G-Gundam

Quando i mech tentano di prendersi sul serio, esagerano, diventano trash e sconfinano nell’arte.

G-Gundam

Ci troviamo in un un futuro nel quale la terra è stata quasi abbandonata dalla popolazione (o, perlomeno, da quella benestante) per andare a vivere sulle Colonie che circondano la terra: per decidere chi manterrà il controllo dello spazio senza sanguinose guerre, le nazioni hanno deciso di organizzare ogni quattro anni un torneo dei Gundam sulla terra. In pratica, il pianeta stesso diventa un ring dove ogni paese invia il suo gundam con il suo pilota, e chi batterà tutti gli altri vincerà per la sua nazione!
Domon Casshu è il pilota del NeoGiappone, e anche lui si trova sulla terra a combattere: egli ha però anche un altro scopo. È infatti in cerca di suo fratello, che pare sia fuggito con il temibilissimo Devil Gundam, e sembra pronto a distruggere la terra! Riuscirà Domon a vincere il torneo contro i potenti avversari che gli si presenteranno davanti? Potrà salvare il pianeta? E la verità è davvero ciò che sembra, sempre e comunque?

Volendo fare una valutazione seria di questo anime, i difetti sarebbero troppo numerosi per essere enumerati. I personaggi, per quanto simpatici, sono in massima parte stereotipati e non hanno alcuno sviluppo; personaggi e gundam hanno nomi che definire stupidi è dir poco; i gundam stessi hanno un design che sembra fatto da un bambino di cinque anni (un gundam mulino? Un gundam pesce? un gundam CAVALLO?); la storia è lineare e le puntate sono estremamente prevedibili (anche se qui e là qualche colpo di scena ogni tanto lascia parecchio spiazzati, in effetti); si potrebbe andare avanti in eterno.

Questo sarebbe tuttavia un modo estremamente limitato di vedere Mobile Fighter G-Gundam: tutti i punti negativi sopra elencati sono talmente assurdi e kitch che diventano trash assoluto. Lo stesso è talmente imponente che si tramuta quasi in una forma d’arte, e porta a risate incontrollabili a ripetizione! Presumibilmente non era questa l’idea di chi pensò questo anime, ma G-Gundam penso che sia la serie contenente mech che più mi ha fatto scompisciare, per milioni di diversi motivi. All’inizio sembra una qualsiasi serie con qualche mossa ululata (SHINING FINGEEEEEER! è una frase che vi si impianterà nel cervello), ma quando si arriva al cuore del torneo il livello di pattume recapitato allo spettatore aumenta in maniera esponenziale, e si raggiungono delle vette di ilarità che nemmeno le commedie più riuscite riescono ad eguagliare. Le ultime puntate sono forse un po’ tanto trascinate (il trash continua a permeare il tutto, ma ci sono continui finali-non-finali…), ma questo non toglie che le risate abbondano in tutte le sezioni.

La grafica è un tantinello carente per quanto riguarda i disegni dei personaggi: i Gundam (sorvolando sui loro… ehrm… peculiari tratti caratteristici) sono invece disegnati un po’ meglio, e i combattimenti sono fatti in maniera perlomeno decente – con qualche buono scambio di colpi qui e là.
Il sonoro non mi ha particolarmente impressionato, anche se la prima opening è una di quelle che si infilano nel cervello e non se ne vanno più.

Insomma, Mobile Fighter G-Gundam è estremamente difficile da valutare perché fa del suo teorico fallimento il suo punto di forza: è la classica serie da guardare senza esser presa sul serio, e che in tal modo si lascia vedere con piacere e con parecchie risate.

Voto: 7. Togliete 6 se volete un anime sui mech serio, aggiungete 2 se volete una puttanata apocalittica sulla quale spanciarvi.

Consigliato a: chi ha seguito gli altri Gundam, e vuole un punto di vista vagamente diverso su tale ambientazione; chi si diverte a vedere il trash totale anni ’90 condensato tutto in 49 puntate; chi vuole conoscere il fratello negro tedesco ninja a strisce col pompom e il cavallo scafista in tutina.

Blue Drop

Se si cerca un anime strano, questo è sicuramente nella lista:

Blue Drop

Ci troviamo in un presente alternativo o in un vicino futuro. Mari non è mai andata a scuola, perché da quando ha memoria è sempre stata nella casa della zia e ha preso lezioni private. I suoi genitori sono morti in un terribile quanto misterioso tsunami che investì l’isola dove vivevano, e lei è l’unica inspiegabile sopravvissuta: ha tuttavia perso tutti i ricordi antecedenti e comprendenti tale evento.
Con l’avanzare dell’età, la zia non può purtroppo più prendersi cura di lei: la invia pertanto in un collegio femminile d’alta classe per continuare la sua istruzione e per imparare a convivere in società.
Ciò che l’aspetta non è tuttavia un grande benvenuto… una delle prime ragazze incontrate, Hagino, nonappena le stringe la mano vede spezzoni dei suoi ricordi e tenta di strangolarla senza un motivo! Da lì le cose si fanno sempre più misteriose… chi è Hagino? In che modo le ragazze sono collegate tra loro? Cosa c’è dietro all’incidente accaduto anni prima?

Sin dall’inizio della prima puntata, ci si rende conto di essere davanti ad un anime che mischia insieme molti generi che normalmente non si collegano mai. La senzazione è molto strana, e sembra di trovarsi dinnanzi ad un lavoro estremamente sperimentale: si capisce subito che la presenza di alieni sarà una parte preponderante, ma anche la vita nel collegio e i rapporti tra le ragazze si fanno percepire come parti importanti della trama; non è inoltre da dimenticare la mancanza d’abitudine di Mari ai contatti con le masse, e i mille misteri che Hagino nasconde…

Purtroppo, la mescolanza risulta decisamente mal riuscita. I vari elementi ci sono, ma sembra di mischiare acqua e olio: ad un certo punto si ha quasi l’impressione che si stiano sviluppando due storie parallele e totalmente indipendenti. Per il trancio di storia che riguarda l’invasione aliena (niente spoiler, si scopre nel primo minuto di puntata 1) i motivi e i ragionamenti dietro alle azioni delle varie parti rimangono in massima parte inspiegati ed inspiegabili. Sul lato dell’adattamento di Mari agli ambienti scolastici, la cosa risulta un problema soltanto per un paio di minuti: dopo tale periodo, la questione viene totalmente cancellata nonostante fosse presentata come un grosso problema nei primi momenti.
I rapporti sentimentali tra le ragazze (va detto che nel cast c’è un unico uomo, il preside, e compare per un totale di circa 5 minuti) sono abbastanza ovvi, anche se non fatti malissimo, se si sorvola sugli approcci iniziali un po’ banali. Il problema è che il carattere dei protagonisti coinvolti è altalenante oltre ogni limite, e gli sbalzi d’umore sono una variabile incalcolabile. Ci si ritrova con Mari inferocita con qualcuno, che dopo un attimo è però a ridere e scherzare: dopo traumatizzanti rivelazioni sembra che ogni riconciliazione sia da escludere, per poi invece andare d’amore e d’accordo mezza puntata dopo. Va bene gli sbalzi d’umore, ma qui si esagera!
Riuscito meglio è invece il processo di avvicinamento di Hagino alle abitudini umane: alcune cose sono un po’ stereotipate, ma almeno si evita il solito teatrino del “ah, questi umani che fanno tante cose inutili!” che si vede spesso. In questo caso si passa da un comportamento totalmente di facciata ad uno più autentico, in seguito alle varie esperienze che vengono vissute.

La storia in sé, prendendo tutti i singoli aspetti, potrebbe essere interessante ma risulta confusa. Volendo riassumere la storia, a posteriori, la si vede abbastanza lineare: viene però spiegata praticamente alla fine, portando solo in seguito ad una rielaborazione delle puntate precedentemente viste senza capirci molto. Questa non è per forza una brutta cosa (niente pappa pronta, bisogna riflettere su cosa si vede e trarne le conclusioni), però qualche delucidazione in più sarebbe stata gradita.
Bisogna tuttavia dire che viene ben gestito il “senso di tragedia” che si dipana lungo la serie intera: all’inizio è appena palpabile, e va crescendo man mano che la situazione si complica e si evolve, fino ad arrivare alla sua conclusione. Il procedere è graduale e, sebbene non si riesca esattamente a capire cosa sta succedendo (come detto sopra, le spiegazioni arrivano solo dopo), si riesce a percepire tale aumento di tensione e di dolore nelle varie situazioni presentate, a prescindere dalla bontà della loro realizzazione.

Il disegno, per essere del 2007, è decisamente carente sia nei personaggi che nei paesaggi. Le musiche durante le puntate sono molto anonime e quasi inesistenti: opening ed ending invece mi sono piaciute, essendo inusuali.

Insomma, un’occasione sprecata. Un’occasione sprecata perché Blue Drop, dalle prime battute, sembrava un lavoro molto originale che, tra i mille cloni che esistono in giro delle solite trame collaudate, offriva una trama intrigante, complessa e inusuale. Perde invece tutte le sue carte durante il percorso, arrivando alla fine barcollando e concludendo con un finale che a quel punto risulta abbastanza prevedibile (anche se il “finale-finale”, gli ultimi 20 secondi, è un piccolo tocco di genio).

Voto: 6. Mi dispiace davvero, perché dopo le prime due puntate avevo grandi aspettative.

Consigliato a: chi non è scandalizzato dall’amore saffico (seppur principalmente platonico); chi vuole una storia complessa e svelata lentamente; chi si chiede che razza di inciuci capitano nelle scuole femminili.

Kaleido Star

Un anime sulla forza dei sogni che solo i pazzi osano rincorrere:

Kaleido Star

Sora Naegino è una ragazza 16enne giapponese che ha un grande sogno: diventare una stella del Kaleido Stage! Esso è infatti un famosissimo circo acrobatico, in cui solo i migliori performanti da tutto il mondo vengono selezionati ed addestrati. Tra di essi c’è anche la sua diva preferita, Layla Hamilton, con la quale Sora spera un giorno di poter salire insieme sul palco.
La strada è tuttavia irta e piena di difficoltà, dall’inizio alla fine: riuscirà Sora a realizzare i suoi sogni senza venir schiacciata dalla loro enormità?

Questa serie di 51 puntate (con un paio di OVA che poco o nulla portano in più alla trama) è, come il numero degli episodi può far dedurre, composta di due spezzoni principali frazionati in varie sotto-trame.
Nel primo spezzone si assiste all’arrivo di Sora, al suo insediamento all’interno del Kaleido Stage e all’inizio della sua maturazione, con il supporto delle sue amiche e la supervisione dei suoi severi maestri: qui impariamo a conoscere bene il carattere di tutti loro, e la cosa che più colpisce è la generale positività di ognuno.
I problemi sono difatti tanti e di diverso tipo (problemi con le performances, complicazioni familiari, dubbi personali, screzi relazionali,…) ma essi vengono affrontati con decisione e al pieno delle proprie capacità, tentando di trovare il positivo in ogni situazione.
Anche le caratterizzazioni dei personaggi vertono all’ottimismo: Sora à la regina in tale campo, sebbene non sconfini praticamente mai nell’irreale “eroina che sorride in ogni caso, anche se prende palate in faccia”. Anche lei ha la sua buona dose di dubbi e preoccupazioni, ma -spesso con l’aiuto di chi le sta intorno- riesce a superare difficoltà dopo difficoltà.
Perlando del cast secondario, esso è importante per lo sviluppo di Sora stessa: i consigli degli amici vengono infatti ritenuti preziosi e non tutti gli aiuti vengono serviti su un piatto d’argento con due chiacchiere e un sorriso, di modo da evitare la ripetitività delle situazioni.

Con la seconda parte della trama, dopo la ventiseiesima puntata, la situazione purtroppo cambia parecchio: dato che a metà serie vengono sistemate parecchie cose e chiuse molte faccende, si reinizia con una nuova partenza. L’introduzione di nuovi personaggi porta però negatività e disagio all’interno del cast, che fino ad ora era stato quasi totalmente coordinato e compatto. I personaggi di supporto diventano poco più che delle macchiette per alleviare l’ambiente (decisamente meno comico e spensierato della prima parte), e Sora diventa estremamente dubbiosa ed insicura. Si passano molte puntate a vedere un personaggio, prima scavezzacollo e sempre pronto ad affrontare le sfide, diventare l’ombra di sé stesso e incupire l’intera trama.
Fortunatamente nelle ultime dieci puntate il tono si livella nuovamente ai toni dell’inizio (sebbene i personaggi di supporto rimangano abbastanza in disparte), e il finale è scontato ma comunque di grande impatto… e con una piccola sorpresa.

Un altro difetto, forse perdonabile, è quello che tutti gli anime di questo genere si ritrovano ad affrontare: l’innaturale velocità con cui i personaggi imparano le cose. È ovvio che si sta parlando di persone scelte dal palcoscenico, ma passare dal reggersi a malapena sui pattini al fare un doppio mortale indietro andando a piena velocità in 72 ore è un po’ tanto per chiunque. Questo è stato probabilmente fatto per evitare di dilatare i tempi della serie, ma ogni tanto sembra quasi di vedere l’anime di Wonder Woman anziché di una 16enne, seppur piena di talento.
Inoltre, personalmente mi rifiuto di credere che uno show composto di trampolini e trapezi situati a diverse altezze, senza rete di sicurezza e con 6-7 figuranti possa essere totalmente improvvisato… eppure succede più volte durante la serie e questo nuoce un po’ alla credibilità del tutto, un po’ come se si denigrasse il lavoro di chi fa davvero dello spettacolo la sua vita, e deve allenarsi mesi per un singolo spettacolo.

Il disegno non è nulla di particolare, ma l’animazione delle scene dinamiche è ben riuscita: i momenti nei quali mostrano le scene di teatro sono davvero ben fatti, ed è un peccato che ce ne siano così pochi (nuovamente, ne si trovano parecchi di più nella prima parte che non nella seconda). È chiaro che l’importante è l’allenamento e ciò che sta dietro, ma anche un po’ più di gioia per gli occhi nel vedere le coreografie preparate sarebbe stato apprezzato, sebbene qui e là ci siano dei pezzi davvero mozzafiato. Ogni tanto si sfocia nel quasi impossibile, ma in fin dei conti la magia del circo non è proprio questa?
L’audio non è niente di particolare: le sigle sono carine, ma cambiano (indovinate a che puntata? sì, 26) per andare molto più sul tamarro, che poco c’entra col tono della serie. Durante gli show, tuttavia, il sonoro da una mano a creare l’ambiente dello stage.

Insomma, Kaleido Star è un anime di apprezzabile fattura che parla di amicizia, sogni, positività e tenacia: di difetti ce ne sono (tra cui la seconda parte carente e la lunghezza forse un po’ eccessiva – anche se va detto che non diventa mai noioso), però devo dire che l’ho gradito. Con qualche aggiustamento avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro, secondo me.

Voto: 7,5. Personalmente darei di più, ma i difetti ci sono e la lunghezza può scoraggiare.

Consigliato a: chi crede che credendo nei propri sogni oltre ogni limite si possa migliorare sé stessi; chi vuole una serie positiva, con una protagonista di grande forza; chi vuol conoscere lo spirito del palcoscenico più maniaco della storia.

Sketchbook ~full color’s~

Un anime a base di tranquillità e serenità.

Sketchbook ~full color’s~

Sora è una liceale tremendamente timida. Passa il suo tempo libero girando per la città e disegnando sul suo quaderno le cose belle che vede; al primo contatto con qualcuno, va nel panico più totale e non riesce a spiccicar parola. L’unico posto in cui si sente a suo agio è il club dell’arte, in cui si sente tranquilla con (quasi) tutti i membri. Questo anim segue pertanto la quotidiana vita del club dell’arte e del mondo visto dagli occhi di Sora.

Come in tutti gli anime di questo genere, la trama è praticamente inesistente: giorno dopo giorno si vede, per la durata di circa un anno (lungo il quale si dipanano le 13 puntate), le normali vite di un gruppo di ragazzi 16/17enni e della loro sconclusionata docente d’arte.
I personaggi hanno poca profondità, ma curiosamente non risultano piatti: per tutta la serie non si sa praticamente nulla della vita degli amici di Sora a parte gli hobbies e poco altro, ma dopo un po’ ci si sente “connessi” a loro, alle loro semplici vicende, alle loro aspettative e ai loro sogni per il futuro.
Il tono è sempre leggero e scanzonato, anche se non arriva ad essere comico: il lato più ridanciano è lasciato ai gatti del quartiere, che la protagonista nutre e cura e che si ritagliano un decente spazio all’interno delle puntate: ogni tanto hanno delle uscite decisamente ilari.

La parte più interessante della serie è sicuramente il fatto che si vede il mondo dagli occhi di un’artista: molto spesso le persone non si guardano più in giro perché “conoscono già il posto”, mentre Sora riscopre giorno per giorno ogni via, angolo e dettaglio. Risulta molto carino sentire cosa pensa lei della sua vita di tutti i giorni, ed è carino vedere come trae piacere dai più semplici gesti quotidiani come una buona tazza di té. L’intero ambiente rimane sempre molto heartwarming, e questo è dato principalmente dal passo tranquillo e rilassato che tutta la compagnìa ha nei confronti della vita.
Tale tranquillità porta tuttavia ad un passo davvero lento, anche per uno slice of life: chi lo guarda tenga quindi in mente che ben difficilmente ci saranno pezzi con un incedere incalzante, e il tutto potrebbe risultare noioso per chi non è abituato.

La grafica, per essere del 2007, non è nulla di che: rimane nella media delle produzioni oderne, ma non brilla particolarmente. Stesso discorso si può fare per la musica, senz’infamia e senza lode, anche se opening ed ending non mi sono particolarmente piaciute.

Insomma, Sketchbook ~full color’s~ è un classicissimo slice of life con tutti i pregi e i difetti del caso: il passo lento è inevitabile, ma viene compensato da una visione tranquilla del mondo che può portare un po’ di calma in chi guarda.

Voto: 8. Per il suo genere è un buon lavoro, ma per chi non ama lo stile potrebbe risultare troppo lento e senz’avvenimenti.

Consigliato a: chi apprezza gli slice of life lenti; chi vuole un po’ di tranquillità e serenità sullo schermo; chi apprezza gli anime pieni di gatti, galline, cani, orsi e altra fauna assortita.

PlanetES

You copy? I copy!

PlanetES

Ci troviamo nel 2075. Lo spazio limitrofo alla terra (luna, marte) è oramai frequentato dall’essere umano con assiduità. Con il moltiplicarsi dei lanci, il problema dei relitti spaziali orbitanti attorno alla terra si fa però sempre più pressante: una piccola scheggia, a velocità elevate, potrebbe compromettere la sicurezza di un’intera missione o di un intero carico di passeggeri: per tale motivo è stata creata una sezione di recupero relitti, che si occupa di “pulire lo spazio” per permettere una maggiore sicurezza nei dintorni della terra.
Ai è una nuova impiegata in tale sezione: un po’ svampita ma assolutamente volenterosa, si ritrova ad aver a che fare con una compagnia di colleghi quantomeno variopinta; seguiremo pertanto le sue vicende e quelle di tutta la banda nel loro vagabondare tra gli antichi relitti dello spazio… e nelle loro vite.

La prima cosa che colpisce in Planetes, dopo soli due minuti, sono i personaggi: si presentano sullo schermo con una forza raramente vista prima, e risultano subito perfetti. Ognuno di essi sembra sempre essere dove dovrebbe: dall’euforico Rabi alla gelida Eldegard, dal silenzioso Yuri alla brusca Fee, senza dimenticare ovviamente il coprotagonista Hachirota (detto Hachimaki – la benda che mettono i giapponesi sulla fronte per confermare la loro dedizione per qualcosa)… tutti impressionano sin dal primo secondo nel quale appaiono sullo schermo, e con il passare delle puntate guadagnano sempre più spessore e meraviglia.

Un’altra cosa che entro la fine della prima puntata si arriva a notare con insistenza è la precisione dei dettagli tecnici: credo che si possa definire questo uno dei migliori lavori di hard science-fiction (la fantascienza che punta comunque al maggior realismo possibile) tra gli anime. Mille dettagli rivelano un’attenzione quasi maniacale alla precisione: nessun personaggio si fermerà a gravità zero senza doversi aggrappare a qualcosa; in regime di gravità diminuita (come sulla luna) i distributori non faranno cadere le lattine, che si incastrerebbero inesorabilmente, ma hanno un meccanismo che le porta alla base; le tute sono studiate in modo da poter curvare e muoversi non per volontà divina ma perché sono costruite apposta… e, soprattutto, nello spazio non ci sono dannati rumori! L’unico suono è infatti il crepitìo delle radio, oppure si accorgono del rumore solo quando sono in contatto con un oggetto – che può quindi trasmettere le sue vibrazioni.
Certo, qualche minimo errorino c’è qui e là, ma è una minoranza impressionante. Ad ogni puntata che passava, ero sempre più impressionato dalla precisione con la quale hanno creato una possibile stazione spaziale.
Va inoltre detto che in questo caso stare nello spazio non è tutto rose e fiori: i pericoli di una simile attività sono ben chiari, e più di una volta ci si ritrova ad avere a che fare con le malattie che tale progresso porta (osteoporosi, indebolimento muscolare, sovreasposizione a radiazioni,…), e i personaggi ne sono ben consci e agiscono in maniera sensata contro tali minacce.

Sulla trama ci sono un paio di cose da dire. La struttura mi ha ricordato molto quella di Cowboy Bebop: la prima metà della serie è composta principalmente di episodi stand-alone, nei quali impariamo a muoverci nell’universo presentatoci e conosciamo meglio i protagonisti della storia. Questa è la parte che più brilla per precisione scientifica, e sebbene la mancanza di una trama ad un certo punto inizi a farsi sentire (c’è qua e là qualche accenno a cosa accadrà dopo, ma nulla di che) le puntate sono decisamente interessanti, con qualche piccolo calo qui e qualche puntata meravigliosa là.
Con il passare della metà della serie, la trama diventa man mano sempre più complessa e seria, perdendo l’aria faceta e scherzosa che aveva tenuto in tutta la prima sezione: il passaggio non è però brusco come spesso accade, ma ben calibrato e “naturale”. Ci si ritrova con in mano una storia relativamente semplice, ma comunque corposa.
Le riflessioni che nella prima parte venivano fatte in maniera positiva e quasi giocosa qui vengono ripresentate in una chiave più seria e pensata, e sono adattabili anche al giorno d’oggi. Il divario tra ricchi e poveri, le guerre dei disperati e la corsa ai benefici per pochi non sono certo argomento del futuro…

Purtroppo, però, non tutto è perfetto. Uno dei più grandi difetti di PlanetES è sicuramente la relazione tra Ai e Hachi, che è gestita in modo a dir poco infantile. Il loro destino si capisce dai primi cinque minuti di puntata 1, ma comunque vederli passare dalle fasi so-che-mi-piaci-ma-lo-nego, per poi arrivare al fraintendo-ogni-cosa-e-non-chiedo-spiegazioni per poi concludere con il ti-allontano-e-non-ti-dico-perché è davvero squallido, e mal si intona con la grandiosità del resto della serie. Ogni volta che i sentimenti dei due protagonisti venivano tirati in ballo mi veniva voglia di saltare il discorso, perché tanto sarebbe stato uguale a millemila anime per tredicenni; per fortuna è comunque una parte di relativa minoranza, e quindi non mina la struttura stessa della serie.
Il secondo difetto (ma potrebbe essere personale) è il radicale cambiamento che la quasi totalità dei personaggi subisce nell’entrare nella seconda metà della serie. Nella prima infatti vediamo chi si sviluppa (Ai, Hachi), chi matura (Yuri), chi non ha bisogno di crescere perché è già un grande (Fee, Elde)… ma tutto ciò che si viene ad imparare su di loro viene stravolto con l’introduzione della parte seria della storia. I caratteri risultano quasi irriconoscibili, e alcuni personaggi si comportano in modo assolutamente pazzesco rispetto al loro vecchio io. Non dico che risultino stupidi, ma bisogna esser capaci di scindere il prima e il poi per potersi godere il resto dell’anime. Fortunatamente nelle ultime due puntate l’ambiente torna un po’ più spensierato e anche i personaggi tornano quelli che impariamo ad amare ed apprezzare (sebbene con qualche ricordo di quanto accaduto…), portando ad una fine secondo me davvero bella.

La grafica è particolare poiché, pur essendo del 2003 ed essendo interamente ambientato nello spazio, fa un uso quasi nullo di CG: questo è però secondo me un ottimo punto, perché i disegni sono molto belli (i personaggi possono piacere o non piacere – personalmente l’ho trovato un ottimo stile) e l’animazione è ben realizzata.
La musica è un po’ sottotono (opening ed ending non sono state molto di mio gradimento, e le musiche durante la serie sono rare); ci sono tuttavia un paio di momenti-clou in cui il supporto musicale dona molto alla scena.

Insomma, PlanetES è un assoluto must per gli amanti della hard science-fiction. Io l’ho assolutamente adorata e rischio di essere parziale, ma l’ho trovata davvero un’ottima serie soprattutto perché questo è un genere non troppo comune. È ben facile far fare tutto a robottoni che si muovono senza spiegazione, un po’ meno quando si deve manovrare un braccio meccanico!
Un’ultima nota: fate attenzione alle preview delle puntate successive che si trovano alla fine degli episodi, perché sono realizzate in maniera diabolicamente ingannatoria. Prendono effettivamente spezzoni della puntata successiva, ma li mettono in modo che si capisca tutt’altro!

Voto: 9. Ero tentato di metter anche di più, ma i difetti si fanno effettivamente sentire e non possono esser trascurati più di tanto. Rimane comunque una perla nel suo genere.

Consigliato a: chi ama lo spazio in maniera realistica; chi vuole sognare tra le stelle e tra esse cercare il significato di tante piccole cose della vita; chi vuol conoscere la mascotte più brutta del mondo.

Hanbun no Tsuki ga Noboru Sora

Sentimenti e difficoltà nelle corsie di un ospedale.

Hanbun no Tsuki ga Noboru Sora

Yuuichi è un 17enne a cui è stata diagnosticata un’epatite, e dovrà rimanere in ospedale per qualche mese. Lui tuttavia adora sgattaiolare fuori la notte per tornare dai suoi amici… generalmente incorrendo nelle ire della furibonda infermiera Akiko.
Un giorno gli viene riferito che c’è una nuova paziente sua coetanea nel reparto “malattie gravi”, e che la sua compagnìa potrebbe essere apprezzata: andando a trovarla si trova davanti Rika, una ragazza apparentemente molto egoista e che pretende molto. Come mai si trova in ospedale? Quale è il suo vero carattere? Come procederà il loro rapporto?

Sin dalla prima puntata, Rika ha su di sé un simbolo lampeggiante che indica Tsundere: è il classico personaggio apparentemente burbero e internamente fragile e con mille problemi. In questo caso i problemi sono anche fisici, dato che tutta la storia si svolge in un ospedale: il personaggio è pertanto abbastanza azzeccato. Anche Yuuichi e i suoi amici sono ben fatti, e gli unici cali sui personaggi (punto focale di una storia del genere) sono un’amica di Akiko (totalmente inutile ai fini della storia) e il medico (che si comporta in maniera illogica e poco coerente).
Di sviluppo, a parte che per i due personaggi principali, non ce n’è: d’altra parte, in sole sei puntate non si poteva sperare di trovare molto.

La trama in sé non è nulla di speciale: il tono è quasi sempre serio, anche se evita di cadere nel filone tragico alla Kimi Ga. Ogni tanto vien buttato dentro uno sprazzo di umorismo, ma in tutta onestà erano momenti decisamente fuori posto rispetto al tono generico della serie.

L’animazione è abbastanza blanda, ma non brutta: semplicemente, non colpisce. Stesso discorso si può fare per le musiche durante le puntate, mentre l’opening personalmente mi è piaciuta molto (anche se forse è un po’ troppo “allegra” per il tipo di anime che accompagna).

Insomma, Hanbun no Tsuki ga Noboru Sora è un piccolo anime che non promette nulla di speciale, ma che si può far apprezzare: chi non cerca sentimenti e difficoltà farebbe meglio a tenersene alla larga, ma perlomeno non si rischia di andare di lamette ogni cinque minuti come invece può accadere con altri anime.

Voto: 7. Non è brutto, e non è eccezionale. Fa il suo lavoro.

Consigliato a: chi cerca una romance un po’ travagliata; chi si accontenta quando gli happy ending in fin dei conti non sono proprio happy; chi vuol incontrare Tiger Mask, il supereroe mascherato delle scuole e degli ospedali.

Stellvia of the Universe

Una battaglia per la salvezza della terra contro le minacce naturali dello spazio profondo.

Stellvia of the Universe

Nel 2167, una gigantesca ondata elettromagnetica causata dall’esplosione di una stella a 20 anni-luce di distanza colpì la terra, causando dei danni inenarrabili e mandando sull’orlo dell’estinzione la civiltà umana: la stessa tuttavia si salvò, e ricostruì la civiltà dalle sue ceneri. Ci troviamo ora nel 2356, e si è nella fervente attesa dell’arrivo della “seconda ondata”. Una seconda onda distruttiva, più lenta ma più potente, partì difatti dall’esplosione: dopo 189 anni di preparativi e di calcoli, l’umanità è pronta ad affrontare questo secondo impatto e tentare di salvare i pianeti del sistema solare. Ce la faranno? Cosa aspetta l’umanità dopo un così lungo periodo passato inseguendo un solo obiettivo?

Questo anime è diviso in due parti estremamente distaccate, talmente tanto che sembrano quasi due serie diverse. Il primo arco narrativo dura sedici puntate e arriva fino all’impatto della second wave, mentre il secondo (le ultime dieci puntate) parla del post-impatto.

Nella prima parte ci sono talmente tante cose sbagliate che è difficile sapere da che parte iniziare: si potrebbe cominciare dal fatto che dopo 189 anni di preparativi, la Great Mission coglie il personale totalmente impreparato, e si deve ricorrere a studenti arrivati da due mesi sulla base spaziale per affrontare un pericolo che, se preso alla leggera, porterà alla distruzione del mondo.
Il fatto che i personaggi imparino praticamente subito a volare potrebbe esser giustificato dall’utilizzo di simulatori a terra (come viene più volte citato): quello che non quadra è però come mai la protagonista, Shima, sia quasi l’unica ad avere una qualsivoglia evoluzione, ed essa sia gestita parecchio male. In pratica, in qualsiasi cosa lei è totalmente negata, poi succede qualcosa e diventa un genio totale: va bene che è dotata, ma un minimo di logica sarebbe stato carino.
Si potrebbe poi continuare con l’assoluto orrore tecnologico che permea le puntate: penso che anche il più ignorante nel campo della fisica eviterebbe certi errori. Navicelle che si accelerano nello spazio grazie a variazioni gravitazionali (?), navicelle che cambiano la forma delle ali per essere più aerodinamiche (!), fuochi d’artificio sparati nello spazio siderale (!!)… questa è solo una minima parte delle bestiate che si possono incontrare. Va inoltre indicato che il sistema di guida delle navicelle è totalmente casuale: in pratica, le navicelle vengono guidate giocando a una specie di Tetris 3D.
Inoltre, 350 anni nel futuro i piloti dovranno programmarsi da soli il computer di bordo, e questo dovrà essere fatto durante il volo: la logica di tutto ciò mi pare però quantomeno sfuggente, ma vabbé.

Dopo una prima parte così disastrosa, mi aspettavo il peggio: alla fine della “minaccia della second wave“, però, ci sono alcune puntate di inattesa qualità. Per qualche puntata ci si ritrova difatti a parlare degli orrori della guerra visti da gente che oramai la guerra non sa più cos’è, e che è come un brutto incubo; si tocca l’argomento della solitudine dei migliori, del loro distacco dalla “gente comune” e di come la loro presenza cambi i rapporti con le persone; queste cose vengono trattate in maniera non approfondita, ma è comunque un grande passo in avanti. Anche le romance, che compaiono più o meno tutte insieme, non sono poi così male: ci si evita perlomeno il solito tira-e-molla classico di ogni serie.

Con il proseguire del secondo arco narrativo, però, la situazione torna quasi al livello antecedente. Le storie d’amore degenerano nei peggiori cliché esistenti, il lato tecnico risulta assurdo come sempre (chiudere un’alterazione dimensionale sparandoci dentro non so quanto sia funzionale), la fisica è totalmente casuale (buchi neri creati a 1 km da unità volanti non le attirano nemmeno per un secondo), la trama è un tantinello barcollante e gli unici pseudo-colpi di scena non aggiungono nulla alla storia.

I personaggi, come detto, sono abbastanza piatti e banali: qualcuno ha una o due puntate di protagonismo, ma poi torna nell’ombra come tutti gli altri. Shima è l’unica che ha i riflettori addosso per tutto il tempo (anche Kouta nella seconda parte, ma tanto non fa mai nulla e quindi è inutile), e comunque non rivela un granché.

La grafica è un po’ sotto tono: non che sia brutta, però non è nulla di particolare. Sia le animazioni dei personaggi che quelli delle navi non sono propriamente spettacolari, ma si lasciano guardare.
La musica è invece un po’ più curata, con opening ed ending davvero carine.

Insomma, Stellvia of the Universe (altresì detto Uchuu no Stellvia) è un anime senza molto senso. Non è per gli amanti delle storie d’amore, perché quelle che ci sono sono banali; non è per gli amanti della scienza, perché morirebbero d’infarto; non è per gli amanti dei robottoni, perché ce ne sono solo due e potevano anche essere due cannoli canditi che sarebbe stato uguale; non è per gli amanti dell’azione, perché ce n’è poca; insomma, mi pare che non sia consigliabile a nessuna sezione particolare di audience. Ha qualche buono spunto qui e là, ma si perde in mezzo al resto.

Voto: 5. Non scendo più in basso perché le puntate a metà serie mi avevano davvero sorpreso in maniera positiva, e quindi qualcosa di buono l’hanno portato.

Consigliato a: chi non si offende se nella fantascienza viene malmenata ogni legge fisica; chi vuole una storia semplice e dal lieto fine; chi si chiede se è possibile schermare GIOVE con un campo elettromagnetico gigante (!!!).

Manabi Straight!

Uno slice of life ambientato nel 2035:

Manabi Straight!

Nel 2035, una scuola femminile prosegue nei suoi tranquilli giorni. Il comitato studentesco è formato da un’unica persona, la segretaria, e nessuno è più interessato a tali vecchie abitudini: ciò vale fino al giorno in cui Amamiya Manami (chiamata Manabi) arriva in maniera abbastanza rocambolesca in tale scuola, dove si è appena trasferita. Manabi è una specie di mina vagante, stracarica di energia e rigurgitante idee pazzesche in cui però lei butta l’anima. Nel suo primo giorno di scuola si fa eleggere presidente del consiglio degli studenti, e da lì inizia a movimentare le vite di coloro che le stanno attorno!

In questo anime, si ritrova una struttura molto classica di slice of life, che è evidentemente ispirato da precedenti lavori. Si possono difatti ritrovare alcune caratteristiche di Azumanga Daioh, altre di Minami-Ke, altre ancora di Ichigo Mashimaro; l’unica differenza è probabilmente che nel caso di Manabi Straight, dopo qualche puntata c’è una specie di “obiettivo comune” che accompagna le protagoniste attraverso le puntate (in questo caso, l’organizzazione della fiera scolastica).
L’ambientazione in sé è abbastanza classica, nonostante ci si trovi più di vent’anni nel futuro: ci sono alcune differenze con le scuole odierne (monopattini fluttuanti come in ritorno al futuro 2, banchi con dentro pc, schermi immateriali fatti di luce), ma sono tutte cose assolutamente minori e che passano inosservate dopo pochi minuti. A parte tali dettagli l’ambiente è quello classico di una scuola di adolescenti.

Chiaramente i personaggi sono un fattore determinante in una serie di questo genere; si può dire che in buona parte sono ben riusciti, anche se non sono nulla di eccezionale. Sono personaggi positivi, energetici come solo delle 15-16enni possono essere, allegri e spensierati: il loro mood da infatti il passo all’intera serie, che a parte alcuni momenti un po’ critici naviga nel mare della positività e del rilassamento.
Ognuna delle ragazze ha le sue caratteristiche (abbastanza classiche: la tsundere studiosa, la sportiva, la svampita, l’imbranata,…), e fanno ciò che ci si aspetta da loro: forse quella un po’ meno riuscita è proprio Manabi, che della sua esuberanza sviluppa soltanto l’aspetto del “andiamo avanti comunque e non ci fermiamo mai”, che è sempre bene ma che se fosse supportato da qualcos’altro sarebbe meglio.

I disegni sono molto belli: i paesaggi e gli ambienti sono nella norma, ma le ragazze sono disegnate molto bene, ben colorate e carine, di modo da confermare ancor più la sensazione di tranquillità di cui già prima si parlava.
Le musiche non sono nulla di eccezionale, e rimangono abbastanza anonime.

Insomma, Manabi Straight (nome completo “Gakuen Utopia Manabi Straight!” è un anime ben fatto, che non brilla per originalità o stile ma che riesce ad essere heart-warming in alcuni momenti, tenero in altri e toccante in altri ancora: chi si annoia con gli slice of life e cerca qualcosa di più corposo può tenersene alla larga, ma chi apprezza questo genere dovrebbe darci un’occhiata.
Un’ultima cosa: se recuperate anche la puntata speciale, sappiate che temporalmente parlando si piazza tra le puntate 6 e 7.

Voto: 8. A me è piaciuto, anche se ha i soliti innegabili problemucci di cui parecchie serie similari soffrono.

Consigliato a: chi ama gli slice of life; chi ha voglia di un anime senza malizia o cattiveria; chi si chiede com andremo a scuola nel 2035.

Nuku Nuku OAV

Dal 1992, un robot/gatto al servizio di una famiglia decisamente strampalata.

Nuku Nuku

Kyusaku è un inventore geniale che ha creato, su ordine della multinazionale diretta dalla moglie Akiku, un androide supertecnologico: per evitare di farlo utilizzare come arma da guerra, lo ruba e scappa assieme al figlio Ryunosuke. La madre, iperprotettiva e vagamente inferocita si getta quindi alla caccia dei fuggiaschi con tutta la potenza della sua multinazionale.
Nel frattempo, per motivi contingenti, l’anima di un gatto viene impiantata nell’androide trafugato, dando così vita a Nuku Nuku, che dovrà proteggere Ryunosuke da ogni pericolo!

La trama non sembra un granché originale, ed in effetti trattandosi di una serie di sole sei puntate non ha un grande sviluppo. Le prime tre puntate seguono più o meno il filo logico di quanto sopra, mentre le ultime tre sono praticamente degli episodi stand-alone che nulla portano allo sviluppo dei personaggi (che già non è eccelso, a parte per la madre di Ryunosuke che effettivamente si evolve non poco durante la serie).

La comicità è forse un po’ tanto datata oramai, ma ogni tanto qualche facciaccia strappa un sorriso: non c’è però da aspettarsi scoppi d’ilarità anche quando il duo comico (le Office Ladies) prende l’iniziativa.

I disegni sono gradevoli, ma l’animazione è decisamente carente: è ovvio che a guardarlo con l’occhio di 17 anni dopo è un po’ ingiusto, ma altri lavori hanno saputo passare la prova del tempo anche per quanto riguarda l’animazione – purtroppo, non è questo il caso.
Il sonoro è abbastanza anonimo, e non aggiunge né toglie nulla alla serie.

Insomma, All Purpose Cat Nuku Nuku OAV (il nome completo di questa serie) è forse una serie che può interessare gli amanti delle vecchie produzioni: al giorno d’oggi c’è roba parecchio migliore in giro, ma essendo solo sei puntate non ruba troppo tempo.

Voto: 6. Sufficienza raggiunta considerando l’età dell’anime, e perdonando quindi qualche mancanza qui e là.

Consigliato a: chi ama il gusto che hanno i vecchi lavori, dove la CG ancora non si sapeva nemmeno cosa fosse; chi vuole una storia estremamente leggera per passare un paio d’ore; chi vuol scoprire quali erano i programmi installati sui pc dei creatori di anime nel 1992, e che sistema operativo usavano.

Heroic Age

Nel futuro, le guerre interplanetarie nasconderanno significati nascosti:

Heroic Age

Ci troviamo in un lontano futuro. Le leggende narrano che millenni fa l’universo era governato da una razza capace di creare stelle e predire il futuro: la razza d’oro. Essi inviarono un richiamo a tutte le altre popolazioni dello spazio, chiedendo loro di presentarsi al loro cospetto. Si presentarono la razza d’argento (dai forti poteri mentali), la razza di bronzo (simile ad uno sciame d’insetti, con poteri psionici) e la razza eroica (creature immense dai poteri inimmaginabili). Quando la razza d’oro stava per abbandonare questo universo per recarsi in un altro, si unì una quarta razza: la razza di ferro, l’umanità.
Con gli anni scoppiò una feroce guerra tra le razza d’argento, di bronzo e di ferro: l’umanità ebbe la peggio, venendo cacciata dal proprio pianeta natale. L’unica speranza di evitare l’annichilimento è quella di seguire una parte delle antiche leggende lasciate dai propri avi: “in un pianeta della galassia si troverà l’umano allevato dalla razza d’oro, ed in sé possiederà la forza della razza eroica. Egli sarà il salvatore dell’umanità e dell’universo”. Sarà vera questa leggenda? Come mai la guerra continua nonostante non ci sia un motivo apparente? Cosa si nasconde dietro alle volontà della razza d’oro?

La storia inizia quando l’astronave Argonaut arriva sul pianeta e trova Age, il succitato “uomo allevato dalla razza d’oro”. La storia passa varie fasi: in primis il ritorno a casa, poi il ritorno a terra, e poi… la prosecuzione delle vicende (che non nominerò per evitare sgraditi spoiler). Non ci sono veri e propri colpi di scena, poiché si riesce sempre ad intuire cosa starà per succedere: ciò non toglie tuttavia interesse alla trama, che è relativamente semplice ma ha comunque molte derivazioni interessanti, e si fa seguire con assoluto piacere. Un grande punto a suo favore è il senso di epicità che permea tutta la vicenda, e che viene ottimamente trasportato allo spettatore.

I personaggi (a parte i Nodos, cioé i cinque che possiedono in sé la razza eroica) hanno degli orientamenti morali semplici e subito capiti: i buoni sono buoni e basta, e i cattivi sono cattivi e basta (con una o due eccezioni). La cosa non infastidisce poiché le persone fanno ciò che ci si aspetta da loro, però da essi non c’è da aspettarsi un grande sviluppo caratteriale.
I Nodos, invece, hanno varie sfaccettature aggiuntive: soprattutto nella seconda parte della serie i loro pensieri e dubbi prendono un ruolo preponderante sul corso delle azioni – purtroppo non sempre del tutto logico o dettato dalle conseguenze dell’accaduto, ma non si arriva a toccare paradossi o incongruenze gravi.

L’azione è un’altra cosa che in questo anime è estremamente presente: non c’è puntata dove non ci siano minimo 5-6 minuti di botte da orbi, e in alcuni casi si arriva a puntate quasi interamente di combattimento. Ci sono sia battaglie di flotte/mech contro altre flotte/mech, sia battaglie Nodos contro Nodos. Le due cose non possono essere mischiate se non con esito ovvio, perché i Nodos sono di potere assolutamente incomparabile – capaci di distruggere pianeti e sopravvivere al centro delle stelle, c’è poco che qualsiasi esercito possa far loro.
I combattimenti sono di qualità abbastanza altalenante, anche se comunque non si arriva mai al “brutto”: alcuni sono però un po’ ripetitivi e poco adrenalinici (mentre altri risultano molto più coinvolgenti).

Parlando della grafica, se l’occhio non m’inganna, il disegnatore è lo stesso di Gundam e Souukyu no Fafner: lo stile è riconoscibile, ma la qualità è migliorata negli ultimi anni, con dei visi più curati (anche se ancora non eccelsi) e una CG che soprattutto in termini di astronavi fa il suo dovere egregiamente.
La musica è tuttavia la parte artistica più pronunciata: le opening ed ending sono carine, ma il fulcro della colonna sonora è la musica durante le puntate, che carica di emozioni i momenti più importanti ancor più dei disegni stessi. In questo ambito è stato fatto un ottimo lavoro.

Insomma, Heroic Age è un buon lavoro di fantascienza per tutti gli appassionati del genere: non dico che sia un capolavoro perché ha i suoi cali e un paio di momenti di perplessità, ma se si cerca qualcosa di relativo alla sci-fi con una buona parte di robottoni e tanti, tanti, tanti combattimenti… eccola qui.
Inoltre, per chi amasse la mitologia greca, potranno essere colti parecchi riferimenti più o meno diretti: divertitevi a scoprirli!

Voto: 8,5. Per gli appassionati del genere, penso che possa anche esser più alto.

Consigliato a: chi ama i Gundam; chi vuole una trama importante e intrigante, ambientata migliaia d’anni nel futuro; chi vuole una storia seria ma non triste.