Haibane Renmei

…Tranquillità, buon cuore e un pizzico di mistero.

Haibane Renmei


Una ragazza si trova in un sogno, e sta precipitando ma non ha paura. Al suo risveglio, si ritrova però in una specie di bozzolo, che si schiude rilasciandola in un mondo molto curioso. Lei non ricorda nulla di sé o della sua vita, e si trova in circondata da alcune ragazze con piccole ali da angelo e aureole! In poco tempo, anche a lei spuntano le ali e le viene apposta la personale aureola. La ragazza viene chiamata Rakka, e inizia la sua vita in mezzo alle Haibane, come esse si chiamano: una tranquilla vita in un villaggio di campagna. Ma come mai è finita lì? Da dove arriva? Chi sono le Haibane? E cosa c’è dall’altra parte del muro che rinchiude il villaggio, e che nessuno può oltrepassare?

La trama di Haibane Renmei è decisamente strana. Come si può capire, l’ambientazione è abbastanza curiosa: ragazze che sembrano angeli ma che fanno lavoretti nella cittadina, e che nessuno sa come mai “rinascano” lì. Le prime puntate presentano l’ambiente e sono secondo me la parte più bella della serie: infondono un senso di pace e di calma davvero notevoli, e i personaggi si mostrano tutti di buon cuore. Non è difficile trovare una somiglianza tra questo anime e Mushishi, cosa che secondo me è molto buona: il passo lento e le vicende quotidiane di personaggi particolari sono in entrambi i casi ben rappresentate.
Con lo sviluppo della trama principale, che occupa la seconda metà della serie e che porta fino alla conclusione (e che rivela anche chi sono le Haibane, e cosa ci fanno lì), secondo me c’è un piccolo calo di qualità (che rimane comunque parecchio alta). Reki, che in pratica diventa la protagonista della seconda metà delle tredici puntate che compongono la serie, porta una serie di ombre nella serie: la cosa non è brutta, perché in fin dei conti è necessario per lo sviluppo della trama, ma piange il cuore non trovarsi con la pace e la positività delle prime puntate.
Questo porta comunque a dare alcune spiegazioni, sebbene molti quesiti rimangano insoluti – va detto tuttavia che quanto rivelato può accontentare.

I personaggi sono sicuramente la parte migliore di Haibane Renmei: tutti positivi, sono piacevoli da seguire. Solo le due protagoniste, tuttavia, vengono sviluppate più di un tot: Rakka passa attraverso diversi stati d’animo nel suo percorso di crescita personale, e Reki rimane sé stessa ma si spiega man mano. Le altre Haibane rimangono piacevoli ma sono più che altro accessori per permettere di raccontare le storie, e non hanno mai un ruolo importante in alcuna situazione.

Le musiche sono davvero molto belle: ho trovato opening ed ending davvero meravigliose, semplici e tranquille, che perfettamente si sposano con il passo quieto della serie. Anche la grafica è estremamente azzeccata: colori delicati e naturali per un’ambientazione calma. I disegni inoltre sono ben fatti, e sono un piacere da guardare.

Insomma, Haibane Renmei è un lavoro molto particolare. Risulta parecchio difficile da classificare, ed altrettanto complesso è comunicare a chi non l’ha visto le sensazioni che suscita: è sicuramente un anime che infonde un po’ di calma nel cuore, e che fa apprezzare un angolo di tranquillità in un mondo che va parecchio di corsa.

Voto: 8,5. Ho decisamente gradito, anche se -come detto sopra- la seconda parte forse cala un pochino.

Consigliato a: chi vuole rilassarsi un po’ e godersi un breve ma gradevole viaggio; chi non ha bisogno di sparatorie e casino per occupare il tempo; chi apprezza le ambientazioni un po’ inusuali.

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Whisper of the Heart

…La tranquilla crescita di un’adolescente degli anni ’90.

Whisper of the Heart


Ci troviamo in Giappone, una quindicina d’anni fa; XXX sta finendo le medie e, a parte una gran passione per i libri, non ha particolari interessi. Non sa ancora cosa farà del suo futuro, ma la cosa non pare interessarla molto: il solo quesito che si pone è l’identità di XXX, che pare aver letto tutti i libri da lei scelti in biblioteca prima di lei.
Questo la porterà a confrontarsi con le prospettive del suo futuro: sta davvero prendendo la strada che vuole? Chi dovrà accompagnarla nel suo percorso di crescita?

La trama, come si può facilmente intuire, non è il punto centrale di questo OVA della durata di circa due ore: è in realtà una vicenda che parla dell’evoluzione di XXX da bambina a ragazza, in vari ambiti.
In primis c’è l’aspetto delle passioni, degli interessi, del futuro: il confronto con una persona più sicura di lei la porta a doversi fare delle domande, e a scoprire di non avere le risposte che pensava di aver in tasca da sempre.
Anche l’aspetto sentimentale, ovviamente, gioca il suo ruolo. L’incontro con XXX segue i più classici canoni dello sviluppo di un rapporto, passando dall’antipatia, all’amore-odio, finendo con la negazione del sentimento ed infine con l’accettazione dello stesso: questo viene però effettuato in maniera delicata e intelligente, rendendo meno banale il tutto e lasciandolo pienamente godibile.

A tal punto, si possono spendere due parole anche sui personaggi e sull’ambientazione. Questi due elementi risultano praticamente inscindibili per un semplice motivo: dal tempo in cui Whisper of the Heart è ambientato ad oggi il mondo, soprattutto quello giovanile, è cambiato in maniera radicale. Con un pizzico di nostalgia si può tranquillamente dire che una bella storia come quella qui raccontata non potrebbe più accadere al giorno d’oggi, semplicemente perché la contaminazione tecnologica dei rapporti tra i giovani ha modificato radicalmente i rapporti tra questi ultimi. Questa non vuole essere una condanna o una critica, poiché ad ognuno spetta decidere se tale cambiamento sia stato positivo o negativo: è però un dato di fatto che rende irripetibile una vicenda come questa.
Detto ciò, si può comunque aggiungere che tutti gli attori rilevanti che si recano in scena fanno egregiamente il loro lavoro. I due protagonisti hanno un carattere in formazione (dato ovvio, vista l’età) ma particolarità già formate che li rendono differenti seppur compatibili.
I coprotagonisti, inoltre, aiutano bene a sviluppare l’ambiente che coinvolge gli eventi narrati: i genitori di XXX, così come le sue amicizie – e senza dimenticare la strampalata famiglia di XXX! -, aiutano la seppur semplice storia e rendono ancor più completo il tutto.

Il disegno è negli standard dello Studio Ghibli, con alcune immagini davvero notevoli e l’animazione che oramai si fa riconoscere nello stile senza particolari problemi: la colonna sonora è estremamente curiosa, basandosi principalmente sulla canzone “Country Roads” che quasi tutti conoscono. Questo, oltre che divertente, è anche importante ai termini della trama: tale pezzo ha infatti una certa rilevanza durante tutta la visione.

Insomma, Whisper of the Heart può essere considerato un classico dello stile Ghibli. La storia non è niente di eccezionale, anzi; il fulcro sta però altrove, e in tale ambito la riuscita è decisamente alta. Non sarà magari una delle visioni più memorabili della storia, ma si lascia guardare con piacere: magari qualche giovane potrebbe trovarne anche qualche buon consiglio, seppur lievemente anacronistico.

Voto: 8. Godibile, anche se non lascia il segno.

Consigliato a: chi vuol vedere da dove è nata la storia che è alla base dell’OVA The Cat Returns, sempre dello Studio Ghibli; chi apprezza le storie semplici e dal buon cuore; chi vuol sentire varie versioni di Country Roads, in diverse lingue, senza stancarsene mai.

K-ON!

…Il club di musica leggera potrà prosperare nelle mani di un gruppo di giovani e sciroccate ragazze?

K-ON!


Due ragazze, Ritsu e Mio, sono delle matricole nel loro liceo, e vorrebbero far parte del club di musica leggera: purtroppo, tutti gli altri membri hanno finito la scuola e son rimaste solo loro. Senza un minimo di quattro persone il club verrà sciolto, e quindi costoro si mettono alla ricerca di due nuovi membri! Riescono a trovare Tsumugi, una ragazza molto quieta che originariamente voleva entrare nel club corale, e Yui, una ragazza sbadata fino all’inverosimile che non sa nemmeno suonare uno strumento, ma che nella sua disastrosa incostanza si rivela decisamente appassionata. Inizia così l’avventura dell’eterogeneo gruppo, dai primi strimpellamenti ai concerti davanti all’intero corpo studentesco!

Va subito detto che le tredici puntate che compongono K-ON! sono interamente dedicate ad un genere ben preciso, lo slice of life: solo coloro che amassero tale sottoclasse dell’animazione dovrebbe avvicinarsi a questa serie.
Segnalato ciò, si può pertanto capire che la trama è praticamente inesistente: sopra è stato detto tutto ciò che si deve sapere, e accade nella prima puntata. Nelle altre si seguono le quotidiane vicende del gruppo tra prove, vita privata e amicizia.

Ovviamente, uno dei cardini di una serie di questo genere sono i personaggi: dai creatori di una cannonata come Lucky Star, ci si poteva aspettare una geniale caratterizzazione.
Purtroppo i personaggi ben presto risultano essere prigionieri di sé stessi: le battute sono ripetitive e le situazioni sono cicliche oltre l’inverosimile, rendendo quasi fastidiosa la continua riproposizione delle stesse gag. O c’è Mio (la “seria” del gruppo) che dice qualcosa che viene prontamente smentita da tutte le altre, o la stessa Mio viene terrorizzata da qualcosa, oppure si crea la situazione in cui tutti dovrebbero fare qualcosa e invece sorseggiano té mangiando pasticcini.
È innegabile, alcune risatine sono riuscite a strapparmele: erano tuttavia un’infinità meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Il secondo punto che mi ha abbastanza deluso è il poco spazio che l’ambito musicale occupa in questa serie: capisco che uno slice of life prende una situazione qualsiasi e la usa come scusa per narrare vicende semplici e quotidiane, ma essendo K-ON! totalmente incentrato sul club della musica leggera, mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento acustico. Le canzoni che ci sono son belle (ma su questo torneremo dopo), però si sentono in tutto DUE canzoni e basta. Qualche prova, qualche riff, qualche piccolo pezzo accennato mentre ci si allena… nulla. Non dico che mi aspettavo un lavoro rigoroso e professionale come in Nodame Cantabile, ma c’è una via di mezzo!

Come detto, le musiche sono una delle cose che hanno salvato la serie. È vero, hanno poco tempo, ma se piace il genere (ovviamente) la realizzazione è davvero buona e le canzoni sono orecchiabili senza alcun problema. Anche l’opening e l’ending sono di pregevole fattura, e risultano simpatiche.
L’aspetto grafico non è da meno: da una gran mano a salvare parecchie situazioni dove la comicità risulta carente, con un tratto buffo e che fa ridere in ogni caso.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto K-ON! ? Rimane la sensazione di aver visto qualcosa di simile ad una scatola avvolta in una bellissima carta con un fantastico fiocco, ma vuota. La presentazione è notevole, l’idea è buona, le possibilità molte… e ci si trova a vedere quattro battute ripetute all’infinito, che fanno ridere ma alla lunga risultano stantìe. Anche Hidamari Sketch prende un’idea simile (con l’arte al posto della musica leggera), ma fa un lavoro molto migliore nella caratterizzazione dei personaggi.

Voto: 6,5. Nonostante quanto sopra scritto non lo si può definire una pataccata infame… ma ci son davvero rimasto un po’ male. Per fortuna che ogni tanto compare Krauser II…

Consigliato a: chi ama la musica leggera; chi non ha problemi con battute ripetute ad nauseam; chi vuole vedere una statua vestita ogni volta in modo diverso.

My Neighbors The Yamadas

…Un film su una normale famiglia. Né più, né meno.

My Neighbors The Yamadas

Gli Yamada sono una tipica famiglia giapponese: nonna, padre, madre, figlio, figlia. Ognuno di loro ha il proprio caratterino, e nell’ora e quaranta di proiezione si assisterà a numerosi avvenimenti che li coinvolgono.

Come si può capire, ci troviamo di fronte all’archetipo dello slice of life: non c’è alcuna storia continuativa, e ci si ritrova di fronte a molteplici episodi della durata variabile tra i trenta secondi e i dieci minuti; tutto sta pertanto nelle mani di chi queste vicende le vive e le racconta.
I personaggi, pertanto, ricoprono particolare importanza: i due protagonisti principali risultano essere i due genitori, ma anche gli altrihanno i loro spazi. In così poco tempo chiaramente non c’è spazio per uno sviluppo vero e proprio dei caratteri, ma si impara a conoscere abbastanza bene ognuno di loro; è stupefacente notare come in così poco tempo si riesca a capire i caratteri di chi compare sullo schermo in maniera quasi empatica, senza nemmeno bisogno di spiegazioni.

Le vicende in sé passano dal decisamente divertente al moderatamente scialbo, con una decente predilezione per la prima categoria. Si sta parlando di eventi di vita di tutti i giorni nella maniera più letterale del termine, e pertanto non ci si potrà aspettare sicuramente un gran colpo di scena ad ogni momento: ogni tanto si riesce tuttavia ugualmente a rimanere colpiti da qualche battuta (generalmente qualche uscita becera del figlio, solitamente abbastanza tranquillo). In altri casi, invece, la battuta finale non arriva e la vicenduola rimane senza mordente.

I disegni sono estremamente particolari: essendo del 1999, sicuramente la Ghibli aveva tutto il budget necessario per fare qualsiasi cosa…ed è stato scelto uno stile assolutamente essenziale, come se si vedesse l’animazione di uno sketch in via di produzione. Questo inizialmente colpisce, ma in seguito si nota che l’animazione in sé è invece molto ben fatta: ciò porta ad un curioso connubio tra disegno abbozzato ed espressività e motilità dei personaggi di buona qualità, dando un risultato davvero interessante.
Le musiche non permeano ogni angolo del film ma quando ci sono risultano appropriate al tono sereno e rilassante che si viene a creare, e sono di ottima qualità.

Insomma, vale la pena vedere questo insolito lavoro? Secondo me sì, se si apprezzano le serie tranquille e pacifiche che parlano di vita di tutti i giorni in maniera diretta e quieta. È un ottimo spaccato di vita di una “buona famiglia”, e personalmente l’ho apprezzato.

Voto: 8. Mezzo punto interamente per gli ultimi cinque minuti, col discorsino del capofamiglia e la versione giapponese di que séra séra cantata dall’intera famiglia.

Consigliato a: chi vuole serenità e relax; chi vuole farsi un paio di risate con situazioni di vita di tutti i giorni; chi vuole conoscere il cane più inutile di sempre.

Bottle Fairy

…Un breve e candido anime sulle abitudini giapponesi viste dagli occhi delle fate.

Bottle Fairy

Kururu, Chiriri, Sarara e Hororo sono quattro fatine grandi più o meno 10-15 centimetri, che desiderano diventare umane e vivono a casa di un ragazzo (dal nome sconosciuto, sempre e solo chiamato Sensei-san), per fare il loro “apprendistato” ed imparare gli usi ed i costumi del popolo giapponese. Riusciranno del loro intento? In che modo vedranno, da un mondo totalmente diverso, il mondo che conosciamo?

Questo anime è composto da tredici brevi puntate, di una dozzina di puntate l’una: ognuna è dedicata ad un singolo mese, più una puntata conclusiva. Passando mese dopo mese, si elencano le varie scadenze che un bambino/ragazzo medio incontrerà nel suo anno di vita in Giappone: Natale, Capodanno, San Valentino, gli esami, le vacanze estive,… è una buona base per conoscere come vengono affronate le più comuni festività che si incontrano nelle terre nipponiche (in buona parte molto diverse dalle nostre). Altre trame non ce ne sono: le quattro protagoniste, mese dopo mese, usano la loro intensa immaginazione per vivere in maniera tutta loro i vari avvenimenti con cui entrano in contatto.

Purtroppo l’umorismo in tali situazioni è abbastanza carente: il tono è estremamente leggero (ed immagino che il target di questo anime siano i bambini), ma raramente ci scappa anche un solo sorriso. Il ritmo è lento e gli avvenimenti sono pochi, rendendo il tutto parecchio lento – va bene fare una serie rilassata, ma soprattutto con un’utenza giovane bisogna mantenere alta l’attenzione!
Inoltre gli sketch non sono esattamente brillanti, con un solo personaggio che qui e là riesce a strappare un paio di sorrisi: Hororo, la svampita del gruppo, che ogni tanto effettivamente riesce a tirar fuori qualcosa di buono. Buona parte degli scherzi è basata su incomprensioni linguistiche, particolarmente facili con la lingua del sol levante, ma anche capendoli (grazie alle spiegazioni dei gentili subber) non sono propriamente divertenti: altre serie, usando lo stesso sistema, riescono a fare un lavoro molto migliore.

Il disegno è accettabile in virtù dello stile dell’anime, anche se non si tratta esattamente di capolavori. L’opening (e, seppur in misura minore, l’ending) è estremamente azzeccata per l’ambiente che si sviluppa durante la serie, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente inesistenti: peccato.

Insomma, Bottle Fairy vale il paio d’orette di tempo che occupa? Purtroppo, tirando le somme, credo che la risposta sia più no che sì. È interessante l’aspetto “educativo” che può fornire ad una persona che è a digiuno di abitudini ed usi giapponesi, ma purtroppo non può offire altro: i personaggi sono banalotti seppur simpatici, la trama non esiste e la parte comica è forse la parte più mancata di tutte.

Voto: 5,5. Purtroppo non raggiunge la sufficienza, sebbene qui e lì qualche punto di carineria ci sia.

Consigliato a: chi vuole farsi una piccola cultura sulle feste dei bambini; chi adora i personaggi teneri e non troppo svegli; chi vuol vedere delle fate sotto vetro.

Kino no Tabi

…Un tranquillo ma profondo anime itinerante.

Kino no Tabi

Kino è un viaggiatore, che vaga per il mondo fermandosi in ogni nazione soltanto tre giorni. È accompagnato da Hermes, la sua moto parlante, nel suo viaggio infinito alla scoperta del mondo. Il viaggio è ambientato in una terra misteriosa, le cui case e i cui vestiti sembrano risalire al medioevo ma dove esistono motociclette, pistole e robot.
Ma cosa spinge Kino a viaggiare in eterno? Che impatto hanno avuto i mille e mille incontri sul suo carattere e sulla sua visione della vita?

Questo anime, leggendo il riassunto della trama, può parere uno slice of life mischiato ad un road movie. Volendo ridurre il tutto all’osso si potrebbe anche dire che ciò è vero, ma si perderebbe tutta la poesia che questo anime di tredici puntate porta con sé.
Kino no Tabi è infatti una bellissima metafora della vita: la semplice frase che apre la serie, il mondo non è un bel posto, e quindi lo è fa intuire l’approccio filosofico che il protagonista ha con gli eventi della vita.

Kino è infatti in scena il 99% del tempo, essendo l’unico protagonista, ed è un personaggio davvero fenomenale: passando nelle varie terre si mantiene generalmente nella condizione di osservatore, poiché non ama impicciarsi dei fatti degli altri, e segue i costumi del luogo. Non ama la violenza ma sa che di tanto in tanto essa può esser necessaria (e le sue due pistole, durante le puntate, colpiscono diverse persone); questo non lo porta tuttavia a sparare o uccidere senza motivo, e ogni vita presa genera un grosso conflitto interiore come è giusto che sia.

Tuttavia, la cosa che più colpisce di questa serie è la similarità con il Piccolo Principe: ogni puntata è dedicata ad una diversa nazione, con diverse abitudini, diversi problemi e diversi vantaggi. Venendoli a sapere, e in base agli incontri effettuati, Kino spesso valuta la situazione secondo i suoi canoni, senza tuttavia voler giudicare nessuno. È molto raro avere un personaggio che non crede di aver la verità in tasca, e che accetta la possibilità di potersi sbagliare o di non sapere qualcosa.
I vari argomenti affrontati portano con naturalezza lo spettatore a porsi le stesse domande. Come sarebbe il mondo se ogni persona potesse capire esattamente i sentimenti altrui, migliore o peggiore? È giusto uccidere un animale per sfamare una persona, anche se essa potrebbe in cambio tradire? Cosa vuol dire essere adulti?
Tutto ciò viene proposto con un passo lento e rilassato, per dare il tempo di assimilare i concetti e di riflettere al proprio passo; nonostante spesso Kino si trovi ad affrontare situazioni decisamente poco piacevoli, il tono rimane comunque pacifico e positivo grazie alla sua attitudine.

Il disegno è un tantinello carente: lo stile è azzeccato per lo stile di trama, ma la qualità avrebbe potuto essere decisamente più alta. Le musiche invece sono parecchio azzeccate, con opening ed ending che rispecchiano accuratamente l’anima pacata ma decisa di Kino e le musiche all’interno delle puntate che apportano l’ambiente di tranquillità che permea la serie.

Riassumendo, Kino no Tabi è un anime molto tranquillo per far funzionare la mente senza contorti ragionamenti, ma con estrema semplicità: le osservazioni di Kino sono infatti generalmente molto dirette e spoglie di fronzoli, ma proprio per questo hanno una forza ancor maggiore.

Voto: 9. Se cercate azione e mazzate correte lontano; se volete rilassarvi e con tranquillità riflettere un po’ sulla vita, questo fa per voi.

Consigliato a: chi apprezza gli anime dal passo calmo ma non per questo noiosi; chi apprezza i personaggi forti ma quieti; chi, del protagonista, vuol scoprire un segreto insospettabile.

Maria+…Holic

…Una scuola missionaria cattolica, una lesbica, un travestito, Dio, la Madonna… mancano solo tutti gli angeli in colonna!

Maria+Holic

Kanako è una ragazza che odia gli uomini in maniera inverosimile: è arrivata al punto da avere reazioni cutanee estreme non appena uno di loro la tocca.
Per tale motivo, si è fatta trasferire nella scuola missionaria cattolica per sole ragazze dei suoi sogni: per trovare la sua anima gemella… tra le studentesse! A causa del suo totale ribrezzo per il genere maschile, è difatti omosessuale.
Incontra subito Mariya, una fanciulla meravigliosa e delicata che la aiuta ad orientarsi nella scuola. Ben presto tuttavia, ognuno scopre i segreti dell’altro: Mariya viene a conoscenza della passione saffica di Kanako, mentre quest’ultima scopre che Mariya in realtà è un uomo travestito!!
Mariya, per evitare di venire espulso, minaccia quindi Kanako per tramite della sua posizione favorita di nipote dell’ex-preside: terrà la povera nuova arrivata sotto controllo 24 ore al giorno, per essere sicuro che il segreto non le sfugga.
Inizia così la tragicomica avvenutra di Kanako, tra infiniti sanguinamenti di naso a causa delle mille bellissime ragazze che la circondano e l’orrore di dividere la stanza con un ragazzo infame e bastardo oltre ogni limite, che pare aver preso come hobby il rovinare la “caccia all’amore” della povera coinquilina.

Come si può sin da subito comprendere, questo anime è quantomeno blasfemo: tutti questi malintesi sessuali all’interno di una scuola cristiana faranno sì che un eventuale religioso che assista a tale spettacolo perda qualche anno di vita.
Il punto focale di tutto è l’estrema, continua e martellante comicità: tramite le tragedie che perseguitano la povera Kanako c’è decisamente parecchio da ridere. Il genere delle battute ricorda quello del più famoso prodotto SHAFT, Sayonara Zetsubou Sensei, mantenendo tuttavia un collegamento vagamente più pronunciato con la realtà (per quanto tale si possa definire l’assurda definizione di cui sopra). Gli sketch sono ben eseguiti e ben supportati dal disegno, risultando davvero spassosi.
L’unico problema è che alla centomillesima volta che il sangue da naso scorre copioso, la cosa inizia a farsi un pochino ripetitiva… la quasi totalità delle battute riguarda infatti la passione della protagonista per il genere femminile, e mille varie situazioni/fantasie/delusioni in tl senso.

Parlando della protagonista, è bene spendere un paio di parole sui protagonisti; i due personaggi principali reggono bene lo schermo, sebbene -come detto sopra- Kanako sia decisamente monotona. Molto più interessante è il personaggio di Mariya, che trova modi sempre nuovi per torturare la sua vittima e ogni tanto svela anche qualche lato decisamente più umano (che però non viene mai particolarmente sviluppato nell’anime – il manga da cui è tratto è ancora in pubblicazione). Anche i personaggi di contorno sono molto ben realizzati: partendo dalla maid Matsurika, sadica quanto e più di Mariya ma ben più posata, fino ad arrivare a tutte le compagne di scuola, esse hanno le loro peculiarità che le rendono utili per reggere gli scherzi che vengono orchestrati dalla coppia di carogne di cui sopra. Non c’è ovviamente un grande approfondimento su nessuno, visto che la serie verte sulla comicità più che sull’introspezione, ma qualcosina dei loro caratteri si capisce e questo non fa che rendere ancor più spassoso il tutto.

Il disegno è davvero meraviglioso. L’utilizzo dell’oramai classico stile SHAFT è usato tantissimo (anche qui riprende lo stile di Sayonara Zetsubou Sensei in più di un’occasione), ma in aggiunta troviamo dei disegni dettagliatissimi e molto gradevoli anche in versioni non-HD, alcune immagini mozzafiato quasi ai livelli di ef ~ a Tale of Memories ed inoltre vengono usati molti stili diversi, per rappresentare i diversi stati d’animo. I disegnatori hanno davvero dato il meglio per supportare la comicità delle battute con l’adeguato apporto grafico, senza il quale il divertimento sarebbe stato dimezzato.
Anche l’audio si difende benone, con opening ed ending davvero gradevoli e una colonna sonora improntata alla musica classica, coerentemente allo stile della scuola e in contrapposizione con il delirio che accade a video.

Insomma, Maria+Holic è il “classico” lavoro della SHAFT: un’idea originale presa da un manga, studiata a tavolino nei minimi dettagli, realizzata con somma cura e consegnata allo spettatore senza gravi pecche di sorta. L’unica cosa che si può davvero criticare in questo caso, come detto, è la ripetivitità: dopo 7-8 delle 12 puntate ero un po’ stufo di vedere sempre lo stesso pattern nella costruzione delle battute e delle situazioni comiche.

Voto: 8,5. Se solo fosse stato un po’ variato e se la comicità avesse coinvolto più personaggi, avrebbe potuto essere ancor più divertente. E il finale… ARRRRRRGH!

Consigliato a: chi ha amato i precedenti lavori SHAFT; chi vuole ridere con un bel po’ di dissacrante commedia; chi vuole conoscere Dio, la bambina senza età e con le orecchie da gatto guardiana del dormitorio n. 2 assieme al suo cane rauco.

Comic Party Revolution

La continuazione di Comic Party: ci porterà più vicini al mondo doujin, o più lontano?

Comic Party Revolution

Questo anime da tredici puntate continua laddove Comic Party si era interrotto: Kazuki è oramai un disegnatore convinto, che vive in funzione delle fiere espositive di tal genere. È attorniato da amiche cosplayer e da amiche/concorrenti, e con loro prosegue lungo la via del disegno amatoriale.

La storia non cambia per nulla, ma le vicende cambiano il protagonista: prima il punto focale dell’anime erano i doujin, la loro creazione, la loro filosofia e il loro fascino (sebbene in maniera abbastanza superficiale); in questa seconda serie tutto ciò viene quasi totalmente tralasciato -tranne qualche attimo nella penultima puntata, quando si da un’occhiata di sfuggita al disegno professionale-, e tutto ruota attorno alle coprotagoniste, che a turno ricevono l’attenzione di questa o quella vicenda.
Questo toglie buona parte del già non eccessivo fascino che la prima serie aveva, poiché elimina la quasi totalità delle discussioni che possono interessare chi ama il genere, diventando uno slice of life piatto e noioso. Mi son trovato a saltar diversi pezzi, poiché già guardando la preview della puntata precedente si capiva esattamente tutto ciò che sarebbe capitato nella successiva!

I personaggi, come detto, non sono esattamente brillanti. C’è qui e là qualche tentativo abortito di romance, ma ciò non prende mai piede: nessuno di loro sviluppa il benché minimo lato del suo carattere, rimanendo fossilizzato nella sua posizione iniziale.

I disegni sono un pochino migliorati dalla serie precedente, rivelando in parte l’origine dating-sim di questa serie: in alcune immagini le ragazze son ben disegnate, e qui e là un pochino di fanservice si fa vedere. La qualità non rimane comunque altissima, in ogni caso.
L’audio è completamente dimenticabile, con opening ed ending anonime, e quasi nessuna musica durante le puntate.

Insomma, questa seconda serie ha preso la prima e ha tolto tutto ciò che la rendeva sopportabile: ha tolto la parte vaaaaaaaagamente istruttiva e ha riempito le puntate di inutilità e discussioni preconfezionate e polverose. Speravo di poter vedere qualche vicenda legata al mondo doujin, ma in questo caso mi sono sbagliato.

Voto: 4,5. Se la prima serie rimane comunque guardabile, da questa credo sia meglio stare alla larga.

Consigliato a: chi ama che si accenni anche solo vagamente al ComiKet e al Tokyo Big Sight; chi non disprezza gli slice of life con il carisma di una tubatura; chi vuole incontrare una mascotte-pesce-mafioso-sigaromunito, unico vero personaggio con carattere della serie.

Hyakko

Quattro neo-amiche in una classe tutta particolare:

Hyakko

Ayumi, Tatsuki, Torako e Suzume sono quattro nuove scolare di un immenso liceo: a causa di vari contrattempi (e principalmente per colpa di Torako) si ritrovano sgridate tutte quante insieme, e scoprono anche di essere della stessa classe. Inizia così un’amicizia tra personalità diversissime, ma che con il tempo pare consolidarsi: a questo punto, tuttavia, il resto della classe inizia a farsi notare…

Va detta subito una cosa: questo è un divertente slice of life nel più classico dei termini. Gli amanti di questo genere inizino già a procurarselo, chi non li ama lasci perdere subito: questo è al 100% appartenente a tale genere.
In quanto tale, non esiste una vera e propria storia dietro agli avvenimenti, ma essi sono parte della vita della classe 1-6.

Come è chiaro, non essendoci una storia devono essere i personaggi a tenere in piedi la baracca: in questo caso si può dire che ce la fanno in maniera egregia. Inizialmente pare che il mondo si chiuda sulle quattro iniziali protagoniste, e soprattutto sui litigi Torako/Tatsuki: fortunatamente, dopo poco si inizia a far la conoscenza di tutti i particolari elementi che girano nella scuola, e le loro caratteristiche influiscono anche sulle dinamiche di comportamento all’interno del principale quartetto.
L’opera di personalizzazione delle protagoniste e delle comprimare (e il paio di comprimari) è infatti egregia: alcuni sono i classici personaggi che ci si aspetta di trovare in una serie simile, ma altri sono quantomeno inusuali e fanno iniziare a ridacchiare anche solo quando compaiono a schermo senza nessun ruolo effettivo nella scena principale.
Anche la scelta artistica, di cui si parla anche sotto, ha la sua importanza: a parte i personaggi in sé, tanti piccoli dettagli aggiungono comicità alla comicità. Un docente che piange sangue a seguito di immani beceraggini da parte di qualche alunno, lingue che si trasformano in serpenti quando la rabbia diventa estrema e via dicendo, se usati in maniera azzeccata possono essere elementi che prendono una buona battuta e ne fanno una ancor migliore: in questo caso, ce la fanno benissimo proprio perché non sono espedienti usati troppo spesso, e quindi non cadono nella banalità.

L’umorismo è infatti un altro lato particolarmente curato in Hyakko: raramente ci si trova a sghignazzare (anche se un paio di forti risate me le ha strappate qui e là), ma le continue buffe situazioni portano ad un’aura generica di divertimento e allegria che, a parte un breve ma sicuramente non fastidioso periodo quasi alla fine, fanno guardare le puntate con il sorriso.

La grafica è tecnicamente nella norma per essere un anime del 2008, ma un grosso lavoro di caratterizzazione è stato fatto anche a livello di disegno sui vari personaggi: questo è molto importante perché in questo modo si enfatizzano i vari caratteri presenti, portando ad una miglior riuscita degli sketch.
Il sonoro è gradevole sebbene non eccelso: piacevole opening e simpatica ending, che tuttavia non eccellono particolarmente.

Insomma, che altro dire di Hyakko? È un buono, buonissimo, ottimo slice of life. È un genere nato in tempi relativamente recenti, e quindi è parecchio difficile da realizzare poiché non può basarsi su molti esempi collaudati: in questo caso, tuttavia, la Nippon Animation è riuscita a prendere molti spunti dai lavori precedenti e creare un riuscitissimo mix che fa arrivare all’ultima delle 13 puntate con il pensiero di “già finito? Ne voglio ancora!”.

Voto: 8,5. La nota non inganni: per gli amanti del genere, è assolutamente imperdibile. Non va più in alto solo perché è un genere estremamente settoriale, che non piace a moltissimi.

Consigliato a: chi adora altri lavori come Hidamari Sketch, Ichigo Mashimaro o Lucky Star; chi si diverte con un po’ di citazioni tratte da vita reale e, in parte, dagli anime; chi vuol vedere, entro i primi dieci minuti di puntata 1, caviglie quasi rotte e aggressioni ad ignari docenti.

Only Yesterday

Lo Studio Ghibli di 18 anni fa, tra ricordi del passato e lezioni di vita.

Only Yesterday

Questo anime si trova ambientato tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Taeko è una donna in carriera, ha 27 anni, è single ed abita a Tokyo: durante le vacanze estive, per il secondo anno, ha deciso di recarsi nei campi a dare una mano con il raccolto del cartamo, un fiore utilizzato come tintura.
Nel viaggio verso la campagna e durante il suo soggiorno, la sua mente continua a tornare alla sua infanzia, quando aveva dieci anni: la scoperta dei rapporti interpersonali e i problemi che ogni bambino si trova a dover affrontare; la vita con le due sorelle maggiori e i genitori, con il padre distaccato e apparentemente severo… che, riflettendo sul suo passato, Taeko riesca a capire cosa è davvero importante per lei?

Questo film di quasi due ore è un continuo saltare tra le due situazioni, Taeko10anni e Taeko27anni. La prima cosa che va detta è che in fin dei conti in questo anime non succede granché: non c’è una vera storia e di per sé non ci sono avvenimenti nel vero senso del termine, ma solo normale vita e qualche riflessione dietro ad essa.
Immagino che l’idea fosse di mostrare il passato di Taeko per poi motivare i cambiamenti che nel finale la portano (prevedibilmente) a scegliere la sua via, ma secondo me questo collegamento non è riuscito appieno. Le vicende di Taeko bambina sono carine e rivelano uno spaccato di vita molto interessante, che riporta la mentalità del Giappone degli anni ’60: anche la storia di Taeko ai giorni nostri non è malaccio, sebbene sia un po’ sottotono rispetto all’altra. Non sono però riuscito a trovare gran collegamento tra le due cose, se non in alcuni dettagli e in alcune frasi: è quasi come seguire due film diversi, i cui tranci si intersecano senza apparente motivo.

Considerando che la storia è quasi inesistente, i personaggi hanno un ruolo fondamentale per tenere in piedi la baracca: bisogna purtroppo notare che la protagonista non riesce in fin dei conti ad avere il carisma e l’energia che i personaggi delle produzioni della Ghibli solitamente hanno. Una 27enne che all’apparenza ne mostra di più, e che in fin dei conti non fa nulla se non tirar storie a Toshio (che conosce sul posto) fino a realizzare alla fine cosa desidera.
Accennando a Toshio, è giusto spendere un paio di parole sui personaggi che circondano la protagonista: nell’arco temporale del passato, la famiglia è estremamente stereotipata: una sorella cattiva e l’altra tranquilla, la madre angelo del focolare, il padre silenzioso e distaccato e la nonna saggia. Questo non è un difetto, in fin dei conti rappresenta con cura quello che si può immaginare fosse il setup tipico di una famiglia nipponica del dopoguerra. I compagni di classe sono una banda di simpatici teppisti, e risultano in buona parte interessanti: è un peccato che quando si passa all’età adulta, nessuno di essi più si ripresenta.
Parlando dell’arco temporale più recente, anche qui alcuni personaggi sono abbastanza caratteristici: Toshio per me vince il trofeo di miglior personaggio, caratterizzato benissimo e con un doppiaggio davvero notevole: gli altri risultano di contorno e poco più. Anche qui, è un peccato che praticamente non ci sia quasi alcun collegamento con le vicende passate: questo aiuta soltanto ad aumentare quel senso di distacco tra le due storie di cui si parlava prima.

La grafica dei personaggi non è proprio meravigliosa, ma le espressioni sono impagabili; eccezionali anche gli sfondi e i disegni fermi, di altissima qualità. Tecnicamente parlando, tuttavia, il meglio viene dato nella curiosa ed azzeccatissima colonna sonora, che oltre a canzoni del tempo che fu offre anche pezzi in italiano e ungherese, che risultano particolarmente inusuali ma molto piacevoli.

Cosa rimane dopo aver visto Only Yesterday, insomma? Molto poco. È una piacevole visione ed occupa due ore di tranquillità e personaggi positivi, ma non arriva da nessuna parte e i messaggi che vorrebbero essere espressi non riescono a passare. Questo non vuol dire che sia una brutta opera, ma è sicuramente inferiore alla qualità usuale della casa produttrice in parola.

Voto: 7. Occupa un paio d’ore con piacere, ma non aspettatevi alcuna grande rivelazione.

Consigliato a: chi ama gli slice of life monopuntata; chi vuole una storia d’amore poco invasiva, e molto tranquilla; chi si chiede che musiche può ascoltare un fattore mentre si reca nei campi.