Kannagi

Se una Dea curiosa e un po’rintronata si materializzasse da una vostra scultura, come reagireste?

Kannagi

Jin è un giovane liceale che segue il club dell’arte. Per un’esposizione crea la scultura di una donna, che lui incontrò in un tempio quando era bambino: inspiegabilmente, da tale statua esce di botto una giovane ragazza che senza mezzi termini afferma di essere una Dea! Jin viene pertanto “arruolato” come aiuto per Nagi per ripristinare il suo antico potere. Ci sono però dei problemi più immediati: come spiegare agli amici l’improvvisa comparsa di un’avvenente fanciulla a casa sua? Come nascondere la sua presunta divinità? Come gestire i sentimenti delle varie persone che rimangono coinvolte nella vicenda?

Kannagi si presenta subito per ciò che è: una commedia sentimentale. Punta tuttavia molto più sulla commedia che non sulla parte amorosa: un po’ come Ouran, fino alle ultime puntate l’amore è messo in seconda fila, subissato da una valanga di risate incontrollabili.
Il punto forte di questa serie è infatti la comicità: era un pezzo che non incontravo delle battute originali: qui, nonostante le condizioni di partenza siano quanto di più cliché esista nel mondo degli anime, moltissime delle solite gag vengono evitate per puntare su un umorismo rinfrescante e genuino. Non si scade mai nella volgarità e le situazioni di totale comicità sono moltissime, soprattutto agli inizi: si riconosce la mano dell’autore, che è lo stesso che ha diretto le prime quattro puntate di Lucky Star. Inoltre, qui e là ogni tanto si vede che i personaggi sono consci del fatto di essere in un anime. Questo viene usato poco (è una gag che invecchia velocemente), ma in quei pochi momenti sono battute ben piazzate. Spettacolari infine gli attimi di mutismo da parte dei protagonisti, quando accade qualcosa di totalmente assurdo: la sola attesa della reazioni bastava a farmi iniziare a ridacchiare con aspettativa.

I personaggi sono estremamente piacevoli: anche loro sono inizialmente molto comuni, ma non si comportano proprio come quelli in tutti gli altri anime. Ovviamente ci sono alcune dinamiche che non possono essere evitate, ma varie situazioni di incomprensione vengono evitate, risparmiando allo spettatore le classiche scenette per nulla divertenti e mortalmente ripetitive.
Anche i comprimari sono ben realizzati, e portano un valore aggiunto alle situazioni di divertimento: le loro personalità non vengono esaminate con le usualmente inevitabili puntate dedicate, ma si svelano man mano tramite dettagli e situazioni che si presentano.

Volendo trovare un punto debole nella serie, ci si potrebbe rivolgere alla trama. Di per sé da una serie del genere non ci si aspetterebbe nessuna storia (ad esempio, Seto no Hanayome fa ridere tantissimo anche senza alcuna trama oltre all’imput iniziale),ma in questo caso pare quasi che gli autori volessero far entrare elementi aggiuntivi per forza, salvo poi dimenticarsene in corso d’opera. Inizialmente Nagi non riconosce la tecnologia, poiché è stata assente dal mondo per molti anni: questo viene però dimenticato nel giro di dieci minuti. In seguito, si fa un gran parlare del padre di Jin: due puntate dopo la questione viene accantonata. Successivamente tocca alla missione di distruggere gli spiriti cattivi: rimane in auge per una puntata, poi svanisce per fare una veloce ricomparsa nel finale, senza però alcun’importanza.
Sembra quindi che abbiano continuato a dire “dai, mettiamoci dentro qualche altro dettaglio!”, ma che poi abbiano scoperto che la storia andava bene così com’era e abbiano sperato che gli spettatori se ne dimenticassero. In effetti sul momento funziona – non si sente la mancanza di tali dettagli mentre si segue la serie -, però a posteriori ci si rende conto che molte cose sono andate perdute in corso d’opera.
Infine, sebbene una virata verso la serietà verso la fine era prevedibile, in questo caso la cosa è stata forse troppo netta: si passa dalla totale ilarità di cui si parlava prima ad una serietà e pesantezza notevoli. Le due parti, separatamente, sono di buona qualità; si mischiano però maluccio, e personalmente avrei preferito la parte finale in tono con lo stile spensierato e ridanciano del resto della serie.

Il disegno è estremamente bello e fluido: le espressioni sono fenomenali, e sia nei momenti divertenti che in quelli seri convogliano perfettamente l’emozione che intendono esprimere.
Anche le musiche sono molto curate, con un’opening scoppiettante come la serie e un’ending calma e rilassante. Gradite molto.

Insomma, Kannagi è sicuramente un ottimo lavoro: il 2008 è stato un anno avaro di buone produzioni, ma questa spicca su molte altre per originalità e realizzazione. Non fatevi intimorire dall’apparente banalità della trama: qui c’è da ridere parecchio, se avete un umorismo simile al mio.
Spero solo che non ne facciano una seconda serie: il termine fa pensare che sia già pensata, ma rischierebbe di scivolare palesemente nel tragico amorepuccipucci, e sarebbe un vero peccato.

Voto: 8,5. I buchi di trama e lo scivolone finale si fanno sentire un po’, ma chi ama le commedie d’amore che non siano tutte sospiri e bacetti questo è uno spettacolo.

Consigliato a: chi cerca risate e qualche sentimento, senza però doversi sorbire qualche mielosa seriaccia; chi vuole ridere delle disgrazie di un pover’uomo in balìa degli eventi; chi vuol sapere se anche gli Dei vanno in bagno.

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou

Da un videogioco, l’originalissima idea di studenti che combattono per proteggere Tokyo dai demoni!

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou

Nella Tokyo dei giorni nostri, dei demoni stanno prendendo sempre più piede. Uccidono persone e ne prendono il possesso dei corpi, creando pericolo per la popolazione: un gruppo di studenti liceali, in virtù dei poteri dei quali sono venuti in possesso in vari modi (chi per destino, chi un po’ per caso) sono per le strade a tentare di rigettare tale invasione. Ma da cosa è scatenata tale invasione demoniaca? Quale fine c’è dietro ad essa? Possibile che ognuno abbia dei segreti da nascondere?

Vedendo la trama oltre i limiti della banalità, e scoprendo che questo anime è tratto da un videogioco, temevo il peggio. Si può invece dire che sia stato fatto un lavoro almeno decente: dati i cattivi auspici iniziali, si può essere ben contenti del risultato.
Ciò non vuol dire che questo anime sia un capolavoro: ha diversi difetti. Il primo e più importante è soprattutto nella trama: dopo qualche puntata essa risulta meno immediata e banale di quanto sopra scritto, e ci sono anche dei risvolti interessanti (soprattutto quando ci si avvia verso la conclusione), ma il tutto è narrato in maniera troppo affrettata, secondo me. Si salta da una situazione di emergenza all’altra senza riuscire a metabolizzare i cambiamenti che ci sono stati, e questo scollega le varie parti dell’anime.
Inolre, la battaglia finale è decisamente scarsa mentre dovrebbe essere il clou della serie, che per essere d’azione contiene sorprendentemente pochi combattimenti, e l’ultima puntata che è totalmente inutile e serve solo a dire “ci sarà una seconda serie” facendo buttare 20 minuti di vita allo spettatore.

I personaggi non sono nulla di che: abbiamo il solito assortimento di delinquente ravveduto + ragazzo tranquillo dal misterioso passato + ragazzo forzuto ma impacciato + ragazza debole che vuol proteggere tutti ecc ecc ecc. Questo non è forzatamente un punto negativo, in fin dei conti i personaggi devono avere qualche caratteristica che li distingua, ma in questo caso tutti rimangono intrappolati nel loro ruolo senza mostrare segni di sviluppo o ragionamento.
L’unico personaggio che -per motivi di trama- ha una crescita personale è Aoi: il suo continuo concetto di voler proteggere tutti ammorba un paio di puntate in maniera notevole, ma c’è un perché che viene spiegato dopo. Peccato che la cosa non renda più sopportabile la ripetitiva nenia del classico personaggio impotente dinnanzi agli eventi che fa cose assolutamente stupide “perché voleva proteggere gli altri”.
I coprotagonisti non brillano per originalità ma fanno il loro lavoro, anche se spesso e volentieri vengono inseriti nella storia senza spiegazioni o logica. Probabilmente chi ha giocato al videogioco sa chi sono e non ha bisogno di altre informazioni, ma per chi guarda solo l’anime può essere spiazzante.

Il disegno è abbastanza scarsino, anche se l’animazione è abbaststanza fluida: ci sono alcune scene moderatamente violente, soprattutto all’inizio, che aiutano ad alzare un po’ il livello grafico. Le musiche mi son piaciute, sono belle energiche.

Insomma, Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou è un fallimento o si salva? Secondo me, una via di mezzo. Non si può dire che sia un lavoro brillante, perché ha molti difetti e scorre lento per essere teoricamente d’azione: non posso però dire che sia tutto da buttare, perché alcune cose carine ci sono.

Voto: 6. Se avete altra roba in coda date ad essa la precedenza, ma questo non è così terribile.

Consigliato a: chi non si stufa mai dei soliti cliché; chi non si fa spaventare da una trama che prosegue a singhiozzo; chi vuole conoscere la dottoressa più brutta del mondo.

Kamen no Maid Guy

Il camerierO più incredibile del mondo difende una giovane e ricca superdotata… cosa ne potrà saltare fuori?

Kamen no Maid Guy

Naeka è una 17enne che vive una vita all’apparenza normale, ma in realtà è la futura erede di una ricchissima famiglia: ha sempre espresso il desiderio di avere una casa comune e il nonno l’ha accontentata, ma con l’avvicinarsi della sua maggiore età ci saranno sempre più attentati alla sua vita per impadronirsi della colossale eredità. Vengono pertanto assunti due servitori per seguirla e proteggerla: Fubuki, una maid dai modi cortesissimi ma dall’insospettabile violenza e Kogarashi, un maid mascherato dal fisico paragonabile a quello di un wrestler sovralimentato, che risulta essere delicato come un carro attrezzi arrugginito ma potente come una supernova in esplosione.

La vita di Naeka e di chi la circonda, durante le dodici puntate di questa serie, è quindi messa in pericolo principalmente da due cose: i nemici che vogliono accaparrarsi l’eredità (e son pochi), e… le persone che vogliono metter mano alle gargantuesche tette della prosperosa adolescente, per amore o per invidia. Il fulcro di quasi tutte le puntate -sempre autoconclusive- è infatti in qualche modo la coppia di mammelle che Madre Natura ha gonfiato oltremisura sul petto di Naeka. Il lato ecchi è pertanto parecchio pronunciato, con una quantità di fanservice abbastanza alta, ma rimane comunque lontano dalla totale volgarità che si raggiunge in altre serie. Bisogna però dire che alla decima puntata in cui chiunque orbita attorno alle tette di Naeka la cosa inizia a farsi un po’ ripetitiva. La storia, inoltre, non termina: questo da però poco fastidio perché non c’è una vera trama che attraversa la serie, ma solo alcune indicazioni di fondo: c’è il chiaro indirizzo per una nuova serie, ma nulla viene lasciato davvero in sospeso.

Il punto forte di questa serie è, senza alcun dubbio, Kogarashi. Gli altri personaggi sono infatti carini ma non determinanti, e risultano abbastanza normali (anche se ogni tanto i punti deboli di Fubuki la fanno scattare in modo quantomeno esilarante); Kogarashi è invece talmente esagerato da risultare grottescamente comico. Non c’è limite al suo potere e alle sue capacità, ha 37 sensi contro i 5 delle persone normali, può paralizzare la gente con la voce, controlla il volo dei corvi, ha capelli prensili e indistruttibili, sopravvive alle bombe, vola facendo roteare la gonna, ha la vista a raggi X… presi singolarmente potrebbero essere dei poteri banali e stupidi, ma combinati nella maniera esagerata e mostruosa di Kogarashi creano un personaggio che riuscirebbe a vincere anche contro il Dottor Manhattan della DC. Il suo stile e le sue soluzioni mostruose sono uno spasso, ma purtroppo si trovano intrappolate in un’ambientazione mediocre (ricordiamoci che tutto gira sempre intorno alle tette di Naeka…), e quindi spesso non possono esprimere tutta la loro spettacolarità. Soprattutto nelle parti iniziali alcune uscite del servo mascherato sono davvero spassose, ma alla lunga anche lui cade un po’ nella ripetitività dell’onnipotenza. Metterlo in condizioni migliori avrebbe permesso ad un personaggio simile di reggere un’intera serie da solo, e qui si trova solo a fare da co-protagonista: peccato.

La grafica, per essere del 2008, non è niente di speciale. Le musiche nelle puntate sono accettabili, l’opening è imho bruttina ma l’ending risulta più simpatica e “Kogarashi-style”.

Insomma, Kamen no Maid Guy è un lavoro mediocre: si lascia guardare e, sopratutto all’inizio, riesce a far ridere ogni tanto: non è niente di speciale e non offre nulla di innovativo (se non il pazzesco personaggio di Kogarashi).

Voto: 7,5. Se avete qualche oretta da impegnare per due risate, dategli un’occhiata.

Consigliato a: chi cerca un ecchi non esagerato, ma comunque presente; chi non si stufa con la ripetitività; chi vuol sentire una risata bellissima, che fa kukuku.

Sword of the Stranger

Di spada e di storia: tuffiamoci nel sedicesimo secolo!

Sword of the Stranger

Ci troviamo più o meno nel 1600. Kotarou è un bambino che fugge da un monastero in fiamme; nella sua fuga incontra uno straniero senza nome, il quale -dopo aver involontariamente diviso il pasto e dopo essersi fatto salvare la vita- viene da lui assoldato per accompagnarlo fino al tempio di destinazione, dove troverà delle persone che potranno proteggerlo da chi lo insegue.
Inizia pertanto il viaggio dell’insolito duo (o meglio trio, contando anche il cane Tobimaru), che man mano che prosegue rivela alcuni inquietanti dettagli sui motivi della persecuzione di Kotarou: ma sarà tutto destinato a finire una volta arrivati al tempio? Perché degli stranieri lo vogliono a tutti i costi? Cosa c’è dietro all’imponente costruzione realizzata a tempo di record in una landa abbandonata?

Va detto innanzitutto un fatto innegabile: la trama non è per nulla originale. Ci troviamo davanti alla classica “strana coppia” che inizia litigando, poi va d’accordo e finisce per salvarsi a vicenda: tutto ciò è assolutamente scontato e banale, e si capisce sin dai primi minuti di visione. Questo non toglie però che la storia sia guardabile con piacere, anche in virtù del fatto che l’accuratezza storica è abbastanza notevole. La vicenda è inventata, ma i fatti che la circondano sono assolutamente reali: l’importazione delle prime armi da fuoco da parte dei cinesi, la diffidenza dei giapponesi verso gli stranieri, l’ossessione per l’imperatore cinese per l’immortalità… tutto quadra alla perfezione con quanto effettivamente riportato dai testi storici. Questo è certamente un grande punto a vantaggio degli sceneggiatori, che hanno avuto la cura di imbastire una storia relativamente credibile e motivata da reali eventi accaduti.

Essendo un unico film di un’ora e quaranta, non c’è molto spazio per sviluppare i personaggi: essi non risultano pertanto molto sviluppati, e solo dello straniero senza nome vediamo il passato e il motivo della sua riluttanza ad usare la spada. Si scopre anche qualcosina di Kotarou, ma solo qualche accenno; i cattivi, invece, si dividono in combattenti e narratori. I combattenti non sono usati per altro se non per combattere (v. sotto), mentre i narratori si occupano di far andare avanti con i loro discorsi la storia, spiegare perché stanno facendo ciò che stanno facendo e via dicendo. È un peccato che i combattenti non vengano sviluppati, perché avrebbero avuto un buon potenziale; i narratori invece dilungano la parte centrale della storia rendendola il pezzo più lento dell’interno film, e sebbene le spiegazioni siano sempre gradite qui forse vengono date per un po’ troppo tempo rispetto alla durata totale.
Va tuttavia detto che, per una volta, i realizzatori hanno pensato ai problemi linguistici: quando dei giapponesi e dei cinesi si incontrano, essi non si capiscono poiché parlano lingue diverse, e questo è stato realizzando facendo parlare agli stranieri effettivamente il cinese, e sottotitolandolo anche nella versione originale. Apprezzato per coerenza.

Trattandosi di un anime d’azione, i combattimenti sono un punto estremamente importante: ho il piacere di comunicare che essi sono molto belli. Sono concentrati nelle sequenze iniziali e nel massacro finale, e quindi non sono tantissimi e non occupano tantissimo tempo… ma quello che utilizzano, lo fanno al meglio. Essi sono infatti molto cruenti e coreografici (ogni tanto quasi troppo), e riescono a trasmettere bene il senso di assoluto macello che vien creato – soprattutto dagli stranieri. La parte centrale ha solo poche schermaglie poco interessanti, e questo è un vero peccato data la qualità degli altri momenti (soprattutto quelli verso la fine dell’anime).

Il disegno di per sé non è nulla di che, un po’ scarsino per essere del 2007; ci sono alcune sequenze in CG molto ben realizzate, ma ho l’impressione che la BONES abbia i mezzi per fare di meglio. Buona invece la colonna sonora, adeguata ai momenti.

Insomma, Sword of the Stranger è sicuramente sotto a mostri sacri come Ninja Scroll (anche in considerazione degli anni di distanza), ma si difende bene e si lascia guardare con piacere. La parte centrale è secondo me l’anello debole, ma non arriva così in basso da diventare fastidiosa o insopportabile.

Voto: 8. Se si cerca per un accettabile anime d’azione a suon di spadate e shuriken per un paio d’orette, sarete accontentati.

Consigliato a: chi ama i samurai; chi non si fa traumatizzare da qualche arto mozzato; chi vuol capire perché in tutta la recensione non ho detto una sola volta il nome del samurai protagonista.

ef – A Tale of Melodies

Resci a sentirla? È la melodia della verità.

ef – A Tale of Melodies

Questo è il sequel di ef – A Tale of Memories. I personaggi presenti sono gli stessi, ma i protagonisti nella prima serie diventano solo comparse qui, e quelli che prima erano solo nel retroscena prendono il ruolo dei protagonisti. Si seguono di nuovo due vicende separate, anche se debolmente correlate. da una parte vediamo Yuu e Yuuko una 15ina d’anni fa: si reincontrano dopo anni di separazione, dato che erano stati insieme in orfanotrofio, e lei pare tornare alla carica con i suoi sentimenti: lui però ha un oscuro passato che gli impedisce di comportarsi come realmente vorrebbe, e col tempo si scopre che anche lei ha i suoi fantasmi da combattere.
La seconda storia, che avviene poco dopo le vicende della prima serie, narra del complicato rapporto tra Kuze e Mizuki: si scopre praticamente subito che lui ha una malattia incurabile che lo porterà alla tomba, e pertanto tenta di distaccarsi da tutti. Mizuki gli dichiara però il suo amore, scatenando reazioni e pensieri che nessuno dei due avrebbe mai pensato.

Lo dico subito: chi cerca la meraviglia narrativa ed emotiva della prima serie rimarrà deluso. Il taglio delle storie è diverso: è molto più tragico, disperato, angoscioso; soprattutto nella storia di Yuu/Yuuko sussistono dei personaggi estremamente negativi che ammorbano l’aria con la loro mera esistenza. La qualità e l’originalità delle storie, inoltre, è decisamente minore: uno dei punti forti della prima serie è sicuramente l’inusualità delle situazioni (perlomeno nella storia Renji/Chihiro). In questo caso ci si trova spesso intrappolati in un discorso di sensi di colpa mix desiderio di protezione mix incomprensione dei propri sentimenti, cosa che si trova praticamente in ogni serie.
Sia ben chiaro: questo non porta le storie ad essere brutte. Sono comunque godibili -perlomeno, per chi ha voglia di deprimersi un po’- e intrattengono, portando comunque alcuni momenti di emozione. A me è tuttavia parso che ogni tanto si perdessero in discorsi sacrosanti, ma tirati un po’ per le lunghe.

I personaggi, come detto, sono gli stessi della prima serie. Passando da comparse a protagonisti, però, il loro carattere va formato in maniera molto più dettagliata. Il lavoro viene fatto in maniera abbastanza accurata, e gli ora protagonisti riescono a reggere la trama: essendo tuttavia essa un pochino banalotta, anche loro non brillano per originalità – e alcuni, una volta o due, sarebbero da prendere a calci. Va inoltre detta una cosa: i personaggi della prima serie erano confrontati con una serie impressionante di sfighe dalla quale tentavano con tutte le loro forze di liberarsi, per combattere la malasorte o i loro dubbi personali, creando dunque un ambiente di speranza e di tenacia. In questa serie, invece, buona parte dei problemi è creata dai personaggi stessi: sorvolando quelli volutamente super-negativi (che spargono bad karma su mezza serie), anche gli altri ci si mettono d’impegno nel complicarsi la vita! Questo è un peccato, perché con tanto impegno costruiscono qualcosa e poi con i loro stessi stupidi errori fanno crollare tutto, rendendo vane mille fatiche.

Il disegno è meraviglioso. La qualità e la fluidità dei movimenti è notevolissima, e i giochi di colore qui prendono una parte preponderante. Anche le musiche sono meravigliose: opening ed ending sono ben fatte, e il tocco di classe è fatto da una BGM composta quasi unicamente da pianoforte e violino, delicati e adattissimi. Davvero un lavoro con i fiocchi.

Insomma, questa seconda serie è un fallimento? Se presa come serie stand-alone, no. Ci sono dei buoni elementi, narra comunque due storie di sentimento e sofferenza in maniera egregia, ha momenti carichi di pathos e si lascia godere.
ef – A Tale of Melodies, purtroppo, deve vivere nell’ombra del suo predecessore, e da questo scontro ne esce con le ossa completamente rotte: la sua involontaria colpa è di aver cercato di replicare una formula che funziona solo una volta, e la seconda volta da solo l’impressione di déjà-vu.

Voto: 8. Chi ama le storie tragiche può anche dargli di più: io non ne sono un grande fan, e le grandi aspettative date dalla prima serie hanno probabilmente condizionato la visione. Mezzo punto, inoltre, è unicamente per la spettacolare realizzazione tecnica.

Consigliato a: chi non ha paura di veder soffrire i personaggi; chi cerca lo stile SHAFT il più possibile; chi vuol scoprire chi diavolo era la ragazza con i lunghi capelli blu e il cappello della prima serie.

Di Gi Charat

Bambine con orecchie da gatta e dadi in testa che sparano raggi laser dagli occhi? Eccovi serviti.

Di Gi Charat

Dejiko è una ragazzina aliena proveniente dal pianeta Di Gi Charat, ed atterrata ad Akihabara assieme a Puchiko e ad una strana palla gialla fluttuante con la bocca al contrario. Per dormire trova riparo in un negozio di fumetti, dove inizia a lavorare.

Ecco… la storia è tutta qui. Questa brevissima serie di 16 puntate da 3 minuti (tuttavia con un numero di specials e di OVA molto superiore alla serie principale) narra le teoricamente esilaranti vicende dei protagonisti e dei loro antagonisti.
Il problema principale è che questa serie non fa ridere: la prima volta che qualcuno scorreggia o che qualcuno picchia un personaggio si ridacchia sorpresi, ma questo è quanto. Nonostante il tipo di disegni l’umorismo non è per bambini, ma anche gli adulti secondo me rideranno poco. Ovviamente la comicità è un fatto personalissimo, e ho letto di gente che l’ha trovato spassoso: per me è stata una noia.

I personaggi, ovviamente, non hanno alcun tempo di presentarsi o modificarsi: gli unici barlumi di qualità sono quando Dejiko ha i suoi momenti demoniaci, ma sono molti meno di quanto si potesse sperare.

Il disegno è scarsetto in molte immagini, e il superdeformedloli è un genere che personalmente non adoro più di tanto; le musiche son abbastanza anonime, ma perlomeno non danno fastidio.

Insomma, a mio parere Di Gi Charat non ha motivo alcuno per esistere: la sua unica funzione dovrebbe essere quella di far ridere lo spettatore, e con me non ci è assolutamente riuscito.

Voto: 4,5. Se a qualcuno piacesse questo stile di comicità, può guardarselo: in fin dei conti in tutto son 45 minuti. In caso contrario, dedicateli a qualcosa di più utile, come l’espulsione di lanuggine dall’ombelico…

Consigliato a: chi ama i personaggi super-deformed; chi si diverte quando OGNI personaggio finisce le sue frasi con -nya, -nyo, -nyu,…; chi vuol incontrare l’alieno giallo svolazzante con la bocca al contrario.

Terra e

Nel futuro, umani con superpoteri cacciati e sterminati da una società ipercontrollatrice!

Terra e

Ci troviamo in un lontano futuro, su un lontano pianeta. Centinaia di anni fa la terra divenne invivibile a causa dell’inquinamento creato dall’uomo: venne pertanto iniziato un programma di pulizia del pianeta, e l’umanità andò a vivere su altre colonie in giro per lo spazio. Per prevenire che l’umanità ripetesse gli stessi errori, si instaurò un governo estremamente autoritario: i figli vengono infatti allevati sistematicamente da parenti adottivi, e a 14 anni vien fatto il lavaggio del cervello con la cancellazione della maggior parte dei ricordi, per poi esser gettati nella vita adulta come membri produttivi della società.
Capita tuttavia che alcuni nascano con dei poteri particolari, in più: telepatia, telecinesi e quant’altro. Questi bambini vengono però velocemente eliminati dal sistema, perché porterebbero squilibrio in una società oramai ammaestrata: da centinaia d’anni però i Mu, come questa razza “diversa” viene chiamata, tentano di salvare i loro compagni e portarli con sé nella loro nave, in attesa di trovare il momento in cui potranno salpare e tornare alla terra, dove tutto iniziò!

L’inizio pare promettente, dato che si instaura quasi subito un ambiente oppressivo e di paura: sembra di trovarsi in 1984, dove il governo controlla ogni cosa e ogni passo dei cittadini.
Subito dopo, però, la trama inizia ad avere delle crisi di identità. Inizialmente il punto è salvare quanti più Mu possibili dalle grinfie degli umani, unitamente alla presa di coscienza di Jomy; in seguito, dopo un paio di avvenimenti i Mu pigliano e se ne vanno in cerca della terra, e tanti saluti ai Mu che muoiono. Dopo ciò inizia la ricerca della terra, fino a quando non incrociano un altro pianeta abbandonato: decidono allora di fermarsi lì, e buonanotte anche alla terra: ne si discute ancora, ma pare che il posto sia confortevole.
Dopo altri incidenti viene in mente ai Mu che si erano dimenticati su Ataraxia i loro compagni, e quindi tornano indietro: già che son lì prendono anche le coordinate della terra, che la prima volta se le erano dimenticate. Dopo NON aver salvato altri Mu, infine partono verso la terra per l’evoluzione finale della serie.
La parte buona è che questi collegamenti, visti sul momento, sono apparentemente logici: a guardarli di fila, però, si vede che hanno molto poco senso e continuano a cambiare il fulcro principale della storia.

Non è però solo la trama in sé a barcollare: anche i dettagli che la compongono spesso e volentieri lasciano perplessi. In primis, come detto sopra si parla di un governo che definire autoritario è dir poco: si capisce che i Mu con i loro superpoteri riescano a sfuggire al loro controllo, ma più volte si vedono atti di insubordinazione o mancanze di sicurezza di livelli devastanti, per nulla in tono con l’ambiente. Figuriamoci che la sala che contiene uno degli elementi-cardine della serie e della società stessa è su una base orbitale usata come scuola ed è guardata solo da due guardie che fanno la ronda, con la consolle a disposizione del primo che passa!
In secondo luogo, la natura stessa della società dei Mu mi ha lasciato molto perplesso: Viene più volte ricordato che essi da 300 anni sono perseguitati e cacciati. Possibile che nessuno di loro abbia sviluppato uno straccio di abilità combattiva? Essi stessi dicono che fermare il cuore di un uomo è semplice, perché non lo fanno quando sono in pericolo? E dato che sanno che molti umani hanno ricevuto un addestramento anti-psionico, perché non lanciano semplicemente 15 coltelli verso il nemico con la telecinesi? L’acciaio è acciaio e basta… niente. Nulla di tutto ciò pare aver mai toccato la mente dei Mu, nei secoli di persecuzione. Mah.
Mille altre cose non quadrano, ma sarebbe inutile fare la lista completa: basti però dire che tutto ciò nuoce parecchio alla credibilità della storia, dato che le cose avrebbero potuto essere risolte in maniera molto più semplice.

I personaggi sono un altro elemento su cui Terra E pare contare molto: essi hanno però uno sviluppo abbastanza casuale. Quasi tutti i personaggi principali tentano di evolversi durante la serie, e questo è positivo: tuttavia, quelli che dovrebbero evolversi di più (Jomy e Keith) lo fanno senza una direzione precisa. Succede un fatto e loro reagiscono in maniera casuale: inizialmente sembra, soprattutto per Keith, che ci sia una direzione nei suoi cambiamenti. Il proseguio della storia però mostra il contrario, e le spiegazioni contenute nel deludente finale non soddisfano. Parlando di quest’ultimo, tutti i personaggi entrano in volemosebbene-mode, nonostante fino a 10 minuti prima una razza avesse giurato morte all’altra: tutta la sequenza finale ha senso pari a zero, soprattutto contando che si sta parlando di una società anestetizzata.

Il disegno non è malaccio, in linea con la qualità del 2007: la CG poteva forse esser curata un po’ meglio, ma non da gran fastidio. Carine le musiche, fanno il loro lavoro anche se non sono memorabili.

Insomma, cosa rimane di Terra e (altresì conosciuto come Toward the Terra)? Rimane una serie che dopo un inizio apparentemente carino corre in circolo cercando una trama e dei protagonisti, e fallendo in entrambi i casi.

Voto: 5. Scarsa trama, scarso sviluppo, scarsa sci-fi.

Consigliato a: chi non si offende se le mire dei protagonisti cambiano ogni due puntate; chi vuole una storia con un arco narrativo di circa 30 anni, con personaggi che rimangono immutati tutto il tempo e bambini che crescono da 2 a 15 anni in 20 minuti; chi vuol conoscere un topo spaziale telepatico.

Ghiblies

Quando uno studio d’animazione si prende in giro da solo.

Ghiblies

Nel 2000, lo studio Ghibli ha fatto uscire due brevi OVA (per un totale di circa mezz’ora) composti da piccoli sketch autoironici, nei quali si vedono rappresentati alcuni dei personaggi che lavorano all’interno dell’impresa.

Inutile dire che in 30 minuti di brevi sketch non ci possa essere una gran trama: c’è qualche piccolo trucchetto sul come animano alcuni personaggi, e il divertente raffronto con il corrispettivo reale; qualche piccola frecciatina tirata tra di loro; qualche storiella forse inventata, forse no, che coinvolge lo staff. Il tono è a volta ridanciano, a volte malinconico: dipende di cosa stanno parlando.

Bisogna dire che questo, più che un anime a sé stante, andrebbe preso come un piccolo extra dei lavori effettuati dai creatori: come opera a sé stante non ha nessun senso se non far ridacchiare un po’ la gente che lo guarda pensando “guarda un po’ che razza di gente crea i lavori che io tanto amo”.

Il disegno dipende dagli episodi: nel primo OVA è abbastanza terribile (d’altra parte, non c’è la pretesa di un disegno accurato), mentre nella seconda puntata alcune vicende hanno un disegno molto migliore (la mitica storia del curry e i ricordi del quatrocchi tra tutte). La musica è praticamente inesistente.

Insomma, cosa è “Ghiblies”? Null’altro che un lavoro per chi ama lo studio Ghibli e di loro vuol sapere e avere tutto: non ha altro senso, e non ne vuole avere. Personalmente avrei gradito di più se si fossero visti un po’ più vicende legate alle opere effettuate o all’ambiente lavorativo.

Voto: 6,5. Per gli appassionati… però la storia del curry è bellissima!

Consigliato a: chi ama lo studio Ghibli; chi si diverte con gli extra regalati dalle case produttrici; chi vuole sognare di incontrare il mitico negozio di curry dove più il piatto è piccante, meno si paga.

Chi’s Sweet Home

La vita di un gattino e della sua famiglia.

Chi’s Sweet Home

Chi è una gattina di pochi mesi, che a causa di una distrazione si separa dalla sua mamma e dai suoi fratellini: gira pertanto sconsolata per la città, senza sapere che fare. Per sua fortuna incontra Youhei, un bambino di sei anni, che convince la mamma a portarlo a casa nonostante il divieto del palazzo di tenere animali: l’idea di Chi è rifocillarsi e ripartire in cerca della sua mamma, ma la presunta sosta si trasforma ben presto in convivenza!

Questo anime ha un curioso formato: 104 puntate da 3 minuti l’una (di cui 30 secondi di sigla). È stato usato come intermezzo tra un programma e l’altro nelle reti giapponesi: il suo formato fa quindi capire che non c’è grande trama o enormi sviluppi, ma solo una piccola parentesi di simpatia e divertimento tra due puntate di qualcos’altro.
Questo non faccia pensare che la qualità sia bassa: Chi’s Sweet Home è un anime ottimamente realizzato soprattutto per quanto riguarda la protagonista, Chi.

Si trova infatti in lei qualsiasi caratteristica che si possa pensare propria di un gatto (soprattutto di un gatto giovanissimo): la curiosità verso ogni cosa che si muova; l’egoismo tipico del gatto, che vuole le cose quando lo dice lei e come le dice lei; la tenerezza di un animaletto che ha comunque bisogno del supporto di una famiglia, che sia di gatti o no; mille altri aspetti che ogni possessore di gatto ben conoscerà.
Chi viene infatti accolta nella famiglia e si parte dall’ABC: spiegare ad un gatto sinora vagabondo cosa è una lettiera non è per nulla semplice, così come la necessità di andare dal veterinario o il bisogno di tagliarsi le unghie. Tutto ciò viene fatto in maniera brillante all’interno di questa produzione, e risulta molto simpatico.
Anche gli altri personaggi, sebbene solo comprimari, sono ben riusciti: Youhei ha ovviamente la maggior interazione con Chi (e anche lui mostra di essere un bambino, con ragionamenti da tale), ma i genitori non sono da meno e si impara ad apprezzarli.

La grafica è disegnata in maniera molto infantile, dato che l’anime è orientato ai più piccini. Questo non faccia tuttavia pensare che un adulto non possa farsi qualche sana risata alle spalle dell’inesperta gattina alla scoperta del mondo. Il sonoro ha poco spazio per mostrarsi ma il poco che si sente è ben fatto, e l’opening è azzeccata per il tipo di cartone che introduce.

Insomma, Chi’s Sweet Home è un lavoro parecchio inusuale, che sembra racchiudere l’essenza dei 4-koma sebbene sia tratto da un manga normale: funziona da ottimo intermezzo per spezzare la pesantezza di altre serie, e riesce ad indurre la “sindrome da ciliegia”, con il maledetto dai, ancora una e poi vado a letto che porta a vedersene anche una decina di puntate di fila senza nemmeno accorgersene.

Voto: 8. Un piccolo progetto con un grande risultato, godibilissimo.

Consigliato a: chi ha o chi ama i gatti e la loro attitudine verso il mondo; chi vuole qualcosa di rilassato, allegro e di buon cuore; chi vuol conoscere un gatto nero che, da esterrefatto, fa rumori gutturali inenarrabili.

Hunter X Hunter OVA Greed Island Final

…ed eccoci alla conclusione della serie con più OVA della storia.

Hunter X Hunter OVA Greed Island Final

Ancora una volta, ci troviamo dove la serie di OVA precedente lascia. Siamo oramai all’interno di Greed Island, il MMORPG creato dal padre di Gon, e i nostri tre protagonisti sono in missione per terminare il gioco. La missione tuttavia non è facile, e sicuramente c’è gente pronta ad ostacolarli senza tregua!

La storia si svolge interamente a Greed Island, con le regole del gioco (e quindi spell, incantesimi, oltre agli oramai totalmente sovrumani poteri raggiunti dai vari personaggi). La riuscita o il fallimento di quest’ultima serie si giocano pertanto su un punto: saranno riusciti gli autori a rendere interessante il gioco in sé, e le vicende che comprendono Gon, Killua e Biscuit? La risposta è: in parte.
Questo avviene perché le idee originali ci sono, e sono parecchie: sia nel funzionamento dei meccanismi di gioco (facile criticare il funzionamento di un MMORPG nel 2009, ma nel 2001 erano a livelli protozoici rispetto a ciò che esiste oggi) che nelle idee partorite dai personaggi.

Le idee purtroppo non sono tutto, e la realizzazione delle stesse spesso lascia abbastanza a desiderare. In primis, il gioco di Greed Island in sé: le regole di base venivano imparate già nella seconda serie di OVA, ma qui si approfondisce la conoscenza con alcune carte e si capisce una cosa: se in dieci anni nessuno è riuscito ad exploitare il sistema e gli altri giocatori con carte simili, sono tutti scemi. La combinazione di alcune carte è potentissima, e possono essere usate senza problemi e poi riacquistate: i soldi si fanno facilmente accoppando mostri a caso e quindi problemi di fondo non dovrebbero essercene. La limitazione delle carte è una buona idea per quelle più potenti, ma le più utili sono praticamente infinite…

Inoltre, Gon e Killua si trovano solo confrontati con due veri combattimenti: uno è una partita di dodgeball, l’altro è il combattimento finale. In essi (soprattutto nel primo) ci sono alcuni buoni spunti e un utilizzo creativo delle abilità dei combattenti, ma c’è un problema: per SETTE tiri di palla ci mettono QUATTRO puntate. Capisco i ragionamenti e le riflessioni, ma qui siamo a livelli dove le partite di Holly e Benji e i combattimenti di Dragonball Z passano in un batter d’occhi! Questa è una piaga che tocca l’intera serie, e l’inutile e ripetitiva verbosità di tutti i personaggi porta spesso e volentieri alla noia in poco tempo.
Il combattimento finale è carino (anche se pure lui dura tre/quattro puntate, ma vabbé) e comprende l’unico vero “momento-shock” della serie, ma na un piccolo vizio di fondo: il cattivo, se avesse avuto un QI superiore a 4, avrebbe vinto in 15 secondi grazie alle sue abilità. Per tutta la serie il personaggio viene presentato come astuto e manipolatore, e alla fine agisce in maniera totalmente stupida… non è da lui, e questo dato di fatto toglie un po’ di gusto al combattimento stesso.

Parlando di personaggi, Gon e Killua hanno oramai il loro carattere formato dalle precedenti serie: Killua qui ha un ruolo molto più marginale e per fortuna Gon non ridiventa fastidioso: diventa però scemo. Fa scelte totalmente idiote, fa saltare piani a riuscita sicura e fa commenti che mettono in pericolo tutto il gruppo: ci si aspetterebbe qualcosina in più da lui.
Purtroppo il mio preferito, Hisoka, qui ha un ruolo marginale e non rispecchia affatto l’idea che in precedenza ci si è fatti di lui: in definitiva, un personaggio così particolare avrebbe meritato uno spazio di molto maggiore.

I disegni rimangono di buona qualità, anche se come al solito non c’è nulla di particolare: le musiche fanno il loro lavoro.

Insomma, La serie conclusiva di Hunter X Hunter rispecchia bene o male la qualità del resto della serie: non malaccio, ma non giustifica il tempo che ruba. Avessero compresso tutto in 6 puntate, sarebbe venuto fuori un lavoro estremamente migliore e molto più godibile, senza bisogni di inventarsi discorsi che non fanno altro che annacquare tutto l’ambiente. Il finale da una speeeeeeeeeeeeeeeeecie di conclusione al tutto, ma è parecchio insoddisfacente: in pratica, si sa come va a “finire” negli ultimi nove secondi di sigla finale. Dopo novanta puntate, pretendevo qualcosa in più.

Voto: 6,5. È meglio della sconclusionata seconda serie di OVA, anche se il ritmo rimane quello lentissimo di fine prima serie: qualcosa di buono qui e lì c’è, e se si fossero dati un po’ più di pena avrebbero potuto far meglio.

Consigliato a: chi di HxH ha già visto il resto e, già che ci siamo, vuol chiudere la questione; chi ama gli anime sui MMORPG e sui giochi di carte; chi vuol vedere la 57enne più giovanile della storia.