Muteki Kanban Musume

Come NON gestire un ristorante di ramen: a calci e pugni!

Muteki Kanban Musume

Questo breve anime di 12 puntate parla di Miki, che lavora in un ristorante di ramen gestito dalla madre:il lavoro in sé non è nulla di particolare, ma c’è un problema… Miki ha un carattere vagamente intrattabile, che generalmente sfocia in una violenza brutale e devastante. L’unica a poterla controllare è la madre, ancor più violenta di lei, che tenta di portare avanti il suo lavoro tra i mille attacchi di chi vuol sfidare la figlia!

Come si può capire, la trama è praticamente inesistente: sin da subito si capisce che il punto focale sono i combattimenti tra i vari personaggi. Essi nascono da qualsiasi interazione con Miki, la cui risposta è sempre un ghigno satanico e un paio di calci nello stomaco.
Dopo il primo paio di puntate (la prima fa ridere parecchio, nelle altre vengono introdotti i vari co-protagonisti), la situazione tuttavia si cristallizza e si ripete immutata episodio dopo episodio, diventando velocemente ripetitiva. I commenti del povero Ohta riescono sempre a strappare un sorriso o una risata e alcune situazioni sono talmente assurde che fanno ridere, ma per il resto non ci sono grandi novità o eventi. La violenza non è abbastanza per diventare divertente a prescindere (come invece capita in Dai Mahou Touge o in Bokusatsu Tenshi Dokuro-chan), e i personaggi non riescono a fare molto dopo gli episodi in cui vengono introdotti.

Parlando di personaggi, come detto, lo sviluppo è ovviamente nullo: i caratteri sono ben definiti e funzionano nell’ambiente dell’anime, pur non essendo rivoluzionari. I piani demoniaci di Megumi sono sempre ingegnosi, così come i fallimenti di Kankuro sono sempre prevedibilissimi: fanno ciò che ci si aspetta da loro, nulla in meno e nulla in più.

Il disegno, per essere fatto da una casa produttrice così piccina, è carino: non è un’opera d’arte, intendiamoci, ma lo stile ben si adatta al tipo di anime.
Le musiche sono abbastanza ininfluenti, con l’eccezione dell’opening che è orecchiabile e che fa un ottimo lavoro nel depistare lo spettatore dal vero senso della serie: dalla sigla parrebbe un normale anime, e poi si rivela in tutta la sua stupidità. È inoltre da notare il personaggio di Kankuro per due cose, una negativa e una positiva: quella negativa è che tutte le sue frasi finiscono in ~nya, e la cosa da parecchio fastidio. La cosa positiva è che è riconoscibilissima la voce di Viral di Tengen Toppa Gurren Lagann, che ci sta benissimo per un pazzo psicopatico del genere.

Insomma, questa serie riesce a metà nei suoi compiti: qualche risatella la strappa, ma avrebbe potuto fare molto di più se avesse calcato di più sull’aspetto delirante delle vicende: è come un Excel Saga o un Cromartie High School in versione annacquata e ripetitiva: un vero peccato, perché le basi c’erano e ci si sarebbe potuto ricamare su ben altro.

Voto: 6,5. È un peccato, ma dalle premesse date nella prima puntata mi aspettavo parecchio di più.

Consigliato a: chi non si offende con la violenza gratuita; chi cerca un po’ di stupidità gratuita; chi vuol vedere come si educa una figlia: a facciate contro il muro.

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Mononoke Hime

Di nuovo Ghibli. Di nuovo un classico.

Mononoke Hime

In un Giappone fantasy attorno al 1700, Ashitaka sta difendendo il suo villaggio da un demone uscito dalle foreste. Riesce nell’impresa di abbatterlo, ma subisce una ferita che lo ucciderà con il tempo: egli parte quindi alla ricerca della foresta in cui risiede il Dio che può salvarlo.
Nella sua ricerca si imbatte in una terra dove spiriti delle foreste e uomini si combattono aspramente per il controllo del terreno: chi ha ragione? Come conciliare le apparentemente insanabili differenze? E in che modo ciò ha a che fare con la sua maledizione?

Sin dal primo momento la grafica si rivela quella dello studio Ghibli: il tratto è riconoscibilissimo, e anche l’eccelsa qualità di immagini ed animazione sono inconfondibili.
Ciò in cui Mononoke Hime (o Princess Mononoke) differisce è il tono dell’avventura: in genere i prodotti di questo studio sono improntati ai buoni sentimenti e alla bontà d’animo, mentre qui l’ambiente si rivela subito cupo e estremamente serio. La storia inizia in maniera assolutamente meravigliosa, per diventare forse un minimo confusionaria verso il termine: si capisce sempre cosa sta succedendo, ma avendo dei personaggi forse un po’ meno incisivi del solito la situazione sembra quasi scappare di mano e muoversi per conto suo, trascinando i protagonisti con sé.

L’ambientazione stessa è impressionante, con un numero molto alto di spiriti che rappresentano le varie forze in gioco (oltre, ovviamente agli umani): incontrare gli spiriti nelle foreste è spettacolare, ed essi sono nel posto giusto al momento giusto. Essi portano anche il lato riflessivo dell’anime, facendo pensare all’invadenza dell’essere umano in terre che non gli appartengono, ma in fin dei conti il loro ruolo principale è essere nei luoghi in cui è logico che essi siano (il che è meno scontato di quanto sembri).

I disegni, come sopra detto, sono davvero impressionanti: la cosa più stupefacente è la fluidità dell’animazione. Nelle scene di combattimento (che in altri prodotti della stessa casa produttrice sono ben difficili da trovare) sono splendidi, intensissimi e velocissimi: una meraviglia.
Il sonoro non è da meno, e la Ghibli si dimostra ancora una volta attentissima ad ogni minimo dettaglio.

Insomma, Mononoke Hime è un classico che nessun amante degli anime dovrebbe dimenticare di vedere: a titolo puramente personale lo trovo un passo sotto altri capolavori come Totoro, Laputa o Kiki’s Delivery Service -principalmente per una mancanza di personaggi molto forti eppur sempre umani-, ma rimane comunque validissimo.
È comunque un anime a mio avviso triste, da guardare quando si vuole qualcosa di corposo.

Voto: 8. Due ore e un quarto di gioia visiva.

Consigliato a: chi ama lo Studio Ghibli; chi vuole una storia mistica, dove bene e male si confondono tra loro; chi vuol vedere gli spiriti più belli del multiverso, i Kodama.

Futakoi

Tanto amore e tante gemelle:

Futakoi

Nozomu è un ragazzo di 15 anni che, dopo aver traslocato a Tokyo per un po’ di anni, torna nella sua cittadina d’origine. Al suo ritorno ritrova gli amici di un tempo, e anche molta gente nuova. La sua città è famosa per avere un tasso incredibilmente alto di gemelle, a causa di un’antica superstizione. Anche Nozomu sarà catturato dalla “maledizione delle gemelle”?

Va detta subito una cosa: questo è un anime sentimentale per ragazzi. Punto. Non c’è alcuna storia a parte quella sopra narrata, e tutto il resto delle tredici puntate è incentrato su cinque coppie di gemelle che si innamorano tutte di Nozomu. Di certo Futakoi non fa mistero del suo genere, e quindi chi non apprezzasse tale stile saprà di tenersi alla larga.
Purtroppo, secondo me anche chi apprezza le storie d’amore farebbe meglio a guardare altrove: questa serie non è difatti brutta o terribile, ma semplicemente è una delle millemila serie tutte identiche.

La differenza in una storia d’amore, che potrebbe portare la produzione sopra la media dello standard, può essere fatta da due cose: i personaggi e le interazioni che ci sono tra di essi. Andiamo allora a vederli, questi due punti, iniziando dai personaggi.
Ci troviamo con un protagonista, Nozomu, che è l’archetipo del personaggio maschile di qualsiasi anim sentimentale/harem. Un ragazzo senza particolari qualità, a parte essere tonto, dal cuore buono e dalla forza di volontà e forza di carattere di un tovagliolo bagnato.
Le ragazze sono tante, in virtù del fatto che arrivano a due a due: peccato che anche in tale caso ci si è attenuti ai più canonici standard, senza tentare di inventare qualcosa di nuovo. Non si sono fatti mancare nulla: abbiamo
a) la coppia di gemelle amiche d’infanzia;
b) la coppia di gemelle straricche che non hanno mai visto il mondo (paragonabili a delle aliene);
c) la coppia di gemelle di cui una ha la salute cagionevole e l’altra è una tsundere;
d) la coppia di gemelle moe ultratimide con grandi occhiali.
Si potrebbero anche nominare le gemelle bambine che vivono con lui e le gemelle maestre che sono docente di classe e infermiera, ma non entrando nei “giochi amorosi” sono solo dei personaggi di supporto.
Il modo di interagire dei personaggi è, ancora una volta, esattamente quello che c’è da aspettarsi dai rispettivi caratteri: appena un personaggio nuovo compare sullo schermo si capisce il suo carattere, e si sa esattamente cosa farà per tutta la durata della serie. La prevedibilità allo stato puro.

I disegni sono abbastanza anonimi, anche se non mal fatti: d’altra parte è difficile far risaltare un buon disegno in una storia dove l’animazione ha poco da mostrare. Le ragazze sono comunque molto gradevoli alla vista.
L’audio segue il disegno: opening ed ending nella norma, non spettacolari ma nemmeno fastidiose.

In definitiva, Futakoi è un altro dei milioni di anime che popolano il genere sentimentale, realizzato con il minimo sforzo senza cercare di innovare nulla. Non ho mai fatto mistero di non essere un grande amante delle serie amoreamoreamore, ma mi ritengo in grado di poter riconoscere una buona produzione quando la incontro (5 cm al secondo, le situazioni di lui e lei,…). Purtroppo, qui si naviga nella mediocrità assoluta.

Voto: 5,5. Non è terribile, ma non c’è un vero motivo per guardarlo. Solo per appassionati del genere.

Consigliato a: chi ancora non ne ha abbastanza delle solite storie d’amore; chi vuole tredici puntate di indecisione maschile; chi vuol sentir parlare per il 70% in coro, perché le gemelle non sanno parlare una per volta.