Shounan Jun’ai-Gumi

La nascita di una leggenda: la gioventù di Onizuka Eikichi!

Shonan Jun’ai-Gumi

Chiunque avrà visto la serie di Great Teacher Onizuka saprà che il protagonista, Onizuka Eikichi, prima di diventare un docente era il membro del più famoso duo di teppisti che ci fosse in giro: l’OniBaku Duo. Insieme al suo amico di sempre Danma Riuji. In questa serie composta da 5 OAV da circa 45-50 minuti l’uno assisteremo pertanto alle gesta della loro gioventù, quando avevano sedici anni e non pensavano ad altro se non a risse e donne!

Come si capirà da subito, la trama di certo non brilla per originalità. I due protagonisti sono due allupati adolescenti in cerca delle loro prime avventure: la grande differenza sta però nel fatto che essere di fama “quelli da battere dalle gang” li porta ad una quantità di guai e pestaggi senza precedenti.
Le prime due puntate sono assolutamente spettacolari, e riassumono alla perfezione i caratteri che poi si vedranno nella serie principale: Eikichi è un maniaco allupato rissaiolo impulsivo e adora cazzeggiare senza limiti mentre Riuji, per quando dotato anche lui della sua dose di maialaggine, tenta già di ragionare un po’ più sulle cose. Inoltre, mentre Eikichi cerca gnocca in ogni dove, è palese che Riuji punta a qualcosa di più profondo: con il proseguio della serie ne si vedranno anche i frutti. Questo porta a capire maggiormente i motivi che li hanno portati a diventare quelli che si vedranno in seguito.
Le ultime tre puntate, purtroppo, non sono all’altezza delle prime due: il disegno cala notevolmente (credo che il terzo OAV sia stato disegnato dal cane di uno degli uomini delle pulizie della J.C. Staff), e il tono diventa parecchio più serio – sebbene gli intermezzi di stupidità siano ancora presenti. Si perde un po’ l’aria scanzonata che si aveva all’inizio, ma questo può anche essere dovuto al fatto che nelle loro avventure i personaggi crescono e maturano (soprattutto Riuji – d’altra parte, Eikichi sarà un pirla ancora a 26 anni…).
Inoltre, quasi alla fine, si fa l’incontro con un altro personaggio che si vedrà in GTO, ma che non ha continuity: Kadena Nao, che nella serie principale è l’avvenente infermiera e che invece qui è una docente. La cosa di per sé non da fastidio, ma considerando che carattere, presentazione e problematiche sono identiche, sembra quasi di guardare le stesse puntate già viste.

I combattimenti qui sono parecchi, in virtù del fatto che si parla comunque di risse tra bande: anche essi seguono l’andazzo delle puntate, essendo di buona qualità nelle prime due e calando un po’ nelle altre tre. La resistenza del duo OniBaku è incredibile, ma in fin dei conti non sarebbero diventati le leggende che sono se non avessero avuto una buona resistenza ai colpi!

Il disegno, come detto, è altalenante. Nelle migliori puntate è in linea con lo standard dei tempi in cui è stato realizzato. Non esiste opening, e la ending è simpatica ma nulla di particolare.

Insomma, Shounan Jun’ai-Gumi (o Shonan Junai Gumi, come più spesso si trova) è un anime che andrebbe visto da chiunque ha amato la serie di Great Teacher Onizuka: è vero che ci sono molti difetti, ma vedere in azione il duo che avevamo sempre sognato non ha prezzo!
Per chi non avesse visto la serie di cui sopra, invece, la visione è evitabile: non conoscendo i protagonisti l’intrattenimento sarebbe ben poco, e le ultime puntate risulterebbero semplicemente noiose. Aggiungiamo inoltre che non c’è alcun finale, e si capirà perché è un anime dedicato ai soli fan.

Voto: 7,5. Avrebbe potuto essere più alto se avesse seguito lo stile dei primi due episodi, davvero belli e divertenti: peccato.

Consigliato a: chi ha amato GTO; chi apprezza le risse tra bande; chi vuole vedere, seppur solo per qualche attimo, la madre di Eikichi. Chi avrà potuto dare la nascita ad un simile essere?

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Ayakashi

Adolescenti e spiriti sanguinari, nell’adattamento di una visual novel

Ayakashi

Yuu è un ragazzo con alcuni poteri speciali. Riesce, ad esempio, a piegare cucchiai e sviluppare alcune forze “paranormali”. Un giorno, i bulli della sua scuola iniziano a prendersela con lui, chiedendogli di mostrare il suo potere: Yuu scopre così di non essere il solo ad avere simili abilità, ma realizza al tempo stesso che esse possono essere utilizzate per scopi estremamente crudeli! In tale occasione fa la conoscenza di Eimu, una misteriosa e cupa ragazza che tenta di tenerlo all’oscuro di tutto… con scarsi risultato, dato che i guai sembrano cercare Yuu senza sosta.
Ma cosa si nasconde dietro ai poteri che alcuni ragazzi sembrano aver sviluppato? Perché tutti se la prendono con Yuu? Cosa ha lui di speciale rispetto agli altri?

In un primo momento, sono rimasto parecchio sorpreso dalla trama che si sviluppava in questo anime di dodici puntate, tratto da una visual novel: generalmente tali storie sono riempite di amore mieloso, mentre qui non ce n’è praticamente traccia. Inoltre, nel primo paio di episodi si assiste ad una buona dose di sbudellamenti assortiti, assieme ad un mistero che monta sempre più, in tutta rapidità: quando stavo per iniziare a nutrire notevoli speranze, tuttavia, esse sono state spazzate via.
Una volta preparata la scena iniziale, la storia inizia infatti a correre a perdifiato lasciando indietro sia i personaggi che gli spettatori: accade tutto a velocità smodata: non c’è tempo di assistere ad un avvenimento che ce ne sono già mille altri, e il collegamento tra gli stessi è vagamente intuibile ma ben raramente spiegato. Si arriva al punto in cui i personaggi si pongono una domanda (che anche gli spettatori, giustamente, hanno da fare), e la risposta è non lo so, andiamo avanti. Il problema viene poi totalmente trascurato e la risposta si perde nelle nebbie, con altri centomila fatti che continuano a succedere.
Le fasi finali inoltre son prevedibile e la conclusione è quanto di più banale possa esistere.

Si può pertanto capire come, in un ambiente similmente stressato, i personaggi non abbiano alcun tempo di crescere, svilupparsi o rivelarsi: gli unici cambiamenti accadono di botto e senza alcun avvenimento che possa causare le presunte “prese di coscienza” che provocano il mutamento. Questo porta inoltre a non avere alcuna connessione emotiva con le figure a schermo (senza contare che alcune compaiono senza alcuna logica, deambulano per mezza serie a caso, poi fanno qualcosa e infine spariscono in maniera stupida), e quindi a interessarsi poco al loro destino. Unica nota positiva il cattivo, che fino a 4/5 aveva tenuto un profilo sufficientemente crudele da esser credibile… per poi, nel finale, fare la figura del pirla.

I disegni e l’animazione, per essere del 2007, sono tendenti al carente: anche gli Ayakashi (gli spiriti che donano i poteri di cui si parlava prima) non sono nulla di che, e i combattimenti tra essi non sono assolutamente emozionanti.
Il sonoro è anonimo e non apporta alcun buon punto alla serie.

Insomma, Ayakashi è una mezza delusione. Ha il pregio di tentare una trama un po’ più originale del “tutti amano lo stupido personaggio principale” e un po’ di arti tranciati aiuta a rendere un bell’ambiente paranoico e pauroso, ma tutto ciò avviene solo all’inizio: poi si perde in sé stesso, risultando a malapena comprensibile e affrettato.

Voto: 5,5. Peccato, sviluppandolo con un po’ più di calma avrebbe potuto uscire qualcosa di davvero carino.

Consigliato a: chi vuol vedere tante belle ragazze sullo schermo (anche se il fanservice è assente); chi non disprezza mai qualche braccio mutilato e qualche innocente sgozzato; chi vuol vedere che da una visual novel si può tirar fuori qualcosa di diverso, sebbene la qualità sia quella che è.

Muteki Kanban Musume

Come NON gestire un ristorante di ramen: a calci e pugni!

Muteki Kanban Musume

Questo breve anime di 12 puntate parla di Miki, che lavora in un ristorante di ramen gestito dalla madre:il lavoro in sé non è nulla di particolare, ma c’è un problema… Miki ha un carattere vagamente intrattabile, che generalmente sfocia in una violenza brutale e devastante. L’unica a poterla controllare è la madre, ancor più violenta di lei, che tenta di portare avanti il suo lavoro tra i mille attacchi di chi vuol sfidare la figlia!

Come si può capire, la trama è praticamente inesistente: sin da subito si capisce che il punto focale sono i combattimenti tra i vari personaggi. Essi nascono da qualsiasi interazione con Miki, la cui risposta è sempre un ghigno satanico e un paio di calci nello stomaco.
Dopo il primo paio di puntate (la prima fa ridere parecchio, nelle altre vengono introdotti i vari co-protagonisti), la situazione tuttavia si cristallizza e si ripete immutata episodio dopo episodio, diventando velocemente ripetitiva. I commenti del povero Ohta riescono sempre a strappare un sorriso o una risata e alcune situazioni sono talmente assurde che fanno ridere, ma per il resto non ci sono grandi novità o eventi. La violenza non è abbastanza per diventare divertente a prescindere (come invece capita in Dai Mahou Touge o in Bokusatsu Tenshi Dokuro-chan), e i personaggi non riescono a fare molto dopo gli episodi in cui vengono introdotti.

Parlando di personaggi, come detto, lo sviluppo è ovviamente nullo: i caratteri sono ben definiti e funzionano nell’ambiente dell’anime, pur non essendo rivoluzionari. I piani demoniaci di Megumi sono sempre ingegnosi, così come i fallimenti di Kankuro sono sempre prevedibilissimi: fanno ciò che ci si aspetta da loro, nulla in meno e nulla in più.

Il disegno, per essere fatto da una casa produttrice così piccina, è carino: non è un’opera d’arte, intendiamoci, ma lo stile ben si adatta al tipo di anime.
Le musiche sono abbastanza ininfluenti, con l’eccezione dell’opening che è orecchiabile e che fa un ottimo lavoro nel depistare lo spettatore dal vero senso della serie: dalla sigla parrebbe un normale anime, e poi si rivela in tutta la sua stupidità. È inoltre da notare il personaggio di Kankuro per due cose, una negativa e una positiva: quella negativa è che tutte le sue frasi finiscono in ~nya, e la cosa da parecchio fastidio. La cosa positiva è che è riconoscibilissima la voce di Viral di Tengen Toppa Gurren Lagann, che ci sta benissimo per un pazzo psicopatico del genere.

Insomma, questa serie riesce a metà nei suoi compiti: qualche risatella la strappa, ma avrebbe potuto fare molto di più se avesse calcato di più sull’aspetto delirante delle vicende: è come un Excel Saga o un Cromartie High School in versione annacquata e ripetitiva: un vero peccato, perché le basi c’erano e ci si sarebbe potuto ricamare su ben altro.

Voto: 6,5. È un peccato, ma dalle premesse date nella prima puntata mi aspettavo parecchio di più.

Consigliato a: chi non si offende con la violenza gratuita; chi cerca un po’ di stupidità gratuita; chi vuol vedere come si educa una figlia: a facciate contro il muro.

Macross Frontier

Come direbbe qualcuno… verso l’infinito, e oltre!

Macross Frontier

La serie di Macross nasce nel 1982, e si compone di molti capitoli diversi: per poter apprezzare appieno la serie creata per i 25 anni di esistenza, un po’ di background sulla serie iniziale può risultare molto utile.

Nell’originale, ci si trovava nel 1999: Durante la terza guerra mondiale un’astronave aliena cadeva sulla terra; gli umani misero da parte le loro differenze e, tramite reverse tecnology, impararono i segreti del movimento a velocità superiori alla luce insieme a tanti altri segreti per il viaggio spaziale. Quando l’astronave era pronta per partire, tuttavia, si presentarono gli originali proprietari per riprendersela… facile immaginare cosa successe poi. Durante la sanguinosa guerra tra umani e Zendradi (gli alieni, che corrispondono a degli umani giganti) si venne a scoprire che entrambe le razze nascevano dalla stessa protocultura, che regnava nell’universo mezzo milione di anni fa; si riuscì a scoprire inoltre che uno degli unici modi di comunicazione con essi era la musica e il canto, internazionale attraverso le galassie.
Lynn Minmay, un’idol finita in maniera rocambolesca a bordo della nave, divenne pertanto un punto focale della riappacificazione delle due razze, diventando l’eroina che salvò l’intera umanità e lanciò la nostra stirpe a cercare nuove case nello spazio.

In Macross Frontier, ci troviamo ora nel 2059: seguiamo una delle navi che sono partite dalla terra al seguito della prima serie: la Frontier, per l’appunto. La storia inizia con Ranka, una ragazzina qualsiasi, che tenta di andare a vedere il concerto di Sheryl Nome, un’idol che si trova sulla colonia per il suo tour. Dopo averla incontrata piuttosto per caso, e aver potuto parlare con lei, anche Ranka decide di seguire la strada del canto per realizzare i suoi sogni; purtroppo, il loro viaggio è disturbato dall’improvviso attacco di una razza aliena insettiforme, i Vajra, che senza motivo apparente iniziano a colpire senza sosta la colonia, minacciandone la sopravvivenza stessa. Come faranno a difendersi? A cosa è dovuta tale insistenza, dopo 40 anni di pace e tranquillità? Il vero pericolo sono solo i Vajra, oppure c’è dell’altro che sta tramando alle spalle dei poveri abitanti di Frontier? E cosa si nasconde nel passato di Ranka, talmente orribile da esser stato dimenticato da lei stessa?

Questa serie offre ciò che ci si può aspettare da Macross: combattimenti tra nemici e astronavi/robottoni, musica e un triangolo amoroso.
La trama in sé inizialmente viene quasi del tutto ignorata, dando ampio spazio allo sviluppo delle relazioni tra i tre protagonisti (Ranka, Sheryl e il fortunato ma stupido Alto). Questo porta ad avere quasi una storia da Harmony piuttosto che una storia di fantascienza: questo non è un problema per chi ama il genere, ma anche in quel campo le banalità e le situazioni-cliché si sprecano.
Passata la prima dozzina di puntate, invece, la situazione si cristallizza e viene inserita la trama vera e propria, che è di qualità altalenante: alcune parti sono simpatiche (soprattutto nelle ultime puntate, alcune rivelazioni e alcuni avvenimenti lasciano di stucco – senza contare le rivelazioni finali, secondo me brillanti), mentre altre sono un po’ traballanti (l’intero agire dei “cattivi” mi ha lasciato un tantinello perplesso). In ogni caso la storia si lascia guardare senza problemi, anche se pure nella seconda parte c’è imho qualche lentezza di troppo.
Il tono dell’anime è serio, anche se nelle parti iniziali ed intermedie spesso ci sono piccoli intermezzi comici a sollevare l’ambiente: non si arriva ad avere un’atmosfera di tragedia e di disperazione, ma comunque più avanti nella serie le battute spariscono per lasciare spazio ad altro.

I personaggi, in questa serie, creano l’ossatura della storia molto più che in altri lavori simili. Per quanto essi siano abbastanza tipici (la ragazzina piena di volontà e speranze, la star che si confronta con i suoi problemi, il figo di turno stupido come un lampione,…) mi sono risultati parecchio simpatici, e questo è importante: le loro problematiche risultano più vicine in tal modo, e ci si preoccupa per la loro sorte. Questo aiuta anche ad interessarsi alla trama in sé, dato che è strettamente correlata a loro, e da una mano nelle parti in cui essa, come sopra detto, è meno brillante.
In ogni caso, è tutto un fiorir d’amore: non è una storia tutta amoreamorepuccipucci, per nulla, ma quasi ogni personaggio coinvolto -anche quelli minori o con poca rilevanza con la storia- rimane invischiato a modo suo in un intreccio amoroso di variabile entità.

Sulla parte artistica ci sono un paio di parole più del solito da spendere.
La parte grafica è in parte mediocre e in parte eccellente: l’animazione dei personaggi lascia talvolta parecchio a desiderare, mentre le parte in CG e i combattimenti hanno un’animazione e un disegno davvero superbi. L’unico problema dei combattimenti è che sono talmente caotici che risultano confusionari, e ci si ritrova a vedere le scie dei missili che riempiono lo schermo senza nemmeno capire cosa essi stiano seguendo… ciononostante, parecchie immagini rimangono mozzafiato e di eccellente fattura.
La musica è, sia per qualità che per trama, un punto focale di Macross Frontier. Forse i realizzatori non avranno creato i personaggi o la storia migliori del mondo, ma sulla parte sonora non c’è nulla da poter recriminare: la qualità delle canzoni è altissima. Gli amanti del Jpop saranno in visibilio, così come gli amanti del Rock possono amare Nana o quelli del metallo possono amare Detroit Metal City: per quanto generalmente non sia un tipo di musica che vado a ricercare, molte delle canzoni mi sono rimaste in mente poiché davvero splendide. Sono anche andati oltre: i concerti creati sono ottimi, e quando si combinano con le battaglie sopra citate il risultato è spettacolare. L’eccellenza definitiva viene raggiunta quando le canzoni di Ranka e di Sheryl vengono combinate in un riuscitissimo remix… davvero un’opera degna di nota, che giustificherebbe di per sé la visione di questa serie.

Insomma, come valutare Macross Frontier? È difficile, perché ha tante cose riuscite e tante che invece lasciano a desiderare. È sicuramente un lavoro che porta con onore sulle sue spalle i 25 anni di tradizione Macross, con i relativi pregi e difetti.

Voto: 7,5. Per me un po’ lentino e un po’ troppo invischiato in triangoli amorosi: con gusti diversi, probabilmente può piacere anche di più.

Consigliato a: chi è un fan della serie Macross; chi adora la J-pop; chi vuole vedere il cellulare più bello che sia mai stato immaginato.

Goku Sayonara Zetsubou Sensei

Terza parte di una delle serie più pazze del mondo: riuscirà a tenere il passo?

Goku Sayonara Zetsubou Sensei

Eccoci alla terza parte di una delle serie che personalmente amo di più: in questo caso, si tratta di tre OVA, ognuno di circa 25 minuti.
Lo stile rimane lo stesso, i personaggi anche, la follìa è immutata: si riesce a mantenere l’equilibrio tra idiozia e comicità?

La risposta, purtroppo, non è del tutto positiva. La comicità nonsense c’è ancora, ma è parecchio annacquata; i personaggi caratteristici sono ancora presenti, ma le loro peculiarità non sono minimamente sfruttate – diventano semplicemente degli interlocutori nei monologhi del protagonista.
Viene mantenuto il taglio della seconda serie nelle tematiche, affrontando questioni della vita di tutti i giorni sotto un punto di vista diverso: anche in tale ambito, tuttavia, la riuscita è decisamente meno brillante rispetto alle antecedenti meraviglie.

Tutta questa delusione è motivata dall’eccellenza a cui mi ero abituato: questo non vuol dire che sia un cattivo prodotto in termini assoluti. Soprattutto nella prima parte, i vari riferimenti ad altri anime o a personaggi reali è azzeccata e divertente, senza contare tutto il delirio del “tanto non verrà pubblicato, quindi facciamo quel che ci pare” con millemila disclaimer dappertutto… insomma, le idee ci sono ancora, ma sono rarefatte e non riescono a reggere il ritmo continuo.

I disegni sono rimasti praticamente immutati, con lo stile SHAFT presente anche se non in maniera estrema come nella prima e nella seconda serie. Le musiche sono prese dalle due serie precedenti: l’opening è quella della prima serie, ma è stata creata un’animazione ancor più disturbante (per quanto pensavo fosse impossibile).

In definitiva, Goku Sayonara Zetsubou Sensei è un calo rispetto alla qualità della serie iniziale e del suo sequel: gli appassionati (come me) la guarderanno con piacere, ma si nota che l’ispirazione è minore. Speriamo che, nel caso di una quarta serie, si ritorni ai livelli antecedenti.

Voto: 7,5. Dannazione, che peccato.

Consigliato a: chi del Maestro Disperazione non ne ha mai abbastanza; chi sopporta il cambio di stile d’animazione ogni due minuti; chi vuole vedere come era disegnato SZS sulle sue prime uscite.

Ga-Rei Zero

Uccideresti, per amore, qualcuno che ami?

Ga-Rei Zero

Ci troviamo nel Giappone dei giorni nostri, e purtroppo demoni e spiriti sono una comune occorrenza nelle notti giapponesi. Essi non hanno altro fine che uccidere la gente; il governo ha reagito a tali pericolose manifestazioni tramite degli esorcisti, che possono vedere tali entità soprannaturali e falcidiarle senza pietà.
Nella notte in cui la serie inizia, tuttavia, ci si trova davanti ad una quantità e potenza di mostri mai vista… cosa la sta creando? Chi sta macellando tutte le squadre anti-demoni presenti? Per quale motivo?

Le prime due puntate di questa serie da dodici puntate sono assolutamente spiazzanti: una violenza fuori dal comune, una tamarraggine ai limiti dell’inverosimile (sgommare con una moto in faccia ai mostri per ferirli con le rune incise sulle gomme è solo una delle piccole perle che ci vengono regalate) e con avvenimenti a raffica, che lasciano via via più increduli gli spettatori. Dopo tale cruenta introduzione, si entra nella parte centrale della storia: un immenso flashback che porta a capire come mai si sia arrivati ad una situazione come quella vista in principio.
Il tono cambia decisamente, e lo stile diventa più rilassato sebbene mantenga una notevole serietà di fondo: la violenza diminuisce (seppur senza sparire del tutto) e si da spazio allo sviluppo dei personaggi e all’evolversi della trama, non complicatissima ma comunque avvincente. Si riesce sempre a tenere viva la curiosità sul come si arrivi fino al punto visto inizialmente: va detto che, a parte qualche sbavatura qui e là, le spiegazioni reggono bene e il procedere personale e di trama è logico.
Negli ultimi episodi, quando ci si ricollega (in maniera eccellente) alle scene iniziali, torna buona parte della cruenza precedentemente visionata, ma alimentata questa volta dai forti sentimenti che i protagonisti hanno avuto il tempo di sviluppare.

In quanto ai personaggi, bisogna dire che gli autori hanno avuto grande crudeltà verso di loro. Tutti quanti scivolano via via in situazioni più orribili e tragiche, e spesso non per colpa propria, o solo in minima parte: per le due protagoniste ho provato una pena indescrivibile, poiché per nessuna delle due sarebbe stata augurabile la via che si sono trovate, loro malgrado, a percorrere.
Lo sviluppo dei personaggi è limitato, per ovvi motivi di tempo: la trama da dire è parecchia, e in 12 puntate non c’è tempo per tutto. I cambiamenti di sentimento sono abbastanza prevedibili ma non per questo mal fatti, e aiutano a creare una connessione empatica con coloro che vediamo a schermo.

I combattimenti sono davvero notevoli: quelli che includono solo Kagura o Yomi sono i “classici” combattimenti di spada, ma il massimo della tamarraggine e dello spettacolo si ottengono con le astruse armi che sono in dotazione alla squadra speciale: 24ore cariche a proiettili-mantra, trivelle estraibili sulle mani, ferri da stiro benedetti, spade potenziate con proiettili per velocizzarne il colpo, la succitata moto a copertoni sacri… chi più ne ha più ne metta. Per quanto le esagerazioni siano tante, comunque, rimangono in ogni caso dei combattimenti divertenti da vedere, e raramente scivolano nel grottesco: io me li sono goduti.

Va inoltre detta una cosa su questa serie e sul motivo per cui essa è stata realizzata. Ga-Rei è un manga che si svolge dopo le vicende che vengono qui narrate, e Ga-Rei Zero è un prequel che è stato successivamente realizzato, con molta probabilità a fini pseudo-pubblicitari: termina infatti dove inizia il manga, e incuriosisce lo spettatore a vedere come va avanti.
Contrariamente a molti casi simili, tuttavia, la produzione non si è limitata a tirare insieme una storia raffazzonata con i personaggi disponibili tanto per far vedere qualche bella sequenza di combattimento, ma ha creato una storia consistente, realistica e coerente. Ci sono molti personaggi che nel manga non sono più presenti, denotando uno studio della storia che va oltre al semplice riciclaggio di quel che già esiste. In questo ambito, credo che sia una delle serie migliori che mi sia mai capitata di vedere: quando avevo letto che si trattava di un prequel semi-promozionale mi attendevo un’infame schifezza, e invece ne son rimasto piacevolmente colpito.

I disegni sono in linea con gli standard del 2008, e le musiche sono energiche e moderne: mi sono piaciute.

Insomma, Ga-Rei Zero è un anime nato sotto i peggiori auspici ma che riesce ad emergere dalla mediocrità grazie a dei combattimenti inusuali e grazie ad un impatto emotivo (tendente al tragico) abbastanza pronunciato: a ben guardare la storia è banalotta e si riescono a prevedere quasi tutti gli avvenimenti prima che essi accadono, ma rimane comunque una visione piacevole. È raro riuscire a far stare così tante cose in dodici puntate senza far sembrare tutto affrettato, ma qui ce l’hanno fatta.

Voto: 8,5. Se volete solo risse ignoranti, guardate le prime e le ultime puntate: se volete anche una storia struggente e tragica, veda anche il resto.

Consigliato a: chi vuole dei combattimenti tamarri; chi sopporta che i protagonisti vengano mentalmente torturati dai loro realizzatori; chi non saprebbe rispondere alla domanda con la quale questa review è iniziata.

Gyagu Manga Biyori

Un brevissimo anime totalmente privo di senso:

Gyagu Manga Biyori

Questa serie composta da dodici puntate della durata di cinque minuti l’uno non ha una trama precisa: si tratta di varie vicende, della durata di una o due puntate, totalmente distaccate tra loro. Si passa dalla rivisitazione di un’antico mito giapponese alle disavventure di un gruppo di disegnatori di figurine, arrivando fino alla scuola degli animali dove la coniglietta è una detective e l’orsacchiotto è un criminale.

Già da questa base si può capire che non ci sarà molta logica in questa serie, ma nulla può preparare a ciò che viene presentato: una comicità totalmente idiota che trova qualche corrispettivo nel nonsense di Cromartie High School, un’ilarità urlata e demente, disegnacci abbozzati e sonoro quantomeno minimalista.

Questo potrebbe far sembrare la serie una porcheria, ma nulla è più lontano dalla verità: alcune vicende fanno letteralmente sbellicare dal ridere, sebbene altre siano forse un po’ ripetitive (e legate alla tradizione giapponese per le storie che prendono in giro). Di certo, a meno che non si abbia l’umorismo di una patata al vapore, dalla vostra faccia non sparirà mai perlomeno un sorriso d’incredulità, e le grasse qui e là scappano con piacere.

Il disegno è… hmmm… come si dice… ah sì! Una schifezza.
Si vede la fattura totalmente artigianale, con immagini ferme e tratto accennato: se cercate una serie che sia appagante per l’occhio, guardate altrove.
Il sonoro segue il video per quanto riguarda la semplicità: opening ed “ending” sono cantate presumibilmente dai reallizzatori stessi della serie, ma la cosa non da fastidio perché il tono demenziale della serie viene perfettamente mantenuto.

Insomma, Gyagu Manga Biyori è il perfetto esempio di come si può creare un anime che intrattenga con un budget assolutamente irrisorio: è un lavoro che dal punto di vista tecnico potrebbe essere realizzato da 3-4 amici a casa, e nulla più. Ciononostante le risate ci sono, il nonsense anche, e in fin dei conti un’oretta da dedicargli si può trovare.

Voto: 8. A me ha fatto morire, ma ho notoriamente un debole per le cose senza senso…

Consigliato a: chi vuole ridere delle disgrazie altrui; chi non cerca il bel disegno; chi vuole vedere la serie di figurine-premio più brutta del mondo.

Seto no Hanayome OVA

Come seguito di una delle serie più divertenti del 2007 si presenta questa coppia di puntate aggiuntive:

Seto no Hanayome OVA

Si tratta del sequel della prima serie, dove la sirena San decide -per motivi contingenti di forza maggiore- di sposare Nagasumi, nonostante la contrapposizione della sua famiglia dal taglio molto Yakuza.
Nei due OVA, che durano mezz’ora l’uno, troviamo altre quattro storielle relative ai curiosi e buffi personaggi che tanto hanno fatto ridere durante la serie originale. Nessuno sviluppo di storia, pertanto, ma solo un po’ di nuove avventure.

Va detto subito: se Seto no Hanayome è piaciuto, questo OVA farà altrettanto. Soprattutto la prima vicenda è totalmente epica, con un livello di assurdità, nonsense e citazionismo che solo nei migliori episodi si poteva trovare: i primi quindici minuti mi hanno lasciato totalmente senza fiato dal ridere. La seconda e la terza storia sono più tranquille, mentre la quarta riserva una sorpresa: nonstante ci siano sempre le solite battutine qui e là, prende un taglio horror che risulta inaspettatamente ben fatto, e che manda qualche brivido giù per la schiena; ovviamente il tutto si risolve con le risate, ma una decina di minuti di inquietudine alla The Ring li realizza bene.

I personaggi sono i soliti di sempre, e non ci sono nuove entrate di particolare rilevanza: consiglio di vedere questo OVA non troppo distante dalla serie, poiché servirà ricordare il ruolo dei vari personaggi e le dinamiche che si instaurano tra essi.

I disegni rimangono uguali a quelli delle puntate precedenti: viene fatto un po’ meno uso dei personaggi abbozzati, ma a parte questo ci si trova con la stessa qualità.
L’audio è stato ben curato, con opening ed ending diversa per ciascun OVA e le Canzoni delle Sirene ottimamente realizzate: con mia somma vergogna devo ammettere che la Canzone della Furia di Luna mi ricordava, con le sue schitarrate, i Dragonforce…

In definitiva, i due OVA di Seto no Hanayome sono indirizzati a chi ha amato la prima serie, e ne mantengono lo stile: la seconda e -in minor misura- la terza parte sono forse un pochino sottotono, ma basterebbero anche solo i primi quindici minuti per rendere questo anime degno d’essere visto.

Voto: 9. Rispecchia la prima serie anche nel voto, essendo fondamentalmente uguale.

Consigliato a: chi ha amato le iniziali vicende del povero Nagasumi; chi apprezza i personaggi senza senso; chi vuole ballare sulle note dell’antica Canzone della Violenza delle Sirene.

Ikkitousen: Great Guardians

…e dopo il fanservice e ulteriore fansevice, cosa possiamo aspettarci dalla terza serie?

Ikkitousen: Great Guardians

Questa terza serie riprende il filo qualche tempo dopo il termine della seconda. La minaccia di Motoku è stata sventata, e le tensioni tra le scuole si sono visibilmente rilassate: oramai molte guerriere si frequentano anche se sono di istituti diversi.
Un avvenimento, tuttavia, scuote la tranquillità: Ryofu Housen, che morì nella battaglia finale contro Toutaku (prima serie), sembra essere tornata in vita! Non ha tuttavia conservato alcuna delle sue memorie… cosa sarà mai accaduto? Lei è davvero Ryofu e, se sì, come fa ad essere nuovamente viva? Come mai alcune persone iniziano a comportarsi in maniera a dir poco strana? Chi c’è dietro a tutto ciò?

Partiamo innanzitutto dal punto focale di questa serie: il fanservice. Durante le prime puntate si torna ai livelli della prima serie, con mutande e tette in ogni dove: inoltre, rifanno la loro comparsa le scene ai limiti dello yuri-hentai: nulla di esplicito, ma la differenza è solo di pochi cm2 di stoffa. Dopo circa la metà delle dodici puntate, tuttavia, il livello di zozzerie visive si riduce abbastanza sensibilmente. C’è addirittura un combattimento in cui si colpiscono e le tette non volano al vento!!

Sulla trama, gli autori hanno probabilmente fatto un ragionamento. Nella prima serie avevano avuto qualche ideuzza, e il resto era nebbia. Nella seconda serie la storia era un casino senza senso. Nella terza… perché darsi la pena di pensarci troppo?
In seguito a tale illuminato pensiero, la prima metà della serie è composta di filler comico/ecchi che non portano da nessuna parte il mistero della resurrezione di Ryofu (preso per naturale dopo due minuti da qualsiasi personaggio). Verso puntata 7-8, probabilmente per uno scrupolo di coscienza, il problema inizia ad essere affrontato. Nelle puntate rimanenti, la trama prende pertanto un’accelerata notevole: tra sbandate, discorsi e qualche mazzata, si arriva ad avere un quadro abbastanza completo della situazione. Volendo fare un riassunto, ci troviamo dinnanzi alla solita storia del personaggio che è cattivo perché è stato maltrattato, non capisce l’amicizia, si sente solo e quindi vuol distruggere tutto: l’originalità è morta alla seconda parola di questa frase, ma perlomeno non si sono avventurati in idee assurde e insensate. Anche tutta la menata del “devo farlo perché è il mio destino”, di cui erano tristemente permeate le prime due serie, è un po’ meno presente.

I personaggi sono i soliti di sempre, con un paio di nuove entrate che però risultano parecchio inutili. La sorella di Hakufu ha la stessa utilità di una narice sulla schiena, e il Grande Cattivo trama nell’ombra… talmente nell’ombra che interagisce con gli spettatori solo nelle ultime due puntate.
Sui protagonisti che ci accompagnano da tre serie è stato fatto un lavoraccio: praticamente tutti sembrano le caricature di sé stessi, e soprattutto Kan’U Unchou e Ryonmou Shimei (due delle poche che nelle precedenti vicende avevano fatto una figura almeno decente) sembrano delle totali idiote in confronto alle pseudo-rispettabili guerriere che erano prima. Anche i loro stili di combattimento diventano totalmente inutili, poiché qui ci si picchia ben meno che nelle prime due serie: peccato.
Inoltre, praticamente chiunque ha un quoziente intellettivo a cifra singola: tutti vengono presi in giro dai più ingenui dei trucchetti, cadono nelle trappole inconsciamente dopo che, tre minuti prima, qualcuno aveva detto loro che X era un nemico, eccetera.
L’unico personaggio che in fin dei conti mi ha sorpreso è Ouin Shishi: per quasi tutta la serie pensavo “ecco, la continuity se ne va a ramengo, lui non era più così” e poi mi son trovato colpito dal fatto che tutto ciò avesse una motivazione, e che essa fosse coerente con il carattere dell’eroe di 1800 anni fa che vive in Shishi.

La grafica ha fatto un passo indietro rispetto alla seconda serie (che sia stato un taglio di fondi, visti i risultati del passato? Chissà), e i combattimenti sono meno spettacolari di un tempo – e sono anche di minor numero.
Nulla da dire sulla parte audio, con opening ed ending nella norma e delle voci appropriate.

Beh… che dire. Giunti oramai alla terza serie, non avevo alcuna aspettativa per Ikkitousen: Great Guardians. Per quanto rimanga una serie a mio parere scarsa e senza alcun mordente, tuttavia, devo concedere che in un paio di punti ho visto qualche barlume di decenza che non fa sprofondare questo terzo capitolo ai livelli del secondo.

Voto: 5,5. Siamo sui livelli della prima serie: tante tette, qualche scena quasi zozza e uno straccio di trama per tenere insieme tutto. Non basta, ma magari qualche 15enne ingrifato potrebbe rimanerne colpito.

Consigliato a: chi ha gradito la prima serie di Ikkitousen; chi vuole tante tette all’aria, e non si stufa delle trame trite e ritrite; chi si chiede quanti baci saffici si possono infilare in un anime con la scusa del “è per la trama”.

Eureka Seven

Il colosso che la BONES ha sfornato nel 2005:

Eureka Seven

In un indefinito futuro, Renton è un ragazzo 14enne: non ha mai conosciuto suo padre, ma sa che egli fu l’eroe che salvò l’intero pianeta dalla distruzione. In una cittadina senza interessi ed avvenimenti, la sua unica passione è cavalcare le onde del Trapar, un’energia invisibile che riempie il cielo, con la sua tavola da “surf”.
La sua vita continua tranquillamente fino a quando, un giorno, un robottone appartenente ad una banda di ribelli da lui ammirati non gli piomba davanti a casa. Da esso esce Eureka, una misteriosa ragazza dallo sguardo magnetico, che dimostra subito interesse in Renton: egli decide pertanto di seguire Eureka e il gruppo Gekko State nelle loro avventure intorno al mondo. La vita fuori dal suo paesello è tuttavia molto più complessa e meno piacevole di quanto lui avesse immaginato, e ben presto si ritrova pieno di dubbi e paure… ma non è l’unico. Come riuscirà a proteggere i suoi cari? Riuscirà a svelare i misteri che man mano si mostrano dinnanzi a lui? Cosa è il Trapar, come fanno i robottoni a surfare nel cielo, cosa si nasconde dietro a tutto ciò?

Di questa serie da cinquanta puntate, devo ammettere, la prima decina mi aveva scoraggiato. Dopo gli avvenimenti iniziali la partenza è lenta e poco interessante. Si capisce che ciò è fatto per presentare le particolarità dei vari personaggi, ma ciò non può venir fatto con delle storie poco interessanti…
Per fortuna, tuttavia, ho dato retta a chi mi aveva consigliato questa serie e ho continuato: dopo tale iniziale mancanza, la storia decolla in maniera sempre più intrigante. Ogni puntata pare iniziare come un filler, ma si rivela invece interessante e porta elementi nuovi all’ambientazione che diventa sempre più completa, intrigante, misteriosa e complessa: entro metà serie c’è una valangata di carne sul fuoco, e la trama si fa via via più interessante. Lo svolgimento della storia principale rimane sempre abbastanza lento, poiché molte altre cose entrano in linea di conto: questo non fa però perdere interesse nei misteri che via via si moltiplicano.
Purtroppo verso la fine c’è un nuovo eccessivo rallentamento del passo, sebbene non marcato come all’inizio: nel corso dell’avvicinamento al climax finale, tuttavia, avrebbero potuto utilizzare un passo un po’ più spedito per mantenere alta la tensione.

La storia in sé, come detto, è ottimamente realizzata (sorvolando sui problemi sopraccitati di lentezza qui e là): ha alcune battute qui e là ed alcune puntate dall’anima un po’ più leggera, ma principalmente è un anime dal tono decisamente serio – e talvolta anche abbastanza crudo. Di per sé, vedendola a posteriori, la trama utilizza i soliti argomenti: il primo grande amore, la protezione dei propri cari, la salvezza del mondo. La grande differenza in questo caso non è in cosa si racconta, ma in come lo si fa: in Eureka Seven sono riusciti a rendere interessante anche il banale grazie al fatto che si inizia senza alcuna spiegazione, e si scopre tutto in corso d’opera. Questo mistero all’inizio è spiazzante, ma non porta il fastidioso sentimento del “non capisco che BIIIP succede”, bensì conduce al “voglio saperne di più!”, che è ciò che dovrebbe sempre accadere. Forse alcuni misteri vengono tenuti un po’ tanto a lungo (sentir nominata una persona da puntata 1 a puntata 37 senza mai saperne niente di più è un po’ fastidioso…), ma sono casi isolati.
Questo, secondo mio parere, è soprattutto possibile in casi come questo, dove l’anime nasce spontaneamente e non come adattamento da un manga: tali due forme d’arte necessitano tempi e modalità di narrazione diverse, e purtroppo la conversione è molto difficile da fare mantenendo intatte le intenzioni iniziali.

Sui personaggi ci sarebbe molto da dire: in 50 puntate c’è molto tempo per vederli in azione, e quindi ognuno ha una sua storia personale.
In linea di massima, ogni personaggio importante ottiene, in proporzione alla sua rilevanza nella storia, un’evoluzione personale. Guardando il punto dal quale partono e vedendo la situazione in cui terminano, si vede che i cambiamenti sono importanti, adeguati e ben fatti: bisogna tuttavia dire che ogni tanto alcuni sviluppi lasciano un po’ perplessi, e soprattutto nella prima parte della serie in più situazioni si vorrebbe prendere a calci con violenza e furia alcuni elementi (principalmente Renton e Holland). Una volta che essi riescono a sconfiggere i loro principali demoni, tuttavia, una nuova strada si apre dinnanzi a loro e riescono a mostrare il loro meglio.
La storia d’amore tra Renton ed Eureka, che inizia sin da puntata 1, è il filo conduttore di buona parte della serie: questo non trasforma Eureka Seven in un anime amorepuccipucci, e dopo gli iniziali discorsi (i quali fanno nascere il desiderio di prendere a calci Renton di cui parlavo prima) si sviluppa in maniera abbastanza solida – contando comunque che i protagonisti sono degli adolescenti.

Dal punto di vista artistico, sono impressionato. Il disegno dei personaggi è molto buono (pensavo fosse del 2007-2008, non del 2005!), ma l’eccellenza viene raggiunta nei tanti coreograficissimi combattimenti aerei: quando entrano in campo gli LFO, ci si può gustare delle battaglie estremamente dinamiche e avvincenti. Inoltre, nonstante la serie sia di taglio principalmente militaresco, lo schermo non è pieno unicamente di grigioverde: viene fatto grande uso di colori, che colpisce ancor più lo spettatore.
La musica non è da meno: le varie opening ed ending sono di primissima qualità, e la maggior parte risulterebbe orecchiabilissima anche in radio.

Insomma, sono rimasto abbastanza colpito da quello che ritengo ad oggi uno dei lavori più grossi della BONES: non è perfetto, ci sono dei cali di ritmo che potrebbero scoraggiare i meno pazienti ed inizialmente sembra di essere in un mondo governato da leggi fisiche stupide e buffi robot che surfano nel cielo: ci vuole un po’ di costanza per arrivare al vero succo della questione. Non è un anime mostruosamente innovativo o rivoluzionario: fa quello che fanno gli altri, ma lo fa al massimo delle sue possibilità.

Voto: 8,5. Se avessero limato un po’ di tempi morti all’inizio e alla fine, avrebbe potuto essere anche più in alto: è comunque una storia degna d’essere ascoltata.

Consigliato a: chi ama robottoni un po’ inusuali (inizialmente… dopo diventano MOLTO inusuali); chi apprezza delle storie d’amore travagliate ma sincere; chi vuol conoscere l’animale da compagnia col più alto peso specifico esistente.