Giniro no Kami no Agito

…Mononoke Hime-style… ma ben più nuovo. Un bene o un male?

Giniro no Kami no Agito


Ci troviamo in un mondo futuro, oramai devastato e semi-abbandonato. La poca gente rimasta vive, combattendo contro la foresta senziente, nelle rovine di ciò che è ad oggi la nostra civiltà: quasi più nulla rimane, e la preoccupazione maggiore è diventata trovare acqua e cibo per tutti.
Agito è un ragazzino poco ubbidiente, ed in una delle sue solite fughe si imbatte in uno strano macchinario: all’interno vi trova Tula, una ragazza criogenizzata proveniente da prima del Disastro. Riuscirà ella ad abituarsi al nuovo stile di vita esistente? Come mai la guerrigliera nazione vicina la vuole per sé? E, in fin dei conti, quale dei due mondi è meglio per la gente?

Come detto in apertura, tra questo lavoro e diversi lavori dello Studio Ghibli si possono trovare delle similitudini: la GONZO non si è sicuramente preoccupata di ispirarsi.
Detto ciò, si può dire che il primo impatto con l’OVA qui presente è decisamente positivo: l’ambientazione è molto suggestiva (grazie anche alla grafica, di cui parlerò dopo) e molte cose si mettono in moto contemporaneamente.
Con l’arrivo di Tula la trama decolla, e fino a metà riesce quasi a spiccare il volo… per atterrare malamente, seppur non schiantandosi del tutto, verso la parte finale. Le cose si fanno infatti confuse, e un paio di cose sono parecchio tirate per i capelli: peccato.

I personaggi sono carini, ma nulla di che. Agito è il classico ragazzino che diventa eroe volente o nolente, mentre Tula è forse quella che più può suscitare la simpatia del pubblico: prelevata nolente dal suo mondo viene scaraventata in un ambiente praticamente alieno, che alimenta dubbi, paure e desiderio di tornare a casa.
I comprimari non hanno alcun tempo di svilupparsi, e hanno un ruolo assolutamente marginale: anche il “cattivo” non viene mai capito del tutto, sebbene sia logico il perché apparente delle sue azioni.

La grafica è forse la cosa più impressionante di questo OVA, perlomeno per gli sfondi. Le ambientazioni postapocalittiche sono davvero notevoli, e il disegno è fatto benissimo: c’è parecchia CG, che viene incorporata senza però stonare con il resto. Purtroppo un po’ meno di attenzione è stato dato ai personaggi, che ogni tanto sembrano molto distaccati dalla scena di fondo.
Le musiche sono anche ottimamente fatte: quasi completamente composta di musica classica, la colonna sonora ospita anche un’ottima theme song molto particolare.

Che altro si può dire di Giniro no Kami no Agito (altresì chiamato Origin: Spirits of the Past)? Che sicuramente è un lavoro strano, che può piacere o no; che è parecchio originale, nonostante le ripetute ispirazioni ad altri lavori; che manca un po’ d’anima, con una storia non impeccabile e dei protagonisti non eccelsi. Sicuramente, però, si lascia guardare e contiene un paio di buone cose.

Voto: 7. Nella media: non lo ricorderò negli annali dell’animazione, ma non c’è nulla che sia veramente brutto.

Consigliato a: chi apprezza la buona animazione, anche senza un’ottima storia di sottofondo; chi ama gli ambienti cittadini devastati ed abbandonati; chi vuol sentire il cattivo con la voce più bassa e roca del multiverso.

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Major S4

……e dopo il liceo, il professionismo nella lontana America!

Major S4


Lasciatosi alle spalle il grande incontro con Kaido, e risolti i suoi problemi di salute, Goro e il suo baseball partono per la grande avventura: la conquista di un posto nella Major League americana, dove giocano tutti i più grandi e i più amati professionisti! Dopo un impatto brusco con lo stellare mondo del super-professionismo, Goro si stabilisce per una stagione nella squadra dei Bats, tripla A in Minor League, ad un passo dal suo sogno. Riuscirà a portare tale gruppo alla vittoria? Quali ostacoli troverà sulla sua strada per la fama mondiale?

Questa quarta serie ha, nella sua struttura, un paio di differenze rispetto alle tre sezioni precedenti. In primis, questa volta non si inizia con una decina di puntate in cui si costruisce la squadra, ma si entra subito in campo: il numero di partite giocate è ben superiore rispetto a quanto visto finora, e questo non può che essere un bene.
Come contrappasso, tuttavia, si nota che le partite sono molto meno “decisive”: solo in pochi momenti si sente che una partita è importante per questo o quel motivo, mentre in molti casi si segue solo uno spezzone dello scontro per vedere qualche particolare, o qualche tiro, o qualche situazione interessante. Questo non tramuta le partite in cose inguardabili, ma l’attaccamento alla situazione risulta un po’ compromesso.

Un’altra notevole differenza è che, con le varie strade di vita che i coprotagonisti prendono, ognuno vive delle vicende diverse: questo di per sé non è un problema, ma tale frazionamento fa sì che quando si vada a parlare di loro la storia principale si interrompa, e ne risultano dei siparietti che mal si amalgamano con gli avvenimenti che riguardano la parte maggiore della serie.
Fortunatamente si può dire che Goro è finalmente un personaggio apprezzabile: ha la sicurezza necessaria a fare scelte coraggiose (come il fatto stesso di pigliare e andarsene in America), ma finalmente ha perso le sue convinzioni di invincibilità, e si trova talvolta a dubitare della sua strada e a cercare soluzioni ai problemi di varia natura che gli si presentano davanti. Generalmente la soluzione è nello sparare una fastball ancora più veloce – oramai al posto del braccio ha un Cannone Yamato – , ma è perlomeno gradevole vedere che il pensiero gli sfiora la mente.

Il disegno fa un deciso miglioramento rispetto a quanto prima visto: non siamo nel capolavoro magistrale, ma l’occhio rimane abbastanza soddisfatto. La crescita di Goro e di chi è attorno a lui è evidente, e aiuta a dar consistenza alla serie.
L’opening, anche in questo caso, è parecchio energica e ci sta benone: le due ending non sono invece nulla di che.

Insomma, la quarta serie di Major si lascia guardare con tranquillità: oramai la formula è conosciuta, si capisce che è uno shonen e come tale bisogna prenderlo; la crescita personale di Goro è ben apprezzata, ma a mi parere la perdita di “scontri epici” rende la serie un po’ meno interessante, sebbene non tragicamente noiosa.

Voto: 7,5. Occupa con piacere il tempo, anche se qualche momento di adrenalina in più sarebbe stato carino.

Consigliato a: chi oramai, dopo tre serie, vuol sapere come continua la vita di Goro; chi è curioso di conoscere un’America in cui parlano un inglese decisamente stentato; chi si chiede quando una spalla può tirare forte una pallina prima di staccarsi dal corpo.

Major S3

……e dopo le scuole medie, eccoci al liceo!

Major S3


Credo sia inutile ripetere la storia: siamo oramai alla terza serie in cui Goro, con il baseball come sua arma, insegue i suoi sogni. Dopo aver lasciato Kaido, riuscirà a fronteggiare i suoi ex-compagni? E come farà ad avere una squadra competitiva, dato che ha dovuto fondare un club da zero? Quali ombre si prospettano all’orizzonte?

Dopo la quasi spiacevole parentesi della seconda serie, fortunatamente Major torna a puntare abbastanza in alto. Il problema principale, e cioé il carattere supponente e spaccone di Goro, viene fortemente ridimensionato dalla più crudele delle maestre: la vita. Inizialmente il protagonista pare infatti essere il solito, fino a quando inizia a scontrarsi con problemi più grandi di lui: una famiglia che non sempre è del tutto felice, il progressivo abbandono di chi ha lasciato indietro, problemi di salute suoi o dei compagni di squadra, ed un team che palesemente non è all’altezza delle sue mire.
Tutto ciò aiuta a stemperare il carattere di Goro quel tanto che basta per renderlo accettabile, e la serie ne guadagna parecchio.
I coprotagonisti, in questo caso, sono abbastanza delle macchiette: la squadra è praticamente inesistente (a parte qualche sprazzo di finta crescita personale qui e là), e solo il più giovane membro della scalcinata squadra pare avere qualche potenziale per il futuro.
Bisogna inoltre dire che tutti loro diventano abbastanza bravi da sfidare i supercampioni in nemmeno un anno, e la cosa è quantomeno inspiegabile: si può tuttavia perdonare tale fatto per esigenze di copione, in quanto una squadra che perde 90 a 0 non sarebbe particolarmente divertente da seguire.

Gli avversari, invece, sono un’altra storia: Sato è oramai il nemico (sportivo) più acerrimo, e il tenebroso Mayumura è più inquietante che mai. Ci sono inoltre diversi graditi ritorni da precedenti serie, che ho trovato ben piazzati e che aumentano il l’impressione che il mondo si evolva anche al difuori di ciò che vien visto nella serie.
Si nota infatti un deciso miglioramento delle puntate quando tali elementi cominciano a fare capolino e, in generale, quando si comincia a giocare sul serio: come d’abitudine, infatti, la prima decina di puntate è orientata alla creazione della squadra e agli aggiustamenti necessari, e tale pezzo può risultare poco interessante.

Anche le partite hanno avuto un sostanziale miglioramento, per un motivo molto semplice: in diversi momenti, non è più Goro ad essere l’asso – e talvolta, nemmeno è sul campo! Questo ridimensiona la problematica del vedere 140 strike tirati a velocità indicibili ma tutti identici; inoltre, con il crescere degli avversari, i suoi colpi sono sempre meno imprendibili.
È chiaro, la stragrande maggioranza delle partite viene decisa da qualche discorso ispirato su responsabilità o ambizione, e parecchi degli avversari perdono perché anziché seguire il loro infallibile piano si mettono a sfidare Goro in uno scontro diretto: questo però rovina soltanto i momenti finali delle partite, lasciando pienamente guardabile tutto il resto. Due membri della nuova squadra, inoltre, riescono a dare un valore aggiunto anche ai momenti sportivi della serie.

Il disegno è nella norma, non colpisce ma si fa guardare tranquillamente: forse qualche sforzetto in più avrebbe potuto esser fatto. Le musiche durante le puntate sottolineano bene i momenti di tensione; l’opening è bella energica e molto adeguata al tipo di anime. La prima ending sembra uscita da Dance Dance Revolution, mentre la seconda si lascia sentire decisamente meglio.

In definitiva, si può dire che dopo lo scivolone della seconda serie, Major si è ripreso con una parziale maturazione del suo protagonista e con una migliore gestione delle svariate partite. Certo, Goro rimane comunque un tantinello strafottente e menefreghista; certo, i momenti clou vengono generalmente decisi da una fastball a tre milioni di km/h. Sorvolando su questo e sulla semplicità di costruzione dei personaggi, tuttavia, la serie risulta abbastanza godibile.

Voto: 8. Se ci fosse stata una squadra un po’ più competente, avrebbe anche potuto risultare più interessante.

Consigliato a: chi continua ad amare il baseball; chi è stufo di vedere solo tiri dritti, e vuole iniziare a vedere qualche effetto sui lanci; chi si vuole chiedere se il doppiatore di Goro in questa serie è lo stesso di Ippo (e secondo me lo è).

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows

…Un racconto alternativo con i personaggi della serie originaria:

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows


A tre anni di distanza, ritroviamo i personaggi che abbiamo imparato ad apprezzare in una trama totalmente diversa.
La Gekko State è una forza indipendente dell’esercito che si ribella, e va -assieme all’appena arruolato Renton- a rubare in una base dell’esercito il più grande segreto militare esistente: Eureka. Ciò che loro non sanno è che Renton ed Eureka già si conoscono sin da quando erano bambini, essendo cresciuti insieme, e che la loro riunione li porterà al desiderio di non abbandonarsi più: potrà la Gekko State perseguire i suoi obiettivi nonostante ciò? Quale è il loro ultimo scopo? Sono solo dei criminali che puntano alla distruzione del mondo, o motivi più profondi li spingono a rivoltarsi contro la razza umana anziché combattere le Immagini?

Come detto, in questo OVA da circa due ore viene sviluppata una storia che poco ha a che fare con l’originale trama, e anche i personaggi hanno ruoli molto diversi (seppur nelle stesse posizioni) nello svolgersi delle vicende.
Purtroppo, bisogna dire che il risultato non è assolutamente all’altezza di quanto ci si potrebbe aspettare. La confusione iniziale nel vedere tutti i personaggi con caratteri totalmente diversi fa velocemente strada alla delusione in meirto ad una trama assolutamente traballante e poco convincente. Come capita nei film sviluppati in fretta e furia, si assiste semplicemente ad un seguito di presunti colpi di scena che non lasciano nulla se non perplessità su perplessità. Anche quando oramai le cose sono state messe in chiaro e ci si avvia verso la conclusione, diverse cose sembrano fuori posto, e il finale non soddisfa particolarmente.

I personaggi sono molto diversi da quelli che ricordiamo: il punto vagamente positivo è che Renton ed Eureka, anziché esser giovani complessati come all’inizio della serie, sono semplicemente due innamorati che non vogliono separarsi qualsiasi cosa succeda. Questa semplificazione aiuta a rendere un po’ più scorrevole la già barcollante trama, ed è un bene.
Peccato non si possa dire altrettanto per i coprotagonisti: semplicemente, risultano antipatici. A parte i due piccioncini, praticamente tutti gli altri sono cattivi o comunque risultano poco gradevoli. Quelle che sono le motivazioni per i loro gesti, pertanto, risultano noiose e si spera solo che il tutto finisca al più presto possibile.

La grafica è praticamente identica a quella della serie: da una parte si può dire che la qualità era buona un tempo e lo è anche ora (alcune sequenze di combattimento sono molto spettacolari); d’altra parte, si potrebbe pensare che con tre anni di tempo, e per un singolo OVA, avrebbero potuto metterci un po’ di impegno aggiuntivo.
Le musiche non danno alcun valore aggiunto alla visione, facendo quel che devono ma non colpendo.

Insomma, Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows era un lavoro che, a mio parere, si poteva assolutamente evitare. Prende lo scheletro di una serie ben riuscita e ne tira fuori una mezza ciofeca, che può accontentare l’occhio ma che delude assolutamente in termini di trama e personaggi – che erano i punti forti della serie originale.

Voto: 5. Si salva la parte tecnica e un paio di momenti di stupore: il resto risulta in un paio d’ore buttate.

Consigliato a: chi non si offende se i personaggi di una serie vengono rimaneggiati; chi vuol vedere l’involontaria parodia di una grande serie; chi vuole incontrare Nirvash in versione pupazzo puccioso svolazzante.

Major S2

…Dopo l’infanzia, ecco Goro alle prese con le scuole medie:

Major S2


Continuano le avventure di Goro, che avevamo lasciato alla fine della serie dopo il torneo delle scuole elementari: quattro anni sono ora passati, e Honda (che ora fa di cognome Shigeharu, ma si fa chiamare in entrambi i modi) ritorna alla scuola da cui si era trasferito anni fa. Il suo scopo diventa battere la più grande squadra che vince i tornei delle medie, Kaidou. Riuscirà tuttavia a riallacciare i rapporti con i compagni da cui è stato separato così a lungo? Che ne è stato del suo amico Sato? Chi potrebbe mettergli i bastoni tra le ruote?

Come nella prima serie, anche in questo caso la storia non è ovviamente il punto focale della questione. Ci ritroviamo con Goro cresciuto di quattro anni, e duole dire che il suo carattere ne ha risentito: per tutta la serie dimostra solo di essere un egocentrico spaccone che fa esattamente ciò che vuole, con incostanza e secondo il momento, anche a discapito di gente a lui vicina (siano essi amici, compagni di gioco o familiari). Più volte gli vien fatta notare la cosa, ed ogni volta lui ripete che il motivo è solo l’amore per il baseball: un comportamento simile è tuttavia classificabile soltanto come egoista, e questo sicuramente non rende più piacevole il personaggio.
Inoltre, Goro continua a cambiare idea sui punti focali della trama: prima vuole entrare nella migliore scuola; poi rifiuta di entrarci; poi fa il test per entrarci; una volta dentro vuole andare via; quando lo cacciano vuole restare; quando glielo permettono se ne va. L’importante è essere convinti delle proprie scelte…
Fortunatamente, dal punto di vista dei personaggi c’è Sato che salva la situazione. Nella seconda metà della serie, quando egli diventa parte integrante del gruppo principale, la sua influenza si vede: nelle partite è quello che fa andare il cervello, è lui quello che riflette, e che viene posto davanti a veri ostacoli che deve superare.

Un altro punto negativo per Goro, e positivo per i suoi compagni di allenamenti, è la facilità e il disprezzo con cui lui passa tutte le apparentemente durissime prove a cui vengono sottoposti. Bisogna strisciare per 3 chilometri? lui lo fa con in spalla uno zaino di sassi e un’altra persona! Bisogna stare in piedi senza muovere le gambe per tre ore? Lui lo fa mentre allena le braccia con un immenso bilancere!
Tutto questo, unitamente alla spacconaggine con cui dice “basta volerlo e lo si fa”, rende miseri gli sforzi della povera gente normale che lo circonda, e che a questo punto risulta sicuramente molto più meritevole di lui.

Dal punto di vista delle partite, la situazione non è più rosea come nella prima serie: in primo luogo ci sono soltanto due incontri veri e propri, ed in secondo luogo dal punto di vista di Goro ogni parvenza di tattica è stata spazzata via. In precedenza faceva soltanto tiri dritti, ma si alternava con ball, tiri interni, alti, bassi… tentava di leggere il battitore e i segni del ricevitore (come è giusto che sia) e si comportava di conseguenza.
Ora invece pianta semplicemente bordate d’antologia, che nessuno riesce a prendere: non esiste più alcun aspetto di logica, Goro lascia rubare tutte le basi che l’avversario vuole “tanto basta che faccio strikeout”, e curiosamente tutti i suoi compagni riescono invece a prendere ogni genere di tiro nemico, per quanto assurdo sia.
Ancora una volta, fortunatamente, arriva Sato a salvare la situazione: in diversi momenti la sua abilità di leggere il gioco risulta interessante e porta elementi aggiuntivi a partite che, fossero per il protagonista, sarebbero un noiosissimo show di tiri nel guantone.

I disegni purtroppo non si sono evoluti molto dalla prima serie, nonostante fosse passato un anno tra le due produzioni: qualcosa di più poteva essere fatto. L’audio durante le puntate non ha grande importanza, l’opening è simpatica, e la prima ending è particolarmente orecchiabile.

Insomma, la seconda serie di Major è per me stata una parziale delusione: il protagonista è passato da bambino entusiasta ad adolescente egoista, e questa è una gravissima pecca per una serie che fa del suo personaggio principale la star assoluta: c’è bisogno dell’entrata in scena del coprotagonista per avere qualche discorso intelligente e qualche momento interessante.
Probabilmente tale dura critica viene dal fatto che non ho mai apprezzato le serie dove il protagonista, invincibile su tutti, ride delle altrui difficoltà e fa esattamente quel che vuole: per chi non è infastidito da tale elemento, probabilmente il tutto risulterà ben più accettabile.

Voto: 6. Quando si spera solo che il protagonista pigli qualche sonora trombata, vuol dire che qualcosa non va. Fortuna che ogni tanto entrano i comprimari a salvare il tutto…

Consigliato a: chi, comunque, ama il baseball; chi, una volta iniziata una serie di stagioni, non riesce a staccarsene; chi si chiede quanto può essere denso un ragazzo.

Major S1

…La prima stagione di un lungo anime sul baseball:

Major S1


Honda Goro è un bambino di cinque anni, che ama il baseball; tale passione gli è stata passata da suo padre Shigeharu, che è un giocatore professionista. Purtroppo dei problemi di salute obbligano Shigeharu a cambiare ruolo all’interno nella squadra, e a “ricominciare da zero”: nel frattempo, Goro cresce e si interessa sempre più al magico mondo dello sport. Nel contempo, tuttavia, un grave lutto colpisce la famiglia: la moglie di Shigeharu muore improvvisamente, e lascia i due sportivi in un grave abisso di tristezza: in che modo padre e figlio prenderanno in mano la propria vita, in continua evoluzione? Cosa si può fare, quando il destino si accanisce? In che modo superare le difficoltà, spesso ingiuste, che la vita ci pone davanti?

Essendo un anime focalizzato in massima parte sul baseball, la trama è ovviamente scheletrica. Questo non faccia tuttavia pensare che la prima stagione di Major sia una serie che fa vedere solo una sfilza di partite: c’è molto di più che orbita attorno ai protagonisti.
Nel primo terzo della serie, il focus principale è su come Shigeharu prenda in mano la propria vita, in vari aspetti: dall’elaborazione del dolore per la perdita della moglie alla costruzione di una nuova vita; dal sentimento di fallimento per non poter più essere un lanciatore al desiderio di riscatto nel suo nuovo ruolo, con le conseguenti sfide che lo vedono sempre più vicino ai fasti di un tempo.
In tale periodo, Honda è troppo giovane per poter giocare vere partite ma mostra parte del suo potenziale, sebbene spesso sia da solo: il suo ruolo deve tuttavia ancora definirsi.
Dopo eventi (assolutamente imprevedibili, ed emotivamente molto importanti) che colpiscono il duo, la storia infatti fa un balzo di circa tre anni e ci si ritrova con Goro che arriva a nove anni e può finalmente partecipare ai tornei giovanili: si ritrova tuttavia a giocare in una squadra totalmente allo sbando, con mancanza di giocatori e zero talento.
Starà pertanto a lui di rianimare la pseudo-defunta squadra dei Dolphins, trovare i giocatori che mancano e iniziare una vera rivoluzione all’interno di tale gruppo: questo viene fatto con una notevole forza di volontà e, talvolta, con il supporto di alcuni personaggi marginali che gli danno una mano. Chiaramente il tutto è un tantinello tirato per i capelli (totali brocchi che imparano a giocare in maniera perlomeno decente in un paio di mesi, sforzi che superano ogni logica e via dicendo), ma in fin dei conti negli anime sportivi si può perdonare un po’ di fantasia finché rimane nei limiti dell’accettabilità.

Un elemento che in più parti della serie viene ricordato, e che sembra essere il messaggio “nascosto” più importante di Major, è l’elaborazione della perdita di qualcuno di importante. In varie occasioni diversi personaggi sono confrontati con l’improvvisa scomparsa di una persona amata, da diversi punti di vista: quello del figlio, quello del marito, quello del “nuovo subentrante” all’interno della famiglia, quello dell’amico e via dicendo. In questo è stato fatto un lavoro a mio parere molto accurato, bilanciando bene dolore, rimpianto, sensi di colpa, speranza nel futuro e accettazione. Negli anime di basso livello, i personaggi piangono come femminucce fino a quando arriva qualcuno con un discorso illuminante, in cui essi capiscono tutto e poi diventano più forti: in questo caso, invece, il processo di superamento del lutto è un lavoro importante e lento, che lascia cicatrici ma anche esperienze che aiutano ad andare avanti. Il fatto che la solitudine e il rimorso tocchino tutti e non solo il protagonista della serie è un lato decisamente positivo, e aggiunge realismo al tutto.

In una simile serie due cose sono vitali, ed una di esse è una buona caratterizzazione dei personaggi: in Major si può dire che questo punto è in buona parte soddisfatto.
Come già detto, Shigeharu si ritrova a dover ricostruire la sua vita da zero, vedovo e padre di un bambino di pochi anni, con un futuro incerto: è una situazione estremamente difficile, eppure non si lascia quasi mai scoraggiare dalla durezza della vita. Ricorda parecchio il padre che si trova in Totoro, che ha vari problemi ma che ha sempre un angolo di cuore e un attimo di tempo per chi ha bisogno, e per la famiglia. È un personaggio che stimo estremamente, e in questo caso è ottimamente realizzato.
Goro da bambino è… beh, un bambino, e quindi non ci si aspetta granché da lui. Nella seconda parte della serie, quando cresce, risulta forse un tantinello limitato dal suo pensare: per lui (come per molti protagonisti di anime sugli sport) con la forza di volontà tutto è affrontabile, la sconfitta non è una possibilità, l’unico modo per affrontare una difficoltà è balzarci in mezzo e dilaniarla. Tutto ciò è chiaramente necessario per rendere interessante la serie, ma quando viene continuamente ricordato risulta forse un pochino fastidioso: non che Goro risulti antipatico, assolutamente: qui e là, però, potrebbe essere un filino meno impulsivo.
I coprotagonisti sono moderatamente marginali: hanno generalmente un’introduzione abbastanza lunga, ed in seguito sono elementi che Goro gestisce per portare avanti le partite. Sono elementi abbastanza semplici, sebbene alcuni risultino abbastanza piacevoli: di buona parte della squadra, tuttavia, si ricorda a fatica il nome.

Il secondo punto che è necessario per fare un buon anime sportivo sono gli incontri: anche qui, il lavoro non è perfetto ma ben realizzato.
Ci sono parecchie partite (4 o 5, in 26 puntate), ed una cosa estremamente positiva è che non sono troppo lunghe: si evita lo stillicidio di secondi che si trova ad esempio nelle ultime puntate di Slam Dunk, dove il tempo non passa più.
Dal punto di vista degli avversari, si è ottimamente forniti: in maniera simile ad Holly e Benji (Captain Tsubasa) ogni squadra ha il “super-elemento” che la rende teoricamente imbattibile, e la raffazzonata squadra protagonista deve trovare il modo di scardinare tale punto fermo, generalmente essendo in una posizione di inferiorità di punteggio, per poi arrivare ad una rimonta e alla finale vittoria.
Questo viene fatto principalmente con la mera forza di volontà, con i classici flashback di personaggi che si son sacrificati per questo o quell’obiettivo: a titolo personale tale stratagemma è usato in maniera un po’ troppo massiccia, e toglie un po’ il gusto della vittoria del mgliore, ma in caso contrario probabilmente sarebbe stato un anime su una serie di sconfitte plateali e non sarebbe stato troppo interessante.
Una nota di moderato biasimo viene invece dal fatto che nelle partite si parte dal principio che lo spettatore conosca una buona dose di regole e di terminologia tecnica, senza la quale il tutto risulta assolutamente guardabile ma molto meno godibile: per chi volesse erudirsi prima senza doversi leggere il regolamento del baseball consiglio di guardare la serie One Outs, che parla dello stesso sport ma che spiega in maniera molto più dettagliata parecchie regole.

Il disegno è gradevole, ma assolutamente nulla di speciale: l’audio è anche simpatico, senza eccellere in alcun particolare.

Insomma, la prima serie di Major è sicuramente un buon lavoro, che a mio parere risulta però orientata verso un pubblico abbastanza giovanile (12-15 anni): anche ad età maggiori è assolutamente godibile, ma il ricorso sistematico al “ce la faccio perché ci credo” può forse togliere un po’ di gusto alle partite. Rimane comunque una serie che fa chiedere di più… e in questo caso di più ce n’è, dato che ci sono almeno altre cinque serie successive!

Voto: 8,5. Se piacciono gli anime sportivi e se non ci si offende quando il cuore supera la logica, il voto può anche esser considerato più alto.

Consigliato a: chi ama il baseball; chi vuol conoscere uno dei padri più notevoli che ci sia all’interno di un anime; chi si diverte a vedere un bimbetto di pochi anni tirare cannonate come se fosse un professionista.

Higurashi no Naku Koro ni Rei

……quando un nome tira più di un carro di buoi.

Higurashi no Naku Koro ni Rei


ATTENZIONE SPOILER! Non leggete il riassunto della trama se non avete visto le prime due serie di Higurashi no Naku Koro ni!
…ok, detto questo, possiamo iniziare.

Dopo il termine della seconda serie, ci ritroviamo con Rika che è finalmente riuscita a sfuggire al suo terribile destino: si gode la vita felice con i suoi amici… fino a quando un incidente non la manda all’altro mondo o, per meglio dire, in un altro mondo.
Rika si prepara nuovamente a combattere organizzazioni e sindrome di Hinamizawa: scopre però con sua incredulità che in questa realtà, dopo centinaia di anni, la storia non è la stessa!
Confusa e spaventata, tenta di capire cosa sia accaduto e come fare a tornare nel mondo in cui con tanta fatica ha conquistato la libertà. Ma quali sacrifici dovrà sopportare? Non è forse questo il mondo in cui vorrebbe vivere?

Questa terza serie è composta da cinque OVA: il primo e l’ultimo sono assolutamente evitabili, in quanto estranei alla trama sopra citata e tendenti al comico (con risultati non esattamente brillanti): solo nei tre OVA centrali quanto sopra segnalato ha luogo.
La storia è abbastanza semplice ma graziosa, e alcuni riassunti fatti da Rika mentre riflette sull’attuale condizione aiutano a riprendere il filo con i numerosi avvenimenti visti nella seconda serie. La spiegazione è abbastanza carina e, nonostante ci siano un paio di pezzi con dei discorsi che paiono infiniti e dalla dubbia utilità, le tre puntate scorrono tranquillamente.
Va segnalata però una cosa: il tratto caratteristico di Higurashi, il sangue e la violenza, sono oramai totalmente svaniti dalla serie. Nessuno viene accoltellato, nessuno viene trafitto, nessuno viene torturato,… insomma, ciò per cui la serie è diventata famosa è stato oramai levato. Questo è un immenso peccato.

Il cast oramai è ben conosciuto, e ognuno fa ciò che ci si aspetta da lui: l’unica “new entry” è Satoshi, che nelle due serie precedenti figurava sempre come fuggito, morto o malato terminale. Nessuna sorpresa arriva pertanto da questo comparto.

Le musiche sono nella norma, senza particolarità: togliendo il lato horror e sanguinario, anche i momenti di tensione vengono a svanire e il supporto audio risulta pressoché inutile. Abbastanza insipide, a mio parere, opening ed ending.
Il disegno è migliorato nuovamente nei confronti delle precedenti serie, e si lascia guardare con piacere.

Insomma, la mia impressione è che oramai Higurashi no Naku Koro ni si sia fatto un nome, e i produttori lo stiano sfruttando oltre il necessario. La storia non è brutta (nuovamente, togliendo primo ed ultimo episodio), ma ho l’impressione che non fremesse dal desiderio di esser raccontata. Può esser simpatica per chi ha seguito la storia iniziale e sicuramente non ha grandi difetti,ma è tutto qui.

Voto: 7. Non va oltre la mediocrità, pur non avendo gravi lacune.

Consigliato a: chi non è ancora pronto a separarsi da Keiichi, Rena e compagnia; chi vuol vedere personaggi nati nell’horror traslati in un episodio in piscina a strapparsi i costumi (maschili) di dosso; chi si domanda se è meglio vivere in un mondo che era un disastro e che è stato tirato in sesto, o in uno che direttamente parte bene.

Haibane Renmei

…Tranquillità, buon cuore e un pizzico di mistero.

Haibane Renmei


Una ragazza si trova in un sogno, e sta precipitando ma non ha paura. Al suo risveglio, si ritrova però in una specie di bozzolo, che si schiude rilasciandola in un mondo molto curioso. Lei non ricorda nulla di sé o della sua vita, e si trova in circondata da alcune ragazze con piccole ali da angelo e aureole! In poco tempo, anche a lei spuntano le ali e le viene apposta la personale aureola. La ragazza viene chiamata Rakka, e inizia la sua vita in mezzo alle Haibane, come esse si chiamano: una tranquilla vita in un villaggio di campagna. Ma come mai è finita lì? Da dove arriva? Chi sono le Haibane? E cosa c’è dall’altra parte del muro che rinchiude il villaggio, e che nessuno può oltrepassare?

La trama di Haibane Renmei è decisamente strana. Come si può capire, l’ambientazione è abbastanza curiosa: ragazze che sembrano angeli ma che fanno lavoretti nella cittadina, e che nessuno sa come mai “rinascano” lì. Le prime puntate presentano l’ambiente e sono secondo me la parte più bella della serie: infondono un senso di pace e di calma davvero notevoli, e i personaggi si mostrano tutti di buon cuore. Non è difficile trovare una somiglianza tra questo anime e Mushishi, cosa che secondo me è molto buona: il passo lento e le vicende quotidiane di personaggi particolari sono in entrambi i casi ben rappresentate.
Con lo sviluppo della trama principale, che occupa la seconda metà della serie e che porta fino alla conclusione (e che rivela anche chi sono le Haibane, e cosa ci fanno lì), secondo me c’è un piccolo calo di qualità (che rimane comunque parecchio alta). Reki, che in pratica diventa la protagonista della seconda metà delle tredici puntate che compongono la serie, porta una serie di ombre nella serie: la cosa non è brutta, perché in fin dei conti è necessario per lo sviluppo della trama, ma piange il cuore non trovarsi con la pace e la positività delle prime puntate.
Questo porta comunque a dare alcune spiegazioni, sebbene molti quesiti rimangano insoluti – va detto tuttavia che quanto rivelato può accontentare.

I personaggi sono sicuramente la parte migliore di Haibane Renmei: tutti positivi, sono piacevoli da seguire. Solo le due protagoniste, tuttavia, vengono sviluppate più di un tot: Rakka passa attraverso diversi stati d’animo nel suo percorso di crescita personale, e Reki rimane sé stessa ma si spiega man mano. Le altre Haibane rimangono piacevoli ma sono più che altro accessori per permettere di raccontare le storie, e non hanno mai un ruolo importante in alcuna situazione.

Le musiche sono davvero molto belle: ho trovato opening ed ending davvero meravigliose, semplici e tranquille, che perfettamente si sposano con il passo quieto della serie. Anche la grafica è estremamente azzeccata: colori delicati e naturali per un’ambientazione calma. I disegni inoltre sono ben fatti, e sono un piacere da guardare.

Insomma, Haibane Renmei è un lavoro molto particolare. Risulta parecchio difficile da classificare, ed altrettanto complesso è comunicare a chi non l’ha visto le sensazioni che suscita: è sicuramente un anime che infonde un po’ di calma nel cuore, e che fa apprezzare un angolo di tranquillità in un mondo che va parecchio di corsa.

Voto: 8,5. Ho decisamente gradito, anche se -come detto sopra- la seconda parte forse cala un pochino.

Consigliato a: chi vuole rilassarsi un po’ e godersi un breve ma gradevole viaggio; chi non ha bisogno di sparatorie e casino per occupare il tempo; chi apprezza le ambientazioni un po’ inusuali.

Koroshiya-1

…Altresì conosciuto come “Ichi the Killer”, ecco il prequel di un manga decisamente violento.

Koroshiya-1


Shiroishi è un giovanotto con parecchie turbe psichiche: vittima dei bulli e con una famiglia decisamente poco presente, sprofonda sempre più negli abissi della depressione fino a quando trova l’unica cosa che lo eccita: la violenza. Nonostante sia disgustato di sé stesso non riesce più a smettere: inoltre, gente con pochi scrupoli lo addocchia e inizia ad “addestrarlo” per utilizzarlo nei loro biechi piani…

Questo breve OVA di circa tre quarti d’ora segue la storia di Shiroishi e della sua caduta nei meandri della follìa violenta. Sebbene l’idea possa essere decisamente interessante, purtroppo la realizzazione lo è parecchio meno: essendo questo un prequel dell’omonimo manga, le cose si interrompono quando si fanno interessanti. Quello che rimane da vedere è come Shiroishi tenta di controllare i suoi impulsi (fallendo miseramente) e come dei non meglio identificati criminali si impegnino per spingerlo ancor più nell’abisso della violenza, per farne un assassino al loro servizio.
Forse avendo letto il manga questo potrebbe chiarire un po’ di cose, ma come lavoro a sé stante sembra più che altro un teaser che non una produzione con capo e coda.

In così poco tempo, c’è ovviamente spazio soltanto per lo sviluppo del protagonista: i comprimari sono parecchio marginali. Bisogna dire che Shiroishi effettivamente cambia a seguito dei vari avvenimenti (d’altra parte, l’intera trama verte su questo)… e cambia per il peggio, quantomeno dal punto di vista umanistico. I cambiamenti risultano credibili, frutto di genitori assenti e senza rispetto, di compagni che lo bullano e lo picchiano e di presunti amici che lo ricattano: probabilmente chiunque dopo un po’ darebbe segni di squilibrio mentale.

Il disegno non è nulla di che, e le musiche sono parecchio rockettare/metalleggianti: non malaccio.

Insomma, vale la pena di guardare Koroshiya-1? Secondo me, solo se si è già fan della serie e si vuol sapere qualcosa in più. Non è il Male, ma senza il lavoro principale a supportarlo non riesce a stare sulle proprie gambe.

Voto: 5. Potrebbe uscire qualcosa di ottimo dalla serie animata completa: purtroppo, non è in programma…

Consigliato a: chi già legge il relativo manga; chi ama la violenza senza senso; chi non si offende a vedere giovani disturbati che hanno erezioni mentre ammazzano conigli e si masturbano sui cadaveri.

RahXephon

…Un erede di Evangelion: robottoni e cervello affaticato per tutti!

RahXephon


Ci troviamo in un vicino futuro. A seguito di una guerra, solo la città di Tokyo pare esser rimasta in piedi: si dice che in tutto esistano ancora pochi milioni di umani. La vita scorre tuttavia abbastanza normalmente: Kamina Ayato è un normale diciassettenne alle prese con scuole, esami ed amicizie fino a quando dei nemici giunti dal nulla non iniziano a bombardare la città. Nella confusione Ayato viene prelevato e portato “all’esterno”: si scopre infatti subito che in realtà il resto del mondo e i suoi abitanti sono tuttora esistenti, e che a partire dal 2012 Tokyo è rimasta isolata da un campo dimensionale chiamato “Tokyo Jupiter”.
Quella che si pensava l’ultimo baluardo degli umani pare invece essere il covo di coloro che tramanno alla distruzione del mondo: ma le cose stanno davvero così? La differenza di dodici anni tra Tokyo e il resto del mondo quali effetti potrebbe portare? E di chi potrà fidarsi Ayato, considerando che in ogni fazione tutti paiono avere secondi motivi per tutto?

Come si può già capire da quanto sopra scritto, la storia è estremamente intricata. La trama è infatti fitta di personaggi, collegamenti, sotterfugi, alleanze, rapporti d’interesse e chi più ne ha più ne metta. Bisogna stare attenti ad ogni dettaglio e tentare di memorizzare più o meno tutto, o si rischia la più totale confusione: devo ammettere di aver fatto molta fatica a seguire il filo della narrazione, e nelle puntate centrali per intere sezioni mi sono arreso tentando semplicemente di raccattare qualche informazione senza grande chiarezza sul perché accadesse qualcosa.
A difesa della trama, tuttavia, va detto che alla fine tutto quadra: i mille frammenti sparpagliati per le puntate si riuniscono a comporre un mosaico di notevole complessità, che però a posteriori pare molto chiaro, quasi ovvio. Rimane il fastidio per essersi persi durante parecchie puntate, ma perlomeno alla resa dei conti non si rimane senza spiegazioni.
L’OVA (che non va assolutamente visto prima della serie!!) aiuta ripassando le vicende narrate -seppur con qualche cambiamento qui e là-, e in un paio di casi spiega un paio di retroscena e aiuta, a posterori, a capire meglio cosa sia successo in un paio di punti.

I personaggi sono diversi e, nonostante parecchi passino attraverso diversi ruoli durante la serie, le loro caratteristiche sono abbastanza lineari: questo non vuol dire che siano fatti male o che siano bidimensionali, ma una volta inquadrati si inizia ad intuire quali potranno essere i risvolti delle varie azioni intraprese.
A titolo personale, una delle cose che ho gradito meno di questa serie è tuttavia il lato sentimentale che è parecchio presente (sebbene non ammorbante): Ayato ha la malattia di molti protagonisti di anime, quello di essere al centro delle attenzioni di quasi tutto il cast, mentre in realtà la logica suggerirebbe altro. Anche in questo caso buona parte delle relazioni e delle motivazioni ad esse correlate vengono date con il tempo (quasi tutte attorno alla fine, quando i nodi vengono al pettine), ma questo non toglie che ogni tanto la cosa mi ha dato non poco fastidio. Va comunque detto che generalmente i sentimenti portano al loro aspetto più tragico o doloroso (l’amore significa abbandono o gelosia, l’amicizia significa tradimento o sacrificio), e questo aiuta a creare l’atmosfera cupa di cui parlerò tra un attimo.
Lo sviluppo personale dei alcuni personaggi è abbastanza notevole, sebbene non sempre logicissimo: ogni tanto tre parole in croce fanno cambiare totalmente idea alla persona in questione, ma nel complesso la progressione comportamentale può essere considerata soddisfacente. Qui e là si nota che i personaggi si comportano in un dato modo per motivi di copione, ma è pienamente accettabile al fine di mandare avanti la massiccia storia.

Contrariamente a quanto si possa pensare, i combattimenti tra robottoni sono una parte assolutamente minoritaria: ci sono, è vero, ma occupano generalmente poco tempo e sono importanti soltanto per ciò che significano, e non per il combattimento in sè.
Infatti spesso e volentieri, soprattutto nella seconda metà delle ventisei puntate che componono la serie, tali eventi sono legati a motivi particolari che toccano Ayato o qualcuno a lui vicino – generalmente portando qualche cattiva notizia.
La serie inizia infatti con qualche battuta sparsa qui e là, ma va man mano trasformandosi in una vicenda sempre più cupa fino a diventare, a mio parere, davvero pesante sul cuore. Questo non vuol dire che i personaggi piangono a dirotto o che ci sono precisi eventi traumatizzanti (sebbene un paio ce ne siano, dal punto di vista di chi è coinvolto), ma c’è un generico senso di oppressione e di sconfitta che permea gli accadimenti. Presumo che tale aspetto sia pienamente voluto, e sicuramente il messaggio passa appieno.

Va inoltre segnalato che, anche senza andare a cercare su Wikipedia o simili, si nota che ci sono molte referenze a culture realmente esistite: le culture dell’America precolombiana sono presentissime (l’intera terminologia che sta dietro allo Xephon deriva direttamente da tali antiche lingue) e, andando a controllare, si nota che i riferimenti anche in altri ambiti sono davvero molti e accurati. Questo non è che porti qualcosa di più alla storia in sé, ma vuol dire che alla base -oltre ad una storia studiata a tavolino con estrema attenzione- c’è un lavoro di ricerca non del tutto indifferente, per far sì che i vari termini abbiano significati che tra loro abbiano pertinenza, e questa non può che essere una buona cosa.

Il disegno, per essere del 2002, è a mio parere un tantinello scarsino quando si tratta delle persone: altre cose sono disegnate in maniera più decente (ad esempio, i Dolem) ma secondo me avrebbero potuto sprecarsi un po’ di più.
L’audio è più curato, considerando che “la melodia” è uno dei punti centrali: opening simpatica, ending accettabile, e soprattutto un seppur pezzo di musica classica che ha un ruolo nella storia e che rende felice l’orecchio che lo sente.

Non si può tuttavia chiudere questa recensione senza parlare del fatto che RahXephon trae moltissimi aspetti da Neon Genesis Evangelion: abbiamo l'”eroe per caso”, che deve accettare suo malgrado il ruolo dell’eroe; un forte personaggio femminile che lo accompagna; dei nemici muti, volanti e vagamente inquietanti (sebbene gli Angeli fossero di forme strane e misteriose, mentre in questo caso i Dolem hanno un’aria più vittoriana); il progressivo cedimento verso un nemico sempre più inarrestabile; si potrebbe fare un elenco molto lungo delle similitudini. Non direi che si tratta di plagio, poiché il punto sul quale vertono le storie è differente: l’ispirazione è però chiara.

Voto: 8. Dietro a tutto ciò riesco a vedere del genio, e dell’attenzione: devo ammettere che seguire questa serie è pesante sull’attenzione, e pesante sul cuore. Più di una volta ho fatto fatica a guardare la puntata successiva, per semplice stanchezza mentale: non è un difetto in sé, ma diminuisce la possibilità di gradimento.

Consigliato a: chi non ha paura di logorarsi le sinapsi; chi ha amato Evangelion, e vuol vedere qualcosa di vagamente assomigliante; chi vuol vedere uno dei modi più struggenti per dire addio.