Vision of Escaflowne

…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

Kino no Tabi

…Un tranquillo ma profondo anime itinerante.

Kino no Tabi

Kino è un viaggiatore, che vaga per il mondo fermandosi in ogni nazione soltanto tre giorni. È accompagnato da Hermes, la sua moto parlante, nel suo viaggio infinito alla scoperta del mondo. Il viaggio è ambientato in una terra misteriosa, le cui case e i cui vestiti sembrano risalire al medioevo ma dove esistono motociclette, pistole e robot.
Ma cosa spinge Kino a viaggiare in eterno? Che impatto hanno avuto i mille e mille incontri sul suo carattere e sulla sua visione della vita?

Questo anime, leggendo il riassunto della trama, può parere uno slice of life mischiato ad un road movie. Volendo ridurre il tutto all’osso si potrebbe anche dire che ciò è vero, ma si perderebbe tutta la poesia che questo anime di tredici puntate porta con sé.
Kino no Tabi è infatti una bellissima metafora della vita: la semplice frase che apre la serie, il mondo non è un bel posto, e quindi lo è fa intuire l’approccio filosofico che il protagonista ha con gli eventi della vita.

Kino è infatti in scena il 99% del tempo, essendo l’unico protagonista, ed è un personaggio davvero fenomenale: passando nelle varie terre si mantiene generalmente nella condizione di osservatore, poiché non ama impicciarsi dei fatti degli altri, e segue i costumi del luogo. Non ama la violenza ma sa che di tanto in tanto essa può esser necessaria (e le sue due pistole, durante le puntate, colpiscono diverse persone); questo non lo porta tuttavia a sparare o uccidere senza motivo, e ogni vita presa genera un grosso conflitto interiore come è giusto che sia.

Tuttavia, la cosa che più colpisce di questa serie è la similarità con il Piccolo Principe: ogni puntata è dedicata ad una diversa nazione, con diverse abitudini, diversi problemi e diversi vantaggi. Venendoli a sapere, e in base agli incontri effettuati, Kino spesso valuta la situazione secondo i suoi canoni, senza tuttavia voler giudicare nessuno. È molto raro avere un personaggio che non crede di aver la verità in tasca, e che accetta la possibilità di potersi sbagliare o di non sapere qualcosa.
I vari argomenti affrontati portano con naturalezza lo spettatore a porsi le stesse domande. Come sarebbe il mondo se ogni persona potesse capire esattamente i sentimenti altrui, migliore o peggiore? È giusto uccidere un animale per sfamare una persona, anche se essa potrebbe in cambio tradire? Cosa vuol dire essere adulti?
Tutto ciò viene proposto con un passo lento e rilassato, per dare il tempo di assimilare i concetti e di riflettere al proprio passo; nonostante spesso Kino si trovi ad affrontare situazioni decisamente poco piacevoli, il tono rimane comunque pacifico e positivo grazie alla sua attitudine.

Il disegno è un tantinello carente: lo stile è azzeccato per lo stile di trama, ma la qualità avrebbe potuto essere decisamente più alta. Le musiche invece sono parecchio azzeccate, con opening ed ending che rispecchiano accuratamente l’anima pacata ma decisa di Kino e le musiche all’interno delle puntate che apportano l’ambiente di tranquillità che permea la serie.

Riassumendo, Kino no Tabi è un anime molto tranquillo per far funzionare la mente senza contorti ragionamenti, ma con estrema semplicità: le osservazioni di Kino sono infatti generalmente molto dirette e spoglie di fronzoli, ma proprio per questo hanno una forza ancor maggiore.

Voto: 9. Se cercate azione e mazzate correte lontano; se volete rilassarvi e con tranquillità riflettere un po’ sulla vita, questo fa per voi.

Consigliato a: chi apprezza gli anime dal passo calmo ma non per questo noiosi; chi apprezza i personaggi forti ma quieti; chi, del protagonista, vuol scoprire un segreto insospettabile.

Redline

…La tamarraggine definitiva sotto forma di corsa automobilistica? Ecco a voi!

Redline

Siamo in un futuro imprecisato, in una terra imprecisata. La massima espressione della velocità è data dalla corsa più pericolosa del mondo, la Redline: non solo la sicurezza dei partecipanti non è garantita in caso di incidente, ma ogni arma è permessa a bordo delle vetture! JP, un corridore dall’aspetto molto anni ’60, fa del suo meglio per battersi nelle gare di qualificazione ed arrivare a vincere la Gara delle Gare: riuscirà nel suo intento? Il suo poco affidabile partner riuscirà ad aiutarlo o finirà per mettergli i bastoni tra le ruote?

Iniziando a vedere questo film, si capisce sin dai primi secondi una cosa: spegnere il cervello è altamente consigliato. Essendo un anime basato puramente sulle corse di automobili (o, perlomeno, cose che assomigliano vagamente ad automobili), la trama è ridotta all’osso, e l’inserimento di un po’ di malavita qui e là e di qualche vago accenno di romance non cambiano il fatto che si guarda Redline per vedere macchine sfrecciare a velocità esagerate ed effettuare evoluzioni impossibili.
In tal senso, le attese vengono parzialmente soddisfatte: la corsa iniziale e quella finale sono il top, con una tamarraggine che è davvero fuori scala, mentre nel centro del film -dove la trama tenta pateticamente di svilupparsi- ci si ritrova con un po’ troppa staticità, per il genere.

Anche i personaggi sono caratterizzati solo al minimo indispensabile, ma bisogna dire che il protagonista e il suo meccanico risultano simpatici: JP è il solito buono fesso ma con le palle d’acciaio, ma anche in questo caso non c’era da aspettarsi null’altro. Rimane piuttosto oscuro il ruolo dell’amico pseudo-mafioso, che pare avere un qualche sviluppo caratteriale ma che rimane abbastanza anonimo (sebbene alla fine un suo gesto porti alla svolta finale).
Gli altri sono solo comparse, e anche Sonoshee, la protagonista, non è particolarmente brillante nel suo ruolo: guida quel che deve guidare, dice quel che deve dire e nulla più.

La grafica è decisamente particolare: la qualità è sicuramente altissima, ma il tratto ricorda molto più un disegno americano (sebbene l’anime sia 100% giapponese), che non il tradizionale tratto nipponico. Questo non è assolutamente un difetto, anche perché una muscle car rende ancor di più se disegnata con il tratto della sua terra d’origine, però è strano a vedersi.
L’audio è azzeccato per il genere, con musica truzza quanto le immagini che essa accompagna.

Insomma, Redline è un film senza pretese (anche se alcune pretese forse le aveva, dato che è stato presentato in anteprima al Festival del Film di Locarno) che si fa godere per quel che è: una massa di automobili supertamarre che sfrecciano in ogni luogo possibile, facendo più casino possibile.

Voto: 7. Non è un anime riuscito male, ma non offre nulla di particolare se non dal lato tecnico.

Consigliato a: chi ha nell’angolino del cuore una piccola anima tamarra che ogni tanto richiede un po’ di ignoranza sullo schermo; chi si diverte con corse impossibili; chi vuole vedere come sarebbero state le Wacky Races se le avessero inventate in Giappone, Muttley a parte.

Summer Wars

…Dal compleanno di una nonnina alla fine del mondo in sole 24 ore?

Summer Wars

Ci troviamo nel 2010. Esiste oramai un programma che potrebbe essere definito come una fusione tra Facebook, Second Life e qualsiasi sito bancario/di servizi del mondo. Praticamente ognuno ha un account, e in tale sistema si può fare tutto: dal chattare con gli amici con il proprio avatar al pagare bollette, dall’inviare le dichiarazioni delle imposte all’ordinare cibo a casa, dal lavorare al votare,… qualsiasi servizio possa venire in mente, lì c’è. Questo sistema è chiamato OZ, e ha un sistema di sicurezza virtualmente imbattibile per ovvi motivi.
Kenji è un adolescente dotatissimo per la matematica, che come lavoro part-time aiuta ad effettuare la manutenzione di alcuni servizi periferici di OZ. Essendo decisamente impacciato nelle relazioni sociali rimane pertanto strabiliato quando Nasuki, la più bella della scuola, gli chiede di punto in bianco di andare in vacanza nella sua casa estiva con lei per le vacanze estive!
Inutile dire che c’è la fregatura… in realtà Natsuki ha bisogno di lui poiché ella aveva promesso alla nonna, che compirà 40 anni proprio in quei giorni, che si sarebbe presentata con il suo futuro marito. Kenji si trova pertanto a dover reggere il gioco con una famiglia numerosissima e a dir poco eclettica, tentando di mantere il segreto.
La prima sera riceve un messaggio da un misterioso mittente, riportante solo numero: Kenji, quasi per automazione, si mette pertanto a decifrare il messaggio ed invia la risposta. Il giorno dopo si sveglia per scoprire che il sistema di OZ è stato hackato e che migliaia di account sono stati rubati, e pare essere lui il colpevole! Ma chi può essere stato? Quali sono i pericoli di una valanga di account rubati, in un sistema del genere? E cosa potrà fare Kenji per evitare il disastro e salvare contemporaneamente la faccia con la famiglia di Natsuki?

La trama, come si può notare, è poco ortodossa e abbastanza originale. Ci sono due argomenti principali che vanno di pari passo: il rapporto tra Kenji e la famiglia di Natsuki e il tentativo di rimediare all’apocalisse informatico che si sta consumando sotto i loro occhi. Purtroppo le due cose non vengono legate troppo bene, e pare sempre di assistere a due argomenti separati che poco hanno a che fare l’uno con l’altro.
La parte più “tecnica”, legata all’aspetto informatico della questione, non è secondo me curata in maniera molto logica: è un peccato, perché con il budget della Madhouse si sarebbe potuta creare una realtà virtuale che assomigli a qualcosa di un po’ meglio di una città di Second Life creata da un principante. Anche i combattimenti virtuali che si svolgono tra avatar (?) non sono esattamente meravigliosi.
Il lato famigliare, invece, è decisamente ilare e parecchio gradevole da seguire, soprattutto in virtù della particolarità di alcuni elementi della famiglia: tengono alto il morale ed evitano che il passo della serie rallenti salvando pertanto la parte meno emozionante dalla noia.

Parlando di parenti, un paio di parole vanno spese in merito ai personaggi: curiosamente, i due elementi più anonimi sono i protagonisti, Kenji e Natsuki. Il primo è il classico sfigato che alla fine riesce a fare l’exploit della sua vita rivelandosi un vincente, e la seconda è anonimissima e senza gran personalità fino a due minuti dalla fine.
Gli altri, invece, sono personaggi semplici ma ben caratterizzati, ognuno con i suoi tratti distintivi: per essere contenuti all’interno di un singolo film da un paio d’ore, ciò è stato fatto decisamente bene. Nota di particolare merito alla nonnina, vero punto focale della famiglia dal primo all’ultimo minuto di proiezione e fonte di saggezza inenarrabile.

Il disegno è molto ben fatto e le musiche, anche se probabilmente non entreranno negli annali della storia, si lasciano comunque ascoltare senza problema alcuno.

In definitiva, Summer Wars è un film carino che porta un paio di elementi interessanti (la gestione dei dati e delle responsabilità in un mondo governato dalla Rete), che però vengono trattati in maniera superficiale e senza pretese di profondità; ha una trama abbastanza affascinante che purtroppo pare ogni tanto contenuta in vari compartimenti stagni, che mal si collegano tra di loro spezzando il ritmo del film.

Voto: 7,5. Abbastanza divertente, abbastanza interessante, abbastanza intrigante, ma non un granché in più.

Consigliato a: chi vuole un film leggero per passare un paio d’ore tra computer e campagne giapponesi; chi ama le famiglie allargate con parenti che fanno le cose più disparate; chi vuol vedere la Rete del futuro… anche se si spera che la grafica sia un po’ migliore!

Genius Party

…Quando lo Studio 4°C unisce gli sforzi di diversi autori, per una serie di corti.

Genius Party

Questo OVA è composto da sette diversi “corti”, creati da differenti autori di grande fama: tra le altre produzioni create da tali personaggi, figurano titoli come tutta la serie di Macross, Cowboy Bebop, Samurai Champloo, Animatrix,… insomma, di certo non roba da poco!

Ovviamente ognuno dei sette corti ha trama, disegno e passo diverso, ma una cosa è tenuta in comune: tutti tentano di portare un concetto allo spettatore, al fine di farlo riflettere. Alcuni tendono maggiormente al comico, altri al tragico, altri ancora inondano di concetti e parole: bisogna comunque tenere sempre le orecchie ben aperte per riuscire a seguire i discorsi. Si passa dal parlare dell’esistenza di Dio al discutere di un amore mai nato, dal meditare sul futuro della proliferazione umana al riflettere su quanti “noi stessi” esistono all’interno della nostra mente, e via dicendo. I vari corti possono essere presi come storielle a sé senza particolare profondità, ma a quel punto risulteranno decisamente noiosi: bisogna pensarci su un po’ per poter trarre qualcosa di buono dalla visione.

Anche il disegno cambia per ogni corto, ma personalmente (a parte due episodi, “Shangai Dragon” e “Baby Blue”) ho trovato la qualità abbastanza bassa, dovuta probabilmente all’approccio sperimentale dell’opera. L’audio è invece curato molto meglio, con una colonna sonora interessante.

Insomma, è difficile descrivere una serie di corti così diversi tra loro: si può tuttavia dire che Genius Party è un progetto sperimentale abbastanza ben riuscito, che tramite diversi punti di vista di diversi autori consegna allo spettatore degli spunti di riflessione, alcuni più semplici ed altri più intricati, per far funzionare un po’ il cervello. Questo non può mai essere un male.

Voto: 8. Sperimentale al massimo, e non tutti i corti sono troppo apprezzabili: si lascia però guardare con piacere, e un paio di vicende sono decisamente interessanti.

Consigliato a: chi ama gli esperimenti; chi vuol vedere cosa fanno sette autori famosi quando vien lasciata loro carta bianca; chi si chiede cosa sarebbe la prima cosa che un bambino non troppo sveglio desidererebbe, se avesse la possibilità di avere tutto ciò che vuole.

First Squad: The Moment of Truth

…Nella seconda guerra mondiale, occultismo e presenze dall’inferno vengono combattute per sconfiggere le SS!

First Squad: The Moment of Truth

Ci troviamo nel 1942. La guerra sul fronte russo/tedesco sta oramai continuando da diverso tempo, e le forze in campo tentano di usare ogni mezzo per sopraffarre l’avversario.
Nadya è una giovane medium russa che ha il potere di prevedere il futuro. Dopo un assalto aereo, torna spaesata al Cremlino: scopre in tal sede di esser stata allevata per anni presso una scuola militare al fine di creare delle truppe che possano resistere anche alla morte.
Le truppe tedesche stanno ora per evocare dei malvagi spiriti dal passato, per poter cambiare le sorti della battaglia: l’abilità di Nadya di prevedere i “momenti della verità”, cioé i momenti in cui la storia viene decisa, potrà portarla a salvare l’uomo giusto al momento giusto. Ma riuscirà a farlo da sola? Oppure dovrà richiamare dall’oltretomba i suoi ex-commilitoni? Riusciranno a combattere contro uno spirito che da 700 anni medita vendetta?

L’ambientazione in cui si svolge questo film (interamente parlato in russo, nella sua versione originale) è decisamente curiosa: abbiamo la seconda guerra mondiale che impazza nello sfondo, ma cavalieri medievali e spade sono all’ordine del giorno. Il connubio è tuttavia ben creato, e risulta intrigante.
La trama in sé è abbastanza originale: raramente i buoni vanno a cercare alleati nelle file dei trapassati, ma in questo caso ciò viene fatto. L’unica cosa che può veramente lasciar perplessi è che, più che un film, alla fine risulta essere quasi un trailer: vengono messi in gioco tutti gli elementi della storia, viene dato l’inizio alle ostilità, vengono effettuati i primi scontri… e poi il tutto finisce. Mi auguro che una serie venga a seguire, perché sarebbe peccato buttare così un’ambientazione che fornisce parecchi spunti.

I personaggi sono ben fatti: Nadya passa da un inizio di totale confusione (dopo il bombardamento) ad una risoluzione ferrea. Il cambiamento potrebbe parere subitaneo, e il trucco del “avevi perso la memoria, in realtà sei un supersoldato” non mi è mai piaciuto molto, però la transizione non infastidisce più di tanto. Gli altri membri del gruppo sono un po’ anonimi (anche perché non c’è tempo per svilupparli), ma formano un bel gruppo d’attacco che ha la possibilità di creare un bel macello sul campo di battaglia.
I combattimenti sono infatti ben fatti, anche se non hanno fatto urlare al miracolo assoluto: sono comunque gradevoli e son ben piazzati all’interno della storia.

Un altro punto interessante di First Squad è l’introduzione, qui e là, di brevi pezzi di finte interviste a sopravvissuti di guerra (non disegnati, ma in carne ed ossa). Per quanto la trama sia chiaramente fantasiosa, tutto ciò aiuta a dare l’impressione di assistere ad un documentario più che ad un’opera di finzione, e questo porta ad immedesimarsi meglio nella storia.

I disegni sono di ottima qualità e sono animati bene: le musiche non mi hanno particolarmente colpito, ma il sottofondo è comunque ben realizzato.

In definitiva, First Squad: The Moment of Truth è un simpatico film su un passato alternativo all’interno della seconda guerra mondiale, che fornisce sempre milioni di spunti per rivisitazioni. Qui e lì qualche perplessità sulla logica della trama può esistere, ma si lascia comunque apprezzare soprattutto per le parti d’azione e per alcune idee davvero simpatiche: un simil-templare a cavallo che salta in una trincea a decapitare a spadate i soldati russi è davvero qualcosa che bisogna vedere.

Voto: 8. Speriamo ce ne sia ancora, e della stessa qualità.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni storiche rimaneggiate; chi ama gli anacronismi voluti; chi vuole ascoltarsi un po’ di russo parlato su disegni giapponesi.

La Maison en Petit Cubes

…Dodici minuti di ricordi e poesia.

La Maison en Petit Cubes

Questo corto di una dozzina di minuti, senza dialoghi, mi ha colpito.
Si seguono le vicende di un vecchino, che abita in una casa che deve essere continuamente rialzata con nuovi piani poiché l’acqua della città sale sempre più, fagocitando tutto. Un giorno, perde la sua amata pipa, che finisce al piano sottostante: egli decide quindi di prendere una muta da sub e andare a recuperarla.
Facendo così, tuttavia, inizia un viaggio nei ricordi della sua vita, man mano che scende piano dopo piano sott’acqua: cosa ha lasciato indietro? Come era la sua vita un tempo?

La storia è ovviamente semplice, ma non per questo priva di impatto. Da una parte ci si può chiedere se il continuo innalzamento delle acque sia un effetto del riscaldamento globale, ma questo non è centrale nella vicenda: ciò che importa è il viaggio a ritroso nel tempo del protagonista, che si ritrova ad incontrare il sé stesso di molti anni prima, unitamente a tutti i cari e a tutti gli oggetti che oramai son passati. È una toccante rappresentazione del tempo che passa, non forzatamente negativa ma che riporta effettivamente il ciclo della vita.

Il personaggio che tiene lo schermo per tutto il tempo della proiezione è silente e di lui non si sa praticamente nulla, ma ciò che si comprende da quel che si vede rappresenta un personaggio tranquillo ma forte, che ha saputo destreggiarsi tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte. Viene quasi immediatamente creato un collegamento emotivo con lui, e cio aiuta a seguire con attenzione le sue passate vicende.

Il disegno è molto particolare, colorato apparentemente a matita e di stampo molto poco “cartoonesco”: è però un disegno funzionale al tipo di racconto, e quindi ci sta benissimo. Le musiche sono ridotte all’osso, ma non vedo cosa avrebbero potuto fare di diverso – la scelta di non avere dialoghi è stata secondo me azzeccata, lasciando spazio alle immagini per convogliare emozioni.

In definitiva, La Maison en Petit Cubes (altresì chiamato Tsumiki no Ie) è davvero un corto pregno di messaggi e sentimenti, che non si limitano all’inflazionatissimo amore ma che vanno molto oltre. La sua corta durata e il suo stile non sono che punti positivi, che aiutano a portare un messaggio semplice ma importante.

Voto: 9. Data la sua corta durata, non vedo motivo alcuno per non guardarlo e non apprezzarlo nella sua muta poesia.

Consigliato a: chi vuole un lavoro toccante ma non triste; chi vuol conoscere un vecchino pacifico e temprato dagli anni; chi vorrebbe tuffarsi nel proprio passato per dare un’occhiata ai ricordi.

Mobile Suit Gundam 1

…A 30 anni dalla sua nascita, il più classico dei robottoni riesce ancora a tenere il passo?

Mobile Suit Gundam 1

Ci troviamo nell’anno 0079 del Secolo Universale, e molti umani oramai vivono in colonie sparse attorno alla terra. Una sanguinosa battaglia è in corso tra varie fazioni: da una parte la Federazione Terrestre, che comprende la quasi totalità dell’umanità, e dall’altra parte il principato di Zeon che, nonostante sia numericamente misero (un rapporto di forze di 30 ad 1), riesce a dare del filo da torcere alle truppe terrestri grazie all’utilizzo di armi rivoluzionarie chiamate Mobile Suit: in pratica, dei robottoni alti circa 4 metri. Le forze terrestri stanno a loro volta sviluppando una nuova Mobile Suit, ma Zeon attacca la colonia su cui quest’ultima sta venendo costruita.
Amuro, il figlio di uno dei ricercatori, si trova coinvolto suo malgrado negli scontri causati dalla succitata situazione: nella confusione e nel terrore che le Suit di Zeon stanno creando nella sua colonia, trova le istruzioni per guidare l’arma segreta oramai pronta: il Gundam, una Mobile Suit armata di tutto punto ed estremamente resistente.
Inizia così la forzatamente rapida crescita di Amuro nel mondo militare, ma nel frattempo la guerra non si placa: Zeon continuerà ad attaccare le colonie senza sosta? Riusciranno gli esuli della colonia di Side 7 a mettersi in salvo? Cosa c’è dietro alla mancanza di supporto che sembrano accusare?

Quando si guarda questo film (che riassume parte della primissima serie di Gundam, andata in onda per la prima volta ben trent’anni fa) bisogna tenere in considerazione la sua età. Parecchie cose possono sembrare vetuste, e parecchi concetti superati: buona parte di tali concetti tuttavia sono nati proprio con questa serie, e non viceversa.
Detto ciò, è bene spendere due parole sulla trama: si può innanzitutto dire che la stessa è ben strutturata, e risulta interessante. Questo film non pretende infatti di raccontare tutta una guerra, ma narra due diversi periodi (la fuga da Side 7 e la militanza in terra) che riescono a trasmettere le sensazioni di angoscia e terrore che un conflitto porta con sé.
Per quanto di sangue ce ne sia ben poco, infatti, le perdite umani sono notevoli, e non sono solo persone “di sfondo” a saltare in aria: anche genitori e amici di vari protagonisti rimangono uccisi dal fuoco nemico, come è brutalmente giusto che sia. L’ambiente è greve e l’angoscia è palpabile: non si cade mai nella depressione, ma il tono rimane sempre molto serio.

I personaggi sono un altro punto sviluppato in maniera notevole, per i suoi tempi: la crescita di Amuro è interessante e passa vari stadi: dalla paura all’esaltazione, dalla presa di coscienza al superamento dei propri timori: il cambiamento durante le vicende narrate è tale che arriva a non esser quasi riconosciuto dalla madre nel suo agire.
Anche i personaggi comprimari non son fatti male, ma risultano molto più statici e non mostrano particolare evoluzione durante il film.

La grafica è chiaramente molto datata, ma con sorpresa devo ammettere che non risulta inguardabile come avevo avuto paura che potesse essere. Le musiche sono adatte al tempo in cui vennero prodotte, e con l’orecchio di oggi gli effetti sonori risultano di qualità decisamente poco eccelsa: fanno però il loro dovere, e quindi non c’è nulla da recriminare.

Insomma, vale la pena di utilizzare due ore e mezzo per guardare un anime di trent’anni fa? Secondo me, sì. In primis perché non è il classico “anime sui robottoni” ma va molto oltre nella sua valutazione, parlando dello sviluppo di un ragazzo e della sofferenza che la guerra porta invariabilmente con sé; è inoltre un pezzo di storia che sarebbe un peccato sorvolare.

Voto: 8. Con gli occhi di oggi non si può dare di più, ma la trama era davvero interessante e ha meritato tutto il tempo della sua visione.

Consigliato a: chi vuole sapere da dove arrivano i nostri robottoni di oggi; chi vuol vedere un anime dove le munizioni finiscono e dove i robot devono venir riparati; chi vuole sentire lo scambio di battute più beceramente maschilista che un anime abbia mai contenuto.

Highlander: Search for Vengeance

…Una rivisitazione del mito del clan McLeod.

Highlander: Search for Vengeance

All’epoca dei romani, un semplice cittadino (che in seguito verrà conosciuto come Colin McLeod) vede lil suo villaggio bruciato e la sua moglie crocifissa e uccisa per mano di un generale di Roma. Scoprendo di essere un immortale, giura vendetta contro l’aguzzino che gli ha rovinato la vita (e che risulta essere un altro immortale): attraverso i secoli continuerà ad inseguirlo, e lo sfiderà volta dopo volta per riuscire a riparare al torto subito. Ce la farà? Potrà un umile cittadino imparare l’arte della guerra tanto da superare un generale con più di duemila anni di pratica sul campo di battaglia?

Come si può intuire, la storia è parecchio semplice: la classica vicenda di vendetta, in questo caso diungata su migliaia di anni d’inseguimento. Lo sviluppo della trama è parecchio prevedibile e non porta particolari colpi di scena, risultando forse un po’ banale.
Anche i personaggi non brillano per originalità: tutto il gruppo dei “buoni” è parecchio stereotipato, e l’intelligenza non è esattamente il punto forte di nessuno di loro. Il loro sviluppo è praticamente nullo, poiché in un solo OVA non c’è abbastanza spazio per creare un’evoluzione credibile e che porti a qualcosa di utile.
Unica eccezione alla qualità dei personaggi è il cattivo del film, che risulta essere cattivo davvero: crocifiggere una donna e inchiodarla in cima ad una collina per far sì che veda la propria gente massacrata è un tocco di stile di una crudeltà decisamente notevole.

Una cosa che sicuramente risulta ben fatta è l’azione: il direttore è lo stesso di Vampire Hunter D: Bloodlust, e ciò si nota nei disegni. La violenza è parecchia e crudamente rappresentata, con arti che volano qua e là; questo non può che fare piacere, vista la qualità delle botte.

I disegni sono molto piacevoli: come detto sopra, l’animazione è fluida e ben fatta, e quindi è un piacere per gli occhi. L’audio non è nulla di spettacolare, ma fa il suo dovere quando deve.

Insomma, vale la pena vedere Highlander: Search for Vengeance? Se si cerca un po’ di sbudellamento senza dover accendere il cervello, assolutamente sì. Se si cerca un film impegnato, con personaggi profondi e una storia massiccia… guardate altrove.

Voto: 7. Intrattiene il giusto, non brilla ma non è terribile.

Consigliato a: chi apprezza lo stile della violenza di Vampire Hunter D: Bloodlust; chi gradisce teste mozzate, braccia volanti e facce tagliate in due; chi si vuole chiedere come mai, nel futuro, non basta un colpo con un fucile da cecchino per mandare a terra un immortale, e poi tagliargli con comodo la testa…

Tengen Toppa Gurren Lagann: Lagann-hen

…Il secondo OVA, che tenta di raccontare la parte più epica dell’omonima serie.

Tengen Toppa Gurren Lagann: Lagann-Hen

Questo secondo film inizia dove il primo si interrompeva, raccontando le vicende che portano alla conclusione della serie di Tengen Toppa Gurren Lagann.

La storia per un certo periodo segue la trama iniziale, ma una volta partiti per lo spazio delle icongruenze con la serie iniziano a palesarsi. Personaggi che in precedenza morivano rimangono vivi, occupando spazio e modificando il gruppo che arriva alla battaglia finale – cosa che, per chi già ha visto la serie, risulta essere problematica dato che il fulcro del discorso effettuato da Simon verte anche sul sacrificio dei compagni di viaggio.

Inoltre, altre due cose mi hanno pesantemente infastidito. La prima è che la storia risulta incomprensibile se non la si conosce già a menadito: chiaramente un film riassuntivo non riesce a spiegare tutto ciò che l’originale contiene, ma per esempio nel primo (Guren-hen) erano riusciti a limare alcuni pezzi mantenendo tuttavia intera la trama e dando il dovuto risalto ai giusti momenti. In questo caso ciò non accade: ci si perde in un caos di esplosioni e distruzione senza, in apparenza, un vero perché.

In secondo luogo, gli usualmente attenti collaboratori della Gainax hanno fatto un altro passo falso: rifacendo la grafica e il sonoro, hanno ritoccato alcuni momenti assolutamente epici, andando a togliere esattamente ciò che gli appassionati andavano a cercare. Sorvolando i cambi dovuti alle modifiche della trama, molti altri non erano necessari: modifiche di musiche, voci, immagini, discorsi, disegni: quando si arriva al punto in cui ci si esalta poiché il personaggio farà questa o quella figata, si rimane quasi regolarmente delusi. Il finale, poi, è totalmente sconnesso dall’originale e definirlo caotico e raffazzonato è dir poco.

La grafica, bisogna dire, è fenomenale. Molti scontri sono stati interamente ricreati, e dal punto di vista puramente tecnico sono impressionantissimi: molti dei buchi della trama non vengono notati semplicemente perché si è troppo affascinati dalla qualità del disegno e dei combattimenti.
Anche il sonoro mantiene l’altissima qualità a cui siamo abituati, seppur con qualche remix forse superfluo.

Insomma, cosa rimane alla fine della visione di Tengen Toppa Gurren Lagann: Lagan-hen? Un bel po’ di combattimenti, una grafica mozzafiato in puro stile Gainax, tanta confusione, tanta delusione e l’impressione di aver assistito ad uno scivolone su un progetto che apparentemente non avrebbe dovuto recare sorprese. Forse i produttori hanno tentato di aggiungere qualcosa per interessare anche coloro che avessero già visto la serie: secondo me hanno fatto un errore madornale.

Voto: 5. Potrà sembrare duro, ma la delusione è tanta e la Gainax dovrebbe sapere che con esplosioni e robottoni che si menano non si riescono a coprire i buchi di trama, di personaggio e di ritmo.

Consigliato a: chi non si offende nel vedere uno dei finali più belli del mondo stuprato e privato del suo fascino; chi vuol vedere combattimenti di robot di qualità notevole; chi, in fin dei conti, di Yoko, Simon, Boota e compagnia non ne ha mai abbastanza.