Ergo Proxy

Quando il futuro non è roseo, e il dark si fa strada.

Ergo Proxy

Real Mayer è la nipote del reggente di Romdeau Dome, una città ipertecnologica totalmente isolata dal resto del mondo oramai contaminato, ostile e quasi inabitabile. La vita è regolata da robot e Autorave, che si sono via via fatti più umani nelle fattezze e negli atteggiamenti.
Da qualche tempo un nuovo virus Cogito, si impadronisce delle menti di questi “robot-assistenti”, rendendoli capaci di pensiero indipendente e quindi pericolosi: vengono pertanto eliminati da una squadra apposita.
A seguito di una segnalazione in tal senso Real incontra un mostro che di robotico non ha nulla, e di cui nessuno sembra sapere nulla: fare domande non è permesso, e il segreto deve rimanere totale. Dopo un attacco nel suo bagno in cui Real viene attaccata da un mostro e difesa da un altro essere misterioso, la sua storia si intreccia fittamente con Vincent, un immigrato che di lavoro va a caccia di autorave infetti.
Scoperta dopo scoperta, la storia si complica e si fa sempre più sinistra…

Questo anime è stato chiaramente pensato per un pubblico occidentale: i ripetuti riferimenti alla cultura europea, il fatto che la Geneon USA ci abbia messo mano, lo stile stesso del disegno e mille piccoli dettagli fanno notare che è molto occidentalizzato come anime. Questo non infastidisce, ma all’occhio abituato ai classici disegni giapponesi colpisce parecchio.
L’ambientazione è oscura e triste: lo stile cyberpunk è pienamente presente in Ergo Proxy, e si fa notare in tutta la sua oppressività.

La storia stessa è molto intricata ma non totalmente incomprensibile: nonostante un paio di dettagli non spettacolari e qualche inspiegato rallentamento (come le due puntate di sogni, fondamentalmente inutili, verso la fine) scorre bene e rimane interessante.  L’ambiente stesso, come detto, supporta molto bene la trama stessa, fondendosi in maniera ottimale.

I personaggi, purtroppo, non spiccano altrettanto. I due personaggi principali non brillano per originalità (l’eroina decisa e testarda, lo sfigato inabile e timido), e ogni tanto si comportano in maniera non troppo logica (soprattutto Real, che si fida quando non dovrebbe e non si fida quando dovrebbe…). Menzione a parte per Pino, una bambina autorave infetta che fa compagnia ai due protagonisti: è un personaggio meraviglioso, di una semplicità disarmante ma che risulta più genuina e apprezzabile dei suoi alleati umani.

Anche i momenti in cui Ergo Proxy tenta di fare un po’ di filosofia spicciola sono abbastanza noiosi: i ragionamenti sono giusti e logici, ma non sono il tipo di ragionamento che lascia qualcosa. Sembrano inutili filosofeggiamenti fini a sé stessi: peccato.

I disegni, come detto prima, sono particolari ed inusuali: questo non vuol assolutamente dire che non siano belli. Dopo il disorientamento iniziale li ho trovati molto belli, e si nota una cura del dettaglio molto minuziosa.
Per quanto concerne le musiche… beh, si consideri che il main theme è stato realizzato dai Radiohead; non hanno sicuramente badato a spese. La canzone iniziale è difatti estremamente piacevole, a l’audio durante le puntate -anche se lunghi periodi di silenzio permeano molte situazioni- sono di buona fattura.

Il finale lascia la porta spalancata per un seguito, e io lo spero vivamente: le premesse che sono state create in questa serie potrebbero portare ad un ottimo seguito, molto interessante.

Voto: 8. Non eccelso, ma piacevole prodotto. Tecnica ineccepibile, peccato per lo scarso impegno nei protagonisti e nelle parti più “ragionate”.

Consigliato a: chi vuole un anime dall’ambiente depressivo; chi vuole un anime che non si immerga nei soliti riferimenti filonipponici a noi incomprensibili; chi vuol vedere un robot con un virus che suona il pianoforte, ridendo e cantando.

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Minami-Ke

Tre sorelle. Una casa. Mille casini.

Minami-Ke

In questo caso ci troviamo divanti allo slice of life più classico. Seguiamo infatti le vicende delle tre sorelle Minami attraverso più o meno un anno di vita. Se il genere vi sa di “già visto”, non è un caso: Minami-Ke è stato realizzato dagli stessi di Ichigo Mashimaro, e si nota dal primo secondo.

Nello specifico ritroviamo Chiaki, la sorella che va in 5° elementare, un vero genio del male sotto mentite spoglie; Kana, la sorella che va alle scuole medie, un cervello non propriamente funzionante ma la vitalità di uno scoiattolo in preda al crack; Haruka, la sorella maggiore, che da buona liceale è calma e posata… anche se forse nasconde qualche segreto nel cassetto.

Queste tre ragazze dai caratteri così diversi riescono a creare una quantità incredibile di situazioni divertenti e insolite, coadiuvate da un bel po’ di personaggi esterni che fanno la loro buona figura quando entrano in gioco.
Purtroppo la prima parte dello show è un po’ lenta (i personaggi “spalla” devono ancora entrare) e quindi a tratti risultano noiosi. Fortunatamente verso la 5°-6° puntata la situazione si risolleva e, con l’interazione con alcuni personaggi davvero geniali, le possibilità di divertimento sono aumentate in maniera esponenziale.

Dal punto di vista artistico, il comparto audio è praticamente identico a quello di Ichigo Mashimaro: stesse musichette, stessi strumenti. Se vi è piaciuto il primo piacerà anche il secondo: un po’ di originalità in più per dividere le serie, tuttavia, non avrebbe guastato.
Per quanto concerne la grafica, i disegni sono molto normali e nulla svetta al disopra della media… a parte gli sguardi in primissimo piano quando le cose si fanno serie. All’inizio erano quasi fastidiosi, ma dopo un po’ si capisce tutto il loro apporto comico alle situazioni più disparate.

In conclusione, Minami-Ke è il classicissimo anime senza trama: non ha la tenerezza di Ichigo Mashimaro, non ha la nerdaggine di Lucky*Star, non ha il sentimentalismo di Ouran Host Club… ma se volete un po’ di relax, dateci un’occhiata.

Voto: 7.5. Meno per la prima parte, più per la seconda: peccato però che gli sviluppatori abbiano riciclato così tanto da Ichigo Mashimaro… si nota.

Consigliato a: chi ama il genere; chi vuole seguire le televisive vicende di Ninomiya-kun e del suo sensei; chi vuol rimanere traumatizzato perché dicono la frase “ringraziamo i nostri sponsor” in maniera diversa.

Gantz

Sangue a litri? Sventramenti a ripetizione? Ok!

Gantz

Questo anime parte in maniera molto strana. Le due persone che sembrano protagonisti vengono falciate da una metropolitana nel tentativo di salvare un barbone che è caduto sui binari, e i loro pezzi vengono sparsi per tutta la stazione… ed improvvisamente, si ritrovano in un appartamento assieme ad un altro gruppo di persone, nuovamente tutti interi.

Vien loro spiegato, tra incredulità e perplessità, che dovranno andare a caccia di alieni, e verranno riforniti di abiti ed armi per questo: nonostante nessuno creda davvero a ciò che vien loro detto, questo è quanto accade subito dopo. Solo coloro che sopravvivono potranno tornare a casa, in attesa di una nuova chiamata di Gantz…

Iniziamo a vedere cosa c’è che non va in questa serie, perché la lista è davvero lunga. L’idea di base è abbastanza originale e il mistero è fitto e inesplicabile, paragonabile a quello che si riscontra nel film Il Cubo. Purtroppo in questo caso non solo non si riceve nemmeno mezza spiegazione sulla situazione, ma alla fine delle due serie che compongono Gantz non si scopre NULLA. Zero assoluto. L’unica cosa che mi ha spinto a finire questa serie era “vediamo cosa diavolo c’era dietro”… la risposta, semplicemente, non viene né data né accennata.
Gantz fa inoltre un altro madornale errore: crea dei protagonisti odiosi. Penso che l’idea dei realizzatori fosse quella di creare un antieroe con il personaggio di Kei, ma hanno solo creato un odioso e spocchioso ragazzetto che si vorrebbe vedere maciullato il prima possibile. Anche gli altri personaggi non hanno la minima profondità: l’altra Kei è semplicemente inutile, e Kato -per quanto sia forse quello che si salva un minimo- ha una logica da bambino di tre anni. Lo sviluppo dei personaggi è spesso inesistente, e nei pochi casi in cui c’è è semplicemente illogico e casuale.

Inoltre, presumibilmente nel tentativo di rendere un po’ più appetibile la serie, quei geniacci della Gonzo hanno inserito inutili scene di nudo e di sesso qua e là: pessima idea. Questo rende ancor più patetico il tutto.

Dal punto di vista tecnico, a parte la buona canzone d’apertura, non c’è molto da segnalare: i disegni dei personaggi sono nella norma, mentre gli alieni sono realizzati, imho, maluccio. Le scene di gore (che sono davvero tante) sono state realizzate con risultati alterni: alcune sono buone, altre sono poco credibili e risultano un po’ pacchiane.

I combattimenti, inoltre, sono totalmente stupidi: Gantz rifornisce i nostri protagonisti con delle supertute potenziatrici, ed armi che fanno saltare in aria tutto quanto. Si ritrovano di fronte degli alieni mostruosi con artigli lunghi mezzo metro che squartano la gente… e i personaggi si comportano come dei bambini ritardati, guardandosi, piangendo, caragnando e facendo teorie assurde e demenziali su questo o quell’argomento. Una pena da vedere.

Dal lato sentimentale (sì, ci han ficcato in mezzo anche un aborto di storia d’amore… non si son fatti mancare nulla) si rimane sullo stesso standard del resto: i personaggi sembrano usciti da una lobotomia, i discorsi sono quanto di più imbarazzantemente mentecatto si possa partorire all’interno di un anime e il risultato è prevedibilmente che le storie fanno caCCare.

C’è qualcosa da salvare qui in mezzo? Cercando bene (ma proprio bene, eh) qualcosina si trova. Alcune scene di combattimento sono simpatiche, e ci sono un paio di momenti di tensione quasi ben fatti. Inoltre la puntata 21 è simpatica: è l’unica in cui almeno per una decina di minuti i protagonisti fanno quello che ci si aspetta da loro, e i combattimenti non sembrano realizzati da dei ritardati sbavanti.

Il resto, però, è da dimenticare. Come abbiano fatto coloro che hanno creato Chrno Crusade e Hellsing a partorire questa cosa, è al di là della mia comprensione… ma d’altra parte, sono loro ad aver dato la luce a Last Exile, e forse qualcosa si spiega.

Voto: 3.5. Da salvare unicamente metà della puntata 21: il resto è spazzatura.

Consigliato a: chi vuole vedere TANTO sangue; chi ha otto ore da buttare nel cesso; chi ha i gusti totalmente opposti ai miei.

Mezzo Danger Service Agency

Volete vivere abbastanza da arrivare a mangiare la vostra cena? Non confrontatevi con

Mezzo Danger Service Agency

La storia, è semplice. In un vicino futuro Mikura, Harada e Kurokawa sono tre amici/colleghi che gestiscono la DSA, la Danger Service Agency, che ha sede in un vecchio bus inglese posteggiato in cima ad un palazzo. La loro specializzazione è quella nei lavori pericolosi di ogni genere. Questo riassume tutte le informazioni necessarie per capire di cosa si parlerà… missioni pericolose, pallottole vaganti, calcioni rotanti e vetture che si schiantano qua e là.

Messa così, questa serie composta da un film e 13 seguenti puntate (gira voce che il film sia hentai… balle, ci sono unicamente due scene di nudo e stop) sembra decisamente banale, ma in questo caso ho trovato quel qualcosa in più.
Questo “qualcosa in più” è composto dai personaggi: nonostante ci sia poco tempo per sviluppare i personaggi (ed in effetti si scopre un po’ del loro passato, ma null’altro), la caratterizzazione è davvero molto ben fatta. Non ci si poteva aspettare di meno da coloro che hanno fatto Elfen Lied e Genshiken…

I tre personaggi principali sono geniali, e sin da subito si rimane affascinati dai loro forti caratteri (soprattutto di Mikura, che ritiene che far saltare in aria una cosa sia il modo migliore per gestirla, e di Kurokawa, che ha mille piccole fissazioni e abitudini che lo caratterizzano). Gli altri personaggi che orbitano attorno alla DSA sono forse meno inquadrati, ma non per questo meno interessanti: è difatti da notare il bellissimo rapporto di affari/amicizia/odio/rivalità con il barbiere capo-gang del piano di sotto, che secondo me è un personaggio meraviglioso che farebbe un figurone in qualsiasi serie.

La trama purtroppo non è però all’altezza dei personaggi: la quasi totalità delle puntate tratta casi singoli che si aprono e si chiudono in venti minuti, e solo le ultime due o tre puntate sono realmente connesse da loro da un filo di narrazione. Considerando il grande sforzo effettuato nel realizzare l’ambientazione e i protagonisti, trovo questo un grosso spreco.

Inoltre, dal punto di vista tecnico questa serie, essendo stata realizzata nel 2004, risulta un pochino carente. I disegni sono ok e le animazioni dei combattimenti sono estremamente fluide e adrenaliniche, ma al di fuori di esse forse avrebbero potuto sforzarsi un minimo di più. Anche la musica, a parte l’energizzante sigla iniziale, passa un po’ inosservata: peccato.

Insomma, Mezzo Danger Service Agency è una piccola gemma che forse non moltissimi conoscono, ma che secondo me vale davvero la pena di esser vista anche solo per conoscere i personaggi che la popolano. Il finale lascia le porte spalancate per un sequel, nel quale spero MOLTO vivamente: date a Mikura una buona trama, e ci si farà strada a calci affascinando tutti noi che seguiremo le sue avventure.

Un ultimo punto, per coloro che capiscono un minimominimo di giapponese: date un orecchio alle parole di Kurokawa, perché sono da morire. Praticamente ogni sua frase è un gioco di parole, un’assonanza, una rima, un proverbio. Purtroppo non può esser reso né in traduzione né in sottotitolo, quindi affinate l’udito alla nipponica lingua!

Voto: 8. Davvero godibile e spensierato. Avrebbe dovuto esser affinato un po’ di più, ma vabbé.

Consigliato a: chi cerca un po’ di sana azione; chi ama vedere belle donne fare salti mortali e prendere a calci i cattivi; chi prova solidarietà per gli uomini di mezza età con stempiature incipienti.

Higurashi No Naku Koro Ni Kai

…e dopo la serie dei misteri, ecco quella delle risposte.

Higurashi No Naku Koro Ni Kai

Questa è la seconda serie che viene dopo quella delle bambine splatter, e cioé Higurashi No Naku Koro Ni. La prima serie lascia molti punti di domanda, molti misteri volutamente insoluti, e la conclusione lascia la porta spalancata ad un ulteriore sviluppo. Ebbene, allo studio DEEN ci hanno pensato ed hanno prodotto questa nuova serie, che da una risposta ai milioni di domande che sono comparsi vedendo la prima serie.

Ci si ritrova di nuovo ad Hinamizawa, e il gruppo di amici è di nuovo lo stesso: il rischio di ulteriori massacri non è per nulla scongiurato. Tuttavia, ricollegandosi all’ultima puntata della prima serie, qualcosa sembra cambiare in questo ciclo infinito… il destino sembra che possa essere sconfitto. Hinamizawa forse non è condannata a venir distrutta in ripetizione per tutta l’eternità.

Sulla trama non si può svelare proprio nulla perché rovinerebbe totalmente la visione di questo sequel che così poco ha in comune con la sua prima parte: se difatti nella prima serie vediamo la psicosi, il massacro e la disperazione, in questa seconda parte ci confrontiamo con la voglia di sopravvivere, la speranza, l’amicizia.
Questo non porta ad un ambiente puccioso simpaticoso allegroso (anche se qua e là c’è qualche battuta, che in mezzo a tutta la serietà spicca ancor di più), ma il mood è moderatamente diverso. Anche la struttura stessa degli episodi (sono solo tre, contro i sei della serie iniziale) fa capire che in questo caso ci sono meno storie e meno diverse Hinamizawa, ma ben più approfondite.

Dal punto di vista artistico, ci troviamo agli stessi livelli della prima serie: c’è meno sangue (proprio in virtù del cambio di tono) ma le scene d’azione son ben fatte, e la canzone d’apertura è molto gradevole. Non rimarrà tuttavia in mente per la sua realizzazione tecnica.

A HNNKNK si può rimproverare ogni tanto la lentezza degli avvenimenti, che in un paio di casi avrebbero potuto esser eseguiti più velocemente: inoltre, nonostante questa serie riesce a rispondere con coerenza al 90% delle domande che sorgono con i primi 24 episodi, un paio di risposte rimangono comunque un pochino dubbiose. Non dico campate in aria… ma un minimo traballanti.

C’è inoltre un’altra cosa che, in retrospettiva, colpisce: man mano che si naviga in mezzo agli episodi di Kai, si vede come durante la realizzazione della prima serie avessero già in mente il plot per la seconda. Molte cose che erano difatti passate inosservate in un primo momento ritornano come punti importanti, facendo affiorare lampi di memoria al pensiero di “è vero, era così!”. Ho trovato questo molto apprezzabile, essendo segno di uno sforzo non indifferente da parte degli autori di mantenere coerenza in una serie così complessa.

In definitiva, chiunque abbia visto ed apprezzato la prima serie dovrebbe vedere anche questa. È un buon lavoro che conclude quando lasciato in sospeso con il primo capitolo.

Voto: 8.5. Ero tentato di dare qualcosina in più, ma non mi pareva giusto fargli superare il suo predecessore… da una parte la paranoia, dall’altra la speranza. Due facce della stessa medaglia, in questo caso.

Consigliato a: chi non ne ha avuto ancora abbastanza delle bambine splatter; chi vuol segure una storia molto articolata, ma ben orchestrata; chi vuol vedere una dea reincarnata che fa haww haww haww ogni volta che viene interpellata.

Genshiken

Quando gli otaku rivelano sé stessi:

Genshiken


Avete mai pensato “la vita negli anime/manga è più interessante di quella vera, che bello sarebbe vivere dentro uno di essi!” o “mangiare e dormire sono fastidiose necessità che ritardano la mia lettura”, oppure “l’unica cosa che conta davvero è possedere l’album più raro del mio disegnatore preferito, posso sacrificare tutto il resto” e roba simile? Se no, lasciate stare questo anime poiché non fa per voi.

La storia parla difatti di Sasahara Kanji, un otaku in erba che arrivando all’università finisce nel gruppo “Genshiken”, abbreviazione per “Società per lo studio della cultura visuale moderna”. Il nome altezzoso cela tuttavia un gruppo di otaku di prima categoria, di ogni tipo: c’è il disegnatore di manga sociopatico, c’è il sarto malato di cosplay (e la sua interprete), c’è l’entusiasta onniscente,… quando Sasahara entra in questo gruppo, capisce cosa vuol dire essere DAVVERO otaku, e come vivere in funzione di ciò.

La serie inizia con il botto: per le prime quattro o cinque puntate mi son trovato ogni due minuti a puntare il video contro lo schermo e dire CAZZO SÌ!, perché chi ha prodotto questa serie ha capito tutto del mondo dei fanatici. Sono riusciti infatti a rivelare con una facilità disarmante tutti i classici processi mentali di chi fa dell’animazione e della fumetteria giapponese un culto assoluto.
Ogni pensiero che i protagonisti fanno è al 100% naturale e ovvio per chi entra in tale cerchia, e questo fa capire che chi ha creato Genshiken è uno di loro.
Ci sono molti riferimenti a vari cartoni, anche se la passione comune di tutti (al di fuori di Kujibiki Unbalance, una serie che i nostri protagonisti seguono e amano) è chiaramente orientata verso i Gundam, e molti riferimenti vanno in tale direzione.
Non c’è però un citazionismo inutile: le varie frasi vengono utilizzate così come ciò viene fatto naturalmente in un gruppo di conoscitori, e non alla cazzo come spesso si vede in molte serie che vogliono fare le citazioni tanto per guadagnare un po’ di popolarità.

Ci sono chiaramente anche dei punti meno positivi, in questa serie: con il tempo il grado di otakuaggine infatti scende pian pianino per lasciare un po’ più di posto alle storie dei personaggi che si sviluppano. Questo di per sé non è un male, ma personalmente mi son sentito un po’ tradito… dopo un inizio tanto spettacolare, vedere che il grado di profondità nelle analisi otakuistiche scende mi fa pensare che avessero msotrato tutto quel che volevano davvero mostrare nelle prime puntate, e poi hanno cominciato una serie simil-normale.
Con la seconda serie (Genshiken è composto di due serie da una dozzina di puntate e un OAV che si situa tra le due) la cosa diventa ancora più chiara, e questo anime diventa una specie di classica love comedy con un sottofondo nerdoso.
Rimane comunque godibile, questo sì… ma non è più la stessa cosa. Il finale della seconda serie fa chiaramente capire che ce ne sarà una terza, ma oramai la strada presa è ben lontana da quel capolavoro che si prospettava con le prime puntate, andando verso strade più canoniche e consolidate.

Da notare una simpatica aggiunta: è stato realizzato, assieme alla prima serie, l’OAV di Kujibiki Unbalance, la serie che in origine era unicamente una serie di fantasia che veniva proiettata all’interno dello show: non ci si bisogna aspettare niente di ché, ma è un’idea davvero carina.

Voto: 8. Sarebbe più alto per la prima parte e più basso per la seconda: è comunque un prodotto di nicchia, per specialisti del settore.

Consigliato a: chi è davvero un otaku; chi vuole aumentare la propria cultura su tale campo; chi vuol vedere cosa sarei diventato io se fossi nato in Giappone.

Great Teacher Onizuka

Dieci anni di tempo fanno invecchiare la comicità?

Great Teacher Onizuka

Onizuka Eikichi è un ex-capo di una delle più grandi gang del Giappone che, raggiunta la maggiore età, ha deciso di mettere la testa a posto e diventare un insegnante… non da ultimo, per rimanere in compagnia di belle liceali da circuire!

Inutile dire che i piani non vanno esattamente come lui si aspetta: le classi a lui assegnate sono davvero terribili, e gli allievi fanno di tutto per mandarlo via. Essendo un uomo vissuto sulla strada, tuttavia, non si fa certo scoraggiare da tutto ciò e passa al contrattacco, per riuscire a vincere la fiducia dei suoi studenti e, in fin dei conti, facendo i loro stessi interessi e aiutandoli a crescere.

Con una trama così semplice, la domanda sorge spontanea: GTO riesce ad intrattenere lo spettatore per tutte le 43 puntate della sua durata? Riesce ad evitare di diventare ripetitivo e banale? La risposta è sì, di gran lunga.

Il personaggio di Onizuka è uno dei migliori che la produzione giapponese abbia mai partorito: è uno di quei personaggi che rimangono nella memoria di chiunque come Alucard, Motoko Kusanagi o Kenshiro. Regge la scena in maniera spettacolare, fa SPANCIARE dal ridere ed è originalissimo.
Per quanto la storia sembri banale, i produttori sono riusciti a non cadere quasi mai nel ripetitivo: sebbene spesso lo scopo sia lo stesso (buttar fuori Onizuka dalla scuola) le vie sono sempre diverse, e le soluzioni del docente ancora più pazzesche. Proprio qui sta uno dei maggiori punti di forza di GTO: l’originalità delle trovate del suo assurdo protagonista è senza precedenti, quando ci si dice “dai, non può arrivare a tanto” lui supera tale limite agilmente lasciando tutti a bocca aperta (e con i crampi allo stomaco per le idiozie che ne derivano).
Ci sono anche un bel po’ di momenti di riflessione, dove traspare che un messaggio positivo viene messo in questa serie: durano però in genere poco più di un minuto, e poi si ritorna ad idiozie di dimensioni epiche.

Non vanno inoltre dimenticati i comprimari, e cioé gli alunni della classe che Onizuka ha in gestione: per quanto essi siano delle carogne infami, il loro sviluppo è ben fatto e rimangono fedeli a sé stessi. Nonostante pian piano Eikichi riesca a guadagnare la loro fiducia, non perdono i loro tratti caratteristici: i bastardi rimangono bastardi, i crudeli rimangono crudeli, gli intelligenti rimangono intelligenti e le vittime rimangono vittime. Cambia però il contesto, evitando quindi il senso di noia che personaggi troppo statici potrebbero creare.

Nel comparto tecnico, la parte grafica è ciò che nel 1999 poteva essere definita la “classica” grafica da anime comico: le espressioni corrugate e l’aspetto dei personaggi è nella norma, ma GTO ha qualcosa in più. La voce di Onizuka stesso.
Vorrei difatti stringere la mano a chi ha prestato la sua voce a Eikichi: già solo il suo tono di voce fa vorticare dal ridere anche quando dice “buongiorno”.
Il lato musicale è abbastanza anonimo, con l’eccezione delle ottime aperture e chiusure.

A voler trovare per forza dei punti negativi in questo anime, si potrebbe dire che ogni tanto la scusa che “un docente ci ha abbandonati e quindi io li odio tutti” viene un po’ sovrautilizzata, e risulta un po’ stantìa dopo un po’: in ogni caso, nulla di grave.

In definitiva, GTO è un vero pezzo di storia che non può essere tralasciato da chi ama il divertimento Made in Japan: è una delle cose più divertenti che io abbia visto negli ultimi anni.

Voto: 9. Davvero spassosissimo, fa schiantare dal ridere.

Consigliato a: chi vuole ridere; chi vuole ridere TANTO; chiunque voglia vedere un povero vicedirettore di scuole medie ululare OONIZUUUKAAAAAAAAA dieci volte a puntata.

Murder Princess

Fantasy, azione e una storia in sole sei puntate?

Murder Princess

In questo breve anime, si assiste alla caduta del regno di Forland per mano dei ribelli. La principessa alita riesce a scappare e, nella fuga, incontra una guerriera (Falis), un simil-scheletro e un simil-frankestein che stanno andando a caccia di taglie per sbarcare il lunario. A seguito di una caduta in un burrone Falis e Alita si scambiano i corpi! A questo punto decidono di tornare e riconquistare il trono perduto, dando vita alla leggenda della principessa guerriera, soprannominata da tutti Murder Princess.
Purtroppo i nemici non finiscono mai, e le cose non sono semplici come sembrano…

Non mi aspettavo molto da questa breve serie. In sei puntate è ben difficile riuscire a sviluppare qualcosa di buono o di profondo, ma in questo caso i produttori mi hanno davvero sorpreso con un prodotto di alta qualità.
Va subito detto una cosa: per quanto ci sia una storia un po’ banale ma ben congegnata, per quanto ci siano qui e là degli sprazzi pseudo-comici, per quanto ci sia qualche accenno di serietà, questo è fondamentalmente un carton di pura azione. Tanto menar di spade quindi, e botte da orbi a tutto andare: il passo è molto veloce e non c’è nemmeno un secondo di stupido filling, tirando la storia al massimo e andando subito ai punti necessari per farla proseguire.
Questo non vuol dire che risulti scarna: è invece da ammirare il fatto che non siano stati tentati di dilungare il tutto con noiosi intermezzi o squallide storie d’amore, mentre hanno mantenuto la concentrazione di plot e azione pura al 100%.

La musica è bella chitarrona, e i disegni sono gradevoli e mai volgari: c’è parecchio sangue qui e là, ma è abbastanza “cartoonesco” da non scadere nel gore.

Vanno infine segnalati i personaggi: in così poco tempo non si può fare alcuno sviluppo dei protagonisti, ma ci si ritrova ugualmente a provare simpatia per loro sin dal primo momento. Ottimo, direi.

Voto: 8.5. Non rimarrà negli annali della storia, ma è davvero godibile.

Consigliato a: chi vuole una simpatica storia condensata in due ore; chi apprezza l’azione pura; chi vuol vedere una principessa becera al punto giusto.

Bakumatsu Kikansetsu Irohanihoheto

Un anime storicamente accurato sul Giappone del tempo che fu.

Bakumatsu Kikansetsu Irohanihoheto

La storia si piazza alla fine della Edo Era, quando la vecchia Edo iniziò a chiamarsi Tokio.
Molte storie s’incrociano: principalmente si seguono le vicende di Akidzuki, l’assassino eterno che deve sconfiggere la “Lord’s Head”, un’entità maligna appartenuta ad un traditore del passato che garantisce enorme potere ma indicibile sete di sangue a chi vien posseduto da essa.
Nel contempo la persona che ne è attualmente in possesso è anche mira dei desideri di vendetta di una banda di attori, ai quali ha rovinato la vita ed ucciso persone care. Intuile dire che il gruppo trova una certa comunione d’intenti ed inizia a lavorare insieme…

Partiamo dal comparto tecnico. Per essere del 2006, il disegno è nella norma: niente di speciale, niente di clamoroso, ma niente di terribile. Grande pregio invece alla colonna sonora, ben studiata e molto piacevole: le filastrocche, le canzoni tradizionali e la musica attuale sono ben mescolate creando un insieme estremamente apprezzabile.

Colpisce inoltre l’accuratezza storica di questa serie: praticamente tutti i personaggi citati sono realmente esistiti, hanno le fattezze giuste, si comportano come si sono realmente comportati e muoiono anche più o meno concordi a ciò che è realmente successo. Riucire a coordinare la storia reale e la trama che si vuol raccontare è davvero difficile, dato che le cose sono giuste sin nei minimi dettagli.

Dove è allora che questa serie trova i suoi difetti? Nella trama principale.
Ci si ritrova con un background spettacolare (è quello reale… secoli di guerre, alleanze e tradimenti danno possibilità quasi infinite), dei personaggi molto ben strutturati, il gruppo teatrale che è piacere da guardare… ed ogni volta che accade qualcosa relativo alla Lord’s Head, cascano le palle. Tale lato della storia è confusionario, poco interessante, infastidisce il normale svolgimento di tutto ciò che di storico c’è.
Nella parte centrale, difatti, tale problema si sente molto meno e poiché la Lord’s Head sparisce quasi dalla narrazione: in tali condizioni, la storia è molto bella e i personaggi davvero gradevoli. All’inizio e alla fine, invece, sta testazza rompe le palle ovunque con superpoteri fuori posto e cazzate a raffica davvero fastidiose.

Va inoltre detto che per noi europei seguire la storia, all’inizio, è davvero difficile: ci si ritrova con una marea di date, nomi e luoghi che sicuramente per i giapponesi sono conosciuti poiché programma di storia a scuola, ma che ci confondono e ci incasinano la narrazione già carente all’inizio.

Davvero un peccato. Un peccato perché avrebbe potuto essere un’ottima serie storica con una trama intrigante (la vendetta, l’inseguimento, i tradimenti, la politica) ed invece è stato tutto buttato via per infilarci un assassino eterno che fa la figura del pirla tutto il tempo, e un testone sovrannaturale che poteva esser tranquillamente tralasciato.

Voto: 6.5. Peccato. Peccato. Peccato.

Consigliato a: chi vuole imparare un po’ di storia giapponese; chi riesce a scindere le varie trame, seguendo quelle interessanti e mollando quelle stupide; chi vuole imparare una bella filastrocca per bambini.

Kamisama Kazoku

Ecco che succede quando una famiglia di dei si mette a vivere in mezzo agli umani:

Kamisama Kazoku

Samatarou è il figlio di un Dio, e assieme alla sua divina famiglia si trova sulla terra per imparare a vivere in mezzo agli umani, e per poter diventare un buon Dio in futuro. È protetto da Tenka, una ragazza che è in realtà un angelo e che è cresciuta assieme a lui.
Il figlio è chiaramente viziato dal padre, che realizza ogni suo desiderio (anche inappropriato), e tocca a Tenka tenerlo sulla retta via… fino a quando qualcosa non cambia, e Samatarou decide di iniziare ad arrangiarsi, rinunciando agli aiuti di babbo.

Ho guardato questa serie perché, nonostante fosse un’altra commedia d’amore, mi era stata segnalata come altamente divertente. Inoltre, il concetto stesso della serie porta a infinite interpretazioni e possibili gag: ho deciso di dare una possibilità alla famiglia divina.
Devo dire di esser rimasto alquanto deluso. Dal punto di vista comico le battute si concentrano al 95% sul lato ecchi dell’humor, con i vari parenti a turno che mettono in condizioni stupidamente imbarazzanti Samatarou. Ogni occasione è buona per uno sballonzolar di tette o per donne a caso alle quali succedono varie e maniacali cose. L’utilizzo del “fattore divinità” viene fatto molto marginalmente, e in maniera poco accattivante: con le mille situazioni spassose che si potevano creare, vanno a ripigliare solo le più abusate e noiose.
Sotto l’ottica affettiva, inoltre, i sentimenti risultano telefonati e banali: la dinamica della storia si capisce sin dal primo momento, e tutti i più tremendi cliché vengono utilizzati con grande sfoggio di frasi fatte ad ogni occasione in cui si tenta di andare nel serio/sentimentale.

L’unico punto che piega verso il positivo è un sotto-arco narrativo più o meno alla metà di questa serie composta da 13 puntate: con l’introduzione di un personaggio misterioso, le cose sembrano diventare interessanti, e infatti ero già pronto a scrivere “lasciate stare le prime quattro puntate, il resto va”: purtroppo, tempo un paio di episodi e la situazione ricade nell’imbarazzante banalità di cui sopra.

In definitiva, una serie da guardare se siete appassionati del genere, non ne avete visti troppi e non ne avete ancora fin sopra la testa di storie-fotocopia.

Voto: 5. Viene tenuto quasi a galla solo dalle tre puntate centrali, moderatamente interessanti.

Consigliato a: chi vuol vedere una love-story da manuale, per un anime; chi si chiede come possano un Dio ed un angelo amarsi; chi vuol vedere un porcellino-salvadanaio-arcangelo volante che mangia monete e sputa foglietti.