Ocean Waves

…La vita di una scuola di campagna scossa da una cittadina trasferita:

Ocean Waves


Taku è un qualsiasi liceale, che va al liceo senza particolari ambizioni o problemi. Molto cambia quando a scuola arriva Rukiko, un’avvenente ragazza che si è trasferita da Tokyo nella sperduta prefettura di Kochi (e che piace all’amico di Taku, Matsuno): costei non riesce a legare con gli altri compagni, e in occasione di un viaggio scolastico, chiede un prestito a Taku. Ma per quale motivo? Quali problemi si nascondono dietro al comportamento oltremodo bizzarro di Rukiko? Come potranno i suoi compagni aiutarla? E, soprattutto, lo vorranno?

In questo lavoro dello Studio Ghibli l’attenzione, invece che sul generico “feeling globale” che contraddistingue le usuali produzioni, si concentra sulle personalità e le vicissitudini dei personaggi. Iniziamo pertanto parlando di essi: Taku è il protagonista, ma risulta essere una persona molto semplice, quasi sprovveduta: si lascia trascinare in vicende varie senza averne desiderio, non ha piani precisi, è vagamente tonto. Insomma, potrebbe esser ritenuto il classico ragazzotto di campagna, che non riesce a distaccarsi dalla gravità che Rukiko genera attorno a sé con gli eventi che fa accadere.
Parlando di lei, si può dire che è il personaggio chiave dell’anime: senza di lei nulla accadrebbe. È una persona complessa, con tanti problemi nonostante la giovane età, una famiglia non più integra che crea diverse complicazioni: è interessante vedere come una persona “diversa” fatichi ad ambientarsi in una comunità tranquilla ed omogenea, e il senso di disagio in questo senso viene ben rappresentato in molteplici sfaccettature.
Anche altri personaggi fanno la loro apparizione, ma risultano parecchio più marginali e non ricevono pertanto uno sviluppo particolare.

Parlando delle vicende messe in moto da Rukiko, si può dire che rendono bene l’idea di come può una 16-17enne un po’ allo sbando comportarsi quando si sente come un pesce fuor d’acqua: forse un paio di avvenimenti sono un po’ esagerati ma fanno passare il messaggio.
Purtroppo verso la fine ci sono alcuni comportamenti e certe circostanze che non risultano altrettanto congruenti, e secondo me rovinano moderatamente la conclusione: non tanto per il come finisce (che è pienamente comprensibile), quanto per il modo in cui ci si arriva. Si passa tutto il tempo della proiezione a seguire una storia che lentamente si sviluppa, e poi con un paio di balzi immensi si arriva il termine della narrazione.

Il disegno è il classico disegno Ghibli, di pregevole fattura e con notevoli paesaggi: l’audio non brilla, ma nemmeno delude.

Insomma, cosa lascia Ocean Waves alla fine della visione? La storia di una ragazza che nella sua adolescenza ha problemi, e che tenta a modo suo di risolverli; la storia di un ragazzo che grazie ad un elemento instabile inizia a svegliarsi dal torpore dell’infanzia per traghettare in maniera un po’ instabile verso un’età più adulta; quella di una storia tra mille altre, che però vien raccontata in maniera abbastanza gradevole.

Voto: 7,5. Manca forse un po’ di sostanza in complessivo, ma alcuni elementi risultano gradevoli e possono forse far capire qualcosa sul perché di certe azioni incomprensibili agli occhi dei più.

Consigliato a: chi ama le storie dal passo lento, ma senza noia; chi apprezza racconti che portano i protagonisti dall’infanzia all’adolescenza; chi si vuol chiedere quanto si mangerà le mani il protagonista, a posteriori, in un paio di occasioni.

Major S4

……e dopo il liceo, il professionismo nella lontana America!

Major S4


Lasciatosi alle spalle il grande incontro con Kaido, e risolti i suoi problemi di salute, Goro e il suo baseball partono per la grande avventura: la conquista di un posto nella Major League americana, dove giocano tutti i più grandi e i più amati professionisti! Dopo un impatto brusco con lo stellare mondo del super-professionismo, Goro si stabilisce per una stagione nella squadra dei Bats, tripla A in Minor League, ad un passo dal suo sogno. Riuscirà a portare tale gruppo alla vittoria? Quali ostacoli troverà sulla sua strada per la fama mondiale?

Questa quarta serie ha, nella sua struttura, un paio di differenze rispetto alle tre sezioni precedenti. In primis, questa volta non si inizia con una decina di puntate in cui si costruisce la squadra, ma si entra subito in campo: il numero di partite giocate è ben superiore rispetto a quanto visto finora, e questo non può che essere un bene.
Come contrappasso, tuttavia, si nota che le partite sono molto meno “decisive”: solo in pochi momenti si sente che una partita è importante per questo o quel motivo, mentre in molti casi si segue solo uno spezzone dello scontro per vedere qualche particolare, o qualche tiro, o qualche situazione interessante. Questo non tramuta le partite in cose inguardabili, ma l’attaccamento alla situazione risulta un po’ compromesso.

Un’altra notevole differenza è che, con le varie strade di vita che i coprotagonisti prendono, ognuno vive delle vicende diverse: questo di per sé non è un problema, ma tale frazionamento fa sì che quando si vada a parlare di loro la storia principale si interrompa, e ne risultano dei siparietti che mal si amalgamano con gli avvenimenti che riguardano la parte maggiore della serie.
Fortunatamente si può dire che Goro è finalmente un personaggio apprezzabile: ha la sicurezza necessaria a fare scelte coraggiose (come il fatto stesso di pigliare e andarsene in America), ma finalmente ha perso le sue convinzioni di invincibilità, e si trova talvolta a dubitare della sua strada e a cercare soluzioni ai problemi di varia natura che gli si presentano davanti. Generalmente la soluzione è nello sparare una fastball ancora più veloce – oramai al posto del braccio ha un Cannone Yamato – , ma è perlomeno gradevole vedere che il pensiero gli sfiora la mente.

Il disegno fa un deciso miglioramento rispetto a quanto prima visto: non siamo nel capolavoro magistrale, ma l’occhio rimane abbastanza soddisfatto. La crescita di Goro e di chi è attorno a lui è evidente, e aiuta a dar consistenza alla serie.
L’opening, anche in questo caso, è parecchio energica e ci sta benone: le due ending non sono invece nulla di che.

Insomma, la quarta serie di Major si lascia guardare con tranquillità: oramai la formula è conosciuta, si capisce che è uno shonen e come tale bisogna prenderlo; la crescita personale di Goro è ben apprezzata, ma a mi parere la perdita di “scontri epici” rende la serie un po’ meno interessante, sebbene non tragicamente noiosa.

Voto: 7,5. Occupa con piacere il tempo, anche se qualche momento di adrenalina in più sarebbe stato carino.

Consigliato a: chi oramai, dopo tre serie, vuol sapere come continua la vita di Goro; chi è curioso di conoscere un’America in cui parlano un inglese decisamente stentato; chi si chiede quando una spalla può tirare forte una pallina prima di staccarsi dal corpo.

Neko no Ongaeshi

…Un’imberbe ragazzina catapultata nel mondo dei gatti!

Neko no Ongaeshi


Haru è una normalissima liceale, con i più caratteristici tratti distintivi: si sveglia sempre tardi per andare a scuola, salta colazione, è infatuata di un ragazzo già occupato e, fondamentalmente, non ha grandi scopi nella vita.
Un giorno, tornando a casa da scuola, salva un gatto da un camion che stava per travolgerlo: quest’ultimo, in segno di ringraziamento… si alza in piedi e si inchina, parlandole in maniera galante e forbita! Haru chiaramente rimane basìta, e durante la notte la situazione non fa che diventar più stramba.
Davanti a casa sua si svolge infatti una processione di gatti su due zampe, che accompagnano il re del regno dei gatti: si scopre che il gatto salvato altri non era che il principe di tale regno, e che Haru verrà adeguatamente ricompensata.
Inutile dire che il concetto di “gratitudine” per un gatto è decisamente diverso da quello di un umano: cosa dovrà aspettarsi Haru? Come farà a liberarsi dalla scomodissima (seppur non malevola) situazione in cui si trova? Dove potrà cercare alleati?

La storia di Neko no Ongaeshi (altresì chiamato The Cat Returns) è decisamente curiosa ed inusuale (anche perché questa storia nasce come semi-spinoff di Whisper of the Heart – a voi scoprire come i due sono collegati!), ma risulta piacevole da seguire.Come d’abitudine non ci sono dei veri cattivi, e si seguono le vicissitudini di Haru in un mondo a lei alieno (e che la avvicina sempre più in un felino) mentre tenta in primis di orientarsi, ed in seguito di tornare a casa. Qualche simpatica sorpresa qui e là si nasconde, ma non arriverei a parlare di colpi di scena.

I personaggi sono forse la parte più piacevole di questo film: come detto sopra non ci sono personaggi “da odiare”, e l’ambiente risulta leggero nonostante il grave problema in cui Haru si trova. I coprotagonisti sono fenomenali: la classica accoppiata gentiluomo (o meglio, gentilgatto) e buzzurro funziona come non mai. Sulla protagonista, purtroppo, bisogna dire una cosa: sebbene in un paio di momenti venga ricordato che per risolvere il suo problema lei debba capire chi è veramente, alla fine dice “ho capito”, ma in realtà tale sviluppo viene totalmente saltato. È un peccato, perché questo porta l’anime a mancare di qualcosa che rimanga, come sensazione o come messaggio, e lo rende un po’ meno intrigante di altri suoi fratelli.

Il disegno è gradevole e l’animazione è fluida, ma bisogna dire che per essere del 2002 il tratto è un po’ approssimativo. Sia ben chiaro, questo non vuol dire che sia brutto da guardare – ma ci son altri lavori, anche di case produttrici meno blasonate, che in quegli anni han prodotto disegni migliori.
L’audio è come al solito di buona qualità, con una sigla finale che ho trovato molto bella e che ben rispecchia l’ambiente tutto sommato spensierato e giocoso dell’anime che va a concludere.

Insomma, Neko no Ongaeshi – The Cat Returns è un anime che si lascia guardare con piacere, ma che non lascia il segno nella mente di chi guarda: l’ora e un quarto di proiezione vola senza intoppi, ma una volta arrivati al termine difficilmente ci si accorge di non esser rimasti vittime del senso di magia che possono lasciare altri lavori come Spirited Away o Totoro.

Voto: 7,5. Simpatico, gradevole, allegro, spensierato… e poco più.

Consigliato a: chi vuole un pochino di sincero relax; chi vuole un film senza grandi storie e crudeli nemici; chi vuol sapere cosa fanno i gatti lontano dai nostri occhi.

Animation Runner Kuromi

…Un meta-anime: come nasce un anime?

Animation Runner Kuromi


Mikiko Oguro (soprannominata Kuromi) è una 20enne che, finita la scuola d’arte, riesce finalmente a fare la sua entrata nel mondo degli anime, come da lei sempre sognato! Purtroppo la casa di produzione Petit, la piccola azienda che l’ha assunta, non è esattamente come se la immaginava… il manager di produzione si licenzia nel giorno in cui lei arriva, e la lascia con l’apparentemente impossibile compito di consegnare tutta la parte artistica di una puntata di Time Journey 2, la serie a loro affidata! Riuscirà ad affrontare il durissimo lavoro che l’aspetta? In che modo dovrà trattare con gli artisti, ognuno eccentrico a modo suo? In fin dei conti, è un lavoro fatto per lei? E quali altri ostacoli le si pareranno davanti?

La storia di questi due OVA da circa 40 minuti è molto lineare e semplice: Kuromi deve affrontare, assieme ai suoi curiosi colleghi di lavoro, le mostruose scadenze del mondo dell’animazione, e sfide al limite dell’impossibile arrivando addirittura a produrre tre serie contemporanee. Essendo la storia così scarna, è evidente che le cose su cui concentrarsi sono due: i personaggi che le animano, e l’aspetto più “istruttivo” legato al lavoro di un piccolo studio d’animazione giapponese.

I personaggi non sono molti, e chiaramente non hanno gran tempo per svilupparsi: i disegnatori sono più che altro dei supporti per alcune battute e dei mezzi per permettere a Kuromi di svilupparsi professionalmente, e in tal ruolo fanno il loro mestiere.
I due elementi più spiccati sono Kuromi stessa e la sua più seria collaboratrice, Shihonmatsu: nel poco tempo dato si riescono a presentare per bene, e anche a fare qualche discussione non del tutto inutile. Risultano piacevoli da avere a schermo (soprattutto quando Shihonmatsu tenta di smettere di fumare…), ed è un piacere avere a che fare con l’energia che Kuromi mette in ciò che fa, e la professionalità che Shihonmatsu dimostra.

Per quanto riguarda l’aspetto più otaku della serie, e cioé spiare gli interni di uno studio di produzione, devo dire di esser rimasto abbastanza soddisfatto: si vengono ad imparare diversi termini interessanti, alcune procedure di produzione (disegni chiave, correzione, intermezzi, scene speciali, la raccolta delle varie parti dai diversi collaboratori esterni e via dicendo), e si riesce anche a dare una divertita occhiata alle manìe e alle abitudini a cui i coinvolti in tale eccentrico settore sono esposti. In questo caso tornano ad aiutare i disegnatori, unitamente anche ai fetidi trucchetti che certi produttori utilizzano per velocizzare il lavoro, a discapito della qualità (il che spiegherebbe anche come mai certi anime risultano ben animati nelle prime puntate, per poi diventare totale pattume in seguito – Project Arms anyone?).

Il disegno è semplice, ma i personaggi chiave sono sorprendentemente ben animati: ogni tanto si ricorre a cambi di stile che riescono a strappare qualche risata. Le musiche sono abbastanza ordinarie ma accompagnano con piacere la visione.

Insomma, che dire dei due OVA di Animation Runner Kuromi? Si può sicuramente asserire che, per essere il primo lavoro di una piccola casa produttrice (la Yumeta Company) è di pregevole qualità. Non inizia con grandi pretese, fa notare il suo taglio low-budget ma non si lascia scoraggiare da ciò e propone una serie tutto sommato abbastanza originale, con dei personaggi gradevoli e un paio di situazioni davvero simpatiche. Chiaramente mostra qui e là i suoi limiti, ma risulta sicuramente molto più piacevole di tante serie fatte da case altisonanti con budget milionari, gonfie di effetti speciali e povere di contenuti.

Voto: 7,5. Se a qualcuno (come a me) interessa conoscere qualcosa di più di come vien fatto un anime, questo voto può prendere un bel +1.

Consigliato a: chi ama sapere “come sono fatte le cose”; chi ha un’oretta da dedicare a risate e otaku-ismo; chi vuol conoscere un mini-polipo volante parlante ironico.

Samurai 7

…Tratta dal più famoso film di Akira Kurosawa, una trasposizione steampunk dei sette samurai.

Samurai 7

Ci troviamo in una curiosa ambientazione, in una via di mezzo tra il Giappone del 1700 e un’epoca futuristica. L’occupazione principale del popolo è coltivare riso, solo per vedere il proprio raccolto rubato ogni anno dai banditi. Essi sono dei sopravvissuti alle precedenti guerre, per le quali avevano modificato il loro corpo diventando, di per sé, delle macchine: alcuni arrivano anche ad essere alti alcune decine di metri.
Il paesello chiamato Kanna decide di non voler più accettare una simile situazione, ed invia una piccola delegazione nella vicina grande città per cercare un samurai che possa difenderli. Anche i samurai, infatti, dopo le guerre sono diventati “disoccupati”: riusciranno tuttavia a convincerne uno (o più) promettendo solo del riso? Qualcuno si imbarcherebbe ancora in una missione rischiosa e senza gloria?

Dirò immediatamente una cosa: io non ho visto il film I Sette Samurai da cui questo anime trae massiccia ispirazione. Valuterò pertanto il lavoro per quello che è, e non come trasposizione.
Detto ciò, iniziamo a valutare la trama: quanto detto sopra rappresenta grosso modo la prima metà della serie, che dura un totale di ventisei puntate: essa è anche la parte più interessante. La ricerca dei samurai necessari all’opera, la formazione del gruppo, il viaggio di ritorno e la strenua difesa del paese contro i malvagi è simpatica da guardare, e la storia è abbastanza intrigante. Va inoltre detto che la situazione sociale rispecchia -seppur in maniera grossolana- ciò che accadde quando in Giappone i samurai divennero superflui, dopo le grandi guerre interne: alcuni diventarono criminali, altri si riciclarono in posti di potere e altri ancora semplicemente si rifiutarono di cambiare e vagarono per il mondo in cerca di un posto per loro.

La seconda parte, purtroppo, vede un deciso peggioramento della trama: è anche la sezione che è inventata di sana pianta dai creatori, e che non esiste nel film (che dovrebbe terminare con la difesa del villaggio). La seconda metà si rivela una specie di intrigo politico che riguarda i vertici del potere, e che solo di riflesso comprende i protagonisti – che ne rimangono infatti invischiati solo per liberare un paio di persone tenute prigioniere nella capitale. Le idee date dal “cattivo” non sono malaccio, ma sembrano un po’ buttate là: soprattutto, non si capisce come un personaggio voluttuoso e umorale come Ukyo, che per tutta la parte iniziale sembra un idiota, possa organizzare un simile piano teoricamente a prova di bomba. Anche gli altri personaggi si appiattiscono, perdendo la loro verve e le loro peculiarità che li contraddistinguono inizialmente.
Fortunatamente il finale, se si riesce a decontestualizzarlo dalla deludente parte che lo precede, è bello: inizia in maniera davvero tamarra (spadate che riflettono raggi laser del diametro di due metri, mezzi di trasporto che veleggiano su onde energetiche sparate da vecchie astronavi,…), ma quando la rissa si sposta ad un livello più umano la qualità sale notevolmente, e diverse sorprese attendono lo spettatore.

Parlando di personaggi, devo dire che è forse la parte che è stata meno sviluppata. I sette samurai sono molto diversi gli uni dagli altri, ed ognuno ha il suo carattere e le sue diverse abilità: uno è bravo in meccanica e ingegneria, uno è un bravo stratega, uno è un becero bonaccione che sa dire le cose come stanno senza giri di parole,… il gruppo risulta ben costruito, ma i personaggi non si sviluppano quasi per nulla in tutta la serie. La cosa è anche abbastanza comprensibile dato che fondamentalmente sono quasi tutti guerrieri esperti che hanno avuto il tempo di forgiare il loro carattere in battaglia: tuttavia qualche lieve cenno di miglioramento in più sarebbe stato apprezzabile. L’unico samurai che è nel gruppo con lo scopo di crescere, Katsushio, ci riesce ma non in maniera troppo lineare: rimane inutile per il 70% del tempo, e poi in maniera improvvisa diventa un mostro di potenza. Si capisce che la battaglia fa crescere in fretta, ma così è un po’ troppo!
Gli altri personaggi risultano purtroppo abbastanza anonimi. Kirara, che dovrebbe essere un personaggio centrale e che inizialmente mostra doni di preveggenza, perde rapidamente il suo ruolo e diventa una semplice accompagnatrice: lo stesso accade per tutti gli altri personaggi non combattenti, che vengono relegati a ruoli puramente secondari e che quindi non ricevono alcuna attenzione nello sviluppo del personaggio.

Due parole vanno spese anche in merito all’ambientazione e ai combattimenti.
Sul primo argomento devo dire che il mix tra passato e futuro risulta in massima parte molto ben fatto: se si riesce ad accettare che una spada sia un’arma di potenza inusitata (può segare in due astronavi, deflettere proiettili, segare case, macinare metallo come fosse burro e via dicendo) l’ambiente sarà abbastanza godibile. In un paio di punti abbastanza focali, purtroppo, non viene fatto un uso accorto della tecnologia che i personaggi hanno a disposizione: questo è un peccato – anche se probabilmente è meglio così, perché se i cattivi avessero saputo usare le armi a loro disposizione non ci sarebbe stata storia.
I combattimenti sono in buona quantità, anche se viene lasciato abbastanza spazio ad altro: essi sono creati con fortune alterne. In linea generale, quelli che sono “realistici” (persona contro persona) sono ben fatti, mentre quelli con persone contro robot, astronavi, città e quant’altro sono poco interessanti. L’idea di per sé che un personaggio possa segare in due un mech mi può anche andar benissimo, ma è proprio come il combattimento funziona a non essere attraente da vedere.

I disegni sono di qualità un tantinello bassa secondo me, per essere del 2004 e per aver avuto un budget di circa 300’000 dollari a puntata. Il tratto di per sé è gradevole, ma ci sono qui e là alcune cadute di stile e una puntata disegnata in maniera inqualificabile: inoltre, la CG è usata in maniera non proprio ottimale.
Le musiche invece sono di ottima qualità, e riprendono molto le musiche tradizionali giapponesi. Opening ed ending sono più moderne, ma risultano comunque orecchiabili.

In definitiva, Samurai 7 è un lavoro di decente qualità, che potrà sicuramente piacere a chi ama le spade: ha i suoi difetti, soprattutto nella seconda parte e nella relativa lentezza della prima, ma si lascia guardare.

Voto: 7,5. La prima parte meriterebbe di più, ma viene frenata dal resto.

Consigliato a: chi apprezza i samurai; chi non bada agli anacronismi; chi ha visto il film di Kurosawa e vuol farsi un’idea sua della trasposizione animata.

Majokko Tsukune-chan

…Un po’ di sano delirio in sei corte puntate senza senso.

Majokko Tsukune-chan


Tsukune è una piccola strega, dall’età stimabile di dieci anni, che gira il mondo a fare del bene a cavallo della sua scopa. Purtroppo non è particolarmente abile nel suo lavoro, poiché spesso non risolve i problemi, peggiorandoli o creandone altri. L’importante, comunque, è la buona volontà: lei ce la mette tutta per diventare una buona streghetta, nonostante le mille peripezie che le si parano davanti.

Come si può capire dalla storia, queste sei puntate da tredici minuti (sigle comprese) non sono certo da osservare per la trama. Le vicende durano 3-4 minuti e sono scollegate le une dalle altre: sono unicamente vicende che capitano a Tsukune, e che lei risolve in un modo tutto suo.
Il filone in cui questo anime si inserisce è quello della nonsense comedy: si posson riconoscere notevoli familiarità con Bokusatsu Tenshi Dokuro-chan o Dai Mahou Touge, sebbene questo lavoro punti un po’ meno sulla violenza bruta e un po’ più sulla semplice e banale stupidità senza senso. Questo non vuol dire che i personaggi non muoiano nelle più disparate forme (il sindaco fannullone, ad esempio, morirà una dozzina di volte, in vari episodi, e ogni tanto non ci sarà nemmeno un perché), ma lo fanno in maniera un po’ meno cruenta rispetto agli ilari massacri proposti dagli altri due titoli. Spesso, invece, ci si trova ad assistere a scambi di battute parecchio fulminei, che spiazzano e divertono non poco proprio in virtù della loro semplicità ed immediatezza.

I personaggi, per quanto semplici e poco profondi (vorrei vedere una caratterizzazione fatta in circa 50 minuti di proiezione!), risultano decisamente simpatici. Tsukune è la classica strega con la testa all’aria, la sua mascotte… beh, non fa in tempo a presentarsi granché (e non dico altro), il sindaco è un allegro fannullone e generalmente tutti i personaggi risultano istintivamente simpatici. Questo aiuta parecchio l’aspetto comico, poiché un branco di personaggi antipatici non avrebbe divertito nemmeno un po’.

Il disegno è semplice e di bassa qualità, ma è un tipo di grafica che si adatta perfettamente allo stile dell’anime: i disegni raffazzonati rinforzano l’aspetto di stupidità generico che aleggia attorno alla serie. Di sorprendente qualità, invece, opening ed ending: non sono dei capolavori, ma risultano decisamente carine ed orecchiabili.

Insomma, conviene guardare questo curioso anime? Secondo me sì, perché qualche risata la strappa. Occupa poco tempo, le sue puntate possono essere usate per alleggerire visioni più pesanti e in fin dei conti è fatto decentemente bene.

Voto: 7,5. A me, un paio di volte, ha fatto sghignazzare ad alta voce. Questo non può che essere un merito.

Consigliato a: chi ha un’oretta in cui spegnere il cervello; chi ride di mazzate in faccia, maialini arrosto, starnuti esplosivi e quant’altro; chi vuol conoscere la mascotte meno longeva del mondo degli anime.

Summer Wars

…Dal compleanno di una nonnina alla fine del mondo in sole 24 ore?

Summer Wars

Ci troviamo nel 2010. Esiste oramai un programma che potrebbe essere definito come una fusione tra Facebook, Second Life e qualsiasi sito bancario/di servizi del mondo. Praticamente ognuno ha un account, e in tale sistema si può fare tutto: dal chattare con gli amici con il proprio avatar al pagare bollette, dall’inviare le dichiarazioni delle imposte all’ordinare cibo a casa, dal lavorare al votare,… qualsiasi servizio possa venire in mente, lì c’è. Questo sistema è chiamato OZ, e ha un sistema di sicurezza virtualmente imbattibile per ovvi motivi.
Kenji è un adolescente dotatissimo per la matematica, che come lavoro part-time aiuta ad effettuare la manutenzione di alcuni servizi periferici di OZ. Essendo decisamente impacciato nelle relazioni sociali rimane pertanto strabiliato quando Nasuki, la più bella della scuola, gli chiede di punto in bianco di andare in vacanza nella sua casa estiva con lei per le vacanze estive!
Inutile dire che c’è la fregatura… in realtà Natsuki ha bisogno di lui poiché ella aveva promesso alla nonna, che compirà 40 anni proprio in quei giorni, che si sarebbe presentata con il suo futuro marito. Kenji si trova pertanto a dover reggere il gioco con una famiglia numerosissima e a dir poco eclettica, tentando di mantere il segreto.
La prima sera riceve un messaggio da un misterioso mittente, riportante solo numero: Kenji, quasi per automazione, si mette pertanto a decifrare il messaggio ed invia la risposta. Il giorno dopo si sveglia per scoprire che il sistema di OZ è stato hackato e che migliaia di account sono stati rubati, e pare essere lui il colpevole! Ma chi può essere stato? Quali sono i pericoli di una valanga di account rubati, in un sistema del genere? E cosa potrà fare Kenji per evitare il disastro e salvare contemporaneamente la faccia con la famiglia di Natsuki?

La trama, come si può notare, è poco ortodossa e abbastanza originale. Ci sono due argomenti principali che vanno di pari passo: il rapporto tra Kenji e la famiglia di Natsuki e il tentativo di rimediare all’apocalisse informatico che si sta consumando sotto i loro occhi. Purtroppo le due cose non vengono legate troppo bene, e pare sempre di assistere a due argomenti separati che poco hanno a che fare l’uno con l’altro.
La parte più “tecnica”, legata all’aspetto informatico della questione, non è secondo me curata in maniera molto logica: è un peccato, perché con il budget della Madhouse si sarebbe potuta creare una realtà virtuale che assomigli a qualcosa di un po’ meglio di una città di Second Life creata da un principante. Anche i combattimenti virtuali che si svolgono tra avatar (?) non sono esattamente meravigliosi.
Il lato famigliare, invece, è decisamente ilare e parecchio gradevole da seguire, soprattutto in virtù della particolarità di alcuni elementi della famiglia: tengono alto il morale ed evitano che il passo della serie rallenti salvando pertanto la parte meno emozionante dalla noia.

Parlando di parenti, un paio di parole vanno spese in merito ai personaggi: curiosamente, i due elementi più anonimi sono i protagonisti, Kenji e Natsuki. Il primo è il classico sfigato che alla fine riesce a fare l’exploit della sua vita rivelandosi un vincente, e la seconda è anonimissima e senza gran personalità fino a due minuti dalla fine.
Gli altri, invece, sono personaggi semplici ma ben caratterizzati, ognuno con i suoi tratti distintivi: per essere contenuti all’interno di un singolo film da un paio d’ore, ciò è stato fatto decisamente bene. Nota di particolare merito alla nonnina, vero punto focale della famiglia dal primo all’ultimo minuto di proiezione e fonte di saggezza inenarrabile.

Il disegno è molto ben fatto e le musiche, anche se probabilmente non entreranno negli annali della storia, si lasciano comunque ascoltare senza problema alcuno.

In definitiva, Summer Wars è un film carino che porta un paio di elementi interessanti (la gestione dei dati e delle responsabilità in un mondo governato dalla Rete), che però vengono trattati in maniera superficiale e senza pretese di profondità; ha una trama abbastanza affascinante che purtroppo pare ogni tanto contenuta in vari compartimenti stagni, che mal si collegano tra di loro spezzando il ritmo del film.

Voto: 7,5. Abbastanza divertente, abbastanza interessante, abbastanza intrigante, ma non un granché in più.

Consigliato a: chi vuole un film leggero per passare un paio d’ore tra computer e campagne giapponesi; chi ama le famiglie allargate con parenti che fanno le cose più disparate; chi vuol vedere la Rete del futuro… anche se si spera che la grafica sia un po’ migliore!

Royal Space Force: the Wings of Honneamise

…L’inizio del mito: il primo film dello Studio Gainax.

Royal Space Force: the Wings of Honneamise

Ci troviamo in un’ambientazione paragonabile ai giorni nostri, ma in una realtà alternativa: su questo pianeta non si è mai arrivati fino alla luna, e le grandi nazioni dominanti sono impegnate in un’estensiva guerra fredda. Shirotsugh Lhadatt da bambino sognava di pilotare dei caccia militari, ma purtroppo la sua scarsa abilità scolastica l’ha portato su un’altra strada: lavora nella Royal Space Force, l’ente che nel regno di Honneamise dovrebbe occuparsi dell’esplorazione spaziale. La realtà è tuttavia che non c’è alcuna effettiva ricerca in corso, e il tempo passa oziando e sperimentando fallimentari razzi in un ambiente annoiato e decisamente poco stimolante.
Dopo l’incontro con Riquinni, una ragazza che tenta di far proselitismo religioso, Lhadatt guadagna molto più spirito nel perseguire lo scopo di viaggiare nello spazio: tensioni politiche in aumento portano inoltre ad un rinnovato interesse per la corsa allo spazio. Riusciranno gli astronauti in erba a volare senza incidenti? Il viaggio nello spazio sarà ricordato come successo scientifico o mossa politica? Cosa si cela dietro agli interessi che circondano il razzo in costruzione?

La storia di Wings of Honneamise inizia in maniera lenta, decisamente troppo lenta: inizialmente non si vede accadere granché, e l’unica cosa interessante è il lancio del succitato razzo. I problemi tecnici e le mille problematiche sono estensivamente esplicate, e non mancano, ma questo non riesce a dare il giusto passo e la noia rischia di fare capolino. In seguito, tuttavia, l’anime prende più velocità, e gli eventi si susseguono con un ritmo molto più cadenzato: lo sviluppo del protagonista prende il sopravvento sulla mera parte tecnica, e Lhadatt inizia a sviluppare la sua personalità, in precedenza rinunciataria e svogliata. Durante la visione della seconda parte, si vede un ulteriore cambiamento: dopo aver parlato dello sviluppo del protagonista e di chi lo circonda, si finisce a parlare dello sviluppo dell’umanità intera, e della brutta abitudine di ripetere gli errori all’infinito.
Tutta questa carne al fuoco, unitamente a notevoli intrighi politici e dimostrazioni di coraggio personale, fanno sì che la seconda parte del film passi con molta più facilità rispetto alla prima, e apportano anche dei ragionamenti decisamente interessanti.

La cosa che risulta forse più impressionante è tuttavia l’ambientazione: alla creazione della stessa è stata dedicata una cura quasi maniacale, con l’invenzione di scrittura e lingue apposite. Una geografia creata ad hoc e delle religioni create dal nulla fanno capire che l’attenzione per il dettaglio in questo ambito è stata assoluta, con il risultato di aver creato un mondo in cui ci si può immergere con tranquillità poiché risulta coerente e intrigante.

I personaggi focali non sono tantissimi, ma l’attenzione è quasi esclusivamente focalizzata su Lhadatt. Anche Riquinni e Minna hanno il loro tempo, ma non si sviluppano granché. Il protagonista, come detto sopra, segue invece un notevole processo di evoluzione: a parte l’iniziale enfasi in un lavoro che prima non lo interessava minimamente, che pare decisamente esagerato, per il resto lo sviluppo che porta un ragazzone a diventare un uomo è ben realizzato. Paure, timori, preoccupazioni e pensieri risultano reali anche se applicati ad un mondo diverso e a problematiche che non sono di tutti i giorni: la graduale perdita d’innocenza di Lhadatt verso un mondo corrotto e approfittatore è notevole e ben fatta.
Anche alcuni ragionamenti sull’umanità in generale fatti da Lhadatt sono notevoli: il gusto per la guerra e il sacrificio di ogni cosa per poter prevalere su qualcun altro sono due pecche umane che vengono ben rappresentate, spesso in maniera parecchio simbolica, e danno un livello di lettura non indifferente.

I disegni sono chiaramente datati (dal 1987 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti), ma risulta comunque gradevole da vedere. Le musiche sono particolari, estremamente anni ’80, e non posso dire che mi siano piaciute tutte: in alcuni aspetti avrebbero potuto utilizzare effetti sonori migliori, ma come lavoro d’esordio è decisamente accettabile. La strana ed intrigante ending si fa apprezzare.

Che altro dire di questo film che ha segnato il punto di partenza di una delle più grandi case d’animazione giapponesi? Beh, le sue pecche le ha, e la prima parte passa in maniera davvero lenta e pesante; nel restante tempo il tutto si risolleva invece non poco, e già si riesce a vedere l’impronta di psicologia e filosofia che permea tanti dei lavori della Gainax.

Voto: 7,5. Ha sentito il passare del tempo, ma è un pezzo di storia.

Consigliato a: chi vuole vedere come è nato un colosso; chi è attratto dagli intrighi politici; chi vuol vedere il gruppo di scienziati più sciroccato del mondo.

Kite

Violenza, criminalità, pistole e vendetta.

Kite

Sawa è una liceale a cui sono stati ammazzati i genitori. È in seguito stata presa in custodia Akai, un loschissimo figuro che lavora in polizia ma segretamente gestisce un gruppo di assassini. In seguito alla promessa di trovare gli assassini dei suoi genitori, inizia anche lei ad uccidere per mestiere: ma oltre ad approfittare di lei, Akai si interessa del caso? Cosa si nasconde dietro ai gesti dei vari personaggi? Chi ha in mano la verità?

Va innanzitutto detta una cosa: di Kite sono reperibili due versioni, una censurata e director’s cut. La prima dura circa 45 minuti e taglia tutte le scene di sesso esplicito, che invece nella seconda ci sono e ammontano a circa una decina di minuti: se del caso, quindi, reperite il file che più si addice ai vostri gusti. Nella versione censurata, comunque, non viene tagliato alcun elemento della trama.

Parlando di trama, la stessa è molto semplice. A ben pensarci ci sono anche alcuni buchi nella storia (che non svelerò per evitare spoiler), ma dopotutto si inizia a vedere Kite con l’intenzione di guardare un’oretta di violenza, corpi che esplodono e pungiglioni che trafiggono arti: di certo non ci si mette a cercare chissà cosa nella narrazione. Va tuttavia detto che nella seconda parte ci sono un paio di momenti in cui si rimane decisamente spiazzati, e il finale lascia asssolutamente di sasso: questo è un punto secondo me positivo.

I personaggi sono parecchio caratterizzati ma molto poco sviluppati: si capisce subito chi sono i bastardi (anche se verrebbe da dire “tutti”, visto l’ambiente in cui ci si trova), ed essi si comportano come tali. Anche la protagonista non è certo un personaggio che parla granché, ed infatti buona parte del tempo lo passa sparando o infilzando qualcuno.
Parlando di violenza, si può di certo dire che le scene d’azione sono ben fatte: sono poco credibili in alcuni punti, ma la spettacolarità compensa la mancanza di realismo in maniera più che abbondante. I proiettili esplosivi sono un punto aggiuntivo a favore dello splatter, che regna incontrastato in Kite. Data la grande violenza, anche la versione censurata è pertanto sconsigliata agli impressionabili e ai più giovani: anche senza le parti di sesso, rimane una produzione destinata ad un pubblico adulto.

I disegni, per essere del 1998, non sono malaccio: non sono nulla di che, ma le carenze nel disegno e nell’animazione “normale” spariscono quando la gente inizia a menarsi. In questo, Kite non si distanzia da Mezzo DSA, altro prodotto degli stessi creatori.
Il sonoro è invece praticamente inesistente: nessuna opening, nessuna ending, nessuna musica particolare. Non valutabile.

Insomma, perché guardare Kite? Beh, per avere tre quarti d’ora di sangue, cattiveria e tradimento (e sesso, a dipendenza se è la director’s). Io non posso negare di essermi divertito e, nonostante riconosca tutte le limitazioni di un prodotto certamente lontano anni-luce dalla perfezione, devo dire che son stato contento di aver dato una possibilità anche ad un prodotto usualmente fuori dai miei standard.

Voto: 7,5. Bang, bang! Aaargh! Bastardo! Bang bang! Zack!

Consigliato a: chi adora l’ultraviolenza; chi non si offende per qualche scena di sesso (o non ha i genitori che guardano da dietro la schiena); chi vuol scoprire quale è il personaggio di Hollywood che ha un gemello segreto.

Kamen no Maid Guy

Il camerierO più incredibile del mondo difende una giovane e ricca superdotata… cosa ne potrà saltare fuori?

Kamen no Maid Guy

Naeka è una 17enne che vive una vita all’apparenza normale, ma in realtà è la futura erede di una ricchissima famiglia: ha sempre espresso il desiderio di avere una casa comune e il nonno l’ha accontentata, ma con l’avvicinarsi della sua maggiore età ci saranno sempre più attentati alla sua vita per impadronirsi della colossale eredità. Vengono pertanto assunti due servitori per seguirla e proteggerla: Fubuki, una maid dai modi cortesissimi ma dall’insospettabile violenza e Kogarashi, un maid mascherato dal fisico paragonabile a quello di un wrestler sovralimentato, che risulta essere delicato come un carro attrezzi arrugginito ma potente come una supernova in esplosione.

La vita di Naeka e di chi la circonda, durante le dodici puntate di questa serie, è quindi messa in pericolo principalmente da due cose: i nemici che vogliono accaparrarsi l’eredità (e son pochi), e… le persone che vogliono metter mano alle gargantuesche tette della prosperosa adolescente, per amore o per invidia. Il fulcro di quasi tutte le puntate -sempre autoconclusive- è infatti in qualche modo la coppia di mammelle che Madre Natura ha gonfiato oltremisura sul petto di Naeka. Il lato ecchi è pertanto parecchio pronunciato, con una quantità di fanservice abbastanza alta, ma rimane comunque lontano dalla totale volgarità che si raggiunge in altre serie. Bisogna però dire che alla decima puntata in cui chiunque orbita attorno alle tette di Naeka la cosa inizia a farsi un po’ ripetitiva. La storia, inoltre, non termina: questo da però poco fastidio perché non c’è una vera trama che attraversa la serie, ma solo alcune indicazioni di fondo: c’è il chiaro indirizzo per una nuova serie, ma nulla viene lasciato davvero in sospeso.

Il punto forte di questa serie è, senza alcun dubbio, Kogarashi. Gli altri personaggi sono infatti carini ma non determinanti, e risultano abbastanza normali (anche se ogni tanto i punti deboli di Fubuki la fanno scattare in modo quantomeno esilarante); Kogarashi è invece talmente esagerato da risultare grottescamente comico. Non c’è limite al suo potere e alle sue capacità, ha 37 sensi contro i 5 delle persone normali, può paralizzare la gente con la voce, controlla il volo dei corvi, ha capelli prensili e indistruttibili, sopravvive alle bombe, vola facendo roteare la gonna, ha la vista a raggi X… presi singolarmente potrebbero essere dei poteri banali e stupidi, ma combinati nella maniera esagerata e mostruosa di Kogarashi creano un personaggio che riuscirebbe a vincere anche contro il Dottor Manhattan della DC. Il suo stile e le sue soluzioni mostruose sono uno spasso, ma purtroppo si trovano intrappolate in un’ambientazione mediocre (ricordiamoci che tutto gira sempre intorno alle tette di Naeka…), e quindi spesso non possono esprimere tutta la loro spettacolarità. Soprattutto nelle parti iniziali alcune uscite del servo mascherato sono davvero spassose, ma alla lunga anche lui cade un po’ nella ripetitività dell’onnipotenza. Metterlo in condizioni migliori avrebbe permesso ad un personaggio simile di reggere un’intera serie da solo, e qui si trova solo a fare da co-protagonista: peccato.

La grafica, per essere del 2008, non è niente di speciale. Le musiche nelle puntate sono accettabili, l’opening è imho bruttina ma l’ending risulta più simpatica e “Kogarashi-style”.

Insomma, Kamen no Maid Guy è un lavoro mediocre: si lascia guardare e, sopratutto all’inizio, riesce a far ridere ogni tanto: non è niente di speciale e non offre nulla di innovativo (se non il pazzesco personaggio di Kogarashi).

Voto: 7,5. Se avete qualche oretta da impegnare per due risate, dategli un’occhiata.

Consigliato a: chi cerca un ecchi non esagerato, ma comunque presente; chi non si stufa con la ripetitività; chi vuol sentire una risata bellissima, che fa kukuku.