Ef – A Tale of Memories

Ci sono dei ricordi che non vorresti mai dimenticare?

Ef – A Tale of Memories

Questo anime si sviluppa su due trame diverse e pressoché totalmente separate (sebbene due ragazze che stanno nelle due trame siano gemelle, questo non influisce mai sulla storia in sé).
Nella prima trama seguiamo le vicende di Renji e Chihiro: Renji è un ragazzo tranquillo, che ama leggere libri nella calma di una stazione abbandonata: un giorno incontra lì Chihiro, una ragazza molto tranquilla con una benda su un occhio, e dal comportamento gentile ma strano: si viene presto a scoprire che a causa di un incidente ha un difetto di memoria, e dimentica qualsiasi cosa passata da più di tredici ore. Per evitare di rimanere con la sua mente ferma per sempre a 12 anni (l’età dell’incidente) porta sempre con sé un diario in cui segnare eventi importanti, per ricordarli nonostante il suo problema.
Il rapporto tra i due si sviluppa con non pochi problemi in virtù dei succitati problemi, ma l’affetto è chiaro: riusciranno a superare le mille difficoltà?

Il secondo arco narrativo parla invece di Hiro e Kei: Hiro è un ragazzo e Kei è una ragazza, crescuti assieme come fratelli e legati da un fortissimo affetto… e forse, da una parte, da qualcosina in più. Le cose si complicano quando nella vita di Hiro compare Miyako, una ragazza estremamente eccentrica che non si fa problemi ad auto-invitarsi e ad essere estroversa: cosa lega davvero questi personaggi tra loro? Come si evolveranno i loro sentimenti? Ognuno è davvero ciò che dichiara di essere?

Inizierei a parlare di quest’ultima storia, che secondo me ha i suoi alti e bassi. La qualità della stessa è alta, soprattutto nella seconda parte (quando le psicosi e i disturbi dei personaggi diventano lampanti e disturbanti). La trama è però un po’ cliché – anche se per fortuna viene sviluppata in maniera egregia, ed ha un finale che non ci si aspetterebbe (anche se non mi ha visto concorde, almeno è un punto diverso dai soliti standard).
La storia di Chihiro e Renji invece è davvero spettacolare. La particolarità dei problemi presentati porta a situazioni e problematiche impensate, rendendola molto imprevedibile ed estremamente ricca. Lo sviluppo della trama qui è fatto in maniera magistrale e anche in questo caso nella seconda parte, quando le cose si fanno ardue per tutti, i personaggi brillano ancor di più. Qui la conclusione è fuori scala, da applausi assoluti: non ho parole per descrivere quanto questo arco narrativo mi sia piaciuto.

Una storia del genere deve essere chiaramente retta da dei personaggi all’altezza. In questo caso la SHAFT ha tenuto fede alle aspettative, creando un cast di primissimo ordine: tutti i personaggi sono azzeccatissimi, le loro caratteristiche e problematiche danno vita alle loro azioni e alle loro preoccupazioni, rendendoli ancor più interessanti. Ci si affeziona a loro (soprattutto, come detto, a Chihiro e Renji) e ci si preoccupa per la loro felicità, come è giusto che sia in un anime che punta all’empatia emozionale.
Lo sviluppo psicologico degli stessi, inoltre, è bellissimo: non sono tanto i personaggi a cambiare (a parte nei finali), ma più che altro è lo spettatore a capire man mano cosa anima certe caratteristiche e certe decisioni: il modo di rivelarlo è brillante e impressionante. Ricordo ancora con i brividi il momento in cui si capisce la solitudine di Miyako… wow.
Solitudine, tristezza, angoscia, risentimento e rimpianto sono difatti sentimenti molto presenti in questo anime, che decisamente racconta delle storie d’amore per nulla facili e in molti momenti dolorose per i partecipanti.

La parte artistica è semplicemente perfetta. I disegni sono meravigliosi: i paesaggi non arrivano ad eguagliare le visuali spettacolari di Makoto Shinkai, ma in compenso i personaggi sono fatti in maniera totalmente superlativa. Curatissimi e bellissimi, sono un piacere da guardare. Il particolare stile di animazione SHAFT è presente anche qui, sebbene in maniera meno invadente rispetto agli altri -più ridanciani- prodotti: gli effetti di colore e le riprese inusuali sono usati saggiamente per creare il massimo splendore possibile.
Anche la parte musicale è estremamente curata: per una serie di dodici puntate ci sono due opening (di cui una cantata dall’italiana Elisa) e ben cinque ending, tutte di altissima qualità. Anche durante le puntate il supporto musicale è senza pecca alcuna.

Insomma, credo sia facile capire quanto mi abbia affascinato Ef – A Tale of Memories. Ciononostante, avviso coloro che bramassero per vederlo: non è un anime per tutti. Si parla di storie d’amore molto tristi e complesse (sebbene non si cada nella depressione senza speranza caratteristica di lavori come Kimi Ga o Saishuuheiki Kanojo), e quindi bisogna che si apprezzi un simile tipo di vicenda. Se però tale genere è una delle nicchie che a voi interessano… non perdetelo.

Voto: 9. Seguendo il mio animo darei di più, ma mi rendo conto che alcune pecche qui e là sono comunque presenti (soprattutto nell’arco narrativo di Hiro e Kei).

Consigliato a: chi ama le storie d’amore sofferto; chi vuole vedere quanto la SHAFT sa rendere quando si mette a fare sul serio; chi si è sempre chiesto, in fin dei conti, cosa saremmo noi senza i nostri ricordi.

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Over Drive

…perché andare in bicicletta è una questione di cuore.

Over Drive

Mikoto è un ragazzo che va al liceo, e che non è mai stato particolarmente brillante nelle relazioni sociali: veste in maniera casuale, non si pettina, non si cura, non è interessante, non è atletico,… il classico “ragazzo del banco vicino alla finestra”.
Un giorno Yuki, la ragazza che segretamente gli piace, lo invita ad unirsi al club della bicicletta: dichiara sin da subito che l’interesse è dovuto perché suo fratello, presidente del club, le ha promesso una borsetta nuova in cambio di un nuovo membro. Ammaliato dalla bellezza di Yuki, Mikoto decide di accettare… ma non sa nemmeno andare in bici! Riuscirà a farsi ammettere nel club? Cosa può sperare di ottenere, dato che sa a malapena reggersi sui pedali? E in che modo potrà colpire il cuore di Yuki?

Va detto che questo anime passa parecchie diverse fasi molto differenti tra loro, che andrò ad esaminare separatamente.
Durante le prime due puntate, si vede un Mikoto che potrebbe rispecchiare molti ragazzi 16-17enni “immaturi”, che ancora non hanno idea di come relazionarsi con le persone e che ritengono che il non-conflitto sia l’unica soluzione ai loro problemi: quando però la loro musa ispiratrice li tira in ballo, tentano di fare il possibile per cambiare al fine di appagarla. Chiaramente i risultati sono meno che soddisfacenti, dato che sono cose totalmente nuove… ecco, in questa parte i ragionamenti di Mikoto sono molto azzeccati, con un disperato desiderio d’accettazione e le mille fantasie che possono crearsi. Anche il suo attaccamento a Yuki è realistico, dato che “lo sfigato” di turno guarda alla bella della classe con ammirazione incondizionata, nonostante essa sia tutt’altro che perfetta.

A partire dalla terza e fino all’undicesima puntata, c’è la parte dell’allenamento: questa è la sezione assolutamente meno riuscita dell’anime. Di positivo c’è che Yuki cambia atteggiamento, passando dal suo esterno di menefreghista e materialista per toccare degli aspetti un po’ più interessanti della sua personalità; è purtroppo una magra consolazione rispetto alle assolute incongruenze che Mikoto rivela durante gli esercizi.
Chiunque abbia mai fatto un giro in bicicletta, sa benissimo che per delle gambe non allenate di un non-sportivo è durissima riprendersi dopo una grande fatica, e quando i muscoli non ce la fanno più c’è poco da fare: idem dicasi per altre attività sportive non abituali.
In questo caso Mikoto passa dal riuscire a fare un’apnea di 2 minuti ad una di 4,5 minuti in una notte; due giorni dopo aver imparato a pedalare scala metà di una collina, e torna LA NOTTE STESSA per ri-scalarla di nuovo; dall’attività fisica nulla passa a fare 300 flessioni al giorno, e via dicendo. Tutto questo viene giustificato con la sua grande forza di volontà e dal suo grande cuore, come se essi potessero dissolvere l’acido lattico… in un anime totalmente incentrato su uno sport, questo è abbastanza imperdonabile.

Per fortuna, all’undicesima puntata il tono cambia, e di molto: si arriva finalmente alla grande gara di 160km che ha tenuto tutti occupati in allenamenti per un mese! Per godersela basta dimenticare che Mikoto sa pedalare da un solo mese, e basta considerarlo “un novellino”.
Usando questo semplice trucchetto, si può apprezzare una gara dall’ottimo passo e dall’intenso interesse: le relazioni tra i vari personaggi in pista variano durante la gara, e la tensione è sempre alta. Alcuni pezzi sono delle pure scariche d’adrenalina, davvero ben fatti. Purtroppo qui e là ci sono delle puntate di flashback o di ricordi da parte dei personaggi, che rallentano nuovamente il tono in maniera fastidiosa: una volta passate, però, si torna a potersi godere l’ottima gara dai vari inaspettati risvolti.
Tale gara dura praticamente fino alla fine della serie, con l’ultima puntata e mezzo che torna con dei toni più scanzonati e rilassati.

La grafica è in linea con l’anno di produzione, non brilla ma non sfigura; le musiche sono invece ben curate, con un’ottima opening e la colonna sonora che ben supporta i momenti di tristezza, fatica o esaltazione.

Insomma, Over Drive è un anime dalle molte facce: ci sono lati molto ben riusciti e lati molto mal riusciti, ed è quindi difficile da consigliare o meno. Sicuramente gli amanti delle corse potranno guardare almeno il pezzo relativo alla gara, che potrebbe risultare terribile per un esperto di ciclismo (inesattezze un po’ ovunque) ma apprezzabilissimo per chi non è uno specialista; per altri aspetti lascia forse un po’ a desiderare.
La strada per una seconda serie viene spianata nelle ultime puntate: se decideranno di farla e punteranno maggiormente sull’aspetto puramente sportivo ed eventualmente sullo sviluppo personale dei personaggi, potrebbe uscirne un gran bel lavoro. Se decideranno di puntare alle varie romance che serpeggiano nell’aria, temo che sarà un flop… ma in fin dei conti il manga da cui è tratto è già finito, quindi almeno non lasceranno le cose a metà. Chi vivrà vedrà.

Voto: 7,5. Sarebbe più alto per la parte ciclistica ben realizzata, ma la noiosa prima metà non permette di andare più in alto.

Consigliato a: chi ama il ciclismo, pur non essendo esperto; chi adora le storie dove la gente si butta anima e cuore in missioni apparentemente impossibili; chi vuole imparare come si dice “bicicletta” in giapponese.

Kanojo to Kanojo no Neko

Il primo lavoro di Makoto Shinkai: quattro minuti di arte.

Kanojo to Kanojo no Neko

In questo super-corto (dura solo 4:44) si assiste alla narrazione di un gatto, Chobi, che narra della sua vita e della sua padrona. Tutto qui.

Già, tutto qui, si potrebbe dire. Ebbene, i quattro minuti di cui sopra sono di un’intensità impressionante, dato che si ascolta il punto di vista molto inusuale di un gatto. Narra della sua vita, delle sue abitudini, ma soprattutto della padrona che lui ama, e di cosa pensa di lei. Assiste ad eventi della vita umana interpretandoli a modo suo, vedendoli come mai capiterebbe altrimenti.

La grafica è spettacolare: la qualità dei disegni è quella a cui Shinkai ci ha oramai abituato (ma qui eravamo nel 1999, e quindi l’abilità è ancora maggiore): il tutto è migliorato da un color seppia che caratterizza tutti i quasi cinque minuti di animazione.
Le musiche sono praticamente assenti, ma non servono: la voce del narratore (perlomeno in giapponese) è più che perfetta a far compagnia alle immagini.

Io in genere non ho l’abitudine di commentare ogni lavoro da 5 minuti che vedo, ma Kanojo to Kanojo no Neko (altresì detto “She and her Cat”) è davvero un piccolo capolavoro d’animazione: dura solo cinque minuti, ma rimane impresso molto più a lungo. Ciò è ancor più vero per chi possiede un gatto, oppure ama tale animale: non vedrà più il proprio felino con gli stessi occhi, ma con affetto ancora maggiore.

Voto: 9. Bello, bello, bello.

Consigliato a: chi ama i gatti; chi vuol vedere il lavoro iniziale di un grandissimo animatore; chi vuol sapere cosa passa per le teste pelose dei nostri amici felini.

Tsukuyomi Moon Phase

Bambine vampire in un lavoro della SHAFT forse un po’ sottotono:

Tsukuyomi Moon Phase

Kouhei è un fotografo con una particolarità: in tutte le foto che ha riesce a catturare spiriti dell’aldilà, ma lui non riesce a vederli né ad esserne influenzato. In virtù di questa sua curiosa caratteristica lavora come fotografo per riviste sull’occulto, andando a fare servizi nei vari “luoghi del mistero” in giro per il mondo.
In un castello abbandonato della Germania, fa però un incontro curioso: una ragazzina gli sorride dalle guglie di un torrione, in maniera misteriosa. In una seconda visita del maniero, scopre che la ragazzina dice di chiamarsi Hazuki, e la prima cosa che vuole è un bacio… peccato che si riveli essere un vampiro, che vuol soltanto usare Kouhei come servo per fuggire dalla sua prigione!
Curiosamente egli non rimane però soggiogato dal vampiresco potere, e i due fuggono verso il Giappone. Ma come mai Kouhei non subisce i poteri degli spiriti e dei vampiri? Chi è a caccia di Hazuki? Come mai lei ha due personalità contrapposte? Cosa c’è dietro a tutto ciò?

In questo caso, la SHAFT sacrifica parte del suo usuale nonsense per tentare di inserire una storia di sviluppo sentimentale e una trama all’interno della serie: purtroppo i risultati non sono brillanti come si potrebbe sperare.
Le puntate si altalenano difatti tra i vari aspetti della storia, che però mal si amalgamano tra loro: quando si parla della relazione tra i due protagonisti il resto viene a cadere, e lo stesso discorso avviene quando si parla della trama in sé, e idem quando l’argomento è la ricerca delle madri di Kouhei e Hazuki. I vari elementi purtroppo non arrivano mai a combinarsi per bene, e sembra quasi di assistere a tre storie separate.
La trama in sé è estremamente semplice: Hazuki scappa dalla sua prigione, e i suoi nemici ce la vogliono riportare. Ci sono alcune lievi compicazioni, ma fondamentalmente è tutto qui: i protagonisti agiscono sempre sulla difensiva senza mai prendere l’iniziativa. Inoltre, anche il finale non da un vero punto alla situazione, lasciando irrisolte parecchie cose: ciò è ovviamente dovuto al fatto che il manga dal quale l’anime è tratto non è ancora terminato, però rimane comunque abbastanza fastidioso.

I protagonisti sono abbastanza schematici, anche perché probabilmente questo anime è mirato a utenti più giovani: i ragionamenti sono semplici e lineari, e quando si parla della relazione in ballo si cade nei più banali cliché del “ti-amo-ma-non-lo-voglio-ammettere” e “ho-frainteso-e-non-parliamo-per-chiarirci”. Abbastanza deludende, invero.

Bisogna tuttavia dire che non è tutto da buttare: i disegni sono abbastanza curiosi ed intriganti nella maggior parte dei casi (v. sotto), e in ogni ambito ci sono un paio di cose carine. Dal lato comico certe uscite mi hanno fatto ridere (lo stupido utilizzo delle padelle in testa ad un certo punto cade nel pazzesco: adorabile), e anche la trama qui e là riserva qualche piccolo choc non indifferente.

La grafica è abbastanza buona, con i caratteristici mix foto-disegno e le riprese con colori curiosi che caratterizzano la casa produttrice: purtroppo durante un paio di combattimenti cruciali i disegnatori si sono risparmiati la fatica di fare i disegni effettuando riprese inutili e fastidiose, ma a parte tale paio di eventi il resto è buono.
La musica è accettabile, anche se opening ed ending non siano un granché.

Insomma, Tsukuyomi Moon Phase è un anime per chi ha 13 anni o per chi ha un debole per le gothloli (che a me non affascinano più di tanto): ha qualche punto valevole, ma anche i difetti non riescono a passare inosservati, facendo risultare l’opera abbastanza mediocre.

Voto: 6,5. Può piacere, ma probabimente a pochi.

Consigliato a: chi ama le lolitas; chi non si offende per una pseudo-storia di amore tra una apparente 13enne e un apparente 20enne; chi vuol vedere qualsiasi cosa con le orecchie da gatto, ivi comprese montagne e torii.

Comedy

Un cortometraggio di dieci minuti, sognante e inquietante.

Comedy

Siamo circa ad un paio di secoli fa. Un villaggio di campagna è minacciato dalle truppe inglesi, che stanno per arrivare a mettere a ferro e fuoco tutto: una bambina del villaggio corre al vecchio castello abbandonato poiché si narra che in tale luogo viva un leggendario guerriero, capace di sconfiggere intere armate da solo. Lo stesso però chiede unicamente di essere pagato in libri antichi (al tempo una vera rarità)… riuscirà a salvare il villaggio?

Questo lavoro dello Studio 4°C, anche chiamato Kiseki, è quantomeno curioso. Ovviamente in dieci minuti non si riesce ad avere una connessione con i personaggi, ma risultano comunque immediatamente molto affascinanti; il seppur breve arco narrativo porta inoltre ad un’inquietante scoperta verso la fine del cortometraggio.

L’animazione è curiosa, con un tratto molto caratteristico: può piacere o meno, e a me è risultata congeniale. La musica è quasi assente, e quindi difficilmente valutabile.

Insomma, Comedy è un piccolo esempio di animazione peculiare, davvero godibile nella sua brevità. Non porta elementi rivoluzionari al mondo degli anime, ma la sua particolare impostazione lo fa sicuramente ricordare anche in mezzo a tante altre serie, forse più blasonate ma più convenzionali.

Voto: 8. Da vedere: in ogni caso, son solo dieci minuti!

Consigliato a: chi apprezza una storia di meno di un quarto d’ora; chi vuol vedere quanto può essere potente un guerriero… particolare; chi vuole chiedersi perché si chiama Comedy, se da ridere c’è ben poco.

Ghost in the Shell: Solid State Society

Ecco il terzo film di una saga impedibile:

Ghost in the Shell: Solid State Society

Sono passati due anni dalla fine della seconda serie, e le cose sono cambiate un bel po’. Il Maggiore Kusanagi non fa più parte della Sezione 9, e i suoi ex-compagni sono maturati in vari modi: continuano però a fare il loro lavoro.
In questo caso, si trovano tra le mani un curioso caso di terrorismo in cui tutti quelli che vengono coinvolti paiono misteriosamente suicidarsi, e quando i protagonisti iniziano a scavare più a fondo scoprono un minaccioso avviso che li avverte di “non immischiarsi con la Solid State Society”.
Ma cos’è questa presunta società? Chi è il burattinaio che muove dall’ombra tutte le pedine? Che fine ha fatto il Maggiore? E se fosse coinvolta? In che modo?

Il terzo film lascia un po’ andare l’aspetto psicologico e riflessivo del brand GitS, puntando principalmente alla trama (che è relativamente semplice essendo in un unico film, ma è ben sviluppata ed interessante) e allo sviluppo della situazione attuale della Sezione 9, che è mutata in maniera impressionante.

I personaggi riescono come sempre a portar bene sulle loro spalle il peso della storia, anche se forse diventano un po’ tanto emozionali: dopo 52 puntate e 2 film, è strano vedere dei cambi d’attitudine così forti. Non arrivano a snaturare i caratteri abituali, ma comunque la differenza è palpabile.
Inoltre, la mancanza di ulteriori discussioni filosofiche da il tempo di riassestare i pezzi (magari in attesa di una futura serie/film?) e mettere in sesto le cose che alla fine della seconda serie erano rimaste in sospeso.

La grafica e il sonoro, manco a dirlo, sono di primissima qualità: la cosa non sorprende perché oramai siamo abituati bene, ma non bisogna sottovalutare l’impegno che ogni volta i creatori mettono nella realizzazione delle varie vicende narrateci.

Insomma, Ghost in the Shell: Solid State Society è un buon film poliziesco/d’azione che ha lasciato cadere le implicazioni profonde a cui eravamo abituati, ma che non per questo diventa un film povero o carente: non raggiunge i livelli di eccellenza dei suoi predecessori, ma dopo la seconda serie è un’ottima visione e va sicuramente consigliata.

Voto: 9. Bello. Non un capolavoro, ma bello.

Consigliato a: chi ha visto le prime due serie, e vuol vedere come va avanti; chi non ne ha mai abbastanza di misteri intricate e sospetti serpeggianti; chi oramai ama Motoko Kusanagi, e non sa stare senza di lei.

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex 2nd GiG

Ed eccoci alla poderosa seconda serie di Ghost in the Shell:

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex 2nd GiG

In questa seconda serie continuiamo laddove la prima serie termina, dopo le vicende del Laughing Man: la sezione 9 e i suoi membri continuano a combattere un crimine sempre più informatico e impalpabile, ma con effetti molto concreti.
In questa serie i nostri eroi si trovano a dover affrontare delle situazioni politiche molto delicate, che portano all’esecuzione di diversi omicidi, attentati e simili: in che modo essi sono correlati? Chi c’è dietro a tutto ciò? Chi è nel giusto e chi è nel torto?

Con questa serie si torna nell’assoluta eccellenza che Ghost in the Shell ci ha abituato a pretendere: la trama è complessa ma comprensibile come lo era nella prima serie, anche se ci sono molte differenze (cosa che aiuta a non annoiarsi).
In questo caso, le discussioni smettono di essere incentrate sulla persona o sulla società cibernetizzata, per focalizzarsi su aspetti più attuali della società stessa: si parla di censura di notizie, di controllo, di immigrazione, di povertà… non si tenta ovviamente di trovare una soluzione, ma ne si parla e ne si parla in maniera interessante.

I personaggi qui hanno un ruolo parecchio superiore rispetto alle precedenti vicende: se prima erano i seppur ottimi mezzi con cui raccontare una storia, ora diventano dei personaggi da approfondire, ognuno con il suo passato, le sue storie e i suoi motivi per essere ciò che è. Ne vien fuori un riquadro davvero ottimo, e ci si affeziona ancor di più anche ai personaggi un po’ minori, che forse nelle serie precedenti avevano avuto un ruolo marginale.

La grafica rimane impeccabile, e il comparto musicale è davvero meraviglioso: l’opening è spettacolare quanto quella della prima serie, e anche tutto il resto è davvero apprezzabilissimo.

Insomma, sembrava impossibile eguagliare il successo di GitS:SAC, e invece ce l’hanno fatta: a titolo personale preferisco la prima serie, ma è come tentare di scegliere tra perfezione e perfezione.

Voto: 10. Un’altra perla imperdibile.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie e ne vuole di più; chi vuol approfondire ancor più la conoscenza con i nostri cari protagonisti; chi vuol vedere l’evoluzione dei Tachikoma, sempre più utili e sempre più mitici.

Ghost in the Shell 2: Innocence

Il secondo film di Ghost in the Shell tenta di ricalcare le tracce del primo: ci riucirà?

Ghost in the Shell 2: Innocence

Ci troviamo nel 2032, e siamo sempre a seguire le vicende della Sezione 9. C’è però una grossa differenza… il Maggiore Kusanagi non è più presente! I membri sono chiaramente segnati da questa sparizione (chi più, chi meno, a dipendenza dell’attaccamento personale che avevano), ma la vita continua e i casi da seguire arrivano senza sosta.
Ci troviamo pertanto a seguire Togusa e Batou mentre tentano di dipanare la matassa di misteri lasciati da un omicidio compiuto da un gynoid, una “bambola” senz’anima creata solo per soddisfare desideri sessuali, e che in teoria non dovrebbe avere pensiero né anima. Come è possibile che abbia ucciso il suo padrone? Cosa c’è dietro? Di nuovo qualcuno sta muovendo dei fili invisibili? A cosa punta?

Questo film si piazza, nella linea temporale della saga di Ghost in the Shell, dopo il primo film e prima della prima serie: ci si ritrova difatti a continuare la storia dal termine del primo film, che risulta quindi necessario per capire questo secondo. Anche in questo caso, il tentativo è quello di continuare sulla falsariga dei precedenti capolavori: in questo caso, però, il risultato non è altrettanto impeccabile.

La trama è relativamente semplice (bisogna però dire che dopo aver digerito GitS:SAC, tutto sembra più semplice…), anche se comunque ha una certa corposità: la grave mancanza sta secondo me nell’assenza dei soliti ragionamenti profondi e riflessivi.
Non è che non ci siano, sia ben chiaro: come detto sopra, il tentativo è stato quello di avere una continuità di stile. Il problema è che in questo caso le discussioni risultano talmente macchinose da essere pressoché incomprensibili, e ciò ne perde in immediatezza e arricchimento personale (cosa che nel primo film era invece estremamente presente). Inoltre, la mancanza del Maggiore (anche se non è che non ci sia del tutto…) a titolo puramente personale si è fatta sentire molto, rovinando un po’ lo stile di GitS.

Batou e Togusa riescono a tenere la scena, ma si nota che c’è un elemento mancante, e secondo me è un peccato anche se ciò è necessario ai fini della trama.

La grafica è notevolmente migliorata, e l’animazione è fluida: anche sull’aspetto musicale non c’è alcuna lamentela da muovere, e la parte tecnica è curata come sempre.

Insomma, io sono rimasto un po’ deluso da questo secondo film di Ghost in the Shell: ho sentito molti pareri entusiasti, e quindi credo che sia una questione di gusti personali – ed inoltre, merita di essere visto anche solo perché porta a seguire la continuità di una delle ambientazioni più riuscite della storia degli anime.

Voto: 8. Bello, ma meno dei suoi predecessori.

Consigliato a: chi è oramai stregato dal mondo di GitS e vuole vederne sempre di più; chi vuole un po’ di pipponi mentali di dimensioni epiche; chi vuol vedere una join-venture tra I.G. e Ghibli.

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex

I thought what I’d do was, I’d pretend I was one of those deaf-mutes.

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex

In questa serie ci troviamo nuovamente a seguire le vicende della Sezione 9, questa volta impegnata in vicende molto più complesse e macchinose.
Il crimine, nel 2030, è oramai diventato quasi impossibile da tracciare grazie ai poderosi progressi della cibernetica e dell’informatica; a quanto pare, molti episodi di criminalità accaduti ultimamente sono tra loro in qualche modo correlati tra loro, ma la loro connessione è misteriosa ed impalpabile… fino alla comparsa del Laughing Man, un misterioso super-hacker che riesce a manipolare memorie, menti, network e informazioni con inquietante facilità. Quale è il suo scopo? A cosa punta? In che modo le varie parti sono correlate tra loro?

Anche in questo caso, come nel film originario di sette anni prima, ci sono due aspetti distinti da esaminare: la trama in sé e i retroscena psicologici e sociali discussi.
Iniziando dalla storia in sé, credo che difficilmente fosse possibile realizzare ventisei puntate ad un così alto tasso di adrenalina ed attenzione: ogni minimo dettaglio è curato con attenzione, e le molte fazioni in gioco si combinano in maniera esemplare, nonostante la complessità delle stesse. La trama risulta molto complicata, e ci vuole quindi una notevole concentrazione per riuscire a seguire tutti i fili logici presenti senza perdersi: ne vale però la pena, poiché è fenomenale.

Il lato più riflessivo, inoltre è curato altrettanto bene. Se il primo GitS ragionava molto sul significato di vita, esistenza e simili, GitS:SAC va a scavare di più nell’aspetto sociologico della tecnologia con il ruolo che essa prenderà nel nostro futuro. L’ambientazione creata da Shirow in questa serie è infatti fantascientifica, ma non impossibile. Anno dopo anno si vedono invenzioni che vengono messe sul mercato e non sono che anticipazioni di quello che potrà essere: nel 2030 non mi stupirebbe un granché se la scienza superasse i già futuristici sogni del creatore di questa serie.
Un’invasione così globale e capillare della tecnologia cambierebbe (e, in parte, ha già cambiato) le strutture stesse della società, e il modo in cui essa si comporta: i ragionamenti personali e sociali qui contenuti sono di altissima qualità, e fanno riflettere non poco.

Con tutta questa carne al fuoco, i personaggi devono essere ovviamente in grado di reggere la scena: in questo caso non hanno alcun problema in questo senso, dato che i protagonisti risultano sviluppatissimi e a tutto tondo. Per la parte del “character developement”, ci sono gli adorabili Tachikoma che imparano ogni volta che possono!

La grafica è buona: mantiene la crudezza del primo film, e questo non può che essere un punto positivo.
L’audio anche in questo caso è di eccellente fattura, con opening e ending strepitose e le musiche durante le puntate assolutamente azzeccatissime.

Insomma, se il primo GitS è uno dei migliori film animati sci-fi/cyberpunk oggi in circolazione, GitS:SAC è senza dubbio la miglior serie a puntate in questo ambito: è completa sotto ogni punto di vista, ed è davvero difficile che si possa fare di meglio, anche in futuro.

Voto: 10. Cult assoluto. Imperdibile.

Consigliato a: chiunque abbia un minimo di buongusto; chi ama usare il cervello a ritmi intensivi; chi vuol vedere i robot più simpatici del mondo.

Lucky Star OVA

OHA LUCKYYYYYYY!

Lucky Star OVA

Dopo il portentoso e parzialmente inatteso successo di Lucky Star nel 2007, la Kyoto Animation ci riprova: questa volta sforna un OVA da quaranta minuti che riprende le nostre eroine lasciate un anno fa con le loro vite, tranquille ma comunque sempre piene di vicende di vario genere.
La formula rimane la stessa: si seguono un paio di eventi delle vite di Konata, Kagami e tutta la compagnia nella loro vita di tutti i giorni.

La formula che ha reso estremamente vincente la serie originaria viene qui ripresa, ma con qualche mancanza aggiuntiva: i riferimenti al mondo anime/MMORPG sono parecchi e simpatici, ma il ritmo generale dell’anime sembra essere rallentato: già Lucky Star non era un lavoro frenetico, e quindi si arriva a dei tempi un po’ tanto dilatati. Inoltre, si scivola nel nonsense spesso e volentier, mentre la serie puntava una delle sue forze sull’ordinarietà degli avvenimenti: questo fa perdere un altro po’ di smalto al lavoro in sé.
Non si pensi che questo OVA sia brutto: è soltanto un “more of the same” rispetto alla serie, che però nulla porta di nuovo e che, anzi, sembra un pochino sotto tono.

La grafica è esattamente la stessa del 2007, e quindi di buona qualità: il sonoro è anche stato ripreso, con le stesse musiche durante le puntate. Peccato che non ci siano opening e ending, che erano tanto belle!

Insomma, Lucky Star OVA è fatto per chi ha apprezzato la serie originale, e vuole godersi ancora 40 minuti di quotidianità: c’è qualche mancanza, ma si lascia guardare con piacere.
Inoltre, il fatto che il mitico Lucky Channel sia stato girato in live-action è assolutamente meraviglioso! Akira-chan fa schiantare dal ridere anche più di quando è disegnata, e pure Minoru non scherza!

Voto: 8. Non è all’altezza del suo predecessore, ma si lascia guardare.

Consigliato a: chi ha apprezzato Lucky Star; chi si diverte negli anime che puntano tutto sui non-avvenimenti; chi vuol divertirsi a giocare a “scopri la citazione”.