Kemonozume

…L’amore impossibile tra un mostro e un cacciatore di mostri.

Kemonozume


Toshihiko è il futuro successore di un dojo molto particolare: da migliaia di anni, infatti, la sua famiglia protegge l’umanità da dei mostri, chiamati divoratori di carne, che cacciano gli uomini per mangiarseli. L’unico modo per sconfiggerli è tranciare le loro braccia, in cui risiede il loro potere: Toshihiko è un ottimo spadaccino, ma poco prima di dare il colpo finale ha sempre… ehm… problemi di stomaco e non riesce a finire il suo lavoro.
Dopo l’ennesima discussione con il suo fratellastro in merito all’eredità del dojo, Toshihiko fa un incontro che pare guidato dal fato: incrocia Yuka, un’istruttrice di paracadutismo di cui si innamora perdutamente a prima vista. Dopo alcuni strani lutti, però, si scopre una tragica realtà: Yuka è un divoratore di carne! La fuga dei due spasimanti mette in moto molte differenti vicende; riuscirà il loro amore a prevalere sull’insaziabile fame che abita in Yuka? Il dojo Kifuuken riuscirà a tirare avanti nella sua tradizione millenaria? Cosa si nasconde dietro al sempre crescente numero di divoratori?

Inizio dicendo che Kemonozume è una storia tragica, molto tragia. In tutti i vari aspetti che si seguono le cose vanno in maniera sempre più disperata e angosciante, spezzando sogni e distruggendo ambizioni.
L’amore tra i due protagonisti è intenso ma difficilissimo: dopo i primi fuochi dell’amore fresco, iniziano molti problemi dovuti alla loro condizione di fuggiaschi unita alle complicazioni che la natura di lei portano con sé. Anche il fratellastro Kazuma, desideroso di ereditare il dojo ma in fin dei conti solo bisognoso di riconoscimento, vede tutti i suoi sogni distruggersi uno dopo l’altro.
L’esistenza stessa del Kifuuken, ad un certo punto, viene messa in dubbio: quando al suo interno le basi iniziano a scricchiolare, mille anni di tradizione non possono nulla.
Questo fa capire quanto ci siano varie trame che si intrecciano (anche abbastanza bene, invero), e quanto le stesse seguano tutte il comune filo dell’angoscia. Solo la penultima e l’ultima puntata risultano un po’ meno comprensibili, e soprattutto nella parte conclusiva si perde un po’ la logica che aveva seguito l’intera serie per arrivare a sfiorare il nonsense: un peccato. L’ambiente si fa comunque via via più disperato, e la resa dei conti è sicuramente impietosa con buona parte dei protagonisti e coprotagonisti.

Parlando di questi ultimi, si può dire che Toshihiko e Yuka sono due personaggi ben fatti: lo sviluppo del loro amore è credibile in virtù delle oceaniche differenze che li separano, e parecchi discorsi che fanno sono condivisibili (seppur difficili da applicare alla vita normale, visto che di mostri divoratori di carne in giro non ce ne sono molti). Fanno quel che ci si aspetta da loro – principalmente scappare – e tengono bene la scena.
I coprotagonisti hanno fasi alterne: Kazuma inizialmente sembra un totale idiota e pare essere il cattivo della situazione, ma con il tempo si capisce che le sue azioni hanno motivazioni e ragioni come quelle della controparte. Sono rimasto invece un po’ deluso dalla prima compagna di Toshihiko, che inizialmente sembrava un’ottima persona ma poi ha un paio di cadute di stile, comprensibili dal punto di vista personale ma che rovinano un po’ il personaggio.

Arriviamo ora a quello che, secondo me, è il vero problema della serie: il disegno. Io capisco che il tratto “abbozzato” sia uno stile di disegno utilizzato nell’animazione, ma non riesco sinceramente a capire come una simile pastrocchiata possa piacere a qualcuno. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine e gli occhi smettono di sanguinare, ma questo tipo di tratto (uguale a quello ritrovato in Kaiba e in Mind Game) rovina tutta l’azione che può esserci in uno scontro con le spade, tutta la sensualità (e ce n’è parecchia in Kemonozume) che può nascere dal contatto fisico… tutto. È un vero peccato, perché con un disegno più convenzionale – anche se non si fosse arrivati a tratti eccellenti – il risultato sarebbe stato molto migliore.
Grazie al cielo almeno le musiche se la cavano bene, con un’opening jazz acusticamente gradevole e un’ending tranquilla e appropriata. Durante le puntate il sonoro è poco, in virtù dell’ambiente oppressivo e cupo che permea tutte le tredici puntate.

Insomma, Kemonozume è un lavoro fatto con decente qualità: un paio di pecche, però, ne limitano fortemente la guardabilità. Un finale un po’ tanto fuori tono per come era andata fino ad allora la serie, e soprattutto il disegno inguardabile, fanno sì che solo chi abbia una buona determinazione arrivi fino alla fine senza cambiare serie solo per poter rilassare gli occhi. Davvero un peccato.

Voto: 6,5. La storia merita parecchio, l’applicazione della stessa merita moderatamente, il disegnatore merita di esser crocifisso.

Consigliato a: chi non si offende se il disegno fa schifo; chi non ha paura di depressione, morte, angoscia e disperazione; chi vuol vedere una scimmietta che non fa nulla di utile ma in realtà fa partire la storia, la guida nella parte centrale, porta i personaggi dove devono andare e risolve il climax finale.

Annunci

Dogs: Stray Dogs Howling in the Dark

…Un’oretta di pistole e sparatorie, nel mondo della malavita.

Dogs: Stray Dogs Howling in the Dark


Questo breve anime si compone di quattro OVA di circa quindici minuti, che raccontano la storia di quattro personaggi legati in maniera differente ad un mondo che con la legalità non ha molto a che spartire. C’è chi è un assassino a pagamento, chi una spadaccina in addestramento, chi un informatore segreto e via dicendo: in ognuna delle puntate si segue la vicenda di uno di loro, che si intreccia con quelle degli altri. Ma chi sono questi quattro personaggi? Come mai sono finiti in questo mondo? Cosa stanno cercando?

Le quattro brevi storie narrate sono abbastanza semplici e lineari: viene presentato un personaggio, si fa capire un po’ chi è e da dove arriva, lo si fa combattere e poi tutto si conclude. In meno di un quarto d’ora per ognuno non c’è molto spazio per fare altro: i personaggi risultano pertanto parecchio abbozzati, e le loro reali motivazioni non traspariscono quasi mai.
Fino a qua non c’è nulla di male, ma bisogna dire che in tre delle quattro storie si ripete lo stesso errore: all’inizio si preannuncia una tamarraggine estrema (cosa positiva), poi si incontra un cattivo che pare quasi demoniaco (cosa positiva)… e poi finisce tutto con qualche colpo di pistola nelle gambe, forse qualche morto qui e là e il cattivone che si pente e fa il discorsetto di presa di coscienza prima di lasciarci le penne (cosa MOLTO negativa). È peccato perché tutte le vicende iniziano con un buon passo, e anche un breve sviluppo avrebbe potuto essere più interessante ed affascinante.

I combattimenti in sé sono abbastanza gradevoli: togliendo la seconda storiella (che ha un taglio decisamente più comico delle altre tre), ci sono qui e là scene di decente/buona qualità che coinvolgono pistole, spade e pugnali: non ci si deve aspettare il miracolo, ma qualche sequenza interessante si riesce a trovare senza troppa fatica.

Il disegno è buono, il movimento è fluido, l’occhio ne è contento: le musiche risultano invece un pochino anonime.

Insomma, vale la pena guardarsi Dogs: Stray Dogs Howling in the Dark? Se si ha un’oretta da occupare a cervello spento, potrebbe esser preso in considerazione. La più grande lamentela che mi sento di fare, tuttavia, è che più che una serie sembra un teaser che preannuncia qualcosa di più grosso: questi quattro OVA sono infatti stati creati come prequel del relativo manga, che va avanti da parecchio tempo.
Questo in sé non è un difetto (vedasi ad esempio il buon lavoro fatto con Ga-Rei Zero), ma in questo caso si viene davvero lasciati con un assaggino di un mondo che si capisce essere estremamente più grande, e poco più.

Voto: 6,5. Non è malaccio, in fin dei conti: l’inconsistenza delle trame e l’incompletezza giocano però un grosso ruolo.

Consigliato a: chi apprezza gli ambienti di illegalità e malessere; chi cerca sparatorie e accoltellamenti; chi vuol conoscere il bar Buon Viaggio, dove pare che tutte le storie del mondo s’incontrino.

Tales From Earthsea

…In un mondo fantasy, carestie e draghi sono forieri di cattive notizie. Ma a cosa son dovuti?

Tales from Earthsea


Nel mondo di Earthsea, molti cattivi presagi si stanno palesando. Draghi che combattono nei cieli, epidemie tra il bestiame, siccità, impossibilità di seminare: tutto sembra andar male.
In questo caos Arren, il figlio del re, in preda ad un raptus uccide il reggente e fugge: nella sua fuga, incontra un mago che diventerà il suo compagno di viaggio, in un mondo oramai in declino, allo scopo di trovare sé stesso. Ma l’incontro è stato davvero fortuito? Cosa può volere Sparrowhawk da lui? Oppure è stato davvero un incontro previsto dal destino per rimettere il principe decaduto sulla retta via?

Questo film da quasi due ore è ispirato ad una serie di racconti di una scrittrice americana, nel fantastico mondo di Earthsea. Nelle prime parti della proiezione si assiste ad un mondo crepuscolare, in decadenza, dove la natura sta riconquistando ciò che l’uomo aveva costruito: la fiducia nel futuro pare scarsa nella popolazione, e la disperazione sembra essere ad ogni angolo.
Il tutto crea un ambiente cupo ma avvincente, con mille misteri che si intersecano tra loro: putroppo, nella seconda parte la trama non riesce a far fronte agli impegni che si trova a dover confrontare.
Molte delle domande che ci si pone rimangono infatti senza risposta, e questa è una colpa grave. Come mai c’erano carestie ed epidemie? Boh. A cosa erano dovuti i draghi che combattevano nei primi minuti di proiezione? Mah. Quale è il motivo ultimo che spinge Arren ad uccidere suo padre? Chissà. Alcune risposte possono essere immaginate, ma le risposte sono assolutamente insoddisfacenti: si passa da una trama che coinvolge la globalità dell’ambientazione in cui si svolge la vicenda ad una storia di crescita personale del protagonista, nemmeno troppo ben congegnata.

Questo non vuol dire che l’intera storia sia da buttare: ci sono parti interessanti e scorci davvero carini, ma non bastano davvero a reggere tutto. I personaggi sono carini ma nulla più, e mancano nel conquistare la simpatia dello spettatore come gli usuali protagonisti dei lavori dello Studio Ghibli riescono a fare. Sembra quasi che, contrariamente agli usuali lavori nei quali si ha una trama molto basilare ma una caratterizzazione eccellente, qui si sia tentato di fare il contrario: purtroppo il risultato non è altrettanto eccelso.

L’animazione, come d’abitudine, è di buona qualità con un paio di punti che brillano per realizzazione visiva: le musiche sono un altro punto forte di questo OVA, dato che aiutano molto bene a caratterizzare l’ambientazione medievale/fantasy in cui la vicenda si svolge. Non sono poche le situazioni in cui uno splendido panorama, combinato con ottima musica, riescono a rapire il cuore dello spettatore.

Insomma, non esito a dire che Tales from Earthsea sia uno dei lavori meno riusciti dello Studio Ghibli. Questo non lo condanna in maniera definitiva, e la visione è comunque moderatamente piacevole – soprattutto per l’ottima ambientazione in cui la vicenda si svolge: manca però un vero fulcro della trama, che non si rivela mai e che fa trascinare quest’ultima stancamente verso un prevedibile finale (con un mancato colpo di scena).

Voto: 6,5. Va in graduale calando, man mano che lo si guarda.

Consigliato a: chi vuol vedere il primo anime del figlio del poderoso Hayao Miyazaki; chi ama gli ambienti fantasy tendenti alla tristezza; chi è interessato a vedere l’arcimago che usa meno magia di tutte le storie esistenti.

K-ON!

…Il club di musica leggera potrà prosperare nelle mani di un gruppo di giovani e sciroccate ragazze?

K-ON!


Due ragazze, Ritsu e Mio, sono delle matricole nel loro liceo, e vorrebbero far parte del club di musica leggera: purtroppo, tutti gli altri membri hanno finito la scuola e son rimaste solo loro. Senza un minimo di quattro persone il club verrà sciolto, e quindi costoro si mettono alla ricerca di due nuovi membri! Riescono a trovare Tsumugi, una ragazza molto quieta che originariamente voleva entrare nel club corale, e Yui, una ragazza sbadata fino all’inverosimile che non sa nemmeno suonare uno strumento, ma che nella sua disastrosa incostanza si rivela decisamente appassionata. Inizia così l’avventura dell’eterogeneo gruppo, dai primi strimpellamenti ai concerti davanti all’intero corpo studentesco!

Va subito detto che le tredici puntate che compongono K-ON! sono interamente dedicate ad un genere ben preciso, lo slice of life: solo coloro che amassero tale sottoclasse dell’animazione dovrebbe avvicinarsi a questa serie.
Segnalato ciò, si può pertanto capire che la trama è praticamente inesistente: sopra è stato detto tutto ciò che si deve sapere, e accade nella prima puntata. Nelle altre si seguono le quotidiane vicende del gruppo tra prove, vita privata e amicizia.

Ovviamente, uno dei cardini di una serie di questo genere sono i personaggi: dai creatori di una cannonata come Lucky Star, ci si poteva aspettare una geniale caratterizzazione.
Purtroppo i personaggi ben presto risultano essere prigionieri di sé stessi: le battute sono ripetitive e le situazioni sono cicliche oltre l’inverosimile, rendendo quasi fastidiosa la continua riproposizione delle stesse gag. O c’è Mio (la “seria” del gruppo) che dice qualcosa che viene prontamente smentita da tutte le altre, o la stessa Mio viene terrorizzata da qualcosa, oppure si crea la situazione in cui tutti dovrebbero fare qualcosa e invece sorseggiano té mangiando pasticcini.
È innegabile, alcune risatine sono riuscite a strapparmele: erano tuttavia un’infinità meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Il secondo punto che mi ha abbastanza deluso è il poco spazio che l’ambito musicale occupa in questa serie: capisco che uno slice of life prende una situazione qualsiasi e la usa come scusa per narrare vicende semplici e quotidiane, ma essendo K-ON! totalmente incentrato sul club della musica leggera, mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento acustico. Le canzoni che ci sono son belle (ma su questo torneremo dopo), però si sentono in tutto DUE canzoni e basta. Qualche prova, qualche riff, qualche piccolo pezzo accennato mentre ci si allena… nulla. Non dico che mi aspettavo un lavoro rigoroso e professionale come in Nodame Cantabile, ma c’è una via di mezzo!

Come detto, le musiche sono una delle cose che hanno salvato la serie. È vero, hanno poco tempo, ma se piace il genere (ovviamente) la realizzazione è davvero buona e le canzoni sono orecchiabili senza alcun problema. Anche l’opening e l’ending sono di pregevole fattura, e risultano simpatiche.
L’aspetto grafico non è da meno: da una gran mano a salvare parecchie situazioni dove la comicità risulta carente, con un tratto buffo e che fa ridere in ogni caso.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto K-ON! ? Rimane la sensazione di aver visto qualcosa di simile ad una scatola avvolta in una bellissima carta con un fantastico fiocco, ma vuota. La presentazione è notevole, l’idea è buona, le possibilità molte… e ci si trova a vedere quattro battute ripetute all’infinito, che fanno ridere ma alla lunga risultano stantìe. Anche Hidamari Sketch prende un’idea simile (con l’arte al posto della musica leggera), ma fa un lavoro molto migliore nella caratterizzazione dei personaggi.

Voto: 6,5. Nonostante quanto sopra scritto non lo si può definire una pataccata infame… ma ci son davvero rimasto un po’ male. Per fortuna che ogni tanto compare Krauser II…

Consigliato a: chi ama la musica leggera; chi non ha problemi con battute ripetute ad nauseam; chi vuole vedere una statua vestita ogni volta in modo diverso.

Neo Tokyo

…Tre storie totalmente scollegate tra loro, da tre grandi maestri:

Neo Tokyo


Questo anime si compone, come detto, di tre storie diretta da tre grandi maestri dell’animazione giapponese per una durata complessiva di circa tre quarti d’ora: andiamo ad esaminarle più nel dettaglio.

Labyrinth Labyrinthos
Sachi è una bambina che sta giocando a nascondino con il suo gatto Cicerone, mentre la mamma prepara la cena: trovando il gatto in un orologio a pendolo, scopre il passaggio per un mondo assurdo e fantastico, dove tutto muta e cambia in un istante.
Questo primo racconto è quasi completamente privo di senso: una volta finita la visione dell’opera completa si capisce che il suo significato è “introdurre” gli altri due lavori, sebbene in maniera molto indiretta, ma durante la visione si assiste in pratica ad una decina di minuti quasi senza senso. Sembra quasi di assistere ad un esercizio di stile da parte di Rintaro (creatore di Capitan Harlock e Galaxy Express 999), che però lascia molto poco allo spettatore. È un peccato, perché data la faraonica quantità di cambi di scena lo spettatore si trova a cercare un filo conduttore che in realtà è flebilissimo.

The Running Man
Siamo in un oscuro futuro. Zach Hugh è uno dei più grandi corridori della Death Race, la corsa più pericolosa del mondo, corsa in piste quasi perpendicolari al terreno (su cui le vetture si tengono unicamente a causa della forza centrifuga) con bolidi potentissimi. Egli è oramai una leggenda, ed un giornalista dal gusto vagamente noir si reca all’autodromo per scrivere un pezzo su di lui… e per vedere la sua ultima gara.
Questa storia ha decisamente più senso rispetto alla prima, ma manca di profondità. Gli eventi che accadono sono abbastanza semplici (d’altra parte, è dura fare un grande approfondimento in 11 minuti), ma non per questo spiacevoli: qualche scenetta qui e lì con un po’ di sangue, inoltre, non fa mai male. Ci sono però alcune sequenze che secondo me male si intersecano nella narrazione principale, e che un po’ rovinano il gusto del “corridore maledetto” inserendo altri elementi secondo me non necessari.
Questo lavoro è diretto da Yoshiaki Kawajiri, e lo stile si riconosce: il produttore di Ninja Scroll, Vampire Hunter D: Bloodlust e X non passa inosservato.

Construction Cancellation Order
In ultimo, si arriva al lavoro principale, che occupa metà del tempo di produzione: il contributo di Katsuhiro Otomo (Akira, Memories, Steamboy… dicono nulla?) a quest’opera.
Una grossa multinazionale sta costruendo un faraonico progetto in una nazione tropicale. Purtroppo, un colpo di stato ha fatto sì che il lavoro debba essere immediatamente fermato: purtroppo, l’unica persona a dirigere i lavori -che sono effettuati interamente da robot- non sembra raggiungibile, e bisogna fermare i lavori per impedire di buttare ulteriori soldi in un già epocale buco finanziario.
Viene pertanto inviato un impiegato, Tsutomu Sugioka, a provvedere allo stop ai lavori: al suo arrivo si vede accolto dal robot #1, direttore lavori del sito di costruzione 444.
Rapidamente ci si rende conto che bloccare il lavoro non risulterà semplice come pare: il robot pare ignorare qualsiasi comando in tal senso, ed inoltre preme i lavori in maniera sempre più folle per mantenere una teorica scadenza con ulteriori costi! Man mano si può seguire il decadimento del povero impiegato da direttore lavori a prigioniero, e del robot negli antri della pazzia cibernetica.
Il lavoro è chiaramente molto semplice (si sta sempre ancora parlando di proiezioni di una 20ina di minuti), ma in questo caso -sebbene il finale avrebbe potuto essere un po’ migliore- si riescono a dare molte informazioni in poco tempo, creare un ambiente interessante, un antagonista al protagonista temibile e delle scene molto intriganti.

Come riassunto di tutto ciò, si può pertanto dire che per i miei gusti solo un lavoro su tre è riuscito appieno: i primi due hanno varie lacune che ne rendono poco interessante la visione, mentre l’ultimo risulta godibile in maniera notevole.

Dal punto di vista artistico, sono rimasto assolutamente impressionato. Questi tre anime sono del 1986, ma la grafica è notevolissima anche per gli odierni standard: pensandola con gli occhi di allora, è quanto di più vicino ad un capolavoro visivo si possa immaginare. Molta meno attenzione è stata invece data alla parte sonora: un peccato.

Insomma, vale la pena di guardare Neo Tokyo? Beh, dato che dura 40 minuti direi di sì, soprattutto per l’ultima storia. È un lavoro che mostra i suoi anni e che sicuramente tredici anni fa è stato un progetto innovativo, ma al giorno d’oggi altri lavori simili sono secondo me più meritevoli (Memories, per esempio). Questo non toglie che un’occhiata gliela si può dare comunque.

Voto: 6,5. I primi due lavori sono ben fatti, ma senz’anima: l’ultim, invece, nella sua semplicità colpisce il bersaglio.

Consigliato a: chi ama i cortometraggi; chi apprezza piccoli lavori di grandi artisti; chi vuol vedere un robot decisamente malmesso ma sicuramente ligio al suo dovere.

Grappler Baki 2

…Ogni tanto la trama è superflua, e puntare sulla pura e semplice violenza si rivela vincente.

Grappler Baki 2

Ci troviamo a tre o quattro anni di distanza dagli avvenimenti della prima serie (narrati nella disastrosa recensione qui). Baki è oramai il campione in carica del campionato segreto di lotta, e siamo giunti ad una nuova edizione: i trentadue guerrieri più forti del pianeta si affronteranno senza regole e senza limiti per dimostrare chi è il più forte. Riuscirà Baki a dominare sopra a tutti questi stili di combattimento diversi? La sua motivazione riuscirà a vincere su quella degli altri?

Come si può capire, la storia qui fa una parte davvero misera. Considerando il disastro narrativo della serie precedente, tuttavia, questo è un punto a favore di questo sequel: sono stati asportati tutti gli inutili pezzi di trama per lasciare spazio all’unica cosa che può interessare, e cioé il combattimento.
Si tratta difatti di gran lunga dell’anime più rissoso che io abbia mai visto: TUTTE le puntate sono composte per almeno 15 minuti su 22 di combattimento, e solo nei restanti ritagli di tempo viene data qualche informazione sul passato dei combattenti. Tali parti possono essere allegramente saltate, perché sono di utilità nulla: l’unica cosa che conta è che la gente vada nel ring e inizi a spaccarsi la faccia in ogni maniera.

Come si può capire, i combattimenti sono assolutamente la parte centrale della serie: gli stessi sono realizzati con fortune alterne. Quelli iniziali sono molto semplici (negli ottavi di finale generalmente si trova un grande campione che oblitera uno spaccone, come al solito), ma quelli dei quarti e delle semifinali sono fatti in maniera abbastanza simpatica: avendo i vari personaggi degli stili diversi, non si cade nella ripetitività degli attacchi. Quando si arriva alle finalissime, purtroppo, la qualità viene a cadere per un semplice motivo: entra in campo Baki.
Egli è infatti il personaggio più inutile della serie, e per fortuna durante buona parte del tempo non ha alcuno spazio: il suo stile è banale, non c’è gusto nel vederlo combattere e gli scontri che lo coinvolgono sono noiosi. Fortunatamente ne ha soltanto 5 su 31 totali, e quindi riesce a non infastidire troppo.

I personaggi, ovviamente, hanno uno sviluppo praticamente nullo: tutto quello che fanno è picchiarsi, e a loro non si chiede altro. Gli unici che tentano di avere uno sviluppo nel finale (Baki e il suo avversario) falliscono miseramente nella missione, e questo rende l’ultimo combattimento davvero bruttino: inoltre, lo stesso è rallentato da due puntate totalmente inutili sul padre di Baki (che in questa serie compare a singhiozzo, ma non mai un ruolo centrale – fortunatamente, dato che è semplicemente troppo forte per chiunque), che ne spezza ulteriormente il ritmo. Totalmente inutile e fuori luogo, inoltre, la puntata “extra” finale che parla ancora del caro babbo durante la guerra del Vietnam, cosa di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.

Per essere del 2001, la grafica è purtroppo carente in alcuni momenti: è un peccato, perché con un migliore disegno alcuni combattimenti avrebbero potuto passare da interessanti a davvero belli (vedere con buona qualità delle ossa che si spezzano e degli arti che si dislocano è sempre un piacere). Da dimenticare totalmente l’animazione 3d della sigla iniziale, che è a dir poco imbarazzante: fortunatamente nelle puntate non se ne vede traccia.
L’audio è praticamente inesistente, con opening e ending che nulla c’entrano con l’attitudine bellicosa della serie.

Insomma, che dire della seconda serie di Grappler Baki? Ho iniziato a guardarla temendo il peggiore degli orrori, e ne son rimasto moderatamente sorpreso. Non è assolutamente un lavoro che potrebbe essere qualificato in maniera eccelsa, ha parecchi difetti, ma fa una cosa: prende la prima serie, asporta tutto ciò che era fallito miseramente e tiene il poco che era riuscito bene, arrivando ad un risultato perlomeno accettabile.

Voto: 6,5. Devo ammettere con un po’ di vergogna che un paio di combattimenti me li sono davvero goduti: non aspettatevi comunque roba d’immensa qualità.

Consigliato a: chi cerca gente con muscoli immensi alla Kenshiro; chi se ne frega di ogni tipo di storia e vuole solo gente che si picchia senza sosta; chi vuole vedere l’anime con il protagonista più assente della storia (fortunatamente).

Bounen no Xamdou

Altresì detto “Xam’d of the Lost Memories”, un anime andato in onda solo su PS3.

Bounen no Xamdou

Ci troviamo in un immaginario futuro, su un immaginario pianeta dove la guerra e l’oppressione son di casa. Akiyuki è un normale studente 16enne, ma rimane coinvolto in un attentato dinamitardo organizzato dal Nord, e in lui si impianta un misterioso essere simil-alieno. La città viene attaccata da tali cosiddetti “human-form”, e lui viene recuperato da Nakiami, una miteriosa ragazza tatuata in faccia che per evitare la sua morte lo porta a bordo di una nave che si occupa di invii postali, insegnandoli a controllare il suo nuovo potere per evitare di trasformarsi in pietra.

Come si puo notare, la trama iniziale è parecchio curiosa e misteriosa: il punto focale di questo anime è difatti la storia, parecchio articolata e con mille misteri.
In tal senso, bisogna dire che alcune delusioni vengono a galla: i misteri son molti e ci si trova in un’ambientazione sconosciuta, ma per la quasi totalità del tempo si viene lasciati nella totale oscurità. Su 25 puntate 20 passano nel più completo mistero, con ben pochi avvenimenti e un generale immobilismo che spazientisce; negli ultimi 5 episodi accade di tutto, compressando miliardi di informazioni in poco tempo. Gli anim che hanno dei misteri mi piacciono, ma quando essi vengono mantenuti a oltranza diventa controproducente perché lo spettatore non riesce a capire il motivo per il quale alcune cose accadono.
Alcuni misteri inoltre rimangono insoluti: l’intero motivo della guerra in corso, l’esatta natura degli Xam’d, le ragioni che spingono i personaggi a muoversi in tal modo sono abbastanza flebili. Alla fine viene data qualche motivazione, ma rimane ampiamente insufficiente per motivare il tutto.

Se c’è una cosa che è ben riuscita, invece, è l’ambientazione in sé: ci troviamo nel futuro, ma ci sono alcuni aspetti della cultura steampunk che rimangono presenti. La presenta di immensi motori meccanici, una società ucronica che controlla e opprime; questi elementi vengono ben mischiati a tecnologie future e situazioni complicate dovute alle guerre in corso (sebbene esse, come sopra detto, non vengano mai ben chiarite). Questo porta un generico alone d’interesse attorno alla serie, e aiuta anche nei momenti più bui e noiosi a continuare la visione.
Va detto però che, nonostante l’inizio con qualche battuta e l’ultima mezza puntata che tenta di riportare la luce nella serie, questo anime è decisamente opprimente e depressivo: le vicende che capitano sono via via più drammatiche, con scelte dolorose per i personaggi, abbandoni non voluti e decessi relativamente imprevisti: di certo non è una serie leggera, e va guardata sapendo che si assisterà ad una storia prettamente drammatica.

Sui personaggi, invece, ho impressioni miste: da una parte si può vedere che è stato fatto un buon lavoro nel crearli, dato che ci sono molti personaggi diversi che -sebbene abbastanza abituali- si intersecano bene tra loro; d’altra parte lo sviluppo è abbastanza aleatorio e incostante. In una serie in cui alcuni personaggi dovrebbero imparare a rapportarsi con l’umanità tutta e altri dovrebbero capire come gestire il loro teoricamente sconfinato potere, questo difficilmente può venire perdonato. Akiyuki per 25 puntate gira con’sto braccio mostruoso a farsi curare da Nakiami non appena va fuori controllo, e poi a puntata 26 misteriosamente grazie alla classica “frase rivelatrice” capisce tutto e diventa superfigo… non quadra per nulla.
I coprotagonisti fanno invece una figura un po’ migliore, soprattutto i genitori dei protagonisti: sembrano parecchio reali con i loro problemi e la loro disperazione, e mi son trovato a tenere più per loro che non per chi guidava la storia.

L’aspetto grafico è ottimamente curato, con disegni all’altezza dell’anno di produzione (2008) ed effetti 3D davvero imponenti; anche sulla musica viene fatto un ottimo lavoro, con openind ed ending brillanti e ben ritmate che son piacevoli da ascoltare. Soprattutto la canzone di chiusura mi ha sorpreso, cantata in perfetto inglese e davvero bella.

In conclusione, un paragone è d’obbligo: questo anime, creato dalla BONES, è praticamente la fotocopia di un loro altro lavoro, Eureka Seven; stessa struttura narrativa, stesso tipo di personaggi, stessa nave viaggiante che va a spasso in mezzo ad un mondo in guerra, stessi misteri.
Il paragone va tuttavia a palese vantaggio della serie sopra citata, poiché Bounen no Xamdou non riesce a curare i propri personaggi a dovere, rendendo la trama singhiozzata e frammentata: la logica inoltre qui e là ha qualche mancanza, e questo è davvero un peccato.

Voto: 6,5. Mi aspettavo di più da questa serie, che rimane comunque relativamente piacevole da guardare; peccato che la copia sia riuscita parecchio peggio dell’originale, Eureka Seven.

Consigliato a: chi ha amato gli altri lavori della BONES, e non vuole perderseli; chi non è infastidito da misteri che vengono mantenuti senza spiegazioni per tutta la serie; chi vuol conoscere la vecchina con la mira più brillante di tutti i tempi.

Kyouran Kazoku Nikki

Le storie della famiglia più stranamente combinata della storia.

Kyouran Kazoku Nikki

Migliaia di anni fa, un gigantesco mostro chiamato Enka terrorizzò la terra. Venne battuto, ma giurò che in mille anni uno dei suoi figli avrebbe distrutto in preda alla furia tutto il pianeta.
Mille anni sono ora passati, e con la scienza si è riusciti a scoprire che ci sono sei figli di Enka: il piano “famiglia accogliente” obbliga Ouka, un funzionario dell’Ufficio del Paranormale, a sposare Kyouka (una dei figli) e ad adottare gli altri cinque, di modo da avere una felice vita familiare ed evitare in tal modo la furia che potrebbe distruggere la terra.
Il problema è che i figli di Enka sono tutto fuorché normali! Il gruppo si compone di Kyouka, auto-proclamata divinità dalle orecchie da gatto, violenta e psicopatica; Yuka, figlia abusata di una famiglia crudele e meschina; Senko, ragazzo totalmente gay e poco incline a nascondere il fatto; Teika, leone re della Savana (?); Hyouka, robot nato come arma biologica (??); Gekka, misteriosa medusa fluttuante elettrica amante del sushi (???).
Inutile dire che se ne vedranno di tutti i colori…

La serie inizia con la scusa della famiglia messa insieme a causa di Enka, ma tale punto viene velocemente dimenticato: diventano subito un gruppo unito, e in vari momenti viene ribadito il concetto di famiglia che, seppur non legata dal sangue, lavora insieme per il benessere dei suoi componenti. Questo non vieta a Kyouka e Ouka di spaccarsi di mazzate, generalmente per le idee assurde di Kyouka su qualche membro della famiglia.
La struttura della serie punta a delle storielle della durata di 1-2 puntate, che però non sono legate da un filone narrativo generale: ogni volta che pare la storia stia iniziando a decollare, l’emergenza di turno finisce e tutto torna come prima. Questo porta la serie da 25 puntate ad essere poco intrigante: non c’è la suspance del “cosa verrà dopo”, e dopo una dozzina di puntate la cosa inizia a farsi stantìa.
Fortunatamente la comicità è accettabilmente funzionale, e qualche risata me l’ha strappata: non ci si ritroverà a sganasciarsi anche perché viene usato un tipo abbastanza basilare di gag, che però qui e lì riesce a risultare comico.

È chiaro che il fulcro della serie sono i personaggi: con un assortimento così assurdo, gestirli non è di certo facile.
Su questo lato è stato fatto un buon lavoro, e le apparentemente inconciliabili differenze lavorano di concerto senza problemi, completandosi a vicenda. Nonostante la serie non abbia alcuna pretesa di profondità quasi tutti i protagonisti hanno un qualche tipo di sviluppo attraverso le puntate: anche se non è nulla per cui urlare al miracolo, è comunque gradevole. Ognuno ha le sue particolarità e i suoi diversi modi di inserirsi negli sketch: alcuni rimangono più marginali (Teika e Yuka, a parte le puntate a loro dedicate, fanno spesso da sfondo), mentre altri -principalmente Gekka e Hyouka, per le loro capacità belliche molto apprezzate da Kyouka, hanno molto più screentime. Fortunatamente, essendo loro due i miei personaggi preferiti, questo non ha minimamente disturbato la visione.

La grafica, per essere del 2008, non è davvero niente di che: da chi ha fatto Rozen Maiden mi aspettavo qualcosa in più.
Sul sonoro si sono invece impegnati di più: l’opening è delirante e frenetica come Kyouka, ed è pertanto molto azzeccata (senza contare che mostra quanto il giapponese può esser veloce): ci sono inoltre ben otto ending, una per ognuno dei personaggi principali, in cui essi stessi cantano qualcosa su sé stessi. Alcune son più belle e altre meno, ma l’idea è encomiabile.

Insomma, cosa resta dopo la visione di Kyouran Kazoku Nikki? Ben poco, perché la mancanza di una storia degna di tale nome e il fondamentale riciclo delle situazioni porta, dopo un po’, alla ripetitività: sul lato ridanciano, tuttavia, qualcosina di buono qui e là è stato fatto e almeno la prima metà della serie passa indisturbata. Poi è recycling.

Voto: 6,5. Non è malaccio, ma a farla di 12-13 puntate sarebbe stato molto meglio: la sola presenza di Gekka, tuttavia, giustifica la visione!

Consigliato a: chi vuol vedere le avventure di una famiglia DAVVERO stramba; chi si diverte con le classiche gag a base di cazzotti e freddure; chi vuol sentire un pesce cucinato che implora di essere mangiato.

Ghiblies

Quando uno studio d’animazione si prende in giro da solo.

Ghiblies

Nel 2000, lo studio Ghibli ha fatto uscire due brevi OVA (per un totale di circa mezz’ora) composti da piccoli sketch autoironici, nei quali si vedono rappresentati alcuni dei personaggi che lavorano all’interno dell’impresa.

Inutile dire che in 30 minuti di brevi sketch non ci possa essere una gran trama: c’è qualche piccolo trucchetto sul come animano alcuni personaggi, e il divertente raffronto con il corrispettivo reale; qualche piccola frecciatina tirata tra di loro; qualche storiella forse inventata, forse no, che coinvolge lo staff. Il tono è a volta ridanciano, a volte malinconico: dipende di cosa stanno parlando.

Bisogna dire che questo, più che un anime a sé stante, andrebbe preso come un piccolo extra dei lavori effettuati dai creatori: come opera a sé stante non ha nessun senso se non far ridacchiare un po’ la gente che lo guarda pensando “guarda un po’ che razza di gente crea i lavori che io tanto amo”.

Il disegno dipende dagli episodi: nel primo OVA è abbastanza terribile (d’altra parte, non c’è la pretesa di un disegno accurato), mentre nella seconda puntata alcune vicende hanno un disegno molto migliore (la mitica storia del curry e i ricordi del quatrocchi tra tutte). La musica è praticamente inesistente.

Insomma, cosa è “Ghiblies”? Null’altro che un lavoro per chi ama lo studio Ghibli e di loro vuol sapere e avere tutto: non ha altro senso, e non ne vuole avere. Personalmente avrei gradito di più se si fossero visti un po’ più vicende legate alle opere effettuate o all’ambiente lavorativo.

Voto: 6,5. Per gli appassionati… però la storia del curry è bellissima!

Consigliato a: chi ama lo studio Ghibli; chi si diverte con gli extra regalati dalle case produttrici; chi vuole sognare di incontrare il mitico negozio di curry dove più il piatto è piccante, meno si paga.

Hunter X Hunter OVA Greed Island Final

…ed eccoci alla conclusione della serie con più OVA della storia.

Hunter X Hunter OVA Greed Island Final

Ancora una volta, ci troviamo dove la serie di OVA precedente lascia. Siamo oramai all’interno di Greed Island, il MMORPG creato dal padre di Gon, e i nostri tre protagonisti sono in missione per terminare il gioco. La missione tuttavia non è facile, e sicuramente c’è gente pronta ad ostacolarli senza tregua!

La storia si svolge interamente a Greed Island, con le regole del gioco (e quindi spell, incantesimi, oltre agli oramai totalmente sovrumani poteri raggiunti dai vari personaggi). La riuscita o il fallimento di quest’ultima serie si giocano pertanto su un punto: saranno riusciti gli autori a rendere interessante il gioco in sé, e le vicende che comprendono Gon, Killua e Biscuit? La risposta è: in parte.
Questo avviene perché le idee originali ci sono, e sono parecchie: sia nel funzionamento dei meccanismi di gioco (facile criticare il funzionamento di un MMORPG nel 2009, ma nel 2001 erano a livelli protozoici rispetto a ciò che esiste oggi) che nelle idee partorite dai personaggi.

Le idee purtroppo non sono tutto, e la realizzazione delle stesse spesso lascia abbastanza a desiderare. In primis, il gioco di Greed Island in sé: le regole di base venivano imparate già nella seconda serie di OVA, ma qui si approfondisce la conoscenza con alcune carte e si capisce una cosa: se in dieci anni nessuno è riuscito ad exploitare il sistema e gli altri giocatori con carte simili, sono tutti scemi. La combinazione di alcune carte è potentissima, e possono essere usate senza problemi e poi riacquistate: i soldi si fanno facilmente accoppando mostri a caso e quindi problemi di fondo non dovrebbero essercene. La limitazione delle carte è una buona idea per quelle più potenti, ma le più utili sono praticamente infinite…

Inoltre, Gon e Killua si trovano solo confrontati con due veri combattimenti: uno è una partita di dodgeball, l’altro è il combattimento finale. In essi (soprattutto nel primo) ci sono alcuni buoni spunti e un utilizzo creativo delle abilità dei combattenti, ma c’è un problema: per SETTE tiri di palla ci mettono QUATTRO puntate. Capisco i ragionamenti e le riflessioni, ma qui siamo a livelli dove le partite di Holly e Benji e i combattimenti di Dragonball Z passano in un batter d’occhi! Questa è una piaga che tocca l’intera serie, e l’inutile e ripetitiva verbosità di tutti i personaggi porta spesso e volentieri alla noia in poco tempo.
Il combattimento finale è carino (anche se pure lui dura tre/quattro puntate, ma vabbé) e comprende l’unico vero “momento-shock” della serie, ma na un piccolo vizio di fondo: il cattivo, se avesse avuto un QI superiore a 4, avrebbe vinto in 15 secondi grazie alle sue abilità. Per tutta la serie il personaggio viene presentato come astuto e manipolatore, e alla fine agisce in maniera totalmente stupida… non è da lui, e questo dato di fatto toglie un po’ di gusto al combattimento stesso.

Parlando di personaggi, Gon e Killua hanno oramai il loro carattere formato dalle precedenti serie: Killua qui ha un ruolo molto più marginale e per fortuna Gon non ridiventa fastidioso: diventa però scemo. Fa scelte totalmente idiote, fa saltare piani a riuscita sicura e fa commenti che mettono in pericolo tutto il gruppo: ci si aspetterebbe qualcosina in più da lui.
Purtroppo il mio preferito, Hisoka, qui ha un ruolo marginale e non rispecchia affatto l’idea che in precedenza ci si è fatti di lui: in definitiva, un personaggio così particolare avrebbe meritato uno spazio di molto maggiore.

I disegni rimangono di buona qualità, anche se come al solito non c’è nulla di particolare: le musiche fanno il loro lavoro.

Insomma, La serie conclusiva di Hunter X Hunter rispecchia bene o male la qualità del resto della serie: non malaccio, ma non giustifica il tempo che ruba. Avessero compresso tutto in 6 puntate, sarebbe venuto fuori un lavoro estremamente migliore e molto più godibile, senza bisogni di inventarsi discorsi che non fanno altro che annacquare tutto l’ambiente. Il finale da una speeeeeeeeeeeeeeeeecie di conclusione al tutto, ma è parecchio insoddisfacente: in pratica, si sa come va a “finire” negli ultimi nove secondi di sigla finale. Dopo novanta puntate, pretendevo qualcosa in più.

Voto: 6,5. È meglio della sconclusionata seconda serie di OVA, anche se il ritmo rimane quello lentissimo di fine prima serie: qualcosa di buono qui e lì c’è, e se si fossero dati un po’ più di pena avrebbero potuto far meglio.

Consigliato a: chi di HxH ha già visto il resto e, già che ci siamo, vuol chiudere la questione; chi ama gli anime sui MMORPG e sui giochi di carte; chi vuol vedere la 57enne più giovanile della storia.