Blue Drop

Se si cerca un anime strano, questo è sicuramente nella lista:

Blue Drop

Ci troviamo in un presente alternativo o in un vicino futuro. Mari non è mai andata a scuola, perché da quando ha memoria è sempre stata nella casa della zia e ha preso lezioni private. I suoi genitori sono morti in un terribile quanto misterioso tsunami che investì l’isola dove vivevano, e lei è l’unica inspiegabile sopravvissuta: ha tuttavia perso tutti i ricordi antecedenti e comprendenti tale evento.
Con l’avanzare dell’età, la zia non può purtroppo più prendersi cura di lei: la invia pertanto in un collegio femminile d’alta classe per continuare la sua istruzione e per imparare a convivere in società.
Ciò che l’aspetta non è tuttavia un grande benvenuto… una delle prime ragazze incontrate, Hagino, nonappena le stringe la mano vede spezzoni dei suoi ricordi e tenta di strangolarla senza un motivo! Da lì le cose si fanno sempre più misteriose… chi è Hagino? In che modo le ragazze sono collegate tra loro? Cosa c’è dietro all’incidente accaduto anni prima?

Sin dall’inizio della prima puntata, ci si rende conto di essere davanti ad un anime che mischia insieme molti generi che normalmente non si collegano mai. La senzazione è molto strana, e sembra di trovarsi dinnanzi ad un lavoro estremamente sperimentale: si capisce subito che la presenza di alieni sarà una parte preponderante, ma anche la vita nel collegio e i rapporti tra le ragazze si fanno percepire come parti importanti della trama; non è inoltre da dimenticare la mancanza d’abitudine di Mari ai contatti con le masse, e i mille misteri che Hagino nasconde…

Purtroppo, la mescolanza risulta decisamente mal riuscita. I vari elementi ci sono, ma sembra di mischiare acqua e olio: ad un certo punto si ha quasi l’impressione che si stiano sviluppando due storie parallele e totalmente indipendenti. Per il trancio di storia che riguarda l’invasione aliena (niente spoiler, si scopre nel primo minuto di puntata 1) i motivi e i ragionamenti dietro alle azioni delle varie parti rimangono in massima parte inspiegati ed inspiegabili. Sul lato dell’adattamento di Mari agli ambienti scolastici, la cosa risulta un problema soltanto per un paio di minuti: dopo tale periodo, la questione viene totalmente cancellata nonostante fosse presentata come un grosso problema nei primi momenti.
I rapporti sentimentali tra le ragazze (va detto che nel cast c’è un unico uomo, il preside, e compare per un totale di circa 5 minuti) sono abbastanza ovvi, anche se non fatti malissimo, se si sorvola sugli approcci iniziali un po’ banali. Il problema è che il carattere dei protagonisti coinvolti è altalenante oltre ogni limite, e gli sbalzi d’umore sono una variabile incalcolabile. Ci si ritrova con Mari inferocita con qualcuno, che dopo un attimo è però a ridere e scherzare: dopo traumatizzanti rivelazioni sembra che ogni riconciliazione sia da escludere, per poi invece andare d’amore e d’accordo mezza puntata dopo. Va bene gli sbalzi d’umore, ma qui si esagera!
Riuscito meglio è invece il processo di avvicinamento di Hagino alle abitudini umane: alcune cose sono un po’ stereotipate, ma almeno si evita il solito teatrino del “ah, questi umani che fanno tante cose inutili!” che si vede spesso. In questo caso si passa da un comportamento totalmente di facciata ad uno più autentico, in seguito alle varie esperienze che vengono vissute.

La storia in sé, prendendo tutti i singoli aspetti, potrebbe essere interessante ma risulta confusa. Volendo riassumere la storia, a posteriori, la si vede abbastanza lineare: viene però spiegata praticamente alla fine, portando solo in seguito ad una rielaborazione delle puntate precedentemente viste senza capirci molto. Questa non è per forza una brutta cosa (niente pappa pronta, bisogna riflettere su cosa si vede e trarne le conclusioni), però qualche delucidazione in più sarebbe stata gradita.
Bisogna tuttavia dire che viene ben gestito il “senso di tragedia” che si dipana lungo la serie intera: all’inizio è appena palpabile, e va crescendo man mano che la situazione si complica e si evolve, fino ad arrivare alla sua conclusione. Il procedere è graduale e, sebbene non si riesca esattamente a capire cosa sta succedendo (come detto sopra, le spiegazioni arrivano solo dopo), si riesce a percepire tale aumento di tensione e di dolore nelle varie situazioni presentate, a prescindere dalla bontà della loro realizzazione.

Il disegno, per essere del 2007, è decisamente carente sia nei personaggi che nei paesaggi. Le musiche durante le puntate sono molto anonime e quasi inesistenti: opening ed ending invece mi sono piaciute, essendo inusuali.

Insomma, un’occasione sprecata. Un’occasione sprecata perché Blue Drop, dalle prime battute, sembrava un lavoro molto originale che, tra i mille cloni che esistono in giro delle solite trame collaudate, offriva una trama intrigante, complessa e inusuale. Perde invece tutte le sue carte durante il percorso, arrivando alla fine barcollando e concludendo con un finale che a quel punto risulta abbastanza prevedibile (anche se il “finale-finale”, gli ultimi 20 secondi, è un piccolo tocco di genio).

Voto: 6. Mi dispiace davvero, perché dopo le prime due puntate avevo grandi aspettative.

Consigliato a: chi non è scandalizzato dall’amore saffico (seppur principalmente platonico); chi vuole una storia complessa e svelata lentamente; chi si chiede che razza di inciuci capitano nelle scuole femminili.

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Nuku Nuku DASH

Che succede quando si va a rielaborare un anime del 1992?

Nuku Nuku DASH

Nuku Nuku è un’androide che, a causa della perdita della memoria, si ritrova a vivere a casa di Ryunosuke, un giovincello in piena crisi ormonale, e i suoi genitori scenziati. Il ragazzo s’innamora perdutamente di lei, senza sapere il suo segreto: lei è in realtà la Wonder Woman della città, che ha la missione di salvare tutte le vite. La Mishima Corporation, dove la madre di Ryunosuke lavora, ha però il compito di catturarla… riuscirà a sfuggire alla cattura, e scoprire il suo passato?

Nuku Nuku DASH è una rielaborazione di “All Purpose Cultural Cat Girl Nuku Nuku”, un anime del 1992. Recuperato nel 1998, sono state inserite molte variazioni di trama: nel ’92 Ryunosuke era il padrone di Nuku Nuku, mentre ora diventa il suo segreto spasimante, portando la serie -perlomeno nelle sue fasi iniziali- ad essere la classica storia d’amore.
Peccato che in questo fallisce miseramente: Ryunosuke è lo stereotipo del ragazzino totalmente immaturo che scopre di innamorarsi ma lo nega a sé stesso che abbiamo visto milioni di volte, ma in maniera davvero infantile e fastidiosa. Lei gioca bene la parte della ragazza che non ha capito che lui le muore dietro, ma su questo lato, secondo me, è un totale fallimento.
Per fortuna si recupera nella parte action della serie: i combattimenti, anche se sono sempre brevissimi, sono ottimamente realizzati e molto gradevoli da guardare. Dopo le prime puntate di ambientazione, anche la trama sembra diventare abbastanza interessante: alla fine perde forse un po’ di pezzi, ma recupera con un finale che, in tutta onestà, davvero non mi aspettavo minimamente. Su questo hanno fatto centro pieno.

I personaggi sono abbastanza scialbi, con l’eccezione forse di un paio di elementi (come la bimba vicina di casa): a parte i due protagonisti, gli altri fanno proprio la parte delle macchiette senza significati. Anche il padre, che all’inizio sembra una figura centrale, vien lasciato cadere con il procedere delle puntate. Un peccato.
Anche le gag che dovrebbero esser comiche risultano in genere delle freddure poco divertenti: per fortuna ce ne son poche nella serie, e i personaggi che le dispensano sono anonimi come gli altri, ma quando vengono presentate lasciano davvero un senso di gelo nel sangue.

Un altro punto a favore di questo anime è la musica, veramente buona: a partire dalla sigla fino alle musiche in giro per la serie, un’ottima parte del comparto audio è pienamente orecchiabile.
La grafica purtroppo non segue la stessa logica, risultando buona solo nelle scene d’azione e in casi particolari: nelle restanti scene non è che sia orribile, ma comunque si vede che avrebbero potuto dare di più (soprattutto per il viso di Ryunosuke, che ogni tanto sembra un cumulo di spigoli messo a caso).

Insomma, Nuku Nuku DASH non è malaccio, ma più che un remake è una totale riedizione del lavoro iniziale. Se dovesse capitarvi di reperirli entrambi, date la precedenza a quello del 1992.

Voto: 6. Raggiunge la sufficienza con alcuni buoni sprazzi, ma la qualità poteva esser meglio.

Consigliato a: chi ha amato Nuku Nuku e non si vuol far mancare uno spinoff; chi adora le storie d’amore platonico-infantili; chi vuol vedere una tizia in tuta che sventra un aereo a unghiate.