Nausicaä of the Valley of the Wind

Il primo lavoro dello studio Ghibli: la nascita di un mito.

Nausicaä of the Valley of the Wind

Ci troviamo in un lontano futuro. Mille anni fa la tecnologia collassò su sè stessa, causando quasi l’estinzione del genere umano. Ci si ritrova ora in un mondo principalmente desertico, dove una foresta composta di spore e funghi velenosi e mefitici, che avvelenano chiunque ci si avvicini e che sono la casa di immensi insetti.
La valle del vento, di cui Nausicaä è la principessa, è fortunatamente immune alla desertificazione creata dalla foresta della rovina, come viene comunemente chiamata: il vento che arriva dall’oceano e soffia costantemente tiene lontane le spore, e permette alla tranquilla comunità che la abita di rimanere relativamente al sicuro.
Purtroppo la pace non è destinata a durare per sempre: un velivolo militare un’altra nazione si schianta nella valle, portando con sé il pericoloso cargo che aveva a bordo: l’embrione di uno dei giganti che portarono i Sette Giorni di Fuoco, i giorni in cui la civiltà venne totalmente distrutta. A questo punto, la pacifica gente della valle del vento viene assaltata da un esercito desideroso di mettere mano ad un potere così gigante… ma per cosa? Sconfiggere le altre nazioni o combattere la foresta della rovina? E a quale costo?

La prima cosa che colpisce di questo film animato della durata di due ore è l’ambientazione: ci si ritrova in un mondo simil-medioevale, che viene tuttavia arricchito da elementi di tecnologia moderna e di fanta-tecnologia. Può parere strano e discordante, ma l’ambiente che si crea è magico e sin dai primi minuti fa calare perfettamente nel mondo di fantasia che ci viene presentato.
Andando avanti nella storia, ci si rende conto di quanta attenzione sia stata prestata al singolare ecosistema in cui ci si ritrova: la spiegazione relativa alle motivazioni degli insetti e della stessa foresta della rovina è geniale e credibilissima.

La storia è semplice, ma non per questo banale: Nausicaä vuole semplicemente che la sua gente possa vivere in pace, e si batte fino all’ultimo per tale scopo e per convivere con la natura che li circonda. Il modo in cui lei fa di tutto per il suo popolo è notevole, e aggiunge ulteriore interesse alla trama. In fin dei conti il ritrovamento del gigante risulta essere solo una specie di pretesto per inviare l’intera serie di avvenimenti, e il piacere sta nel seguire l’avventura che i personaggi vivono. Bisogna dire che il tono è molto serio: non c’è sangue o violenza esplicita, ma di gente – anche innocente – ne muore parecchia, e l’intera storia vede la protagonista affrontare gravi problemi e difficili decisioni.
Forse il finale risulta un po’ affrettato, ed è un po’ un peccato: sarebbe stato simpatico avere una conclusione che arrivi meno di corsa, ma ciò non risulta fuori posto al punto da infastidire.

Parlando dei personaggi, Nausicaä fa chiaramente la parte del leone essendo la protagonista: tiene perfettamente lo schermo, è simpatica, positiva, intelligente: è la protagonista perfetta. Sa quel che deve fare e non si fa scoraggiare dalle avverse circostanze, lavorando con costanza per raggiungere quanto necessario per raggiungere il miglior risultato possibile.
Anche gli altri personaggi “buoni” sono gradevoli. Partendo dai vecchiettini per arrivare al superspadaccino, essi vengono presentati solo in maniera parziale ma quanto si vede basta per far capire che non sono solo comparse usate per riempire lo schermo.
Sui “cattivi”, invece, bisogna dire che qualche lieve carenza c’è: della principessa Kushana non si riesce in definitiva a capire l’esatta attitudine, ed è un peccato poiché inizialmente sembrava un personaggio con ampie possibilità di sviluppo. Idem si può dire del suo viscido tirapiedi, che trama nell’ombra ma alla fine non combina nulla per tutta la serie.

La grafica è decisamente datata: questo film ha oramai venticinque anni, e qui e là si nota. Va tuttavia segnalato che, sebbene l’animazione non sia il top, alcuni disegni sono quasi mozzafiato.
Le musiche sono curatissime e molto, molto piacevoli e azzeccate.

Che altro dire di Nausicäa e la Valle del Vento? Poco altro, credo: è un anime che non offre tematiche illuminanti (se non, forse, una riflessione sulla stupidità della guerra), non ha una trama elaborata e ubriacante, non ha chissà quale rivlelazione in sé. È tuttavia un’Avventura con la A maiuscola, che per due ore fa sognare in un mondo diverso, con una meravigliosa protagonista e una natura che, dopotutto, forse non cerca unicamente di uccidere l’uomo, nonostante ciò che esso ha fatto a lei.

Voto: 9. Vedendo gli anni trascorsi, ha tenuto benissimo il passare del tempo: adoro gli anime fatte dai sognatori per i sognatori.

Consigliato a: chi vuol vedere com è nato il mito di Miyazaki; chi apprezza storie semplici ma intriganti; chi si chiede quanto può essere figo un vecchietto con barba bianca e due spade.

Only Yesterday

Lo Studio Ghibli di 18 anni fa, tra ricordi del passato e lezioni di vita.

Only Yesterday

Questo anime si trova ambientato tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Taeko è una donna in carriera, ha 27 anni, è single ed abita a Tokyo: durante le vacanze estive, per il secondo anno, ha deciso di recarsi nei campi a dare una mano con il raccolto del cartamo, un fiore utilizzato come tintura.
Nel viaggio verso la campagna e durante il suo soggiorno, la sua mente continua a tornare alla sua infanzia, quando aveva dieci anni: la scoperta dei rapporti interpersonali e i problemi che ogni bambino si trova a dover affrontare; la vita con le due sorelle maggiori e i genitori, con il padre distaccato e apparentemente severo… che, riflettendo sul suo passato, Taeko riesca a capire cosa è davvero importante per lei?

Questo film di quasi due ore è un continuo saltare tra le due situazioni, Taeko10anni e Taeko27anni. La prima cosa che va detta è che in fin dei conti in questo anime non succede granché: non c’è una vera storia e di per sé non ci sono avvenimenti nel vero senso del termine, ma solo normale vita e qualche riflessione dietro ad essa.
Immagino che l’idea fosse di mostrare il passato di Taeko per poi motivare i cambiamenti che nel finale la portano (prevedibilmente) a scegliere la sua via, ma secondo me questo collegamento non è riuscito appieno. Le vicende di Taeko bambina sono carine e rivelano uno spaccato di vita molto interessante, che riporta la mentalità del Giappone degli anni ’60: anche la storia di Taeko ai giorni nostri non è malaccio, sebbene sia un po’ sottotono rispetto all’altra. Non sono però riuscito a trovare gran collegamento tra le due cose, se non in alcuni dettagli e in alcune frasi: è quasi come seguire due film diversi, i cui tranci si intersecano senza apparente motivo.

Considerando che la storia è quasi inesistente, i personaggi hanno un ruolo fondamentale per tenere in piedi la baracca: bisogna purtroppo notare che la protagonista non riesce in fin dei conti ad avere il carisma e l’energia che i personaggi delle produzioni della Ghibli solitamente hanno. Una 27enne che all’apparenza ne mostra di più, e che in fin dei conti non fa nulla se non tirar storie a Toshio (che conosce sul posto) fino a realizzare alla fine cosa desidera.
Accennando a Toshio, è giusto spendere un paio di parole sui personaggi che circondano la protagonista: nell’arco temporale del passato, la famiglia è estremamente stereotipata: una sorella cattiva e l’altra tranquilla, la madre angelo del focolare, il padre silenzioso e distaccato e la nonna saggia. Questo non è un difetto, in fin dei conti rappresenta con cura quello che si può immaginare fosse il setup tipico di una famiglia nipponica del dopoguerra. I compagni di classe sono una banda di simpatici teppisti, e risultano in buona parte interessanti: è un peccato che quando si passa all’età adulta, nessuno di essi più si ripresenta.
Parlando dell’arco temporale più recente, anche qui alcuni personaggi sono abbastanza caratteristici: Toshio per me vince il trofeo di miglior personaggio, caratterizzato benissimo e con un doppiaggio davvero notevole: gli altri risultano di contorno e poco più. Anche qui, è un peccato che praticamente non ci sia quasi alcun collegamento con le vicende passate: questo aiuta soltanto ad aumentare quel senso di distacco tra le due storie di cui si parlava prima.

La grafica dei personaggi non è proprio meravigliosa, ma le espressioni sono impagabili; eccezionali anche gli sfondi e i disegni fermi, di altissima qualità. Tecnicamente parlando, tuttavia, il meglio viene dato nella curiosa ed azzeccatissima colonna sonora, che oltre a canzoni del tempo che fu offre anche pezzi in italiano e ungherese, che risultano particolarmente inusuali ma molto piacevoli.

Cosa rimane dopo aver visto Only Yesterday, insomma? Molto poco. È una piacevole visione ed occupa due ore di tranquillità e personaggi positivi, ma non arriva da nessuna parte e i messaggi che vorrebbero essere espressi non riescono a passare. Questo non vuol dire che sia una brutta opera, ma è sicuramente inferiore alla qualità usuale della casa produttrice in parola.

Voto: 7. Occupa un paio d’ore con piacere, ma non aspettatevi alcuna grande rivelazione.

Consigliato a: chi ama gli slice of life monopuntata; chi vuole una storia d’amore poco invasiva, e molto tranquilla; chi si chiede che musiche può ascoltare un fattore mentre si reca nei campi.

Yakushiji Ryoko No Kaiki Jikenbo

Una poliziotta seducente e intrattabile che si confronta con il sovrannaturale.

Yakushiji Ryoko No Kaiki Jikenbo

Ryoko Yakushiji è un’ispettrice della polizia metropolitana di Tokyo, e sembra avere tutti i pregi: bellissima, atletica, sportiva, ricca, intelligente e abile in tutto ciò che fa.
Peccato che abbia un carattere che definire pessimo è ancora poco! Il povero Jun’Ichirou, suo assistente, è praticamente ridotto ad uno schiavo. Deve accompagnarla a fare shopping durante le ore di lavoro, si ritrova a compiere ogni genere di commissione anche al difuori di qualsiasi sua mansione e via dicendo: gli abusi su di lui sono continui e infiniti, ma la pace e l’armonia tra i due si instaura quando si ritrovano davanti ad un mistero da risolvere. La loro specialità è infatti occuparsi dei casi che coinvolgono entità sovrannaturali, e trovare i colpevoli dietro a delitti apparentemente inspiegabili.

In un anime simil-poliziesco, è vitale la qualità dei misteri per poter costruire delle puntate avvincenti. Purtroppo in questo caso, dopo l’iniziale interesse dovuto alle varie peculiarità dei personaggi in campo, si capisce che i casi da risolvere non sono poi così affascinanti.
Il lato “sovrannaturale” è sempre indotto dai loschi piani di persone, generalmente invischiate con la politica: questo porta ad avere l’elemento “misterioso” unicamente come nota di colore in una vicenda che in realtà parla di tutt’altro. Il fatto che Ryoko possa fare qualsiasi cosa le salti in mente anche con potenti uomini politici, inoltre, toglie il gusto di avere degli avversari temibili.

Parlando di ciò, si arriva inesorabilmente a valutare i personaggi, e ovviamente il fulcro di tutto è Ryoko stessa. Il personaggio ha molte caratteristiche, ma quasi tutte vengono ignorate per puntare sul suo sconfinato egocentrismo. Questo non la rende antipatica, bensì piuttosto ripetitiva. Il fatto che lei, oltre che detective, risulti essere anche una delle persone più ricche in Giappone, con ai suoi piedi l’organizzazione per la sicurezza più grande della nazione, e che gli uomini politici tremino davanti a lei a causa del suo potere può dare degli interessanti spunti per sviluppare le storie, ma purtroppo ha una grande controindicazione: come detto sopra, visto che lei può permettersi qualsiasi cosa annulla tutto il delicato aspetto di raccolta degli indizi (inesistente), interrogazione delle persone (inesistente) o di deduzione logica (inesistente), visto che Ryoko può semplicemente chiamare un elicottero ed entrare anche al Dipartimento della Difesa, con tutti che si terrorizzano al suo arrivo.
Inoltre, nonostante la sua presunta superintelligenza, spesso e volentieri Ryoko risolve i casi semplicemente spaccando tutto e immaginando che sia la cosa giusta; non c’è alcun processo di ragionamento dietro alla maggior parte delle sue deduzioni, e le cose sembrano unicamente capitare nella maniera giusta per pura fortuna.

Gli altri personaggi hanno un minor ruolo, e pertanto vengono anche sviluppati in maniera minore: Jun’Ichirou è un poveraccio all’inizio della serie e lo rimane fino alla fine (il rapporto tra lui e Ryoko è chiaro sin da subito, ma in fin dei conti non sis sviluppa mai); Le due maid francesi sono abbastanza inutili, e per essere nate e cresciute a Parigi parlano un francese davvero pessimo.
Nota di demerito assoluta ai cattivi dell’ultimo arco narrativo (infatti la storia è composta nelle prime otto puntate da episodi singoli, e nelle ultime cinque da una trama unica): la loro stupidità è abissale, e avrebbero potuto vincere la loro battaglia contro Ryoko in almeno centomila diverse occasioni. Sprecandole tutte.

Il disegno è bello anche se qui e là ci sono alcune cadute di qualità; le musiche sono interessanti, con opening, ending e musiche nelle puntate di qualità che si ispirano ai noir degli anni ’20, sebbene la serie sia ambientata ai giorni nostri.

Insomma, come si può capire secondo me Yakushiji Ryoko no Kaiki Jikenbo è un mezzo fallimento: le storie sono poco interessanti, i personaggi sono poco credibili, lo sviluppo del principale arco narrativo è quasi casuale ed affrettato… se cercate delle buone storie poliziesche, purtroppo, vi toccherà cercare altrove.

Voto: 5. Non raggiunge la sufficienza perché gli mancano tutti i punti fondamentali per poter essere un degno anime del genere in cui vorrebbe muoversi.

Consigliato a: chi vuole delle storie auto-conclusive, con qualche mistero e qualche mostro strano; chi vuole un personaggio pieno di carisma, perché Ryoko nonostante tutto ne ha da vendere; chi non si offende se un anime da mille spunti e non ne sviluppa nessuno.

Mushishi

Una quasi-favola su esistenze al limite della nostra realtà.

Mushishi

Ci troviamo attorno al 1700-1800, in Giappone. Ginko è un Mushishi, o un “curatore di mushi”: i mushi sono delle entità che esistono al limite tra la nostra realtà e il mondo degli spiriti, e provengono dall’essenza stessa della vita. Ne esistono un’infinità di tipi diversi, alcuni benefici, altri dannosi, altri ancora senza effetto: Ginko è un vagabondo che va dove c’è bisogno di aiuto per gestire i mushi, e utilizza tutta la sua sapienza per migliorare la convivenza tra natura e mushi.

La prima cosa da notare in questo anime è che tutte le ventisei puntate hanno una struttura puramente episodica: ogni vicenda è autoconclusiva e, a parte un paio di personaggi, l’unico elemento ricorrente è Ginko e la presenza dei mushi nelle problematiche che egli si ritrova ad affontare.
Le vicende singole sono di mille diverse nature, ma risultano variate ed interessanti: una delle cose più interessanti è che non tutte vanno a finire allo stesso modo. Alcune hanno un lieto fine, altre un epilogo tragico, altre ancora semplicemente non finiscono, poiché la vita continua: ogni avvenimento pone nuovi quesiti alla sapienza di Ginko, ed egli le tenta tutte nei limiti delle sue possibilità, senza però poter sempre riuscire nell’intento sperato. Questo aggiunge un aspetto di imprevedibilità alle puntate, che diventerebbero altrimenti noiose e ripetitive.

Essendo l’unico protagonista, Ginko è un ottimo personaggio. Il suo fare calmo e rilassato mostra l’esperienza di chi ne ha viste tante, ma l’interesse verso le vicende che lo circondano testimonia la sua umiltà e voglia di imparare: torna sui suoi passi per verificare nel tempo l’esito dei suoi interventi e si dimostra disponibile e cortese. Il suo stile un po’ fuori tempo (maglietta, pantaloni e sigaro in un mondo in cui i vestiti tradizionali vanno per la maggiore) gli conferisce l’aspetto inusuale che un personaggio quotidianamente a contatto con esseri misteriosi dovrebbe avere.
Gli unici altri protagonisti sono i mushi, che per loro stessa natura non hanno grande personalità: bisogna però dire che le spiegazioni che vengono fornite su di essi hanno senso, sebbene si viaggi nel regno della fantasia. Alcuni mangiano il suono, altri si nutrono del calore umano, altri ancora prendono il tempo vissuto riportando le persone allo stadio embrionale… tante caratteristiche diverse che però vengono spiegate come elementi per la sopravvivenza, come per il comportamento di qualsiasi altro animale.
I personaggi che si incontrano nei vari episodi, sebbene abbiano ovviamente poco tempo per svilupparsi, sono ottimi: sono molto realistici e le loro problematiche vengono subito prese a cuore dallo spettatore, che si ritrova a sperare per la loro salvezza.

Ciò che rende questa serie speciale e meritevolissima di esser vista, tuttavia, è meno tangibile: con una storia inesistente e un unico protagonista, per quanto ben fatto, non si può andare molto lontani.
L’asso nella manica di Mushishi è la sua ambientazione: senza accorgersene si viene risucchiati dal passo calmo ma inesorabile della vita quotidiana di gente di paese, che vive morigeratamente e spera solo in un domani migliore. Ad un primo occhio l’anime potrebbe sembrare lento, ma questo sarebbe un termine ingiusto: credo sia più indicata la parola “tranquillo” per rendere l’idea di come tale passo possa venir percepito.
Inoltre, con delicatezza e senza bisogno di schiaffarlo in faccia, Mushishi porta sugli schermi una realtà che nel mondo di duecento anni fa era un dato di fatto: la morte è un elemento quotidiano della vita, soprattutto in una terra vulcanica e sferzata dai tifoni come il Giappone. Una valanga può spazzar via un intero paese e una distrazione può costare carissimo: non tutti morivano dicendo frasi ad effetto tra le braccia della persona amata, ma la maggior parte finiva stroncata da qualche malattia o in fondo ad un burrone. Questo può parere crudele e chiaramente non viene posto in maniera così brutale sullo schermo, ma si riesce molto bene a percepire la fragilità della vita alla quale i personaggi si attaccano, giorno dopo giorno.

I personaggi sono disegnati in maniera piuttosto semplice, ma la bellissima grafica degli sfondi e dei boschi (in cui la quasi totalità della serie ha luogo) compensa in bellezza, e aiuta a creare ancor più ambiente; anche la meravigliosa opening (voce e chitarra) e le tranquille ending portano ad immergersi ancor più nell’onirico mondo in cui Mushishi ci permette di entrare.

Insomma, questo anime è davvero curioso ed affascinante. Non c’è nemmeno una scena d’azione, eppure la noia non fa capolino nemmeno per un minuto; Ginko è un personaggio solitario, ma sembra esser a casa ovunque; non esiste una storia, eppure ci si chiede sempre cosa capiterà nella puntata successiva.
Posso solo descrivere la visione di questo anime come una quieta esperienza di vita rurale, con un personaggio molto positivo che guida le puntate. Non penso che gli autori abbiano voluto imprimere alcun messaggio in Mushishi, ma una volta giunto alla fine mi ritrovo forse con qualcosina in più di quando avevo iniziato a vederlo.

Voto: 9. È difficile valutare un lavoro del genere, ma io lo trovo davvero pregevolissimo. Amanti dell’azione, della comicità e del caos: statene alla larga. Amanti della natura, della quiete, delle storie sognanti: fatevi avanti.

Consigliato a: chi ha bisogno un po’ di relax, e vuole guardarsi qualcosa che gli permetta di sognare un po’; chi vuol vedere un anime senza storia, che pare aver molte cose da dire più di uno con una trama massiccia; chi è affascinato dalle fiabe di un tempo.

Master of Mosquiton

Un vampiro schiavo di una semplice umana?

Master of Mosquiton

Inaho è una ragazza 17enne che, attorno agli anni ’20, insegue il mito dell’immortalità. A seguito di varie ricerche è riuscita a riportare in vita al suo servizio Mosquiton, un antico vampiro, e i suoi due spiriti seguaci: sono pertanto a caccia della leggendaria “O-part”, che pare possa portare alla vita eterna!

La storia è semplice, lineare, detta in tre parole. In questo anime di sei puntate risalente ad oramai tredici anni fa la storia non è certo la parte principale: dopo i primi promettenti avvenimenti, il tutto viene rapidamente deviato in un triangolo amoroso abbastanza curioso, per tornare alla trama originaria in maniera affrettata soltanto nel finale (in maniera ben poco sostenibile, dato che i vampiri paiono poter avere il fiatone nell’atmosfera lunare e simili…)

Essendo mancante di trama, Master of Mosquiton necessita di personaggi forti che riescano a tenere lo schermo: in questo campo se la cava meglio, proponendo inizialmente dei caratteri non esattamente banalissimi. Inaho è DAVVERO egoista, e i due spiriti seguaci DAVVERO se ne fregano di qualsiasi cosa che non sia servire Mosquiton: peccato che anche in questo campo dopo un po’ si cada, soprattutto con Inaho, nelle banalità. La caratterizzazione rimane comunque abbastanza ben fatta, ed in effetti le varie peculiarità tengono viva l’azione sullo schermo.

Il problema principale di questa serie è che sembra quasi uno sneak peek di qualcosa di più grande, risultando in definitiva totalmente incompleto e parziale: la trama viene solo accennata ad inizio e alla fine, la storia sentimentale fa dei balzi inumani senza spiegazione alcuna, i personaggi non hanno alcun tempo di svilupparsi o di far capire le loro motivazioni: è tutto di corsa e “buttato là”. Trovo ciò un vero peccato, perché la presentazione iniziale e le idee date in partenza sono buone e passibili di ottimo sviluppo, ma tutto ciò viene inesorabilmente sprecato.
Positiva invece l’idea di inserire personaggi realmente esistiti (o provenienti da reali leggende) nella storia: Mosquiton stesso, Camilla e il conte di St. Germain ci stanno bene, e danno un minimo tocco di credibilità in più alla serie.

La grafica è gradevole se si conta il tempo passato dalla sua realizzazione: al giorno d’oggi lo stile è palesemente datato, ma non è comunque un pugno in un occhio. Musicalmente le scelte sono state molto azzeccate, fornendo una colonna sonora in tema con il tempo in cui l’anim è ambientato.

Insomma, che dire di Master of Mosquiton? Direi che è una delle mille occasioni sprecate, dove un manga con un’idea originale viene utilizzato per buttar là una serie raffazzonata che poco ha da offrire allo spettatore. Ci sono momenti piacevoli, qualche risata e un paio di buoni spunti, ma nulla più.

Voto: 6. Mi spiace; sarei stato curioso di vedere un’evoluzione più curata di questo anime.

Consigliato a: chi ama i vampiri; chi non si infastidisce con delle protagoniste egoiste e nevrotiche; chi si chiede quanto può essere vogliosa un’affascinante vampira che da 300 anni non batte chiodo.

Kurozuka

Una storia tra passato e futuro, samurai e fucili, amore e omicidio:

Kurozuka

Ci troviamo inizialmente nel Giappone di un lontano passato: Kuro, nobile del tempo e abile spadaccino, è in fuga con il suo fido seguace da inseguitori che desiderano la loro morte: cercando riparo per la notte in mezzo al bosco, trovano una casa dispersa tra gli alberi ed entrano: ad accoglierli c’è Kuromitsu, misteriosa quanto affascinante e raffinata donna. In seguito all’avvicinarsi dei loro inseguitori, praticamente subito viene svelato il segreto di Kuromitsu: ella è in realtà un’immortale, e per salvare Kuro dalla morte certa passa la sua immortalità anche a lui, portando quindi entrambi a navigare attraverso le ere. Nulla è tuttavia facile come sebra, e a seguito di un attacco a tradimento Kuro si risveglia in un mondo futuro che non conosce, senza la sua amata al fianco, e senza più ricordare nulla: come farà a ritrovarla? Come mai sono passate migliaia di anni senza che lui se ne ricordi? Quale è il segreto dietro alle visioni che lo perseguitano?

La storia inizia in maniera molto dinamica, violenta e intrigante: tuttavia, con lo svolgersi degli avvenimenti e con il trasferimento dell’ambientazione dal Giappone tradizionale ad un mondo oscuro e pseudo-futuristico, si capisce che la trama è assieme il punto forte e debole di Kurozuka.
La parte positiva è che la storia è costruita di modo da essere intrigante e misteriosa: le rivelazioni avvengono man mano, ed avendo un flusso temporale degli avvenimenti non sempre lineare bisogna fare attenzione per capire cause ed effetti di certe azioni. Le progressive visioni di Kuro su Kuromitsu, inoltre, portano ulteriori momenti di mistero che incuriosiscono sempre più.

La parte debole, tuttavia, è che tutto questo passaggio tra ere e personaggi risulta confusionario e non sempre totalmente logico.
In primis, lo spettatore per sette puntate sulle dodici totali è destinato a non capire assolutamente nulla dei perché e dei percome: il mistero è affascinante, ma quando si è costretti a veder succedere le cose senza idea del perché dopo un po’ si rimane indispettiti.
In secondo luogo, Kuro si sveglia in un mondo distante eoni da quello che lui ricorda: come mai non rimane minimamente stranito da tutto ciò? Sin dai primi minuti sa esattamente come si usa una pistola e non si spaventa per luci e rumori, ma sino all’ultima puntata non sa nemmeno cosa sia una moto o simili (pur sapendola guidare). Volendo le spiegazioni finali possono dare una parziale motivazione a tutto ciò, ma per tutta la durata della proiezione ci si sente un po’ traditi da tali incongruenze che si fanno notare parecchio.

I personaggi hanno due difetti: il primo è che praticamente nessuno di essi si sviluppa in alcun modo, nemmeno i protagonisti: Kuromitsu si comporta sempre come Kuromitsu senza mai avere indecisioni, e Kuro subisce tutta la storia senza mai prendere veramente una qualsiasi decisione. Il suo carattere non viene né formato né cambiato, e alla fine lui ha qualche conoscenza in più della propria storia ma questo non cambia nulla in lui.
In secondo luogo, i personaggi secondari non hanno praticamente alcun ruolo se non quello di accompagnare i protagonisti: non hanno quasi nessuna personalità, ed alcuni si comportano anche in maniera non molto logica.
Va detto che Kuromitsu è un personaggio estremamente carismatico e quando è in scena il fascino traspare facilmente: purtroppo ciò si limita all’inizio e alla fine della serie, mentre per tutto il resto del tempo lei non compare.

I combattimenti sono di ottima qualità ed il sangue versato è davvero tanto, rendendolo forse un po’ inadatto ad un pubblico impressionabile; anche essi sono però principalmente focalizzati ad inizio e fine serie, con la parte centrale più scarna.
Con tutti questi punti, ci si chiederà: ma cosa c’è allora in mezzo alla serie? Beh, c’è lentezza. La storia si sviluppa lentamente in un ambiente cupo e soffocante: è bella ma, come detto sopra, estremamente intricata e spesso si è ad un passo dal perdersi del tutto, senza contare che porta i personaggi per mano senza lasciar fare loro alcuna scelta.

Il disegno è davvero bello: credo sia una delle più accurate produzioni del 2008. Per le musiche c’è stata una scelta strana, con un’opening techno che, per quanto strana, non è spiacevole: ending nella norma, e durante le puntate il sonoro fa il suo lavoro.

Che dire di Kurozuka? Dirò che ricorda tantissimo un altro lavoro, Texhnolyze, che aveva fatto della sperimentazione il suo punto forte: un inizio intrigantissimo, uno sviluppo nebuloso, lento, cupo e confusionario, un finale non del tutto logico ma scenicamente ed emotivamente impressionante (soprattutto in questo caso: anche se ad un certo punto si capisce più o meno dove si va a finire, si rimane ugualmente colpiti); entrambi sono uguali, in questi aspetti. Kurozuka è deprivato tuttavia di una parte del fascino generato dall’ambientazione e dall’oppressione presente nella sua serie gemella, senza contare che i personaggi sono molto meno carismatici – e quello più bello è tenuto in naftalina per tutto il tempo.

Voto: 7. Se ne tenga alla lontana chi non ama le serie lente: tuttavia, qualche pezzo qui e là è risultato decisamente piacevole, e la realizzazione tecnica è impressionante. Se solo avessero realizzato meglio il passaggio tra le varie ere di Kuro…

Consigliato a: chi vuol vedere un samurai nel futuro; chi ama i combattimenti belli sanguinari, anche se non molto frequenti; chi si chiede quanta cacca si produce in tre giorni.

Kyouran Kazoku Nikki

Le storie della famiglia più stranamente combinata della storia.

Kyouran Kazoku Nikki

Migliaia di anni fa, un gigantesco mostro chiamato Enka terrorizzò la terra. Venne battuto, ma giurò che in mille anni uno dei suoi figli avrebbe distrutto in preda alla furia tutto il pianeta.
Mille anni sono ora passati, e con la scienza si è riusciti a scoprire che ci sono sei figli di Enka: il piano “famiglia accogliente” obbliga Ouka, un funzionario dell’Ufficio del Paranormale, a sposare Kyouka (una dei figli) e ad adottare gli altri cinque, di modo da avere una felice vita familiare ed evitare in tal modo la furia che potrebbe distruggere la terra.
Il problema è che i figli di Enka sono tutto fuorché normali! Il gruppo si compone di Kyouka, auto-proclamata divinità dalle orecchie da gatto, violenta e psicopatica; Yuka, figlia abusata di una famiglia crudele e meschina; Senko, ragazzo totalmente gay e poco incline a nascondere il fatto; Teika, leone re della Savana (?); Hyouka, robot nato come arma biologica (??); Gekka, misteriosa medusa fluttuante elettrica amante del sushi (???).
Inutile dire che se ne vedranno di tutti i colori…

La serie inizia con la scusa della famiglia messa insieme a causa di Enka, ma tale punto viene velocemente dimenticato: diventano subito un gruppo unito, e in vari momenti viene ribadito il concetto di famiglia che, seppur non legata dal sangue, lavora insieme per il benessere dei suoi componenti. Questo non vieta a Kyouka e Ouka di spaccarsi di mazzate, generalmente per le idee assurde di Kyouka su qualche membro della famiglia.
La struttura della serie punta a delle storielle della durata di 1-2 puntate, che però non sono legate da un filone narrativo generale: ogni volta che pare la storia stia iniziando a decollare, l’emergenza di turno finisce e tutto torna come prima. Questo porta la serie da 25 puntate ad essere poco intrigante: non c’è la suspance del “cosa verrà dopo”, e dopo una dozzina di puntate la cosa inizia a farsi stantìa.
Fortunatamente la comicità è accettabilmente funzionale, e qualche risata me l’ha strappata: non ci si ritroverà a sganasciarsi anche perché viene usato un tipo abbastanza basilare di gag, che però qui e lì riesce a risultare comico.

È chiaro che il fulcro della serie sono i personaggi: con un assortimento così assurdo, gestirli non è di certo facile.
Su questo lato è stato fatto un buon lavoro, e le apparentemente inconciliabili differenze lavorano di concerto senza problemi, completandosi a vicenda. Nonostante la serie non abbia alcuna pretesa di profondità quasi tutti i protagonisti hanno un qualche tipo di sviluppo attraverso le puntate: anche se non è nulla per cui urlare al miracolo, è comunque gradevole. Ognuno ha le sue particolarità e i suoi diversi modi di inserirsi negli sketch: alcuni rimangono più marginali (Teika e Yuka, a parte le puntate a loro dedicate, fanno spesso da sfondo), mentre altri -principalmente Gekka e Hyouka, per le loro capacità belliche molto apprezzate da Kyouka, hanno molto più screentime. Fortunatamente, essendo loro due i miei personaggi preferiti, questo non ha minimamente disturbato la visione.

La grafica, per essere del 2008, non è davvero niente di che: da chi ha fatto Rozen Maiden mi aspettavo qualcosa in più.
Sul sonoro si sono invece impegnati di più: l’opening è delirante e frenetica come Kyouka, ed è pertanto molto azzeccata (senza contare che mostra quanto il giapponese può esser veloce): ci sono inoltre ben otto ending, una per ognuno dei personaggi principali, in cui essi stessi cantano qualcosa su sé stessi. Alcune son più belle e altre meno, ma l’idea è encomiabile.

Insomma, cosa resta dopo la visione di Kyouran Kazoku Nikki? Ben poco, perché la mancanza di una storia degna di tale nome e il fondamentale riciclo delle situazioni porta, dopo un po’, alla ripetitività: sul lato ridanciano, tuttavia, qualcosina di buono qui e là è stato fatto e almeno la prima metà della serie passa indisturbata. Poi è recycling.

Voto: 6,5. Non è malaccio, ma a farla di 12-13 puntate sarebbe stato molto meglio: la sola presenza di Gekka, tuttavia, giustifica la visione!

Consigliato a: chi vuol vedere le avventure di una famiglia DAVVERO stramba; chi si diverte con le classiche gag a base di cazzotti e freddure; chi vuol sentire un pesce cucinato che implora di essere mangiato.

Pale Cocoon

Un OAV di soli 20 minuti in un misterioso futuro.

Pale Cocoon

Ci troviamo in un lontano futuro, attorno al 2500-2600. L’umanità oramai vive al chiuso, in immense costruzioni simili a fabbriche dove si muovono e vivono: nessuno più vede il cielo da secoli.
Per ricostruire il mondo come era un tempo, prima di un inquinamento che ha portato alla sua progressiva distruzione, Uta lavora al dipartimento di archeologia: si occupa di restaurare i dati degli archivi che vengono trovati ricostruendo immagini, video e suoni provenienti dalle epoche passate. La sezione è sempre meno popolata poiché l’interesse verso “il mondo che fu” è sempre minore; un giorno tuttavia riceve da esaminare un paio di files che portano Uta a chiedersi il significato del suo lavoro e del mondo che ora lo circonda.

Di certo questo anime della durata di soli 20 minuti riesce a colpire molto più di quanto non ci si aspetterebbe, soprattutto nella prima parte. Ci si trova in un mondo dal sapore vagamente cyberpunk secondo me molto ben realizzata. Già nei primi due o tre minuti l’ambiente riesce a rapire l’occhio dello spettatore, e i discorsi che Uta fa con colui che gli passa il lavoro fanno capire una cosa sulla quale spesso non si ragiona: così come il mondo di duemila anni fa è una materia per noi misteriosa e piena di dubbi, ugualmente tra duemila anni sarà la nostra per le civiltà del futuro. Non è nulla di particolarmente scioccante o complicato, ma spesso si è portati a pensare che ciò che esiste ora durerà per sempre, e Pale Cocoon è qui per ricordarci che ciò non è vero.

La storia in sé inizia bene, benissimo, meravigliosamente: il finale poteva puntare alla speranza oppure alla disperazione, e la strada che sceglie secondo me è stata la meno indicata. Inoltre, il momento clou non è intenso come probabilmente lo si vorrebbe. Questo non toglie tuttavia che gli argomenti portati all’inizio e un paio di toccate di stile verso la fine rimangono validissimi.

Ovviamente in soli venti minuti è difficile valutare il protagonista e la sua accompagnatrice, ma i realizzatori hanno fatto del loro meglio su di loro e risultano coerenti e caratteristici: testardo lui, disillusa lei, in un ambiente che non lascia molto spazio per altri sentimenti possibili.

Il disegno è bello, con un massiccio uso di CG in maniera parecchio gradevole; anche la parte sonora aiuta a creare l’ambientazione in cui la storia si muove.

Insomma, Pale Cocoon è una piccola gemma per chi apprezza una fantascienza cupa che però non cada nel claustrofobico: ha i suoi problemi e non è probabilmente definibile come un capolavoro, ma con la sua breve durata riesce a colpire in un paio di punti e a dare un paio di spunti intelligenti.

Voto: 8. Come Hoshi no Koe, ha i suoi difetti ma 20 minuti li si possono dedicare senza tanti problemi.

Consigliato a: chi vuole della fantascienza con degli argomenti non proprio innovativi, ma guardati in maniera interessante; chi apprezza i brevi OVA; chi si chiede come sarà il cielo in futuro.

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou Dai Ni Maku

La seconda parte di uno show dove la gente non muore mai:

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou Dai Ni Maku

La storia continua dove la prima serie si è interrotta. Questa seconda parte da 12 puntate è composta di due archi narrativi: nel primo i protagonisti si ritrovano a fare i conti con un gruppo i assassini che pare uccidano gente in quantità in nome del bene; nel secondo, la storia coinvolgerà direttamente Hiyuu e la sua famiglia, portandolo vicino al punto di rottura.

La prima parte, che dura cinque puntate, da subito inizia a narrare i fatti a passo di corsa. Per tutto il tempo sullo schermo si vedono succedere milioni di cose, senza che nessuno si degni di spiegare perché esse stiano accadendo: non si fa in tempo a metabolizzare un’emergenza che ci si ritrova in una situazione totalmente diversa e in un’altra situazione d’allarme. La storia ne risulta pertanto sbriciolata e totalmente inconcludente, e come unico collante c’è il fatto che i fatti si seguono talmente da vicino che devono per forza essere concatenati l’uno all’altro. Ci sono un paio di colpi di scena, ma essi vengono praticamente annullati dalle vicende che capitano subito dopo ad essi: i personaggi che paiono morti dovrebberlo essero davvero, diamine!

Con il secondo arco narrativo, le cose iniziavano ad andare meglio: un oscuro mistero, i familiari di uno dei protagonisti presi di mira, un avversario misterioso ed impalpabile… la speranza dura una puntata e mezzo, e poi si ritorna nel delirante e frenetico passo dell’inizio di questa seconda serie. Il cattivo di turno si svela, e in un terzo di puntata la situazione si conclude: da lì in poi ogni 15 minuti compare e viene battuto un cattivo nuovo, o viene sviluppata un’ermegenza nuova, o un nuovo personaggio compare e sparisce. In sette minuti si riesce a: scoprire che uno dei personaggi è un vampiro, indagare nel passato di due dei comprimari, farne morire uno (ma tanto poi ritorna pure lui), inserire due o tre giuramenti di vendetta, distruggere Tokyo e inscenare una pioggia di meteoriti. Come cavolo si fa a fare una simile concatenazione, sperando che lo spettatore riesca anche solo per un secondo a mantenere il filo del discorso e credere a ciò che sta vedendo?
Sorvoliamo infine sul finale: la penultima puntata è interamente un flashback, e l’ultima è totalmente scollegata da tutti i precedenti avvenimenti. Non viene dato alcun termine alla situazione che si era venuta a creare, e l’anime finisce *così*.

Una cosa decente bisogna dire che c’è: i combattimenti. Sono pochi, troppo pochi per essere un anime d’azione, ma quei pochi sono parecchio gradevoli da vedere. Il combattimento clou attorno alla decima puntata è davvero impressionante e gradevole, con un grado molto alto di violenza e di spettaccolarità: viene ovviamente rovinato dal fatto che gente impalata da alabarde continui a chiacchierare e ad andare in giro -senza contare quelli morti che vengono DI NUOVO riportati in vita tanto per fare-, però ci sono un paio di pezzi che si fanno davvero apprezzare.

La grafica è buona, e l’animazione è fluida: le musiche sono molto rockeggianti e gradevoli, sia in OP/ED che durante le puntate.

Insomma, Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou Dai Ni Maku è un anime che viene ucciso dalla sua stessa fretta di raccontare le cose: si intuisce che l’idea di fondo potrebbe essere carina, ma è come passare in una galleria d’arte a 200 km/h: non si farà in tempo ad apprezzare nulla, e si avrà soltanto l’impressione di aver sprecato il poco tempo impiegato. In questo caso è uguale.

Voto: 5. La storia si sarebbe meritata un 4 secco, ma i combattienti e alcuni dettagli gradevoli qui e là riescono a mitigare il disastro.

Consigliato a: chi non si incazza se la trama è inesistente e affrettata; chi si diverte ad avere dei protagonisti totalmente immortali; chi vuole vedere i trans più terribili di sempre.

Penguin Musume Heart

Una giovane miliardaria otaku e le sue amiche strampalate:

Penguin Musume Heart

Sakura è la figlia di una familia di supermiliardari che è un’otaku da competizione: il cosplay è tutta la sua vita, e segue sempre le ultime puntate delle serie a lei care.
Per decisione dei suoi genitori termina di seguire lezioni private e si inserisce in una normale scuola, nella quale incontra Kujira, che è assolutamente identica alla sua eroina preferita! Tra mille difficoltà e personaggi che vogliono la sua pelle, seguiremo pertanto la vita delle curiose protagoniste.

Le premesse erano accettabili, per poter realizzare una serie di 22 puntate da soli 10 minuti: riferimenti ad altri anime, delirio nonsense, violenza comica e tanta stupidità potrebbero sembrare un buon mix.
In questo caso, purtroppo, sono riusciti a fallire in quasi tutti gli aspetti. Nella prima quindicina di puntate, dove la presunta comicità galoppa sovrana, ci si trova con un set di personaggi e situazioni ripetitivissimo: ogni protagonista o comprimario reagisce identicamente ad ogni situazione; tutte le battute sono viste, riviste e straviste; i rari momenti di serietà tirano fuori dei discorsi di una banalità impressionante. Bisogna dire che qualche risatina qui e là può anche scappare: generalmente è legata alla violenza di Kujira contro Sakura, ma non c’è molto altro.
Nelle ultime puntate, quando le cose si fanno un po’ più serie, discorsi e situazioni seguono la bassa qualità di quanto sinora già visto: si continua con banalità e uscite scontate, con dei processi mentali paragonabili a quelli di un bimbo di tre anni. Anche il momento clou, quando si arriva al climax della situazione, riesce velocemente a deludere e a risultare originale ma insoddisfacente.

Sui personaggi c’è poco da dire: Sakura dice di essere un’otaku e nelle prime puntate accenna a ciò molte volte, ma la cosa sembra non influenzare la serie. Niente riferimenti ad altri anime (a parte, ogni tanto, nei titoli delle puntate); i commenti che la protagonista fa sulla sua serie preferita (inesistente) sono banali. Anche il comportamento che costei tiene è abbastanza squallido, facendo quasi vedere che un amante degli anime risulta uno sfigato incapace di pensare ad altro, dissociato dalla realtà. Non che ciò non sia vero, ma eviterei di mettere tale messaggio in un anime che presumibilmente verrà visto dalle persone che si pigliano in giro…
Gli altri comprimari non sono nulla di che: si presentano con varie peculiarità ma le perdono abbastanza in fretta, diventando parte dello sfondo. Inoltre, generalmente tali personaggi sono utili per mostrare quantità esagerate di pantyshot e tette ballonzolanti, tanto per offendere ancora un po’ l’intelligenza dello spettatore.

Il disegno non è nulla di che, ma nel 2008 ci si potrebbe aspettare qualcosina di un po’ meglio; le musiche sono relativamente anonime, con un’opening abbastanza carina e un’ending abbastanza bruttina.

Insomma, Penguin Musume Heart tenta di essere un anime semi-nonsense con riferimenti otaku, e manca il suo bersaglio di migliaia di chilometri. L’umorismo colpisce un paio di volte all’inizio (non posso dire non aver mai ridacchiato), e poi diventa stantìo e ripetitivo, facendo sembrare le puntate lunghe un’eternità, anche se son solo di dieci minuti.

Voto: 5. Se cercate qualcosa di divertente, guardate altrove. Se cercate riferimenti otaku, guardate altrove.

Consigliato a: chi cerca una buona quantità di fanservice; chi ride delle battute anche se vengono dette 500 volte; chi vuol sentire le suonerie più terribili del mondo degli anime.