Major S2

…Dopo l’infanzia, ecco Goro alle prese con le scuole medie:

Major S2


Continuano le avventure di Goro, che avevamo lasciato alla fine della serie dopo il torneo delle scuole elementari: quattro anni sono ora passati, e Honda (che ora fa di cognome Shigeharu, ma si fa chiamare in entrambi i modi) ritorna alla scuola da cui si era trasferito anni fa. Il suo scopo diventa battere la più grande squadra che vince i tornei delle medie, Kaidou. Riuscirà tuttavia a riallacciare i rapporti con i compagni da cui è stato separato così a lungo? Che ne è stato del suo amico Sato? Chi potrebbe mettergli i bastoni tra le ruote?

Come nella prima serie, anche in questo caso la storia non è ovviamente il punto focale della questione. Ci ritroviamo con Goro cresciuto di quattro anni, e duole dire che il suo carattere ne ha risentito: per tutta la serie dimostra solo di essere un egocentrico spaccone che fa esattamente ciò che vuole, con incostanza e secondo il momento, anche a discapito di gente a lui vicina (siano essi amici, compagni di gioco o familiari). Più volte gli vien fatta notare la cosa, ed ogni volta lui ripete che il motivo è solo l’amore per il baseball: un comportamento simile è tuttavia classificabile soltanto come egoista, e questo sicuramente non rende più piacevole il personaggio.
Inoltre, Goro continua a cambiare idea sui punti focali della trama: prima vuole entrare nella migliore scuola; poi rifiuta di entrarci; poi fa il test per entrarci; una volta dentro vuole andare via; quando lo cacciano vuole restare; quando glielo permettono se ne va. L’importante è essere convinti delle proprie scelte…
Fortunatamente, dal punto di vista dei personaggi c’è Sato che salva la situazione. Nella seconda metà della serie, quando egli diventa parte integrante del gruppo principale, la sua influenza si vede: nelle partite è quello che fa andare il cervello, è lui quello che riflette, e che viene posto davanti a veri ostacoli che deve superare.

Un altro punto negativo per Goro, e positivo per i suoi compagni di allenamenti, è la facilità e il disprezzo con cui lui passa tutte le apparentemente durissime prove a cui vengono sottoposti. Bisogna strisciare per 3 chilometri? lui lo fa con in spalla uno zaino di sassi e un’altra persona! Bisogna stare in piedi senza muovere le gambe per tre ore? Lui lo fa mentre allena le braccia con un immenso bilancere!
Tutto questo, unitamente alla spacconaggine con cui dice “basta volerlo e lo si fa”, rende miseri gli sforzi della povera gente normale che lo circonda, e che a questo punto risulta sicuramente molto più meritevole di lui.

Dal punto di vista delle partite, la situazione non è più rosea come nella prima serie: in primo luogo ci sono soltanto due incontri veri e propri, ed in secondo luogo dal punto di vista di Goro ogni parvenza di tattica è stata spazzata via. In precedenza faceva soltanto tiri dritti, ma si alternava con ball, tiri interni, alti, bassi… tentava di leggere il battitore e i segni del ricevitore (come è giusto che sia) e si comportava di conseguenza.
Ora invece pianta semplicemente bordate d’antologia, che nessuno riesce a prendere: non esiste più alcun aspetto di logica, Goro lascia rubare tutte le basi che l’avversario vuole “tanto basta che faccio strikeout”, e curiosamente tutti i suoi compagni riescono invece a prendere ogni genere di tiro nemico, per quanto assurdo sia.
Ancora una volta, fortunatamente, arriva Sato a salvare la situazione: in diversi momenti la sua abilità di leggere il gioco risulta interessante e porta elementi aggiuntivi a partite che, fossero per il protagonista, sarebbero un noiosissimo show di tiri nel guantone.

I disegni purtroppo non si sono evoluti molto dalla prima serie, nonostante fosse passato un anno tra le due produzioni: qualcosa di più poteva essere fatto. L’audio durante le puntate non ha grande importanza, l’opening è simpatica, e la prima ending è particolarmente orecchiabile.

Insomma, la seconda serie di Major è per me stata una parziale delusione: il protagonista è passato da bambino entusiasta ad adolescente egoista, e questa è una gravissima pecca per una serie che fa del suo personaggio principale la star assoluta: c’è bisogno dell’entrata in scena del coprotagonista per avere qualche discorso intelligente e qualche momento interessante.
Probabilmente tale dura critica viene dal fatto che non ho mai apprezzato le serie dove il protagonista, invincibile su tutti, ride delle altrui difficoltà e fa esattamente quel che vuole: per chi non è infastidito da tale elemento, probabilmente il tutto risulterà ben più accettabile.

Voto: 6. Quando si spera solo che il protagonista pigli qualche sonora trombata, vuol dire che qualcosa non va. Fortuna che ogni tanto entrano i comprimari a salvare il tutto…

Consigliato a: chi, comunque, ama il baseball; chi, una volta iniziata una serie di stagioni, non riesce a staccarsene; chi si chiede quanto può essere denso un ragazzo.

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Kuroshitsuji

……dopotutto, lui è soltanto un diavolo di maggiordomo!

Kuroshitsuji


Ci troviamo a Londra, alla fine del 1800. Ciel Phantomhive è il giovane capo dell’omonima famiglia, nota per essere l’ombra dietro alla Regina: quando c’è da pescare nel torbido della malavita per conto della casa reale, sono loro a venir interpellati. Il passato di Ciel, tuttavia, rivela inquietanti ombre: la morte dei genitori ed un patto di vendetta fatto con un demone, Conosciuto come Sebastian Michaelis. Egli ha giurato fedeltà a Ciel fino a quando la vendetta contro gli assassini della sua famiglia non saranno giustiziati, in cambio della sua anima.
Ma chi c’è esattamente dietro all’assalto alla famiglia Phantomhive? Questo come si collega con gli altri delitti che stanno avvenendo in giro per Londra? E Sebastian è invincibile come sembra?

La serie inizia dando quasi da subito tutte le informazioni di cui sopra. La trama non si spinge oltre: nella prima metà delle puntate si assiste a vicende assortite senza particolare correlazione tra loro (sebbene alla fine si potrà vedere qualche rimando ad esse), e pare quasi di essersi sbagliati ed aver messo su delle puntate di Detective Conan. Archi narrativi di 2-3 puntate portano infatti ad indagare su omicidi o rapimenti, con Sebastian che viene “usato” soltanto per velocizzare le indagini, e per gironzolare con il suo carisma.
Quando si arriva alla seconda parte, la trama sembra prendere serietà e corposità: purtroppo ciò non è fatto in maniera ottimale, e la storia non decolla mai raggiungendo la fine senza essersi quasi sviluppata. Si passano quasi venti puntate a vedere vicende di cui poco ci frega, e sebbene si capisca che i personaggi qua e là conosciuti torneranno (e si percepisce anche in qual guisa) il tutto non risulta stimolante: poi, di corsa, accadono millemiliardi di avvenimenti, cambiamenti di fronte e via dicendo: il tempismo non è gestito con sufficiente cura.

Avendo parlato di personaggi, si arriva a quello che secondo me è il punto più debole di questa serie. Iniziamo parlando dei due protagonisti: Ciel e Sebastian. Il primo è un bimbetto perennemente vestito come un buffone gotico, che gironzola per la città di Londra sparando sentenze su come lui non abbia bisogno di nessuno (salvo poi usare Sebastian per tutto), su come lui sia un freddo calcolatore che farebbe qualsiasi cosa per arrivare ai suoi obiettivi (e si smentisce mostrando pietà qui e là) e, in generale, filosofeggiando in maniera fintamente dark su qualsiasi cosa. È superfluo dire come Ciel non abbia incontrato il mio favore: questo chiaramente ipoteca gravemente il mio gradimento dell’anime.
Fortunatamente, Sebastian è di un’altra pasta: nei modi e negli sguardi si mostra per il demone che è: leale alla promessa fatta, ma con i suoi progetti in mente, lavora facendo ciò che deve al meglio. Purtroppo, essendo guidato da Ciel, risulta spesso limitato nelle azioni: finché si tratta di lanciare qualche coltello va tutto bene, ma in parecchi momenti sarebbe stato bello vedere Sebastian in azione in maniera più incisiva.

Tolti questi due elementi, il resto dei personaggi è praticamente inesistente. Elisabeth sembra avere il ruolo di fare da contrapposizione emotiva a Ciel, ma non prende mai davvero tale ruolo. Gli altri servitori della casa dovrebbero essere la parte comica della serie, che inizialmente si presenta come una produzione abbastanza allegra, ma non strappano nemmeno un sorriso: inoltre, verso il finale, viene svelata la loro origine. Questo li lascia però nello stesso limbo di inutilità dove si trovavano prima. Stessa cosa si porebbe dire di Pluto, di Madame Red, di Undertaker,… tutti sembrano prendere un ruolo, ma ci si accorge in seguito che Ciel e Sebastian continuano per la loro strada senza minimamente farsi influenzare da questi ultimi: quando pare che qualcosa abbia fatto breccia, generalmente si viene smentiti dopo poco.

La grafica è nella norma, senza particolari pregi: il disegno è elegante ma semplice, e fa il suo dovere. Di buona fattura le musiche, con un paio di canzoni gradevoli e una simpatica ending.

Insomma, bisogna dire che sono rimasto un po’ deluso da Kuroshitsuji. Sembrava avere tutto il necessario per diventare una serie interessante, ed invece annega in un mare di mediocrità dal quale non riesce mai a liberarsi. Da notare, tuttavia, il (per me) sorprendente finale: gli ultimi 5 minuti sono di qualità, e non me li aspettavo.

Voto: 6. Ho visto di molto peggio, è vero: la scarsa qualità del protagonista e la struttura della trama non permettono tuttavia ai personaggi che l’avrebbero meritato di brillare di più.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni vittoriane, con un pizzico di gotico; chi non si infastidisce a vedere il protagonista vestito come un idiota; chi vuol conoscere Tanaka-kun, il servitore più inutile ma più caratteristico di casa Phantomhive.

Shikabane Hime

…Adolescenti zombie che, con molteplici armi da fuoco e non, danno la caccia a mostri infernali.

Shikabane Hime


Nel mondo dei giorni nostri, molta gente muore in modo inaspettato ogni giorno. Qualora una persona con una fissazione o dei forti attaccamenti morisse senza avere il tempo di accettare il suo fato, diventerebbe un cadavere vivente: un mostro che, per soddisfare il suo oramai impossibile sogno, divora vite altrui.
Per evitare che tali esseri minaccino l’esistenza dell’umanità, una società buddista ha provveduto a trovare l’arma perfetta contro di loro: le Shikabane Hime (“principesse cadavere”), che non sono altro che ragazze morte che hanno potuto esser riportate alla vita sotto controllo di un prete che evita che diventino unicamente altri cadaveri come quelli che stanno cacciando: quando la Shikabane Hime riuscirà ad uccidere 108 cadaveri, potrà ascendere in paradiso.
Ouri è un orfano, che vive assieme al giovane sacerdote Keisei: quest’ultimo -Oori scopre con grande sorpresa- ha un contratto con Hoshimura Makina, una Shikabane Hime, per combattere contro le mostruosità che si creano ogni giorno.
In quale modo questa conoscenza cambierà la sua vita? È vero che i cadaveri sono soltanto degli esseri senza mente, e che non possono organizzarsi? L’unico scopo di Makina è quello di uccidere 108 vittime, oppure ha un secondo fine?

Va in primis detto che questa serie è teoricamente divisa in due: Shikabane Hime: Aka e Shikabane Hime: Kuro. Ognuna delle due serie ha 13 puntate, ma le stesse sono strettamente conseguenti e non c’è interruzione di continuità: sono inoltre state proiettate in Giappone a ben poca distanza l’una dall’altra, e quindi tratterò il tutto come una serie unica.

Come si può capire dal breve riassunto sopra effettuato, il potenziale per creare un anime tutto azione, macello, distruzione, mistero e tamarraggine è presente: come mai tale successo annunciato si è trasformato in un mezzo flop?
Iniziamo ad esaminare la trama. La stessa parte abbastanza bene, con vari misteri che vengono presentati e un culto che sin dall’inizio si capisce che non la racconta giusta. Purtroppo, durante il proseguio della serie, ci si accorge di due cose: in primis che il ritmo al quale vengono effettuate delle scoperte è totalmente incostante, dato che ci sono magari 3-4 puntate senza alcuna particolare rivelazione, e poi in dieci minuti si viene bombardati da talmente tante nuove informazioni (piovute generalmente dal nulla) che la sorpresa lascia spazio alla fatica di immagazzinarle tutte, per poi tornare ad un eventuale ulteriore puntata senza nessun cambiamento. Questo continua durante tutta la serie, con forte accentuazione nella seconda metà: qui si continua ad avere novità e contro-novità a spron battuto.
Evito di commentare il finale, secondo me bruttino e inconcludente.

I personaggi, purtroppo, non si comportano molto meglio: il gruppo iniziale pare pronto a spaccare (letteralmente) il mondo, ma i comprimari vengono immediatamente tagliati fuori. Tutte le Shikabane Hime che non siano Makina (ed in un paio di puntate un’altra, ma è una cometa che in seguito sparisce senza lasciar traccia di sé) diventano quasi immediatamente delle comparse utilizzate solo per sottolineare l’ovvio, così come i relativi sacerdoti contrattori.
I protagonisti stesso non brillano particolarmente: Makina è la classica eroina che prende schiaffoni di continuo finché non succede qualcosa che la scuote dal torpore e le fa piantare il colpo finale superplus della morte: i ragionamenti sono ridotti al minimo. Lo sviluppo emotivo suo (e di Oori in corrispondenza) non è malaccio, ma ci mette un pochino troppo ad ingranare sul serio. Oori stesso è abbastanza inutile ai fini della storia: corre qui e là, ma alla fine non risulta mai utile per nulla. Impara abilità a caso senza motivo, e questo di certo non serve a farlo risultare particolarmente coerente con la sua crescita personale.
Ci sono altri personaggi che qui e là hanno parti abbastanza importanti, ma quasi ogni volta sono utili soltanto per 30-40 minuti e poi tornano nel totale anonimato.

I cattivi, che spesso e volentieri danno il vero pepe alla storia, risultano davvero ridicoli: ci sarebbero otto principali opponenti, ma va detto subito che di questi ne si sentono parlare solo 4: gli altri fanno da decorazione scenica, senza praticamente alcun ruolo più lungo di 4-5 minuti. Quelli che risultano più sviluppati, lo sono comunque in maniera poco brillante, rendendo gli scontri abbastanza piatti.

Proprio sugli scontri va detto ancora qualcosa: essi (che a mio parere avrebbero dovuto essere il vero fulcro di una serie così votata all’azione sfrenata) sono decisamente pochi rispetto a quel che ci si potrebbe aspettare, e soprattutto risultano troppo corti e frammentari: quando si ha il combattimento dell’eroina principale contro uno dei suoi più forti antagonisti non si possono far vedere due spezzoni da un minuto e basta, se per giunta non sono nemmeno di super-azione! Questo si ripete durante tutta la serie: o gli scontri sono come quelli prima detti (protagonista le prende finché non succede X, e poi vince senza problemi), oppure durano poco e risultano poco affascinanti.
Ci sarebbe il materiale per creare un AMV epico ed impressionante, ma non molto di più: mi aspettavo di molto meglio.

Il disegno segue lo stile classico Gainax, sebbene non sia d’eccelsissima qualità: l’audio è gradevole, e opening/ending sono ben orecchiabili.

Insomma, che altro dire di Shikabane Hime? Come si è capito, sono rimasto molto deluso da questo lavoro. Le carte teoriche per una serie al pari di Black Lagoon o simili c’erano tutte, eppure è stato prodotto un lavoro che posso solo definire “senz’anima”. Mentre si guardano le scene si sente un progressivo senso di distacco dalla vicenda, che porta la noia a serpeggiare qui e là: essa cresce sempre più, fino a quando si arriva al momento delle grandi rivelazioni totalmente disinteressati e pertanto senza più l’interesse a sapere un seppur malconcio “perché”.

Voto: 6. Buttare nel cesso un simile potenziale è una cosa che mi fa veramente imbestialire. Avrebbero potuto far di tutto, e han creato una robetta da quattro soldi: la prima parte risulta anche abbastanza guardabile, ma seconda cede miseramente al logoramento. Ho meditato a lungo se scendere a 5,5, ma in effetti devo ammettere che qui e là alcuni momenti sono risultati anche carini.

Consigliato a: chi vuol comunque vedere ragazze zombie che sparano a mostri zombie; chi gradisce storie con colpi di scena talmente a catena che il cambio di fronte è continuo; chi vuol conoscere i nuovi confini della necrofilia.

Steamboy

…Otomo alle prese con il passato: un esperimento decisamente curioso!

Steamboy


Ci troviamo nel 1866, in Inghilterra. Il mondo sta venendo conquistato dalla potenza del vapore, che muove macchine impressionanti: la Grande Esibizione di Londra è alle porte, e chissà quali meraviglie mostrerà al mondo.
Ray Steam è un ragazzino che lavora come manutentore di macchine a vapore in una tessitoria di Manchester. È figlio e nipote di due grandi scienziati, Lloyd e Edward Steam: essi sono però lontani, in giro per il mondo ad effettuare esperimenti e scoperte sul mondo delle macchine a vapore, e lui è a casa con la madre. Nel tempo libero si diletta nel costruire un monociclo a vapore (se non c’è una simil-moto assurda in una storia, Otomo non è contento…), fino al giorno in cui riceve un pacco dal nonno: esso contiene un misterioso pezzo, che viene subito reclamato con violenza dalla compagnia per il quale i due scienziati lavorano. Ray fugge come ordinatogli dal nonno, ma potenti mezzi vengono messi sulle sue tracce e riescono a catturarlo: a cosa serve tale componente? Come mai tanto dispendio d’energie per recuperarlo? Cosa si nasconde dietro al duro lavoro del padre e del nonno?

Iniziamo dapprima a valutare la cosa più negativa di questo film da due ore e sei minuti: la trama. Inizialmente la stessa sembra decisamente intrigante, con misteriose organizzazioni e parenti con segreti da nascondere: in breve tempo diventa un minestrone di situazioni senza senso e di personaggi che agiscono a caso. Il protagonista stesso, Ray, si muove senza enfasi o energia in mezzo ad una storia che via via si dimostra sempre più confusa e senza un punto d’arrivo preciso: soprattutto nell’ultima mezz’ora gli avvenimenti perdono qualsiasi senso, e si assiste ad un rovinoso crollo di quanto rimaneva di personaggi in gioco.

Questi ultimi, infatti, non si distanziano molto dai livelli della trama: in principio essi sembrano decisi e ben delineati, per diventare confusi ed indecisi quando dovrebbero invece agire: di alcuni non si capisce del tutto l’utilità (Scarlett immagino dovrebbe servire a far ragionare lo spettatore sull’utilizzo errato che si può fare della scienza – argomento sul quale sembra fallimentarmente vertere l’anime – ma in realtà risulta soltanto fastidiosa ed inutile per l’intera durata della proiezione.
Altri invece sono contradditori con sé stessi: I tre membri della famiglia Steam creano alleanze ed inimicizie tra loro senza apparente motivo, per cambiare le stesse ogni cinque minuti senza apparente motivo.

A questo punto ci si potrà dire: ma c’è un motivo per il quale vale la pena vedere Steamboy? La risposta è sì, e tale motivo risiede nell’impressionante grafica e tecnica utilizzata nella realizzazione del film. È vero, di serie con una buona grafica ce ne son tante, ma qui si arriva a dei livelli davvero impressionanti di dettaglio e coinvolgimento visivo. Per quanto la storia sia una mezza pataccata, non si riescono a togliere gli occhi dalle assurde ed intriganti macchine a vapore che dominano buona parte delle scene, unitamente a paesaggi davvero ben realizzati. Normalmente il comparto grafico per me è solo relativamente importante, ma in questo caso (soprattutto se si può vedere una versione in alta definizione) l’aspetto tecnico diventa predominante e riesce a zittire buona parte dei dubbi che si formano nella testa, soffocandoli con un semplice “oooh che bello”.

L’audio è invece nella norma, senza particolari virtuosismi: fa il suo dovere e nulla più.

Insomma, Steamboy è un film da evitare, per la sua trama, o da vedere, per la sua grafica? È una dura scelta. Io mi son goduto la visione tentando di distaccare la mente dall’intricata e illogica trama che si dipanava dinnanzi a me, ed in questo modo lo show è risultato godibile; chiunque cercasse una storia con un minimo di spessore o dei personaggi degni del ruolo di protaonisti, dovrebbe guardare altrove.

Voto: 6. Ero tentato ad innalzarlo fino al 6,5 per la spaventosa realizzazione visiva, ma gli abissi nella trama si fanno davvero sentire parecchio.

Consigliato a: chi vuol far scintillare gli occhi spegnendo il cervello; chi adora le ambientazioni del passato con elementi steampunk qui e là; chi si vuol chiedere quale era il concetto di sicurezza sul lavoro, nel 1800.

Kite Liberator

…Lo pseudo-sequel di una serie tutto massacri e niente cervello: che ne sarà venuto fuori?

Kite Liberator


Monaka Noguchi è la figlia di un astronauta che da quattro anni lavora sulla ISS: è una 16enne scolara come tutte, che per mantenersi dopo la morte della madre -oltre ai soldi che il padre riesce ad inviarle- lavora come cameriera in uno squallido bar di periferia.
Lei ha tuttavia un segreto. Quando la notte cala, si trasforma nell’angelo della morte: un’assassina che su commissione elimina la feccia della città come maniaci, assassini, stupratori et similia.
Ma riuscirà Monaka per sempre a mantenere la sua doppia identità senza farsi scoprire? E i problemi che si stanno sviluppando sulla stazione spaziale in che modo la coinvolgeranno?

In primis, va detto che questo è il seguito di Kite (come il nome suggerisce), ma l’unica cosa che è direttamente correlata è la pistola usata dalle due protagoniste, e null’altro. L’idea di base rimane la stessa: sparatorie e sangue, personaggi invischiati in un mondo degradato e cinico, palpate varie, una storia che potrebbe anche non esistere.

Partiamo da quest’ultimo punto: la trama. Se nel primo Kite era banale, in questo caso si arriva a livelli di insulsità davvero notevoli. Non rivelerò nulla per non togliere il gusto allo spettatore di scoprire come dei problemi su di una stazione spaziale possano coinvolgere una ragazzina sulla terra, ma ad un certo punto ero incredulo davanti a delle idee così… così… brutte. Fino a quando si rimane sulla terra e si seguono le vicende di Monaka le cose funzionano più o meno bene, si rimane nel classico filone delle persone con doppia vita: il resto è pattume che avrebbero potuto defenestrare senza rimpianti, facendo un gran bene ai cinquanta minuti di proiezione.

I personaggi risultano un po’ meglio della trama: ovviamente non c’è il tempo per alcuno sviluppo, ma si intravede lo stesso stile precedentemente utilizzato dagli stessi autori in Kite e Mezzo Forte: come sopra detto, tutte le personalità coinvolte si muovono ai confini della malavita, in sobborghi degradati e in cui l’unico modo per sopravvivere è lavorare con elementi socialmente inaccettabili. Per il resto si può dire poco: è un peccato che non si sviluppi assolutamente il personaggio di Mukai: sembra essere interessante, ma non si vede praticamente nulla di lei. Il padrone del locale è decisamente strano, ma risulta simpatico.
I personaggi sulla stazione spaziale, ovviamente, avrebbero fatto meglio a morire tutti prima dell’inizio della storia qui narrata.

Un punto sul quale Kite aveva guadagnato la maggior parte dei suoi punti è la violenza: sparatorie, accoltellamenti, sbudellamenti e crudeltà varie erano davvero ben realizzate ed originali. In questo caso lo stile rimane lo stesso, ma purtroppo le scene d’azione sono drasticamente ridotte: ancora una volta, la fetida parte della ISS e ciò ad essa correlato ruba spazio a possibili massacri (offrendone solo uno, simpatico ma comunque meno appassionante dei soliti).
Anche a terra, in ogni caso, c’è violenza ma un po’ meno marcata del precedente OVA: sangue ne scorre un po’ meno, e con un po’ meno fantasia (e mostrato in maniera un po’ meno cruenta). Un peccato, perché da quel punto di vista gli animatori ci sanno fare e i risultati sono molto gradevoli se piace il genere.

Il disegno a me è piaciuto molto: non sempre la qualità è al massimo, ma quando lo è risulta davvero impressionante. La CG è ai limiti del realismo, ed è un peccato che non si integri totalmente con il resto dei disegni circostanti e venga utilizzata non molto spesso.
L’audio è praticamente assente anche in questo caso.

Insomma, cosa si può pensare di Kite Liberator? Si può pensare che, tentando di darsi un’aria un po’ più complessa del suo predecessore, abbia annacquato la cosa che lo caratterizzava e lo rendeva simpatico da guardare: l’estrema violenza semi-gratuita. Con una storia oltre i limiti dell’imbarazzante e meno sparatorie, chiaramente il risultato è inferiore: non è una tragedia da guardare (alcuni pezzi son davvero simpatici, e poi non dura nemmeno un’ora) ma sarebbe stato meglio se avessero continuato a fare ciò che sanno fare al meglio.

Voto: 6. Balla a filo con il 5,5, ma un paio di scene strappano una macabra risata e quindi gli concedo la sufficienza.

Consigliato a: chi non si offende se una storia comprende assassini, mutanti, curry, ossa, doppie identità, astronauti e baristi ciccioni pezzati con la suoneria miagolante del cellulare; chi vuole un po’ di sana violenza splatter, anche se meno di quanto si vorrebbe; chi si chiede quanto possono far male un curry mal cucinato o una birra speziata.

Comic Party

Un giovane studente trascinato nel mondo dei doujin:

Comic Party

Kazuki è un normale studente di Tokyo, che negli anni ha dimostrato bravura nel disegnare. Il suo iperattivo amico Taishi decide quindi di reclutarlo a forza per il suo progetto: creare un doujin (manga amatoriale), e con esso conquistare il mondo! Chiaramente bisognerà tuttavia iniziare dalle manifestazioni locali, per farsi un nome ed imparare l’arte. Le tredici puntate seguono pertanto le storie del duo di amici e del loro entourage di appassionati… nonché la disperazione di Mizuki, la loro amica che proprio non sopporta l’ambiente otaku!

Il punto principale, ovviamente, è l’aspetto della creazione di un doujin. Fin quasi alla fine, esso è abbastanza ben realizzato: si vengono a sapere tanti piccoli aspetti del funzionamento di una manifestazione come il Comiket, il processo creativo è abbastanza ben creato, e quando vengono spiegati i modi di vendere ed attrarre i clienti pare di essere ad una lezione di marketing. Non si scende mai troppo nel dettaglio o troppo nel tecnico, in fin dei conti non è un anime per esperti del campo, ma un po’ di roba utile si riesce a trovare.
Purtroppo, nel finale tale aspetto viene un tantinello a cadere: creare un doujin da zero in sette giorni, crearne le copie con la più marcia delle fotocopiatrici, aggraffarlo tutto all’ultima notte e poi presentarsi con il presunto capolavoro ad una manifestazione pare quasi insultante per chi un simile lavoro lo fa davvero. In altri anime come Genshiken si può rilevare molto meglio la passione, la fatica e la costanza che ci vogliono per una simile attività: qui nel finale viene tutto un po’ sminuito, un po’ come se creare un doujin fosse un lavoro che chiunque può fare.

La pseudo-romance che si “sviluppa” tra Kazuki e Mizuki è quantomeno insopportabile: segue le peggiori abitudini dei più scarsi anime, facendo venire il nervoso e basta.
Infatti, il punto più debole di Comic Party sono proprio i suoi personaggi: ci si ritrova con un protagonista dalla spina dorsale fatta di pastafrolla, il suo amico che fa solo venir voglia di investirlo con un’auto ogni volta che parla, l’amica d’infanzia che ama segretamente il protagonista ma non sa come dirglielo,… tutto questo porta solo ad un appiattimento di qualsiasi problematica, ed infatti le puntate in cui l’attenzione si sposta dai doujin allo “sviluppo personale” sono bruttine e noiosette.

I disegni sono abbastanza squallidi: nel 2001 si poteva fare di molto meglio. Anche le musiche non restano per nulla impresse, con opening ed ending mediocri.

Insomma, un fallimento? Beh, non del tutto. Le parti più “tecniche” e quelle legate alle manifestazioni in sé sono fatte in maniera simpatica e fanno vedere un seppur minuscolo scampolo del mondo del disegno amatoriale in Giappone; è un vero peccato che non ci siano dei personaggi consistenti a reggere la situazione, e molto potenziale rimane inespresso.

Voto: 6. Concedo la sufficienza solo perché si va a toccare il mondo otaku che tanto mi sta simpatico… anche se non sempre gli si fa onore.

Consigliato a: chi vorrebbe tanto andare al Comiket, ma non si può permettere un viaggio in Giappone; chi vuol sapere le varie fasi della creazione di un doujin; chi vuol farsi tirare i nervi da un personaggio con il dialetto di Osaka più forte che si sia mai sentito.

Master of Mosquiton

Un vampiro schiavo di una semplice umana?

Master of Mosquiton

Inaho è una ragazza 17enne che, attorno agli anni ’20, insegue il mito dell’immortalità. A seguito di varie ricerche è riuscita a riportare in vita al suo servizio Mosquiton, un antico vampiro, e i suoi due spiriti seguaci: sono pertanto a caccia della leggendaria “O-part”, che pare possa portare alla vita eterna!

La storia è semplice, lineare, detta in tre parole. In questo anime di sei puntate risalente ad oramai tredici anni fa la storia non è certo la parte principale: dopo i primi promettenti avvenimenti, il tutto viene rapidamente deviato in un triangolo amoroso abbastanza curioso, per tornare alla trama originaria in maniera affrettata soltanto nel finale (in maniera ben poco sostenibile, dato che i vampiri paiono poter avere il fiatone nell’atmosfera lunare e simili…)

Essendo mancante di trama, Master of Mosquiton necessita di personaggi forti che riescano a tenere lo schermo: in questo campo se la cava meglio, proponendo inizialmente dei caratteri non esattamente banalissimi. Inaho è DAVVERO egoista, e i due spiriti seguaci DAVVERO se ne fregano di qualsiasi cosa che non sia servire Mosquiton: peccato che anche in questo campo dopo un po’ si cada, soprattutto con Inaho, nelle banalità. La caratterizzazione rimane comunque abbastanza ben fatta, ed in effetti le varie peculiarità tengono viva l’azione sullo schermo.

Il problema principale di questa serie è che sembra quasi uno sneak peek di qualcosa di più grande, risultando in definitiva totalmente incompleto e parziale: la trama viene solo accennata ad inizio e alla fine, la storia sentimentale fa dei balzi inumani senza spiegazione alcuna, i personaggi non hanno alcun tempo di svilupparsi o di far capire le loro motivazioni: è tutto di corsa e “buttato là”. Trovo ciò un vero peccato, perché la presentazione iniziale e le idee date in partenza sono buone e passibili di ottimo sviluppo, ma tutto ciò viene inesorabilmente sprecato.
Positiva invece l’idea di inserire personaggi realmente esistiti (o provenienti da reali leggende) nella storia: Mosquiton stesso, Camilla e il conte di St. Germain ci stanno bene, e danno un minimo tocco di credibilità in più alla serie.

La grafica è gradevole se si conta il tempo passato dalla sua realizzazione: al giorno d’oggi lo stile è palesemente datato, ma non è comunque un pugno in un occhio. Musicalmente le scelte sono state molto azzeccate, fornendo una colonna sonora in tema con il tempo in cui l’anim è ambientato.

Insomma, che dire di Master of Mosquiton? Direi che è una delle mille occasioni sprecate, dove un manga con un’idea originale viene utilizzato per buttar là una serie raffazzonata che poco ha da offrire allo spettatore. Ci sono momenti piacevoli, qualche risata e un paio di buoni spunti, ma nulla più.

Voto: 6. Mi spiace; sarei stato curioso di vedere un’evoluzione più curata di questo anime.

Consigliato a: chi ama i vampiri; chi non si infastidisce con delle protagoniste egoiste e nevrotiche; chi si chiede quanto può essere vogliosa un’affascinante vampira che da 300 anni non batte chiodo.

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou

Da un videogioco, l’originalissima idea di studenti che combattono per proteggere Tokyo dai demoni!

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou

Nella Tokyo dei giorni nostri, dei demoni stanno prendendo sempre più piede. Uccidono persone e ne prendono il possesso dei corpi, creando pericolo per la popolazione: un gruppo di studenti liceali, in virtù dei poteri dei quali sono venuti in possesso in vari modi (chi per destino, chi un po’ per caso) sono per le strade a tentare di rigettare tale invasione. Ma da cosa è scatenata tale invasione demoniaca? Quale fine c’è dietro ad essa? Possibile che ognuno abbia dei segreti da nascondere?

Vedendo la trama oltre i limiti della banalità, e scoprendo che questo anime è tratto da un videogioco, temevo il peggio. Si può invece dire che sia stato fatto un lavoro almeno decente: dati i cattivi auspici iniziali, si può essere ben contenti del risultato.
Ciò non vuol dire che questo anime sia un capolavoro: ha diversi difetti. Il primo e più importante è soprattutto nella trama: dopo qualche puntata essa risulta meno immediata e banale di quanto sopra scritto, e ci sono anche dei risvolti interessanti (soprattutto quando ci si avvia verso la conclusione), ma il tutto è narrato in maniera troppo affrettata, secondo me. Si salta da una situazione di emergenza all’altra senza riuscire a metabolizzare i cambiamenti che ci sono stati, e questo scollega le varie parti dell’anime.
Inolre, la battaglia finale è decisamente scarsa mentre dovrebbe essere il clou della serie, che per essere d’azione contiene sorprendentemente pochi combattimenti, e l’ultima puntata che è totalmente inutile e serve solo a dire “ci sarà una seconda serie” facendo buttare 20 minuti di vita allo spettatore.

I personaggi non sono nulla di che: abbiamo il solito assortimento di delinquente ravveduto + ragazzo tranquillo dal misterioso passato + ragazzo forzuto ma impacciato + ragazza debole che vuol proteggere tutti ecc ecc ecc. Questo non è forzatamente un punto negativo, in fin dei conti i personaggi devono avere qualche caratteristica che li distingua, ma in questo caso tutti rimangono intrappolati nel loro ruolo senza mostrare segni di sviluppo o ragionamento.
L’unico personaggio che -per motivi di trama- ha una crescita personale è Aoi: il suo continuo concetto di voler proteggere tutti ammorba un paio di puntate in maniera notevole, ma c’è un perché che viene spiegato dopo. Peccato che la cosa non renda più sopportabile la ripetitiva nenia del classico personaggio impotente dinnanzi agli eventi che fa cose assolutamente stupide “perché voleva proteggere gli altri”.
I coprotagonisti non brillano per originalità ma fanno il loro lavoro, anche se spesso e volentieri vengono inseriti nella storia senza spiegazioni o logica. Probabilmente chi ha giocato al videogioco sa chi sono e non ha bisogno di altre informazioni, ma per chi guarda solo l’anime può essere spiazzante.

Il disegno è abbastanza scarsino, anche se l’animazione è abbaststanza fluida: ci sono alcune scene moderatamente violente, soprattutto all’inizio, che aiutano ad alzare un po’ il livello grafico. Le musiche mi son piaciute, sono belle energiche.

Insomma, Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou è un fallimento o si salva? Secondo me, una via di mezzo. Non si può dire che sia un lavoro brillante, perché ha molti difetti e scorre lento per essere teoricamente d’azione: non posso però dire che sia tutto da buttare, perché alcune cose carine ci sono.

Voto: 6. Se avete altra roba in coda date ad essa la precedenza, ma questo non è così terribile.

Consigliato a: chi non si stufa mai dei soliti cliché; chi non si fa spaventare da una trama che prosegue a singhiozzo; chi vuole conoscere la dottoressa più brutta del mondo.

Hunter X Hunter OVA Serie 2

…ed ecco la seconda infornata di OVA al seguito della serie principale.

Hunter X Hunter: OVA Serie 2

Ancora una volta, la storia ricomincia dove la precedente finisce. Kurapica ha momentaneamente regolato i conti con i Ragni, e parte per lavoro: Leorio, invece, ha degli esami per diventare medico. Ci ritroviamo pertanto nuovamente con Gon e Killua, che stavolta si rimettono al lavoro per cercare il padre di Gon.
Già dalla prima serie si sapeva che avrebbero dovuto giocare al videogioco Greed Island per avere ulteriori informazioni, ma ora la possibilità si presenta e i due protagonisti possono immergersi in tale gioco, che ha come posta in gioco la vita! Riusciranno a scoprire ulteriori indizi sulla locazione del padre di Gon? Come funzion questo gioco, e come mai così tanta gente ci è dentro da anni?

In queste otto puntate succede ben poco. Il passo torna a rallentare in maniera notevole, tanto che Gon e Killua entrano effettivamente nel gioco a puntata 5 su 8, con le precedenti quattro composte da inutili preparativi (oltre, ovviamente, all’acquisizione in poche ore di nuove tecniche per distruggere muri e lanciare fulmini), e ben poco tempo viene lasciato alla trama in sé.
Una volta entrati in Greed Island, ci si ritrova con un ibrido tra un MMORPG e un gioco di carte collezionabili: magari nel 2001 queste due idee erano relativamente originali (perlomeno l’idea di mischiarle insieme, dato che Yu-Gi-Oh! è del 1998), ma al giorno d’oggi la cosa è abbastanza scontata. Bisogna dire, a onor del vero, che le regole del gioco non sono così ovvie e in questo è stato fatto un buon lavoro.

I personaggi, in sole otto puntate, han ben poco da svilupparsi. Killua e Gon sono sempre i soliti due (sebbene Gon sia sempre meno fastidioso, e in questa serie anche se ha il ruolo da protagonista non ammorba l’aria con le sue pensate da sognatore): l’unico personaggio di una certa importanza che si inserisce nella storia compare alla penultima puntata, e quindi non ha alcun tempo di far capire le sue qualità o difetti, se non quelli più evidenti.

Il disegno è ulteriormente migliorato, diventando piacevole: le musiche sono sulla linea della prima serie di OVA, carine ma nulla di che.

Insomma, la seconda serie di OVA di Hunter X Hunter non è terribile, ma ha un fondamentale difetto: è totalmente inutile. Non racconta nulla ma è solo un ponte tra la prima e la terza serie di OVA, però dopo tali puntate si dovette attendere un anno per saperne il seguito: che sia come stand-alone o come sequel della prima serie di OVA, queste otto puntate non vanno assolutamente da nessuna parte.

Voto: 6. Sufficienza raggiunta solo perché ci sono un paio di idee carine e perché Gon è migliorato nel suo atteggiamento.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie di OVA, e ha intenzione di vedere la terza; chi non si offende con dei ritmi lenti e senza combattimenti dove, secondo logica, dovrebbero essercene millemila; chi vuol conoscere il metodo superlamer segreto per sconfiggere i ciclopi – Ulisse docet.

Chaos; HEad

Questi occhi sono gli occhi di chi?

Chaos; HEad

Takumi è un ragazzo estremamente asociale, ai limiti dell’hikikomori: va a scuola solo i giorni minimi per non farsi bocciare, non parla con nessuno e la sua vita orbita attorno alla collezione di materiale da otaku e MMORPG.
Dopo aver ricevuto degli strani e preoccupanti messaggi tramite chat, un giorno incappa in una scena raccapricciante: una ragazza pare aver crocifisso ad un muro un uomo, commettendo un altro orribile crimine di una serie di mostruosità che stanno scuotendo l’intera Shibuya. La cosa peggiore è che il mattino dopo, arrivando a scuola, incontra la ragazza come sua compagna di classe… ed ella -assieme a tutti i compagni- insiste nel dire che è sua amica da anni! Cosa sta succedendo? Perché la realtà sembra essere sempre più confusa? A cosa sono dovuti gli omicidi? Chi si nasconde dietro ai misteriosi poteri che alcune persone stanno mostrando?

La storia inizia in maniera abbastanza intrigante, ma nelle prime battute è il personaggio principale a non funzionare: Takumi è difatti un antipatico di prima categoria, e questo di certo non giova allo sviluppo di una storia dove si dovrebbe provar preoccupazione per il protagonista. Con il passare delle puntate, l’introdursi di nuovi personaggi (ovviamente sono tutte bellissime ragazze – in fin dei conti l’anime è tratto da una visual novel) e con lo svilupparsi della situazione, il personaggio guadagna diversi punti-empatia a causa delle situazioni davvero inquietanti in cui si ritrova; purtroppo, di pari passo la trama inizia a sfaldarsi e a cadere a pezzi.
In una serie di 12 puntate vengono difatti buttati talmente tanti concetti che risulta un incomprensibile minestrone di avvenimenti: si inizia con una curiosa ma affascinate teoria simil-matrix, ma poi si passa dal paranormale alla fantascienza, saltando nell’intrigo politico fino all distruzione del mondo… e tutto senza un minimo filo logico. Le cose continuano ad accadere indipendentemente da cosa fanno i personaggi, e tantissimi dettagli apparentemente importanti vengono persi per strada, o semplicemente ignorati da tutti dopo un po’.
Sorvolerò ovviamente qualsiasi commento su delle spade immaginarie talmente giganti e contorte da essere inutilizzabili, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa.

A difesa della serie, bisogna dire che sebbene il 75% della storia e dei presunti colpi di scena risultino assolutamente incoerenti, rimane un 25% che ogni tanto regala qualche sorpresa, e un paio di discorsi che sono salvabili. Infatti, nonostante il continuo flusso di informazioni casuali, c’è qualcosa che fa domandare “ma ora cosa succederà?”, e che spinge a vedere la puntata successiva: questo ha retto fino a due puntate dal micragnoso finale (banalità galoppante), ma in fin dei conti non posso dire di essermi annoiato troppo.

La grafica è abbastanza altalenante: ci sono alcuni disegni ben fatti, mentre altri abbastanza scarsi. Ovviamente le ragazze sono sempre ritratte con dovizia di particolari (anche se il fanservice è fortunatamente ridotto al minimo). Il sonoro durante le puntate non è nulla di che, mentre opening ed ending sono abbastanza simpatiche.

Insomma, Chaos; HEad è sicuramente un anime strano: tenta di essere troppe cose che non è, e prova a fare il profondo fallendo miseramente. Devo però dire che qualcosina di salvabile in mezzo c’era, e la sua brevità lo rende quasi digeribile.

Voto: 6. Ero quasi intenzionato a dargli qualcosina in meno, ma in fin dei conti non posso dire di aver sofferto più di quel tanto… una volta accettato che non avrei trovato alcun barlume di logica nella trama.

Consigliato a: chi si accontenta di belle donne con grosse spade; chi non cerca una trama logica, ma solo tanti momenti di tensione senza un vero perché; chi vuol vedere Shibuya in rovina.