Afro Samurai Resurrection

…Dall’America con furore, nuove avventure del silente e vendicativo samurai nero.

Afro Samurai Resurrection


Il film si colloca dopo gli avvenimenti della serie antecedente. Afro è diventato il numero uno, ma si è ritirato a vita segregata. Purtroppo pare che non vogliano lasciarlo in pace: vanno a distruggere la sua casa, lo malmenano, gli rubano la fascia e lo minacciano addirittura con la risurrezione del padre, riportato in vita solo per farlo soffrire! Ma come mai tanto odio nei suoi confronti? Forse che conosce i suoi nemici da molto tempo? Dovrà di nuovo immergersi nel sangue e nella violenza, per aver alfin la pace?

Sicuramente chi guarda questo film avrà apprezzato la serie, e si troverà famigliare con la curiosa ambientazione super-anacronistica che esiste. Giappone medievale con cellulari, scarpe tradizionali con cuscini molleggiati, ninja con visori notturni, katane e lanciamissili, tutto risulta ottimamente mischiato per creare un mondo curiosamente funzionante, dove l’esagerazione di tali incongruenze diventa coerenza a sè.

La storia è abbastanza semplice e lineare (ancora una volta, vendetta su vendetta), e difficilmente sorprenderà lo spettatore: serve però a traghettare il protagonista attraverso le varie battaglie che ci vengono proposte.
La parte dei combattimenti è fatta dignitosamente, anche se a mio parere alcuni sono eccessivamente statici mentre altri sono troppo confusionari, ai limiti dell’incomprensibilità visiva: uno stile fluido ma pulito avrebbe forse potuto aiutare.
Gli sceneggiatori non si sono inoltre sicuramente limitati nelle idee: nonostante la storia non sia chissà cosa, parecchi avvenimenti risultano pseudo-comici per la voluta assurdità della scena (samurai cadaveri clonati rivissuti che, al fianco di ninja volanti zombie robotici, aiutano mutilati afasici rinchiusi in giganteschi orsi di peluche…). Il trash spesso disturba, ma qui è talmente esagerato che risulta intrattenente.

Una delle parti più importanti è fatta dai personaggi, estremamente caratterizzati. Se Afro è il solito silente guerriero, ritorna in grande stile il suo compagno di viaggio, ciarliero come non mai e doppiato da Samuel L. Jackson. I testi di tale personaggio sono spassosi e ben si contrappongono alla serietà tendente al tragico del film.
Anche gli avversari sono ben creati: si ritrovano i personaggi della prima serie, chiaramente mutati rispetto al passato, che quindi danno continuità alla storia. Avere la scusa di una nemica femminile per poter mettere buone quantità di fanservice è forse stato un richiamo troppo forte; va detto che non si arriva al livello da avvertirne la noia, ed in fin dei conti è un bel vedere.

Il disegno ha un buono stile, interessante e dinamico, anche se -come detto sopra- ogni tanto un po’ tanto caotico. La musica ha un ruolo assolutamente primario in questo film, e farà molto piacere a chiunque apprezzi la musica hip hop: canzoni fatte apposta per l’occasione suonano in buona parte dell’ora e mezza di proiezione, aggiungendo valore ad ogni singola scena.

Insomma, Afro Samurai Resurrection è sicuramente un riuscito seguito di un’originale serie, creata fuori dal Giappone ma che ben si inserisce nel panorama deglianime. Rispetto alla serie che lo precede riesce a sviluppare le parti interessanti senza dover sorvolare personaggi rilevanti o avere combattimenti affrettati. L’ambientazione e le musiche portano ulteriore qualità alla situazione, facendo risultare la visione piacevole e divertente.

Voto: 8. Una gradevole ora e mezzo di visione, che passa con piacere anche se senza eccellenze particolari.

Consigliato a: chi ha apprezzato la serie, e ne vuole sempre di più; chi ama la musica rap americana, e la combinazione con gli anime gli pare azzeccata; chi vuol sentire Samuel L. Jackson dire “So what we’re doin’ next, what about getting a lil’ push push first, you know what I’m sayin’?”

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Giniro no Kami no Agito

…Mononoke Hime-style… ma ben più nuovo. Un bene o un male?

Giniro no Kami no Agito


Ci troviamo in un mondo futuro, oramai devastato e semi-abbandonato. La poca gente rimasta vive, combattendo contro la foresta senziente, nelle rovine di ciò che è ad oggi la nostra civiltà: quasi più nulla rimane, e la preoccupazione maggiore è diventata trovare acqua e cibo per tutti.
Agito è un ragazzino poco ubbidiente, ed in una delle sue solite fughe si imbatte in uno strano macchinario: all’interno vi trova Tula, una ragazza criogenizzata proveniente da prima del Disastro. Riuscirà ella ad abituarsi al nuovo stile di vita esistente? Come mai la guerrigliera nazione vicina la vuole per sé? E, in fin dei conti, quale dei due mondi è meglio per la gente?

Come detto in apertura, tra questo lavoro e diversi lavori dello Studio Ghibli si possono trovare delle similitudini: la GONZO non si è sicuramente preoccupata di ispirarsi.
Detto ciò, si può dire che il primo impatto con l’OVA qui presente è decisamente positivo: l’ambientazione è molto suggestiva (grazie anche alla grafica, di cui parlerò dopo) e molte cose si mettono in moto contemporaneamente.
Con l’arrivo di Tula la trama decolla, e fino a metà riesce quasi a spiccare il volo… per atterrare malamente, seppur non schiantandosi del tutto, verso la parte finale. Le cose si fanno infatti confuse, e un paio di cose sono parecchio tirate per i capelli: peccato.

I personaggi sono carini, ma nulla di che. Agito è il classico ragazzino che diventa eroe volente o nolente, mentre Tula è forse quella che più può suscitare la simpatia del pubblico: prelevata nolente dal suo mondo viene scaraventata in un ambiente praticamente alieno, che alimenta dubbi, paure e desiderio di tornare a casa.
I comprimari non hanno alcun tempo di svilupparsi, e hanno un ruolo assolutamente marginale: anche il “cattivo” non viene mai capito del tutto, sebbene sia logico il perché apparente delle sue azioni.

La grafica è forse la cosa più impressionante di questo OVA, perlomeno per gli sfondi. Le ambientazioni postapocalittiche sono davvero notevoli, e il disegno è fatto benissimo: c’è parecchia CG, che viene incorporata senza però stonare con il resto. Purtroppo un po’ meno di attenzione è stato dato ai personaggi, che ogni tanto sembrano molto distaccati dalla scena di fondo.
Le musiche sono anche ottimamente fatte: quasi completamente composta di musica classica, la colonna sonora ospita anche un’ottima theme song molto particolare.

Che altro si può dire di Giniro no Kami no Agito (altresì chiamato Origin: Spirits of the Past)? Che sicuramente è un lavoro strano, che può piacere o no; che è parecchio originale, nonostante le ripetute ispirazioni ad altri lavori; che manca un po’ d’anima, con una storia non impeccabile e dei protagonisti non eccelsi. Sicuramente, però, si lascia guardare e contiene un paio di buone cose.

Voto: 7. Nella media: non lo ricorderò negli annali dell’animazione, ma non c’è nulla che sia veramente brutto.

Consigliato a: chi apprezza la buona animazione, anche senza un’ottima storia di sottofondo; chi ama gli ambienti cittadini devastati ed abbandonati; chi vuol sentire il cattivo con la voce più bassa e roca del multiverso.

Ani*Kuri 15

…15 minuti per 15 cortometraggi di 15 maestri d’animazione differenti.

Ani*Kuri 15


La NHK ha chiesto a 15 tra i più famosi produttori di anime dei nostri giorni di realizzare ognuno un cortometraggio della durata di un singolo minuto: nessun’altra indicazione è stata data. Con che idee verranno fuori i maestri del nostro tempo?

Con questa semplice introduzione, si assiste alla proiezione di cinque micrometraggi, di 60 secondi ciascuno. Sono ovviamente di tanti tipi diversi: alcuni comici, altri tristi, altri ancora semplici esercizi di stile: devo dire di averne graditi particolarmente 5, ed averne trovati altri 7 non spettacolari ma godibili: solo in tre casi sono rimasto piuttosto deluso dal risultato. Per un lavoro del genere, ritengo sia una buona media: spesso produzioni sperimentali come queste producono visioni di qualità abbastanza scadente.

Devo dire che, comunque, sono rimasto un po’ perplesso dalla scelta degli studi coinvolti nel progetto. Sicuramente sarà stato per problemi di contratto o per mancati accordi, ma alcune delle più grandi case produttrici sono rimaste fuori. Niente Studio Ghibli, niente SHAFT, niente J.C. Staff, niente Sunrise; vero, ci sono altre grandi case (come la mia amata Gainax, che ha anche fatto quello che secondo me è il miglior corto di tutti), ma sarei stato felice di vedere i lavori di altri artisti.

La grafica, ovviamente, è altalenante. Alcuni lavori hanno un tratto molto bello, in maniere molto diverse le une dalle altre: un paio degli episodi sono invece raffazzonati, alcuni volutamente (e quindi l’effetto è interessante), altri meno (e quindi l’effetto è ‘na patacca).
L’audio è generalmente ben curato, toccando l’eccellenza in un paio di pezzi.

Insomma, si può dire che Ani*Kuri 15 è un esperimento ben riuscito: non ritengo sia un capolavoro di alcun genere, ma in fin dei conti non è facile convogliare delle emozioni in soli 60 secondi: in molti casi, qui ci si è riusciti.

Voto: 8,5. Quindici minuti ben spesi, a mio parere.

Consigliato a: chi apprezza i cortometraggi; chi vuol vedere lavori originali ed insoliti; chi vuol finalmente vedere il debutto negli anime di DOMO-KUN!!!!

Samurai 7

…Tratta dal più famoso film di Akira Kurosawa, una trasposizione steampunk dei sette samurai.

Samurai 7

Ci troviamo in una curiosa ambientazione, in una via di mezzo tra il Giappone del 1700 e un’epoca futuristica. L’occupazione principale del popolo è coltivare riso, solo per vedere il proprio raccolto rubato ogni anno dai banditi. Essi sono dei sopravvissuti alle precedenti guerre, per le quali avevano modificato il loro corpo diventando, di per sé, delle macchine: alcuni arrivano anche ad essere alti alcune decine di metri.
Il paesello chiamato Kanna decide di non voler più accettare una simile situazione, ed invia una piccola delegazione nella vicina grande città per cercare un samurai che possa difenderli. Anche i samurai, infatti, dopo le guerre sono diventati “disoccupati”: riusciranno tuttavia a convincerne uno (o più) promettendo solo del riso? Qualcuno si imbarcherebbe ancora in una missione rischiosa e senza gloria?

Dirò immediatamente una cosa: io non ho visto il film I Sette Samurai da cui questo anime trae massiccia ispirazione. Valuterò pertanto il lavoro per quello che è, e non come trasposizione.
Detto ciò, iniziamo a valutare la trama: quanto detto sopra rappresenta grosso modo la prima metà della serie, che dura un totale di ventisei puntate: essa è anche la parte più interessante. La ricerca dei samurai necessari all’opera, la formazione del gruppo, il viaggio di ritorno e la strenua difesa del paese contro i malvagi è simpatica da guardare, e la storia è abbastanza intrigante. Va inoltre detto che la situazione sociale rispecchia -seppur in maniera grossolana- ciò che accadde quando in Giappone i samurai divennero superflui, dopo le grandi guerre interne: alcuni diventarono criminali, altri si riciclarono in posti di potere e altri ancora semplicemente si rifiutarono di cambiare e vagarono per il mondo in cerca di un posto per loro.

La seconda parte, purtroppo, vede un deciso peggioramento della trama: è anche la sezione che è inventata di sana pianta dai creatori, e che non esiste nel film (che dovrebbe terminare con la difesa del villaggio). La seconda metà si rivela una specie di intrigo politico che riguarda i vertici del potere, e che solo di riflesso comprende i protagonisti – che ne rimangono infatti invischiati solo per liberare un paio di persone tenute prigioniere nella capitale. Le idee date dal “cattivo” non sono malaccio, ma sembrano un po’ buttate là: soprattutto, non si capisce come un personaggio voluttuoso e umorale come Ukyo, che per tutta la parte iniziale sembra un idiota, possa organizzare un simile piano teoricamente a prova di bomba. Anche gli altri personaggi si appiattiscono, perdendo la loro verve e le loro peculiarità che li contraddistinguono inizialmente.
Fortunatamente il finale, se si riesce a decontestualizzarlo dalla deludente parte che lo precede, è bello: inizia in maniera davvero tamarra (spadate che riflettono raggi laser del diametro di due metri, mezzi di trasporto che veleggiano su onde energetiche sparate da vecchie astronavi,…), ma quando la rissa si sposta ad un livello più umano la qualità sale notevolmente, e diverse sorprese attendono lo spettatore.

Parlando di personaggi, devo dire che è forse la parte che è stata meno sviluppata. I sette samurai sono molto diversi gli uni dagli altri, ed ognuno ha il suo carattere e le sue diverse abilità: uno è bravo in meccanica e ingegneria, uno è un bravo stratega, uno è un becero bonaccione che sa dire le cose come stanno senza giri di parole,… il gruppo risulta ben costruito, ma i personaggi non si sviluppano quasi per nulla in tutta la serie. La cosa è anche abbastanza comprensibile dato che fondamentalmente sono quasi tutti guerrieri esperti che hanno avuto il tempo di forgiare il loro carattere in battaglia: tuttavia qualche lieve cenno di miglioramento in più sarebbe stato apprezzabile. L’unico samurai che è nel gruppo con lo scopo di crescere, Katsushio, ci riesce ma non in maniera troppo lineare: rimane inutile per il 70% del tempo, e poi in maniera improvvisa diventa un mostro di potenza. Si capisce che la battaglia fa crescere in fretta, ma così è un po’ troppo!
Gli altri personaggi risultano purtroppo abbastanza anonimi. Kirara, che dovrebbe essere un personaggio centrale e che inizialmente mostra doni di preveggenza, perde rapidamente il suo ruolo e diventa una semplice accompagnatrice: lo stesso accade per tutti gli altri personaggi non combattenti, che vengono relegati a ruoli puramente secondari e che quindi non ricevono alcuna attenzione nello sviluppo del personaggio.

Due parole vanno spese anche in merito all’ambientazione e ai combattimenti.
Sul primo argomento devo dire che il mix tra passato e futuro risulta in massima parte molto ben fatto: se si riesce ad accettare che una spada sia un’arma di potenza inusitata (può segare in due astronavi, deflettere proiettili, segare case, macinare metallo come fosse burro e via dicendo) l’ambiente sarà abbastanza godibile. In un paio di punti abbastanza focali, purtroppo, non viene fatto un uso accorto della tecnologia che i personaggi hanno a disposizione: questo è un peccato – anche se probabilmente è meglio così, perché se i cattivi avessero saputo usare le armi a loro disposizione non ci sarebbe stata storia.
I combattimenti sono in buona quantità, anche se viene lasciato abbastanza spazio ad altro: essi sono creati con fortune alterne. In linea generale, quelli che sono “realistici” (persona contro persona) sono ben fatti, mentre quelli con persone contro robot, astronavi, città e quant’altro sono poco interessanti. L’idea di per sé che un personaggio possa segare in due un mech mi può anche andar benissimo, ma è proprio come il combattimento funziona a non essere attraente da vedere.

I disegni sono di qualità un tantinello bassa secondo me, per essere del 2004 e per aver avuto un budget di circa 300’000 dollari a puntata. Il tratto di per sé è gradevole, ma ci sono qui e là alcune cadute di stile e una puntata disegnata in maniera inqualificabile: inoltre, la CG è usata in maniera non proprio ottimale.
Le musiche invece sono di ottima qualità, e riprendono molto le musiche tradizionali giapponesi. Opening ed ending sono più moderne, ma risultano comunque orecchiabili.

In definitiva, Samurai 7 è un lavoro di decente qualità, che potrà sicuramente piacere a chi ama le spade: ha i suoi difetti, soprattutto nella seconda parte e nella relativa lentezza della prima, ma si lascia guardare.

Voto: 7,5. La prima parte meriterebbe di più, ma viene frenata dal resto.

Consigliato a: chi apprezza i samurai; chi non bada agli anacronismi; chi ha visto il film di Kurosawa e vuol farsi un’idea sua della trasposizione animata.

Solty Rei

Un Noir ambientato nel futuro:

Solty Rei

Ci troviamo in un imprecisato futuro. Siamo a dodici anni di distanza dal tragico Blast Fall: dall’aurora che sovrasta in ogni momento la città scese un globo di energia che rase al suolo quasi tutto, ivi incluse numerosissime vite.
Roy Revant è un cacciatore di taglie di vecchio stampo: aria truce, cappotto sempre addosso e violenza quanto basta, vive da allora cacciando i criminali nella speranza di ritrovare la sua figlia scomparsa nel tragico incidente di cui sopra.
La tecnologia del Resembling si è particolarmente sviluppata dopo la tragedia: molte persone, dopo tale evento, sono rimaste gravemente ferite e delle parti cibernetiche sono state innestate in loro, rendendole a tutti gli effetti più potenti.
Nella sua attività di cacciatore di taglie, Roy si ritrova in una situazione particolarmente pericolosa in cui viene salvato fortunosamente da una misteriosa ragazza con una potenza ineguagliabile: dopo vari tentennamenti essa viene data in affidamento a lui, e viene nominata Solty. Lei non sa nulla del suo passato, e curiosamente attorno a lei molte persone iniziano a gravitare… ma quale è la sua origine? Come mai così tanta gente è interessata a lei? E cosa si nasconde dietro al cataclismatico Blast Fall?

In primis, una valutazione va data alla storia in sé. Inizialmente mi pareva davvero debolissima: un’idea iniziale non del tutto da buttare era stata devastata da 20 puntate su 26 di filler, senza praticamente alcuno sviluppo. Nelle ultime puntate, tuttavia, vengono estratte alcune idee niente male: da un punto di vista riassuntivo si può dire che le idee c’erano, ma il loro sviluppo è singhiozzato e frammentario. Per quasi tutta la serie i personaggi agiscono senza alcuna apparente logica, per poi ricever spiegazioni solo alla fine: vedere tuttavia otto ore di anime senza capirci nulla non è divertente.

Parlando di personaggi, si va a toccare il punto più dolente di tutti: i protagonisti. Essi sono di una piattezza incredibile, stereotipati e monotoni in ogni loro aspetto. Roy nasce come classico burbero dal cuore ferito, Solty pare la classica ragazzina pseudo-aliena dissociata, Miranda si palesa come la spalla di Roy in ricordo di vecchie amicizie… e tutti loro non fanno un millimetro più di quanto il loro personaggio richieda.
Il gruppo di fuorilegge risulta noioso e, nonostante la loro teorica parte di importanza non indifferente, paiono delle inutili comparse: lo stesso si può dire delle quattro superpoliziotte, le cui vicende occupano intere puntate ma che risultano assolutamente non interessanti.
I “cattivi” agiscono in maniera stupida e illogica, buttando all’aria centinaia di anni di pianificazione per qualche capriccio (il classico “spiego tutto il mio piano solo per farmi fregare alla fine”): una vera delusione.

L’ambientazione non è malaccio, ma gestita dai personaggi di cui sopra risulta anch’essa poco affascinante: durante la storia i personaggi si trovano sempre più invischiati in tragiche vicende (con un paio di colpi di scena ben piazzati e ben congegnati, ma mal sfruttati nel proseguio della narrazione). È come se avessero voluto piazzare un Noir anni ’20 in un ambiente post-apocalittico, con come risultato un minestrone con poco sapore.

I disegni, per essere della GONZO e del 2005, sono parecchio scarsi: anche la CG è mal integrata con il tratto usuale. L’opening personalmente non mi è piaciuta, ma ho trovato di inusuale qualità la musica durante le puntate: almeno su questo punto si sono messi d’impegno.

Insomma, cosa rimane dopo la visione di Solty Rei? Rimane l’impressione di aver guardato una serie nata con qualche buona idea, e sviluppata in maniera raffazzonata e poco curata. 20 puntate di filler, 4 puntate di sviluppo a passo di corsa e le ultime due puntate di altri filler non fanno che lasciare un retrogusto amaro per qualcosa che avrebbe potuto essere, e non è stato.

Voto: 5,5. Buoni spunti alle idee, ma lo sviluppo non raggiunge la sufficienza.

Consigliato a: chi ama il genere Noir rivisitato; chi desidera una storia tragica, ma con un inusuale lieto fine; chi vuole incontrare delle poliziotte con il nome di automobili.

Seto no Hanayome OVA

Come seguito di una delle serie più divertenti del 2007 si presenta questa coppia di puntate aggiuntive:

Seto no Hanayome OVA

Si tratta del sequel della prima serie, dove la sirena San decide -per motivi contingenti di forza maggiore- di sposare Nagasumi, nonostante la contrapposizione della sua famiglia dal taglio molto Yakuza.
Nei due OVA, che durano mezz’ora l’uno, troviamo altre quattro storielle relative ai curiosi e buffi personaggi che tanto hanno fatto ridere durante la serie originale. Nessuno sviluppo di storia, pertanto, ma solo un po’ di nuove avventure.

Va detto subito: se Seto no Hanayome è piaciuto, questo OVA farà altrettanto. Soprattutto la prima vicenda è totalmente epica, con un livello di assurdità, nonsense e citazionismo che solo nei migliori episodi si poteva trovare: i primi quindici minuti mi hanno lasciato totalmente senza fiato dal ridere. La seconda e la terza storia sono più tranquille, mentre la quarta riserva una sorpresa: nonstante ci siano sempre le solite battutine qui e là, prende un taglio horror che risulta inaspettatamente ben fatto, e che manda qualche brivido giù per la schiena; ovviamente il tutto si risolve con le risate, ma una decina di minuti di inquietudine alla The Ring li realizza bene.

I personaggi sono i soliti di sempre, e non ci sono nuove entrate di particolare rilevanza: consiglio di vedere questo OVA non troppo distante dalla serie, poiché servirà ricordare il ruolo dei vari personaggi e le dinamiche che si instaurano tra essi.

I disegni rimangono uguali a quelli delle puntate precedenti: viene fatto un po’ meno uso dei personaggi abbozzati, ma a parte questo ci si trova con la stessa qualità.
L’audio è stato ben curato, con opening ed ending diversa per ciascun OVA e le Canzoni delle Sirene ottimamente realizzate: con mia somma vergogna devo ammettere che la Canzone della Furia di Luna mi ricordava, con le sue schitarrate, i Dragonforce…

In definitiva, i due OVA di Seto no Hanayome sono indirizzati a chi ha amato la prima serie, e ne mantengono lo stile: la seconda e -in minor misura- la terza parte sono forse un pochino sottotono, ma basterebbero anche solo i primi quindici minuti per rendere questo anime degno d’essere visto.

Voto: 9. Rispecchia la prima serie anche nel voto, essendo fondamentalmente uguale.

Consigliato a: chi ha amato le iniziali vicende del povero Nagasumi; chi apprezza i personaggi senza senso; chi vuole ballare sulle note dell’antica Canzone della Violenza delle Sirene.

Kaleido Star

Un anime sulla forza dei sogni che solo i pazzi osano rincorrere:

Kaleido Star

Sora Naegino è una ragazza 16enne giapponese che ha un grande sogno: diventare una stella del Kaleido Stage! Esso è infatti un famosissimo circo acrobatico, in cui solo i migliori performanti da tutto il mondo vengono selezionati ed addestrati. Tra di essi c’è anche la sua diva preferita, Layla Hamilton, con la quale Sora spera un giorno di poter salire insieme sul palco.
La strada è tuttavia irta e piena di difficoltà, dall’inizio alla fine: riuscirà Sora a realizzare i suoi sogni senza venir schiacciata dalla loro enormità?

Questa serie di 51 puntate (con un paio di OVA che poco o nulla portano in più alla trama) è, come il numero degli episodi può far dedurre, composta di due spezzoni principali frazionati in varie sotto-trame.
Nel primo spezzone si assiste all’arrivo di Sora, al suo insediamento all’interno del Kaleido Stage e all’inizio della sua maturazione, con il supporto delle sue amiche e la supervisione dei suoi severi maestri: qui impariamo a conoscere bene il carattere di tutti loro, e la cosa che più colpisce è la generale positività di ognuno.
I problemi sono difatti tanti e di diverso tipo (problemi con le performances, complicazioni familiari, dubbi personali, screzi relazionali,…) ma essi vengono affrontati con decisione e al pieno delle proprie capacità, tentando di trovare il positivo in ogni situazione.
Anche le caratterizzazioni dei personaggi vertono all’ottimismo: Sora à la regina in tale campo, sebbene non sconfini praticamente mai nell’irreale “eroina che sorride in ogni caso, anche se prende palate in faccia”. Anche lei ha la sua buona dose di dubbi e preoccupazioni, ma -spesso con l’aiuto di chi le sta intorno- riesce a superare difficoltà dopo difficoltà.
Perlando del cast secondario, esso è importante per lo sviluppo di Sora stessa: i consigli degli amici vengono infatti ritenuti preziosi e non tutti gli aiuti vengono serviti su un piatto d’argento con due chiacchiere e un sorriso, di modo da evitare la ripetitività delle situazioni.

Con la seconda parte della trama, dopo la ventiseiesima puntata, la situazione purtroppo cambia parecchio: dato che a metà serie vengono sistemate parecchie cose e chiuse molte faccende, si reinizia con una nuova partenza. L’introduzione di nuovi personaggi porta però negatività e disagio all’interno del cast, che fino ad ora era stato quasi totalmente coordinato e compatto. I personaggi di supporto diventano poco più che delle macchiette per alleviare l’ambiente (decisamente meno comico e spensierato della prima parte), e Sora diventa estremamente dubbiosa ed insicura. Si passano molte puntate a vedere un personaggio, prima scavezzacollo e sempre pronto ad affrontare le sfide, diventare l’ombra di sé stesso e incupire l’intera trama.
Fortunatamente nelle ultime dieci puntate il tono si livella nuovamente ai toni dell’inizio (sebbene i personaggi di supporto rimangano abbastanza in disparte), e il finale è scontato ma comunque di grande impatto… e con una piccola sorpresa.

Un altro difetto, forse perdonabile, è quello che tutti gli anime di questo genere si ritrovano ad affrontare: l’innaturale velocità con cui i personaggi imparano le cose. È ovvio che si sta parlando di persone scelte dal palcoscenico, ma passare dal reggersi a malapena sui pattini al fare un doppio mortale indietro andando a piena velocità in 72 ore è un po’ tanto per chiunque. Questo è stato probabilmente fatto per evitare di dilatare i tempi della serie, ma ogni tanto sembra quasi di vedere l’anime di Wonder Woman anziché di una 16enne, seppur piena di talento.
Inoltre, personalmente mi rifiuto di credere che uno show composto di trampolini e trapezi situati a diverse altezze, senza rete di sicurezza e con 6-7 figuranti possa essere totalmente improvvisato… eppure succede più volte durante la serie e questo nuoce un po’ alla credibilità del tutto, un po’ come se si denigrasse il lavoro di chi fa davvero dello spettacolo la sua vita, e deve allenarsi mesi per un singolo spettacolo.

Il disegno non è nulla di particolare, ma l’animazione delle scene dinamiche è ben riuscita: i momenti nei quali mostrano le scene di teatro sono davvero ben fatti, ed è un peccato che ce ne siano così pochi (nuovamente, ne si trovano parecchi di più nella prima parte che non nella seconda). È chiaro che l’importante è l’allenamento e ciò che sta dietro, ma anche un po’ più di gioia per gli occhi nel vedere le coreografie preparate sarebbe stato apprezzato, sebbene qui e là ci siano dei pezzi davvero mozzafiato. Ogni tanto si sfocia nel quasi impossibile, ma in fin dei conti la magia del circo non è proprio questa?
L’audio non è niente di particolare: le sigle sono carine, ma cambiano (indovinate a che puntata? sì, 26) per andare molto più sul tamarro, che poco c’entra col tono della serie. Durante gli show, tuttavia, il sonoro da una mano a creare l’ambiente dello stage.

Insomma, Kaleido Star è un anime di apprezzabile fattura che parla di amicizia, sogni, positività e tenacia: di difetti ce ne sono (tra cui la seconda parte carente e la lunghezza forse un po’ eccessiva – anche se va detto che non diventa mai noioso), però devo dire che l’ho gradito. Con qualche aggiustamento avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro, secondo me.

Voto: 7,5. Personalmente darei di più, ma i difetti ci sono e la lunghezza può scoraggiare.

Consigliato a: chi crede che credendo nei propri sogni oltre ogni limite si possa migliorare sé stessi; chi vuole una serie positiva, con una protagonista di grande forza; chi vuol conoscere lo spirito del palcoscenico più maniaco della storia.

Special A

Una Love Comedy classica che più classica non si può:

Special A

Nella scuola dove Hikari va, c’è una classe appositamente creata per i sette migliori studenti: la classe “Special A”. Lei fa parte di questa classe ed è la seconda in ordine di bravura, superata soltanto dal suo arci-nemico sin dai tempi dell’asilo: Kei. I due sono amici/rivali eterni, e Hikari non è mai riuscita a batterlo in niente: lo scopo primario della sua vita è pertanto riuscire a superare Kei in una sfida! Ce la farà? Con il passare degli anni, come è cambiato il legame che li tiene uniti? E il resto della classe come si interseca nelle loro vicende?

Dal punto di vista delle romance, Special A è uno degli anime più classici e lineari che mi siano capitati di vedere (sebbene di commedie d’amore io ne veda ben poche, e quindi riconosco un certo limite nella valutazione di simili lavori). Sin dai primi minuti della prima puntata si capisce quali saranno le varie “combinazioni di personaggi” che si svilupperanno (a parte alcune che si rivelano solo dopo semplicemente perché i personaggi in questione compaiono in un secondo momento): in questo senso non esiste nessuna sorpresa. Anche il sistema di scoperta dell’amore e abbastanza scontato nella maggior parte dei casi: o il sentimento è negato da parte del personaggio, o il ricevente del suddetto sentimento è troppo tonto per capirlo.

Questo porta ad uno sviluppo dei personaggi abbastanza mediocre. Più che sviluppo, infatti, si dovrebbe parlare di presa di coscienza: anche in questo caso nelle prime puntate vengono serviti tutti gli elementi necessari a portare a conclusione la storia, e quel che rimane è soltanto vedere quando i vari protagonisti si accorgeranno che avevano tutto sotto il naso. Nulla di più. L’unico eventuale sviluppo percettibile capita quando qualcuno rivela qualcosa che prima non si sapeva… ma non è il personaggio ad imparare qualcosa, bensì è solo lo spettatore ad esserne messo a conoscenza.

Dal punto di vista della commedia, ci sono qui e là alcune situazioni che strappano un sorriso: purtroppo, anche in questo caso entro puntata 5-6 si imparano a memoria tutte le dinamiche delle situazioni ilari – che vengono riutilizzate in maniera totalmente invariata per tutte le 24 puntate – e il divertimento cala rapidamente. Le sotto-trame che animano le varie situazioni non sono purtroppo di grande aiuto, perché vedere qualcuno che prende una sassata in spiaggia, poi vederlo che prende una sassata in aereo e poi vederlo che prende una sassata ad un festival non fa certo aumentare l’ammontare di divertimento che il gesto in sé porta allo spettatore.
Anche l’assoluta imbattibilità di Kei toglie gusto alle sfide, dato che senza alcun problema riesce per tutta la serie a battere chiunque senza nemmeno versare una goccia di sudore.

Grafica e sonoro sono assolutamente nella norma per un lavoro del 2008: senz’infamia e senza lode.

Insomma, Special A è una love comedy che ha un problema gigantesco: la ripetitività e la noia. Ripeto che è un campo che non è di mia particolare competenza, e quindi sicuramente gli amanti del genere potranno trovarci un lavoro classico ma sicuramente più apprezzabile di quello che ho visto io: risulta però innegabile che in questo caso son stati semplicemente presi tutti i vari cliché del caso e messi assieme per creare un lavoro che in alcun modo riesce a distinguersi dalle migliaia di altre produzioni similari. Si poteva fare qualcosa in più.

Voto: 5. Non raggiunge la sufficienza proprio a causa del tedio che nasce dall’esasperata ciclicità delle situazioni.

Consigliato a: chi adora le commedie d’amore; chi vuole un anime senza sorprese, dove sa cosa aspettarsi da ogni situazione presentata; chi vuol vedere quanto ci si può imbestialire ad essere chiamati sempre “mister secondo”.

Druaga no Tou: the Aegis of Uruk

Una nuova produzione per tutti gli amanti dei GdR e dei MMORPG:

Druaga no Tou: the Aegis of Uruk

Druaga è un antico mostro vivente in cima ad una titanica torre, alta come una montagna, che domina sulla terra di Uruk. Molti avventurieri, chiamati scalatori, mirano ad arrivare il più in alto possibile nei molteplici piani della torre per poter mettere mano ai leggendari tesori e al mitico globo di cristallo, che si narra possa esaudire qualsiasi desiderio di chi lo possiede.
La storia, basilarmente, è tutta qui. Druaga no Tou si concentra a seguire le vicende di due gruppi, in minor parte di uno altamente specializzato e preparato e in maggior parte di un altro quantomeno raffazzonato e confusionario, che sono comandati da due fratelli (Jil il casinaro e Neeba l’organizzato), mentre si aprono strade attraverso orde di mostri lungo le vie della torre di Druaga.

La storia è relativmente semplice, ma questo lascia molto spazio alle vicende “da dungeon” e all’interazione tra i personaggi. Sono infatti convinto che i primi due terzi della serie siano stati creati in collaborazione con un master esperto e con un delirante senso dell’umorismo. Soprattutto le prime due puntate sono totalmente pazzesche e divertentissime: sembra di vedere le immagini che potrebbero essere tratte dai racconti più divertenti che ci si scambia tra giocatori di ruolo. Entrambe le puntate riguardano “l’antefatto” alla storia che si narra, che inizia da puntata tre: a questo punto l’umorismo ritorna in toni un po’ più moderati, ma a dipendenza delle puntate il delirio fa capolino qua e là.

A puntata 9, tuttavia, il tono cambia radicalmente: si passa da un anime fantasy-demenziale ad un anime fantasy-serio, senza alcuna via di mezzo. L’umorismo viene totalmente lasciato da parte e si comincia a lavorare a piene mani alla trama e ai conflitti tra i vari protagonisti, fino a sfociare nell’ultima battaglia contro Druaga stesso. A tal proposito, senza spoilerare, posso tranquillamente dire che Druaga è uno dei mostri più ben fatti che mi sia capitato di vedere: come è giusto che sia, un bestione gigantesco è potentissimo e quasi impossibile da battere. Altro che draghi e giganti!

Il cambio di tono risulta forse troppo netto, e pare di assistere a due serie totalmente separate. Secondo me avrebbero difatti fatto meglio a fare una serie che puntava alla storia in sé e uno spinoff comico. Questo proviene anche dal fatto che il finale è quanto di più deludente si possa vedere: non solo è un “to be continued”, che io tanto odio ma che è oramai un’abitudine negli ultimi tempi, ma negli ultimi tre minuti mette in gioco parecchi elementi nuovi che lasciano davvero l’amaro in bocca a chi ha seguito sino al termine la serie. Peccato, perché la storia in sé potrebbe anche diventare carina (si scoprirà la sua direzione solo con la prossima serie, già annunciata), ma un taglio simile è davvero brutto.

Ci sono anche un paio di curiosità: Druaga no Tou nasce originalmente come videogioco nel 1984, e questa serie narra il seguito dopo le vicende della versione videoludica: vengono però spesso fatti riferimenti a ciò, e conoscere il VG porta a risate ancor maggiori nella prima parte della serie. Per ulteriori informazioni, rimando alla pagina di wikipedia in merito.

I disegni sono buoni, come c’è da aspettarsi dalla Gonzo, e l’animazione è ben fatta: i combattimenti non sono eccelsi ma sono gradevolmente guardabili, e la seppur poca CG utilizzata è di grande effetto.
La musica fa il suo dovere all’interno delle puntate, e porta una opening molto peculiare: la musica è j-pop/j-ska, ma la parte più curiosa sono le immagini. I vari personaggi nella serie vengono infatti visti in un ambiente odierno, come se fossero studenti di scuola, mentre nell’anime ciò non accade mai. Davvero curioso e, per conto mio, apprezzabile.

In definitiva, Druaga no Tou è un ottimo anime per chi si nutre da anni di GdR e ama veder trasposte su schermo le proprie manie: i riferimenti a situazioni che ogni giocatore ha sicuramente vissuto sono innumerevoli. Mi spiace per il malriuscito mix comico-serio, che secondo me avrebbe dovuto esser diviso, ma le prime otto puntate sono davvero imperdibili per qualsiasi appassionato del fantasy.

Voto: 8. Più alta la prima parte, uguale la seconda, ad abbassare c’ü il malriuscito mix.

Consigliato a: chi ama il fantasy, o ha giocato di ruolo in vita sua; chi vuole ridere tantissimo, e non è infastidito dai “to be continued”; chi vuole vedere il nome dello sponsor più bello di tutti i tempi, GONZO ROSSO.

Black Cat

Quando un killer professionista ripensa alle priorità della vita:

Black Cat

Train Heartnet è un assassino professionista che, in qualità di membro di una potente organizzazione segreta, provvede ad eliminare feccia dal mondo “per il bene superiore”.
A seguito di un incontro fortuito con una cacciatrice di taglie, Saya, capisce che il suo lavoro non fa più per lui: con il suo lavoro, tuttavia, non può sperare semplicemente di andarsene senza ritorsioni… ed inoltre, il suo odiato partner di vecchia data pare avere altri progetti per lui!
Una vita in fuga, pericolo costante e mille problemi: riuscirà l’abilità del più spietato ex-assassino del mondo a superare le difficoltà?

Questo anime inizia con una serie di puntate in cui, sin da subito, si respira l’aria da climax ad ogni momento. Ogni discussione sembra una rivelazione, ogni azione pare risolutiva, ogni momento sembrerebbe importantissimo. Peccato che non si abbia ancora avuto modo di affezionarsi ai personaggi, e quindi tutto questo pathos viene bellamente sprecato…
Passato l’allarme delle prime 8-9 puntate, la storia si tranquillizza un po’ e prende un passo un po’ più usuale. Rimane però una pessima abitudine: nell’indecisione tra il fare un anime serio ed uno divertente, i creatori di Black Cat hanno inserito situazioni che in teoria dovrebbero scatenare grande tensione, ma che vengono vanificate da siparietti pseudo-comici prima, dopo e DURANTE tali eventi.
La credibilità di un personaggio che fa un discorso serio al suo nemico quando dietro c’è una tizia che ulula “kuro-samaaaa kakkoiiiiii” saltellando e sparando cuoricini in giro è decisamente poca.

I personaggi, inoltre, risultano estremamente monocorde: non c’è quasi nessuno sviluppo (a parte quando i personaggi vengono introdotti per la prima volta) e le discussioni sono poche e decisamente poco rivelatorie. L’unico personaggio che davvero mi è piaciuto e che è rimasto fedele a sé stesso per il 97% del tempo è il Grande Cattivo che per buona parte della serie domina la scena, Creed: la sua totale psicosi e manìa risulta splendida e follemente magnetica. Anche i comprimari entrano in maniera decisamente poco credibile nella storia, agiscono in maniera poco spiegabile e guadagnano e perdono importanza in maniera totalmente casuale.

I disegni, per essere del 2005, sono abbastanza carenti: non risulta spiacevole da vedere, ma la grafica poteva essere più curata. L’animazione in sé è ben fatta, anche se i combattimenti vanno a fasi alterne: ci si ritrova con scontri di poca importanza molto belli da vedere (quello tra Eve e Leon è una vera meraviglia ed è uno dei pochi casi in cui i personaggi usano appieno i loro poteri, in genere utilizzati in maniera scarsa e poco intelligente), mentre quelli clou risultano puntualmente deludenti.
Con la musica invece si risolleva un po’ il tono dell’anime: opening ed ending sono apprezzabili e le musiche durante le puntate sostengono bene l’atmosfera.

Insomma, Black Cat è un anime in cui i disegnatori non hanno saputo dare una direzione precisa al tono da prendere, e questo ha compromesso l’intero lavoro rendendolo un minestrone di stili poco riuscito. Con i poteri in campo le potenzialità erano molto alte per un ottimo anime d’azione, ma purtroppo tali opportunità sono rimaste in buona parte inespresse.

Voto: 5.5. Manca di poco la sufficienza, purtroppo.

Consigliato a: chi non cerca una storia molto sostanziosa; chi apprezza gli anime d’azione, anche se non impeccabili; chi vuole imparare il kanji per scrivere “gatto”, che compare nel titolo di ogni puntata.