Kite Liberator

…Lo pseudo-sequel di una serie tutto massacri e niente cervello: che ne sarà venuto fuori?

Kite Liberator


Monaka Noguchi è la figlia di un astronauta che da quattro anni lavora sulla ISS: è una 16enne scolara come tutte, che per mantenersi dopo la morte della madre -oltre ai soldi che il padre riesce ad inviarle- lavora come cameriera in uno squallido bar di periferia.
Lei ha tuttavia un segreto. Quando la notte cala, si trasforma nell’angelo della morte: un’assassina che su commissione elimina la feccia della città come maniaci, assassini, stupratori et similia.
Ma riuscirà Monaka per sempre a mantenere la sua doppia identità senza farsi scoprire? E i problemi che si stanno sviluppando sulla stazione spaziale in che modo la coinvolgeranno?

In primis, va detto che questo è il seguito di Kite (come il nome suggerisce), ma l’unica cosa che è direttamente correlata è la pistola usata dalle due protagoniste, e null’altro. L’idea di base rimane la stessa: sparatorie e sangue, personaggi invischiati in un mondo degradato e cinico, palpate varie, una storia che potrebbe anche non esistere.

Partiamo da quest’ultimo punto: la trama. Se nel primo Kite era banale, in questo caso si arriva a livelli di insulsità davvero notevoli. Non rivelerò nulla per non togliere il gusto allo spettatore di scoprire come dei problemi su di una stazione spaziale possano coinvolgere una ragazzina sulla terra, ma ad un certo punto ero incredulo davanti a delle idee così… così… brutte. Fino a quando si rimane sulla terra e si seguono le vicende di Monaka le cose funzionano più o meno bene, si rimane nel classico filone delle persone con doppia vita: il resto è pattume che avrebbero potuto defenestrare senza rimpianti, facendo un gran bene ai cinquanta minuti di proiezione.

I personaggi risultano un po’ meglio della trama: ovviamente non c’è il tempo per alcuno sviluppo, ma si intravede lo stesso stile precedentemente utilizzato dagli stessi autori in Kite e Mezzo Forte: come sopra detto, tutte le personalità coinvolte si muovono ai confini della malavita, in sobborghi degradati e in cui l’unico modo per sopravvivere è lavorare con elementi socialmente inaccettabili. Per il resto si può dire poco: è un peccato che non si sviluppi assolutamente il personaggio di Mukai: sembra essere interessante, ma non si vede praticamente nulla di lei. Il padrone del locale è decisamente strano, ma risulta simpatico.
I personaggi sulla stazione spaziale, ovviamente, avrebbero fatto meglio a morire tutti prima dell’inizio della storia qui narrata.

Un punto sul quale Kite aveva guadagnato la maggior parte dei suoi punti è la violenza: sparatorie, accoltellamenti, sbudellamenti e crudeltà varie erano davvero ben realizzate ed originali. In questo caso lo stile rimane lo stesso, ma purtroppo le scene d’azione sono drasticamente ridotte: ancora una volta, la fetida parte della ISS e ciò ad essa correlato ruba spazio a possibili massacri (offrendone solo uno, simpatico ma comunque meno appassionante dei soliti).
Anche a terra, in ogni caso, c’è violenza ma un po’ meno marcata del precedente OVA: sangue ne scorre un po’ meno, e con un po’ meno fantasia (e mostrato in maniera un po’ meno cruenta). Un peccato, perché da quel punto di vista gli animatori ci sanno fare e i risultati sono molto gradevoli se piace il genere.

Il disegno a me è piaciuto molto: non sempre la qualità è al massimo, ma quando lo è risulta davvero impressionante. La CG è ai limiti del realismo, ed è un peccato che non si integri totalmente con il resto dei disegni circostanti e venga utilizzata non molto spesso.
L’audio è praticamente assente anche in questo caso.

Insomma, cosa si può pensare di Kite Liberator? Si può pensare che, tentando di darsi un’aria un po’ più complessa del suo predecessore, abbia annacquato la cosa che lo caratterizzava e lo rendeva simpatico da guardare: l’estrema violenza semi-gratuita. Con una storia oltre i limiti dell’imbarazzante e meno sparatorie, chiaramente il risultato è inferiore: non è una tragedia da guardare (alcuni pezzi son davvero simpatici, e poi non dura nemmeno un’ora) ma sarebbe stato meglio se avessero continuato a fare ciò che sanno fare al meglio.

Voto: 6. Balla a filo con il 5,5, ma un paio di scene strappano una macabra risata e quindi gli concedo la sufficienza.

Consigliato a: chi non si offende se una storia comprende assassini, mutanti, curry, ossa, doppie identità, astronauti e baristi ciccioni pezzati con la suoneria miagolante del cellulare; chi vuole un po’ di sana violenza splatter, anche se meno di quanto si vorrebbe; chi si chiede quanto possono far male un curry mal cucinato o una birra speziata.

Kite

Violenza, criminalità, pistole e vendetta.

Kite

Sawa è una liceale a cui sono stati ammazzati i genitori. È in seguito stata presa in custodia Akai, un loschissimo figuro che lavora in polizia ma segretamente gestisce un gruppo di assassini. In seguito alla promessa di trovare gli assassini dei suoi genitori, inizia anche lei ad uccidere per mestiere: ma oltre ad approfittare di lei, Akai si interessa del caso? Cosa si nasconde dietro ai gesti dei vari personaggi? Chi ha in mano la verità?

Va innanzitutto detta una cosa: di Kite sono reperibili due versioni, una censurata e director’s cut. La prima dura circa 45 minuti e taglia tutte le scene di sesso esplicito, che invece nella seconda ci sono e ammontano a circa una decina di minuti: se del caso, quindi, reperite il file che più si addice ai vostri gusti. Nella versione censurata, comunque, non viene tagliato alcun elemento della trama.

Parlando di trama, la stessa è molto semplice. A ben pensarci ci sono anche alcuni buchi nella storia (che non svelerò per evitare spoiler), ma dopotutto si inizia a vedere Kite con l’intenzione di guardare un’oretta di violenza, corpi che esplodono e pungiglioni che trafiggono arti: di certo non ci si mette a cercare chissà cosa nella narrazione. Va tuttavia detto che nella seconda parte ci sono un paio di momenti in cui si rimane decisamente spiazzati, e il finale lascia asssolutamente di sasso: questo è un punto secondo me positivo.

I personaggi sono parecchio caratterizzati ma molto poco sviluppati: si capisce subito chi sono i bastardi (anche se verrebbe da dire “tutti”, visto l’ambiente in cui ci si trova), ed essi si comportano come tali. Anche la protagonista non è certo un personaggio che parla granché, ed infatti buona parte del tempo lo passa sparando o infilzando qualcuno.
Parlando di violenza, si può di certo dire che le scene d’azione sono ben fatte: sono poco credibili in alcuni punti, ma la spettacolarità compensa la mancanza di realismo in maniera più che abbondante. I proiettili esplosivi sono un punto aggiuntivo a favore dello splatter, che regna incontrastato in Kite. Data la grande violenza, anche la versione censurata è pertanto sconsigliata agli impressionabili e ai più giovani: anche senza le parti di sesso, rimane una produzione destinata ad un pubblico adulto.

I disegni, per essere del 1998, non sono malaccio: non sono nulla di che, ma le carenze nel disegno e nell’animazione “normale” spariscono quando la gente inizia a menarsi. In questo, Kite non si distanzia da Mezzo DSA, altro prodotto degli stessi creatori.
Il sonoro è invece praticamente inesistente: nessuna opening, nessuna ending, nessuna musica particolare. Non valutabile.

Insomma, perché guardare Kite? Beh, per avere tre quarti d’ora di sangue, cattiveria e tradimento (e sesso, a dipendenza se è la director’s). Io non posso negare di essermi divertito e, nonostante riconosca tutte le limitazioni di un prodotto certamente lontano anni-luce dalla perfezione, devo dire che son stato contento di aver dato una possibilità anche ad un prodotto usualmente fuori dai miei standard.

Voto: 7,5. Bang, bang! Aaargh! Bastardo! Bang bang! Zack!

Consigliato a: chi adora l’ultraviolenza; chi non si offende per qualche scena di sesso (o non ha i genitori che guardano da dietro la schiena); chi vuol scoprire quale è il personaggio di Hollywood che ha un gemello segreto.

Ikkitousen: Great Guardians

…e dopo il fanservice e ulteriore fansevice, cosa possiamo aspettarci dalla terza serie?

Ikkitousen: Great Guardians

Questa terza serie riprende il filo qualche tempo dopo il termine della seconda. La minaccia di Motoku è stata sventata, e le tensioni tra le scuole si sono visibilmente rilassate: oramai molte guerriere si frequentano anche se sono di istituti diversi.
Un avvenimento, tuttavia, scuote la tranquillità: Ryofu Housen, che morì nella battaglia finale contro Toutaku (prima serie), sembra essere tornata in vita! Non ha tuttavia conservato alcuna delle sue memorie… cosa sarà mai accaduto? Lei è davvero Ryofu e, se sì, come fa ad essere nuovamente viva? Come mai alcune persone iniziano a comportarsi in maniera a dir poco strana? Chi c’è dietro a tutto ciò?

Partiamo innanzitutto dal punto focale di questa serie: il fanservice. Durante le prime puntate si torna ai livelli della prima serie, con mutande e tette in ogni dove: inoltre, rifanno la loro comparsa le scene ai limiti dello yuri-hentai: nulla di esplicito, ma la differenza è solo di pochi cm2 di stoffa. Dopo circa la metà delle dodici puntate, tuttavia, il livello di zozzerie visive si riduce abbastanza sensibilmente. C’è addirittura un combattimento in cui si colpiscono e le tette non volano al vento!!

Sulla trama, gli autori hanno probabilmente fatto un ragionamento. Nella prima serie avevano avuto qualche ideuzza, e il resto era nebbia. Nella seconda serie la storia era un casino senza senso. Nella terza… perché darsi la pena di pensarci troppo?
In seguito a tale illuminato pensiero, la prima metà della serie è composta di filler comico/ecchi che non portano da nessuna parte il mistero della resurrezione di Ryofu (preso per naturale dopo due minuti da qualsiasi personaggio). Verso puntata 7-8, probabilmente per uno scrupolo di coscienza, il problema inizia ad essere affrontato. Nelle puntate rimanenti, la trama prende pertanto un’accelerata notevole: tra sbandate, discorsi e qualche mazzata, si arriva ad avere un quadro abbastanza completo della situazione. Volendo fare un riassunto, ci troviamo dinnanzi alla solita storia del personaggio che è cattivo perché è stato maltrattato, non capisce l’amicizia, si sente solo e quindi vuol distruggere tutto: l’originalità è morta alla seconda parola di questa frase, ma perlomeno non si sono avventurati in idee assurde e insensate. Anche tutta la menata del “devo farlo perché è il mio destino”, di cui erano tristemente permeate le prime due serie, è un po’ meno presente.

I personaggi sono i soliti di sempre, con un paio di nuove entrate che però risultano parecchio inutili. La sorella di Hakufu ha la stessa utilità di una narice sulla schiena, e il Grande Cattivo trama nell’ombra… talmente nell’ombra che interagisce con gli spettatori solo nelle ultime due puntate.
Sui protagonisti che ci accompagnano da tre serie è stato fatto un lavoraccio: praticamente tutti sembrano le caricature di sé stessi, e soprattutto Kan’U Unchou e Ryonmou Shimei (due delle poche che nelle precedenti vicende avevano fatto una figura almeno decente) sembrano delle totali idiote in confronto alle pseudo-rispettabili guerriere che erano prima. Anche i loro stili di combattimento diventano totalmente inutili, poiché qui ci si picchia ben meno che nelle prime due serie: peccato.
Inoltre, praticamente chiunque ha un quoziente intellettivo a cifra singola: tutti vengono presi in giro dai più ingenui dei trucchetti, cadono nelle trappole inconsciamente dopo che, tre minuti prima, qualcuno aveva detto loro che X era un nemico, eccetera.
L’unico personaggio che in fin dei conti mi ha sorpreso è Ouin Shishi: per quasi tutta la serie pensavo “ecco, la continuity se ne va a ramengo, lui non era più così” e poi mi son trovato colpito dal fatto che tutto ciò avesse una motivazione, e che essa fosse coerente con il carattere dell’eroe di 1800 anni fa che vive in Shishi.

La grafica ha fatto un passo indietro rispetto alla seconda serie (che sia stato un taglio di fondi, visti i risultati del passato? Chissà), e i combattimenti sono meno spettacolari di un tempo – e sono anche di minor numero.
Nulla da dire sulla parte audio, con opening ed ending nella norma e delle voci appropriate.

Beh… che dire. Giunti oramai alla terza serie, non avevo alcuna aspettativa per Ikkitousen: Great Guardians. Per quanto rimanga una serie a mio parere scarsa e senza alcun mordente, tuttavia, devo concedere che in un paio di punti ho visto qualche barlume di decenza che non fa sprofondare questo terzo capitolo ai livelli del secondo.

Voto: 5,5. Siamo sui livelli della prima serie: tante tette, qualche scena quasi zozza e uno straccio di trama per tenere insieme tutto. Non basta, ma magari qualche 15enne ingrifato potrebbe rimanerne colpito.

Consigliato a: chi ha gradito la prima serie di Ikkitousen; chi vuole tante tette all’aria, e non si stufa delle trame trite e ritrite; chi si chiede quanti baci saffici si possono infilare in un anime con la scusa del “è per la trama”.

Ikkitousen: Dragon Destiny

Il sequel di una serie di puro fanservice cosa potrà promettere se non more of the same?

Ikkitousen: Dragon Destiny

La storia riprende da qualche mese dopo la fine della prima serie, Ikkitousen. Il malvagio è stato sconfitto, ma ora un vuoto di potere si manifesta tra le varie scuole: chi sarà a prendere il possesso del comando nella regione di Kantou? E cosa nascondono i tre capi delle principali scuole dentro sé stessi? Che poteri potrà trasmettere la mistica Sfera del Drago, che pare poter controllare le più grandi energie?

Iniziamo col valutare i miglioramenti rispetto alla prima serie. Il primo e più evidente è il disegno: è notevolmente più bello, i personaggi sono ben disegnati e l’animazione è fluida. La prima serie era bruttina da guardare: questa, sebbene non sia propriamente il top del 2007, si fa vedere con piacere dal punto di vista estetico.
Il tono della serie prende una via parecchio più seria rispetto a prima, anche perché le risse diventano assalti con tanto di armi e si arriva fino all’uccidere i propri avversari, portando il livello di rischio per i partecipanti ben più in alto.
Inoltre, il tono dell’esposizione alle zozzerie è diminuito: il fanservice è ancora presente in maniera parecchio massiccia, ma si evitano le varie situazioni al limite dell’hentai che tempestavano il primo capitolo. Parlando di fanservice, infine, da metà della serie in poi esso viene moderatamente ridotto: non viene elminato, ma si passa dalle 30-50 visioni di mutande e tette a sole 15-20. In tal modo, magari, ci si riesce a concentrare sulla storia!

Peccato soltanto che la trama non abbia ALCUN senso. Nella maniera più assoluta. La prima serie aveva una storia relativamente concepibile, con un po’ di fantasia: in questo caso mi sono impegnato a seguire il filo logico degli avvenimenti che casualmente continuavano a succedersi, solo per accorgermi che tale filo non c’era. Personaggi nuovi vengono inseriti al posto di quelli spariti nella precedente serie, aggiungendo inutilità all’inutilità. Le spiegazioni dei personaggi sono totalmente inconcludenti e contradditore tra una puntata e l’altra.
In tal senso, bisogna anche dire che il ritmo della serie è molto calato: nella prima c’era una buona somma di scazzottate e mazzate, mentre in questo caso si assiste a puntate intere di blablablablabla intermezzate da due calcetti (oltre alle mille tette e mutande inquadrate, ovviamente).
I combattimenti stessi sono disegnati molto meglio, ma risultano estremamente meno avvincenti: all’inizio ce ne sono un paio decenti, anche perché dai pugni e contusioni si passa alle armi e coltellate, con qualche personaggio che ci lascia inaspettatamente in maniera parecchio violenta. In seguito però i personaggi iniziano a sparare sfere energetiche e raggi laser, a fare salti di 15-20 metri, a volare e quant’altro, senza nessun motivo apparente. Questo porta da una parte ad uno strappo dei vestiti ancor più intenso (basta un colpo e gonna, camicetta e reggiseno vengono atomizzati), e d’altra parte alla rappresentazione del combattimento in maniera simile al cugino molto povero di Dragonball.
Infine, qualcuno dovrà prima o poi degnarsi di spiegarmi due cose. Primo: perché tutti parlano di “conquista del mondo” sognando grandi armate (anche in questo caso per tutta la serie la gente fa le cose “perché è il mio destino”), quando si tratta soltanto di risse tra scolari? Cosa vogliono controllare, le mense scolastiche? I cassetti dove riporre le scarpe? Secondo: ma se queste sono faide tra scuole… perché nessuno fa lezione, in effetti? Non c’è un singolo maestro in tutti gli istituti, di giorno tutti quanti sono in giro a spaccarsi la faccia e via dicendo. Come mai nessuno fa nulla nella sua vita (a parte nel terribile finale)?

Il disegno, come detto, è molto migliorato e risulta abbastanza godibile; il sonoro rimane sullo stesso stile della serie antecedente, ma le canzoni sono secondo me un po’ meno riuscite.

Insomma, Ikkitousen: Dragon Destiny è riuscito in una missione che credevo impossibile. Ha preso un lavoro confezionato per degli adolescenti in calore ed è riuscito a renderlo noioso, incomprensibile e tedioso. Solo il disegno apporta un parziale miglioramento, ma il resto viene reso ancor più fallimentare di quanto già non fosse. E c’è pure la terza serie…

Voto: 4. È davvero una porcata: si potrebbe riuscire a fare qualcosa di peggio, ma bisognerebbe impegnarsi parecchio.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie e gli è piaciuta; chi non attende altro di veder mutande, tette e palpeggiamenti sullo schermo; chi si è condannato a quattro ore di sofferenza autoinflitta.

Mezzo Danger Service Agency

Volete vivere abbastanza da arrivare a mangiare la vostra cena? Non confrontatevi con

Mezzo Danger Service Agency

La storia, è semplice. In un vicino futuro Mikura, Harada e Kurokawa sono tre amici/colleghi che gestiscono la DSA, la Danger Service Agency, che ha sede in un vecchio bus inglese posteggiato in cima ad un palazzo. La loro specializzazione è quella nei lavori pericolosi di ogni genere. Questo riassume tutte le informazioni necessarie per capire di cosa si parlerà… missioni pericolose, pallottole vaganti, calcioni rotanti e vetture che si schiantano qua e là.

Messa così, questa serie composta da un film e 13 seguenti puntate (gira voce che il film sia hentai… balle, ci sono unicamente due scene di nudo e stop) sembra decisamente banale, ma in questo caso ho trovato quel qualcosa in più.
Questo “qualcosa in più” è composto dai personaggi: nonostante ci sia poco tempo per sviluppare i personaggi (ed in effetti si scopre un po’ del loro passato, ma null’altro), la caratterizzazione è davvero molto ben fatta. Non ci si poteva aspettare di meno da coloro che hanno fatto Elfen Lied e Genshiken…

I tre personaggi principali sono geniali, e sin da subito si rimane affascinati dai loro forti caratteri (soprattutto di Mikura, che ritiene che far saltare in aria una cosa sia il modo migliore per gestirla, e di Kurokawa, che ha mille piccole fissazioni e abitudini che lo caratterizzano). Gli altri personaggi che orbitano attorno alla DSA sono forse meno inquadrati, ma non per questo meno interessanti: è difatti da notare il bellissimo rapporto di affari/amicizia/odio/rivalità con il barbiere capo-gang del piano di sotto, che secondo me è un personaggio meraviglioso che farebbe un figurone in qualsiasi serie.

La trama purtroppo non è però all’altezza dei personaggi: la quasi totalità delle puntate tratta casi singoli che si aprono e si chiudono in venti minuti, e solo le ultime due o tre puntate sono realmente connesse da loro da un filo di narrazione. Considerando il grande sforzo effettuato nel realizzare l’ambientazione e i protagonisti, trovo questo un grosso spreco.

Inoltre, dal punto di vista tecnico questa serie, essendo stata realizzata nel 2004, risulta un pochino carente. I disegni sono ok e le animazioni dei combattimenti sono estremamente fluide e adrenaliniche, ma al di fuori di esse forse avrebbero potuto sforzarsi un minimo di più. Anche la musica, a parte l’energizzante sigla iniziale, passa un po’ inosservata: peccato.

Insomma, Mezzo Danger Service Agency è una piccola gemma che forse non moltissimi conoscono, ma che secondo me vale davvero la pena di esser vista anche solo per conoscere i personaggi che la popolano. Il finale lascia le porte spalancate per un sequel, nel quale spero MOLTO vivamente: date a Mikura una buona trama, e ci si farà strada a calci affascinando tutti noi che seguiremo le sue avventure.

Un ultimo punto, per coloro che capiscono un minimominimo di giapponese: date un orecchio alle parole di Kurokawa, perché sono da morire. Praticamente ogni sua frase è un gioco di parole, un’assonanza, una rima, un proverbio. Purtroppo non può esser reso né in traduzione né in sottotitolo, quindi affinate l’udito alla nipponica lingua!

Voto: 8. Davvero godibile e spensierato. Avrebbe dovuto esser affinato un po’ di più, ma vabbé.

Consigliato a: chi cerca un po’ di sana azione; chi ama vedere belle donne fare salti mortali e prendere a calci i cattivi; chi prova solidarietà per gli uomini di mezza età con stempiature incipienti.

Elfen Lied

Passiamo ora ad un po’ di ultraviolenza:

Elfen Lied

Questo anime è stato comunemente rinominato Splatter Lied per l’inumana quantità di gore che contiene.
La storia in breve è questa: da un centro di ricerca scappa un Diclonius, che è un essere molto simile ad un umano ma con delle “braccia invisibili” che può usare a volontà. Tali braccia sono di una forza inumana, e possono facilmente strappare una testa dal corpo, piegare una canna di un’arma o smembrare completamente qualcuno… sin dalla prima puntata si capisce che il tenore di violenza sarà decisamente alto.

Questa diclonius scappata, Lucy, perde la sua memoria assassina e trova sistemazione presso un ragazzo, Kouta, che vive da solo in una grande casa perché la sua famiglia è stata trucidata in un sanguinoso incidente quando lui era piccolo, e di cui lui ha rimosso ogni ricordo.

Chiaramente il governo tenta di riprendere ciò che ha perso, e la memoria di Lucy pian piano comincia a riaffiorare, in schizofrenici momenti che alternano una giovane ragazza ad un’efferata assassina con inquietante facilità.

I disegni sono gradevoli, se non si è infastiditi da litri di sangue (abbastanza plasticoso, invero) che sgorgano durante le battaglie.
La storia in sé è abbastanza ben congegnata, e si sviluppa in maniera abbastanza lineare: i vari incontri con differenti elementi di pericolo sono sempre diversi e le minacce non sono mai uguali, portando quindi a battaglie che non sono fotocopie una dell’altra.

L’unica cosa che mi ha lasciato perplesso è il protagonista, Kouta: man mano che la storia si dipana, lui agisce in maniera sempre meno logica e comprensibile. Alcune sue prese di posizioni sono completamente inaccettabili per qualsiasi umano dotato d’intelletto, e questo purtroppo pesa un po’ sulla credibilità finale della storia.

Voto: 8

Consigliato a: chi ama il gore; chi vuol vedere ragazzine segarsi arti a vicenda; chi vuol farsi un viaggio nell’ultraviolenza.