Royal Space Force: the Wings of Honneamise

…L’inizio del mito: il primo film dello Studio Gainax.

Royal Space Force: the Wings of Honneamise

Ci troviamo in un’ambientazione paragonabile ai giorni nostri, ma in una realtà alternativa: su questo pianeta non si è mai arrivati fino alla luna, e le grandi nazioni dominanti sono impegnate in un’estensiva guerra fredda. Shirotsugh Lhadatt da bambino sognava di pilotare dei caccia militari, ma purtroppo la sua scarsa abilità scolastica l’ha portato su un’altra strada: lavora nella Royal Space Force, l’ente che nel regno di Honneamise dovrebbe occuparsi dell’esplorazione spaziale. La realtà è tuttavia che non c’è alcuna effettiva ricerca in corso, e il tempo passa oziando e sperimentando fallimentari razzi in un ambiente annoiato e decisamente poco stimolante.
Dopo l’incontro con Riquinni, una ragazza che tenta di far proselitismo religioso, Lhadatt guadagna molto più spirito nel perseguire lo scopo di viaggiare nello spazio: tensioni politiche in aumento portano inoltre ad un rinnovato interesse per la corsa allo spazio. Riusciranno gli astronauti in erba a volare senza incidenti? Il viaggio nello spazio sarà ricordato come successo scientifico o mossa politica? Cosa si cela dietro agli interessi che circondano il razzo in costruzione?

La storia di Wings of Honneamise inizia in maniera lenta, decisamente troppo lenta: inizialmente non si vede accadere granché, e l’unica cosa interessante è il lancio del succitato razzo. I problemi tecnici e le mille problematiche sono estensivamente esplicate, e non mancano, ma questo non riesce a dare il giusto passo e la noia rischia di fare capolino. In seguito, tuttavia, l’anime prende più velocità, e gli eventi si susseguono con un ritmo molto più cadenzato: lo sviluppo del protagonista prende il sopravvento sulla mera parte tecnica, e Lhadatt inizia a sviluppare la sua personalità, in precedenza rinunciataria e svogliata. Durante la visione della seconda parte, si vede un ulteriore cambiamento: dopo aver parlato dello sviluppo del protagonista e di chi lo circonda, si finisce a parlare dello sviluppo dell’umanità intera, e della brutta abitudine di ripetere gli errori all’infinito.
Tutta questa carne al fuoco, unitamente a notevoli intrighi politici e dimostrazioni di coraggio personale, fanno sì che la seconda parte del film passi con molta più facilità rispetto alla prima, e apportano anche dei ragionamenti decisamente interessanti.

La cosa che risulta forse più impressionante è tuttavia l’ambientazione: alla creazione della stessa è stata dedicata una cura quasi maniacale, con l’invenzione di scrittura e lingue apposite. Una geografia creata ad hoc e delle religioni create dal nulla fanno capire che l’attenzione per il dettaglio in questo ambito è stata assoluta, con il risultato di aver creato un mondo in cui ci si può immergere con tranquillità poiché risulta coerente e intrigante.

I personaggi focali non sono tantissimi, ma l’attenzione è quasi esclusivamente focalizzata su Lhadatt. Anche Riquinni e Minna hanno il loro tempo, ma non si sviluppano granché. Il protagonista, come detto sopra, segue invece un notevole processo di evoluzione: a parte l’iniziale enfasi in un lavoro che prima non lo interessava minimamente, che pare decisamente esagerato, per il resto lo sviluppo che porta un ragazzone a diventare un uomo è ben realizzato. Paure, timori, preoccupazioni e pensieri risultano reali anche se applicati ad un mondo diverso e a problematiche che non sono di tutti i giorni: la graduale perdita d’innocenza di Lhadatt verso un mondo corrotto e approfittatore è notevole e ben fatta.
Anche alcuni ragionamenti sull’umanità in generale fatti da Lhadatt sono notevoli: il gusto per la guerra e il sacrificio di ogni cosa per poter prevalere su qualcun altro sono due pecche umane che vengono ben rappresentate, spesso in maniera parecchio simbolica, e danno un livello di lettura non indifferente.

I disegni sono chiaramente datati (dal 1987 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti), ma risulta comunque gradevole da vedere. Le musiche sono particolari, estremamente anni ’80, e non posso dire che mi siano piaciute tutte: in alcuni aspetti avrebbero potuto utilizzare effetti sonori migliori, ma come lavoro d’esordio è decisamente accettabile. La strana ed intrigante ending si fa apprezzare.

Che altro dire di questo film che ha segnato il punto di partenza di una delle più grandi case d’animazione giapponesi? Beh, le sue pecche le ha, e la prima parte passa in maniera davvero lenta e pesante; nel restante tempo il tutto si risolleva invece non poco, e già si riesce a vedere l’impronta di psicologia e filosofia che permea tanti dei lavori della Gainax.

Voto: 7,5. Ha sentito il passare del tempo, ma è un pezzo di storia.

Consigliato a: chi vuole vedere come è nato un colosso; chi è attratto dagli intrighi politici; chi vuol vedere il gruppo di scienziati più sciroccato del mondo.

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You’re Under Arrest

Un cult degli anni ’90 che più ’90 non si può.

You’re Under Arrest

La storia inizia con Natsumi, una ragazza piena d’energia e dalle abilità di guida della sua motoretta non indifferenti, si accorge di essere in ritardo per il suo primo giorno di lavoro. Purtroppo, mentre tenta di guadagnare il tempo perduto, incrocia la volante della polizia stradale guidata da Miyuki: inizia pertanto un inseguimento attraverso la città, nel tentativo di sfuggire e, rispettivamente, fermare la folle corsa.
La sorpresa notevole pertanto quando si scopre che Natsumi è una poliziotta, e per lei è shock ancor maggiore quando scopre di essere la nuova partner di Miyuki! Da allora, tuttavia, si instaura un ottimo rapporto tra le due agenti, che puntata dopo puntata risolveranno i mille crimini che possono svolgersi sulle strade di una città come Tokyo.

In questa serie, le prime quattro puntate durano mezz’ora l’una, ed introducono i vari personaggi e le interazioni tra di loro: si assiste inoltre ai primi casi che le due protagoniste risolvono grazie alla loro perizia intuitiva e alla guida.
L’animazione è fluida, gli inseguimenti sono ottimi e le automobili sono disegnate con un livello di attenzione al dettaglio quasi maniacale, che potrebbe compiacere anche il più esigente dei perfezionisti.
Purtroppo, dalla quinta puntata in poi la lunghezza degli episodi torna ad essere la solita (22 minuti circa), la qualità del disegno cala in maniera abbastanza notevole (la differenza si nota soprattutto sulle auto, ancora ben disegnate ma senza paragone con le opere di prima) e inizia ad instaurarsi un ciclo di ripetitività quasi infinito.

Non c’è difatti alcuna trama in You’re Under Arrest se non quella sopra citata: ci troviamo davanti a 51 puntate stand-alone, con solo un paio di vicende che durano due puntate e basta. Episodio dopo episodio si assiste alle stesse dinamiche, le stesse reazioni da parte dei personaggi (di cui nessuno cresce mai, e se c’è qualche sviluppo esso viene prontamente dimenticato nelle vicende successive), le stesse battute, le stesse soluzioni.
Di per sé l’anime è bello e gradevole, ma la ripetitività uccide anche il più riuscito dei format: in questo caso, non c’è molta differenza, e bisognerebbe evitare di vedere troppe puntate di fila poiché si corre il rischio di notare troppo intensamente tale loop infinito.

Dal tipo di impostazione della serie, si capisce dopo un po’ che lo stesso era orientato principalmente verso un’utenza giovane: l’aspetto morale del rispetto verso le autorità, le vicende amorose appena accennate (e quasi unicamente in chiave comica), la semplicità delle varie trame e il fatto che i bambini presenti siano tutti in età da asilo/elementari indicano tutto ciò. Questo può portare un pubblico più adulto a trovare un po’ infantili le battute e il tipo di comicità contenuto in questo anime: ciò non toglie che personalmente mi ha strappato più di qualche risata il personaggio di Strike Man, un supereroe mascherato e misterioso che compare ogni tanto, e le cui azioni non hanno generalmente alcun senso.

Il disegno, come detto sopra, parte da un ottimo standard per poi calare con il tempo: si tiene comunque in linea con le produzioni della sua età, ma a parte i primi episodi non brilla di certo.
Il sonoro è gradevole, con delle buone opening ed ending, ed inoltre durante alcune puntate ci sono delle canzoncine create apposta per la situazione: la mitica canzone della vecchiettina in scooter secondo me è una delle cose più belle che siano contenute in questa serie.

Insomma, You’re Under Arrest è un cartone simpatico, che però si perde nella ripetitività e nella lunghezza. È l’archetipo dell’anim degli anni ’90, del quale ne detiene praticamente tutte le caratteristiche (musiche, grafica, caratterizzazione dei personaggi, moralità delle storie): con gli occhi di oggi non posso tuttavia che vederlo come un lavoro riuscito solo a metà.

Voto: 6,5. Non è brutto, ma se fossero state 26 puntate sarebbe stato più che sufficiente. Notevoli comunque i primi quattro OVA.

Consigliato a: chi ama gli anni ’90; chi vuol vedere come si trasformano gli agenti del traffico in eroi; chi vuol conoscere un supereroe segreto che definire sconclusionato è ancora poco.

Memories

Un OVA alquanto inusuale:

Memories

Questo OVA di quasi due ore è diviso in tre storie completamente separate, e realizzate da tre autori diversi: le valuterò pertanto separatamente tirando le conclusioni alla fine.

Parte 1: Magnet Rose

Attorno al 2090, facciamo la conoscenza di un gruppo di astronauti che si occupano della pulizia dei relitti spaziali attorno alla terra. I quattro lavoratori, tornando alla base, ricevono un SOS da un relitto in una zona poco frequentata, e decidono di andare a soccorrere il malcapitato.
Si ritrovano davanti ad un’astronave dall’apparenza abbandonata della grandezza di un asteroide, ed entrano per cercare sopravvissuti, rimanendo non poco sorpresi all’entrata. Sembra difatti che l’interno della nave sia preso direttamente da una villa ottocentesca… chi ha mandato l’SOS? Ciò che vedono è ciò che davvero è?

In questo anime si ha un inizio di ottima fantascienza (sopratuttto per le questioni tecniche e fisiche: la parte scientifica è particolarmente ben curato), ed in seguito ci si ritrova immersi in un ambiente che pare quello del film Shining. La qualità di disegni, tecnica e narrativa è davvero altissimo: basti pensare che chi l’ha prodotto ha fatto anche lavori dello stampo di Akira, Paprika e Perfect Blue, con la colonna sonora realizzata da Yoko Kanno con in aggiunta dei pezzi di opera lirica di Maria Callas (ed è tutto dire).

Parte 2: The Stink Bomb

Attorno ai giorni nostri, un dipendente di una ditta farmaceutica tenta di farsi passare il raffeddore con una medicina sperimentale. Purtroppo l’effetto non è quello sperato, e il malcapitato si ritrova suo malgrado un corpo dai poteri mortali senza poterci fare niente, e come se non bastasse i militari hanno tutta l’intenzione di fermare il suo viaggo a Tokyo…

Questa parte ha un senso di humor nero decisamente più pronunciata rispetto alla prima sezione. La trama è interessante e curiosa (è diretto dalla stessa persona che ha diretto Neon Genesis Evangelion e Ghost in the Shell, mica quisquilie), anche se forse lo sviluppo risulta un po’ irreale; dal punto di vista tecnico anche in questo caso nulla da eccepire e il finale, anche se forse un po’ scontato, è davvero simpatico.

Parte 3: Cannon Fodder

In un tempo imprecisato, ci si trova in tempo di guerra. La città non è che un agglomerato di cannoni e fabbriche di proiettili, e ognuno lavora per rifornire la macchina bellica. Seguiamo quindi una giornata di una famigliola con i suoi vari compiti: chi va a scuola, chi lavora in fabbrica, chi fa funzionare i cannoni.

In questo caso, ci troviamo dinnanzi ad un lavoro molto sperimentale sia per stile del disegno sia per montaggio del lavoro stesso. Sicuramente nella mente di chi ha realizzato questa parte c’era l’intenzione di un lavoro di denuncia e di riflessione, ma personalmenteho trovato soltanto un ennesimo prodotto che critica la way of life della Germania durante la seconda guerra mondiale, e di tutte le situazioni simili. Una guerra senza motivo, una vita senza scopi, una libertà nulla: sono argomenti importanti, ma la solita minestra riscaldata dopo un po’ annoia.

In definitiva, i tre lavori sono -secondo me- messi in ordine di qualità: il primo è un capolavoro assolutamente imperdibile, soprattutto per chi ama il mistero e la fantascienza; il secondo è ironico e ben realizzato, anche se abbastanza irreale; il terzo è molto sperimentale e può comunque piacere, anche se non ha incontrato i miei gusti.
In ogni caso il tutto dura un paio d’ore, che possono benissimo reggere alti e bassi dei vari episodi.

Voto: 8,5. Più alto (e molto) per il primo episodio, più basso (un po’) per l’ultimo.

Consigliato a: chi ama Otomo Katsuhiro e i suoi lavori; chi vuole un paio d’ore di storie quantomeno inusuali, di vario genere; chi vuole farsi venire i brividi al suono di musica d’opera.

3×3 Eyes

Dal passato, una perla di azione, immortalità, demoni e botte da orbi:

3×3 Eyes

La storia è relativamente semplice: Yakumo è un normale ragazzo che, a causa di un incidente, entra in contatto con Pai. Costei risulta essere l’ultima triclope in vita: una razza immortale e potentissima, che arriva da 300 anni di vagabondaggio. A seguito di un incidente Yakumo muore ma, al momento di spirare, Pai assorbe la sua anime rendendolo il suo Wu (schiavo), immortale fino a quando lei sarà in vita.
Inizia quindi il loro viaggio per rendere Pai umana, e riportare anche Yakumo alla sua condizione originaria: peccato che ci sono le forze del male che hanno mire diverse per il nostro duo…

Va subito detto che in questo anime la storia non è propriamente il punto forte, o perlomeno non fin verso il finale: la trama in sé è moderatamente lineare, e i colpi di scena (anche grossi – grossissimi!) vengono tenuti per la chiusura.
Quello che da una forza straordinaria a 3×3 Eyes è la coppia di protagonisti: nel primo arco narrativo è Pai a tenere le redini dello show, con delle scene di combattimento davvero impressionanti (soprattutto tenendo da conto che questo anime è di sedici anni fa), un carattere -anzi, due- molto ben sviluppato e che fa seguire con interesse gli avvenimenti. Anche il doppiaggio è fatto in maniera epocale, e le voci sono davvero meravigliose.
Nel secondo arco narrativo, Pai passa un po’ in secondo piano rispetto ad un Yakumo estremamente cresciuto, maturo e… minaccioso. Quando si arrabbia, infatti, è uno spettacolo: anche qui i combattimenti sono molto ben fatti (anche se notevolmente diversi da quelli di Pai), e i movimenti dei personaggi sono realizzati benissimo: si riconosce alla perfezione la mano degli stessi che crearono Akira quattro anni prima.
Proprio in virtù di tale affinità, c’è da aspettarsi sangue e interiora in quantità notevoli: i disegnatori infatti non si son fatti grandi problemi a disegnare in ogni dettaglio le interiora di una persona che vengono dilaniate, e quindi alcune immagini potrebbero essere un po’ fortine. D’altra parte, avere a disposizione un personaggio immortale a cui si può fare di tutto è una tentazione troppo forte!

I disegni, come detto, sono di buona qualità anche se oramai risultano ovviamente un po’ datati. Le scene di combattimento, però, tengono il passo – e spesso superano – quelle delle produzioni attuali: si respira un’aria di eccellenza, quando ci sono botte in aria.
La musica fa il suo dovere, non spicca particolarmente ma mantiene sempre molto bene l’atmosfera necessaria.

Insomma, 3×3 Eyes è uno spettacolare prodotto che ci arriva dal passato, e che come tale andrebbe visto: i comportamenti dei personaggi al confronto con quelli di oggi potrebbero sembrare un po’ prevedibili, ma non è da dimenticare che questo anime ha contribuito a disegnare la strada per quelle che sono state le serie successive.

Voto: 9. Un punto intero per il finale, meraviglioso e toccante, davvero da applausi (e con non poche rivelazioni choc).

Consigliato a: chi ha amato akira; chi non si fa spaventare dal sangue; chi vuole vedere un’immortale psicolabile con doppia personalità.