Perfect Blue

Psycho-thriller e anime assieme?

Perfect Blue

Questo anime del 1997 parla di Mima, è una idol, che decide di provare a lanciarsi nel mondo della recitazione. L’abbandono dal gruppo in cui cantava vien preso con rammarico dalla massa degli ammiratori… ma c’è chi se la prende un po’ troppo.
In seguito Mima comincia ad essere seguita, spiata, pedinata: uno stalker? Un assassino? Nessuno lo sa, ma intanto le persone attorno a lei iniziano a morire…

Bisogna dire innanzitutto che l’annata dell’anime si riconosce subito. Non per la scarsa qualità dei disegni (che, invece, sono di buon livello), ma per i discorsi che ogni tanto sono buffamente anacronistici. Al giorno d’oggi pensare che una pop idol non abbia mai sentito parlare di Internet è davvero assurdo, eppure in questo caso bisogna fare l’abitudine a pensare con una mente di 10 anni fa.

La storia in sé risulta abbastanza normale fino ai tre quarti dell’OVA: tutto va come si pensa, la personalità del colpevole dei brutali assalti si delinea sempre di più… per poi lasciarci con un palmo di naso nell’ultimo quarto, che diventa davvero visionario e geniale. Dopo aver passato 70 minuti a “sapere come finirà”, ci si ritrova gettati in una magistrale confusione che porta a dubitare di tutto ciò che si pensava prima, sbagliando più e più volte qualsiasi previsione.
Inoltre, un’altra storia corre parallela a quella principale (stalker, assassini, yaddayadda): quella di una ragazza che tenta di sfondare in un’industria crudele come quella della TV, e scopre la dura realtà nella quale è andata a calarsi. Le reazioni di Mima sono credibili e molto profonde: personalmente le ho gradite molto, poiché mi sono sembrate sincere. Questo è un ottimo punto a vantaggio di una storia in cui logica e realismo devono essere rigorosamente rispettati, per essere credibile.

Voto: 8.5. Un buon thriller, forse un po’ banalotto all’inizio ma che decolla decisamente con la fine, e con un finale davvero geniale.

Consigliato a: chi apprezza le storie-disagio; chi vuol vedere una pop idol con una vita che va sempre più in pezzi; chi non ha voglia di nulla di allegro.

Hoshi No Koe

Un sentimento può superare le galassie?

Hoshi No Koe

Altresì chiamato “Voices from a distant star”, questo anime si piazza attorno al 2050. Noboru e Mikako sono un ragazzo ed una ragazza 15enni, tra i quali risulta abbastanza palese che ci sia dell’affetto… e forse qualcosa in più.
Mikako parte tuttavia per un viaggio in mezzo alle stelle, arruolata per andare a combattere degli alieni lontani… lontani… sempre più lontani. All’inizio i messaggi ci mettono giorni ad arrivare; poi, settimane; infine, anni. Quale sentimento riesce a resistere a simili tempi ed incertezze?

Si riconosce abbastanza in fretta la mano di Makoto Shinkai, per chi ha avuto modo di vedere altri suoi lavori. Questo è del 2002, e quindi di cinque anni precedente a 5 centimeters per second. A mio occhio ne risulta più o meno una “prova generale”: i disegni degli sfondi e delle ambientazione sono altrettanto splendidi, anche se i personaggi sono disegnati non altrettanto bene. Anche l’intensità dei sentimenti è molto simile, nonostante siano di stampo abbastanza diverso.
La storia degli alieni cattivi, fondamentalmente, è una scusa per parlare di sentimenti nel tempo. In questo, Hoshi No Koe riesce benissimo.

Bisogna tuttavia dire che 25 minuti in tutto sono davvero pochi, e nel momento in cui si comincia a sentire un certo feeling finisce tutto.

Voto: 8. Qualche pecca, ma per chi ha voglia di sentimenti intensi e malinconici è perfetto.

Consigliato a: chi vuole, forse, versare una lacrimuccia; chi dell’amore vuol vedere anche gli aspetti dolorosi; chi vuole un finale prevedibile, ma comunque toccante

Paprika

Qui non  si è più visionari. Qui si va oltre.

Paprika

La storia non è particolarmente complicata, di per sé: in un presumibile vicino futuro viene inventato un oggettucolo che, quando messo sulla testa nel sonno, permette di registrare i sogni e, in caso di bisogno, di avere interventi esterni da parte di psicologi. Questo è studiato soprattutto per curare disturbi psicologici, che spesso vanno a manifestarsi nei sogni delle persone.
Purtroppo, come prevedibile, le cose non vanno come previsto: alcuni di questi macchinari vengono rubati, ed essendo essi non “bloccati” non hanno alcun limite al loro utilizzo.
La storia si sviluppa quindi in primis alla ricerca del colpevole, ed in seguito al suo arresto. Purtroppo, tra sogni e realtà, le cose sono ben più difficili di quanto si possa immaginare…

Devo ammetterlo: la storia, di per sé, non mi ha colpito più di tanto. Ci sono un paio di colpi di scena -seppur minimamente prevedibili-, e non ci sono particolari misteri da scoprire. La forza di Paprika sta altrove.
Detta in maniera riduttiva, chi ha studiato questo OVA è uno psicotico schizzato paranoide con sdoppiamenti di personalità e allucinazioni percettive multiple.
Non c’è altro modo in cui una persona possa concepire dal nulla certi sogni, certe immagini, certe situazioni che fanno perdere qualche colpo anche al cervello più abituato alla follìa. Non si ricorre a nudità o violenza, che spesso vengono utilizzate da artisti meno capaci per colpire l’occhio: in questo caso non ce n’è bisogno, e sin dalle prime immagini (la parata, ad esempio) si capisce che qui si è di fronte a qualcosa di davvero assurdo.

Dal punto di vista qualitativo, i disegni sono buoni anche se non mi hanno colpito moltissimo (probabilmente anche per la qualità non eccelsa del file, quindi non risulto affidabile al 100%): le musiche, invece, sono assurde adeguatamente alle immagini che accompagnano.

Volendo muovere una critica, si potrebbe dire che non tutto è stato pienamente spiegato, e parecchi misteri rimangono: credo tuttavia che non fosse sin dall’inizio l’intenzione degli autori, ed inoltre ci vorrebbe un altro film da 3 ore per spiegare tutto ciò che è stato tirato in ballo qui.

Voto: 8. Mi ha colpito molto la parte artistico/assurda: un po’ meno la solidità della trama.

Consigliato a: chi ha una mente che riesce a dissociarsi dalla realtà; chi vuole mettere alla prova la propria sanità mentale; chi vuol vedere un genio mostruosamente sovrappeso con l’animo di un bambino.

Azumanga Daioh

L’alba degli slice of life:

Azumanga Daioh

Le situazioni che si trovano in questo anime sono presto dette: si seguono, per la durata dei tre anni di liceo, le vicende di un gruppo di amiche che vanno nella stessa scuola, nei loro alti e bassi della vita.
Sulla trama non c’è molto altro da dire: datato 2002, Azumanga Daioh è stato uno dei primissimi slice of life al 100%, dove non c’è assolutamente nessuna storia a condurre i giochi, e tutto è lasciato alla vita comune e alle vicende di tutti i giorni.
In questo, AD riesce pienamente nel suo intento: non si ha mai una storia che dura più di una puntata (in fin dei conti è tratto da una serie di 4-panels, e quindi vicende lunghe non si adattano), e le vicende affrontate sono sempre relative ai problemi di tutti i giorni che le protagoniste affrontano.

Come in ogni anime di questo genere, proprio qui sta il fulcro: i personaggi riescono a tenere in piedi uno spettacolo senza trama? La risposta è “a fasi alterne”.
Alcuni personaggi sono difatti delle assolute bombe nucelari di comicità senza limiti: l’accoppiata delle goffe Chiyo e Osaka, Kimura, il padre di Chiyo,… ogni volta che compaiono nello schermo le risate sono totalmente assicurate. Personalmente ho avuto per tutta la serie una preferenza smodata per Osaka, il suo meraviglioso dialetto e per la sua totale assenza cerebrale dal mondo reale.
Altri personaggi, invece risultano meno riusciti e quando la storia si concentra su di loro il ritmo rallenta in maniera esagerata, risultando trascinato e noioso.

Ad ogni personaggio è stato dato il suo spazio, crendo il problema sopraccitato ma salvando nel contempo la serie dal rischio di un adagiamento sugli stessi pochi personaggi (con il rischio di fermarsi su quelli sbagliati).
Non c’è un vero e proprio character developement: alcuni cambiano un po’ durante la serie (e, miracolo miracolo, una cambia anche la pettinatura due volte!), ma alla fine le persone sono sempre quelle.
Questo a me ha fatto particolarmente piacere: uno slice of life punta a replicare la vita comune di tutti noi, e non sono tanti quelli che cambiano ogni tre mesi, modificando i loro comportamenti e le loro convinzioni.

Le musiche sono carine anche se non verranno ricordate negli annali della storia: la grafica, invece, è davvero buona per essere del 2002; è pienamente adeguata al genere dell’anime, e le espressioni facciali sono talvolta davvero portentose.

Voto: 8. Ha le sue pecche, ma ha contribuito a definire un genere.

Consigliato a: chi ama le vicende della vita di tutti i giorni; chi vuol conoscere delle protagoniste senza manie di protagonismo; chi “AH!”.

Tokyo Godfathers

Cosa possono fare tre barboni che trovano un neonato?

Tokyo Godfathers

Gin è un barbone alcolizzato. Hana è un omosessuale estremamente effeminato. Miyuki è una teenager fuggiasca che da sei mesi non torna a casa.
Questi tre barboni vivono insieme creando più o meno un’improbabile e strampalata famiglia, dividendo una baracca in un parco di Tokyo.
La notte di Natale, mentre frugano nella spazzatura, trovano un bimbo in fasce, abbandonato a sé stesso… che fare? Portarlo alla polizia? Tenerlo con sé? Cercare la sua mamma?

La prima cosa che colpisce di questo anime sono i disegni. Essendo del 2001 sembrano quasi arretrati ad un prim’occhio… fino a quando non si vedono in movimento. Le espressioni facciali sono davvero portentose, e i movimenti fluidissimi e diamici. Davvero un ottimo lavoro.
Subito dopo si capisce su cosa punta questo OVA: lo sviluppo dei personaggi. Si parla difatti di gente a cui la vita ha voltato le spalle (o alla quale loro le han voltate): seppur in maniera leggera e spesso comica, si esplorano vari aspetti della miseria e dell’abbandono, e fanno capire che forse la gente che si lamenta tanto al giorno d’oggi dovrebbe imparare a capire cosa sono le cose per le quali piangere davvero.

La storia non è esente da qualche pecca: punta difatti molto sulle coincidenze totalmente casuali, che personalmente trovo sempre un po’ una scusa per far proseguire una storia che non sa come andare avanti. Più e più volte nell’ora e mezzo di film ci si trova i protagonisti che per puro caso si trovano faccia a faccia con un nuovo personaggio-chiave. Va bene ogni tanto, ma quando capita ogni dieci minuti è un po’ troppo…

Detto questo, rimane comunque una buona storia, che potrebbe anche insegnare qualcosa. Purtroppo le musiche non sono al livello dell’animazione, e rimangono abbastanza anonime.

Voto: 8. Qualche pecca, ma anche molti pregi.

Consigliato a: chi vuol ridere un po’ delle disgrazie altrui; chi vuole conoscere dei personaggi davvero validissimi; chi vuol vedere un transessuale con uno sviluppatissimo istinto materno.

Tonari No Totoro

Cosa faceva Miyazaki nel 1988?

Tonari No Totoro

Satsuki e Mei, due sorelle, stanno traslocando in una nuova casa in campagna con il loro padre; la loro madre è purtroppo ospedalizzata perché non sta bene.
Sin da subito, in questo ambiente molto rurale si notano molte cose strane: curiosi esserini che rifuggono la presenza della gente, impauriti; Mei (la sorella minore), giocando in giardino, vede anche tanti altri strani spiritelli dei boschi: tentando d’inseguirli si imbatte in colui che lei nomina Totoro, un gigantesco e pacioccoso essere.

Bisogna innanzitutto considerare che questo anime è esattamente di vent’anni fa: essendo dello stesso anno di Akira, si vede che in quell’anno la qualità degli anime è stata molto alta. I disegni mostrano la loro età nello stile, ma non nella qualità: sono infatti molto puliti e gradevoli, e i colori morbidi ben si adattano al tono rilassato di questo OAV da un’ora e mezzo.
Tale tempo passa infatti in un attimo, poiché ci si ritrova come rapiti dalla magìa di questo anime: probabilmente sono io che amo i luoghi tranquilli e le campagne rilassate, ma l’ambientazione di Totoro è davvero magistrale. Non viene mai citato, ma a occhio si può supporre che sia ambientato attorno agli anni ’50 nelle campagne giapponesi: il clima di assoluta pace e bonarietà è davvero meraviglioso.

La storia in sé è estremamente semplice, e non punta a nessuna morale o a nessun finale vero e proprio: è solo uno spaccato di vita di questa famigliola. I personaggi sono infatti un altro punto forte di Totoro: in meno di due ore è difficile rendere l’idea di chi siano veramente, ma si intravede la loro incredibile forza. Il padre che si impegna con tutto sé stesso per tenere insieme una situazione familiare difficile pur essendo presente per le figlie; la maggiore che, seppur con i suoi limiti, prova ad aiutare; la madre che, nonostante la sua malattia, è piena di premure: davvero meravigliosi.
Anche gli spiriti della foresta sono meravigliosi: Totoro in primis è totalmente geniale, e anche il busgatto con tutti gli altri compari sono imperdibili e buffissimi.

In definitiva, non bisogna guardare questo anime “perché è di Miyazaki”: guardatelo perché è bello, pacifico e lascia una grandiosa sensazione alla fine.

Voto: 9. Non pretende di essere niente di particolare, e questo è un pregio: fa il suo dovere, e lo fa bene

Consigliato a: chi vuole vedere la storia dell’animazione giapponese; chi vuole una vicenda dai buoni sentimenti; chi vuol passare due giorni a cantare tonari no To-toro Totoroooooo...

Green Green

Quando bisogna dare un nuovo significato al termine ecchiness:

Green Green

Due scuole, una esclusivamente maschile ed una esclusivamente femminile, contano di diventare, con l’anno prossimo, scuole miste. Per abituare gli alunni decidono di effettuare un mese in cui le classi saranno insieme. Inutile dire che i ragazzi, adolescenti infoiati a dir poco, sono felicissimi della notizia!
Al momento dell’incontro, oltre all’incontenibile felicità dei fanciulli, si incontrano anche Yuusuke e Futaba: lui non riconosce lei, ma lei asserisce che sono destinati ad essere insieme, a causa di un antico giuramento fatto in una vita precedente. Deve solo riuscire a fargli recuperare la memoria…

Questo anime è ecchi. Questo anime è molto ecchi. Questo anime è ESTREMAMENTE ecchi. Sorvolando sulla storia dei due pseudo-protagonisti, il resto parla unicamente dei tre amici di Yuusuke che tentano in ogni modo di combinare il più possibile con le compagne, le insegnanti e chiunque capiti a tiro. Siate quindi avvisati: se non vi piace il genere, girate al largo.
Detto questo (e lo dico da non estimatore del genere), bisogna dire che Green Green è fatto in maniera abbastanza buona: nonostante ogni 15 secondi una mutanda passi volando sullo schermo, oppure una tetta ballonzoli in maniera esagerata, la cosa risulta sempre “contestuale”, data la situazione in cui ci si trova. Alcuni tentativi del disperato trio sono davvero esilaranti, e il panzone è davvero un eroe.
Inoltre, per quanto tali personaggi siano i classici “maniaci d’accompagnamento”, in questo caso vanno davvero “over the top”: riescono a superare ogni livello di depravazione precedentemente raggiunto in qualsiasi anime, superando anche la perversione di parecchi hentai classici. Onore al merito, questi tre sono talmente esagerati da meritare un premio allo sforzo profuso nella loro missione.

La storia principale, invece, si trascina in maniera abbastanza classica lungo i soliti, triti e ritriti, binari dell’harem-anime. Va tuttavia detto che il finale giunge davvero inaspettato: in casi come questo non è da tutti trovare il modo di sfuggire alla routine che in genere tedia lo spettatore fino alla fine.

Le musiche durante le puntate sono abbastanza insulse, mentre la sigla iniziale è perfetta: rende in un minuto l’idea di cosa ci si aspetterà. Musica frenetica, allegra, con un sacco di tette al vento e nudità profuse un po’ ovunque. Di certo non difetta di sincerità.

Una nota finale: evitate come la peste la 13° puntata, che è situata dopo la fine della canonica serie da 12: a parte che è palesemente hentai, è davvero mal disegnata e inutile. Orrore.

Voto: 7.5. Non è per niente il mio genere, ma almeno non tenta di nascondersi dietro una qualche stupida storia.

Consigliato a: chi vuole vedere tette al vento; chi vuol vedere tante tette al vento; chi vuol conoscere Togemura-san, il saggio cactus da combattimento.

El Cazador de la Bruja

Streghe e cacciatrici di taglie ai giorni nostri?

El Cazador de la Bruja

Ci troviamo nel 2009, in una non meglio precisata zona intuibile come Messico/Perù/Argentina. Nadie, una cacciatrice di taglie, incontra Ellis, una biondina tutta disorientata che ha una grossa taglia sulla sua testa; anziché consegnarla alla polizia la prende in custodia e la protegge, nel suo misterioso viaggio verso sud.

In questa serie le carte vengono subito messe in tavola: sin dall’inizio si scopre che Ellis è un essere umano creato in laboratorio, e possiede notevoli poteri superumani che però non sa ancora controllare. Nadie è stata assunta per proteggerla, ed il viaggio verso Wiñay Marka serve a risvegliare il vero potere che è insito nella sua compagna di viaggio. Molti sono i personaggi che tentano di fermarle, e appartengono a diverse fazioni: essi sono dichiarati sin dall’inizio, ma ciò che si scopre durante la storia è la loro correlazione e le loro motivazioni.

El Cazador de la Bruja è un diario di viaggio e crescita personale, un anime on the road: 22 puntate su 26 sono composte dal viaggio verso la mistica destinazione, tenendo solo il finale in un unico posto. In tutto questo viaggio il personaggio che fa la crescita maggiore è ovviamente Ellis, dato che parte praticamente scevra da qualsiasi conoscenza. Le sue scoperte nella vita di tutti i giorni sono curiose e simpatiche, dato che il tono della storia è sempre tenuto leggero dal suo assurdo candore.
La crescita è apprezzabile e percettibile: nelle prime puntate si vede la totale mancanza di buon senso di Ellis, e la totale alienazione dai sentimenti umani e dalle comuni percezioni del mondo: man mano che si va avanti, si percepisce che un carattere via via più forte va a formarsi e a consolidarsi, grazie a Nadie ma anche alle mille vicende che capitano durante il loro viaggio.
I personaggi comprimari non sono da meno: soprattutto dal lato dei buoni, le personalità sono molto ben create e i personaggi risultano amabili e poco scontati. I cattivi forse risultano un po’ meno credibili (ovvio che gli psicopatici non agiscano secondo logica, ma i freddi matematici dovrebbero…), ma non arrivano al punto da esser fastidiosi.

Il finale, inoltre, è davvero ben fatto: chi vince e chi perde è chiaro fin dall’inizio, ma il modo di arrivarci non è del tutto scontato e anche se non ci sono veri e propri colpi di scena, le ultime puntate tengono comunque in tensione tutti i personaggi coinvolti. Inoltre, l’ultima puntata è la degna conclusione che rispecchia al 100% le personalità caratteriali di chi per ventisei puntate ci ha intrattenuti.

Quello che, secondo me, fa la parte da leone in questa serie è l’ambientazione: i paesaggi brulli dell’america latina e le cittadine semideserte che sonnecchiano nei solatii pomeriggi sono davvero meravigliosi, e si è tentati di guardare una puntata dopo l’altra solo per non abbandonare tali meravigliosi posti. Le musiche, inoltre, sono davvero bellissime: accompagnate da violini, flauti di pan e armoniche, le melodie risultano appropriatissime all’ambiente e le canzoni sono davvero belle. Più di una volta ho sperato che le (seppur non frequentissime) scene d’azione durassero a lungo anche solo per poter ascoltare la canzone di sottofondo.

Volendo muovere delle critiche verso questo anime, si potrebbe dire che la storia è davvero ridotta ai minimi termini: sebbene durante il viaggio ci siano molte cose che si muovono dietro le quinte, alla fine ben poco giunge ad influenzare in maniera significativa la trama in sé; inoltre, alcune fazioni vengono poco sviluppate e a malapena si capisce chi siano.

Voto: 8. Gradevole da guardare, intrattiene e diverte: non aspettatevi però una storia troppo corposa.

Consigliato a: chi ama i road-movie; chi è intenerito dai personaggi disperatamente ingenui; chi vuol rispondere a qualsiasi ordine con yes, sir.

Innocent Venus

Quando tutti ce l’hanno con una bimbina:

Innocent Venus

Nel 2030, la terra è stata devastata da incredibili avenimenti atmosferici (stile l’alba del giorno dopo). Il bilanciamento politico e militare è mutato: è ricominciata la corsa agli armamenti, e le guerre non sono cosa sconosciuta anche su paesi un tempo amici.
In questo contesto ci troviamo a seguire le mosse di Sana (una bimba), Jo e Jin (due uomini decisamente abili con armi e mazzate): li incontriamo mentre stanno scappando da nonsisacosa mentre tentano di liberarsi di nonsisachi.
Questa situazione dura per diverse puntate: si riesce a capire che tutti sono in cerca di Sana (altresì chiamata Venus), me il motivo non viene svelato: quale sarà il mistero di questa ragazzina, che tutti vogliono catturare?

Va detto subito che questo anime punta ad essere una serie d’azione, con una storia improntata sul mistero.
Sul secondo punto, secondo me sono andati troppo in là: sono belle le trame che si sviluppano a poco a poco, ma quando si arriva all’ottava puntata (su dodici) senza sapere quasi nulla più dell’inizio, ci si spinge un po’ troppo in là.
Anche i personaggi risultano eccessivamente ermetici: sarebbe normale per Jo (il classico personaggio semi-muto, che fa parlare le azioni anziché la bocca), ma in questo caso tutti i personaggi mantengono il più assoluto riserbo sui loro pensieri e sulle loro motivazioni, fin quasi all’ultimo. Questo porta a non sviluppare alcun attaccamento ai protagonisti, rendendo molto meno interessante l’anime stesso.
Il finale, inoltre, è davvero insulso a mio parere: è ovvio che “doveva finire così”, ma il modo in cui arrivano alla conclusione è davvero deludente.

Le scene d’azione sono un po’ meglio: quelle con le suit, fatte in CG, sono abbastanza carine -anche se, a mio parere, sembravano un pochino plasticose-; i combattimenti corpo a corpo, effettuati con il disegno classico, sono più carini ma sono davvero pochi e di brevissima durata. La violenza però, in quei brevi momenti, è tanta: se va versato del sangue, la cosa non viene edulcorata.

La parte sonora mi ha lasciato decisamente indifferente: la sigla iniziale è piuttosto anonima, quella finale non è molto migliore e le musiche durante le puntate non sono nulla di che.

Voto: 5.5. Non suscita interesse nello spettatore, e questo è un difetto grave.

Consigliato a: chi ama tanto i combattimenti con i robot; chi non è infastidito dai personaggi insipidi; chi vuol vedere un fake di Capitan Harlock mischiato con Gamon.

Ultimate Survivor Kaiji

Quando con delle scommesse ci si salva (o danna) la vita:

Ultimate Survivor Kaiji

Kaiji è un nullafacente, nullatenente, che passa le giornate a buttar via i soldi a poker e pachinko. Un giorno scopre, che, a causa di una vecchia firma messa alla leggera, si trova debitore di una forte somma: gli viene offerta l’occasione di ripulirsi dai suoi debiti partecipando ad una “crociera di scommesse”, in cui può diventare ricco… o rovinarsi del tutto.
Da lì in poi è un susseguirsi di scommesse in cui si rischia tutto, e idee che potrebbero dannare o salvare il protagonista: riuscirà a salvarsi, riabilitarsi e tornare ad una vita normale?

Il paragone con l’altra opera di questo disegnatore, Akagi, è automatico: nel primo caso si giocava esclusivamente a Mahjong, mentre in Kaiji ci sono quattro “scommesse” che durano tutte le 26 puntate. gli spezzoni che coinvolgono i particolari giochi di carte presentati sono estremamente affascinanti, pieni di ragionamenti macchinosi e complicati, volti a fregare il prossimo per salvare sé stessi. In questi casi l’anime diventa quasi magico, e in certi momenti ci si trova ad arrivare alla sigla finale senza accorgersene nemmeno, tanta è la concentrazione che ci si mette.
Purtroppo, nei due spezzoni che coinvolgono scommesse non relative alle carte, la tensione cala di molto: risultano abbastanza noiose e le frasi continuano ad essere ripetitive, rendendo un po’ tediose le due fasi.
Il finale è invece abbastanza sorprendente: mi ha colpito abbastanza, e questo non può che essere un punto positivo.

I disegni non sono un granché, con i bordi neri molto grossi e i lineamenti esagerati; essendo però una serie che punta molto sul ragionamento e quasi nulla sulle immagini, la cosa non da particolare fastidio. Degne di nota le sigle, con l’opening semi-punk davvero carina e la ending che non è malaccio.

Voto: 7. Come il suo fratello; ha dei ritmi meno mortalmente lenti, ma ha un paio di cali abbastanza importanti.

Consigliato a: chi ama le scommesse; chi adora i ragionamenti machiavellici; chi vuol scommettere parti del corpo.