In questo caso l’anime parla di Rentarou, un ragazzo 21enne che ha ereditato dal padre un’agenzia investigativa, e in maniera un po’ misteriosa ha iniziato a convivere con le sue due assistenti gemelle 15enni, Sara e Souju. Si seguiranno quindi le loro peripezie nel lavoro e la loro evoluzione personale, come individui e come trio inseparabile… o no?

L’inizio di questo anime è paragonabile senza timore di smentita a dei lavori Gainax, in quanto a follìa: nei primi dieci minuti si vedono uomini in doppiopetto e pettinatura afro uccidere a calci volanti dei mostri-seppia lanciamissili; si assiste alla creazione di torte fatte col magma; si vedono gemelle bambine con uzi che falciano mostri spaziali misteriosi; poliziotti psicopatici che tentano di fermare adolescenti in fuga con una vespa con una colonna sonora da serial poliziesco degli anni ’70… e questo è ancora nulla!

Questo tipo di ambiente totalmente delirante (e tremendamente ilare, non credevo ai miei occhi) dura per un paio di puntate, mentre si fa conoscenza con i personaggi coinvolti. In seguito, la storia diventa più seria man mano che i rapporti tra i tre protagonisti si evolvono e la loro situazione si complica per cause esterne, fino ad arrivare ad una forzata separazione che lacera il cuore di tutti e tre. Tutta la parte centrale è estremamente seria e tendente al tragico: affronta gli argomenti delle separazioni forzate, delle scelte della vita, degli errori e dei rimpianti. Non entra nelle specifiche per motivi di tempo, ma curiosamente si crea un legame emotivo molto forte con le gemelle e Rentarou, e la vicenda viene presa molto a cuore. Bisogna dire che alcuni dei problemi che animano la trama della serie avrebbero potuto essere risolti in maniera molto più semplice, ma vabbé.

L’ultimo paio di puntate, infine, fa un mix dei due generi: si ritorna all’azione pazzesca, esplosiva e assurda senza però abbandonare lo sviluppo dei personaggi fino ad allora curato, e dando una conclusione ottima e soddisfacente.
In tutto ciò le citazioni dei più grandi mostri sacri sono chiaramente recepibili (Akira, Evangelion, Excel Saga, FLCL, Abenobashi, Hajime no Hippo, Cutie Honey, Naruto,…) rendendo il tutto ancora più apprezzabile agli occhi degli estimatori dei generi.
Considerando infine che quanto sopra descritto viene realizzato in sole tredici puntate, si capisce che il passo è sempre sostenuto ma le cose non paiono mai affrettate!

Il disegno è forse un po’ inferiore all’originale Futakoi, ma è adatto alle situazioni – e soprattutto nelle scene d’azione, lo stile caciarone alla FLCL è adattissimo e spettacolare.
La musica è buona, con un’opening apprezzabile e la musica nelle puntate adatta e ben calibrata, così come i silenzi. Inoltre è da encomiare il doppiatore di Rentarou, che ha fatto un egregio lavoro!

Insomma, Futakoi Alternative è davvero un lavoro strano, difficile da valutare: non è un capolavoro perché ha i suoi cali, ma è davvero un prodotto inusuale che secondo me vale la pena di vedere. Penso che l’unico modo per descriverlo sia una frase detta nell’anime, che secondo me calza a pennello.
Ultimamente, faccio un sogno ricorrente: è un sogno totalmente casuale di matrimoni combinati, società segrete, mostri-seppia e biplani. Sarebbe faticoso spiegarlo logicamente… ma se dovessi tentare di riassumerlo in un’unica frase, sarebbe “è probabilmente una storia d’amore”.

Voto: 8,5. Mi ha davvero sorpreso, mi aspettavo una mezza cagata – vedendo la serie originale – e invece mi sono sbagliato.

Consigliato a: chi vuole vedere una storia d’amore non convenzionale; chi non si fa problemi a vedere un minestrone di generi, se è fatto bene; chi vuol conoscere il poliziotto più dentato del mondo.

School Rumble: San Gakki

La conclusione di un anno scolastico totalmente assurdo:

School Rumble: San Gakki

Non starò a ricordare di cosa parla School Rumble (qui il commento sulle prime serie): la terza serie (“San Gakki” vuol dire “terzo trimestre scolastico”): come si concluderanno i mille amori e le mille situazioni che nelle ridanciane prime due serie abbiamo potuto seguire?

La prima cosa strana è nel numero di puntate: soltanto due, che però sono numerate come “25 e 26”. Questo accade perché in teoria avrebbe dovuto esserci prima una serie di canoniche 24 puntate, che però non è stata realizzata: in compenso, hanno messo due minuti di riassunto all’inizio di puntata 25 per far capire cosa è accaduto. Inutile dire che come inizio non è promettente…
Andando avanti nella puntata, di School Rumble ci si trova ben poco: gli attimi divertenti sono ridotti a due o tre battute -poco spiritose- e basta, e per il resto ci si trova davanti a scene in stile “lui mi ama ma io non lo amo ma lui ha detto che forse ama lei che magari ama l’altro”. Da vero cultore della prima serie, è superfluo dire che ciò mi ha fatto non poco imbestialire, poiché snatura al 100% la natura di questa serie!

L’animazione è la solita di sempre, e per le musiche non si sono nemmeno sprecati a creare opening o ending nuove: hanno riciclato quelle della seconda serie e via.

Insomma, è davvero una conclusione indegna per un anime che nelle sue prime due stagioni ha fatto sganasciare molte persone: se avete amato School Rumble e School Rumble Ni Gakki, non guardate questa tristissima conclusione.
Avevano tra le mani una serie dal sicuro successo, e l’hanno cestinata così…

Voto: 5. Come sia saltato loro in mente di creare una cosa simile, io non lo capisco.

Consigliato a: chi vuol davvero vedere come va a finire; chi di Harima e Tsukamoto non ne ha davvero mai abbastanza; chi vuol concludere tutto con una guerra a torte in faccia.

Skullman

Mistero e tradimento in un noir moderno:

Skullman

Dopo alcuni misteriosi omicidi nella città di Ootomo, Hayato -un reporter senza gran fama- decide di tornare nella città in cui è nato e in cui sta succedendo tutto ciò, a caccia del grande scoop.
Ben presto, assieme alla sua improvvisata assistente, capisce che le cose sono ben più complicate di quanto sembrano… la stampa pare mascherare i dettagli nelle notizie del misterioso “Skullman” che uccide degli innocenti. Come mai? Cosa si cela dietro a tutto ciò? Fino a che punto il tessuto stesso della città è coinvolto in loschi affari?

Di Skullman mi ha subito colpito l’ambientazione, piazzata negli anni ’80 ma che talvolta, con musiche e situazioni, pare scivolare in un noir anni ’20 molto apprezzabile. Ci sono anche dei vaghissimi accenni ad alcune caratteristiche cyberpunk (il controllo delle forze dell’ordine, la censura delle notizie, la corruzione delle forze dell’ordine) che rendono questo anime un minestrone di generi che però non risulta indigesto, bensì molto gradevole.
Aggiungiamo a tutto ciò intrighi militari, multinazionali farmaceutiche, antichi dissapori, problemi successori e amori di vecchia data e il mistero è servito!

La storia in sé è il punto principale, perché viene presentato un mistero che per tutte le tredici puntate di questa serie non fa che svilupparsi a passo sostenuto: è difficile trovare anche solo una singola sbavatura nel procedere della storia, che coinvolge a più livelli sempre più persone e situazioni. Nel perfetto stile noir ognuno ha qualcosa da nascondere, tutti sembrano pronti a tradire chiunque altro, il male si annida ovunque e fidarsi è un lusso che spesso non ci si può concedere: riescono tuttavia a non cadere nel tragico o nell’opprimente, mantenendo un tono serio ma non pesante che permette di guardare le puntate in tranquillità.
L’attenzione è tenuta alta da rivelazioni che continuano a completare il quadro completo che lo spettatore si trova man mano a contemplare, in maniera molto sapiente.
Nel finale forse le vicende oltrepassano il limite della complessità per mettere un piede nel confusionario, con l’ultimo paio di puntate talmente denso di avvenimenti da far sì che il tutto risulta un po’ indigesto: in ogni caso, nulla di insopportabile – e il filo principale della storia viene seguito senza alcun problema.

I personaggi sono ben fatti, anche se non particolarmente elaborati: agiscono in maniera coerente e logica, in virtù dei segreti che essi nascondono. Il protagonista di per sé si sviluppa passando da reporter a caccia di notizie a detective e, man mano che i suoi cari vengono coinvolti, il suo coinvolgimento aumenta sempre più.

La grafica è buona anche se non spettacolare, e fa il suo dovere: le scene d’azione, seppur non tantissime, sono ben fatte ed intriganti.
Il sonoro è all’altezza della situazione nell’opening, per poi risultare un po’ anonima durante la serie.

Insomma, Skullman è una piccola perla narrativa per chi vuole una storia corposa ed intrigante che si muove a passo veloce. Va inoltre detto che il finale, anche se non è un “to be continued”, lascia intravedere la possibilità di uno sviluppo ulteriore.
Andando a vedere le origini di questo anime (il manga da cui è tratto), si vede difatti che la serie si evolve in una storia ancor più ampia ed articolata… spero che provvederanno ad animare anche il resto, se manterranno la qualità qui dimostrata.

Voto: 8,5. Mi aspettavo una storiuccia simpatica, e mi son trovato tra le mani un ottimo saggio di narrazione.

Consigliato a: chi vuole qualcosa di massiccio da vedere, non in puntate ma in avvenimenti; chi apprezza i misteri e i noir; chi vuol conoscere l’assistente più casuale del mondo.

Eiken

Ci sono anime che non dovrebbero essere creati.

Eiken

Ehr… dunque. C’è un ragazzo. Che va in una scuola di 54’000 studenti “giusto perché gli andava”. Che incontra ragazze. Che ci provano tutte. E gli sbattono in faccia qualsiasi punto erogeno.

Fino a qui sembrerebbe quasi una classica harem-story a sfondo ecchi, ma non lasciatevi ingannare: Eiken è molto peggio! Ci si ritrova con ragazze alte 115cm e con tette che, alla bilancia, peserebbero almeno 25kg; l’unico posto per sedersi è sulla faccia di qualcuno (possibilmente senza indossar mutande); l’unico frutto permesso è la banana e l’unico snack l’hot dog (ovviamente da mangiare leccando); l’unico gelato il Calippo; ogni 30 secondi è obbligatorio un pantyshot. A questo punto si potrebbe dubitare di aver scaricato per errore un hentai, ma purtroppo fallisce anche in tale ambito, non concludendo mai nulla.

Il disegno è abbastanza carente per essere del 2003 (i personaggi parlano aprendo e chiudendo la bocca a intervalli, come pesci rossi), e le musiche sono totalmente inutili.

Viene da chiedersi cosa avesse in mente la J.C. Staff quando pubblicò quest’offesa agli anime. L’unico punto positivo è che in un’ora sarà tutto finito.

Voto: 3. È davvero difficile creare qualcosa di simil inutilità.

Consigliato a: chi vuole l’ecchi portato oltre l’estremo; chi adora immense tettone ballonzolanti che svolazzano al minimo alito di vento; chi ha commesso un peccato e deve espiarlo tramite il dolore e la sofferenza.

Mononoke Hime

Di nuovo Ghibli. Di nuovo un classico.

Mononoke Hime

In un Giappone fantasy attorno al 1700, Ashitaka sta difendendo il suo villaggio da un demone uscito dalle foreste. Riesce nell’impresa di abbatterlo, ma subisce una ferita che lo ucciderà con il tempo: egli parte quindi alla ricerca della foresta in cui risiede il Dio che può salvarlo.
Nella sua ricerca si imbatte in una terra dove spiriti delle foreste e uomini si combattono aspramente per il controllo del terreno: chi ha ragione? Come conciliare le apparentemente insanabili differenze? E in che modo ciò ha a che fare con la sua maledizione?

Sin dal primo momento la grafica si rivela quella dello studio Ghibli: il tratto è riconoscibilissimo, e anche l’eccelsa qualità di immagini ed animazione sono inconfondibili.
Ciò in cui Mononoke Hime (o Princess Mononoke) differisce è il tono dell’avventura: in genere i prodotti di questo studio sono improntati ai buoni sentimenti e alla bontà d’animo, mentre qui l’ambiente si rivela subito cupo e estremamente serio. La storia inizia in maniera assolutamente meravigliosa, per diventare forse un minimo confusionaria verso il termine: si capisce sempre cosa sta succedendo, ma avendo dei personaggi forse un po’ meno incisivi del solito la situazione sembra quasi scappare di mano e muoversi per conto suo, trascinando i protagonisti con sé.

L’ambientazione stessa è impressionante, con un numero molto alto di spiriti che rappresentano le varie forze in gioco (oltre, ovviamente agli umani): incontrare gli spiriti nelle foreste è spettacolare, ed essi sono nel posto giusto al momento giusto. Essi portano anche il lato riflessivo dell’anime, facendo pensare all’invadenza dell’essere umano in terre che non gli appartengono, ma in fin dei conti il loro ruolo principale è essere nei luoghi in cui è logico che essi siano (il che è meno scontato di quanto sembri).

I disegni, come sopra detto, sono davvero impressionanti: la cosa più stupefacente è la fluidità dell’animazione. Nelle scene di combattimento (che in altri prodotti della stessa casa produttrice sono ben difficili da trovare) sono splendidi, intensissimi e velocissimi: una meraviglia.
Il sonoro non è da meno, e la Ghibli si dimostra ancora una volta attentissima ad ogni minimo dettaglio.

Insomma, Mononoke Hime è un classico che nessun amante degli anime dovrebbe dimenticare di vedere: a titolo puramente personale lo trovo un passo sotto altri capolavori come Totoro, Laputa o Kiki’s Delivery Service -principalmente per una mancanza di personaggi molto forti eppur sempre umani-, ma rimane comunque validissimo.
È comunque un anime a mio avviso triste, da guardare quando si vuole qualcosa di corposo.

Voto: 8. Due ore e un quarto di gioia visiva.

Consigliato a: chi ama lo Studio Ghibli; chi vuole una storia mistica, dove bene e male si confondono tra loro; chi vuol vedere gli spiriti più belli del multiverso, i Kodama.

Rocket Girls

15 enni nello spazio a guidare razzi?

Rocket Girls

L’agenzia spaziale Giapponese (SSA) ha un grave problema: intende riuscire a creare voli economici per lo spazio al fine di trasportare tecnici per la manutenzione di satelliti e strumentazione varia, il che garantirebbe loro la leadership nel mercato: non riescono però a creare un razzo funzionante e abbastanza leggero per tale scopo.
Dopo vari tentativi incontrano più o meno per caso Yukari, una ragazza 15enne in viaggio alla ricerca di suo padre: utilizzando lei come astronauta, risparmierebbero peso e dimensioni riuscendo quindi a rientrare nei parametri necessari! Inizia quindi l’avventura di Yukari nella volta celeste, ove solo pochi possono sperare di arrivare.

In un primo momento, l’idea pare buona: ai giorni nostri il volo spaziale convenzionale è oramai quasi ignorato, sebbene sia un argomento interessante, e la light novel dal cui inizio è tratto questo anime di tredici puntate è stato creato con l’aiuto dell’agenzia aerospaziale nazionale giapponese. Questo fa supporre un certo rigore scientifico… che purtroppo, però, viene a mancare.
La sospensione d’incredulità è un elemento vitale di ogni storia: lo spettatore deve accettare di sottoporsi alle “regole del gioco” fissate dal narratore per poter apprezzare la storia senza lamentarsi di ogni minima incongruenza con la vita reale. In questo caso, però, ne si fa un uso esagerato ed irragionevole!
Si inizia dal concetto stesso dell’anime: prendere 15enni per spararle nello spazio è una cosa quantomeno illogica, in virtù dei severissimi addestramenti a cui gli astronauti devono sottoporsi (e che nell’anime corrispondono ad UN mese). Gli allenamenti a cui vengono sottoposte le ragazze sono comunque irragionevoli per la loro età e costituzione fisica.
Una volta lanciati nello spazio, la situazione non migliora. Si passa da un atterraggio in una piscina profonda due metri ad un rientro a 10g con due ragazzine sedute sullo stesso sedile (il che vuol dire 400kg che schiacciano il costato di quella sotto… e non le succede niente.
Si tocca poi il fondo quando si arriva a calcolare le traiettorie di rientro a mente dopo aver estirpato dalla navicella spaziale tutta la strumentazione, senza contare il tentativo di Skip reentry fatto totalmente a caso (ed è una calcolazione mostruosamente complessa anche per un computer) che chiaramente riesce senza problemi.
Una di queste cose non darebbe fastidio, ma tutte assieme sommate danno un senso di approssimazione molto forte che, in un anime che punta molto sulle manovre e sulla tecnica, condizionano estremamente la riuscita.

Con i personaggi, per fortuna, se la cavano un po’ meglio: risultano simpatici e caratteristici e, anche se essi non hanno un grande sviluppo (non ci si può aspettare miracoli da tredici puntate), sono gradevoli da seguire. Alcuni risultano un po’ piatti (il padre, ad esempio, è totalmente inutile), ma in fin dei conti si lasciano seguire senza troppi problemi.
La parte divertente, che serve a tenere l’umore abbastanza allegro, è fatta in maniera decente: la prima parte strappa qualche sorriso in più e la seconda qualcuno in meno, ma non è nulla di cui sorprendersi.

La grafica è piacevole e curata nelle parti disegnate, mentre quelle in CG lasciano abbastanza a desiderare per essere del 2007: la musica è anonima anche se non fastidiosa, e non si fa notare in maniera particolare. Esula però da questo campo il doppiaggio, che risulta molto particolare perché è uno dei pochi anime ad avere dei personaggi che parlano giapponese con forte accento straniero (accento cinese, accento americano) senza che essi siano solo macchiette mono-puntata.

Insomma, Rocket Girls è l’ennesimo anime tratto da una light novel quasi fosse uno spot pubblicitario per dare un assaggio dei libri: è però pieno di imprecisioni e risulta poco interessante da seguire, perché non c’è una vera e propria storia concreta. Mah.

Voto: 6. Sufficiente, ma nulla più.

Consigliato a: chi ama lo spazio e non si preoccupa delle imprecisioni tecniche; chi avrebbe sempre voluto fare l’astronauta; chi vuole sentire un proprietario di ristorante cinese con un accento meraviglioso.

Law of Ueki

E se un candidato Dio vi donasse il potere di trasformare la spazzatura in alberi?

Law of Ueki

Ueki è un ragazzo più o meno normale, con un forte senso della giustizia. Non esita a mettersi nei guai per difendere un innocente, se ai suoi occhi viene maltrattato.
In virtù di questa sua correttezza etica, viene prescelto da Kobayashi -un suo docente, ma in realtà un partecipante al concorso per scegliere il nuovo Dio- per essere il suo combattente e, con il suo senso di giustizia, rendere il mondo un posto migliore facendo diventare Kobayashi Dio e facendo guadagnare nel contempo ad Ueki qualsiasi potere lui desideri.
Tra le varie opzioni di poteri utilizzabili per il combattimento, lui ne sceglie uno apparentemente debole: il potere di trasformare la spazzatura in alberi, tronchi, rami e quant’altro, modellati a sua volontà.
Riuscirà Ueki, con un simile potere, a battere gli altri 99 concorrenti? Cosa si cela dietro al torneo stesso, organizzato dall’attuale Dio? La giustizia di Ueki sarà più forte dell’avidità degli altri?

Questo anime è curioso, poiché per ogni aspetto ha un lato positivo ed un lato negativo.
La trama in sé è abbastanza semplice, ma non per questo piatta: le regole del gioco sono chiare sin da subito, ma alcuni sviluppi sono decisamente imprevedibili e decisamente interessanti. Un paio di colpi di scena mi hanno lasciato abbastanza di sasso, e questo è un buon pregio.
Purtroppo, ciò che la trama ha di buono viene contaminato dall’onnicitata “giustizia di Ueki”: si capisce sin da subito che egli trae la sua forza dal proteggere i suoi cari e dal combattere la cattiveria, ma quando questo viene ripetuto venti volte a puntata per tutte le 51 puntate diventa davvero monotono e, alla fine, noioso.

I personaggi vanno a fasi alterne. Sorvolando Ueki, che è uno dei protagonisti più piatti e monocorde della storia degli anime (sviluppo del personaggio ZERO), i suoi compagni di viaggio sono in parte simpatici e utili (Sano, Tenko) ed in parte inutili e fastidiosi (Ai, Hideyoshi). Nessuno di essi, ha comunque una grande progressione comportamenale: vengono forniti con le loro caratteristiche definite, e così rimangono per tutta la serie se non per i poteri che guadagnano di tanto in tanto – usualmente perché “vogliono proteggere qualcuno” pure loro.

I combattimenti sono resi fantasiosi dai numerosi poteri bizzarri che sono presenti (trasformare elettricità in zucchero, terriccio in palle di cannone, bolle di sapone in alteratori gravitazionali,…) e questo porta ad ogni battaglia che necessita di una tattica diversa.
Purtroppo, anche qui Ueki dimostra tutta la sua mancanza di polivalenza: TUTTI i combattimenti che lo riguardano (cioé il 90% di quelli presenti nella serie) iniziano con lui che le prende in maniera imbarazzante, continua a rialzarsi soltanto per mera forza di volontà, capisce il trucchetto e oneshotta l’avversario. È un pattern abbastanza comune negli anime, ma qui viene portato all’estremo: quando si viene centrati da seghe circolari volanti, schiantati sotto palazzi che crollano e ci si rialza solo dicendo “devo batterti perché se no fai male ai miei cari” ogni volta si capisce di avere davanti un personaggio virtualmente immortale, e la suspence del combattimento cala tantissimo.
Un po’ migliori i combattimenti che riguardano altri personaggi, che tentano di dare il loro meglio senza farsi prima macellare.
Inoltre, spesso e volentieri ci sono palesi incongruenze nell’utilizzo dei poteri o nella potenza degli stessi, che in genere sono imbattibili nella puntata in cui entrano in gioco e poi risultano inutili in tutte le altre.

Il disegno, per essere del 2005, non è proprio spettacolare – anche se non arriva ad essere fetido – e l’audio fa il suo dovere, e nulla più. Alcune opening son più carine e altre meno, ma nessuna passerà alla storia.

Insomma, Law of Ueki è un anime abbastanza mediocre che ha parecchi punti anche molto positivi che vengono tuttavia compensati da carenze e mancanze che con un po’ di attenzione in più avrebbero potuto essere evitate. L’idea è sicuramente originale, l’azione è davvero tanta (non passa una puntata senza uno o due combattimenti) e l’umore è tenuto sempre abbastanza alto da battute inserite in maniera abbastanza azzeccata, ma effettivamente si poteva fare un po’ di più.
Ho la netta impressione che questa serie sia stata pensata per un pubblico abbastanza giovane, che non si stanca mai delle stesse dinamiche: guardandolo con delle aspettative, però, si rimane a bocca abbastanza asciutta.

Voto: 7,5. Mezzo punto in più solo per la battaglia finale, con un paio di idee davvero ingegnose da parte del cattivo finale.

Consigliato a: chi vuole dei combattimenti abbastanza inusuali; chi non si infastidisce davanti alla ripetitività; chi vuol vedere il protagonista più testone del mondo.

Toki wo Kakeru Shoujo

Time waits for noone.

Toki wo Kakeru Shoujo

Questo anime, il cui titolo vuol dire “la ragazza che salta saltava nel tempo (The girl who leapt through time), narra delle vicende di Makoto. A causa di un fortuito incidente, costei guadagna la possibilità di riavvolgere il tempo, e rivivere situazioni adattandole al suo bisogno. In un primo momento usa tale vantaggio per ottenere il massimo divertimento dalla vita, ma quando tenta di evitare situazioni scomode o problemi le situazioni si complicano, accumulando sempre più problematiche e scavandosi la fossa da sola nel tentativo di riparare ai danni fatti…

La prima cosa che colpisce di questo anime è sicuramente l’animazione, assolutamente meravigliosa. Sfondi e paesaggi che sembrano dipinti, con un’animazione semplice ma piena di calore che regala la vita ai suoi personaggi sin dal primo secondo di proiezione. Quando essi iniziano ad interagire tra loro, la meraviglia aumenta sempre più e dopo tre minuti si pensa a Makoto, Chiaki e Kousuke come a dei propri amici, perché sembrano estremamente reali nelle loro reazioni e nel loro parlato.

La storia inizia ovviamente a complicarsi quando Makoto comincia a saltellare nel tempo, e qui forse c’è qualche sbavatura tecnica (che un cultore dell’hard sci-fi non può non notare), con qualche piccolo paradosso negli spostamenti temporali e con la domanda “ma non c’era un modo più semplice di evitare il problema?” che in un paio di occasioni sussiste. Sia tuttavia ben chiaro che questo paio di sbavature nulla tolgono allo sviluppo della situazione che viene a crearsi, e che porta al clou verso i due terzi: la spiegazione di tutto è meravigliosa e assieme struggente, e sebbene non tutto venga spiegato a chiare lettere si capisce la sofferenza di uno dei personaggi, che mai si sarebbe potuta immaginare.

L’avvio verso il finale colpisce per la sua forte emotività, che però non punta soltanto ad una situazione strappalacrime senz’anima: dato anche l’affetto per i personaggi l’empatia è forte e si fa sentire.

L’animazione, come detto prima, è da applausi; la colonna sonora non è da meno, con un paio di canzoni molto azzeccate e le voci dei personaggi estremamente calzanti.

Insomma, Toki wo Kakeru Shoujo è un OVA assolutamente meraviglioso per chi desidera una storia insolita ma non per questo incoerente.
In esso ci si potrebbero leggere tante cose: l’amicizia come valore indissolubile; l’ineluttabilità della crescita; la realizzazione dell’amore solo al momento in cui lo si perde.
Secondo me, tuttavia, la lezione è molto più basilare e molto più importante: non perdete tempo a fuggire dalle cose che vi fanno paura, perché se vi nasconderete ad esse prima o poi verranno a cercarvi e a farvi pagare il conto con gli interessi. Scappare all’evoluzione e alla crescita è come tentare di mettere in pausa il tempo.

E il tempo non aspetta nessuno.

Voto: 9.

Consigliato a: chi vuole una storia davvero originale; chi ama domandarsi cosa sarebbe successo se; chi si diverte con i personaggi un po’ maldestri.

Vexille

Un anime che ho avuto l’onore di vedere nel 2007 al Festival del Cinema di Locarno:

Vexille

Nel 2067, le Nazioni Unite firmarono un trattato che bandiva lo sviluppo di tecnologie relative agli androidi. Tutte le nazioni firmarono, tranne una: il Giappone.
Ritirandosi pertanto dalle Nazioni Unite il Giappone chiuse praticamente qualsiasi contatto con l’esterno, arrivando a creare una barriera totale attorno alle sue coste di modo da impedire qualsiasi intrusione, fisica o satellitare.
Dieci anni dopo, le NU decidono di inviare un team di SWAT per verificare costa sta accadendo in una terra oramai totalmente sconosciuta: Vexille, che fa aprte di tale gruppo, si trova davanti una situazione al di là dell’immaginabile…

Va innanzitutto detto che un paragone tra Vexille e Appleseed è inevitabile. Sono stati prodotti in periodi simili (2007 è anche l’anno d’uscita di Appleseeed Ex Machina), hanno una grafica paragonabile e un tipo d’azione moderatamente affine. Anche in questo caso la trama si sviluppa in maniera decisamente interessante, con spunti originali e un paio di simpatiche sorprese e un paio di momenti da bocca aperta. Purtroppo alla fine ci si ritrova con delle conclusioni un pochino traballanti, che se curate di più avrebbero potuto alzare notevolmente il calibro del lavoro in questione.

Le scene d’azione (che sono una parte molto importante del film) seguono la qualità della trama: abbiamo ottimi combattimenti sparsi lungo l’OVA, ma alla fine anche essi scadono un po’ (raggiungendo quasi la comicità nell’ultimo -teoricamente epico- scontro).

La grafica è impeccabile, completamente in CG, ben svliuppata e fluida. Devo ammettere che la visione su uno schermo alto dieci metri può aver vagamente influenzato il mio giudizio in questo settore, ma in ogni caso la qualità è molto alta.
Anche la colonna sonora supporta bene le scene, e da il giusto tono al tutto.

Insomma, Vexille è un buon film d’azione per chi apprezza la CG. Ha i suoi difetti ma li compensa con altri pregi (già l’originalità nel far sì che per una volta il Giappone non è il salvatore del mondo merita rispetto).

Voto: 8,5. Ottimo per passare un paio d’ore di intrattenimento. Se riuscite, recuperatelo nella miglior qualità possibile: potrete apprezzarlo meglio.

Consigliato a: chi ha apprezzato Appleseed; chi vuole azione e tante cose che esplodono; chi è un feticista degli spari nelle gambe.

Hani Hani – Operation Sanctuary

Un harem-anime che tenta di non essere identico a tutti i cloni:

Hani Hani – Operation Sanctuary

Naoki è un ragazzo che va al liceo, e che spesso ha dei curiosi e terribili incubi. Ha molte amiche a lui correlate in differenti modi: in questo brevissimo anime (tredici puntate da dieci minuti, circa due ore in tutto) seguiremo l’evoluzione dei rapporti tra di esse e con lui.

Detto così sembra il classico, ripetitivissimo e scontatissimo anime dove un ragazzo ha tutto l’harem ai suoi piedi per non meglio specificati motivi, e tra indecisioni e fraintendimenti decide la ragazza a cui dedicarsi. I primi minuti di visione sembrano andare in tale direzione: abbiamo l’amica d’infanzia, la cugina tsundere che convive con lui (ovviamente orfano, in Giappone non esiste che i genitori sopravvivano più di 7-8 anni dopo la nascita dei figli – la loro unica speranza è andare a lavorare all’estero), la ragazza misteriosa piovuta dal cielo, la ragazzina timidissima e con il vocino, l’infermiera adulta ed ammiccante, la maestra-loli… dopo due minuti già mi veniva da dire “ma cosa diavolo sto guardando?”. Per fortuna già a partire dal termine della prima puntata si capisce che qualche minimo sforzo per distaccarsi dalla banalità.
In primis va detto che Naoki non è il solito debole indeciso che troviamo in genere in tali storie: non è certamente il più sveglio del mondo, ma sa imporsi e sembra avere un’intelligenza maggiore a quella di uno scarpone. Anche le ragazze si comportano in maniera almeno parzialmente coerente, evitando di angosciarsi su fraintendimenti e di covare in segreto millemila sentimenti. Si parlano, si chiariscono, interagiscono come delle persone normali.

Quando tutto sembrava oramai navigare comunque verso la “resa dei conti” (chi sceglierà Naoki?), viene riesumato il problema degli incubi, che nella prima parte era stato quasi totalmente ignorato, per dare nuova linfa ad una trama che rischiava altrimenti di diventare stagnante: non dico che ci sia uno sviluppo degno di un oscar, ma per essere una miniserie di due ore hanno dato abbastanza input per interessare lo spettatore. La conclusione è in parte prevedibile, ma comunque ben realizzata e ha un senso.

I disegni sono abbastanza carenti per essere del 2004: le ragazze sono carine, ma la grafica di certo non fa ululare al miracolo.
Idem per l’audio, mediocre e nella norma. Senz’infamia e senza lode.

Insomma, Hani Hani è un anime breve per chi ha voglia di un po’ di buoni sentimenti o per spezzare una serie più lunga: non biogna guardarlo aspettandosi un masterpiece, ma riesce ad intrattenere per quel paio d’orette di tempo che occupa.

Voto: 7,5. Per una casa produttrice quasi totalmente sconosciuta, non è malaccio.

Consigliato a: chi non si fa nauseare dagli anime stile harem; chi vuole un po’ di sentimenti positivi; chi vuol sapere che ci sono ragioni più alte di una montagna e più profonde dell’oceano.