Neo Tokyo

…Tre storie totalmente scollegate tra loro, da tre grandi maestri:

Neo Tokyo


Questo anime si compone, come detto, di tre storie diretta da tre grandi maestri dell’animazione giapponese per una durata complessiva di circa tre quarti d’ora: andiamo ad esaminarle più nel dettaglio.

Labyrinth Labyrinthos
Sachi è una bambina che sta giocando a nascondino con il suo gatto Cicerone, mentre la mamma prepara la cena: trovando il gatto in un orologio a pendolo, scopre il passaggio per un mondo assurdo e fantastico, dove tutto muta e cambia in un istante.
Questo primo racconto è quasi completamente privo di senso: una volta finita la visione dell’opera completa si capisce che il suo significato è “introdurre” gli altri due lavori, sebbene in maniera molto indiretta, ma durante la visione si assiste in pratica ad una decina di minuti quasi senza senso. Sembra quasi di assistere ad un esercizio di stile da parte di Rintaro (creatore di Capitan Harlock e Galaxy Express 999), che però lascia molto poco allo spettatore. È un peccato, perché data la faraonica quantità di cambi di scena lo spettatore si trova a cercare un filo conduttore che in realtà è flebilissimo.

The Running Man
Siamo in un oscuro futuro. Zach Hugh è uno dei più grandi corridori della Death Race, la corsa più pericolosa del mondo, corsa in piste quasi perpendicolari al terreno (su cui le vetture si tengono unicamente a causa della forza centrifuga) con bolidi potentissimi. Egli è oramai una leggenda, ed un giornalista dal gusto vagamente noir si reca all’autodromo per scrivere un pezzo su di lui… e per vedere la sua ultima gara.
Questa storia ha decisamente più senso rispetto alla prima, ma manca di profondità. Gli eventi che accadono sono abbastanza semplici (d’altra parte, è dura fare un grande approfondimento in 11 minuti), ma non per questo spiacevoli: qualche scenetta qui e lì con un po’ di sangue, inoltre, non fa mai male. Ci sono però alcune sequenze che secondo me male si intersecano nella narrazione principale, e che un po’ rovinano il gusto del “corridore maledetto” inserendo altri elementi secondo me non necessari.
Questo lavoro è diretto da Yoshiaki Kawajiri, e lo stile si riconosce: il produttore di Ninja Scroll, Vampire Hunter D: Bloodlust e X non passa inosservato.

Construction Cancellation Order
In ultimo, si arriva al lavoro principale, che occupa metà del tempo di produzione: il contributo di Katsuhiro Otomo (Akira, Memories, Steamboy… dicono nulla?) a quest’opera.
Una grossa multinazionale sta costruendo un faraonico progetto in una nazione tropicale. Purtroppo, un colpo di stato ha fatto sì che il lavoro debba essere immediatamente fermato: purtroppo, l’unica persona a dirigere i lavori -che sono effettuati interamente da robot- non sembra raggiungibile, e bisogna fermare i lavori per impedire di buttare ulteriori soldi in un già epocale buco finanziario.
Viene pertanto inviato un impiegato, Tsutomu Sugioka, a provvedere allo stop ai lavori: al suo arrivo si vede accolto dal robot #1, direttore lavori del sito di costruzione 444.
Rapidamente ci si rende conto che bloccare il lavoro non risulterà semplice come pare: il robot pare ignorare qualsiasi comando in tal senso, ed inoltre preme i lavori in maniera sempre più folle per mantenere una teorica scadenza con ulteriori costi! Man mano si può seguire il decadimento del povero impiegato da direttore lavori a prigioniero, e del robot negli antri della pazzia cibernetica.
Il lavoro è chiaramente molto semplice (si sta sempre ancora parlando di proiezioni di una 20ina di minuti), ma in questo caso -sebbene il finale avrebbe potuto essere un po’ migliore- si riescono a dare molte informazioni in poco tempo, creare un ambiente interessante, un antagonista al protagonista temibile e delle scene molto intriganti.

Come riassunto di tutto ciò, si può pertanto dire che per i miei gusti solo un lavoro su tre è riuscito appieno: i primi due hanno varie lacune che ne rendono poco interessante la visione, mentre l’ultimo risulta godibile in maniera notevole.

Dal punto di vista artistico, sono rimasto assolutamente impressionato. Questi tre anime sono del 1986, ma la grafica è notevolissima anche per gli odierni standard: pensandola con gli occhi di allora, è quanto di più vicino ad un capolavoro visivo si possa immaginare. Molta meno attenzione è stata invece data alla parte sonora: un peccato.

Insomma, vale la pena di guardare Neo Tokyo? Beh, dato che dura 40 minuti direi di sì, soprattutto per l’ultima storia. È un lavoro che mostra i suoi anni e che sicuramente tredici anni fa è stato un progetto innovativo, ma al giorno d’oggi altri lavori simili sono secondo me più meritevoli (Memories, per esempio). Questo non toglie che un’occhiata gliela si può dare comunque.

Voto: 6,5. I primi due lavori sono ben fatti, ma senz’anima: l’ultim, invece, nella sua semplicità colpisce il bersaglio.

Consigliato a: chi ama i cortometraggi; chi apprezza piccoli lavori di grandi artisti; chi vuol vedere un robot decisamente malmesso ma sicuramente ligio al suo dovere.

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My Neighbors The Yamadas

…Un film su una normale famiglia. Né più, né meno.

My Neighbors The Yamadas

Gli Yamada sono una tipica famiglia giapponese: nonna, padre, madre, figlio, figlia. Ognuno di loro ha il proprio caratterino, e nell’ora e quaranta di proiezione si assisterà a numerosi avvenimenti che li coinvolgono.

Come si può capire, ci troviamo di fronte all’archetipo dello slice of life: non c’è alcuna storia continuativa, e ci si ritrova di fronte a molteplici episodi della durata variabile tra i trenta secondi e i dieci minuti; tutto sta pertanto nelle mani di chi queste vicende le vive e le racconta.
I personaggi, pertanto, ricoprono particolare importanza: i due protagonisti principali risultano essere i due genitori, ma anche gli altrihanno i loro spazi. In così poco tempo chiaramente non c’è spazio per uno sviluppo vero e proprio dei caratteri, ma si impara a conoscere abbastanza bene ognuno di loro; è stupefacente notare come in così poco tempo si riesca a capire i caratteri di chi compare sullo schermo in maniera quasi empatica, senza nemmeno bisogno di spiegazioni.

Le vicende in sé passano dal decisamente divertente al moderatamente scialbo, con una decente predilezione per la prima categoria. Si sta parlando di eventi di vita di tutti i giorni nella maniera più letterale del termine, e pertanto non ci si potrà aspettare sicuramente un gran colpo di scena ad ogni momento: ogni tanto si riesce tuttavia ugualmente a rimanere colpiti da qualche battuta (generalmente qualche uscita becera del figlio, solitamente abbastanza tranquillo). In altri casi, invece, la battuta finale non arriva e la vicenduola rimane senza mordente.

I disegni sono estremamente particolari: essendo del 1999, sicuramente la Ghibli aveva tutto il budget necessario per fare qualsiasi cosa…ed è stato scelto uno stile assolutamente essenziale, come se si vedesse l’animazione di uno sketch in via di produzione. Questo inizialmente colpisce, ma in seguito si nota che l’animazione in sé è invece molto ben fatta: ciò porta ad un curioso connubio tra disegno abbozzato ed espressività e motilità dei personaggi di buona qualità, dando un risultato davvero interessante.
Le musiche non permeano ogni angolo del film ma quando ci sono risultano appropriate al tono sereno e rilassante che si viene a creare, e sono di ottima qualità.

Insomma, vale la pena vedere questo insolito lavoro? Secondo me sì, se si apprezzano le serie tranquille e pacifiche che parlano di vita di tutti i giorni in maniera diretta e quieta. È un ottimo spaccato di vita di una “buona famiglia”, e personalmente l’ho apprezzato.

Voto: 8. Mezzo punto interamente per gli ultimi cinque minuti, col discorsino del capofamiglia e la versione giapponese di que séra séra cantata dall’intera famiglia.

Consigliato a: chi vuole serenità e relax; chi vuole farsi un paio di risate con situazioni di vita di tutti i giorni; chi vuole conoscere il cane più inutile di sempre.

Hajime no Ippo: New Challenger

…La seconda serie sul pugile col pugno d’acciaio:

Hajime no Ippo: New Challenger


Questa seconda serie da ventisei puntate inizia dopo il termine dell’ultimo OVA, in cui Ippo aveva difeso il titolo nazionale giapponese contro Sanada. Oramai il suo “compito” è la difesa della cintura, contro i continui assalti dei contendenti: riuscirà a mantenere il suo posto sul ring? E come se la caveranno gli altri contendenti a lui vicini, nelle loro personali sfide?

Come si può capire, anche in questo nuovo capitolo di una delle serie sportive da me predilette la trama non ha un grande rilievo: in fin dei conti si sta parlando di boxe, e quindi non ci sono tanti fronzoli accanto a ciò.
Iniziamo dalla novità più rilevante: tutto l’anime non è più incentrato su Ippo e sulle sue battaglie, ma verte soprattutto su altri boxeur a lui vicini o meno. Ippo ha un solo combattimento vero e proprio, mentre gli altri sono svolti tra altri sportivi che possono diventare successivamente suoi possibili avversari o di cui ci si interessa momentaneamente, ma lui personalmente non entra più in campo come vero e proprio protagonista: anche lo spettacolare incontro-cardine, che domina l’ultima parte della serie, vede come protagonista Takamura (che finalmente, dopo la prima serie in cui era solo una comparsa e un primo combattimento in questo in cui è l’ombra di sé stesso, di mostra di che pasta è fatto divenendo a tutti gli effetti il vero campione di questa serie).

Sui combattimenti in sé ci sono diverse cose da dire: alcune positive, altre meno. Sicuramente dal punto di vista positivo si trova una miglior grafica, che meglio aiuta a convogliare i sentimenti dei partecipanti ai combattimenti: il rovescio della medaglia è che, seppur con un’ottima animazione, spesso nel momento dei colpi si ricorre al noioso trucchetto della “telecamera che vibra” di modo che non si capisca quasi cosa sia successo: uno dei maggiori piaceri delle scazzottate della prima serie era vedere l’impatto dei colpi e gli effetti devastanti che essi avevano, e qui ciò ci viene negato.
In secondo luogo, alcuni potrebbero gradire il fatto che per decidere il vincitore non c’entrino più soltanto meri fattori di allenamento e abilità, ma che spesso ci siano elementi esterni (fisici o psicologici) che influiscono: personalmente, tuttavia, ho trovato tali espedienti ben poco interessanti, dato che vorrei vedere i miei eroi che nel meglio delle loro abilità fanno tutto quanto in loro potere per vincere, e non gente con la caghetta o persone che non vogliono colpire gli avversari per moviti vari!

I personaggi che popolano la serie sono quasi tutti quelli già conosciuti ed apprezzati nella prima serie, con alcune differenze.
In primis, si può notare che al difuori del ring l’umorismo è notevolmente aumentato: già in precedenza Hajime no Ippo era un anime con una certa carica di comicità (grazie soprattutto alla demenza di Takamura e di Aoki), ma qui in questo ambito si sono superati. In alcuni punti ho riso di gusto come raramente anche delle serie dichiaratamente comiche riescono a fare, con battute ed espressioni davvero epiche. L’unico contrappasso da pagare per tale aumentata ironia è il fatto che Ippo, da sempliciotto, nella prima parte della serie sembra quasi diventare un idiota; personalmente la cosa mi è dispiaciuta un po’, ma certe battute erano davvero impareggiabili (ovviamente se si apprezzano le battutacce di dubbio gusto – stiamo sempre ancora parlando principalmente di Aoki e Takamura!).
C’è tuttavia un aspetto che era un grande punto di forza delle prime 76 puntate e che qui è praticamente scomparso: gli avversari. Non che non ce ne siano, ma sono delle macchiette che servono solo come comparse, per quanto forti e devastanti, per presentare questo o quel problema con cui i protagonisti si devono scontrare. Inizialmente avevamo fenomenali contendenti del calibro di Mashiba, Vorg, Sendo… pezzi da 90 che venivano schierati contro Ippo e che davano corposità e massiccio interesse alle sfide. Qui invece non c’è nessuno che riesca anche solo minimamente a reggere la scena in tal modo: anche l’ultimo sfidante di Takamura, Hawk, in questo senso non vale che un’unghia di quanto erano i vecchi avversari. Davvero un peccato.

Il disegno, come detto sopra, è parecchio migliorato: ogni tanto sembra quasi troppo “plasticoso”, ma ciò accade davvero raramente e in linea di massima è un piacere da vedere. L’audio rimane di buona qualità, e i momenti clou vengono debitamente sottolineati con l’apporto musicale adeguato.

Insomma, è stato fatto un passo indietro con questa seconda, attesissima serie di Hajime no Ippo? Purtroppo sì, anche se non di molto. È sempre un gran piacere da guardare, ci son sempre delle grandi scazzottate e ci si diverte sempre un bel po’; siamo però usciti dai canoni del mezzo capolavoro per tornare nelle ordinarie file della buona serie, dove però si riescono ad intercettare alcuni difettucci qua e là.

Voto: 8. Alcuni pezzi mi han lasciato un tantino perplesso, ma il combattimento finale di Takamura (eroe!) fa mantenere solidità all’intera serie mantenendola un vero piacere per gli amanti dei combattimenti.

Consigliato a: chi ha amato la prima serie; chi non si offende se il protagonista è quello che combatte meno di tutti; chi vuol vedere la famiglia con il peggior umorismo DI SEMPRE.

Xenosaga

…Da un videogioco, una serie di fantascienza.

Xenosaga

Ci troviamo diverse migliaia di anni nel futuro. La terra è oramai un lontano ricordo: l’umanità vive in giro per le galassie, avendo sviluppato il sistema di viaggiare più veloci della luce.
Purtroppo una grande minaccia incombe sulle popolazioni dello spazio: delle terribili creature aliene, gli Gnosis, sono arrivati da chissà dove e sembrano avere soltano interesse nel distruggere l’umanità e recuperare delle strane reliquie, chiamate Zohar.
I protagonisti della serie vengono colti in uno di questi assalti, mentre stavano trasportando una reliquia: ma perché questi misteriosi esseri insistono negli attacchi? Riucirà Kos-Mos, la superarma senziente, a capovolgere le sorti della battaglia? E tutto ciò potrebbe esser correlato alla guerra che 14 anni prima sconvolse l’ordine galattico?

Inizio premettendo di non aver mai giocato al videogioco da cui questa serie è tratta, e pertanto la valutazione verrà effettuata unicamente sulla visione distaccata dal prodotto di base.
Come si può vedere, in principio viene messa parecchia carne al fuoco. Il problema è che, in questa serie di sole tredici puntate, la carne al fuoco è davvero troppa! Probabilmente, nella fretta di infilare nel poco spazio tutte le nozioni necessarie, ne è venuto fuori un minestrone pressoché incomprensibile. Ripensandoci a posteriori posso dire di aver più o meno capito la storia, ma durante la visione di chiaro c’era davvero poco.
Si inizia parlando della superminaccia degli Gnosis e dell’importanza di recuperare le reliquie, e poi tutto ciò viene prontamente dimenticato; in seguito, si va a scoprire un po’ cosa era successo negli anni passati, con il supporto di alcuni nuovi personaggi; successivamente, intrigo politico! Che male non ci sta mai. Alla fine si cestina tutto quanto sopra elencato per far comparire un ultracattivo di cui s’era vagamente accennato prima, per avere una conclusione tutta esplosioni e discorsi buonisti, senza gran senso.
Si può vedere di fondo come le varie cose siano collegate, ma è un indizio lasciato alla necessariamente fervida immaginazione dello spettatore perché di tempo per spiegare cosa sta accadendo non ce n’è.

Lo sviluppo dei personaggi segue purtroppo lo stesso ritmo: correndo attraverso i compiti a loro assegnati, i protagonisti e i loro accompagnatori non riescono ad avere un sufficiente spazio per evolversi o spiegarsi. Qui e là si ha qualche flashback (pienamente prevedibile, di solito) che dovrebbe spiegare qualcosa in merito alle motivazioni o ai rapporti di un personaggio con qualcun’altro. Tutto ciò risulta invece soltanto tedioso, perché spiega cose che già si son capite (per forza, se no non si sarebbe riuscito ad afferrare nulla della trama) oppure eventi che alla fine sono irrilevanti.
Ogni tanto qualcuno tenta di sviluppare la propria personalità, ma anche in questo caso si cade nella banalità più totale.

Xenosaga, nella sua versione animata, fa qualche accenno a delle problematiche decisamente interessanti: inizialmente si parla di integrazione dei cyborg e di altre creature simili nella società umana, con prese di posizione abbastanza tipiche ma comunque condivisibili. In seguito viene sfiorato in lontananza anche qualche accenno di religione, ma tutti questi possibili approfondimenti -che avrebbero sicuramente giovato alla profondità della serie- risultano affrettati quanto le altre sezioni dell’anime.

I disegni non sono nulla di speciale: per essere del 2005 ci si può aspettare molto di più. Anche la CG non è granché, e i combattimenti non colpiscono particolarmente.
L’opening è curiosa e graziosa, senza parole nella canzone ma interessante; l’ending avrebbe potuto essere davvero orecchiabile se non fosse stata cantata con un engRish davvero terrificante.

Insomma, Xenosaga è un fallimento su tutta la linea? Beh, non mi spingerei così oltre: sicuramente esistono prodotti peggiori. Il massacrante ritmo che è stato imposto alle puntate, tuttavia, ha richiesto un prezzo altissimo alla trama, ai personaggi e alla gradevolezza della visione.
Probabilmente il gioco, avendo molto più tempo per potersi sviluppare, riesce a fare molto meglio in tutti questi aspetti: tristemente, questo lavoro come stand-alone non riesce a reggersi in piedi.

Voto: 5,5. Qualche momentino quasi interessante, nella prima parte, c’era anche: purtroppo si è fermato lì.

Consigliato a: chi ha giocato al gioco, e non si offende a vedere solo una frazione degli avvenimenti narrati; chi ama robottoni e belle donne che sparano raggi laser a caso senza un preciso perché; chi si chiede perché, quando si ha un’arma potentissima, non la si usa ogni volta che si può.

Ima, Soko ni Iru Boku

…In alcune serie, la luce alla fine del tunnel semplicemente non c’è.

Ima, Soko ni Iru Boku

Shu è un ragazzo qualsiasi, che ha avuto una giornataccia perdendo malamente un incontro di kendo e vedendo la ragazza dei suoi sogni andare via con un altro. Tornando a casa vede, sul comignolo di una fabbrica abbandonata, una ragazza seduta che fissa il tramonto: decide pertanto di andare a farle compagnia.
D’improvviso, tuttavia, dal nulla compaiono delle specie di dragoni metallici che tentano di rapire la poveretta, che si chiama Lala Ru; Shu decide di tentare di proteggerla, con l’esito di venir teletrasportato insieme a tutti quanti i presenti in un mondo alternativo, dall’aspetto postapocalittico! Egli viene gettato in prigione ed in seguito arruolato come soldato nell’esercito del perfido e psicopatico re Hamdo, che punisce ogni minimo sgarro con la morte.
Riuscirà Shu a salvare Lala Ru dalle grinfie del malefico regnante? Ma chi è in realtà la misteriosa ragazza? E come si potrà fare a fermare la follìa distruttrice che sta falcidiando l’intero pianeta?

Nei primi minuti la serie pare una delle tante sulla crescita di un ragazzo, ma rapidamente si capisce che il tono è totalmente diverso: è infatti uno degli anime con meno speranza e positività che mi sia capitato di vedere, paragonabile probabilmente solo a Grave of the Fireflies (che tratta anche argomenti simili).
Si assiste infatti ad una micidiale guerra, che però si differenzia da molte altre che vengono rappresentate solitamente: in questo caso è una guerra di pezzenti che uccidono altri pezzenti con la speranza che prima o poi il tutto finisca. Una guerra tra poveri e tra disperati, comandati da qualcuno che si disinteressa totalmente alle loro vite.
Non viene rispettato alcun diritto umano, non c’è pietà, non c’è salvezza: per rifornire i ranghi che si assottigliano a seguito delle battaglie i soldati sono obbligati a razziare altri villaggi, uccidere gli uomini (potrebbero ribellarsi) e prendere bambini, ragazzi e donne. I giovani diventeranno nuovi soldati-bambino, e le donne verranno ingravidate per fornire -sul lungo periodo- ulteriori truppe: in seguito, i nuovi rapiti andranno a razziare un altro villaggio e via dicendo, in un infinito vortice di oppressione e violenza.
Se tutto ciò sembra fin troppo orribile, si può tuttavia pensare che è ciò che accade anche al giorno d’oggi in alcune guerre tra le popolazioni più povere del pianeta: il fatto che nessuno ne parli mai non nasconde il problema, che questo anime porta alla luce in maniera abbastanza diretta.

Andando nello specifico della storia, si può dire che la trama non è particolarmente complessa ma funziona e porta a comprendere bene l’entità della disperazione che colpisce i vari personaggi che si muovono all’interno delle puntate.
I due protagonisti, ironicamente, sono quelli che hanno meno sviluppo e i cui personaggi sono meno interessanti: Shu è il solito fastidioso protagonista che rimane positivo nonostante le incredibili nefandezze che accadon attorno a lui, e Lala Ru è semplicemente un personaggio muto e immobile, che serve solo ad avere un obiettivo su cui Hamdo si focalizza, e permette lo svolgimento della trama.
I coprotagonisti, invece, portano alla luce interessanti aspetti: praticamente chiunque ha una storia tragica alle spalle, e i diversi modidi relazionarsi con le perdite e gli abusi subiti sono ben realizzati.

Nella prima parte della storia si assiste alla vita di Shu e di coloro che sono attorno a lui nella fortezza di Hamdo, Hellywood: è secondo me la parte più interessante poiché in molte diverse maniere si vede come ognuno tenti di aggrapparsi alle poche speranze residue, e come provi a vivere senza pensare agli orrori che vengono giornalmente commessi.
Nella seconda metà della serie, con l’uscita di Shu e Lala Ru dalla fortezza, ci sono un paio di puntate un po’ sotto tono: tutta la serie ha un passo relativamente lento (senza tuttavia arrivare al punto di diventare noioso), e con l’entrata in scena della cittadina di Zari Bars ogni tanto alcune scene vengono un po’ troppo dilungate. I problemi cambiano, risultando secondo me un po’ meno interessanti di quelli inizialmente affrontati, ma probabilmente ciò accade perché il concetto di “violenza vs pace” è trattato in molti altri lavori, e pertanto colpisce di meno.

Il disegno non è niente di eccezionale: l’anime risale a dieci anni fa, ma in effetti ci sono altri lavori degli stessi anni con uno stile molto migliore. Anche le musiche non mi hanno particolarmente colpito, con opening ed ending carine ma che mal si adattano all’ambiente cupo e senza speranza che la serie trasmette.

Insomma: Ima, Soko ni Iru Bok (anche chiamato Now and Then, Here and There) è secondo me un ottimo lavoro che tratta argomenti che difficilmente si incontrano altrove, e che magari può anche far riflettere qualcuno su quanto l’essere umano può diventare crudele nelle dovute circostanze. Ci sono alcuni difetti (personaggi non eccezionali, storia un po’ lenta, finale deboluccio), ma rimane comunque una serie che vale la pena di vedere se si riesce a sopportare di guardare tredici puntate senza mai sorridere nemmeno una volta.

Voto: 8,5. Insolita serie che mi ha spiazzato, e che in alcuni punti mi ha davvero colpito.

Consigliato a: chi pensa che la guerra sia cosa buona e giusta; chi desidera un po’ di tristezza e tragedia proiettata sullo schermo; chi vuol vedere quanto a lungo un bastone di legno può durare in una serie.