Black Lagoon: Roberta’s Blood Trail

…Dopo una certa pausa, arriva il terzo episodio di una serie molto amata.

Black Lagoon: Roberta’s Blood Trail


Ci troviamo qualche tempo dopo gli avvenimenti delle precedenti serie, e Roanapur è il solito coacervo di illegalità e affari loschi. Un cliente si affaccia tuttavia alla Black Lagoon: si tratta della nuova maid di Garcia, il ragazzino salvato in precedenza, che ha perso il controllo della mostruosamente efficiente Roberta, sua guardia del corpo e pressoché immortale donna (memorabile lo scontro contro Revy avuto in passato).
Dopo l’assassinio del padre di Garcia, Roberta è sparita di casa minacciando vendetta contro il mondo intero: ma chi è coinvolto in tale omicidio a sfondo apparentemente politico? Come sarà possibile fermare una superdonna oramai immune, apparentemente, ad ogni cosa? Quali fazioni si nascondono dietro ai giochi di poteri che hanno in pugno Roanapur?

La prima cosa che salta all’occhio da questi sei OVA è che l’ambientazione è molto più cupa e tendente alla depressione. C’è un unico arco narrativo parecchio spesso che si dipana durante tutta la durata della serie, contrariamente alla tendenza episodica fino a qui avuta: la storia risulta però secondo me un po’ poco comprensibile, e lo svolgimento, seppur comprensibile, non arriva ad un finale soddisfacente. Vengono lasciate aperte alcune incognite, che non dipanano il mistero finale posto dalla serie.

La sorpresa più grande viene però dai personaggi, e dal loro cambiamento di ruolo. Revy, Dutch e Benny non sono altro che comparse che forniscono un passaggio o qualche colpo di pistola: il protagonista indiscusso della trama è Rock, il cui carattere è oramai stato profondamente cambiato dai precedenti avvenimenti. Anche altri personaggi che si son fatti valere in passato (la felice famigliola di assassini torna a fare la sua comparsa) ricompaiono, ma solo per fare comparsate assolutamente ininfluenti ai termini della trama o dello svolgimento dei combattimenti.

Questi ultimi, punto focale della serie fino a qui, risultano infatti parecchio meno pittoreschi: abbiamo unità militari contro altre unità paramilitari che si sparano qui e là in agguati vari, e pochi veri momenti di piacere visivo nei conflitti. Questo è anche dovuto al fatto che la trama prende di prepotenza uno spazio maggiore rispetto al passato, e richiede più discussioni e meno fucilazioni.

A livello personale, questo cambiamento non è stato molto ben accetto. Chiaro, si vede chiaramente che si è ancora a Roanapur, nell’est dimenticato dalle leggi: sembra però che si sia voluto prendere i personaggi e le situazioni viste nella prima serie e più apprezzate, e riutilizzarle per farne ancora un po’. Questo non vuol dire che il prodotto finale sia pessimo, ma manca di quella spontaneità e leggerezza mentale che aveva reso così godibile e apprezzabile quanto finora avuto.

Per le musiche non si sono proprio sprecati: per l’opening hanno preso la stessa canzone delle prime serie e l’hanno remixata, e il finale rimane senza sigla. Alcuni lunghi e pesanti silenzi si fanno sentire, e un po’ di attenzione in più in questo campo non sarebbe stata male. Il disegno ha invece avuto un moderato miglioramento, soprattutto nelle espressioni: non mi piace molto come sono diventati alcuni personaggi, ma almeno il loro animo si capisce bene – soprattutto nella seconda parte della serie.

Insomma, Black Lagoon: Roberta’s Blood Trail lascia un po’ l’amaro in bocca agli amanti della serie. Gli elementi ci sono ancora tutti, ma in dimensioni diverse e forse non con la stessa alchimia che li aveva legati in passato. Lo spettacolo rimane comunque abbastanza godibile, ma avrebbero potuto fare di meglio.

Voto: 7. Se solo avessero tenuto l’aspetto spensierato -seppur truce- degli inizi, avrebbero potuto fare grandi cose.

Consigliato a: chi, comunque, di Revy & company non ne ha mai abbastanza; chi vuol vedere uno sviluppo dei personaggi magari non ben visto, ma perlomeno abbastanza logico e credibile; chi si chiede chi regna davvero a Roanapur.

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Giniro no Kami no Agito

…Mononoke Hime-style… ma ben più nuovo. Un bene o un male?

Giniro no Kami no Agito


Ci troviamo in un mondo futuro, oramai devastato e semi-abbandonato. La poca gente rimasta vive, combattendo contro la foresta senziente, nelle rovine di ciò che è ad oggi la nostra civiltà: quasi più nulla rimane, e la preoccupazione maggiore è diventata trovare acqua e cibo per tutti.
Agito è un ragazzino poco ubbidiente, ed in una delle sue solite fughe si imbatte in uno strano macchinario: all’interno vi trova Tula, una ragazza criogenizzata proveniente da prima del Disastro. Riuscirà ella ad abituarsi al nuovo stile di vita esistente? Come mai la guerrigliera nazione vicina la vuole per sé? E, in fin dei conti, quale dei due mondi è meglio per la gente?

Come detto in apertura, tra questo lavoro e diversi lavori dello Studio Ghibli si possono trovare delle similitudini: la GONZO non si è sicuramente preoccupata di ispirarsi.
Detto ciò, si può dire che il primo impatto con l’OVA qui presente è decisamente positivo: l’ambientazione è molto suggestiva (grazie anche alla grafica, di cui parlerò dopo) e molte cose si mettono in moto contemporaneamente.
Con l’arrivo di Tula la trama decolla, e fino a metà riesce quasi a spiccare il volo… per atterrare malamente, seppur non schiantandosi del tutto, verso la parte finale. Le cose si fanno infatti confuse, e un paio di cose sono parecchio tirate per i capelli: peccato.

I personaggi sono carini, ma nulla di che. Agito è il classico ragazzino che diventa eroe volente o nolente, mentre Tula è forse quella che più può suscitare la simpatia del pubblico: prelevata nolente dal suo mondo viene scaraventata in un ambiente praticamente alieno, che alimenta dubbi, paure e desiderio di tornare a casa.
I comprimari non hanno alcun tempo di svilupparsi, e hanno un ruolo assolutamente marginale: anche il “cattivo” non viene mai capito del tutto, sebbene sia logico il perché apparente delle sue azioni.

La grafica è forse la cosa più impressionante di questo OVA, perlomeno per gli sfondi. Le ambientazioni postapocalittiche sono davvero notevoli, e il disegno è fatto benissimo: c’è parecchia CG, che viene incorporata senza però stonare con il resto. Purtroppo un po’ meno di attenzione è stato dato ai personaggi, che ogni tanto sembrano molto distaccati dalla scena di fondo.
Le musiche sono anche ottimamente fatte: quasi completamente composta di musica classica, la colonna sonora ospita anche un’ottima theme song molto particolare.

Che altro si può dire di Giniro no Kami no Agito (altresì chiamato Origin: Spirits of the Past)? Che sicuramente è un lavoro strano, che può piacere o no; che è parecchio originale, nonostante le ripetute ispirazioni ad altri lavori; che manca un po’ d’anima, con una storia non impeccabile e dei protagonisti non eccelsi. Sicuramente, però, si lascia guardare e contiene un paio di buone cose.

Voto: 7. Nella media: non lo ricorderò negli annali dell’animazione, ma non c’è nulla che sia veramente brutto.

Consigliato a: chi apprezza la buona animazione, anche senza un’ottima storia di sottofondo; chi ama gli ambienti cittadini devastati ed abbandonati; chi vuol sentire il cattivo con la voce più bassa e roca del multiverso.

Higurashi no Naku Koro ni Rei

……quando un nome tira più di un carro di buoi.

Higurashi no Naku Koro ni Rei


ATTENZIONE SPOILER! Non leggete il riassunto della trama se non avete visto le prime due serie di Higurashi no Naku Koro ni!
…ok, detto questo, possiamo iniziare.

Dopo il termine della seconda serie, ci ritroviamo con Rika che è finalmente riuscita a sfuggire al suo terribile destino: si gode la vita felice con i suoi amici… fino a quando un incidente non la manda all’altro mondo o, per meglio dire, in un altro mondo.
Rika si prepara nuovamente a combattere organizzazioni e sindrome di Hinamizawa: scopre però con sua incredulità che in questa realtà, dopo centinaia di anni, la storia non è la stessa!
Confusa e spaventata, tenta di capire cosa sia accaduto e come fare a tornare nel mondo in cui con tanta fatica ha conquistato la libertà. Ma quali sacrifici dovrà sopportare? Non è forse questo il mondo in cui vorrebbe vivere?

Questa terza serie è composta da cinque OVA: il primo e l’ultimo sono assolutamente evitabili, in quanto estranei alla trama sopra citata e tendenti al comico (con risultati non esattamente brillanti): solo nei tre OVA centrali quanto sopra segnalato ha luogo.
La storia è abbastanza semplice ma graziosa, e alcuni riassunti fatti da Rika mentre riflette sull’attuale condizione aiutano a riprendere il filo con i numerosi avvenimenti visti nella seconda serie. La spiegazione è abbastanza carina e, nonostante ci siano un paio di pezzi con dei discorsi che paiono infiniti e dalla dubbia utilità, le tre puntate scorrono tranquillamente.
Va segnalata però una cosa: il tratto caratteristico di Higurashi, il sangue e la violenza, sono oramai totalmente svaniti dalla serie. Nessuno viene accoltellato, nessuno viene trafitto, nessuno viene torturato,… insomma, ciò per cui la serie è diventata famosa è stato oramai levato. Questo è un immenso peccato.

Il cast oramai è ben conosciuto, e ognuno fa ciò che ci si aspetta da lui: l’unica “new entry” è Satoshi, che nelle due serie precedenti figurava sempre come fuggito, morto o malato terminale. Nessuna sorpresa arriva pertanto da questo comparto.

Le musiche sono nella norma, senza particolarità: togliendo il lato horror e sanguinario, anche i momenti di tensione vengono a svanire e il supporto audio risulta pressoché inutile. Abbastanza insipide, a mio parere, opening ed ending.
Il disegno è migliorato nuovamente nei confronti delle precedenti serie, e si lascia guardare con piacere.

Insomma, la mia impressione è che oramai Higurashi no Naku Koro ni si sia fatto un nome, e i produttori lo stiano sfruttando oltre il necessario. La storia non è brutta (nuovamente, togliendo primo ed ultimo episodio), ma ho l’impressione che non fremesse dal desiderio di esser raccontata. Può esser simpatica per chi ha seguito la storia iniziale e sicuramente non ha grandi difetti,ma è tutto qui.

Voto: 7. Non va oltre la mediocrità, pur non avendo gravi lacune.

Consigliato a: chi non è ancora pronto a separarsi da Keiichi, Rena e compagnia; chi vuol vedere personaggi nati nell’horror traslati in un episodio in piscina a strapparsi i costumi (maschili) di dosso; chi si domanda se è meglio vivere in un mondo che era un disastro e che è stato tirato in sesto, o in uno che direttamente parte bene.

Devil May Cry

……e dopo il videogioco di successo, l’anime!

Devil May Cry


Questo anime è tratto dall’omonimo videogioco, di grande successo. Per chi non sapesse di cosa parla, il protagonista è Dante, per metà umano e per metà figlio di un potentissimo demone dell’inferno. In virtù della sua sovrannaturale potenza, con la sua coppia di pistole e il suo immenso spadone combatte contro altri demoni che dal loro mondo tentano di invadere la nostra realtà. Purtroppo tale attività non paga molto, e la sua agenzia di tuttofare deve accettare anche lavori di diversa natura, come proteggere bambine, custodire tesori e quant’altro… ma cosa c’è dietro ai vari incontri che Dante sta facendo? Come si combinano con Patty, la bambina che dopo una missione di protezione ora gli fa compagnia? E Dante è davvero invincibile come sembra?

Con queste premesse, pare chiaro che le dodici puntate di Devil May Cry siano prettamente improntate all’azione. Quasi tutti gli episodi sono stand-alone, ma dopo un po’ si inizia ad intravedere una linea di fondo che si sviluppa: è ovvio che non si può sperare in una trama complessa, ma almeno una parvenza di sforzo in tal senso è stato fatto. Purtroppo la conclusione è simpatica ma troppo trascinata, e le ultime puntate in alcune parti sono molto meno adrenaliniche di quanto avrebbero potuto essere.

A tal senso va spesa una parola sui combattimenti, parte rilevantissima di questo anime. Ce ne sono almeno un paio a puntata, e sono di fattura abbastanza buona: i demoni spruzzano sangue a palate, e sparatorie assurde mischiate a spadonate in giro fanno sempre bene all’umore. Aggiungendo altri personaggi con armi quantomeno esotiche (lanciamissili con baionetta-motosega, o direttamente fulmini sparati dalle mani) il tutto può diventare abbastanza distruttivo. Purtroppo in parecchie puntate tali momenti sono intensi ma brevi, lasciando desiderare qualcosina in più.

I personaggi chiaramente non hanno nemmeno uno straccio di sviluppo, ma immagino che nessuno se l’aspettasse: Dante è l’invincibile tamarro, Lady è la classica donzella distruttiva, Patty è l’ovvio supporto per alcune battute o situazioni più leggere (sebbene non ci siano vere e proprie battute o momenti di comicità) e via dicendo. Ognuno ha un ruolo, da esso non si scosta e amen.

La grafica non è malaccio, e l’animazione è abbastanza fluida: in alcuni punti il disegno non è proprio da primato, ma si vede in giro di molto peggio. Ho gradito la colonna sonora, con pesanti schitarrate nei momenti di violenza e un’opening secondo me gradevole. Unica nota dolente l’ending, che trovo decisamente fuori posto e troppo lenta.

Insomma, con Devil May Cry si trova esattamente ciò che ci si aspetta da un titolo simile. Tratto da un gioco in cui c’è violenza estrema seguita da altra violenza estrema, è un anime d’azione realizzato in maniera accettabile, con un paio di puntate più carine e un paio meno. Non è un capolavoro, non ha chissà che trama, ma credo che chi lo guardi non s’attenda nemmeno per un secondo una cosa simile.

Voto: 7. Un onesto anime d’azione, come tanti. Per essere tratto da un videogioco, è fatto abbastanza bene e permette anche a chi non ha giocato ai titoli originari di guardarlo senza bisogno di capire particolari retroscena.

Consigliato a: chi ha giocato la serie videoludica relativa; chi cerca un po’ d’azione senza pretese, e nulla più; chi vuol conoscere lo sterminatore di demoni adoratore assoluto di pizza senza olive e strawberry sundae.

Dead Leaves

…50 minuti che definire frenetici è decisamente riduttivo.

Dead Leaves


Retro (chiamato così perché al posto della testa ha un vecchio televisore) e Pandy (perché ha una macchia attorno all’occhio destro che la fa sembrare un panda) si svegliano in mezzo ad una città, nudi e senza alcun ricordo. Decidono di effettuare una serie di rapine e crimini assortiti, per i quali vengono inseguiti da tutta la polizia della città: riescono ad annichilire praticamente tutte le forze dell’ordine, ma in seguito ad un incidente vengono catturati e mandati nella prigione di Dead Leaves, situata si quel che resta della luna, apparentemente esplosa in eventi precedenti alla storia qui narrata.
Riusciranno i due eroi a fuggire dalla prigione di massima sicurezza? Cosa si nasconde dietro all’apparente istituto penitenziario?

La storia, in pratica, non è nulla più di una fuga da una prigione. C’è una parvenza di trama in sottofondo, in cui si parla di clonazione e creazione di armi senzienti, ma non è nulla più di una scusa per far esplodere un altro po’ di cose.
Dead Leaves è infatti, senza dubbio alcuno, l’anime più frenetico, confusionario, esplosivo e schizoide che mi sia mai capitato di vedere: anche lavori come FLCL o Mind Game, in confronto, sembrano tranquille passeggiate al parco. Penso che ci siano al massimo tre minuti in tutto in cui non ci siano sparatorie, esplosioni, lotte ed inseguimenti: l’intero tempo di proiezione è tempestato di tali elementi, sempre più assurdi ed incredibili.

I personaggi, come si sarà già potuto capire dalla sommaria descrizione dei due protagonisti, sono quantomeno assurdi: i prigionieri sono geneticamente mutati e pertanto c’è gente che ha proboscidi da elefanti, testicoli in fronte, teste da Moai, trapani in mezzo alle gambe,… qualsiasi cosa senza senso possa venirvi in mente, c’è. Ovviamente non c’è alcun approfondimento dei caratteri, in quanto non ce n’è alcun bisogno: per far esplodere tutto non è necessario.

La grafica è, a dir poco, inusuale: gli amanti del classico stile giapponese potrebbero trovare decisamente inaccettabile tale tratto, ma personalmente l’ho trovato – seppur non tra i miei modi di disegno preferiti – adeguato al tenore iperadrenalinico che Dead Leaves presenta. A volte il tutto diventa fin troppo confuso per essere compreso, ma dopo qualche minuto l’occhio si abitua e la visione diventa sorprendentemente accettabile.
Le musiche non hanno invece quasi alcun ruolo, anche perché la quasi totalità del tempo c’è qualcosa che sta esplodendo o qualcuno che sta urlando. Qui e là, tuttavia, qualche finezza acustica viene presentata: sentire funiculì funiculà in un anime è qualcosa di quantomeno inusuale.

In definitiva, si può dire che Dead Leaves mette le cose in chiaro sin da subito: è un OVA dove le cose saltano in aria, vengono affettate o crivellate di colpi. Nient’altro.
Uno stile un po’ più accurato nel disegno o una qualsivoglia logica nella trama avrebbero potuto giovare alla visione, ma penso che ciò non sia mai stato nelle intenzioni dei produttori.

Voto: 7. Va a far compagnia a Redline: buono per l’aspetto fracassone, e nulla più.

Consigliato a: chi vuol spegnere il cervello per 50 minuti, e veder deflagrare tutto: chi vuol vedere un anime violento, volgare, sboccato, stupido, becero ma non per questo orrendo; chi vuol vedere il ciclo vitale più veloce della storia: dal concepimento alla morte per vecchiaia in qualche ora.

Panda Kopanda

…Un volo nel passato, con uno dei primissimi lavori di un imberbe Miyazaki.

Panda Kopanda


Mimiko è una giovane bambina che vive con sua nonna: un giorno, quest’ultima deve recarsi al memoriale del defunto marito e lascia la nipotina da sola a casa, tra mille preoccupazioni.
Appena arrivata a casa, tuttavia, l’energica e positiva Mimiko fa un incontro meraviglioso: incontra un piccolo panda parlante e il suo babbo, che si stabiliscono a casa sua! Essendo Mimiko senza genitori, gradisce molto l'”invasione”, e la loro vita diventa un susseguirsi di esperienze tutto sommato ordinarie ma comunque positive e felici.

Come si capisce, da questo lavoro non ci si aspetta una grande trama: si nota innazitutto l’embrione di ciò che, sedici anni dopo, diventerà Totoro. Le vicende sono semplici: la vita di tutti i giorni, la golosità di Papanda (il papà panda… grande fantasia!), le scoperte di Kopanda (che vuol semplicemente dire “piccolo panda”), una curiosa gita allo zoo con conseguente viaggio in treno, il mondo del lavoro per un panda – che chiaramente si svolge allo zoo… nessun’epica avventura, eppure la generica impressione che ne deriva è quella di un ambiente positivo, costruttivo e allegro.
Lo spettatore va tuttavia avvisato: questo film diviso in due episodi, di una durata complessiva di poco meno di un’oretta, è sicuramente indirizzato a bambini di giovane età; fino ai dieci anni è sicuramente adorabile, mentre con il crescere dell’età le situazioni e le scenette comiche risultano forse un po’ troppo semplici.

I tre protagonisti sono molto lineari, ma non per questo meno apprezzabili: Mimiko è senza dubbio un vulcano d’iperattività, Kopanda è l’equivalente di un bambino curioso e il placido Papanda porta tranquillità e, quando necessario, sicurezza paterna: figure sicuramente stereotipate al giorno d’oggi, ma che risultano gradevoli e che ben rappresentano le classiche personalità positive riscontrabili nei più classici lavori d’animazione.
Non c’è chiaramente quasi alcun sviluppo nel rapporto tra loro, idilliaco sin dall’inizio: ciò non risulta tuttavia necessario per la struttura di Panda Kopanda, che verte più sulle singole situazioni e su rapporti interpersonali positivi piuttosto che sulla trama e sull’evoluzione degli attori.

Il disegno risulta chiaramente datato e semplice, con un’animazione basilare: non bisogna dimenticare che è un lavoro che risale a oltre trentacinque anni fa! È ovvio che il tratto dimostri i suoi anni, ma risulta più naturale e sincero di parecchie pastrocchiate in CG che ci tocca vedere al giorno d’oggi.
L’audio si presenta con una canzoncina orecchiabile ed allegra, parecchio simile ad una cantilena per bambini: è perfettamente in tono con l’umore generale dell’insieme.

Insomma, Panda Kopanda è sicuramente un lavoro che al giorno d’oggi può sembrare scarno e semplice: non bisogna tuttavia dimenticare che da creazioni come queste sono nati alcuni dei capolavori dei giorni nostri, e che per un bambino anche un tratto semplice può risultare più affascinante di mille effetti speciali, se coadiuvato dal giusto apporto di positività.

Nota: 7. I difetti e i limiti sono chiari, ma al giusto target e col giusto occhio risulta assolutamente gradevole.

Consigliato a: chi ha meno di dieci anni; chi si sente un archeo-otaku; chi si chiede quanto può essere forte un panda generalmente mezzo assonnato.

Mai Otome 0 – S.ifr

…Il terzo capitolo della fortunata serie: questa volta, un prequel!

Mai Otome 0 – S.ifr

Questo anime si sviluppa in seguito alla fortunata serie Mai Otome e ai relativi OVA, Mai Otome Zwei, di cui si è già discusso qui.
In questo caso facciamo un salto nel passato, e andiamo a trovare la madre della protagonista dell’opera originaria: la storia di Mai Otome 0 – S.ifr riguarda infatti Sifr Flan, una ragazzina 14enne che spera di diventare una Otome un giorno, Rena Yumemiya, Otome con qualche crisi di gestione dei poteri e futura madre di Arika, la succitata protagonista.

In questa breve serie di tre puntate si seguono pertanto le loro vicende: il tutto inizia quando Sifr viene rapita da degli uomini misteriosi, e viene salvata da un gruppo di Otome, protettrici della giustizia con i loro incredibili poteri. Viene ben presto a scoprire di essere la figlia illegittima del re di Windbloom, e di aver ereditato dei notevoli poteri a causa di ciò: lei voleva solo diventare una Otome, e ora ci sono interi stati che la vogliono prigioniera o morta!
Rena, colpita dall’onestà e dalla bontà di Sifr, decide di proteggerla nonostante gli ordini dicano il contrario: riuscirà tuttavia nella sua missione? Come farà a gestire i suoi poteri, che sembrano spezzare ogni gemma della materializzazione poiché troppo enormi? Chi c’è dietro agli attentati ai danni di Sifr?

Chiaramente, in tre puntate una trama non può essere sviluppata più di tanto. In questo caso la storia è parecchio semplice (ragazza semplice scopre di essere importante -> finisce nei guai -> i buoni vanno a salvarla -> mazzate a pioggia -> fine), e l’interesse infatti è in tutt’altre parti. In primis, la quantità di fanservice è notevolmente aumentata rispetto alle precedenti serie, dove già non scarseggiava: qui tette ballonzolanti e in bella vista accompagnano chiappe sode e ben mostrate per buona parte del tempo. Non arriva al punto di essere noiosamente ripetitivo, ma la quantità è davvero notevole.
Il secondo punto d’interesse possono essere i combattimenti: come ci si può immaginare, le capostipite delle Otome viste nella serie originaria hanno una potenza devastante, e in un paio d’occasioni ne danno piena dimostrazione. Sarebbe peccato svelare tutte le impensabili esagerazioni a chi volesse gustarsi la sorpresa, ma per rendere l’idea si può dire che ad un certo punto una Otome getta un’avversaria dagli strati più alti dell’atmosfera fino a terra, per poi agguantarla con catene e catapultarla a faccia in giù contro la luna (!!!); in altre occasioni si può assistere ad una caduta da un satellite in orbita geostazionaria fino al terreno, con atterraggio di una delle due contendenti a faccia in giù contro il granito a causa di un piledriver che manco Zangief in piena forma se lo potrebbe sognare.
Qualsiasi accenno a realtà e credibilità viene palesemente abbandonato, ma va benone così: in fin dei conti i combattimenti di Mai Otome sono belli proprio perché son fracassoni ed esagerati, ed in questo caso almeno su questo punto ci siamo.

Sui personaggi c’è molto poco da dire: non hanno quasi nessun tempo di sviluppo, e risultano abbastanza piatti e monocorde. L’unico elemento che può interessare davvero è Rena, in quanto se ne era parlato parecchio in Mai Otome e quindi è curioso vederla agire in prima persona. Anche lei, tuttavia, non rivela granché: il suo problema di eccesso di potere viene risolto con un deus ex machina palese, e non ha altri aspetti particolari a parte una quasi esagerata gentilezza, che però non rivela nulla.
Simpatico anche rivedere alcuni altri personaggi che avranno influsso nella serie successiva, ma anche in questo caso non si scopre nulla di nuovo su di loro.

I disegni sono decisamente gradevoli e godibili, con un’animazione fluida e brillante; le musiche non sono terribili, ma hanno fatto il terribile errore di cambiare la meravigliosa musica della trasformazione delle Otome: sacrileghi!

Una volta guardato Mai Otome 0 – S.ifr, pertanto, cosa rimane? Ben poco, a parte un po’ di mazzate abbastanza ben fatte e un’oretta e mezzo di divertimento senza tanti pensieri: ho tuttavia l’impressione che si stia iniziando a mungere la “mucca-Mai-Otome” un po’ tanto, e che non sia finita qui. L’indizio preoccupante è il finale, dove uno dei personaggi narra un paio di dettagli e poi specifica “ma questa è un’altra storia”… un ulteriore sequel potrebbe essere decisamente di troppo: vedremo.

Voto: 7. Intrattiene il giusto, senza promettere e senza stupire granché.

Consigliato a: chi ha visto Mai Otome e Mai Otome Zwei, e li ha apprezzati; chi ama le botte ignoranti e super-esagerate; chi vuole un bel po’ di fanservice con un anime il cui intero cast, a parte due persone, è femminile e ben tettuto.

Vision of Escaflowne

…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

Redline

…La tamarraggine definitiva sotto forma di corsa automobilistica? Ecco a voi!

Redline

Siamo in un futuro imprecisato, in una terra imprecisata. La massima espressione della velocità è data dalla corsa più pericolosa del mondo, la Redline: non solo la sicurezza dei partecipanti non è garantita in caso di incidente, ma ogni arma è permessa a bordo delle vetture! JP, un corridore dall’aspetto molto anni ’60, fa del suo meglio per battersi nelle gare di qualificazione ed arrivare a vincere la Gara delle Gare: riuscirà nel suo intento? Il suo poco affidabile partner riuscirà ad aiutarlo o finirà per mettergli i bastoni tra le ruote?

Iniziando a vedere questo film, si capisce sin dai primi secondi una cosa: spegnere il cervello è altamente consigliato. Essendo un anime basato puramente sulle corse di automobili (o, perlomeno, cose che assomigliano vagamente ad automobili), la trama è ridotta all’osso, e l’inserimento di un po’ di malavita qui e là e di qualche vago accenno di romance non cambiano il fatto che si guarda Redline per vedere macchine sfrecciare a velocità esagerate ed effettuare evoluzioni impossibili.
In tal senso, le attese vengono parzialmente soddisfatte: la corsa iniziale e quella finale sono il top, con una tamarraggine che è davvero fuori scala, mentre nel centro del film -dove la trama tenta pateticamente di svilupparsi- ci si ritrova con un po’ troppa staticità, per il genere.

Anche i personaggi sono caratterizzati solo al minimo indispensabile, ma bisogna dire che il protagonista e il suo meccanico risultano simpatici: JP è il solito buono fesso ma con le palle d’acciaio, ma anche in questo caso non c’era da aspettarsi null’altro. Rimane piuttosto oscuro il ruolo dell’amico pseudo-mafioso, che pare avere un qualche sviluppo caratteriale ma che rimane abbastanza anonimo (sebbene alla fine un suo gesto porti alla svolta finale).
Gli altri sono solo comparse, e anche Sonoshee, la protagonista, non è particolarmente brillante nel suo ruolo: guida quel che deve guidare, dice quel che deve dire e nulla più.

La grafica è decisamente particolare: la qualità è sicuramente altissima, ma il tratto ricorda molto più un disegno americano (sebbene l’anime sia 100% giapponese), che non il tradizionale tratto nipponico. Questo non è assolutamente un difetto, anche perché una muscle car rende ancor di più se disegnata con il tratto della sua terra d’origine, però è strano a vedersi.
L’audio è azzeccato per il genere, con musica truzza quanto le immagini che essa accompagna.

Insomma, Redline è un film senza pretese (anche se alcune pretese forse le aveva, dato che è stato presentato in anteprima al Festival del Film di Locarno) che si fa godere per quel che è: una massa di automobili supertamarre che sfrecciano in ogni luogo possibile, facendo più casino possibile.

Voto: 7. Non è un anime riuscito male, ma non offre nulla di particolare se non dal lato tecnico.

Consigliato a: chi ha nell’angolino del cuore una piccola anima tamarra che ogni tanto richiede un po’ di ignoranza sullo schermo; chi si diverte con corse impossibili; chi vuole vedere come sarebbero state le Wacky Races se le avessero inventate in Giappone, Muttley a parte.

Highlander: Search for Vengeance

…Una rivisitazione del mito del clan McLeod.

Highlander: Search for Vengeance

All’epoca dei romani, un semplice cittadino (che in seguito verrà conosciuto come Colin McLeod) vede lil suo villaggio bruciato e la sua moglie crocifissa e uccisa per mano di un generale di Roma. Scoprendo di essere un immortale, giura vendetta contro l’aguzzino che gli ha rovinato la vita (e che risulta essere un altro immortale): attraverso i secoli continuerà ad inseguirlo, e lo sfiderà volta dopo volta per riuscire a riparare al torto subito. Ce la farà? Potrà un umile cittadino imparare l’arte della guerra tanto da superare un generale con più di duemila anni di pratica sul campo di battaglia?

Come si può intuire, la storia è parecchio semplice: la classica vicenda di vendetta, in questo caso diungata su migliaia di anni d’inseguimento. Lo sviluppo della trama è parecchio prevedibile e non porta particolari colpi di scena, risultando forse un po’ banale.
Anche i personaggi non brillano per originalità: tutto il gruppo dei “buoni” è parecchio stereotipato, e l’intelligenza non è esattamente il punto forte di nessuno di loro. Il loro sviluppo è praticamente nullo, poiché in un solo OVA non c’è abbastanza spazio per creare un’evoluzione credibile e che porti a qualcosa di utile.
Unica eccezione alla qualità dei personaggi è il cattivo del film, che risulta essere cattivo davvero: crocifiggere una donna e inchiodarla in cima ad una collina per far sì che veda la propria gente massacrata è un tocco di stile di una crudeltà decisamente notevole.

Una cosa che sicuramente risulta ben fatta è l’azione: il direttore è lo stesso di Vampire Hunter D: Bloodlust, e ciò si nota nei disegni. La violenza è parecchia e crudamente rappresentata, con arti che volano qua e là; questo non può che fare piacere, vista la qualità delle botte.

I disegni sono molto piacevoli: come detto sopra, l’animazione è fluida e ben fatta, e quindi è un piacere per gli occhi. L’audio non è nulla di spettacolare, ma fa il suo dovere quando deve.

Insomma, vale la pena vedere Highlander: Search for Vengeance? Se si cerca un po’ di sbudellamento senza dover accendere il cervello, assolutamente sì. Se si cerca un film impegnato, con personaggi profondi e una storia massiccia… guardate altrove.

Voto: 7. Intrattiene il giusto, non brilla ma non è terribile.

Consigliato a: chi apprezza lo stile della violenza di Vampire Hunter D: Bloodlust; chi gradisce teste mozzate, braccia volanti e facce tagliate in due; chi si vuole chiedere come mai, nel futuro, non basta un colpo con un fucile da cecchino per mandare a terra un immortale, e poi tagliargli con comodo la testa…