Steamboy

…Otomo alle prese con il passato: un esperimento decisamente curioso!

Steamboy


Ci troviamo nel 1866, in Inghilterra. Il mondo sta venendo conquistato dalla potenza del vapore, che muove macchine impressionanti: la Grande Esibizione di Londra è alle porte, e chissà quali meraviglie mostrerà al mondo.
Ray Steam è un ragazzino che lavora come manutentore di macchine a vapore in una tessitoria di Manchester. È figlio e nipote di due grandi scienziati, Lloyd e Edward Steam: essi sono però lontani, in giro per il mondo ad effettuare esperimenti e scoperte sul mondo delle macchine a vapore, e lui è a casa con la madre. Nel tempo libero si diletta nel costruire un monociclo a vapore (se non c’è una simil-moto assurda in una storia, Otomo non è contento…), fino al giorno in cui riceve un pacco dal nonno: esso contiene un misterioso pezzo, che viene subito reclamato con violenza dalla compagnia per il quale i due scienziati lavorano. Ray fugge come ordinatogli dal nonno, ma potenti mezzi vengono messi sulle sue tracce e riescono a catturarlo: a cosa serve tale componente? Come mai tanto dispendio d’energie per recuperarlo? Cosa si nasconde dietro al duro lavoro del padre e del nonno?

Iniziamo dapprima a valutare la cosa più negativa di questo film da due ore e sei minuti: la trama. Inizialmente la stessa sembra decisamente intrigante, con misteriose organizzazioni e parenti con segreti da nascondere: in breve tempo diventa un minestrone di situazioni senza senso e di personaggi che agiscono a caso. Il protagonista stesso, Ray, si muove senza enfasi o energia in mezzo ad una storia che via via si dimostra sempre più confusa e senza un punto d’arrivo preciso: soprattutto nell’ultima mezz’ora gli avvenimenti perdono qualsiasi senso, e si assiste ad un rovinoso crollo di quanto rimaneva di personaggi in gioco.

Questi ultimi, infatti, non si distanziano molto dai livelli della trama: in principio essi sembrano decisi e ben delineati, per diventare confusi ed indecisi quando dovrebbero invece agire: di alcuni non si capisce del tutto l’utilità (Scarlett immagino dovrebbe servire a far ragionare lo spettatore sull’utilizzo errato che si può fare della scienza – argomento sul quale sembra fallimentarmente vertere l’anime – ma in realtà risulta soltanto fastidiosa ed inutile per l’intera durata della proiezione.
Altri invece sono contradditori con sé stessi: I tre membri della famiglia Steam creano alleanze ed inimicizie tra loro senza apparente motivo, per cambiare le stesse ogni cinque minuti senza apparente motivo.

A questo punto ci si potrà dire: ma c’è un motivo per il quale vale la pena vedere Steamboy? La risposta è sì, e tale motivo risiede nell’impressionante grafica e tecnica utilizzata nella realizzazione del film. È vero, di serie con una buona grafica ce ne son tante, ma qui si arriva a dei livelli davvero impressionanti di dettaglio e coinvolgimento visivo. Per quanto la storia sia una mezza pataccata, non si riescono a togliere gli occhi dalle assurde ed intriganti macchine a vapore che dominano buona parte delle scene, unitamente a paesaggi davvero ben realizzati. Normalmente il comparto grafico per me è solo relativamente importante, ma in questo caso (soprattutto se si può vedere una versione in alta definizione) l’aspetto tecnico diventa predominante e riesce a zittire buona parte dei dubbi che si formano nella testa, soffocandoli con un semplice “oooh che bello”.

L’audio è invece nella norma, senza particolari virtuosismi: fa il suo dovere e nulla più.

Insomma, Steamboy è un film da evitare, per la sua trama, o da vedere, per la sua grafica? È una dura scelta. Io mi son goduto la visione tentando di distaccare la mente dall’intricata e illogica trama che si dipanava dinnanzi a me, ed in questo modo lo show è risultato godibile; chiunque cercasse una storia con un minimo di spessore o dei personaggi degni del ruolo di protaonisti, dovrebbe guardare altrove.

Voto: 6. Ero tentato ad innalzarlo fino al 6,5 per la spaventosa realizzazione visiva, ma gli abissi nella trama si fanno davvero sentire parecchio.

Consigliato a: chi vuol far scintillare gli occhi spegnendo il cervello; chi adora le ambientazioni del passato con elementi steampunk qui e là; chi si vuol chiedere quale era il concetto di sicurezza sul lavoro, nel 1800.

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Kite Liberator

…Lo pseudo-sequel di una serie tutto massacri e niente cervello: che ne sarà venuto fuori?

Kite Liberator


Monaka Noguchi è la figlia di un astronauta che da quattro anni lavora sulla ISS: è una 16enne scolara come tutte, che per mantenersi dopo la morte della madre -oltre ai soldi che il padre riesce ad inviarle- lavora come cameriera in uno squallido bar di periferia.
Lei ha tuttavia un segreto. Quando la notte cala, si trasforma nell’angelo della morte: un’assassina che su commissione elimina la feccia della città come maniaci, assassini, stupratori et similia.
Ma riuscirà Monaka per sempre a mantenere la sua doppia identità senza farsi scoprire? E i problemi che si stanno sviluppando sulla stazione spaziale in che modo la coinvolgeranno?

In primis, va detto che questo è il seguito di Kite (come il nome suggerisce), ma l’unica cosa che è direttamente correlata è la pistola usata dalle due protagoniste, e null’altro. L’idea di base rimane la stessa: sparatorie e sangue, personaggi invischiati in un mondo degradato e cinico, palpate varie, una storia che potrebbe anche non esistere.

Partiamo da quest’ultimo punto: la trama. Se nel primo Kite era banale, in questo caso si arriva a livelli di insulsità davvero notevoli. Non rivelerò nulla per non togliere il gusto allo spettatore di scoprire come dei problemi su di una stazione spaziale possano coinvolgere una ragazzina sulla terra, ma ad un certo punto ero incredulo davanti a delle idee così… così… brutte. Fino a quando si rimane sulla terra e si seguono le vicende di Monaka le cose funzionano più o meno bene, si rimane nel classico filone delle persone con doppia vita: il resto è pattume che avrebbero potuto defenestrare senza rimpianti, facendo un gran bene ai cinquanta minuti di proiezione.

I personaggi risultano un po’ meglio della trama: ovviamente non c’è il tempo per alcuno sviluppo, ma si intravede lo stesso stile precedentemente utilizzato dagli stessi autori in Kite e Mezzo Forte: come sopra detto, tutte le personalità coinvolte si muovono ai confini della malavita, in sobborghi degradati e in cui l’unico modo per sopravvivere è lavorare con elementi socialmente inaccettabili. Per il resto si può dire poco: è un peccato che non si sviluppi assolutamente il personaggio di Mukai: sembra essere interessante, ma non si vede praticamente nulla di lei. Il padrone del locale è decisamente strano, ma risulta simpatico.
I personaggi sulla stazione spaziale, ovviamente, avrebbero fatto meglio a morire tutti prima dell’inizio della storia qui narrata.

Un punto sul quale Kite aveva guadagnato la maggior parte dei suoi punti è la violenza: sparatorie, accoltellamenti, sbudellamenti e crudeltà varie erano davvero ben realizzate ed originali. In questo caso lo stile rimane lo stesso, ma purtroppo le scene d’azione sono drasticamente ridotte: ancora una volta, la fetida parte della ISS e ciò ad essa correlato ruba spazio a possibili massacri (offrendone solo uno, simpatico ma comunque meno appassionante dei soliti).
Anche a terra, in ogni caso, c’è violenza ma un po’ meno marcata del precedente OVA: sangue ne scorre un po’ meno, e con un po’ meno fantasia (e mostrato in maniera un po’ meno cruenta). Un peccato, perché da quel punto di vista gli animatori ci sanno fare e i risultati sono molto gradevoli se piace il genere.

Il disegno a me è piaciuto molto: non sempre la qualità è al massimo, ma quando lo è risulta davvero impressionante. La CG è ai limiti del realismo, ed è un peccato che non si integri totalmente con il resto dei disegni circostanti e venga utilizzata non molto spesso.
L’audio è praticamente assente anche in questo caso.

Insomma, cosa si può pensare di Kite Liberator? Si può pensare che, tentando di darsi un’aria un po’ più complessa del suo predecessore, abbia annacquato la cosa che lo caratterizzava e lo rendeva simpatico da guardare: l’estrema violenza semi-gratuita. Con una storia oltre i limiti dell’imbarazzante e meno sparatorie, chiaramente il risultato è inferiore: non è una tragedia da guardare (alcuni pezzi son davvero simpatici, e poi non dura nemmeno un’ora) ma sarebbe stato meglio se avessero continuato a fare ciò che sanno fare al meglio.

Voto: 6. Balla a filo con il 5,5, ma un paio di scene strappano una macabra risata e quindi gli concedo la sufficienza.

Consigliato a: chi non si offende se una storia comprende assassini, mutanti, curry, ossa, doppie identità, astronauti e baristi ciccioni pezzati con la suoneria miagolante del cellulare; chi vuole un po’ di sana violenza splatter, anche se meno di quanto si vorrebbe; chi si chiede quanto possono far male un curry mal cucinato o una birra speziata.

Lupin III: The Castle of Cagliostro

…Beh, che presentazione ha bisogno Lupin?

Lupin III: The Castle of Cagliostro


Chiunque sia nato negli anni ’80 e ’90 in Italia sicuramente conosce la serie di Lupin III. Per i pochi che negli ultimi vent’anni hanno abitato sulla luna, penso sia sufficiente sapere che il succitato è nipote del mitico Lupin, ladro gentiluomo, da cui ha ereditato anche genio criminale, cortesia e galanteria con il gentil sesso. Con i suoi degni compari Jigen e Goemon mette a segno i colpi più impossibili, sempre inseguito dall’ispettore dell’Interpol Zenigata.
Dette tali ovvietà, passiamo al presente OVA: questa volta Lupin ha a che fare con la piccola nazione di Cagliostro, uno stato indipendente che nasconde ingenti ricchezze e dove si narra che vengano prodotte banconote false migliori delle originali.
Per mettere le mani su un tesoro nascosto, il conte di Cagliostro ha arrangiato un matrimonio, che gli permetterà alfine di sbloccare la chiave per tali averi: inutile dire che Lupin è decisamente poco d’accordo! Riuscirà però a salvare la poverina dal suo triste destino? E provvederà anche a portarsi a casa qualche… regalino?

Ordunque, si potrebbe bollare il tutto come “il solito Lupin”. Questo sarebbe però ingiusto nei confronti di questo OVA, che è stato creato trent’anni fa da coloro che poi avrebbero fondato lo Studio Ghibli (e fa un effetto molto strano vedere il viso di Lupin a cui tutti siamo abituati circondato da facce che ricordano Nausicäa o The Wings of Honneamise): infatti qui si tratta di uno dei migliori Lupin che mi sia capitato di vedere – sebbene io abbia apprezzato a suo tempo la lunga serie trasmessa in TV, ma non ne sia esattamente un fanatico.
In questo anime abbiamo tutti gli elementi che hanno reso grande il nostro eroe: i due compagni di viaggio, con ruoli marginali ma che comunque aggiungono vita; Fujiko, che come sempre non si capisce da che parte sta (e che dice con chiare lettere il suo rapporto con Lupin); Zenigata, che manifesta appieno il rapporto di odio/stima che c’è tra lui e i vari fuorilegge con cui ha a che fare.
A questo aggiungiamo una storia semplice ma intrigante e otteniamo un prodotto di tutto rispetto (se si è disposti ad accettare arrampicate impossibili e marchingegni fantasioli – ma in fin dei conti lui è come lo 007 del crimine).

Sui personaggi c’è davvero poco da dire che già non sia universalmente risaputo: un commento può esser fatto sui personaggi esterni al gruppo di protagonisti: in questo caso la mano del futuro Studio Ghibli si vede tantissimo, e anche il modo di comportarsi e le varie personalità si sviluppano in base a ciò che in seguito si sarebbe potuto riconoscere come lo stile che contraddistingue tale casa produttrice.

Il disegno, per l’infinita quantità di tempo passata da allora, è davvero di ottima qualità: è chiaro che qualche segno degli anni lo mostra qui e là, ma in ogni caso è gobidilissimo e piacevole (soprattutto a causa del curioso mix Lupin/Ghibli di cui ho parlato sopra).
L’audio non è invasivo ma abbastanza piacevole.

Insomma, vale la pena vedere l’ennesima avventura del Re del Furto? Se si cerca una trama complessa, no. Se si cercano idee originali e inedite, ovviamente no. Se però si vuole un po’ di quel buon Lupin che tanto ci ha appassionato da bambini, e che in questa versione si ripresenta meglio disegnato e più curato, allora sicuramente la visione vale l’ora e mezzo di tempo che occupa.

Voto: 8. Per chi ha amato Lupin questo voto può andare molto più in alto.

Consigliato a: chi ritiene che i vecchi lavori possano offrire comunque una ventata di freschezza; chi di Lupin, Goemon, Jigen, Fujiko e Zazà non ne ha mai abbastanza; chi vuol vedere Lupin senza giacca rosa.

One Outs

…Quando la passione per le scommesse si trasforma in un’ottima arma sportiva:

One Outs


Kojima Hiromichi è un grande battitore di baseball, che però gioca in una quadra decisamente scarsa. Durante un campo d’allenamento in cui cercano di trovare un lanciatore che possa aiutare la squadra a risollevarsi dalla perenne ultima posizione, incontrano un misterioso scommettitore: Tokuchi Toua, che è uno specialista dell’One Outs.
In pratica, il gioco consiste in una sfida tra battitore e lanciatore: se il lanciatore riuscirà a fare tre strike, oppure se il battitore colpisce la palla ma non riesce a lanciarla oltre la distanza del campo interno (quello tra le quattro basi, per intenderci), vincerà. Viceversa, se il lanciatore mancasse il riquadro dello strike oppure se il battitore riuscisse a mandare la palla abbastanza lontano, sarebbe quest’ultimo a vincere.
Tokuchi è il mitico lanciatore imbattibile del gruppo di gente di strada dove gioca, con 500 partite e nessuna sconfitta: la sfida con Kojima è imperdibile!
A seguito dell’esito della stessa, Tokuchi si unisce alla squadra dei Lycaons, la disastrosa squadra di Kojima: grazie ai suoi finissimi giochi psicologici e alla sua capacità di confondere l’avversario tanto quanto l’alleato e di girare le situazioni e le persone come più gli aggrada, inizia a giocare con un contratto tutto particolare: per ogni battitore da lui eliminato riceverà 5 milioni di yen (circa 50’000 dollari), ma per ogni punto che gli avversari segneranno con lui al lancio dovrà pagare 50 milioni di yen (circa 500’000 dollari).
Riuscirà a mantenere il sangue freddo nonostante le importanti somme in gioco? Potrà utilizzare tutto il suo acume anche anche contro il padrone della squadra, che ha tutto l’interesse a far sì che Tokuchi perda il più possibile?

Come si può capire, One Outs è un anime che segue molto da vicino la logica dei due precedenti lavori dello stesso autore Yuzo Sato, Akagi e Kaiji: un personaggio geniale che viene posto in situazioni apparentemente impossibili, e che deve trarsi d’impiccio usando furbizia, inganno e manipolazione. Ci sono tuttavia notevoli differenze tra i protagonisti: mentre nei primi due lavori Akagi e Kaiji erano due “brutte persone”, con il demone del gioco e con un comportamento assolutamente reprensibile, Tokuchi appare essere un arrogante sbruffone ma in realtà risulta essere una brava persona – perlomeno con coloro che lui apprezza.
La sua genialità è data da un’ottima conoscenza della psicologia umana, e ogni tanto è divertente vederlo generare dubbi e preoccupazioni negli avversari, mandandoli in confusione in maniera apparentemente semplice ma estremamente efficace.
Gli altri personaggi della serie sono praticamente delle comparse, rendendo l’intera serie un one-man show: questo però non da fastidio, perché il protagonista trova modi sempre nuovi per risolvere le situazioni spinose.

Le trame di per sé sono sempre legate a particolari situazioni sportive che, per un motivo o per l’altro, vedono Tokuchi senza alcuna apparente speranza di vittoria: questo può essere a causa del perfido proprietario, che punta a fargli accumulare un gran debito, oppure qualche giocatore che pare avere tutte le armi giuste contro di lui: questo porta ad un impegno anche maggiore di Tokuchi, che ama le sfide e le scommesse apparentemente invalicabili.
Va inoltre detto che, sebbene io non segua assolutamente il baseball, molte regole vengono imparate durante la visione delle venticinque puntate rendendo più avvincente il tutto: le regole più intuitive vengono semplicemente mostrate, mentre quelle più complesse e tecniche vengono appositamente spiegate dalla solita voce narrante che ci segue oramai da tre serie. Entro la fine dell’anime ci si troverà a conoscere parecchi dettagli molto interessanti, e si riesce a notare che questo sport è decisamente complesso: One Outs avrebbe potuto esser fatto teoricamente con molti sport, ma con il baseball si trova nel suo elemento naturale in virtù dei mille accorgimenti tattici che si devono considerare nella preparazione delle partite, dall’ordine di battuta ai codici segnalatori per le comunicazioni. Questo risulta anche utile per comprendere almeno un minimo uno sport che, alle nostre latitudini, è praticamente sconosciuto.
Bisogna infine aggiungere un dettaglio per nulla scontato: la gran parte degli scontri con le altre squadre si svolge su tre partite consecutive, e questo non permette al protagonista di trovare il trucchetto e vincere solo con la fortuna del momento, dato che nell’incontro del giorno successivo tale meccanismo non funzionerebbe: la continua ricerca di modi sempre più complessi di girare le carte a proprio favore prende pertanto un’importanza ancor maggiore.

Il disegno, fortunatamente, è molto migliorato rispetto ai precedenti lavori disegnati dalla stessa persona: Akagi e Kaiji erano davvero brutti da vedere, mentre One Outs -sebbene non sia un capolavoro di animazione futuristica- si lascia tranquillamente guardare.
Opening e ending sono gradevoli e di buona qualità, sebbene non mi abbiano colpito più di tanto.

Insomma, come si può capire One Outs a me è piaciuto parecchio: mi rendo conto che non è un anime per tutti in virtù dei suoi tempi lunghi e dell’apparente inattività dei personaggi (dato che il gioco vero e proprio è un lato assolutamente marginale): se però piacciono i giochetti psicologici e le persone che riescono a condizionare gli altri a loro insaputa, sicuramente questo potrà affascinare.

Voto: 8,5. Se prossimi lavori seguiranno la curva di miglioramento che c’è stata finora, presto potrebbe arrivare un capolavoro!

Consigliato a: chi piace vedere gente confusa e ingannata; chi vuole imparare un po’ di regole su di uno sport senza dover per forza guardare una serie che parli soltanto del lato agonistico; chi vuol conoscere un allenatore davvero inutile.

K-ON!

…Il club di musica leggera potrà prosperare nelle mani di un gruppo di giovani e sciroccate ragazze?

K-ON!


Due ragazze, Ritsu e Mio, sono delle matricole nel loro liceo, e vorrebbero far parte del club di musica leggera: purtroppo, tutti gli altri membri hanno finito la scuola e son rimaste solo loro. Senza un minimo di quattro persone il club verrà sciolto, e quindi costoro si mettono alla ricerca di due nuovi membri! Riescono a trovare Tsumugi, una ragazza molto quieta che originariamente voleva entrare nel club corale, e Yui, una ragazza sbadata fino all’inverosimile che non sa nemmeno suonare uno strumento, ma che nella sua disastrosa incostanza si rivela decisamente appassionata. Inizia così l’avventura dell’eterogeneo gruppo, dai primi strimpellamenti ai concerti davanti all’intero corpo studentesco!

Va subito detto che le tredici puntate che compongono K-ON! sono interamente dedicate ad un genere ben preciso, lo slice of life: solo coloro che amassero tale sottoclasse dell’animazione dovrebbe avvicinarsi a questa serie.
Segnalato ciò, si può pertanto capire che la trama è praticamente inesistente: sopra è stato detto tutto ciò che si deve sapere, e accade nella prima puntata. Nelle altre si seguono le quotidiane vicende del gruppo tra prove, vita privata e amicizia.

Ovviamente, uno dei cardini di una serie di questo genere sono i personaggi: dai creatori di una cannonata come Lucky Star, ci si poteva aspettare una geniale caratterizzazione.
Purtroppo i personaggi ben presto risultano essere prigionieri di sé stessi: le battute sono ripetitive e le situazioni sono cicliche oltre l’inverosimile, rendendo quasi fastidiosa la continua riproposizione delle stesse gag. O c’è Mio (la “seria” del gruppo) che dice qualcosa che viene prontamente smentita da tutte le altre, o la stessa Mio viene terrorizzata da qualcosa, oppure si crea la situazione in cui tutti dovrebbero fare qualcosa e invece sorseggiano té mangiando pasticcini.
È innegabile, alcune risatine sono riuscite a strapparmele: erano tuttavia un’infinità meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Il secondo punto che mi ha abbastanza deluso è il poco spazio che l’ambito musicale occupa in questa serie: capisco che uno slice of life prende una situazione qualsiasi e la usa come scusa per narrare vicende semplici e quotidiane, ma essendo K-ON! totalmente incentrato sul club della musica leggera, mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento acustico. Le canzoni che ci sono son belle (ma su questo torneremo dopo), però si sentono in tutto DUE canzoni e basta. Qualche prova, qualche riff, qualche piccolo pezzo accennato mentre ci si allena… nulla. Non dico che mi aspettavo un lavoro rigoroso e professionale come in Nodame Cantabile, ma c’è una via di mezzo!

Come detto, le musiche sono una delle cose che hanno salvato la serie. È vero, hanno poco tempo, ma se piace il genere (ovviamente) la realizzazione è davvero buona e le canzoni sono orecchiabili senza alcun problema. Anche l’opening e l’ending sono di pregevole fattura, e risultano simpatiche.
L’aspetto grafico non è da meno: da una gran mano a salvare parecchie situazioni dove la comicità risulta carente, con un tratto buffo e che fa ridere in ogni caso.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto K-ON! ? Rimane la sensazione di aver visto qualcosa di simile ad una scatola avvolta in una bellissima carta con un fantastico fiocco, ma vuota. La presentazione è notevole, l’idea è buona, le possibilità molte… e ci si trova a vedere quattro battute ripetute all’infinito, che fanno ridere ma alla lunga risultano stantìe. Anche Hidamari Sketch prende un’idea simile (con l’arte al posto della musica leggera), ma fa un lavoro molto migliore nella caratterizzazione dei personaggi.

Voto: 6,5. Nonostante quanto sopra scritto non lo si può definire una pataccata infame… ma ci son davvero rimasto un po’ male. Per fortuna che ogni tanto compare Krauser II…

Consigliato a: chi ama la musica leggera; chi non ha problemi con battute ripetute ad nauseam; chi vuole vedere una statua vestita ogni volta in modo diverso.

Slam Dunk

…101 puntate per narrare la rinascita di una squadra di basket.

Slam Dunk


Sakuragi Hanamichi è un bulletto da periferia al suo primo anno di liceo, che vanta nel precedente anno il ben poco invidiabile record di 50 delusioni amorose. Quando una bella ragazza gli corre incontro e lo invita dopo scuola a parlare con suo fratello per via della sua notevole altezza (188 cm), è al settimo cielo: che sia l’inizio della sua sognata storia d’amore?
Purtroppo per lui, in maniera molto traumatica -e comica- viene a scoprire che il fratello di Haruko, Akagi Takenori, è il capitano della squadra di basket che cerca nuovi giocatori per sollevare la sua carente squadra, e mirare a vincere nella sua ultima possibilità (Akagi è oramai al terzo anno, come il suo unico decente compagno di squadra Kogure) il campionato nazionale sebbene finora non sia mai andato oltre le eliminatorie regionali.
Sakuragi inizia a giocare soltanto per fare colpo su Haruko, ma con il passare del tempo, con il miglioramento degli allenamenti e con l’aggiunta di alcuni nuovi elementi alla squadra il suo interesse passa dall’aspetto puramente sentimentale a quello più agonistico, per poi arrivare al desiderio di miglioramento personale: fino a dove riuscirà ad arrivare la sorprendente squadra della Shohoku?

Come si può notare, la trama è decisamente semplice: un anime incentrato puramente su di uno sport ben raramente ha colpi di scena particolarmente intricati. Questa serie, composta dal faraonico numero di 101 puntate, inizia in maniera parecchio lenta: nelle prima decina di puntate il ritmo è davvero lento, e i personaggi non sembrano essere particolarmente simpatici.
Ma allora cosa ha fatto diventare Slam Dunk uno dei must per ogni vero appassionato di anime? In buona parte, la caratterizzazione dei personaggi e le partite vere e proprie.

Parlando di queste ultime, si nota infatti che il tono e il ritmo della serie si trasforma in maniera incredibile non appena la Shohoku entra nel campo contro un avversario. Le partite sono in gran parte estremamente avvincenti e con mille difficoltà e colpi di scena nel corso del gioco. Come d’abitudine negli anni ’90 ogni partita è estremamente dettagliata, e qui forse si denota l’unico difetto di queste ultime: l’eccessiva lunghezza di alcuni scontri. Si arriva ad avere lo “scontro-climax” della durata di DICIASSETTE puntate (una partita è composta da due tempi di 20 minuti…), con OTTO puntate (cioé quasi tre ore) che riguardano gli ultimi 6 minuti! è generalmente bello assistere a degli scontri in cui ogni punto è frutto di tattica, sofferenza e cuore; quando però questo si dilata all’infinito la pesantezza un po’ si fa sentire.
A parte questo, tuttavia, in ogni puntata non aspettavo altro se non l’inizio di una partita, e le sezioni tra gli scontri (che non sono moltissime – il basket è estremamente presente, e non fa solo da contorno ad altre problematiche) fanno attendere con impazienza il prossimo contendente.

Inutile dire che le partite sarebbero noiose e banali se giocatori ed avversari non fossero di tutto rispetto. Iniziamo con la squadra protagonista, la Shohoku, e il suo strambo nuovo acquisto: Sakuragi. È un personaggio che è assieme geniale e fastidioso, lasciandomi sentimenti contrastanti quando penso a lui. Ha l’irritantissimo vizio di definirsi un genio assoluto in ogni cosa che fa, e questo circa 25 volte a puntata: questo è davvero snervante soprattutto nelle prime 40-45 puntate, quando egli è a tutti gli effetti un impedito totale sul campo da gioco. Quando inizia a giocare meglio la cosa si fa più sopportabile, soprattutto perché in alcune cose è davvero un talento naturale e la sua velocità d’apprendimento è impressionante: rimane in ogni caso noioso quando tenta di paragonarsi ad elementi chiaramente migliori di lui. Va tuttavia detto a sua discolpa che l’impegno che ad un certo punto inizia a mettere negli allenamenti è davvero segno di costanza e le sue qualità naturali sono innegabili, e quando la determinazione prende il posto della spacconaggine il suo personaggio diventa estremamente più gradevole.

Gli altri due elementi importanti della squadra sono il capitano Akagi e il super-asso, Rukawa Kaede: il primo è il vero e proprio pilone su cui la Shohoku ruota, ed in molti casi dimostra poderose qualità da leader nonostante in fin dei conti sia un giovincello (sebbene non lo sembri). Va inoltre detto che, quando i suoi sogni iniziano a realizzarsi, si inizia a tenere ancor di più alla sorte della squadra: si vede infatti un ragazzo con una portentosa determinazione, vessato per tre anni dalla cronica mancanza di una squadra decente, che all’ultimo vede la luce e gioca il tutto per tutto: davvero encomiabile.
Rukawa, invece, ha un carattere totalmente diverso: freddo e distaccato con tutti, si sbottona solo per insultare e mandare a quel paese Sakuragi (che, spesso, se lo merita). Il suo valore in campo è indubbio, e molte appassionanti rimonte ed azioni epiche sono dettate dal suo spaventoso bagaglio tecnico (mentre Akagi punta più sulla sua prestanza fisica, dato che è un armadio).

Gli altri due componenti della squadra, contrariamente ai primi tre, hanno un inserimento più laborioso nel team (soprattutto Miagi, un po’ meno Ryota) ma poi l’aspetto personale viene un po’ perso, rimanendo soprattutto due validi elementi per la costruzione delle appassionanti azioni di partita. Qui e là hanno le loro sfide personali, ma risultano messi un po’ in ombra dalle vicende di Sakuragi, Akagi e Rukawa.
Gli altri “gregari” hanno vari ruoli, e sono tutti personaggi molto gradevoli e che fanno bene il loro lavoro: menzione speciale per Kogure, e per il suo momento di gloria pienamente meritato.

Anche gli avversari non sono da meno: in ogni squadra che la Shohoku affronta ci sono elementi pericolosi, ma un paio rimangono presenti e diventano “nemici giurati” per i nostri protagonisti. Ad esempio Uozumi, Fukuda e soprattutto Sendo sono giocatori della Ryonan che fanno sputar sangue ai nostri eroi, senza tuttavia esser antipatici: infatti qui non ci sono nemici o cattivi, ma solo avversari in un sano spirito di sportività.

La grafica, a mio parere, è davvero notevolissima per essere un anime del 1993: sopratutto i giocatori in campo sono ottimamente disegnati (non è facile avere corpi in movimento così dinamici che rimangano proporzionati), e anche le scenette disegnate in super-deformed sono spesso esilaranti.
Anche l’audio è ben fatto, con le varie opening ed ending generalmente piacevoli (alcune più, altre meno).

Insomma, è giusto ritenere Slam Dunk un caposaldo dell’animazione nipponica degli anni ’90? Sicuramente sì. Ha qualche difetto e la lunghezza della serie può scoraggiare, ma una sportività notevole mischiata ad ottimi personaggi ed un umorismo che non è originalissimo ma non stanca mai rendono sicuramente il lungo viaggio con questa curiosa ma potente squadra emozionante e piacevole. Dispiace solo che la storia si tronchi in maniera un po’ brusca, senza un finale definito.

Un’ultima osservazione: è anche simpatico vedere che le varie regole del basket vengono man mano introdotte e spiegate dal buffo Dr. T, che fa capire opportunità e problemi di varie tattiche d’attacco e difesa. Questo porta lo spettatore ad avvicinarsi anche allo sport in sé, ed è sempre una buona idea.

Voto: 8,5. Per il carattere di alcuni personaggi e per l’epicità di alcune sequenze sarei tentato a dar di più, ma bisogna riconoscere qualche difetto di ritmo e di carattere in alcuni personaggi che un po’ si fa sentire.

Consigliato a: chi ama gli anime sportivi; chi segue gli anime dove si impara ad apprezzare i personaggi; chi vuol vedere degli intervalli in mezzo alle puntate con un engrish notevole.