Skullman

Mistero e tradimento in un noir moderno:

Skullman

Dopo alcuni misteriosi omicidi nella città di Ootomo, Hayato -un reporter senza gran fama- decide di tornare nella città in cui è nato e in cui sta succedendo tutto ciò, a caccia del grande scoop.
Ben presto, assieme alla sua improvvisata assistente, capisce che le cose sono ben più complicate di quanto sembrano… la stampa pare mascherare i dettagli nelle notizie del misterioso “Skullman” che uccide degli innocenti. Come mai? Cosa si cela dietro a tutto ciò? Fino a che punto il tessuto stesso della città è coinvolto in loschi affari?

Di Skullman mi ha subito colpito l’ambientazione, piazzata negli anni ’80 ma che talvolta, con musiche e situazioni, pare scivolare in un noir anni ’20 molto apprezzabile. Ci sono anche dei vaghissimi accenni ad alcune caratteristiche cyberpunk (il controllo delle forze dell’ordine, la censura delle notizie, la corruzione delle forze dell’ordine) che rendono questo anime un minestrone di generi che però non risulta indigesto, bensì molto gradevole.
Aggiungiamo a tutto ciò intrighi militari, multinazionali farmaceutiche, antichi dissapori, problemi successori e amori di vecchia data e il mistero è servito!

La storia in sé è il punto principale, perché viene presentato un mistero che per tutte le tredici puntate di questa serie non fa che svilupparsi a passo sostenuto: è difficile trovare anche solo una singola sbavatura nel procedere della storia, che coinvolge a più livelli sempre più persone e situazioni. Nel perfetto stile noir ognuno ha qualcosa da nascondere, tutti sembrano pronti a tradire chiunque altro, il male si annida ovunque e fidarsi è un lusso che spesso non ci si può concedere: riescono tuttavia a non cadere nel tragico o nell’opprimente, mantenendo un tono serio ma non pesante che permette di guardare le puntate in tranquillità.
L’attenzione è tenuta alta da rivelazioni che continuano a completare il quadro completo che lo spettatore si trova man mano a contemplare, in maniera molto sapiente.
Nel finale forse le vicende oltrepassano il limite della complessità per mettere un piede nel confusionario, con l’ultimo paio di puntate talmente denso di avvenimenti da far sì che il tutto risulta un po’ indigesto: in ogni caso, nulla di insopportabile – e il filo principale della storia viene seguito senza alcun problema.

I personaggi sono ben fatti, anche se non particolarmente elaborati: agiscono in maniera coerente e logica, in virtù dei segreti che essi nascondono. Il protagonista di per sé si sviluppa passando da reporter a caccia di notizie a detective e, man mano che i suoi cari vengono coinvolti, il suo coinvolgimento aumenta sempre più.

La grafica è buona anche se non spettacolare, e fa il suo dovere: le scene d’azione, seppur non tantissime, sono ben fatte ed intriganti.
Il sonoro è all’altezza della situazione nell’opening, per poi risultare un po’ anonima durante la serie.

Insomma, Skullman è una piccola perla narrativa per chi vuole una storia corposa ed intrigante che si muove a passo veloce. Va inoltre detto che il finale, anche se non è un “to be continued”, lascia intravedere la possibilità di uno sviluppo ulteriore.
Andando a vedere le origini di questo anime (il manga da cui è tratto), si vede difatti che la serie si evolve in una storia ancor più ampia ed articolata… spero che provvederanno ad animare anche il resto, se manterranno la qualità qui dimostrata.

Voto: 8,5. Mi aspettavo una storiuccia simpatica, e mi son trovato tra le mani un ottimo saggio di narrazione.

Consigliato a: chi vuole qualcosa di massiccio da vedere, non in puntate ma in avvenimenti; chi apprezza i misteri e i noir; chi vuol conoscere l’assistente più casuale del mondo.

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Black Lagoon

Vi piace Bruce Willis? Se sì, date un’occhiata a

Black Lagoon

La trama è presto detta: Rokuro, un normale “colletto bianco” di una grossa azienda, viene catturato da un trio di pirati durante una sua trasferta attraverso i tropici, mentre stava per consegnare dei documenti dai contenuti a lui ignoti.
Risulta presto chiaro che lui viene considerato come una vittima sacrificale dai suoi capi: disilluso ed amareggiato, decise di unirsi al gruppo di banditi di cui era ostaggio.
I tre fuorilegge sono Benny, uno specialista informatico, Dutch, un immenso omone di colore dalla gargantuesca forza e Revy, una pazza psicopatica assetata di sangue.
Da qui in poi la storia si dipana lungo le vite dei quattro protagonisti e sulle loro avventure a Roanapur, una città interamente formata dai fuorilegge più terribili che da tutto il pianeta si accumulano insieme.

Black Lagoon si presenta come un anime d’azione, e come tale si comporta: le storie sono brevi e non estremamente profonde, della durata media di due o tre puntate, e non ci sono polpettoni sentimentali o contorte storie a lambiccare il cervello dello spettatore.
In questa serie le case sono fatte per essere rase al suolo, le persone per essere ammazzate a fucilate, le automobili per forzare posti di blocco, le armi per essere usate e gli stivali per essere tirati nei denti delle persone.
Dopo un breve periodo d’ambientazione, l’azione è difatti quasi continua: la violenza è tanta, il linguaggio è crudo e il sangue non è lesinato dai colpi dei nostri eroi e dei loro nemici. La pietà non esiste, e vedere Revy che ride in maniera isterica mentre macella persone una dopo l’altra rende l’idea della sua violenza meglio di qualsiasi altra cosa. L’ultima volta che avevo visto un’anima così cruenta in un anime era Alucard di Hellsing…

Va inoltre detto che i personaggi rimangono molto fedeli a sé stessi: nonostante un po’ di sviluppo caratteriale ci sia, le persone non cambiano radicalmente solo perché qualcuno fa loro un discorsetto accurato (come, purtroppo, in genere accade).
Il finale, inoltre, lascia mille porte aperte per ulteriori sviluppi nella serie, ma nel contempo non lascia in sospeso pezzi di trama importanti e concede quindi una sensazione di soddisfazione. Davvero un’ottima pensata, e spero infatti che la serie continui oltre: se così fosse, ne vedremo delle belle.

In virtù di quanto sopra, eviterei la visione di questo anime ai più giovincelli, perché i personaggi sono davvero crudeli e spietati: amici o nemici non conta, perché in questa serie i buoni non ci sono. Ci sono solo diverse graduatorie di cattivi, ma nessuno si avvicina mai nemmeno lontanamente ad un gesto d’altruismo – a Roanapur non c’è spazio per queste cose, se si vuole sopravvivere.

La grafica è piacevole e i combattimenti sono fatti in maniera apprezzabile, anche se non eccelsa: alcuni personaggi hanno stili di combattimento molto particolari (con katane, lame malesi oppure motoseghe…), e questo è sicuramente apprezzabile in un mondo dove tutto sembra regolato dalle armi da fuoco.
L’audio è invece abbastanza anonimo: nonostante un’opening maranzissima e pienamente in stile con la serie, si sono dimenticati la ending (semplicemente non c’è…) e le musiche durante la serie sono abbastanza insipide, anche se non arrivano al punto di disturbare.

Voto: 8,5. Non è un capolavoro, ma quel che fa lo fa bene: intrattiene e fa girare un po’ d’adrenalina. I personaggi, inoltre, sono di un carisma impagabile.

Consigliato a: chi ama le serie d’azione; chi vuol vedere la vera cattiveria; chi vuole imparare un po’ di nuove parolacce in giapponese.

Ergo Proxy

Quando il futuro non è roseo, e il dark si fa strada.

Ergo Proxy

Real Mayer è la nipote del reggente di Romdeau Dome, una città ipertecnologica totalmente isolata dal resto del mondo oramai contaminato, ostile e quasi inabitabile. La vita è regolata da robot e Autorave, che si sono via via fatti più umani nelle fattezze e negli atteggiamenti.
Da qualche tempo un nuovo virus Cogito, si impadronisce delle menti di questi “robot-assistenti”, rendendoli capaci di pensiero indipendente e quindi pericolosi: vengono pertanto eliminati da una squadra apposita.
A seguito di una segnalazione in tal senso Real incontra un mostro che di robotico non ha nulla, e di cui nessuno sembra sapere nulla: fare domande non è permesso, e il segreto deve rimanere totale. Dopo un attacco nel suo bagno in cui Real viene attaccata da un mostro e difesa da un altro essere misterioso, la sua storia si intreccia fittamente con Vincent, un immigrato che di lavoro va a caccia di autorave infetti.
Scoperta dopo scoperta, la storia si complica e si fa sempre più sinistra…

Questo anime è stato chiaramente pensato per un pubblico occidentale: i ripetuti riferimenti alla cultura europea, il fatto che la Geneon USA ci abbia messo mano, lo stile stesso del disegno e mille piccoli dettagli fanno notare che è molto occidentalizzato come anime. Questo non infastidisce, ma all’occhio abituato ai classici disegni giapponesi colpisce parecchio.
L’ambientazione è oscura e triste: lo stile cyberpunk è pienamente presente in Ergo Proxy, e si fa notare in tutta la sua oppressività.

La storia stessa è molto intricata ma non totalmente incomprensibile: nonostante un paio di dettagli non spettacolari e qualche inspiegato rallentamento (come le due puntate di sogni, fondamentalmente inutili, verso la fine) scorre bene e rimane interessante.  L’ambiente stesso, come detto, supporta molto bene la trama stessa, fondendosi in maniera ottimale.

I personaggi, purtroppo, non spiccano altrettanto. I due personaggi principali non brillano per originalità (l’eroina decisa e testarda, lo sfigato inabile e timido), e ogni tanto si comportano in maniera non troppo logica (soprattutto Real, che si fida quando non dovrebbe e non si fida quando dovrebbe…). Menzione a parte per Pino, una bambina autorave infetta che fa compagnia ai due protagonisti: è un personaggio meraviglioso, di una semplicità disarmante ma che risulta più genuina e apprezzabile dei suoi alleati umani.

Anche i momenti in cui Ergo Proxy tenta di fare un po’ di filosofia spicciola sono abbastanza noiosi: i ragionamenti sono giusti e logici, ma non sono il tipo di ragionamento che lascia qualcosa. Sembrano inutili filosofeggiamenti fini a sé stessi: peccato.

I disegni, come detto prima, sono particolari ed inusuali: questo non vuol assolutamente dire che non siano belli. Dopo il disorientamento iniziale li ho trovati molto belli, e si nota una cura del dettaglio molto minuziosa.
Per quanto concerne le musiche… beh, si consideri che il main theme è stato realizzato dai Radiohead; non hanno sicuramente badato a spese. La canzone iniziale è difatti estremamente piacevole, a l’audio durante le puntate -anche se lunghi periodi di silenzio permeano molte situazioni- sono di buona fattura.

Il finale lascia la porta spalancata per un seguito, e io lo spero vivamente: le premesse che sono state create in questa serie potrebbero portare ad un ottimo seguito, molto interessante.

Voto: 8. Non eccelso, ma piacevole prodotto. Tecnica ineccepibile, peccato per lo scarso impegno nei protagonisti e nelle parti più “ragionate”.

Consigliato a: chi vuole un anime dall’ambiente depressivo; chi vuole un anime che non si immerga nei soliti riferimenti filonipponici a noi incomprensibili; chi vuol vedere un robot con un virus che suona il pianoforte, ridendo e cantando.