Koroshiya-1

…Altresì conosciuto come “Ichi the Killer”, ecco il prequel di un manga decisamente violento.

Koroshiya-1


Shiroishi è un giovanotto con parecchie turbe psichiche: vittima dei bulli e con una famiglia decisamente poco presente, sprofonda sempre più negli abissi della depressione fino a quando trova l’unica cosa che lo eccita: la violenza. Nonostante sia disgustato di sé stesso non riesce più a smettere: inoltre, gente con pochi scrupoli lo addocchia e inizia ad “addestrarlo” per utilizzarlo nei loro biechi piani…

Questo breve OVA di circa tre quarti d’ora segue la storia di Shiroishi e della sua caduta nei meandri della follìa violenta. Sebbene l’idea possa essere decisamente interessante, purtroppo la realizzazione lo è parecchio meno: essendo questo un prequel dell’omonimo manga, le cose si interrompono quando si fanno interessanti. Quello che rimane da vedere è come Shiroishi tenta di controllare i suoi impulsi (fallendo miseramente) e come dei non meglio identificati criminali si impegnino per spingerlo ancor più nell’abisso della violenza, per farne un assassino al loro servizio.
Forse avendo letto il manga questo potrebbe chiarire un po’ di cose, ma come lavoro a sé stante sembra più che altro un teaser che non una produzione con capo e coda.

In così poco tempo, c’è ovviamente spazio soltanto per lo sviluppo del protagonista: i comprimari sono parecchio marginali. Bisogna dire che Shiroishi effettivamente cambia a seguito dei vari avvenimenti (d’altra parte, l’intera trama verte su questo)… e cambia per il peggio, quantomeno dal punto di vista umanistico. I cambiamenti risultano credibili, frutto di genitori assenti e senza rispetto, di compagni che lo bullano e lo picchiano e di presunti amici che lo ricattano: probabilmente chiunque dopo un po’ darebbe segni di squilibrio mentale.

Il disegno non è nulla di che, e le musiche sono parecchio rockettare/metalleggianti: non malaccio.

Insomma, vale la pena di guardare Koroshiya-1? Secondo me, solo se si è già fan della serie e si vuol sapere qualcosa in più. Non è il Male, ma senza il lavoro principale a supportarlo non riesce a stare sulle proprie gambe.

Voto: 5. Potrebbe uscire qualcosa di ottimo dalla serie animata completa: purtroppo, non è in programma…

Consigliato a: chi già legge il relativo manga; chi ama la violenza senza senso; chi non si offende a vedere giovani disturbati che hanno erezioni mentre ammazzano conigli e si masturbano sui cadaveri.

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Ima, Soko ni Iru Boku

…In alcune serie, la luce alla fine del tunnel semplicemente non c’è.

Ima, Soko ni Iru Boku

Shu è un ragazzo qualsiasi, che ha avuto una giornataccia perdendo malamente un incontro di kendo e vedendo la ragazza dei suoi sogni andare via con un altro. Tornando a casa vede, sul comignolo di una fabbrica abbandonata, una ragazza seduta che fissa il tramonto: decide pertanto di andare a farle compagnia.
D’improvviso, tuttavia, dal nulla compaiono delle specie di dragoni metallici che tentano di rapire la poveretta, che si chiama Lala Ru; Shu decide di tentare di proteggerla, con l’esito di venir teletrasportato insieme a tutti quanti i presenti in un mondo alternativo, dall’aspetto postapocalittico! Egli viene gettato in prigione ed in seguito arruolato come soldato nell’esercito del perfido e psicopatico re Hamdo, che punisce ogni minimo sgarro con la morte.
Riuscirà Shu a salvare Lala Ru dalle grinfie del malefico regnante? Ma chi è in realtà la misteriosa ragazza? E come si potrà fare a fermare la follìa distruttrice che sta falcidiando l’intero pianeta?

Nei primi minuti la serie pare una delle tante sulla crescita di un ragazzo, ma rapidamente si capisce che il tono è totalmente diverso: è infatti uno degli anime con meno speranza e positività che mi sia capitato di vedere, paragonabile probabilmente solo a Grave of the Fireflies (che tratta anche argomenti simili).
Si assiste infatti ad una micidiale guerra, che però si differenzia da molte altre che vengono rappresentate solitamente: in questo caso è una guerra di pezzenti che uccidono altri pezzenti con la speranza che prima o poi il tutto finisca. Una guerra tra poveri e tra disperati, comandati da qualcuno che si disinteressa totalmente alle loro vite.
Non viene rispettato alcun diritto umano, non c’è pietà, non c’è salvezza: per rifornire i ranghi che si assottigliano a seguito delle battaglie i soldati sono obbligati a razziare altri villaggi, uccidere gli uomini (potrebbero ribellarsi) e prendere bambini, ragazzi e donne. I giovani diventeranno nuovi soldati-bambino, e le donne verranno ingravidate per fornire -sul lungo periodo- ulteriori truppe: in seguito, i nuovi rapiti andranno a razziare un altro villaggio e via dicendo, in un infinito vortice di oppressione e violenza.
Se tutto ciò sembra fin troppo orribile, si può tuttavia pensare che è ciò che accade anche al giorno d’oggi in alcune guerre tra le popolazioni più povere del pianeta: il fatto che nessuno ne parli mai non nasconde il problema, che questo anime porta alla luce in maniera abbastanza diretta.

Andando nello specifico della storia, si può dire che la trama non è particolarmente complessa ma funziona e porta a comprendere bene l’entità della disperazione che colpisce i vari personaggi che si muovono all’interno delle puntate.
I due protagonisti, ironicamente, sono quelli che hanno meno sviluppo e i cui personaggi sono meno interessanti: Shu è il solito fastidioso protagonista che rimane positivo nonostante le incredibili nefandezze che accadon attorno a lui, e Lala Ru è semplicemente un personaggio muto e immobile, che serve solo ad avere un obiettivo su cui Hamdo si focalizza, e permette lo svolgimento della trama.
I coprotagonisti, invece, portano alla luce interessanti aspetti: praticamente chiunque ha una storia tragica alle spalle, e i diversi modidi relazionarsi con le perdite e gli abusi subiti sono ben realizzati.

Nella prima parte della storia si assiste alla vita di Shu e di coloro che sono attorno a lui nella fortezza di Hamdo, Hellywood: è secondo me la parte più interessante poiché in molte diverse maniere si vede come ognuno tenti di aggrapparsi alle poche speranze residue, e come provi a vivere senza pensare agli orrori che vengono giornalmente commessi.
Nella seconda metà della serie, con l’uscita di Shu e Lala Ru dalla fortezza, ci sono un paio di puntate un po’ sotto tono: tutta la serie ha un passo relativamente lento (senza tuttavia arrivare al punto di diventare noioso), e con l’entrata in scena della cittadina di Zari Bars ogni tanto alcune scene vengono un po’ troppo dilungate. I problemi cambiano, risultando secondo me un po’ meno interessanti di quelli inizialmente affrontati, ma probabilmente ciò accade perché il concetto di “violenza vs pace” è trattato in molti altri lavori, e pertanto colpisce di meno.

Il disegno non è niente di eccezionale: l’anime risale a dieci anni fa, ma in effetti ci sono altri lavori degli stessi anni con uno stile molto migliore. Anche le musiche non mi hanno particolarmente colpito, con opening ed ending carine ma che mal si adattano all’ambiente cupo e senza speranza che la serie trasmette.

Insomma: Ima, Soko ni Iru Bok (anche chiamato Now and Then, Here and There) è secondo me un ottimo lavoro che tratta argomenti che difficilmente si incontrano altrove, e che magari può anche far riflettere qualcuno su quanto l’essere umano può diventare crudele nelle dovute circostanze. Ci sono alcuni difetti (personaggi non eccezionali, storia un po’ lenta, finale deboluccio), ma rimane comunque una serie che vale la pena di vedere se si riesce a sopportare di guardare tredici puntate senza mai sorridere nemmeno una volta.

Voto: 8,5. Insolita serie che mi ha spiazzato, e che in alcuni punti mi ha davvero colpito.

Consigliato a: chi pensa che la guerra sia cosa buona e giusta; chi desidera un po’ di tristezza e tragedia proiettata sullo schermo; chi vuol vedere quanto a lungo un bastone di legno può durare in una serie.

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou Dai Ni Maku

La seconda parte di uno show dove la gente non muore mai:

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou Dai Ni Maku

La storia continua dove la prima serie si è interrotta. Questa seconda parte da 12 puntate è composta di due archi narrativi: nel primo i protagonisti si ritrovano a fare i conti con un gruppo i assassini che pare uccidano gente in quantità in nome del bene; nel secondo, la storia coinvolgerà direttamente Hiyuu e la sua famiglia, portandolo vicino al punto di rottura.

La prima parte, che dura cinque puntate, da subito inizia a narrare i fatti a passo di corsa. Per tutto il tempo sullo schermo si vedono succedere milioni di cose, senza che nessuno si degni di spiegare perché esse stiano accadendo: non si fa in tempo a metabolizzare un’emergenza che ci si ritrova in una situazione totalmente diversa e in un’altra situazione d’allarme. La storia ne risulta pertanto sbriciolata e totalmente inconcludente, e come unico collante c’è il fatto che i fatti si seguono talmente da vicino che devono per forza essere concatenati l’uno all’altro. Ci sono un paio di colpi di scena, ma essi vengono praticamente annullati dalle vicende che capitano subito dopo ad essi: i personaggi che paiono morti dovrebberlo essero davvero, diamine!

Con il secondo arco narrativo, le cose iniziavano ad andare meglio: un oscuro mistero, i familiari di uno dei protagonisti presi di mira, un avversario misterioso ed impalpabile… la speranza dura una puntata e mezzo, e poi si ritorna nel delirante e frenetico passo dell’inizio di questa seconda serie. Il cattivo di turno si svela, e in un terzo di puntata la situazione si conclude: da lì in poi ogni 15 minuti compare e viene battuto un cattivo nuovo, o viene sviluppata un’ermegenza nuova, o un nuovo personaggio compare e sparisce. In sette minuti si riesce a: scoprire che uno dei personaggi è un vampiro, indagare nel passato di due dei comprimari, farne morire uno (ma tanto poi ritorna pure lui), inserire due o tre giuramenti di vendetta, distruggere Tokyo e inscenare una pioggia di meteoriti. Come cavolo si fa a fare una simile concatenazione, sperando che lo spettatore riesca anche solo per un secondo a mantenere il filo del discorso e credere a ciò che sta vedendo?
Sorvoliamo infine sul finale: la penultima puntata è interamente un flashback, e l’ultima è totalmente scollegata da tutti i precedenti avvenimenti. Non viene dato alcun termine alla situazione che si era venuta a creare, e l’anime finisce *così*.

Una cosa decente bisogna dire che c’è: i combattimenti. Sono pochi, troppo pochi per essere un anime d’azione, ma quei pochi sono parecchio gradevoli da vedere. Il combattimento clou attorno alla decima puntata è davvero impressionante e gradevole, con un grado molto alto di violenza e di spettaccolarità: viene ovviamente rovinato dal fatto che gente impalata da alabarde continui a chiacchierare e ad andare in giro -senza contare quelli morti che vengono DI NUOVO riportati in vita tanto per fare-, però ci sono un paio di pezzi che si fanno davvero apprezzare.

La grafica è buona, e l’animazione è fluida: le musiche sono molto rockeggianti e gradevoli, sia in OP/ED che durante le puntate.

Insomma, Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou Dai Ni Maku è un anime che viene ucciso dalla sua stessa fretta di raccontare le cose: si intuisce che l’idea di fondo potrebbe essere carina, ma è come passare in una galleria d’arte a 200 km/h: non si farà in tempo ad apprezzare nulla, e si avrà soltanto l’impressione di aver sprecato il poco tempo impiegato. In questo caso è uguale.

Voto: 5. La storia si sarebbe meritata un 4 secco, ma i combattienti e alcuni dettagli gradevoli qui e là riescono a mitigare il disastro.

Consigliato a: chi non si incazza se la trama è inesistente e affrettata; chi si diverte ad avere dei protagonisti totalmente immortali; chi vuole vedere i trans più terribili di sempre.

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou

Da un videogioco, l’originalissima idea di studenti che combattono per proteggere Tokyo dai demoni!

Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou

Nella Tokyo dei giorni nostri, dei demoni stanno prendendo sempre più piede. Uccidono persone e ne prendono il possesso dei corpi, creando pericolo per la popolazione: un gruppo di studenti liceali, in virtù dei poteri dei quali sono venuti in possesso in vari modi (chi per destino, chi un po’ per caso) sono per le strade a tentare di rigettare tale invasione. Ma da cosa è scatenata tale invasione demoniaca? Quale fine c’è dietro ad essa? Possibile che ognuno abbia dei segreti da nascondere?

Vedendo la trama oltre i limiti della banalità, e scoprendo che questo anime è tratto da un videogioco, temevo il peggio. Si può invece dire che sia stato fatto un lavoro almeno decente: dati i cattivi auspici iniziali, si può essere ben contenti del risultato.
Ciò non vuol dire che questo anime sia un capolavoro: ha diversi difetti. Il primo e più importante è soprattutto nella trama: dopo qualche puntata essa risulta meno immediata e banale di quanto sopra scritto, e ci sono anche dei risvolti interessanti (soprattutto quando ci si avvia verso la conclusione), ma il tutto è narrato in maniera troppo affrettata, secondo me. Si salta da una situazione di emergenza all’altra senza riuscire a metabolizzare i cambiamenti che ci sono stati, e questo scollega le varie parti dell’anime.
Inolre, la battaglia finale è decisamente scarsa mentre dovrebbe essere il clou della serie, che per essere d’azione contiene sorprendentemente pochi combattimenti, e l’ultima puntata che è totalmente inutile e serve solo a dire “ci sarà una seconda serie” facendo buttare 20 minuti di vita allo spettatore.

I personaggi non sono nulla di che: abbiamo il solito assortimento di delinquente ravveduto + ragazzo tranquillo dal misterioso passato + ragazzo forzuto ma impacciato + ragazza debole che vuol proteggere tutti ecc ecc ecc. Questo non è forzatamente un punto negativo, in fin dei conti i personaggi devono avere qualche caratteristica che li distingua, ma in questo caso tutti rimangono intrappolati nel loro ruolo senza mostrare segni di sviluppo o ragionamento.
L’unico personaggio che -per motivi di trama- ha una crescita personale è Aoi: il suo continuo concetto di voler proteggere tutti ammorba un paio di puntate in maniera notevole, ma c’è un perché che viene spiegato dopo. Peccato che la cosa non renda più sopportabile la ripetitiva nenia del classico personaggio impotente dinnanzi agli eventi che fa cose assolutamente stupide “perché voleva proteggere gli altri”.
I coprotagonisti non brillano per originalità ma fanno il loro lavoro, anche se spesso e volentieri vengono inseriti nella storia senza spiegazioni o logica. Probabilmente chi ha giocato al videogioco sa chi sono e non ha bisogno di altre informazioni, ma per chi guarda solo l’anime può essere spiazzante.

Il disegno è abbastanza scarsino, anche se l’animazione è abbaststanza fluida: ci sono alcune scene moderatamente violente, soprattutto all’inizio, che aiutano ad alzare un po’ il livello grafico. Le musiche mi son piaciute, sono belle energiche.

Insomma, Tokyo Majin Gakuen Kenpuchou è un fallimento o si salva? Secondo me, una via di mezzo. Non si può dire che sia un lavoro brillante, perché ha molti difetti e scorre lento per essere teoricamente d’azione: non posso però dire che sia tutto da buttare, perché alcune cose carine ci sono.

Voto: 6. Se avete altra roba in coda date ad essa la precedenza, ma questo non è così terribile.

Consigliato a: chi non si stufa mai dei soliti cliché; chi non si fa spaventare da una trama che prosegue a singhiozzo; chi vuole conoscere la dottoressa più brutta del mondo.

Special A

Una Love Comedy classica che più classica non si può:

Special A

Nella scuola dove Hikari va, c’è una classe appositamente creata per i sette migliori studenti: la classe “Special A”. Lei fa parte di questa classe ed è la seconda in ordine di bravura, superata soltanto dal suo arci-nemico sin dai tempi dell’asilo: Kei. I due sono amici/rivali eterni, e Hikari non è mai riuscita a batterlo in niente: lo scopo primario della sua vita è pertanto riuscire a superare Kei in una sfida! Ce la farà? Con il passare degli anni, come è cambiato il legame che li tiene uniti? E il resto della classe come si interseca nelle loro vicende?

Dal punto di vista delle romance, Special A è uno degli anime più classici e lineari che mi siano capitati di vedere (sebbene di commedie d’amore io ne veda ben poche, e quindi riconosco un certo limite nella valutazione di simili lavori). Sin dai primi minuti della prima puntata si capisce quali saranno le varie “combinazioni di personaggi” che si svilupperanno (a parte alcune che si rivelano solo dopo semplicemente perché i personaggi in questione compaiono in un secondo momento): in questo senso non esiste nessuna sorpresa. Anche il sistema di scoperta dell’amore e abbastanza scontato nella maggior parte dei casi: o il sentimento è negato da parte del personaggio, o il ricevente del suddetto sentimento è troppo tonto per capirlo.

Questo porta ad uno sviluppo dei personaggi abbastanza mediocre. Più che sviluppo, infatti, si dovrebbe parlare di presa di coscienza: anche in questo caso nelle prime puntate vengono serviti tutti gli elementi necessari a portare a conclusione la storia, e quel che rimane è soltanto vedere quando i vari protagonisti si accorgeranno che avevano tutto sotto il naso. Nulla di più. L’unico eventuale sviluppo percettibile capita quando qualcuno rivela qualcosa che prima non si sapeva… ma non è il personaggio ad imparare qualcosa, bensì è solo lo spettatore ad esserne messo a conoscenza.

Dal punto di vista della commedia, ci sono qui e là alcune situazioni che strappano un sorriso: purtroppo, anche in questo caso entro puntata 5-6 si imparano a memoria tutte le dinamiche delle situazioni ilari – che vengono riutilizzate in maniera totalmente invariata per tutte le 24 puntate – e il divertimento cala rapidamente. Le sotto-trame che animano le varie situazioni non sono purtroppo di grande aiuto, perché vedere qualcuno che prende una sassata in spiaggia, poi vederlo che prende una sassata in aereo e poi vederlo che prende una sassata ad un festival non fa certo aumentare l’ammontare di divertimento che il gesto in sé porta allo spettatore.
Anche l’assoluta imbattibilità di Kei toglie gusto alle sfide, dato che senza alcun problema riesce per tutta la serie a battere chiunque senza nemmeno versare una goccia di sudore.

Grafica e sonoro sono assolutamente nella norma per un lavoro del 2008: senz’infamia e senza lode.

Insomma, Special A è una love comedy che ha un problema gigantesco: la ripetitività e la noia. Ripeto che è un campo che non è di mia particolare competenza, e quindi sicuramente gli amanti del genere potranno trovarci un lavoro classico ma sicuramente più apprezzabile di quello che ho visto io: risulta però innegabile che in questo caso son stati semplicemente presi tutti i vari cliché del caso e messi assieme per creare un lavoro che in alcun modo riesce a distinguersi dalle migliaia di altre produzioni similari. Si poteva fare qualcosa in più.

Voto: 5. Non raggiunge la sufficienza proprio a causa del tedio che nasce dall’esasperata ciclicità delle situazioni.

Consigliato a: chi adora le commedie d’amore; chi vuole un anime senza sorprese, dove sa cosa aspettarsi da ogni situazione presentata; chi vuol vedere quanto ci si può imbestialire ad essere chiamati sempre “mister secondo”.

Bubblegum Crisis

Una delle opere che hanno segnato un genere:

Bubblegum Crisis

Nel 2033, MegaTokyo (costruita sulle ceneri della Tokyo attuale, distrutta anni prima da un terremoto) è oramai abitata da una quantità massiccia di boomers, degli androidi che si confondono perfettamente con gli esseri umani ma dalle capacità fisiche decisamente fuori dal comune: essi sono creati dalla Genom, una corporazione di potenza mondiale, e purtroppo non sempre sono utilizzati per dei buoni scopi – o, più semplicemente, impazziscono.
È a questo punto che le Knight Sabers, delle paladine dell’ordine in power suit, intervengono a dare una mano alla polizia che fatica a mantenere la pace nella città. Ma chi sono in realtà le Knight Sabers? Perché combattono? E cosa tramano i grandi poteri alle spalle delle mega-corporazioni?

Dire che chi ha creato questo anime è stato influenzato da Blade Runner è riduttivo: anche se meno dark, l’ambiente cyberpunk è qui ricreato con tutte le sue caratteristiche di base. L’integrazione uomo-macchina, androidi ribelli, mega-corporazioni che dominano i poteri del mondo, disparità ricchi-poveri con ghetti alle spalle di grandi meraviglie, controllo dell’informazione… tutto è presente e, anche se la trama in sé non va mai a trattare direttamente questi argomenti, essi contribuiscono a creare un’ambientazione credibile.
La trama in sé, in effetti, non è mai particolarmente chiara: ci si ritrova a seguire le vicende delle nostre quattro eroine, che però non seguono un filo logico preciso. Si scoprono i loro rapporti conflittuali con la Genom e vari altri dettagli, ma non si arriva mai ad una svolta definitiva. Questo può essere dettato anche dal fatto che la serie doveva originariamente essere composta di tredici OVA, ma per motivi vari ne vennero prodotti solo otto e poi la serie venne abbandonata: sapendo questo, bisogna dire che il risultato comunque non è malaccio.
Bubblegum Crisis infatti non punta necessariamente sulla storia per intrattenere, anche perché punta ad un sistema di narrativa quasi sconosciuto nel 1986: non ci sono difatti lunghe e tediose spiegazioni si questo o quell’argomento, come spesso capitava al tempo, ma semplicemente le cose accadono e sta allo spettatore capire il perché. Sebbene questo sistema non si sia dimostrato in questo caso totalmente efficace, è comunque qualcosa di diverso e aiuta a far capire allo spettatore che ciò che importa non è la storia singola in sé, ma l’ambiente tutto in cui essa si muove.

I personaggi hanno caratteri semplici, ma non per questo meno apprezzabili: quelli principalmente sviluppati (Priss, Sylia e Leon) interagiscono tra loro in maniera molto naturale e ben congegnata (contrariamente a quanto accade nel remake del 1998).

I disegni sono ovviamente parecchio datati, ma questo non rappresenta scarsa qualità: il tratto dimostra chiaramente i suoi anni, ma è ben chiaro l’impegno nell’animazione e nel disegno stesso.
La colonna sonora… che dire: è il punto di forza principale di Bubblegum Crisis. Ogni puntata contiene almeno un singolo davvero bello, di altissima qualità ed in puro stile fine 70/inizio 80, che è davvero meraviglioso. È una colonna sonora che è stata creata per sfidare gli anni, e ha vinto pienamente: ancora al giorno d’oggi è difficile trovare delle serie che creano delle musiche così curate e piacevoli.

In definitiva, Bubblegum Crisis è un anime che dimostra chiaramente le sue pecche, che risultano però perdonabili a causa dell’età: ai suoi tempi è stato sicuramente un anime che sperimentava parecchie cose nuove, e al giorno d’oggi può essere riconosciuto come uno dei capisaldi della sci-fi d’animazione.
Vince a mani basse il paragone con il suo successore; se avete in mano entrambe le serie, non ponetevi nemmeno la domanda: guardate l’originale.

Voto: 8. D’azione, piacevole, breve: ogni tanto forse un po’ lento, ma con quasi 22 anni sulle spalle glielo si può concedere.

Consigliato a: chi adora gli ambienti cyberpunk; chi vuole vedere un pezzo di storia d’animazione; chi vuole andare in giro cantando konya wa hurricane.

Bubblegum Crisis: Tokyo 2040

Pseudo-cyberpunk di dieci anni fa? Eccovi serviti!

Bubblegum Crisis: Tokyo 2040

Questa serie è il remake dell’originale “Bubblegum Crisis”, creato oramai ventun anni fa. Ripercorre praticamente un cammino molto simile alla serie originale, ma è ambientato cinque anni dopo. Infatti, nel 2040 il mondo sarà popolato dai boomers, robot umanoidi che servono le persone nei più disparati ed umili lavori. Dopo il gigantesco terremoto che nel 2032 rase al suolo Tokyo, furono tali robot a ricostruire tutto, ed ora si occupano della pulizia e del mantenimento della città.
Purtroppo non son tutte rose e fiori… ogni tanto qualche robot impazzisce, cambia forma e diventa un mostro affamato di sangue: a quel punto interviene un corpo speciale di polizia creato apposta per queste situazioni, che però sembra avere diversi problemi a mantenere l’ordine. Per loro fortuna ci sono anche le Kight Sabers, un gruppo di quattro misteriose ragazze con delle armature potenziate che possono tenere a bada tali mostruosità!
Ma cosa fa impazzire i computer? Come mai ultimamente il fenomeno sta sempre più aumentando? E cosa si nasconde dietro agli esperimenti che ebbero luogo prima del terremoto?

La prima metà della serie è abbastanza noiosetta, poiché si viene introdotti ai vari retroscena e alla formazione del gruppo di eroine, ma la cosa è fatta in maniera lenta e poco affascinante: con la seconda metà invece la storia di base, che risulta interessante, prende il sopravvento e con il procedere della stessa si assiste ad alcuni eventi inaspettati. Purtroppo questo fa comunque risultare la storia abbastanza confusionaria e, in alcuni punti, contradditoria.
Il comportamento dei personaggi (che hanno uno sviluppo davvero minimo durante tutta la serie) è abbastanza credibile, ma il problema è altrove: tutto il problema dei robot impazziti e le motivazioni che stanno dietro ad essi -che ovviamente non svelerò per evitare spoiler- è originale e carina, ma implementata male. Quando risulta che i robot possono assorbire altro materiale meccanico/elettronico le possibilità di sviluppo aumentano a dismisura, ma anche in questo caso non si riesce a capire con che logica assorbano alcune cose (anche non tecnologiche, come muri in sasso e costruzioni intere!) e altre no. La logica, anche in questo caso, risulta un po’ troppo aleatoria.

I disegni sono molto belli, ma purtroppo risultano animati male: le immagini ferme sono davvero ottime, ma quando si muovono risultano poco fluide. Questo, in un anime d’azione con molti combattimenti, è un grosso limite.
Va fatto invece un applauso alla colonna sonora: così come il primo Bubblegum Crisis attingeva a piene mani dagli anni ’80 per la sua colonna sonora, in questo caso ci si tuffa in pieni anni ’90. Che siano pezzi rock, elettronici o altro, sono tutti di altissima qualità. Curiosamente, le uniche canzoni cantate in maniera non eccelsa sono la opening e le canzoni di quando Priss (che è cantante nell’anime) è sul palco… per fortuna le altre recuperano ampiamente.

Insomma, con questo remake si ha l’impressione che di base ci sia stato un ottimo lavoro preparatorio (disegni di base, storia interessante, risvolti psicologici, discussioni profonde), ma che poi sia stato sviluppato da qualcun’altro con un interesse molto minore alla qualità del prodotto (animazione carente, storia confusa e contradditoria, psicologia totalmente assente, discussioni inutili). È un peccato, perché di materiale buono ce n’era ed è stato sprecato in massima parte.
Purtroppo questa serie perde in maniera plateale contro il suo predecessore: sebbene l’originale Bubblegum Crisis risale a ben undici anni prima, ha uno stile ed una forza che in questo caso sono andati totalmente perduti.

Voto: 5,5. Non posso andare più in su, avendo trascinato la fine della visione con fatica. Un anime che non appassiona non riesce a raggiungere la sufficienza, soprattutto con il potenziale che c’era.

Consigliato a: chi vuole un anime d’azione, anche se la qualità non è un granché; chi ama gli ambienti cyberpunk, anche se non realizzati in maniera impeccabile; chi vuole sentir parlare nella lingua del machine code.

Girls Bravo

A che livello il fanservice diventa fastidioso? Ce lo si chiede con

Girls Bravo

Questa serie parla di Nagasumi, un ragazzo che ha il terrore delle ragazze poiché era sempre bullato da piccolo a causa della sua piccola statura. A seguito di tali abusi, ha oramai una reazione cutanea d’allergia ogni volta che una donna entra in contatto con lui, ivi compresa la sua amica d’infanzia Kirie.

Un giorno Nagasumi cade nella sua vasca da bagno e si trova catapultato su un altro mondo, dove il rapporto donne/uomini è 9 a 1, e dove ogni donna farebbe di tutto per accaparrarsene uno: scopre in tal luogo l’unica donna a cui non è allergico, Miharu, e la porta con sé nel suo mondo. Da lì in poi tutti gl’uomini sbavano per Miharu, e le donne per Nagasumi (nonostante le sue evidenti difficoltà dermiche).

Questa serie è qualcosa di molto simile ad una camionata di fanservice ecchi catapultata su uno schermo. La storia si perde dopo due o tre puntate, a seguito delle quali il fatto che Miharu sia un’aliena e che Nagasumi sia allergico alle donne passa in secondo luogo, oscurata dalla lussuria di Kazuhara e della sorella.
Ci si ritrova in pratica a vedere una puntata dopo l’altra in cui tutti ci provano con uno dei due protagonisti, con coercizioni più o meno violente, passando per nudità completamente gratuite e battute ripetitive e banali.

Per essere del 2004, il disegno risulta comunque pulito e gradevole: purtroppo, rimane ben poco altro da salvare in questa serie.

Voto: 4. Non ho nemmeno guardato le ultime puntate, sarebbe stato uno sforzo troppo crudele per me stesso.

Consigliato a: chi vuol vedere donnine nude; chi non è mai stanco delle battute ad ambito sessuale; chi ha del tempo da buttare.

Seto No Hanayome

Una delle produzioni più comiche del 2007:

Seto No Hayanome

La storia è semplice, anche se abbastanza originale: durante le sue vacanze estive, Nagasumi -in vacanza al mare- rischia l’annegamento. Viene salvato da una sirena che lo porta a riva, e poi sparisce misteriosamente.
Peccato che, poche ore dopo, si scopra che:
a) chiunque viene a conoscenza dell’esistenza delle sirene deve morire
b) la sirena in questione, San, è figlia di un capo-yakuza sottomarino
c) l’unico modo per salvargli la vita è sposare San, nonostante l’iperprotettività (e l’iperviolenza) del padre.

La storia si svolge quindi in un ambiente da romance/harem comedy, in cui non si sa bene perché ma tutte  le ragazze sono più o meno segretamente innamorate di nagasumi, e lui è il solito bietolone.
Fin qui, niente di speciale. Cosa c’è pertanto di così comico in questa serie?

In primis, i disegni. È una produzione recente e si vede: i disegni sono esplosivi, adrenalinici, esageratissimi, superlativi. Anche mettendo il mute la sola rappresentazione grafica spesso fa sbellicare dalle risate, proprio per le esagerazioni esistenti: con l’audio, la situazione migliora ancor di più in virtù delle voci ottimamente scelte (in japunese, ovviamente).

In secondo luogo, i personaggi. Quasi tutti risultano assolutamente divertenti, e molto diversi tra loro. A parte San, più o meno tutti passano il tempo massacrando Nagasumi per i motivi più disparati, e vista la sua bietolonaggine la cosa non può che fare piacere. Menzione speciale per i genitori del ragazzo, assolutamente geniali, e per Masa, il mio preferito (e pure quello di tutti nella serie… a voi capire perché).

In ultimo, le musiche. A partire dalla sigla iniziale (che sembra una leggera canzone estiva, molto adatta al tono e all’ambiente dell’anime) la qualità si dimostra buona: in considerazione che una delle armi delle sirene è il loro canto, qui e là ci sono delle canzoni ottimamente interpretate e davvero ben orecchiabili. Meravigliosa la canzone-yodel del sonno, ma pure quella della guerra non scherza.

Insomma, un anime perfetto? Purtroppo no. Sorvolando sulla mancanza di una trama seria (nessuno ne pretendeva una, in questa marea di idiozie), per due terzi della serie mi sono chiesto “finirà nella maniera squallida e prevedibile che immagino?”.
Purtroppo la risposta a tale domanda è sì. Non anticipo nulla per ovvi motivi, ma sono sicuro che entro puntata 10 tutti voi avrete capito il tono, i termini e la qualità del finale. Non che fosse fuori posto, in qualche modo doveva pur finire: il tono è tuttavia totalmente stonato con il resto della serie, ed è un vero peccato.

Voto: 9. Poteva essere di più con un bel finale; comunque, risulta davvero divertentissimo.

Consigliato a: chi ama i super-deformed; chi vuole sbellicarsi dal ridere; chi vuol vedere la yakuza più assurda del mondo.

Battle Programmer Shirase

Tuffiamoci nel mondo della pirateria informatica, con

Battle Programmer Shirase

In questo anime seguiamo le gesta di Shirase, un hacker “in pensione” che viene arruolato da varie persone per difendere di volta in volta qualcosa da criminali informatici.
La serie è molto corta, composta di 15 episodi di soli 15 minuti ciascuno. I disegni non sono nulla di che: non è un anime basato su visuali accattivanti, e quindi la parte visiva fa il suo lavoro e nulla più.
La parte più interessante è sicuramente quando BPS è all’opera: sono difatti carine le sue azioni e le reazioni del cattivo di turno, che chiaramente non riesce a stare al passo con il protagonista.

Parecchio noiosa, invece, l’introduzione della persona che di volta in volta lo assume: la stessa scenetta si ripete, identica, volta dopo volta, mangiando due minuti in uno spettacolo di quindici, e risultando quindi noiosa. Personalmente, dopo il primo paio di volte, mi son ritrovato a saltarla a pié pari.

In definitiva, è una serie simpatica da vedere, soprattutto se piacciono i PC: non è niente di trascendentale, ma tanto occupa talmente poco tempo che un’occhiata non guasta.

Voto: 7. Carino, e nulla più.

Consigliato a: chi è uno smanettone; chi apprezza i protagonisti senza apparenti emozioni; chi vuol fare il tamarro dicendo di saper fare il double compile.