Hajime no Ippo

Un lungo anime sullo sport dei gentiluomini.

Hajime no Ippo

Ippo Makunouchi è un ragazzo di 17 anni che sta facendo l’ultimo anno di liceo, mentre aiuta la madre con la barca da pesca di famiglia: è molto timido e riservato, e per questo viene spesso preso di mira dai bulli. Un giorno, mentre sta venendo picchiato dai suoi tre aguzzini, viene salvato da Takamura: vedendo la sua potenza, decide di voler diventare come lui e di voler imparare cosa è il vero potere. Scopre che Takamura è un rinomato pugile, e quindi decide di voler intraprendere tale strada: dopo varie prove, riesce a farsi ammettere nella palestra dove il suo eroe si allena. Ma basterà la sua volontà e l’erculea forza derivante dal lavoro casalingo per permettergli di farsi strada nello spietato mondo della boxe? Troverà le risposte che cerca?

Questa lunga serie (76 puntate e 2 film) non prende praticamente mai deviazioni: si parla di boxe, punto e basta. Ci sono alcune puntate in cui vengono svelati i passati dei vari protagonisti, o un paio di puntate dove i personaggi si prendono un po’ di vacanza: sono però eccezioni alla norma delle puntate, che si basano su allenamenti, difficoltà ed incontri. È possibile creare un anime che parli, per 25 ore di pugilato senza stufare? Nonostante le mie riserve iniziali, assolutamente sì!

In primis, va detto che in Hajime no Ippo i personaggi non diventano potenti senza motivo, come accade fastidiosamente nella maggior parte degli altri anime sportivi: i personaggi devono allenarsi, sudare, soffrire e sacrificarsi senza eccezioni. Anche l’apparentemente intoccabile Takamura non può permettersi di fare ciò che vuole, e in più circostanze questo viene rammentato: questo porta gli allenamenti a non essere semplicemente un filler inutile ma a favorire una connessione con i personaggi e il loro lato vulnerabile, apparentemente invisibile sul ring.
Tutto ciò fa pertanto capire che la vita di un boxer, non importa di quale livello, è prima di tutto una vita di sacrifici intensi che puntano tutti ad un obiettivo che si deciderà nel giro di pochi minuti: un errore, e anni di lavoro potrebbero andare in fumo. Più volte durante la serie tale pressione si sente sugli sportivi in gioco, e questo fa capire quanto un simile sport sia ingrato verso chi non riesce ad essere al top il 100% delle volte.

Parlando di combattimenti, Hajime no Ippo è davvero un maestro: l’adrenalina è altissima, l’animazione è fluida e favorisce la dinamicità dell’azione, le botte son da orbi: favoriti dal fatto che Ippo è di base un Hard Puncher (un pugile che fa della violenza bruta il suo punto forte), in ogni incontro ci si può aspettare un macello considerevole tra le corde. Inoltre, per quanto io ritenessi la boxe uno sport noioso, i vari scontri sono sempre differenti; questo avviene non solo in virtù delle diverse abilità degli avversari, ma anche della crescita personale di Ippo. Non capita infatti che ogni combattimento sia un evento a sé stante risolto con un “colpo magico” (di nuovo, un’abitudine che trovo molto irritante in altre serie), ma le esperienze si accumulano per formare un bagaglio di colpi e variabili sempre nuovo. Questo anime lascerà forse perdere lo sviluppo personale di personaggi, ma quello sportivo è eccellente ed inattaccabile. Inoltre, a parte l’ultimo (che è lungo varie puntate, ma che ha alcuni momenti epici che ripagano per quelli meno brillanti) gli scontri si risolvono in tempi accettabili, e quindi non diventano battaglie infinite di flashback e pensieri ma rimangono comunque parecchio “fisici”.

I personaggi stessi, come già detto, sono molto ben riusciti: oltre all’ottimo protagonista, anche i comprimari fanno un lavoro egregio. Da una parte portano un’ottima ventata di allegria durante le puntate, rendendo la serie leggera e gradevole da guardare (più di una volta sono letteralmente scoppiato a ridere per i teatrini di Takamura e Aoki), e d’altra parte danno ogni tanto uno stacco dalle vicende di Ippo per “cambiare l’aria” ai combattimenti. I personaggi esterni (la madre di Ippo, l’ex-bullo, la ragazza di cui il protagonista si invagisce,…) non apportano granché alla trama, ma d’altra parte non diventano troppo invadenti fino al punto da rubare la scena a chi la detiene di diritto.
Un’altra cosa molto curiosa e apprezzabile è che gli avversari di Ippo, una volta che il combattimento è passato, non spariscono nel nulla ma vengono “riciclati” nella serie: alcuni come amici, altri come consiglieri, altri ancora come teatrini comici e via dicendo: in questo modo si può percepire che nella sua carriera le conoscenze che vengono fatte rimangono, e non sono solo degli eventi episodici distaccati l’uno dall’altro.

Il disegno è in linea con quello dell’anno di produzione (2000) e come detto l’animazione è di primissima qualità, con un senso di potenza e mobilità impareggiabile; anche nel sonoro i produttori si sono dati la pena di creare buone opening, ending e musiche in puntata, creando il giusto ambiente.

Insomma, come si può capire Hajime no Ippo è davvero un signor lavoro, creato con attenzione da un già ottimo fumetto che continua ben oltre la serie animata; se si possono muovere alcune critiche alla serie potrebbero essere forse la sua lunghezza (che scoraggia ad iniziare a vederla, ma che una volta iniziata non si percepisce più: le puntate sono volate in un attimo!) e magari il fatto che un po’ troppo spesso i personaggi si rialzano con la pura e semplice forza di volontà, contro ogni logica apparente. D’altra parte, tuttavia, un vero pugile deve essere capace di fare anche questo: il grande campione di pugilato Jack Dempsey diceva “I campioni sono coloro che si rialzano quando non possono”.
Va detto infine che i due OVA non aggiungono granché alla trama in sé: Kimura vs Mashiba è un po’ sottotono un po’ sotto tutti i punti di vista, mentre Champion Road è all’altezza del resto della serie, donando ancora un’ora e mezzo di ottimo combattimento che si piazza dopo la fine della serie.

Voto: 9. Se cercate botte da orbi, azione e personaggi positivi… non guardate oltre.

Consigliato a: chi ama i combattimenti, anche se gli pare che la boxe sia noiosa; chi vuole dei protagonisti solidi, gradevoli e piacevoli; chi vuol conoscere il personaggio degli anime più dotato… lì sotto.

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Detroit Metal City

Death metal, pop scandinavo e delirio a non finire.

Detroit Metal City

Negishi è un ragazzo che vive a Tokyo, lontano dalla famiglia, ed è un chitarrista che ama la musica pop scandinava. Per motivi misteriosi, è tuttavia finito ad essere il cantante e chitarrista del gruppo death metal più famoso della città, i Detroit Metal City, e per non incorrere nelle ire della sua produttrice è costretto a far violenza a sé stesso salendo sul palco e cantando di morte, stupro e violenza mentre egli vorrebbe solo canzoni d’amore e dolcezza! Come farà a sopravvivere con questa terribile doppia personalità? Riuscirà a mantenere nonostante tutto il gruppo sulla cresta dell’onda musicale?

Questa serie, composta da 12 puntate di soli 13 minuti, mi ha spazzato via il cervello già solo con la sigla iniziale. Quando iniziano a verificarsi i vari avvenimenti che portano avanti le ministorielle, mi sono piegato in due dal ridere come non facedo da parecchio tempo.
La trama delle vicende è bene o male sempre la solita: Negishi non vorrebbe più impersonarsi con Krauser II -un uomo che le leggende narrano abbia ucciso i suoi genitori e poi ne abbia stuprato i cadaveri-, ma in seguito si trova costretto a calarsi nella parte nuovamente… con sempre maggior convinzione. Questo non toglie tuttavia che gli sketch siano totalmente ilari (anche se un po’ volgarotti, contando che viene ululata a pieni polmoni la parola più volgare della lingua giapponese), e tutto ciò che capita porta a situazioni sempre più idiote e con commenti dei fan assolutamente meravigliosi.

I personaggi non hanno chiaramente il tempo di svilupparsi, ma alcuni risultano spettacolari a primo impatto: Negishi in primis è azzeccatissimo, soprattutto mentre canta di morte e intanto pensa alla sua famiglia lontana; il batterista è un indemoniato satanico che ogni volta che apre bocca dice innominabili oscenità bofonchiate sottovoce; la manager è una donna che definire grezza è ancora riduttivo (il modo migliore che ha per dire “mi piace” è “mi fa bagnare talmente tanto che una trota potrebbe vivermi nella BEEEEP”), e che quindi innalza ulteriormente il livello di beceraggine di questa serie.

I disegni, in tutta onestà, sono bruttini soprattutto all’inizio. Una volta fatta l’abitudine risultano accettabili, ma è innegabile che in questo comparto lo Studio 4C° ha lasciato parecchio a desiderare, a parte in alcuni live dove la grafica è decisamente migliore. Ciò ricorda però altri lavori come Cromartie High School: i disegni sono scarsi, ma l’accoppiata di essi con la totale stupidità delle azioni produce un mix curiosamente funzionante.
La colonna sonora è, per gli amanti del genere, di primissimo ordine: parecchie canzoni metallare sono ascoltabilissime (in primis la grandiosa opening), e anche quelle pop sono ben fatte (come la ending, che il povero protagonista non riesce mai a cantare per intero durante la serie).

Insomma, se avete un paio d’orette da buttare in un anime assolutamente divertentissimo, che comprende volgarità, metal, concerti becerissimi e trovate trash che più trash non si può… non guardate oltre, perché l’Imperatore è giunto dall’inferno per voi!

Voto: 9,5. Era davvero tanto che non ridevo così.

Consigliato a: chi ama il metal; chi ama ridere; chi vuole conoscere il Porco Schiavo Masochista del Capitalismo.

Nodame Cantabile: Paris Chapter

Non sempre i sequel sono all’altezza degli originali.

Nodame Cantabile: Paris Chapter

La storia comincia da dove Nodame Cantabile si interrompeva: Chiaki e Nodame si trasferiscono a Parigi per continuare i loro studi, lei come pianista e lui come direttore d’orchestra. Inoltre, Chiaki inizia anche a lavorare “sul serio”, mentre Nodame si trova confrontata con problemi che non si aspettava: riusciranno a continuare ad inseguire i loro sogni, e a proseguire nella loro relazione?

Prima di iniziare a lamentarmi, voglio precisare una cosa: l’anime in sé è comunque godibile, non risulta noioso e si lascia guardare con tranquillità. Facendo un paragone con la prima serie, tuttavia, ne si ottiene una versione compressa, offuscata e poco ispirata.
Iniziamo dai personaggi: Chiaki è sempre uguale, ma Nodame splende molto meno che nella prima serie. La loro storia si evolve un pochinoinoinoinoino, ma in maniera non esagerata. Rimane comunque accettabile.
Abbandonando il Giappone, però, i due si lasciano alle spalle anche tutti i loro amici che avevano fatto da spalle a millemila gag: come dimenticare il violinista con le pose rock, o il percussionista vestito da sposa? Ecco, tutto ciò non c’è più. Subentrano dei personaggi secondari di riserva, ma sono dei rimpiazzi che non reggono assolutamente la scena e risultano abbastanza inutili. Non arrivano ad essere fastidiosi, ma non apportano praticamente nulla alle gag e alla trama. I tormentoni ripetuti sul voler trovare marito e sull’essere un otaku non è che facciano ridere più di tanto…

In secondo luogo, la trama. Nella prima serie assistevamo alla crescita personale ed artistica dei protagonisti, che partivano essendo un paranoico precisino ed una casinara fino ad arrivare ad essere il direttore di un’orchestra giovanile e una quasi-vincitrice di concorso di pianoforte. Trame come la costituzione e lo sviluppo dell’orchestra S rimanevano nel cuore dello spettatore, perché vissuti assieme ai personaggi: anche in questo caso, tutto ciò non si ripete. La trama è affrettata e compressa (pare siano stati brutalmente asportati parecchi pezzi dal manga, comprimendo tutto all’inverosimile), e non c’è modo di affezionarsi ad una situazione o preoccuparsi per un problema poiché esso è già risolto prima che ce ne si accorga.

Infine, la musica. La colonna sonora e i concerti sono ciò che ha reso Nodame Cantabile un lavoro diverso da quasi qualsiasi altro, pieno di emozione e sensazioni inusuali per l’otaku medio. Essendo qui tutto compresso in undici puntate, chiaramente non c’è il tempo di dedicare mezza puntata ad un brano, per quanto esso sia importante ai fini della storia: ne si sente un accenno di 40 secondi, e morta lì.

La grafica è rimasta invariata, il che non da particolare fastidio e qui e là risulta anche azzeccato per qualche gag: anche l’abitudine di usare la CG sulle mani dei musicisti è rimasta. Hanno però forse un po’ esagerato e hanno espanso la CG a tutta l’orchestra e in alcuni casi sembra che ci siano dei pupazzi a suonare, piuttosto che delle persone.
La musica… beh, è pur sempre musica classica, e non ne si può parlar male. A parte le lamentele di cui sopra, il sonoro rimane sempre e comunque di grande qualità. L’opening è carina (anche se non regge il confronto con la fenomenale apertura della prima serie), e come ending hanno usato una versione modificata del Bolero di Ravél, con su un buon cantato in francese.

Insomma, come si può dedurre per me Nodame Cantabile, Paris Chapter è stata una cocente delusione. Ho amato veramente molto la prima serie, e seppur in sole 11 puntate mi aspettavo di ritrovare qualcosa di simile: ho invece trovato una versione spenta ed ingrigita, che non soddisfa nessuno. Per fare un sequel del genere, meglio lasciar stare! Spero che, se ne faranno una terza serie, seguiranno il filone della prima e non di questa.

Voto: 6,5. Per chi non ha visto la prima serie potrebbe essere qualcosa in più, per chi l’ha vista anche qualcosa in meno.

Consigliato a: chi ama la musica classica, anche se in piccole dosi; chi vuol vedere il proseguio della prima serie, e non ha paura delle delusioni; chi di Mukyuu e Gyabo non ne ha mai abbastanza.

Baoh Raihousha

Dal lontano 1989, quaranta minuti di pura violenza.

Baoh Raihousha

L’agenzia Doress raccoglie in tutto il mondo persone con poteri particolari, per poterle studiare ed esaminare. Ikuro è un povero 17enne che ha subìto un grave incidente stradale, ed è stato curato da un medico della Doress: gli è stato impiantato un organismo ospite, “Baoh”, che lo può rendere una macchina per uccidere imbattibile.
Mentre stanno portando il suo corpo criogenizzato al laboratorio centrale Sumire, una ragazzina di nove anni con poteri psichici, per errore lo libera ed inizia la loro fuga. Una volta scappati, l’Agenzia li vuole morti: chi vincerà in una sanguinaria battaglia per la sopravvivenza?

Va detto subito che in 40 minuti non ci si può aspettare un grande sviluppo di storia o di personaggi. Infatti, essi sono praticamente assenti: dopo i primi cinque minuti di spiegazioni e tranquillità (che fondamentalmente riassumono quanto sopra scritto) inizia la parte di azione, che continua senza alcuna interruzione fino al termine di questo OAV. Non c’è sviluppo dei personaggi, la storia è lineare come non mai: il punto focale di questa serie è tuttavia da un’altra parte.

Baoh Raihousha è infatti una semplice ed opulenta dimostrazione di violenza e massacro: il sangue si getta a litri, e si assiste con frequenza impressionante ad arti strappati, teste esplode, teschi sciolti, persone impalate, investimenti col treno… chi più ne ha più ne metta, non ce n’è mai abbastanza.
Le battaglie e le scene di eccidio sono ben fatte: sorvolando sul fatto che Ikuro riceve un potere nuovo ogni trenta secondi, i combattimenti rimangono comunque abbastanza gradevoli – sebbene generalmente la battaglia si traduce in un’esecuzione da parte di Ikuro nei confronti delle sue vittime.

La grafica, per essere di vent’anni fa, non è male: rispecchia in pieno lo standard degli anni ’80. Il sonoro è abbastanza anonimo, anche se le due canzoni finali sono carine ed ancora una volta mostrano appieno con il loro stile il decennio da cui vengono.

Insomma, Baoh Raihousha è un anime che offre poco, ma quel poco lo offre con un’intensità estrema: l’unico scopo nel vedere questo anime è una sana e truce voglia di sangue versato a fiumi, nelle maniere più terribili che si possano immaginare.

Voto: 7. Perfetto nei massacri: inutile in tutto il resto.

Consigliato a: chi ha un’inestinguibile sete di sangue; chi non si offende ad una grafica che, anche se carina, oramai ha i suoi anni; chi si diverte a veder volare arti mozzati in ogni dove.

Moonlight Mile

Due scalatori di fronte al sogno di andare sempre più in alto.

Moonlight Mile

Goro e Lostman sono due alpinisti di circa 30 anni, che hanno scalato assieme praticamente tutte le vette del mondo mossi dal desiderio di andare sempre più in alto. Una volta arrivati in cima al monte Everest, quando credono di essere nel punto più alto possibile, vedono passare in cielo la stazione spaziale dell’International Space Agency: capiscono pertanto che esiste un ulteriore passo, e entrambi si fissano come obiettivo di arrivare fin sulla luna e poi, chissà, fino allo spazio siderale.
Goro e Lostman prenderanno strade diverse per cercare di arrivare al loro obiettivo: quale delle due vie sarà la più funzionale ai loro scopi?

La prima cosa che colpisce di Moonlight Mile sono i due protagonisti. Essi non sono infatti due “eroi”, ma sono per buona parte del tempo quantomeno egoisti. Lostman (che viene seguito per circa il 25% delle 12 puntate di questa prima serie) è quello che si potrebbe definire un bastardo senza cuore, mentre Goro (a cui vien dedicato il 75% del tempo) dopo la metà delle puntate migliora un po’, e da bruto semiselvaggio diventa un giocherellone sfrontato con la forza di un cinghiale. Non che sia un personaggio brillante, ma almeno lui non risulta antipatico per tutto il tempo in cui sta sullo schermo…

La storia in sé parte con una buona idea, ma viene sviluppata in modo confusionario e a singhiozzo. Da una parte il lato positivo è che i personaggi non vengono mandati nello spazio dopo tre giorni, dopo esser stati scelti per motivi oscuri: dall’altra parte, bisogna ammettere che iniziare ad allenarsi a 30 anni per diventare astronauti è in ogni caso abbastanza inusuale soprattutto se come lavoro si guidavano le gru in un cantiere!
Sorvolando però su questo dettaglio, che di principio non invalida l’intera trama, rimane però il fatto che spesso e volentieri la storia prosegue a sobbalzi e singhiozzi, stagnando e poi accelerando di anni senza che allo spettatore questo venga minimamente comunicato o fatto capire. Inoltre, qui e là la trama devia in tutt’altri problemi che nulla hanno a che vedere con il filone principale: mettere dei filler in una serie così corta non è propriamente brillante.
Va inoltre detto che, a parte le trame spinoff, nulla viene risolto: si arriva all’ultima puntata e si capisce di aver assistito a 12 episodi di preparazione per ciò che capiterà “poi”. Non c’è una singola domanda che riceve risposta, non si assiste a nessun chiaro evento rivelatore, non c’è nemmeno la parvenza di uno pseudo-finale, foss’anche estremamente parziale. Nulla di nulla.

Il taglio della serie è abbastanza adulto, sia per lo stile dei disegni che per il modo in cui vengono affrontati i discorsi: non c’è però mai una qualche discussione illuminante o profonda. Inoltre, il sesso è presente in maniera quasi fastidiosa: a me non infastidisce il sesso di per sé, ma esso deve avere un motivo per essere presente. In Moonlight Mile, i personaggi lo fanno con tutte le donne (si salva solo una 14enne, TUTTE le altre vengono inforcate) e il fatto stesso che ciò accada non apporta nemmeno un micron di trama, spessore o effetto sull’intera serie. In pratica, è un semplice mezzuccio per far vedere qualche scena semi-hentai senza molto motivo.

La grafica non è un granché per essere del 2007, anche se le parti effettuate al pc sono gradevoli. Il sonoro durante la serie è trascurabile, mentre la curiosa scelta di un’opening interamente strumentale pare in questo caso abbastanza azzeccata. Peccato che durante la sigla si vedano un bel po’ di scene che nella serie non ci sono, spoilerando probabilmente dei fatti della seconda serie che seguirà…

Insomma, Moonlight Mile mi ha parecchio deluso. Non mi aspettavo un capolavoro, ma mi pare di assistere ad un minestrone di concetti, pezzi di trama, tette e fantascienza spicciola: senza le giuste proporzioni, non può uscire un granché. Inoltre, terminare la serie con “TO BE CONTINUED” senza terminare nessuna delle problematiche in corso è una cosa che mi fa imbestialire.

Voto: 5,5. Non scendo più in basso perché, essendo solo una prima serie, potrebbe unirsi alla seconda per diventare qualcosa di decente: da sola, però, è totalmente inutile.

Consigliato a: chi non si lascia infastidire dai protagonisti antipatici; chi non si offende per nudità inutili e per una storia troncata a 1/3; chi vuol incontrare la meravigliosa navicella spaziale Döner Kebab, che ha il nome più bello della storia dei veicoli spaziali.

Beyond The Clouds

Dalla mano di Makoto Shinkai, una storia di tristezza e promesse da mantenere.

Beyond The Clouds

Ci troviamo in un presente alternativo: il Giappone è stato diviso in Nord e Sud a seguito di una passata guerra, e le tensioni internazionali al giorno d’oggi sono molto forti in tutto il mondo.
Si seguiranno le vite di Hiroki e Takuya, due amici che vanno a scuola insieme. Hiroki ha evidentemente un debole per una loro compagna, Sayuri, con la quale non ha sinora avuto l’occasione di interagire più di tanto, nella piccola scuola di campagna che tutti loro frequentano.
I due ragazzi hanno un sogno: costruire un aereo per volare fino all’immensa torre che si erge al di là del confine, e che nessuno sa a cosa serva. Un giorno mostrano il loro aereo in costruzione a Sayuri, e promettono che loro tre voleranno fino alla loro destinazione.

Purtroppo il destino decide diversamente, e le loro strade si dividono e si riempiono di rammarico: riusciranno comunque ad esaudire il loro sogno, anche dopo tre anni in cui hanno intrapreso vie differenti? Cosa è, in realtà, l’immensa torre misteriosa?

Lo stile di Makoto Shinkai si riconosce istantaneamente, per lo stile narrativo e le meravigliose immagini (di cui parlerò poi). Purtroppo, in questo caso la storia non riesce ad affascinare e commuovere come Hoshi no Koe o 5 centimeters per second.
La lentezza del narrato è parecchia ma non fastidiosa, però la trama in sé non ha molto senso. Si possono scovare, nei piani che portano alla conclusione della vicenda, notevoli carenze tecnico/logiche (due 13enni che costruiscono aerei e li sanno pilotare? Volare nel cielo di una nazione in guerra senza grandi problemi?), che minano la credibilità delle vicende.
Dal punto di vista emotivo le cose vanno decisamente meglio: sebbene non ci sia un sentimento preponderante che fa da filo conduttore in tutta la vicenda, alcuni momenti toccanti riescono comunque a passare dallo schermo allo spettatore. Ciò non capita spesso, ma qui e là si riesce a capire un po’ cosa provano i personaggi: si tratta tuttavia principalmente di sentimenti tristi, e quindi bisogna esser preparati.

I caratteri dei personaggi in un singolo film sono difficili da capire, però le loro azioni diventano un pochino inconsistenti verso il termine, confondendo lo spettatore che già si deve districare nella logica di una storia non esattamente perfetta: soprattutto le azioni di Takuya dopo un po’ lasciano decisamente perplessi.

I disegni dei paesaggi sono assolutamente meravigliosi, soprattutto considerando che hanno oramai cinque anni: i personaggi sono invece un po’ meno perfetti, anche se in ogni caso sono ottimamente disegnati.
Le musiche sono azzeccate e toccanti: forse i doppiatori in un paio di pezzi avrebbero potuto fare qualcosina in più, ma stiamo comunque parlando di standard molto alti.

Non mi si fraintenda: Beyond The Clouds non è per nulla un brutto anime, e chi cerca sentimenti e riflessione potrà probabimente trovare in questo prodotto almeno una parte di ciò che cerca. Devo però ammettere che mi è rimasto un po’ di amaro in bocca: oramai il genio produttivo di Shinkai è riconosciuto, ed è per questo che da lui ci si aspetta il top. In questo caso, purtroppo, non ha fatto centro pieno.

Voto: 7. Accettabile, ma con riserva. Non chiedete troppo alla trama.

Consigliato a: chi ama tutto di questo creatore; chi vuole una storia toccante, di sentimenti d’abbandono e solitudine; chi vuole assistere ad una curiosa teoria sui sogni dei mondi e sugli universi paralleli.

Tokimeki Memorial: Only Love

Tratto da un Dating-Sim, si sa cosa ci si può aspettare…

Tokimeki Memorial: Only Love

Aoba Riku è uno studente che si trova al suo primo giorno nella sua nuova scuola, in cui si è appena trasferito. La scuola che frequenta ha come inclinazione l’assoluta libertà: si seguono le lezioni che si preferiscono, il consiglio studentesco organizza manifestazioni più o meno casuali con preoccupante frequenza, i premi per buona condotta o ottimi risultati sono oggetti vari con cui addobbarsi (orecchie da gatto, parrucche afro,…) e via dicendo.
Inutile dire che Riku si trova inizialmente quantomeno spaesato, mentre viene catapultato da una situazione all’altra. È in questi frenetici momenti che incontra e conosce Tsukasa (una pallavolista molto energica), Mina (una nuotatrice timida) e Sayuri (la bellissima e irraggiungibile eroina di tutta la scuola, intelligente e gentile). Tra vari incidenti e mille vicende, si seguirà pertanto lo sviluppo dei rapporti tra i vari personaggi, e il crescere dei sentimenti delle tre ragazze nei confronti di Riku e viceversa.

In principio, sembra che la serie si orienti in maniera palese verso il nonsense: avvenimenti a caso, personaggi astrusi nelle classi, abbigliamenti improbabili e quant’altro la fanno da padrona. Dopo pochi minuti, tuttavia, si riconosce il taglio classico di un anime tratto da un gioco di incontri: l’harem anim. Si comprende difatti sin dai primi momenti chi saranno i personaggi coinvolti nei giochi amorosi, quali saranno i problemi e chi la spunterà alla fine: da puntata 1 a puntata 25, la domanda non è “chi” ma unicamente “come”. L’aspetto ridanciano della serie viene mantenuto dai personaggi secondari, più o meno riusciti (penso che chiunque ritenga il pulcino Piyoko uno dei migliori elementi della serie). Le romance sono un po’ scontate, e raramente dei sentimenti genuini passano dallo schermo allo spettatore: sembra tutto tremendamente programmato, e si riesce generalmente ad immaginare con mezza puntata di anticipo cosa accadrà.

Con questo non voglio dire che Tokimeki Memorial sia assolutamente brutto: è tuttavia un classicissimo anime in cui il protagonista ha mille donne che si innamorano di lui senza alcun motivo, e lui non si accorge di niente perché è reattivo come un binario ferroviario. Alcuni valori aggiunti vengono portati dai personaggi, che seppur abbastanza stereotipati sono comunque fatti bene e agiscono secondo la loro natura senza avere troppi sbalzi d’umore inspiegabili, e dalla comicità che ogni tanto qualche sorriso lo strappa.

I disegni sono gradevoli e le ragazze sono ben ritratte, anche se non è nulla di spettacolare. Il sonoro è abbastanza anonimo, fa il suo lavoro senza però brillare in alcun modo.

Insomma, Tokimeki Memorial: Only Love è un “normale” harem anime, e nel suo campo è anche ben fatto. La notevole mancanza di originalità e la storia già vista centomila volte ne abbassa l’interesse, ma un appassionato del genere potrà trovare tutto ciò che desidera. Probabilmente è stato un errore mio guardare una simile serie quando so che questo è un genere che non mi intrattiene… speravo in un po’ più di delirio nonsense nelle classi svitate, e in un po’ meno di amorepuccipuccibanalità.

Voto: 6,5. Buono, nel suo campo. Non buono, nel resto.

Consigliato a: chi ama i dating-sim e gli harem; chi vuol vedere quanto un ragazzo può essere tonto; chi vuole vedere il pulcino più violento e incazzoso del mondo.

xxxHoLic: Kei

Le coincindenze non esistono. Tutto ciò che abbiamo è l’inevitabile.

xxxHoLic: Kei

La seconda serie di xxxHoLic riprende da dove la prima si interrompe e continua le storie che coinvolgono Kimihiro, Doumeki, Himawari e Yuuko, con qualche piccola differenza.
Sebbene le storie siano sempre ancora autoconclusive, le stesse sono ora un po’ più lunghe (2-3 puntate) e parecchie di esse lasciano degli “strascichi” che vengono poi ripresi in momenti successivi: in alcuni casi questo è abbastanza piacevole, e in un paio di occaisioni portano anche a qualche sorpresa inaspettata. Non si può dire che una trama vera e propria viene instaurata, ma con l’aumento della serietà e lo sviluppo dei personaggi (vedi sotto), gli episodi sembrano un po’ più legati tra loro.

Le puntate in sé, tuttavia, subiscono un sostanziale rallentamento: con l’estensione delle problematiche su più episodi, il passo risulta meno incalzato e quindi ogni tanto un filino di noia si fa strada. Anche in questo caso la qualità delle singole vicende è altalenante (alcune più belle, altre meno): sono forse incentrate un po’ meno sul sovrannaturale nel senso più classico del termine -fantasmi, presenze, entità- e più sulle decisioni che i protagonisti fanno in merito alle vicende a cui vengono posti davanti.

I personaggi in questa seconda serie hanno un po’ più di spazio per lo sviluppo: chi prima e chi dopo, tutti hanno dei momenti in cui crescono e maturano, in differenti modi. Purtroppo la grande perdita è Yuuko, che da trainante principale della serie viene parzialmente accantonata per diventare soltanto una consulente marginale di Kimihiro, vero focus delle puntate. Con un personaggio così meraviglioso, secondo me è una grande perdita.
Alcuni nuovi personaggi sono interessanti, ma in sole tredici puntate non c’è purtroppo modo di approfondire la loro conoscenza; forse un po’ un peccato (anche perché sarei stato curioso di vedere come alcune vicende si sarebbero sviluppate).

La grafica è rimasta praticamente immutata, e quindi scarsina; anche il sonoro rimane ben fatto ma non eccellente.

Insomma, xxxHoLik: Kei è il perfetto sequel per la sua serie iniziale: perde di qualità in alcuni aspetti ma guadagna in altri ambiti, rimanendo gradevole anche se non eccezionale. In tutta onestà, tuttavia, devo ammettere che l’egemonia di Yuuko mi era piaciuta un pochino di più.

Voto: 7. Apprezzabile, se la prima serie è stata gradita.

Consigliato a: chi vuol vedere altre avventure tendenti al sovrannaturale; chi non ne ha mai abbastanza di donne eleganti e giovani isterici; chi vuole viaggiare nell’aldilà senza rischiare di esser portato via dai mostri.

xxxHoLic

Fa sì che io esaudisca un tuo desiderio… per il giusto prezzo.

xxxHoLic

Kimihiro Watanuki è un ragazzo che, sin da piccolo, è sempre stato perseguitato dagli spiriti. Ovunque lui vada è infatti inseguito da qualsiasi genere di anima o spettro che si trovi nelle vicinanze, poiché egli è uno dei pochi che può vederli e quindi risulta particolarmente interessante: gli risulta pertanto molto difficile camminare per la città senza incappare in spiacevoli incontri.
Un giorno, praticamente senza accorgersene, si trova davanti ad uno strano negozio: le sue gambe non gli obbediscono più ed egli entra dalla porta, incontrando Yuuko. Ella ha il potere di esaudire qualsiasi desiderio… per il corrispondente prezzo, ovviamente.
Kimihiro desidera di esser lasciato in pace dagli spettri, e il suo desiderio viene esaudito: come pagamento, dovrà tuttavia servire in qualità di cameriereservolavandaiotuttofare Yuuko e la strampalata banda di persone che vive nel negozio; in virtù delle sue abilità, dovra anche (in genere controvoglia) aiutarla nel suo lavoro!

La trama è fondamentalmente tutta qui, in quanto non sussiste una storia che corra lungo tutta la serie di xxxHoLic. Il 90% delle puntate è autoconclusiva, e un paio si chiudono in due episodi: si tratta sempre di vicende legate al sovrannaturale, in maniera più o meno diretta.
La serie parte in maniera abbastanza lenta, e stenta a decollare: tuttavia, quando si presentano delle puntate un po’ più interessanti, si ha il modo di conoscere meglio l’ambiente e i personaggi, apprezzando maggiormente le vicende. Gli episodi stessi sono di qualità altalenante: alcuni sono molto interessanti (ogni tanto tendenti al triste, ogni tanto al comico, ogni tanto allo spavento, ma mai troppo in nessuno die tre ambiti), mentre altre sono un po’ banalotte e non lasciano nulla dietro di sé.

Dato che una storia vera e propria non esiste, una parte determinante viene giocata dai personaggi: con l’eccezione di Yuuko (di cui parlerò dopo), essi sono -chi più, chi meno- di una piattezza incredibile. Il protagonista stesso, Kimihiro, non si evolve di una falange durante tutte le 24 puntate: urla quando vede Doumeki, va in confusione quando vede Himawari, fa sempre la scelta sbagliata e critica Yuuko perché beve troppo. Punto. Fine. Null’altro.
Gli altri personaggi sono un po’ meno tragici, anche se non brillano certo per originalità: Himawari è inutile nel decorso delle storie, dato che funge inizalmente da collante tra Doumeki e Kimihiro, ma dopo un po’ non serve più manco a quello; Doumeki è il classico tenebroso silente ed affidabile, anche se ogni tanto dice qualcosa di intelligente. Maru e Moro sono due bambine molto misteriose e ogni tanto traspare qualcosa della loro natura, ma purtroppo non vengono sviluppate a sufficienza.

La vera star della serie, tuttavia, è innegabilmente Yuuko: così come Alucard tiene in piedi l’intero anime di Hellsing, Yuuko traghetta xxxHoLic lungo le sue puntate. Sempre elegantissima ed intrigante, amante del saké e del mondo, che sa sempre più di quel che dice e che non dice nulla più di ciò che si debba sapere. Le puntate scorrono in attesa che lei faccia la sua entrata in campo, e la sua intelligenza unita al suo sarcasmo portano camionate di aria fresca ad una serie che, senza di lei, sarebbe totalmente piatta e insulsa.

I disegni sono qualitativamente scarsini per essere del 2006, e artisticamente parecchio inusuali: i personaggi sono altissimi e magrissimi, sembrando quasi degli stecchini.
Le opening ed ending sono molto belle, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente insistenti.

Insomma, xxxHoLic è un anime parecchio strano, che sicuramente non piacerà a tutti: ha un personaggio centrale fortissimo che tiene in piedi tutta la baracca, e tratta lo spiritismo in una maniera poco convenzionale rispetto ad altre serie simili. Tolto questo, però, non c’è molto altro.
Infine, l’OVA (a midsummer night dream) è come una normale puntata, che però dura un’ora ed è disegnata un po’ meglio. Se vi è piaciuta la serie vi piacerà l’OVA.

Voto: 7,5. L’alone di mistero e fascino di Yuuko fa la gran parte del lavoro.

Consigliato a: chi adora le donne che sono sempre eleganti e ben vestite; chi apprezza storie di spiritismo, talvolta divertenti, talvolta tristi; chi ama Mokona e vuol vederla in azione anche in questa serie.

You’re Under Arrest

Un cult degli anni ’90 che più ’90 non si può.

You’re Under Arrest

La storia inizia con Natsumi, una ragazza piena d’energia e dalle abilità di guida della sua motoretta non indifferenti, si accorge di essere in ritardo per il suo primo giorno di lavoro. Purtroppo, mentre tenta di guadagnare il tempo perduto, incrocia la volante della polizia stradale guidata da Miyuki: inizia pertanto un inseguimento attraverso la città, nel tentativo di sfuggire e, rispettivamente, fermare la folle corsa.
La sorpresa notevole pertanto quando si scopre che Natsumi è una poliziotta, e per lei è shock ancor maggiore quando scopre di essere la nuova partner di Miyuki! Da allora, tuttavia, si instaura un ottimo rapporto tra le due agenti, che puntata dopo puntata risolveranno i mille crimini che possono svolgersi sulle strade di una città come Tokyo.

In questa serie, le prime quattro puntate durano mezz’ora l’una, ed introducono i vari personaggi e le interazioni tra di loro: si assiste inoltre ai primi casi che le due protagoniste risolvono grazie alla loro perizia intuitiva e alla guida.
L’animazione è fluida, gli inseguimenti sono ottimi e le automobili sono disegnate con un livello di attenzione al dettaglio quasi maniacale, che potrebbe compiacere anche il più esigente dei perfezionisti.
Purtroppo, dalla quinta puntata in poi la lunghezza degli episodi torna ad essere la solita (22 minuti circa), la qualità del disegno cala in maniera abbastanza notevole (la differenza si nota soprattutto sulle auto, ancora ben disegnate ma senza paragone con le opere di prima) e inizia ad instaurarsi un ciclo di ripetitività quasi infinito.

Non c’è difatti alcuna trama in You’re Under Arrest se non quella sopra citata: ci troviamo davanti a 51 puntate stand-alone, con solo un paio di vicende che durano due puntate e basta. Episodio dopo episodio si assiste alle stesse dinamiche, le stesse reazioni da parte dei personaggi (di cui nessuno cresce mai, e se c’è qualche sviluppo esso viene prontamente dimenticato nelle vicende successive), le stesse battute, le stesse soluzioni.
Di per sé l’anime è bello e gradevole, ma la ripetitività uccide anche il più riuscito dei format: in questo caso, non c’è molta differenza, e bisognerebbe evitare di vedere troppe puntate di fila poiché si corre il rischio di notare troppo intensamente tale loop infinito.

Dal tipo di impostazione della serie, si capisce dopo un po’ che lo stesso era orientato principalmente verso un’utenza giovane: l’aspetto morale del rispetto verso le autorità, le vicende amorose appena accennate (e quasi unicamente in chiave comica), la semplicità delle varie trame e il fatto che i bambini presenti siano tutti in età da asilo/elementari indicano tutto ciò. Questo può portare un pubblico più adulto a trovare un po’ infantili le battute e il tipo di comicità contenuto in questo anime: ciò non toglie che personalmente mi ha strappato più di qualche risata il personaggio di Strike Man, un supereroe mascherato e misterioso che compare ogni tanto, e le cui azioni non hanno generalmente alcun senso.

Il disegno, come detto sopra, parte da un ottimo standard per poi calare con il tempo: si tiene comunque in linea con le produzioni della sua età, ma a parte i primi episodi non brilla di certo.
Il sonoro è gradevole, con delle buone opening ed ending, ed inoltre durante alcune puntate ci sono delle canzoncine create apposta per la situazione: la mitica canzone della vecchiettina in scooter secondo me è una delle cose più belle che siano contenute in questa serie.

Insomma, You’re Under Arrest è un cartone simpatico, che però si perde nella ripetitività e nella lunghezza. È l’archetipo dell’anim degli anni ’90, del quale ne detiene praticamente tutte le caratteristiche (musiche, grafica, caratterizzazione dei personaggi, moralità delle storie): con gli occhi di oggi non posso tuttavia che vederlo come un lavoro riuscito solo a metà.

Voto: 6,5. Non è brutto, ma se fossero state 26 puntate sarebbe stato più che sufficiente. Notevoli comunque i primi quattro OVA.

Consigliato a: chi ama gli anni ’90; chi vuol vedere come si trasformano gli agenti del traffico in eroi; chi vuol conoscere un supereroe segreto che definire sconclusionato è ancora poco.