Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows

…Un racconto alternativo con i personaggi della serie originaria:

Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows


A tre anni di distanza, ritroviamo i personaggi che abbiamo imparato ad apprezzare in una trama totalmente diversa.
La Gekko State è una forza indipendente dell’esercito che si ribella, e va -assieme all’appena arruolato Renton- a rubare in una base dell’esercito il più grande segreto militare esistente: Eureka. Ciò che loro non sanno è che Renton ed Eureka già si conoscono sin da quando erano bambini, essendo cresciuti insieme, e che la loro riunione li porterà al desiderio di non abbandonarsi più: potrà la Gekko State perseguire i suoi obiettivi nonostante ciò? Quale è il loro ultimo scopo? Sono solo dei criminali che puntano alla distruzione del mondo, o motivi più profondi li spingono a rivoltarsi contro la razza umana anziché combattere le Immagini?

Come detto, in questo OVA da circa due ore viene sviluppata una storia che poco ha a che fare con l’originale trama, e anche i personaggi hanno ruoli molto diversi (seppur nelle stesse posizioni) nello svolgersi delle vicende.
Purtroppo, bisogna dire che il risultato non è assolutamente all’altezza di quanto ci si potrebbe aspettare. La confusione iniziale nel vedere tutti i personaggi con caratteri totalmente diversi fa velocemente strada alla delusione in meirto ad una trama assolutamente traballante e poco convincente. Come capita nei film sviluppati in fretta e furia, si assiste semplicemente ad un seguito di presunti colpi di scena che non lasciano nulla se non perplessità su perplessità. Anche quando oramai le cose sono state messe in chiaro e ci si avvia verso la conclusione, diverse cose sembrano fuori posto, e il finale non soddisfa particolarmente.

I personaggi sono molto diversi da quelli che ricordiamo: il punto vagamente positivo è che Renton ed Eureka, anziché esser giovani complessati come all’inizio della serie, sono semplicemente due innamorati che non vogliono separarsi qualsiasi cosa succeda. Questa semplificazione aiuta a rendere un po’ più scorrevole la già barcollante trama, ed è un bene.
Peccato non si possa dire altrettanto per i coprotagonisti: semplicemente, risultano antipatici. A parte i due piccioncini, praticamente tutti gli altri sono cattivi o comunque risultano poco gradevoli. Quelle che sono le motivazioni per i loro gesti, pertanto, risultano noiose e si spera solo che il tutto finisca al più presto possibile.

La grafica è praticamente identica a quella della serie: da una parte si può dire che la qualità era buona un tempo e lo è anche ora (alcune sequenze di combattimento sono molto spettacolari); d’altra parte, si potrebbe pensare che con tre anni di tempo, e per un singolo OVA, avrebbero potuto metterci un po’ di impegno aggiuntivo.
Le musiche non danno alcun valore aggiunto alla visione, facendo quel che devono ma non colpendo.

Insomma, Eureka Seven: Pocket Full of Rainbows era un lavoro che, a mio parere, si poteva assolutamente evitare. Prende lo scheletro di una serie ben riuscita e ne tira fuori una mezza ciofeca, che può accontentare l’occhio ma che delude assolutamente in termini di trama e personaggi – che erano i punti forti della serie originale.

Voto: 5. Si salva la parte tecnica e un paio di momenti di stupore: il resto risulta in un paio d’ore buttate.

Consigliato a: chi non si offende se i personaggi di una serie vengono rimaneggiati; chi vuol vedere l’involontaria parodia di una grande serie; chi vuole incontrare Nirvash in versione pupazzo puccioso svolazzante.

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RahXephon

…Un erede di Evangelion: robottoni e cervello affaticato per tutti!

RahXephon


Ci troviamo in un vicino futuro. A seguito di una guerra, solo la città di Tokyo pare esser rimasta in piedi: si dice che in tutto esistano ancora pochi milioni di umani. La vita scorre tuttavia abbastanza normalmente: Kamina Ayato è un normale diciassettenne alle prese con scuole, esami ed amicizie fino a quando dei nemici giunti dal nulla non iniziano a bombardare la città. Nella confusione Ayato viene prelevato e portato “all’esterno”: si scopre infatti subito che in realtà il resto del mondo e i suoi abitanti sono tuttora esistenti, e che a partire dal 2012 Tokyo è rimasta isolata da un campo dimensionale chiamato “Tokyo Jupiter”.
Quella che si pensava l’ultimo baluardo degli umani pare invece essere il covo di coloro che tramanno alla distruzione del mondo: ma le cose stanno davvero così? La differenza di dodici anni tra Tokyo e il resto del mondo quali effetti potrebbe portare? E di chi potrà fidarsi Ayato, considerando che in ogni fazione tutti paiono avere secondi motivi per tutto?

Come si può già capire da quanto sopra scritto, la storia è estremamente intricata. La trama è infatti fitta di personaggi, collegamenti, sotterfugi, alleanze, rapporti d’interesse e chi più ne ha più ne metta. Bisogna stare attenti ad ogni dettaglio e tentare di memorizzare più o meno tutto, o si rischia la più totale confusione: devo ammettere di aver fatto molta fatica a seguire il filo della narrazione, e nelle puntate centrali per intere sezioni mi sono arreso tentando semplicemente di raccattare qualche informazione senza grande chiarezza sul perché accadesse qualcosa.
A difesa della trama, tuttavia, va detto che alla fine tutto quadra: i mille frammenti sparpagliati per le puntate si riuniscono a comporre un mosaico di notevole complessità, che però a posteriori pare molto chiaro, quasi ovvio. Rimane il fastidio per essersi persi durante parecchie puntate, ma perlomeno alla resa dei conti non si rimane senza spiegazioni.
L’OVA (che non va assolutamente visto prima della serie!!) aiuta ripassando le vicende narrate -seppur con qualche cambiamento qui e là-, e in un paio di casi spiega un paio di retroscena e aiuta, a posterori, a capire meglio cosa sia successo in un paio di punti.

I personaggi sono diversi e, nonostante parecchi passino attraverso diversi ruoli durante la serie, le loro caratteristiche sono abbastanza lineari: questo non vuol dire che siano fatti male o che siano bidimensionali, ma una volta inquadrati si inizia ad intuire quali potranno essere i risvolti delle varie azioni intraprese.
A titolo personale, una delle cose che ho gradito meno di questa serie è tuttavia il lato sentimentale che è parecchio presente (sebbene non ammorbante): Ayato ha la malattia di molti protagonisti di anime, quello di essere al centro delle attenzioni di quasi tutto il cast, mentre in realtà la logica suggerirebbe altro. Anche in questo caso buona parte delle relazioni e delle motivazioni ad esse correlate vengono date con il tempo (quasi tutte attorno alla fine, quando i nodi vengono al pettine), ma questo non toglie che ogni tanto la cosa mi ha dato non poco fastidio. Va comunque detto che generalmente i sentimenti portano al loro aspetto più tragico o doloroso (l’amore significa abbandono o gelosia, l’amicizia significa tradimento o sacrificio), e questo aiuta a creare l’atmosfera cupa di cui parlerò tra un attimo.
Lo sviluppo personale dei alcuni personaggi è abbastanza notevole, sebbene non sempre logicissimo: ogni tanto tre parole in croce fanno cambiare totalmente idea alla persona in questione, ma nel complesso la progressione comportamentale può essere considerata soddisfacente. Qui e là si nota che i personaggi si comportano in un dato modo per motivi di copione, ma è pienamente accettabile al fine di mandare avanti la massiccia storia.

Contrariamente a quanto si possa pensare, i combattimenti tra robottoni sono una parte assolutamente minoritaria: ci sono, è vero, ma occupano generalmente poco tempo e sono importanti soltanto per ciò che significano, e non per il combattimento in sè.
Infatti spesso e volentieri, soprattutto nella seconda metà delle ventisei puntate che componono la serie, tali eventi sono legati a motivi particolari che toccano Ayato o qualcuno a lui vicino – generalmente portando qualche cattiva notizia.
La serie inizia infatti con qualche battuta sparsa qui e là, ma va man mano trasformandosi in una vicenda sempre più cupa fino a diventare, a mio parere, davvero pesante sul cuore. Questo non vuol dire che i personaggi piangono a dirotto o che ci sono precisi eventi traumatizzanti (sebbene un paio ce ne siano, dal punto di vista di chi è coinvolto), ma c’è un generico senso di oppressione e di sconfitta che permea gli accadimenti. Presumo che tale aspetto sia pienamente voluto, e sicuramente il messaggio passa appieno.

Va inoltre segnalato che, anche senza andare a cercare su Wikipedia o simili, si nota che ci sono molte referenze a culture realmente esistite: le culture dell’America precolombiana sono presentissime (l’intera terminologia che sta dietro allo Xephon deriva direttamente da tali antiche lingue) e, andando a controllare, si nota che i riferimenti anche in altri ambiti sono davvero molti e accurati. Questo non è che porti qualcosa di più alla storia in sé, ma vuol dire che alla base -oltre ad una storia studiata a tavolino con estrema attenzione- c’è un lavoro di ricerca non del tutto indifferente, per far sì che i vari termini abbiano significati che tra loro abbiano pertinenza, e questa non può che essere una buona cosa.

Il disegno, per essere del 2002, è a mio parere un tantinello scarsino quando si tratta delle persone: altre cose sono disegnate in maniera più decente (ad esempio, i Dolem) ma secondo me avrebbero potuto sprecarsi un po’ di più.
L’audio è più curato, considerando che “la melodia” è uno dei punti centrali: opening simpatica, ending accettabile, e soprattutto un seppur pezzo di musica classica che ha un ruolo nella storia e che rende felice l’orecchio che lo sente.

Non si può tuttavia chiudere questa recensione senza parlare del fatto che RahXephon trae moltissimi aspetti da Neon Genesis Evangelion: abbiamo l'”eroe per caso”, che deve accettare suo malgrado il ruolo dell’eroe; un forte personaggio femminile che lo accompagna; dei nemici muti, volanti e vagamente inquietanti (sebbene gli Angeli fossero di forme strane e misteriose, mentre in questo caso i Dolem hanno un’aria più vittoriana); il progressivo cedimento verso un nemico sempre più inarrestabile; si potrebbe fare un elenco molto lungo delle similitudini. Non direi che si tratta di plagio, poiché il punto sul quale vertono le storie è differente: l’ispirazione è però chiara.

Voto: 8. Dietro a tutto ciò riesco a vedere del genio, e dell’attenzione: devo ammettere che seguire questa serie è pesante sull’attenzione, e pesante sul cuore. Più di una volta ho fatto fatica a guardare la puntata successiva, per semplice stanchezza mentale: non è un difetto in sé, ma diminuisce la possibilità di gradimento.

Consigliato a: chi non ha paura di logorarsi le sinapsi; chi ha amato Evangelion, e vuol vedere qualcosa di vagamente assomigliante; chi vuol vedere uno dei modi più struggenti per dire addio.

Tokyo Magnitude 8.0

…Per gli amanti dei disaster movies, ecco qualcosa di adatto!

Tokyo Magnitude 8.0


Mirai è una ragazzina di prima media all’inizio della sua pubertà, e pertanto in guerra con il mondo. Il primo giorno delle vacanze estive viene incaricata dalla madre di accompagnare il suo fratellino Yuuki, di otto anni, ad una mostra di robotica ad Odaiba.
Tutto sembra andar bene, ma quando stanno per tornare a casa succede l’impensabile: un portentoso terremoto colpisce la più grande megalopoli del mondo, gettando nel caos l’intera popolazione! Riusciranno Mirai e Yuuki, accompagnati dalla loro compagna di viaggio Mari, a tornare a casa a Setagaya, a quasi 20 km da casa? Quali pericoli si nascondono in una città colpita da un terremoto di magnitudine 8?

La trama di questa breve serie da undici puntate è molto semplice: si tratta di un viaggio in un ambiente quasi postapocalittico: il sistema di trasporti è interamente saltato, e palazzi pericolanti incombono sui tre protagonisti. La trama non è però la parte importante di questo anime: esso è infatti un viaggio nell’umanità in ogni sua sfaccettatura: gentile, arrogante, pietosa, irrispettosa, triste, giocosa e quant’altro.
Il viaggio che ci si ritrova a seguire tocca infatti ogni tipo di persona: si passa dalle folle ignoranti e pericolose, che spintonano e dividono, a persone che nonostante gravi lutti danno tutti loro stessi per aiutare il prossimo (probabilmente anche per tener occupata la mente). Si incontrano i soccorritori, sotto stress ma spesso con un sorriso, e i medici, confrontati con l’ira delle persone contro di loro: si vede come una situazione di assoluta emergenza può trasformarsi per il baratro della disperazione per chi ha perso una persona cara, e chi invece ne segue gli sviluppi poiché affascinato dalle meccaniche di soccorso.
Tutto ciò avviene in fugaci contatti, poiché ogni puntata fa proseguire il viaggio con diverse persone che si incontrano in questa o quella situazione: ogni cosa lascia però una traccia nella psiche dei tre viaggiatori, che ne risultano pertanto arricchiti.

Parlando di loro tre, bisogna dire quello che è a mio parere il punto più eccezionale di Tokyo Magnitude 8.0: l’umanizzazione dei protagonisti. In sole undici puntate la BONES riesce a creare tre persone vive, pulsanti, reali. Iniziamo parlandi di Mari, l’adulta del gruppo: si prende cura dei due bimbi con un affetto che inizialmente pare incomprensibile e apparentemente dettato solo da motivi di trama, ma con il tempo si arriva a capire come mai lei si attacchi così tanto anche a bambini non suoi. Tragedie personali e la necessità di tornare a casa, unitamente alla stessa direzione di viaggio, la portano a diventare quasi una seconda madre con loro. Risulta paziente oltre ogni limite, ma lo è per necessità: è l’unica del gruppo che può reggere il carico di stress che una simile situazione comporta, e lo fa egregiamente.
Passando a Mirai, si può dire che è il personaggio che cresce di più nell’intero arco narrativo. Come detto, inizia come la classica bambina di 11-12 anni per cui i genitori son cattivi, la scuola è noiosa, il fratellino è stupido e i passatempi sono una rottura: capisce quanto tiene alla sua vita e alla sua consuetudine solo quando esse vengono stravolte, e durante il viaggio si nota un poderoso e credibile processo di maturazione dovuto alle varie emergenze a cui si trova a far fronte.
Si finisce con Yuuki, un bambino gioioso e -come buona parte dei bambini di sette/otto anni- desideroso di affetto e di armonia. Sin dall’inizio dimostra con sincerità i suoi sentimenti, e le motivazioni dei suoi gesti sono quasi sempre nobili: diversamente dal solito, inoltre, non è un bambino lamentoso che fa i capricci e che rallenta il gruppo apposta e, anzi, spesso tenta di fungere da conciliatore per la più emotiva ed instabile Mirai.
Questa meravigliosa caratterizzazione dei personaggi porta ad un senso di attaccamento quasi viscerale, che porta a sincero dispiacere nel caso di problemi per il trio e a gioia quando le cose funzionano bene: tutto ciò getta inoltre le basi per un finale assolutamente imprevedibile, emozionantissimo ed estremamente intenso.

Dal punto di vista un po’ meno brillante, si può segnare che alcune puntate nella sezione centrale sono forse un filino sottotono rispetto all’inizio e alla fine: inoltre, alcune cose vengono forse tirate un po’ troppo per le lunghe e rendono la visione un filino lenta. Lungi da me voler dire che è una serie noiosa o poco appassionante, ma qualche minima sforbiciatina qui e là avrebbe potuto forse portare un effetto ancor migliore, mantenendo sempre alto il livello di tensione che risulta generalmente presente.

Sui disegni ho da dire due cose molto belle, e una un po’ meno. La prima cosa bella è che gli sfondi sono molto belli, e vedere Tokyo devastata con tutti i suoi simboli abbattuti fa un effetto strano ma assolutamente affascinante; la seconda cos buona è che i personaggi sono disegnati in maniera decisamente più semplice, ma l’espressività è perfetta e trasmette brillantemente l’emotività dei personaggi. La cosa un po’ meno gradita è che i due elementi ogni tanto non si mischiano alla perfezione, e nelle immagini più ampie ci si ritrova con sfondi dettagliatissimi e dei personaggi quasi stilizzati al loro interno, creando un effetto di distacco che un po’ rovina l’effetto.
Le musiche si tengono in sottofondo, senza mai prendere il sopravvento: alcune scelte sono ben fatte, ma in generale non si fanno notare. Simpatica opening ed ottima ending; è inoltre da fare un encomio alle seiyuu per aver fatto un egregio lavoro di doppiaggio. D’altra parte, quando una delle doppiatrici fa Kobayashi di cognome…

Insomma, come si può capire ho apprezzato moltissimo Tokyo Magnitude 8.0. Per quanto la storia sia molto basilare secondo me raggiunge i limiti dell’eccellenza, grazie a poderosi personaggi che sono confrontati con vicende terribili. Ritengo sia uno dei più bei lavori del 2009.

Voto: 9,5. Ho un debole per serie con personaggi a cui ci si può correlare, e la cui umanità sorpassi quella di molta gente esistente: Tokyo Magnitude 8.0 è una di esse. Eccezionale.

Consigliato a: chi ama le serie dove non si ride ma si spera; chi ha amato personaggi come Balsa di Seirei no Moribito, e vuol vederne un alter ego moderno; chi vuol conoscere la rana aliena a.k.a. l’alieno col telefono a.k.a. il re delle merendine a.k.a. il lord dei pisolini.

Escaflowne: The Movie

…Quattro anni dopo la serie, venne creato anche il film.

Escaflowne: The Movie

Hitomi è una liceale disillusa dalla vita e depressa: il mondo non le offre nulla, e si sente sola da morire. È oramai arrivata a meditare il suicidio e ad allontanare chiunque, augurandosi soltanto che tutto sparisca… ed è in tale frangente che le appare un misterioso uomo incappucciato, chiamantesi Folken, che la invita “nel suo mondo”.
Hitomi viene pertanto catapultata in una diversa realtà, e si risveglia all’interno di una strana creatura simil-robottonesca ma biologica. Dopo attimi di panico essa si apre e lei ne esce trovandosi davanti Van e i suoi compagni di viaggio, che la inneggiano come la Dea Alata!
Ma per quale motivo Hitomi è finita qui? Perché dovrebbe essere la Dea Alata? Van e i suoi colleghi riusciranno nella loro missione?

Questo film di circa un’ora e mezzo si rifà alla serie Vision of Escaflowne (recensita qui), ma si notano immediatamente parecchie differenze.
In primis, la trama ricorda vagamente quella della serie ma le somiglianze sono solo apparenti: le motivazioni dei personaggi, le vicende che accadono, i parecchi combattimenti che si svolgono e la storia principale sono parecchio differenti dall’originale. Avendo visto la serie si apprezza il passo veloce e spedito con cui accadono le cose (tanto i personaggi già si conoscono), ma per qualcuno a digiuno dell’universo di Escaflowne gli avvenimenti risultano troppo compressati in poco tempo, e la chiarezza della trama ne risente parecchio.

Parlando di personaggi, si nota il più radicale dei cambiamenti rispetto alla serie da ventisei puntate. I personaggi (e tutto l’ambiente in generale) sono estremamente più cupi e problematici: Hitomi è una ragazza sull’orlo del suicidio che cerca solo un modo per sparire dal mondo e Van è un sanguinario guerriero poco sopra la civilizzazione di una bestia. Per motivi di tempo gli altri personaggi vengono solo velocemente accennati e non si ha il tempo di apprezzarli: ancora una volta, per chi ha visto la serie è un piacere vedere i protagonisti “con le palle” rispetto alla versione pappamolla e indecisa della serie, ma per i novizi risultano tutti unicamente personaggi di contorno. Data la quantità di fatti raccontati, inoltre, il tempo per lo sviluppo personale praticamente non esiste: qualche accenno di esso si vede nei due protagonisti, ma non è nulla di epocale. Grazie al cielo non vien perso tempo con inutili storie d’amore, che in questo film vengono praticamente ignorate in maniera totale: Van e Hitomi non sono due persone innamorate, ma sono due anime disperatamente solitarie in cerca di una stampella. La ben diversa impostazione rende molto diverso l’approccio che i due anno nei discorsi e nel modo di pensare, e personalmente ho gradito questo cambiamento.

La grafica è sensibilmente migliore alla serie, ed è piacevole da guardare sebbene le immagini siano parecchio scure; anche le musiche sono molto gradevoli ed orecchiabili.

Insomma, che dire di Escaflowne: The Movie? Sicuramente chi ha visto la serie lo apprezzerà dato che ne ha il necessario background, e partendo con una base di conoscenza degli avvenimenti il tutto risulta apprezzabilissimo e ben ritmato, con parecchi combattimenti (aggiungendo parecchio sangue versato e diversi arti mozzati); gli altri potrebbero darci un’occhiata se sono pronti ad assorbire mille nozioni in tempo zero, perché altrimenti non ci si capirà nulla.

Voto: 8. A me è piaciuto: non è nulla di spettacolare, ma è un deciso miglioramento dalla mortale lentezza della serie originaria.

Consigliato a: chi ha visto The Vision of Escaflowne; chi apprezza le trame compresse e viste di corsa; chi vuole vedere come esplode un cavallo dilaniato dalla magia.

Soul Eater

…Un’anima sana risuona tra un corpo sano ed una mente sana.

Soul Eater

Ci troviamo in una realtà contemporanea alternativa, in cui la Morte ha una sua città, con una scuola al suo interno: lo scopo è di addestrare “raccoglitori di anime perdute”, che vadano a cacciare le anime di coloro che hanno deviato dal cammino dell’uomo per intraprendere quello demoniaco. Questo è indispensabile per evitare la rinascita del Dio Demone.
Gli studenti si dividono in due categorie: le armi, che sono delle persone che possono trasformarsi nelle più disparati armi, e i maestri, che utilizzano il primo gruppo per portare a termine le missioni. In questa serie si seguono le vicende di tre di questi gruppi: riusciranno nelle loro missioni? Cosa si nasconde dietro ad una simile stramba scuola? E perché le streghe tentano di sovvertire il mondo, creando caos e apocalisse? Chi c’è dietro a tutto ciò?

In primis, bisogna dire che la storia è decisamente originale. L’idea di persone che si trasformano in armi non è mai stata molto utilizzata – soprattutto non nel modo in cui viene fatto in Soul Eater. La storia inizia lentamente (la prima decina delle 51 puntate è usata per introdurre buona parte dei molti personaggi presenti) e si sviluppa con interesse: parecchia azione, nemici interessanti, poteri coreografici e un buon sviluppo della trama portano ad una serie estremamente piacevole. Nella seconda parte, tuttavia, il tutto diventa estremamente lento: nel secondo arco narrativo, i personaggi infatti sembrano smettere di cercare di fare qualcosa, e reagiscono unicamente agli stimoli esterni che ricevono. Inoltre, gli accadimenti diventano estremamente lenti, e qualsiasi spunto venga suggerito da qualcuno (la poca chiarezza nei piani di Morte, il misterioso marchingegno che Joe Buttataki costruisce, il misterioso Sangue Nero dentro Soul,…) cadono quasi completamente nel nulla, risultando delle inutili perdite di tempo ancor più noiose dei pur gradevoli filler che qui e là si ritrovano durante la serie.

Parlando di personaggi, ce ne sono parecchi su cui spendere parole: in primis, ovviamente, si parlerà dei tre gruppi di protagonisti. Essi sono ben assortiti, e anche loro nella prima parte della serie risultano molto ben funzionali per l’intrattenimento: le loro forze, debolezze e paranoie si intersecano per creare un mix scoppiettante e divertente (poiché Soul Eater, anche in buona parte dei momenti più seri, riesce a strappare qualche risata: è una serie dal cuor leggero, e come tale va presa). Essi non sono particolarmente profondi, ma non per questo risultano piatti: hanno solo un paio di caratteristiche che li contraddistinguono gli uni dagli altri (a parte il figlio di Morte, Kid, che è fatto tutto a modo suo), ma queste differenze vengono usate nel migliore dei modi per risolvere problemi e divertire.
I coprotagonisti non sono da meno, con un cast numeroso ed estremamente variato: da Morte al maestro zombie, dal dott. Franken Stein alla Deathscyte, nonché padre di una delle protagoniste ma sempre dietro a qualche gonnella, dai compagni secchioni alla nuova amicizia sociopatica… ce ne son per tutti i gusti, e tutti loro creano un gruppo davvero fenomenale.

Purtroppo, anche in questo ambito qualcosa sembra spezzarsi nella seconda parte della serie: le loro differenze passano in secondo piano, moltissimi dei personaggi presenti risultano totalmente inutili ai termini della storia, quelli che dovrebbero fare qualcosa la fanno come automi e, soprattutto, i protagonisti smettono di battere i nemici con le loro abilità ed il loro acume e ci riescono soltanto grazie all’odiatissimo “ma tanto io sono più forte e ce la faccio lo stesso, potere speciale!”.

I disegni sono semplici ma secondo me molto belli: il tratto poco complicato aiuta a donare immediatezza e fluidità alle scene, che risultano infatti ben animate. I combattimenti (ancora una volta numerosi nella prima parte, e pochi e lenti nella seconda) risultano molto belli, dinamici, adrenalinici: peccato per gli ultimi, che si riducono a due botte e dieci minuti di chiacchiere come in molti anime di serie C.
L’audio è ben curato, a parte la prima ending davvero inascoltabile: le altre sigle sono gradevoli e la musica nelle puntate fa il suo dovere egregiamente.

In definitiva, sentimenti contrastanti nascono dalla visione di Soul Eater. La prima parte è una bomba con trama affascinante, personaggi brillanti e intrattenimento a mille: la seconda (curiosamente, dove l’anime si distanzia parecchio dal manga) risulta invece raffazzonata, rattoppata, buttata là: uno spreco davvero impressionante. Non è che le ultime puntate siano inguardabili, ma rispetto alle prime non c’è alcun paragone. Dannazione!

Voto: 8,5. Attorno a puntata 20-22 ero pronto a dare 9,5 o giù di lì, ma la parte conclusiva (e il deludentissimo finale) hanno abbassato il tutto. Rimane comunque estremamente gradevole e godibile.

Consigliato a: chi apprezza un po’ di sane botte senza troppo sangue e con un bel po’ di risate; chi non si offende se la qualità di un anime va in calando; chi vuol conoscere Exalibur, la spada più potente e più fastidiosa del creato.

Bounen no Xamdou

Altresì detto “Xam’d of the Lost Memories”, un anime andato in onda solo su PS3.

Bounen no Xamdou

Ci troviamo in un immaginario futuro, su un immaginario pianeta dove la guerra e l’oppressione son di casa. Akiyuki è un normale studente 16enne, ma rimane coinvolto in un attentato dinamitardo organizzato dal Nord, e in lui si impianta un misterioso essere simil-alieno. La città viene attaccata da tali cosiddetti “human-form”, e lui viene recuperato da Nakiami, una miteriosa ragazza tatuata in faccia che per evitare la sua morte lo porta a bordo di una nave che si occupa di invii postali, insegnandoli a controllare il suo nuovo potere per evitare di trasformarsi in pietra.

Come si puo notare, la trama iniziale è parecchio curiosa e misteriosa: il punto focale di questo anime è difatti la storia, parecchio articolata e con mille misteri.
In tal senso, bisogna dire che alcune delusioni vengono a galla: i misteri son molti e ci si trova in un’ambientazione sconosciuta, ma per la quasi totalità del tempo si viene lasciati nella totale oscurità. Su 25 puntate 20 passano nel più completo mistero, con ben pochi avvenimenti e un generale immobilismo che spazientisce; negli ultimi 5 episodi accade di tutto, compressando miliardi di informazioni in poco tempo. Gli anim che hanno dei misteri mi piacciono, ma quando essi vengono mantenuti a oltranza diventa controproducente perché lo spettatore non riesce a capire il motivo per il quale alcune cose accadono.
Alcuni misteri inoltre rimangono insoluti: l’intero motivo della guerra in corso, l’esatta natura degli Xam’d, le ragioni che spingono i personaggi a muoversi in tal modo sono abbastanza flebili. Alla fine viene data qualche motivazione, ma rimane ampiamente insufficiente per motivare il tutto.

Se c’è una cosa che è ben riuscita, invece, è l’ambientazione in sé: ci troviamo nel futuro, ma ci sono alcuni aspetti della cultura steampunk che rimangono presenti. La presenta di immensi motori meccanici, una società ucronica che controlla e opprime; questi elementi vengono ben mischiati a tecnologie future e situazioni complicate dovute alle guerre in corso (sebbene esse, come sopra detto, non vengano mai ben chiarite). Questo porta un generico alone d’interesse attorno alla serie, e aiuta anche nei momenti più bui e noiosi a continuare la visione.
Va detto però che, nonostante l’inizio con qualche battuta e l’ultima mezza puntata che tenta di riportare la luce nella serie, questo anime è decisamente opprimente e depressivo: le vicende che capitano sono via via più drammatiche, con scelte dolorose per i personaggi, abbandoni non voluti e decessi relativamente imprevisti: di certo non è una serie leggera, e va guardata sapendo che si assisterà ad una storia prettamente drammatica.

Sui personaggi, invece, ho impressioni miste: da una parte si può vedere che è stato fatto un buon lavoro nel crearli, dato che ci sono molti personaggi diversi che -sebbene abbastanza abituali- si intersecano bene tra loro; d’altra parte lo sviluppo è abbastanza aleatorio e incostante. In una serie in cui alcuni personaggi dovrebbero imparare a rapportarsi con l’umanità tutta e altri dovrebbero capire come gestire il loro teoricamente sconfinato potere, questo difficilmente può venire perdonato. Akiyuki per 25 puntate gira con’sto braccio mostruoso a farsi curare da Nakiami non appena va fuori controllo, e poi a puntata 26 misteriosamente grazie alla classica “frase rivelatrice” capisce tutto e diventa superfigo… non quadra per nulla.
I coprotagonisti fanno invece una figura un po’ migliore, soprattutto i genitori dei protagonisti: sembrano parecchio reali con i loro problemi e la loro disperazione, e mi son trovato a tenere più per loro che non per chi guidava la storia.

L’aspetto grafico è ottimamente curato, con disegni all’altezza dell’anno di produzione (2008) ed effetti 3D davvero imponenti; anche sulla musica viene fatto un ottimo lavoro, con openind ed ending brillanti e ben ritmate che son piacevoli da ascoltare. Soprattutto la canzone di chiusura mi ha sorpreso, cantata in perfetto inglese e davvero bella.

In conclusione, un paragone è d’obbligo: questo anime, creato dalla BONES, è praticamente la fotocopia di un loro altro lavoro, Eureka Seven; stessa struttura narrativa, stesso tipo di personaggi, stessa nave viaggiante che va a spasso in mezzo ad un mondo in guerra, stessi misteri.
Il paragone va tuttavia a palese vantaggio della serie sopra citata, poiché Bounen no Xamdou non riesce a curare i propri personaggi a dovere, rendendo la trama singhiozzata e frammentata: la logica inoltre qui e là ha qualche mancanza, e questo è davvero un peccato.

Voto: 6,5. Mi aspettavo di più da questa serie, che rimane comunque relativamente piacevole da guardare; peccato che la copia sia riuscita parecchio peggio dell’originale, Eureka Seven.

Consigliato a: chi ha amato gli altri lavori della BONES, e non vuole perderseli; chi non è infastidito da misteri che vengono mantenuti senza spiegazioni per tutta la serie; chi vuol conoscere la vecchina con la mira più brillante di tutti i tempi.

Sword of the Stranger

Di spada e di storia: tuffiamoci nel sedicesimo secolo!

Sword of the Stranger

Ci troviamo più o meno nel 1600. Kotarou è un bambino che fugge da un monastero in fiamme; nella sua fuga incontra uno straniero senza nome, il quale -dopo aver involontariamente diviso il pasto e dopo essersi fatto salvare la vita- viene da lui assoldato per accompagnarlo fino al tempio di destinazione, dove troverà delle persone che potranno proteggerlo da chi lo insegue.
Inizia pertanto il viaggio dell’insolito duo (o meglio trio, contando anche il cane Tobimaru), che man mano che prosegue rivela alcuni inquietanti dettagli sui motivi della persecuzione di Kotarou: ma sarà tutto destinato a finire una volta arrivati al tempio? Perché degli stranieri lo vogliono a tutti i costi? Cosa c’è dietro all’imponente costruzione realizzata a tempo di record in una landa abbandonata?

Va detto innanzitutto un fatto innegabile: la trama non è per nulla originale. Ci troviamo davanti alla classica “strana coppia” che inizia litigando, poi va d’accordo e finisce per salvarsi a vicenda: tutto ciò è assolutamente scontato e banale, e si capisce sin dai primi minuti di visione. Questo non toglie però che la storia sia guardabile con piacere, anche in virtù del fatto che l’accuratezza storica è abbastanza notevole. La vicenda è inventata, ma i fatti che la circondano sono assolutamente reali: l’importazione delle prime armi da fuoco da parte dei cinesi, la diffidenza dei giapponesi verso gli stranieri, l’ossessione per l’imperatore cinese per l’immortalità… tutto quadra alla perfezione con quanto effettivamente riportato dai testi storici. Questo è certamente un grande punto a vantaggio degli sceneggiatori, che hanno avuto la cura di imbastire una storia relativamente credibile e motivata da reali eventi accaduti.

Essendo un unico film di un’ora e quaranta, non c’è molto spazio per sviluppare i personaggi: essi non risultano pertanto molto sviluppati, e solo dello straniero senza nome vediamo il passato e il motivo della sua riluttanza ad usare la spada. Si scopre anche qualcosina di Kotarou, ma solo qualche accenno; i cattivi, invece, si dividono in combattenti e narratori. I combattenti non sono usati per altro se non per combattere (v. sotto), mentre i narratori si occupano di far andare avanti con i loro discorsi la storia, spiegare perché stanno facendo ciò che stanno facendo e via dicendo. È un peccato che i combattenti non vengano sviluppati, perché avrebbero avuto un buon potenziale; i narratori invece dilungano la parte centrale della storia rendendola il pezzo più lento dell’interno film, e sebbene le spiegazioni siano sempre gradite qui forse vengono date per un po’ troppo tempo rispetto alla durata totale.
Va tuttavia detto che, per una volta, i realizzatori hanno pensato ai problemi linguistici: quando dei giapponesi e dei cinesi si incontrano, essi non si capiscono poiché parlano lingue diverse, e questo è stato realizzando facendo parlare agli stranieri effettivamente il cinese, e sottotitolandolo anche nella versione originale. Apprezzato per coerenza.

Trattandosi di un anime d’azione, i combattimenti sono un punto estremamente importante: ho il piacere di comunicare che essi sono molto belli. Sono concentrati nelle sequenze iniziali e nel massacro finale, e quindi non sono tantissimi e non occupano tantissimo tempo… ma quello che utilizzano, lo fanno al meglio. Essi sono infatti molto cruenti e coreografici (ogni tanto quasi troppo), e riescono a trasmettere bene il senso di assoluto macello che vien creato – soprattutto dagli stranieri. La parte centrale ha solo poche schermaglie poco interessanti, e questo è un vero peccato data la qualità degli altri momenti (soprattutto quelli verso la fine dell’anime).

Il disegno di per sé non è nulla di che, un po’ scarsino per essere del 2007; ci sono alcune sequenze in CG molto ben realizzate, ma ho l’impressione che la BONES abbia i mezzi per fare di meglio. Buona invece la colonna sonora, adeguata ai momenti.

Insomma, Sword of the Stranger è sicuramente sotto a mostri sacri come Ninja Scroll (anche in considerazione degli anni di distanza), ma si difende bene e si lascia guardare con piacere. La parte centrale è secondo me l’anello debole, ma non arriva così in basso da diventare fastidiosa o insopportabile.

Voto: 8. Se si cerca per un accettabile anime d’azione a suon di spadate e shuriken per un paio d’orette, sarete accontentati.

Consigliato a: chi ama i samurai; chi non si fa traumatizzare da qualche arto mozzato; chi vuol capire perché in tutta la recensione non ho detto una sola volta il nome del samurai protagonista.

Eureka Seven

Il colosso che la BONES ha sfornato nel 2005:

Eureka Seven

In un indefinito futuro, Renton è un ragazzo 14enne: non ha mai conosciuto suo padre, ma sa che egli fu l’eroe che salvò l’intero pianeta dalla distruzione. In una cittadina senza interessi ed avvenimenti, la sua unica passione è cavalcare le onde del Trapar, un’energia invisibile che riempie il cielo, con la sua tavola da “surf”.
La sua vita continua tranquillamente fino a quando, un giorno, un robottone appartenente ad una banda di ribelli da lui ammirati non gli piomba davanti a casa. Da esso esce Eureka, una misteriosa ragazza dallo sguardo magnetico, che dimostra subito interesse in Renton: egli decide pertanto di seguire Eureka e il gruppo Gekko State nelle loro avventure intorno al mondo. La vita fuori dal suo paesello è tuttavia molto più complessa e meno piacevole di quanto lui avesse immaginato, e ben presto si ritrova pieno di dubbi e paure… ma non è l’unico. Come riuscirà a proteggere i suoi cari? Riuscirà a svelare i misteri che man mano si mostrano dinnanzi a lui? Cosa è il Trapar, come fanno i robottoni a surfare nel cielo, cosa si nasconde dietro a tutto ciò?

Di questa serie da cinquanta puntate, devo ammettere, la prima decina mi aveva scoraggiato. Dopo gli avvenimenti iniziali la partenza è lenta e poco interessante. Si capisce che ciò è fatto per presentare le particolarità dei vari personaggi, ma ciò non può venir fatto con delle storie poco interessanti…
Per fortuna, tuttavia, ho dato retta a chi mi aveva consigliato questa serie e ho continuato: dopo tale iniziale mancanza, la storia decolla in maniera sempre più intrigante. Ogni puntata pare iniziare come un filler, ma si rivela invece interessante e porta elementi nuovi all’ambientazione che diventa sempre più completa, intrigante, misteriosa e complessa: entro metà serie c’è una valangata di carne sul fuoco, e la trama si fa via via più interessante. Lo svolgimento della storia principale rimane sempre abbastanza lento, poiché molte altre cose entrano in linea di conto: questo non fa però perdere interesse nei misteri che via via si moltiplicano.
Purtroppo verso la fine c’è un nuovo eccessivo rallentamento del passo, sebbene non marcato come all’inizio: nel corso dell’avvicinamento al climax finale, tuttavia, avrebbero potuto utilizzare un passo un po’ più spedito per mantenere alta la tensione.

La storia in sé, come detto, è ottimamente realizzata (sorvolando sui problemi sopraccitati di lentezza qui e là): ha alcune battute qui e là ed alcune puntate dall’anima un po’ più leggera, ma principalmente è un anime dal tono decisamente serio – e talvolta anche abbastanza crudo. Di per sé, vedendola a posteriori, la trama utilizza i soliti argomenti: il primo grande amore, la protezione dei propri cari, la salvezza del mondo. La grande differenza in questo caso non è in cosa si racconta, ma in come lo si fa: in Eureka Seven sono riusciti a rendere interessante anche il banale grazie al fatto che si inizia senza alcuna spiegazione, e si scopre tutto in corso d’opera. Questo mistero all’inizio è spiazzante, ma non porta il fastidioso sentimento del “non capisco che BIIIP succede”, bensì conduce al “voglio saperne di più!”, che è ciò che dovrebbe sempre accadere. Forse alcuni misteri vengono tenuti un po’ tanto a lungo (sentir nominata una persona da puntata 1 a puntata 37 senza mai saperne niente di più è un po’ fastidioso…), ma sono casi isolati.
Questo, secondo mio parere, è soprattutto possibile in casi come questo, dove l’anime nasce spontaneamente e non come adattamento da un manga: tali due forme d’arte necessitano tempi e modalità di narrazione diverse, e purtroppo la conversione è molto difficile da fare mantenendo intatte le intenzioni iniziali.

Sui personaggi ci sarebbe molto da dire: in 50 puntate c’è molto tempo per vederli in azione, e quindi ognuno ha una sua storia personale.
In linea di massima, ogni personaggio importante ottiene, in proporzione alla sua rilevanza nella storia, un’evoluzione personale. Guardando il punto dal quale partono e vedendo la situazione in cui terminano, si vede che i cambiamenti sono importanti, adeguati e ben fatti: bisogna tuttavia dire che ogni tanto alcuni sviluppi lasciano un po’ perplessi, e soprattutto nella prima parte della serie in più situazioni si vorrebbe prendere a calci con violenza e furia alcuni elementi (principalmente Renton e Holland). Una volta che essi riescono a sconfiggere i loro principali demoni, tuttavia, una nuova strada si apre dinnanzi a loro e riescono a mostrare il loro meglio.
La storia d’amore tra Renton ed Eureka, che inizia sin da puntata 1, è il filo conduttore di buona parte della serie: questo non trasforma Eureka Seven in un anime amorepuccipucci, e dopo gli iniziali discorsi (i quali fanno nascere il desiderio di prendere a calci Renton di cui parlavo prima) si sviluppa in maniera abbastanza solida – contando comunque che i protagonisti sono degli adolescenti.

Dal punto di vista artistico, sono impressionato. Il disegno dei personaggi è molto buono (pensavo fosse del 2007-2008, non del 2005!), ma l’eccellenza viene raggiunta nei tanti coreograficissimi combattimenti aerei: quando entrano in campo gli LFO, ci si può gustare delle battaglie estremamente dinamiche e avvincenti. Inoltre, nonstante la serie sia di taglio principalmente militaresco, lo schermo non è pieno unicamente di grigioverde: viene fatto grande uso di colori, che colpisce ancor più lo spettatore.
La musica non è da meno: le varie opening ed ending sono di primissima qualità, e la maggior parte risulterebbe orecchiabilissima anche in radio.

Insomma, sono rimasto abbastanza colpito da quello che ritengo ad oggi uno dei lavori più grossi della BONES: non è perfetto, ci sono dei cali di ritmo che potrebbero scoraggiare i meno pazienti ed inizialmente sembra di essere in un mondo governato da leggi fisiche stupide e buffi robot che surfano nel cielo: ci vuole un po’ di costanza per arrivare al vero succo della questione. Non è un anime mostruosamente innovativo o rivoluzionario: fa quello che fanno gli altri, ma lo fa al massimo delle sue possibilità.

Voto: 8,5. Se avessero limato un po’ di tempi morti all’inizio e alla fine, avrebbe potuto essere anche più in alto: è comunque una storia degna d’essere ascoltata.

Consigliato a: chi ama robottoni un po’ inusuali (inizialmente… dopo diventano MOLTO inusuali); chi apprezza delle storie d’amore travagliate ma sincere; chi vuol conoscere l’animale da compagnia col più alto peso specifico esistente.

Skullman

Mistero e tradimento in un noir moderno:

Skullman

Dopo alcuni misteriosi omicidi nella città di Ootomo, Hayato -un reporter senza gran fama- decide di tornare nella città in cui è nato e in cui sta succedendo tutto ciò, a caccia del grande scoop.
Ben presto, assieme alla sua improvvisata assistente, capisce che le cose sono ben più complicate di quanto sembrano… la stampa pare mascherare i dettagli nelle notizie del misterioso “Skullman” che uccide degli innocenti. Come mai? Cosa si cela dietro a tutto ciò? Fino a che punto il tessuto stesso della città è coinvolto in loschi affari?

Di Skullman mi ha subito colpito l’ambientazione, piazzata negli anni ’80 ma che talvolta, con musiche e situazioni, pare scivolare in un noir anni ’20 molto apprezzabile. Ci sono anche dei vaghissimi accenni ad alcune caratteristiche cyberpunk (il controllo delle forze dell’ordine, la censura delle notizie, la corruzione delle forze dell’ordine) che rendono questo anime un minestrone di generi che però non risulta indigesto, bensì molto gradevole.
Aggiungiamo a tutto ciò intrighi militari, multinazionali farmaceutiche, antichi dissapori, problemi successori e amori di vecchia data e il mistero è servito!

La storia in sé è il punto principale, perché viene presentato un mistero che per tutte le tredici puntate di questa serie non fa che svilupparsi a passo sostenuto: è difficile trovare anche solo una singola sbavatura nel procedere della storia, che coinvolge a più livelli sempre più persone e situazioni. Nel perfetto stile noir ognuno ha qualcosa da nascondere, tutti sembrano pronti a tradire chiunque altro, il male si annida ovunque e fidarsi è un lusso che spesso non ci si può concedere: riescono tuttavia a non cadere nel tragico o nell’opprimente, mantenendo un tono serio ma non pesante che permette di guardare le puntate in tranquillità.
L’attenzione è tenuta alta da rivelazioni che continuano a completare il quadro completo che lo spettatore si trova man mano a contemplare, in maniera molto sapiente.
Nel finale forse le vicende oltrepassano il limite della complessità per mettere un piede nel confusionario, con l’ultimo paio di puntate talmente denso di avvenimenti da far sì che il tutto risulta un po’ indigesto: in ogni caso, nulla di insopportabile – e il filo principale della storia viene seguito senza alcun problema.

I personaggi sono ben fatti, anche se non particolarmente elaborati: agiscono in maniera coerente e logica, in virtù dei segreti che essi nascondono. Il protagonista di per sé si sviluppa passando da reporter a caccia di notizie a detective e, man mano che i suoi cari vengono coinvolti, il suo coinvolgimento aumenta sempre più.

La grafica è buona anche se non spettacolare, e fa il suo dovere: le scene d’azione, seppur non tantissime, sono ben fatte ed intriganti.
Il sonoro è all’altezza della situazione nell’opening, per poi risultare un po’ anonima durante la serie.

Insomma, Skullman è una piccola perla narrativa per chi vuole una storia corposa ed intrigante che si muove a passo veloce. Va inoltre detto che il finale, anche se non è un “to be continued”, lascia intravedere la possibilità di uno sviluppo ulteriore.
Andando a vedere le origini di questo anime (il manga da cui è tratto), si vede difatti che la serie si evolve in una storia ancor più ampia ed articolata… spero che provvederanno ad animare anche il resto, se manterranno la qualità qui dimostrata.

Voto: 8,5. Mi aspettavo una storiuccia simpatica, e mi son trovato tra le mani un ottimo saggio di narrazione.

Consigliato a: chi vuole qualcosa di massiccio da vedere, non in puntate ma in avvenimenti; chi apprezza i misteri e i noir; chi vuol conoscere l’assistente più casuale del mondo.

Darker Than Black

Che succede quando agli esseri umani vengono dati dei superpoteri?

Darker Than Black


Li Shengshun è un immigrato cinese in Giappone. Va a vivere a Tokyo, città nella quale si sta costruendo una muraglia più alta ancora dei grattacieli attorno all’Hell’s Gate, una zona dove la realtà è tremolante e relativa, e che porta morte e pazzia. Le stelle in cielo non sono più quelle originali, ma sono finte.
Ciò che si scopre subito è tuttavia che Li non è il solito studente immigrato… ma un Contractor, che equivale ad un possessore di poteri con una coscienza “annullata”, spia ed assassino.
La storia si sviluppa attorno a lui e al suo gruppo composto da una Doll, una bambina senz’anima che serve da radar umano, un gatto parlante e un arzillo uomo di mezz’età.

La storia inizialmente rimane molto oscura e misteriosa, lasciando capire molto poco della trama principale: si viene catapultati direttamente in questo mondo molto simile al nostro e nel contempo molto diverso, con molte regole da noi inesistenti e l’opprimente esistenza dei Sindacati che macchinano dietro ad ogni cosa per il loro beneficio.
Sin da subito l’ambientazione è risultata estremamente coinvolgente e affascinante: considerando che questo anime non deriva da un manga ma è una creazione originale, gli sceneggiatori hanno avuto il loro bel da fare per creare un mondo coerente e funzionale che non andasse mai in contraddizione con sé stesso. Le caratteristiche e i limiti di questi superpoteri sono scoperti durante le prime puntate -che sono principalmente dedicate a ciò-, che riescono a far capire il funzionamento di tutte le leggi esistenti senza doverle quasi mai spiegare apertamente: la cosa risulta molto piacevole e appagante.

I superpoteri in sé sono ottimamente realizzati. Ce ne sono di tutti i generi: chi può emettere elettricità, chi ha le impronte digitali esplosive, chi congela tutto al tatto, chi può scatenare uragani,… e sono tutti utilizzati in maniera intelligente, ed ogni personaggio ne fa un uso saggio. Non possono tuttavia essere usati a raffica senza ritegno, perché ogni contractor deve “pagare pegno” ogni volta che ne usa uno: anche in questo caso, le cose da fare variano estremamente. Si passa dal dover fumare sigarette al doversi spezzare le dita, dal bere birra compulsivamente al sistemare ordinatamente dei sassolini; la scoperta di tutti questi tic dei personaggi è un altro dettaglio molto bello, che caratterizza moltissimo anche le comparse minori ed aiuta a creare un senso di realtà in un mondo altrimenti totalmente assurdo.

Tutto bello e tutto perfetto, quindi? Beh, no. Per quanto l’ambientazione sia bella ed i personaggi siano ottimamente realizzati (e man mano che si scopre di più su di loro si capisce da dove arrivano le ombre nei loro cuori), la carenza si annida un po’ nella trama.
Non che sia totalmente sconclusionata o mal fatta, ma per il 70% della serie non ne si vede traccia; anche quando si arriva a puntata 20 su 24, si corre ancora dietro a delle side-story senza focalizzare l’attenzione sul problema principale. Con un’ambientazione realizzata in maniera così magistrale avrebbero potuto creare una trama assolutamente spettacolare, sviluppando alcune cose che sono rimaste quasi totalmente inutilizzate (come la realtà distorta all’interno dei gate, o la storia della sorella di Li) lasciando un senso di spreco.

Inoltre, questa serie ha un tono decisamente serio: quando compaiono l’investigatore e la sua assistente, sembra di esser catapultati in un’altra serie. La tensione accumulata nelle puntate si spezza in maniera brusca e spiacevole: penso che gli sceneggiatori abbiano voluto inserire due personaggi che alzassero un po’ l’umore del tutto. Questo secondo me è stato un errore: sarebbe come se in Lain avessero messo un personaggio alla Groucho che dice sempre buffonate… c’entra come i cavoli a merenda, e non apporta niente alla storia in sé.

Artisticamente, Darker Than Black è ad altissimi livelli: i disegni sono molto belli e puliti, i combattimenti – anche in virtù dei spettacolari poteri che vengono utilizzati – sono davvero appaganti e piacevoli. Ancor meglio la parte audio, con delle musiche estremamente belle e un doppiaggio molto ben fatto. In tal caso unica minuscola nota di demerito alla doppiatrice della padrona di casa di Li: a video si vede una 70enne, e l’orecchio sente la voce di una 20enne che tenta di suonare rauca… fortuna che si vede poco, e non da molto fastidio.

In definitiva, Darker Than Black è un ottimo prodotto del 2007, che risulta molto bello da guardare e che crea un futuro alternativo assolutamente affascinante e completissimo. Se solo avessero costruito una trama più corposa e meglio sviluppata nelle 24 puntate, avremmo avuto davanti a noi un capolavoro.

Voto: 8.5. Non si può vivere di episodi stand-alone per sempre…

Consigliato a: chi apprezza dei buoni combattimenti, molto originali; chi non ha bisogno di ridere granché per apprezzare un ottimo lavoro; chi vuol vedere una gothic lolita che fa tutto ciò che le viene ordinato… sogno o realtà?