Afro Samurai Resurrection

…Dall’America con furore, nuove avventure del silente e vendicativo samurai nero.

Afro Samurai Resurrection


Il film si colloca dopo gli avvenimenti della serie antecedente. Afro è diventato il numero uno, ma si è ritirato a vita segregata. Purtroppo pare che non vogliano lasciarlo in pace: vanno a distruggere la sua casa, lo malmenano, gli rubano la fascia e lo minacciano addirittura con la risurrezione del padre, riportato in vita solo per farlo soffrire! Ma come mai tanto odio nei suoi confronti? Forse che conosce i suoi nemici da molto tempo? Dovrà di nuovo immergersi nel sangue e nella violenza, per aver alfin la pace?

Sicuramente chi guarda questo film avrà apprezzato la serie, e si troverà famigliare con la curiosa ambientazione super-anacronistica che esiste. Giappone medievale con cellulari, scarpe tradizionali con cuscini molleggiati, ninja con visori notturni, katane e lanciamissili, tutto risulta ottimamente mischiato per creare un mondo curiosamente funzionante, dove l’esagerazione di tali incongruenze diventa coerenza a sè.

La storia è abbastanza semplice e lineare (ancora una volta, vendetta su vendetta), e difficilmente sorprenderà lo spettatore: serve però a traghettare il protagonista attraverso le varie battaglie che ci vengono proposte.
La parte dei combattimenti è fatta dignitosamente, anche se a mio parere alcuni sono eccessivamente statici mentre altri sono troppo confusionari, ai limiti dell’incomprensibilità visiva: uno stile fluido ma pulito avrebbe forse potuto aiutare.
Gli sceneggiatori non si sono inoltre sicuramente limitati nelle idee: nonostante la storia non sia chissà cosa, parecchi avvenimenti risultano pseudo-comici per la voluta assurdità della scena (samurai cadaveri clonati rivissuti che, al fianco di ninja volanti zombie robotici, aiutano mutilati afasici rinchiusi in giganteschi orsi di peluche…). Il trash spesso disturba, ma qui è talmente esagerato che risulta intrattenente.

Una delle parti più importanti è fatta dai personaggi, estremamente caratterizzati. Se Afro è il solito silente guerriero, ritorna in grande stile il suo compagno di viaggio, ciarliero come non mai e doppiato da Samuel L. Jackson. I testi di tale personaggio sono spassosi e ben si contrappongono alla serietà tendente al tragico del film.
Anche gli avversari sono ben creati: si ritrovano i personaggi della prima serie, chiaramente mutati rispetto al passato, che quindi danno continuità alla storia. Avere la scusa di una nemica femminile per poter mettere buone quantità di fanservice è forse stato un richiamo troppo forte; va detto che non si arriva al livello da avvertirne la noia, ed in fin dei conti è un bel vedere.

Il disegno ha un buono stile, interessante e dinamico, anche se -come detto sopra- ogni tanto un po’ tanto caotico. La musica ha un ruolo assolutamente primario in questo film, e farà molto piacere a chiunque apprezzi la musica hip hop: canzoni fatte apposta per l’occasione suonano in buona parte dell’ora e mezza di proiezione, aggiungendo valore ad ogni singola scena.

Insomma, Afro Samurai Resurrection è sicuramente un riuscito seguito di un’originale serie, creata fuori dal Giappone ma che ben si inserisce nel panorama deglianime. Rispetto alla serie che lo precede riesce a sviluppare le parti interessanti senza dover sorvolare personaggi rilevanti o avere combattimenti affrettati. L’ambientazione e le musiche portano ulteriore qualità alla situazione, facendo risultare la visione piacevole e divertente.

Voto: 8. Una gradevole ora e mezzo di visione, che passa con piacere anche se senza eccellenze particolari.

Consigliato a: chi ha apprezzato la serie, e ne vuole sempre di più; chi ama la musica rap americana, e la combinazione con gli anime gli pare azzeccata; chi vuol sentire Samuel L. Jackson dire “So what we’re doin’ next, what about getting a lil’ push push first, you know what I’m sayin’?”

Spice and Wolf II

…La continuazione di una serie gradita… manterrà lo stesso spirito?

Spice and Wolf II


Come già abbiamo potuto appurare nella precedente serie, Lawrence è un commerciante ambulante che ha deciso di dare una mano ad Horo, uno spirito del raccolto, a tornare alla sua terra d’origine, verso nord. Questa seconda serie è una semplice continuazione del viaggio: ma il rapporto tra i due viaggiatori rimarrà uguale, o le cose si complicheranno? In quale modo azioni fatte con il commercio possono riflettersi su di un’intera nazione? E che ne è stato della casa di Horo?

In questa seconda serie la storia di Horo prende un po’ più di importanza, e si inizia a scoprire qualche traccia del suo passato, vero o presunto, tramite alcune leggende: ciò rimane sempre abbastanza minoritario nello svolgimento della maggior parte delle dodici puntate, ma è sicuramente un aumento rispetto a quanto precedentemente visto. Anche i desideri di Lawrence vengono presi maggiormente in considerazione: questo può risultare buono per arricchire la trama, ma secondo me ogni tanto intralciano rendendo i personaggi al tempo stesso più veritieri ma meno naturali.

Ci sono infatti delle notevoli mutazioni rispetto al Lawrence e alla Horo in precedenza conosciuti: se nella serie continuavano a flirtare con arguzia mentre combinavano magistrali affari, in questo caso il sentimento si fa molto più pressante. Lei sente molto più di prima il peso della sua natura e della sua solitudine; lui si può oramai definire cotto ma tonto, come in tanti anime si può vedere. Spiace infatti che la simpatica unicità di reazione dei protagonisti alle loro emozioni, che tanto aveva divertito, sia un po’ svanita lasciando spazio a discorsi molto più standard, sicuramente pregevoli ma assolutamente non innovativi, nonché al fatto che in alcuni casi tali emozioni obnubilano la capacità di riflessione di chi è coinvolto – e per due menti simili è un peccato.
I comprimari risultano abbastanza simpatici anche se c’è poco spazio per loro: non molti lasciano il segno, ma sicuramente alcuni si sono presentati abbastanza da guadagnarsi uno spazio in un eventuale ulteriore sequel.

Il lato mercantile della storia è abbastanza ben curato: dal punto di vista positivo si può notare che gli effetti di azioni precedenti portano a contraccolpi economici in tutta la regione: l’annullamento di una spedizione colpisce i venditori in molte maniere, a volte anche inaspettate, e questo aumenta il senso di coinvolgimento nella realtà dell’anime. D’altra parte, le spiegazioni rispetto al “cosa sta succedendo” e i giochi economici sono molto meno evidenti di prima, e si perde un po’ il piacere di seguire le azioni che stanno venendo fatte perché c’è poca possibilità di capire le motivazioni in gioco fino a quando non arriva la spiegazionefinale.

Le sigle sono abbastanza anonime seppur non brutte, ma durante la serie le musiche sono molto belle, centrando appieno l’ambientazione rappresentata; anche il disegno è di buona qualità, anche se non ha momenti di particolare eccellenza.

Insomma, Spice and Wolf II è stato un passo avanti o uno indietro? Secondo me un piccolo scivolone c’è stato, soprattutto nella prima parte della serie, con la perdita di carisma dei due personaggi: sono però probabilmente solo gusti personali, quindi è possibilissimo dissentire.

Voto: 8. Qualcosina meno del suo predecessore, ma sicuramente un prodotto molto valido e godibile.

Consigliato a: chi ha amato la prima serie; chi si diverte, anche se un po’ meno di prima, a sentire battute sagaci al posto di frasettine da diabete; chi si chiede fino a che punto si svilupperanno le cose tra il tonto e la disperata.

Escaflowne: The Movie

…Quattro anni dopo la serie, venne creato anche il film.

Escaflowne: The Movie

Hitomi è una liceale disillusa dalla vita e depressa: il mondo non le offre nulla, e si sente sola da morire. È oramai arrivata a meditare il suicidio e ad allontanare chiunque, augurandosi soltanto che tutto sparisca… ed è in tale frangente che le appare un misterioso uomo incappucciato, chiamantesi Folken, che la invita “nel suo mondo”.
Hitomi viene pertanto catapultata in una diversa realtà, e si risveglia all’interno di una strana creatura simil-robottonesca ma biologica. Dopo attimi di panico essa si apre e lei ne esce trovandosi davanti Van e i suoi compagni di viaggio, che la inneggiano come la Dea Alata!
Ma per quale motivo Hitomi è finita qui? Perché dovrebbe essere la Dea Alata? Van e i suoi colleghi riusciranno nella loro missione?

Questo film di circa un’ora e mezzo si rifà alla serie Vision of Escaflowne (recensita qui), ma si notano immediatamente parecchie differenze.
In primis, la trama ricorda vagamente quella della serie ma le somiglianze sono solo apparenti: le motivazioni dei personaggi, le vicende che accadono, i parecchi combattimenti che si svolgono e la storia principale sono parecchio differenti dall’originale. Avendo visto la serie si apprezza il passo veloce e spedito con cui accadono le cose (tanto i personaggi già si conoscono), ma per qualcuno a digiuno dell’universo di Escaflowne gli avvenimenti risultano troppo compressati in poco tempo, e la chiarezza della trama ne risente parecchio.

Parlando di personaggi, si nota il più radicale dei cambiamenti rispetto alla serie da ventisei puntate. I personaggi (e tutto l’ambiente in generale) sono estremamente più cupi e problematici: Hitomi è una ragazza sull’orlo del suicidio che cerca solo un modo per sparire dal mondo e Van è un sanguinario guerriero poco sopra la civilizzazione di una bestia. Per motivi di tempo gli altri personaggi vengono solo velocemente accennati e non si ha il tempo di apprezzarli: ancora una volta, per chi ha visto la serie è un piacere vedere i protagonisti “con le palle” rispetto alla versione pappamolla e indecisa della serie, ma per i novizi risultano tutti unicamente personaggi di contorno. Data la quantità di fatti raccontati, inoltre, il tempo per lo sviluppo personale praticamente non esiste: qualche accenno di esso si vede nei due protagonisti, ma non è nulla di epocale. Grazie al cielo non vien perso tempo con inutili storie d’amore, che in questo film vengono praticamente ignorate in maniera totale: Van e Hitomi non sono due persone innamorate, ma sono due anime disperatamente solitarie in cerca di una stampella. La ben diversa impostazione rende molto diverso l’approccio che i due anno nei discorsi e nel modo di pensare, e personalmente ho gradito questo cambiamento.

La grafica è sensibilmente migliore alla serie, ed è piacevole da guardare sebbene le immagini siano parecchio scure; anche le musiche sono molto gradevoli ed orecchiabili.

Insomma, che dire di Escaflowne: The Movie? Sicuramente chi ha visto la serie lo apprezzerà dato che ne ha il necessario background, e partendo con una base di conoscenza degli avvenimenti il tutto risulta apprezzabilissimo e ben ritmato, con parecchi combattimenti (aggiungendo parecchio sangue versato e diversi arti mozzati); gli altri potrebbero darci un’occhiata se sono pronti ad assorbire mille nozioni in tempo zero, perché altrimenti non ci si capirà nulla.

Voto: 8. A me è piaciuto: non è nulla di spettacolare, ma è un deciso miglioramento dalla mortale lentezza della serie originaria.

Consigliato a: chi ha visto The Vision of Escaflowne; chi apprezza le trame compresse e viste di corsa; chi vuole vedere come esplode un cavallo dilaniato dalla magia.

Rurouni Kenshin

Ed ecco a voi una delle più epiche (e lunghe) avventure di samurai:

Rurouni Kenshin

Circa 140 anni fa, in Giappone ci fu un epocale cambio di organizzazione sociale: si passò dall’era dello shogunato, dominata dalla spada e dal terrore, all’epoca Meiji, di apertura e democrazia. Tale cambiamento non fu ovviamente indolore, e la rivoluzione necessaria fu estremamente sanguinaria e cruenta.

Nelle 95 puntate della serie seguiremo le avventure di Himura Kenshin, che durante la rivoluzione vinse il soprannome di Battousai il Massacratore: inutile a dirsi, tale nome gli venne affibbiato a causa delle immani stragi di cui fu protagonista per aiutare la causa della rivoluzione.
Una volta instaurato il governo Meiji, Himura giurò a sé stesso di non uccidere mai più: lo incontreremo pertanto con una spada che non taglia, a vagare per le terre del Giappone aiutando i più deboli.

In primis, va notato che la serie è divisa in tre archi narrativi distaccati tra loro, che valuteremo separatamente. Alcune precisazioni possono però essere fatte genericamente per tutta la serie.
Si può difatti dire che il personaggio di Kenshin è davvero ben fatto: conscio della sua potenza, cortese, dalla parlata molto educata e pacata, è davvero piacevole da vedere sullo schermo. Nelle prime apparizioni potrebbe quasi sembrare una femmina (non è il classico bruto pieno di muscoli – il segreto è la sua velocità), ma si dimostra più e più volte affidabile, responsabile e capace di pensare anche in momenti di crisi.
I personaggi “di contorno” sono forse meno definiti e hanno ruoli meno vitali, ma vengono spesso e volentieri usati per siparietti atti ad alleggerire l’atmosfera, rendendo questa serie non troppo pesante e greve da guardare.

Inoltre, si nota che per tutta la serie la grafica rimane di alta qualità, senza inutili effetti in CG (che negli anni ’90 risultavano immancabilmente ridicoli) e un’animazione fluida e ben fatta, che risulta importante soprattutto nelle scene dinamiche come i combattimenti.
Ci sono diverse opening e diverse ending, con qualità alterne: la prima opening (che ci accompagna per circa una 40ina di puntate) è davvero meravigliosa, e anche alcune ending sono molto orecchiabili: altre sono forse un po’ meno azzeccate ma è principalmente una questione di gusti, in quanto la qualità in sé non è in discussione.

Va infine detto che i riferimenti storici degli avvenimenti che circondano le avventure qui narrate sono decisamente accurati: avvenimenti e date della rivoluzione sono giusti, e anche le particolarità di alcune zone del Giappone del tempo (particolari religioni, situazioni contingenti, problematiche particolari) vengono correttamente riportati ed utilizzati per far sviluppare l’ambient stesso in cui si muove la storia.

Parte 1 : The Wanderer Samurai

Nelle prime 27 puntate facciamo la conoscenza di Himura Kenshin e del suo arrivo a Tokyo, dove –dopo dei rocamboleschi eventi- si instaura nel dojo di Kaoru, una maestra di spada: nelle prime 5-6 puntate assistiamo alla formazione del gruppo con il quale dividerà da lì in poi le sue avventure. Il gruppo che si forma serve principalmente come catalizzatore per introdurre le vicende che si svolgono nelle varie puntate; oltre a questo non hanno un grande scopo, riducendosi a far notare dettagli magari passati inosservati o far capire la potenza di un avversario.
Purtroppo, questa parte soffre di una molesta ripetitività: dopo le piacevolissime prime puntate, si entra in un meccanismo che coinvolge TUTTE le sotto-storie (ognuna della durata di una o due puntate). Uno dei personaggi attorno a Kenshin si ficca nei guai o scopre un problema; Kenshin si reca sul posto e vari combattimenti accadono (contro spadaccini di bassa qualità e quindi senza grande spettacolo); poi si arriva al cattivo finale, che dopo un po’ di chiacchiere e un paio di colpi viene battuto ed esce di scena.
Lo stesso identico plot dopo un po’ di volte stufa, e anche se alcuni combattimenti sono di buona/ottima qualità, si fa sentire in maniera notevole il vuoto creato dall’assoluta assenza di una trama che duri più di due puntate, quasi si assistesse allo slice of life di un samurai.

Non mi si fraintenda: non è che questa parte sia brutta, anche perché serve ad introdurre diversi personaggi che avranno un’importanza capitale nel resto della serie. Si sarebbero però potute inventare dinamiche più variate e con uno scopo finale definibile, per dare qualcosa in più da seguire se non discorsi triti e ritriti sulla protezione dei propri cari e sull’espiazione delle proprie colpe.

Voto parziale: 6,5.

Parte 2: Legend of Kyoto

A puntata 28 si assiste ad un radicale cambiamento: con l’inizio del secondo arco narrativo, tutto sembra farsi un po’ più serio, e si capta subito che qualcosa sta succedendo. I fantasmi del passato arrivano infatti a perseguitare i sogni di Kenshin, e strane persone iniziano ad aggirarsi attorno al dojo in cui sta trascorrendo una tutto sommato piacevole vita.
Non svelerò nulla per motivi di spoiler, ma in tale arco narrativo si arriva finalmente ad una trama principale corposa e significativa: un suo ex-compagno della Rivoluzione sembra intenzionato a voler sovvertire l’ordine e la pace che il governo Meiji è finalmente riuscito ad instaurare, per ritornare nel caos. Cosa potrà fare Kenshin e il suo gruppo per fermarli?

Bisogna innanzitutto dire una cosa. Le prime tre puntate del secondo arco narrativo rappresentano la perfezione assoluta alla quale un anime di samurai può aspirare. La tensione è palpabile, appaiono nemici temibili e spietati e, quando arriva il momento del combattimento, Himura Kenshin ritorna con la mente ai suoi giorni di Battousai il Massacratore, inscenando uno spettacolo (con un avversario degno di tale nome) da far rabbrividire chiunque, a puntata 30. Non ho parole concrete per descrivere questo inizio… bisogna vederlo.

In seguito, tuttavia, la tensione si dirada in maniera notevole: i tempi si allungano visibilmente, e la storia si sviluppa con tranquillità. I compagni di viaggio della prima parte prendono un altro ruolo nella storia, separandosi fisicamente da Kenshin e seguendo una loro strada (che li porterà ad altri obiettivi, altrettanto importanti, e permettendo loro di svilupparsi un po’): il protagonista guadagna nel compenso una nuova accompagnatrice che definire fastidiosa è riduttivo. A parte questo, i combattimenti rimangono di buona qualità, ma subentra un problema: i discorsi durante le battaglie.
Per quanto quasi nessun anime ne sia totalmente esente, qui si arriva a dei livelli incredibili: ad esempio, il combattimento contro il cattivo finale avrà, sommando le parti di effettiva azione, una durata di circa una decina di minuti: peccato che duri quattro puntate e mezzo. Tutti i discorsi in mezzo, inoltre, risultano triti e ritriti poiché ripetuti in ogni singolo combattimento, spezzando così il pathos e portando la gente a saltare per collegare tra loro i pezzi d’azione vera e propria (che in tal modo risultano invece estremamente gradevoli e coreografici).
Gradevole invece il fatto che si vengono a reincontrare alcuni personaggi incrociati nella prima parte della serie, spesso con motivazioni e ruoli nuovi: in retrospettiva da un po’ di valore in più alle puntate pseudo-filler che ci si deve subire all’inizio, e aggiunge un po’ di corposità all’ambientazione stessa.

Va infine detto che anche qui i personaggi di supporto sono utilizzati per alleggerire l’ambiente (a parte nelle prime tre tesissime puntate), ma purtroppo pare che non sappiano bene quando farlo: magari nel bel mezzo di un discorso serissimo saltano fuori personaggi di supporto in super-deformed che rovinano un po’ il pathos della scena. Capisco il bisogno di non rendere la serie eccessivamente tesa, ma il bilanciamento tra suspence e umorismo avrebbe potuto esser calibrata meglio.

Voto parziale: 8,5. Buona parte per l’inizio dell’arco narrativo, da bocca aperta.

Parte 3: Tales of the Meiji

Una volta terminata la grande avventura a Kyoto, il gruppo di Kenshin ritorna a casa a Tokyo; ovviamente la vita non è tranquilla come si potrebbe sperare, in quanto problemi continuano ad arrivare al dojo in cui alloggiano…

Qui si ritorna ad assistere a storie autoconcludenti, anche se più lunghe rispetto a quelle della prima parte: in genere si assiste ad un paio di puntate di filler senza alcuna connessione, per poi avere una nuova trama della durata di 3-4 puntate, per poi avere un altro paio di puntate-filler e via dicendo.
Anche qui, pertanto, si accusa la mancanza di una storia corposa che trascini l’interesse (che dopo settanta puntate comincia a vacillare): inoltre, non si hanno più introduzioni di personaggi importanti: ogni mini-storia porta con sé nuove conoscenze, che però spariscono dall’orizzonte non appena la trama cambia verso altri lidi.

Le più grandi differenze con la prima e la seconda parte della serie sono due: da una parte l’introduzione di molti personaggi provenienti da paesi stranieri (che risulta pienamente giustificata e storicamente accurata, in quanto nel periodo Meiji il Giappone si aprì all’estero dopo secoli di totale isolamento), e il progressivo abbandono di Kenshin come elemento centrale delle storie. Le scene di combattimento infatti sono sempre più rare e non generano alcuna aspettativa, dato che il gruppo o abbatte in un colpo i nemici, oppure non può batterli finché non farà una specifica cosa (che varia ovviamente a seconda delle situazioni in cui si trovano). Ci si ritrova dunque a passare da un anime estremamente d’azione a uno molto più d’avventura, anche se qualche calcio e qualche spadata vengono comunque dati.

Da segnalare infine che nelle ultime due o tre puntate il disegno sperimenta con gradevole effetto un mix di immagini reali con l’animazione.

Voto parziale: 7.

In definitiva, la serie di Rurouni Kenshin è un buon prodotto che però mostra alcuni difetti, il principale dei quali consiste nella sua titanica durata per una quantità di eventi tutto sommato modesta. Gli appassionati di samurai la troveranno una visione interessante, ma bisogna in ogni caso considerare che vedere questa serie vuol dire utilizzare quaranta ore di visione.
Qui ho elencato un numero di difetti abbastanza grande, ma non si pensi che questo è un anime di bassa qualità: molte battaglie (a parte quelle specificatamente citate sopra) risultano comunque interessanti ed esaltanti, e alcune parti di trama sono molto belle da vedere, senza contare l’epicità del protagonista.

Voto: 7,5. Gradevole, seppur con i suoi limiti.

Consigliato a: chi ama i samurai; chi vuole vedere una delle battaglie più epiche della storia, a puntata 30; chi vuol vedere un sanguinario samurai ululare “oro?” e cadere con gli occhi a palla a terra, quando vien colpito da chi non è nemico

Spice and Wolf

Questa volta vagheremo tra spiriti del grano e storie di commercio:

Spice and Wolf

Lawrence è un mercante itinerante, che viaggia attraverso i villaggi vendendo le sue merci. In uno dei suoi tanti passaggi in un villaggio a lui caro, una notte, si ritrova nel carro una stranissima ragazza, con orecchie e coda di lupo; scopre in breve che si tratta di Horo, uno spirito-lupo che per secoli ha vegliato sul raccolto di questa regione, e che ora è stato “liberato” dato che il popolo non ritiene di aver più bisogno di lei.
Inizia quindi il loro viaggio con Horo che vuole tornare nelle sue terre, verso nord, e Lawrence che promette di accompagnarla mentre proseguirà con i suoi affari.

Spice and Wolf è un breve anime dall’atmosfera ovattata e sognatrice, che si svolge -per cambiare, per una volta- in un medioevo occidentale, presumibilmente in Germania. La vicenda, tratta da una light novel, si dipana su due livelli: le avventure economiche ed il rapporto tra Lawrence e Horo.
Il primo risulta essere molto ben fatto ed avvincente: i problemi e le questioni qui vengono risolti a colpi di furbizia ed utilizzo del mercato, in sistemi sempre nuovi e originali: la violenza è molto raramente utilizzata (solo due volte Horo si ritova costretta a prendere le sue sembianze di lupo gigante per difendere i suoi cari), perché qui a farla da padrone è il cervello. I meccanismi dei sistemi monetari, delle gilde e degli scambi a credito sono effettivamente quelli che costituivano la nostra economia 500 anni fa, e quindi risultano credibili.

Sul lato del rapporto tra i due protagonisti, c’è solo da fare i complimenti a chi ha saputo riportare su schermo due caratteri così complessi e al tempo stesso complementari: le frequenti bisticciate tra i due non nascondono il profondo affetto che c’è, e che potrebbe trasformarsi in qualcos’altro. Sin dall’inizio capisce che tra i due c’è una certa attrazione, e la stessa viene gestita in maniera ottimale con dialoghi toccanti che risultano sempre mischiati ad ironiche battute ben piazzate e che colpiscono nel segno, facendo tuttavia nel contempo capire quali sono i veri sentimenti che si celano dietro ad esse. Davvero magistrale.

La storia in sé non nasconde segreti, e la trama al difuori di quanto detto sopra risulta totalmente scarna: “andiamo verso nord” è tutto ciò che si sa, e purtroppo la serie con le sue sole tredici puntate non arriva ad alcun punto di svolta definitivo, che sinceramente mi sarebbe piaciuto vedere. Risulta in ogni caso piacevole seguire le vicende fin dove vengono narrate, ma dato che l’attaccamento verso i personaggi risulta alto data la loro ottima personalizzazione ci si chiede che fine facciano, e purtroppo l’anime a questo non da risposta.

I disegni sono belli, in tono con le più moderne produzioni e con dei punti di assoluta eccellenza nei paesaggi, che sono belli quanto dei quadri della miglior fattura.
Anche le musiche risultano ottime, con un’opening dolce e melanconica e delle musiche all’interno della serie che risultano molto caratteristiche ed appopriate al periodo narrato nella serie. L’unica cosa che potrebbe lasciare un po’ perplessi è la sigla finale, che sembra una canzoncina per bambini, ma in fin dei conti non è un gran fastidio.

In definitiva, Spice and Wolf è un’ottima produzione del 2008 che segna la nascita della IMAGIN, nuova casa produttrice a cui auguro ogni bene: è una storia romantica di altissima qualità che risente solo del difetto di essere incompleta. Davvero godibile.

Voto: 8,5. La corta durata e il rischio di ripetitività (se avessero allungato la serie, o in caso di una seconda stagione) impediscono a questa serie di librarsi più in alto, ma risulta in ogni caso una visione che vale la pena fare.

Consigliato a: chi vuole una storia di buoni sentimenti senza doversi subire discorsi melanconici e zuccherosi; chi ama i toni pastello e un ambiente pacato; chi vuol scoprire quanto può essere minacciosa ed infida Horo, sia in forma di lupo (con gli artigli) che in forma di donna (con la parola)…

Amatsuki

Di nuovo un giovane del nostro mondo portato nel medioevo giapponese:

Amatsuki

Toki è un normale ragazzo che ha preso dei brutti voti in storia giapponese. Viene pertanto mandato in una struttura che, tramite speciali occhiali, fa vedere “il Giappone di una volta”, di modo da poter fare una full-immersion nella materia così ostica.
Purtroppo non tutto funziona com dovrebbe, e dopo un po’ Toki viene assaltato da una misteriosa bestia e salvato da Kuchiha, una spadaccina molto abile. Nel momento in cui comincia a chiedersi cosa sia successo, però, si rende conto che gli occhiali speciali si sono rotti, e lui è sempre ancora a Edo! Come se ciò non bastasse, non riesce più a vedere nulla dal suo occhio sinistro, se non curiosi demoni.
In tal modo inizia l’avventura dell’unica persona che in Amatsuki può sfuggire al destino scritto dagli Dei, e le cui azioni possono influenzare la storia intera.

Dopo aver visto Twelve Kingdoms, il cui inizio si svolge in maniera molto simile ad Amatsuki, mi aspettavo una simile storia in miniatura (13 puntate contro 45). Purtroppo sono rimasto gravemente deluso, soprattutto dalla trama!
Se infatti la parte iniziale parte interessante e piena di possibili spunti, viene tutto gettato alle ortiche in men che non si dica. Anche sorvolando sul fatto che Toki si ambienta a ritrovarsi in un universo alternativo popolato di demoni in cinque minuti (io almeno un po’ traumatizzato resterei, in tutta onestà), e lasciando stare il fatto che il fatto di provenire da un’altra realtà viene ignorato tre minuti dopo il suo arrivo da chiunque (storia compresa), lo spettatore nelel prime puntate viene bombardato di diverse sotto-trame che vanno a sovrapporsi a quella principale.
Questo potrebbe non essere male, ma in tredici puntate è difficile fare tutto… ed infatti ci si ritrova con un minestrone di idee confusionarie e pressate insieme per stare nei tempi.

Il tono della serie non aiuta di certo, perché anche questo anime soffre della stessa malattia di Kure-nai: tenta di essere troppi generi, e alla fine non è nulla. Ogni tanto intercalano dentro siparietti pseudo-comici che però vengono alternati a momenti teoricamente tragici; qui e là ci sono tentativi di discorsi profondi, che però in fin dei conti non portano da nessuna parte.
Lo sviluppo dei personaggi non è meglio: anche saltando i sopraccitati difetti del comportamento di Toki, gli altri personaggi o non si sviluppano perché sono già formati, o agiscono in maniera totalmente illogica (soprattutto i demoni).
Infine, TUTTE le trame e sotto-trame vengono lasciate completamente in sospeso: il 90% dei punti oscuri non riceve nemmeno un accenno di spiegazione, e le poche cose di cui si riceve un indizio non portano comunque a nulla. Il manga chiaramente continua mooooolto oltre il punto dove si ferma l’anime, ma purtroppo la versione animata da sola non si riesce a reggere minimamente in piedi.

Ho trovato i disegni sinceramente belli: gli occhi sono grandi anche per essere un cartone giapponese, ma non sono assolutamente mal fatti. L’animazione è abbastanza fluida e nella norma di una produzione del 2008.
La musica ricopre un ruolo anonimo, con opening ed ending totalmente nella norma, e musica durante le puntate pressoché assente.

Insomma, Amatsuki mi pare l’ennesimo tentativo fallito di prendere un buon manga e trasformalo in un anime, lasciandone una copia monca ed incompleta: è un peccato, perché in teoria ci sarebbero state tante cose da sviluppare, ma ciò viene fatto poco e male.

Voto: 5. Manca la sufficienza, e si salva solo perché i personaggi dopotutto risultano simpatici e i disegni sono apprezzabili.

Consigliato a: chi vuole una storia confusionaria, ma con qualche spunto vagamente decente; chi apprezza le storie di demoni che si mischiano agli umani; chi vuole vedere la donna con i capelli più lunghi della storia, e un monaco sempre ubriaco.

Twelve Kingdoms

Un fantasy affascinante ed un’ambientazione meravigliosa:

Twelve Kingdoms

Yoko è una ragazza 17enne normale, molto tranquilla e quieta. Un giorno, mentre si sta svolgendo un normale giorno di scuola, uno strano tizio chiamato Keiki compare a scuola dicendole di seguirla, e giurandole eterna fedeltà e protezione: pochi secondi dopo, un enorme e mostruoso essere volante attacca la scuola stessa, causando distruzione e terrore.
Keiki insiste per portare via Yoko “nell’altro regno” e, dopo aver fortunosamente sconfitto l’alata bestiaccia, fuggono in tale curioso mondo. Purtroppo l’atterraggio non è dei migliori e Yoko, i due suoi compagni trascinati con lei e Keiki si disperdono in una terra sconosciuta.
Si accorgono subito che qualcosa non va… Yoko capisce la lingua come se fosse giapponese, mentre gli altri non hanno idea cosa questi contadini di un luogo simile al Giappone del quattordicesimo secolo stiano dicendo! Come mai Yoko è al centro di ogni attenzione? Perché solo lei ha cambiato fisico arrivando in questo nuovo mondo? Quale è il loro scopo ed il loro destino?

Andando con ordine, la prima cosa che viene notata in Twelve Kingdoms (dopo le iniziali fasi a scuola, che però si risolvono entro la prima delle 45 puntate) è l’ambientazione, realizzata in maniera magistrale e perfetta. All’inizio ne si sa poco, e la geografia risulta oscura: man mano che Yoko scopre nuove parti di mondo ed incontra nuova gente, tuttavia, anche lo spettatore si ritrova man mano a comprendere sempre di più gli usi e i meccanismi di un mondo fantasy popolato di mezzuomini, unicorni e mostri, ma non per questo meno funzionante o logico. Ogni dettaglio politico, costumistico o storico ha la sua precisa ragion d’essere: si arriverà alla fine della serie con una conoscenza profonda e soddisfacente di tali nozioni, imparate naturalmente poiché radicate alla perfezione nella trama.

Parlando di trama, TK ha un moto altalenante. La serie è composta da quattro archi narrativi collegati, ma separatamente sviluppati (anche perché si tratta di fatti non contemporanei l’uno all’altro). Il primo è una meraviglia totale, e le prime dieci puntate di questa serie sono una delle cose più meravigliose, affascinanti ed intriganti che mi sia mai capitato di vedere. Il personaggio lasciato alla mercé di sé stesso e degli eventi, senza conoscere il mondo, e la presa di coscienza della situazione tramite errori e tentativi in questo caso è implementata in maniera epica: non vengono inoltre dati allo spettatore dettagli aggiuntivi rispetto a quelli forniti ai protagonisti, facendo quindi scoprire le cose in contemporanea ad entrambi.
A partire dal secondo arco narrativo, invece, le cose si fanno un po’ più “piatte”, e qualche minima perplessità inizia ad apparire: si tratta comunque di tre storie molto gradevoli e pienamente fantasy/medievali, risultando molto godibili, ma alcune sono un po’ lente (la seconda parte serve a capire in profondità il sistema di elezioni e successioni del regno, ma dieci puntate per spiegarlo sono un po’ tante, anche se la cosa è combinata ad una storia…) e ogni tanto le scelte effettuate dai personaggi non sono le migliori che avrebbero potuto fare, vedendo le cose dal proprio punto di vista.

In quanto ai personaggi, alcuni sono ottimamente realizzati: Yoko stessa rimane per buona parte dell’anime un ottim personaggio, con una crescita ben studiata e solida; si può dire lo stesso di altri accompagnatori che la seguiranno nelle sue avventure (anche se non per tutti).
Alcuni personaggi, inoltre, vengono introdotti come “consiglieri” e aiutano la storia a svolgersi quando il personaggio da solo s’incaglierebbe: anche questi sono ben fatti (Rakushun è molto godibile e simpatico), e non sembrano mai spuntare dal nulla ma hanno sempre un motivo di essere dove si trovano.
Non sussiste inoltre violenza ingiustificata,e difatti i combattimenti sono sorprendentemente pochi: a sommare tutti gli scontri, in tutte le puntate si arriverà a malapena a 15 minuti.

I disegni sono molto belli, ma l’animazione non è propriamente ai massimi livelli; l’audio apporta ottime opening ed ending, ma non da particolari spunti durante le puntate.

In definitiva, Twelve Kingdoms è un ottimo anime medievale/fantasy, che si fa gustare appieno e i cui personaggi lasciano un ottimo ricordo di sé: purtroppo ha qualche pecca qui e là, ed il fatto di lasciare molte questioni in sospeso nel finale (immagino che il manga sia continuato per centomila numeri: l’ambientazione creata offre infinite possibilità di narrazione…) purtroppo non gioca a suo favore.

Voto: 8. Bello, godibile, e la prima parte è un capolavoro: arrivare a qualche conclusione in più (e con un passo un po’ più incalzante) sarebbe stato forse meglio.

Consigliato a: chi ama il fantasy e il medioevo; chi vuole un’ambientazione meravigliosa e una storia moderatamente solida; chi vuol vedere l’uomo-topo più attraente del mondo.

Record of Lodoss War OAV

Appassionati di D&D, a me!

Record of Lodoss War OAV

Parn è un giovane il cui padre era un potente cavaliere, e che sogna di seguire le orme del padre. In occasione di un’invasione di goblin nel suo villaggio, entra in contatto con altri avventurieri ben più esperti di lui e si unisce a loro nella ricerca della fonte del male che si sta spandendo nella loro terra.
Chi potrebbe immaginare che dietro a tali apparentamente triviali problemi si nasconda una minaccia che potrebbe portare all’annientamento di tutta la terra di Lodoss?

In questo anime del 1990, vengono presi ed utilizzati TUTTI gli archetipi del fantasy e dei giochi di ruolo. Un party composto da paladino umano / guerriero nano / guerriera-maga elfa / stregone / sacerdote; l’eterna lotta tra il bene e il male; draghi; mostri marini; antiche leggende che minacciano l’odierna realtà; profezie e rituali;… qualsiasi idea voi abbiate sui GDR, sicuramente qui la troverete.
Questo non gioca forzatamente contro la serie stessa: la maggior parte di questi standard vengono difatti ben elaborati e resi in maniera emozionante, di modo da colpire al cuore tutti gli appassionati del genere fantasy con situazioni a loro congeniali e care.

Purtroppo, non ci sono soltanto lati positivi in questa serie; lo sviluppo dei personaggi (soprattutto di Parn, che è il più inesperto di tutti) funziona in maniera poco lineare e difficilmente esplicabile; da un lato il suo carattere non si muove mai dall’impetuoso sbarbatello che si incontra all’inizio, mentre d’altra parte misteriosamente aquisisce abilità con la spada che gli permettono di combattere contro i più grandi guerrieri senza apparente motivo.
Inoltre, la storia diventa un po’ inconsistente nella sconda parte della serie: non dico che risulti contradditoria o difficile da seguire, ma sembra che tutto venga un po’ troppo affrettato, e le cose capitano ad un ritmo torppo serrato per poterle realmente apprezzare.

I disegni sono belli e fluidi, anche se forse sono state utilizzate un po’ troppe immagini ferme: sono comunque apprezzabili per l’alta qualità delle immagini, ma ogni tanto sembra quasi di vedere una presentazione in pps…
La musica fa il suo dovere, con un’ottima colonna sonora nell’introduzione di ogni puntata.

In definitiva, Record of Lodoss War OAV ha contribuito a dare un importante contributo all’animazione fantasy: ha parecchi difetti, ma considerando l’anno in cui è stato fatto rimane comunque un lavoro apprezzabile e risulterà sicuramente gradito a chiunque abbia mai avuto a che fare con dei dadi a 20 facce.

Voto: 8. I le imperfezioni che ha gli impediscono di andare più in alto, ma rimane comunque una visione apprezzabile anche se non perfetta.

Consigliato a: qualsiasi giocatore di D&D; chi ama i racconti di spada e magia; chi vuole vedere un nano chiamato Gimli prendere ad asciate qualsiasi cosa, senza per questo vedersi il Signore degli Anelli.

Utawarerumono

Dopo una lunga pausa, rieccoci al fantasy:

Utawarerumono

Un uomo si sveglia in uno strano posto, senza ricordarsi nulla. Si accorge di aver attaccata sulla faccia una maschera che non può togliere, e di sé non ricorda nulla: si accorge però di esser circondato da persone con le orecchie e la coda da gatto, che lo hanno ritrovato morente in un bosco vicino.
Così inizia la stora di Utawarerumono, che racconta le gesta di Hakuoro -così verrà chiamato l’uomo- e dello sviluppo della tribù che lo ha accolto ed, in seguito, della ricerca del suo passato.

Una delle primissime cose che mi hanno colpito di questa serie è di certo la data di creazione: è stato fatto nel 2006, ma avrei giurato che fosse una produzione attorno agli anni 1998-2000. Questo non perché la qualità sia scarsa, ma perché lo stile stesso dei disegni, i caratteri dei personaggi e il passo della storia a me pareva quello in uso diversi anni fa. Può essere considerata una cosa positiva o negativa: dipende se tali serie piacevano o meno.

Per quanto non ci sia della vera e propria magia, l’ambientazione è molto fantasy: persone con tratti animali o con le ali, tigri giganti che vengono cavalcate, al posto dei cavalli ci sono delle specie di dinosauri,… l’originalità di certo non è mancata per la creazione di questo mondo, che risulta molto ben fatto e gradevole.

La storia, invece, ha degli alti e bassi. Tutta la prima parte, che segue la liberazione di Hakuoro, Eruruw e tutta la tribù dalle grinfie di un imperatore crudele, è davvero molto avvincente: le cose continuano ad accadere, non c’è nemmeno mezzo filler e anche gli attimi di distensione servono comunque ad apportare nuove informazioni e background nella storia. Il passo rimane ottimo anche in seguito, fino a quando non comincia a riaffiorare il passato del protagonista.
A quel punto purtroppo il tessuto della trama inizia a sfilacciarsi un po’, e le cose iniziano a diventare meno logiche. Molte cose vengono buttate là e lasciate cadere, compaiono nuovi personaggi che sembrano fatti unicamente per poter far tirare avanti la storia e non hanno una vera personalità, e via dicendo. Non arriva ad essere brutto o noioso, ma dopo essersi abituati al passo concitato e battagliero della prima parte, la seconda risulta decisamente sotto tono. Alla fine si scopre che la storia in sé, seppur spiegata in maniera mooooolto parziale, poteva esser interessante: gli autori hanno tuttavia un po’ perso la strada, rovinando un po’ una serie comunque apprezzabile.
Anche lo sviluppo dei personaggi è secondo me un po’ carente: ci sono molti comprimari, ma ognuno ha il suo carattere statico e nessuno di loro cambia mai di una virgola per tutte le ventisei puntate della serie. Bisogna dire che questo anime punta più sulla sua storia che non sui personaggi che la compongono, e quindi la cosa non è troppo terribile: vedere tuttavia sempre la stessa scena ogni volta che si dice qualcosa (Oboro s’infervora e giura massacri, Kurou è d’accordo, Benawi si oppone e Hakuoro propone altro) è un po’ ripetitivo.

Il disegno, come detto sopra, sembra un po’ datato ma non è spiacevole: è ben fatto, e i vari piccoli inserti di CG non risultano fastidiosi o macchinosi. Risulta comunque un anime molto sanguinario, anche se la violenza non è mai gratuita: in fin dei conti nelle guerre a suon di spada il sangue che si riversava per terra era tanto, e sarebbe stato ingiusto edulcorare questo triste aspetto della guerra. Sono riusciti a dosare bene sangue e buongusto, e questo è un lavoro decisamente difficile e purtroppo poco comune.
Le musiche sono un altro aspetto molto positivo della serie: opening ed ending sono ben orecchiabili, e la musica accompagna bene le scene.

In definitiva, Utawarerumono è un buon prodotto, purtroppo viziato dalla sua seconda parte: risulta in ogni caso molto piacevole da vedere se si ama l’ambiente fantasy, le storie di guerra e se non ci si offende per qualche sbavatura di troppo nella trama.

Voto: 8. Ero indeciso se dargli 7.5, ma in fin dei conti devo dire di aver davvero gradito la visione, almeno fino a 3/4.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni fantasy; chi ama i disegni di qualche anno fa; chi vuol sentire personaggi ridere in maniera stupida come ptptptptptptptpt o kekekekekekekeke.

Murder Princess

Fantasy, azione e una storia in sole sei puntate?

Murder Princess

In questo breve anime, si assiste alla caduta del regno di Forland per mano dei ribelli. La principessa alita riesce a scappare e, nella fuga, incontra una guerriera (Falis), un simil-scheletro e un simil-frankestein che stanno andando a caccia di taglie per sbarcare il lunario. A seguito di una caduta in un burrone Falis e Alita si scambiano i corpi! A questo punto decidono di tornare e riconquistare il trono perduto, dando vita alla leggenda della principessa guerriera, soprannominata da tutti Murder Princess.
Purtroppo i nemici non finiscono mai, e le cose non sono semplici come sembrano…

Non mi aspettavo molto da questa breve serie. In sei puntate è ben difficile riuscire a sviluppare qualcosa di buono o di profondo, ma in questo caso i produttori mi hanno davvero sorpreso con un prodotto di alta qualità.
Va subito detto una cosa: per quanto ci sia una storia un po’ banale ma ben congegnata, per quanto ci siano qui e là degli sprazzi pseudo-comici, per quanto ci sia qualche accenno di serietà, questo è fondamentalmente un carton di pura azione. Tanto menar di spade quindi, e botte da orbi a tutto andare: il passo è molto veloce e non c’è nemmeno un secondo di stupido filling, tirando la storia al massimo e andando subito ai punti necessari per farla proseguire.
Questo non vuol dire che risulti scarna: è invece da ammirare il fatto che non siano stati tentati di dilungare il tutto con noiosi intermezzi o squallide storie d’amore, mentre hanno mantenuto la concentrazione di plot e azione pura al 100%.

La musica è bella chitarrona, e i disegni sono gradevoli e mai volgari: c’è parecchio sangue qui e là, ma è abbastanza “cartoonesco” da non scadere nel gore.

Vanno infine segnalati i personaggi: in così poco tempo non si può fare alcuno sviluppo dei protagonisti, ma ci si ritrova ugualmente a provare simpatia per loro sin dal primo momento. Ottimo, direi.

Voto: 8.5. Non rimarrà negli annali della storia, ma è davvero godibile.

Consigliato a: chi vuole una simpatica storia condensata in due ore; chi apprezza l’azione pura; chi vuol vedere una principessa becera al punto giusto.