Cybernetics Guardian

…In un vicino futuro, la tecnologia riuscirà a trarre potere dal pensiero?

Cybernetics Guardian


A causa di una fenomenale scoperta, nel 1995 diventò possibile utilizzare il pensiero umano per muovere delle macchine: questo aprì nuove frontiere nelle protesi e in mille altre applicazioni. Siamo oramai nel 2019, e la città di Cyberwood è un agglomerato di metallo e vetro, modello di progresso. Esiste però il problema di una vasta zona, denominata Cancer (con grande umanità), in cui vivono reietti, criminali e tagliagole d’ogni specie: qualsiasi tentativo di ripristinare l’ordine in tale zona è stato soffocato col sangue. Un laboratorio scientifico ha pertanto inventato una nuova suit, che fornisce grande protezione e permette di rendere inoffensive le persone senza ucciderle: al momento del test, tuttavia, molteplici interventi esterni creano un sabotaggio e la persona all’interno della tuta, John, rimane ferita e in seguito si trasforma in un gigantesco mostro. Quali forze sono all’opera? Riuscirà John a tornare in sé?

In questo breve OVA di circa 40 minuti si assiste ad una storia che è già stata raccontata mille volte. Un personaggio diventa suo malgrado cattivo, poi incontra la donna che ama, torna buono e, una volta in sé, fa giustizia. La trama non è null’altro che questo, con qualche spruzzata di politica (che nulla aggiunge) e di occultismo (che nulla aggiunge) a fare da contorno. All’inizio le idee date in merito alla possibilità di convertire l’energia del corpo in energia meccanica sono anche interessanti, ma vengono subito accantonate del tutto: idem dicasi per Cancer, che viene solo visto di sfuggita e mai riesce a prendere parte nella storia.

I personaggi sono ovviamente molto semplici, perché non c’è alcuna speranza di svilupparli nella breve visione. Fanno quel che devono, vanno dove devono, ma non riescono a far molto altro.
La violenza viene invece spesso utilizzata: in fin dei conti, ci ritroviamo con un gigantesco gorillone semi-meccanico stile king-kong del futuro che si arrampica sui palazzi e strappa teste in giro! Purtroppo non tutte le scene son mostrate con la crudezza che ci si poteva aspettare, e ogni tanto si rimane delusi. Altre immagini son ben fatte, con arti che volano un po’ da tutte le parti e fa sempre piacere, ma si sarebbe potuto fare di più: essendo un lavoro corto, la violenza è un modo semplice ed immediato per lasciare un’impressione sullo spettatore.

Il disegno è altalenante: alcune immagini sono decisamente scarsine, altre sono nella norma ed altre ancora sono quantomeno piacevoli. L’audio mi ha sorpreso, con una piacevole colonna sonora a base di j-rock/j-hard rock che si fa apprezzare in vari momenti.

Insomma, non c’è molto altro da dire su Cybernetics Guardian: passa in un lampo, e difficilmente lascia un segno. Non si riesce bene a capire cosa sarebbe dovuto diventare nelle idee dei realizzatori: rimane un lavoretto anonimo, non terribile ma che poco ha da offrire allo spettatore.

Voto: 5,5. C’è di peggio, ma per guardarmi un piccolo OVA di violenza a ‘sto punto mi vedo il mai troppo citato Baoh.

Consigliato a: chi ama gli ambienti distopici lievemente cyberpunk; chi vuol vedere cosa può fare uno scimmione semidemoniaco nel futuro; chi si chiede quanti cavi si possono infilare in un cranio.

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Ga-Rei Zero

Uccideresti, per amore, qualcuno che ami?

Ga-Rei Zero

Ci troviamo nel Giappone dei giorni nostri, e purtroppo demoni e spiriti sono una comune occorrenza nelle notti giapponesi. Essi non hanno altro fine che uccidere la gente; il governo ha reagito a tali pericolose manifestazioni tramite degli esorcisti, che possono vedere tali entità soprannaturali e falcidiarle senza pietà.
Nella notte in cui la serie inizia, tuttavia, ci si trova davanti ad una quantità e potenza di mostri mai vista… cosa la sta creando? Chi sta macellando tutte le squadre anti-demoni presenti? Per quale motivo?

Le prime due puntate di questa serie da dodici puntate sono assolutamente spiazzanti: una violenza fuori dal comune, una tamarraggine ai limiti dell’inverosimile (sgommare con una moto in faccia ai mostri per ferirli con le rune incise sulle gomme è solo una delle piccole perle che ci vengono regalate) e con avvenimenti a raffica, che lasciano via via più increduli gli spettatori. Dopo tale cruenta introduzione, si entra nella parte centrale della storia: un immenso flashback che porta a capire come mai si sia arrivati ad una situazione come quella vista in principio.
Il tono cambia decisamente, e lo stile diventa più rilassato sebbene mantenga una notevole serietà di fondo: la violenza diminuisce (seppur senza sparire del tutto) e si da spazio allo sviluppo dei personaggi e all’evolversi della trama, non complicatissima ma comunque avvincente. Si riesce sempre a tenere viva la curiosità sul come si arrivi fino al punto visto inizialmente: va detto che, a parte qualche sbavatura qui e là, le spiegazioni reggono bene e il procedere personale e di trama è logico.
Negli ultimi episodi, quando ci si ricollega (in maniera eccellente) alle scene iniziali, torna buona parte della cruenza precedentemente visionata, ma alimentata questa volta dai forti sentimenti che i protagonisti hanno avuto il tempo di sviluppare.

In quanto ai personaggi, bisogna dire che gli autori hanno avuto grande crudeltà verso di loro. Tutti quanti scivolano via via in situazioni più orribili e tragiche, e spesso non per colpa propria, o solo in minima parte: per le due protagoniste ho provato una pena indescrivibile, poiché per nessuna delle due sarebbe stata augurabile la via che si sono trovate, loro malgrado, a percorrere.
Lo sviluppo dei personaggi è limitato, per ovvi motivi di tempo: la trama da dire è parecchia, e in 12 puntate non c’è tempo per tutto. I cambiamenti di sentimento sono abbastanza prevedibili ma non per questo mal fatti, e aiutano a creare una connessione empatica con coloro che vediamo a schermo.

I combattimenti sono davvero notevoli: quelli che includono solo Kagura o Yomi sono i “classici” combattimenti di spada, ma il massimo della tamarraggine e dello spettacolo si ottengono con le astruse armi che sono in dotazione alla squadra speciale: 24ore cariche a proiettili-mantra, trivelle estraibili sulle mani, ferri da stiro benedetti, spade potenziate con proiettili per velocizzarne il colpo, la succitata moto a copertoni sacri… chi più ne ha più ne metta. Per quanto le esagerazioni siano tante, comunque, rimangono in ogni caso dei combattimenti divertenti da vedere, e raramente scivolano nel grottesco: io me li sono goduti.

Va inoltre detta una cosa su questa serie e sul motivo per cui essa è stata realizzata. Ga-Rei è un manga che si svolge dopo le vicende che vengono qui narrate, e Ga-Rei Zero è un prequel che è stato successivamente realizzato, con molta probabilità a fini pseudo-pubblicitari: termina infatti dove inizia il manga, e incuriosisce lo spettatore a vedere come va avanti.
Contrariamente a molti casi simili, tuttavia, la produzione non si è limitata a tirare insieme una storia raffazzonata con i personaggi disponibili tanto per far vedere qualche bella sequenza di combattimento, ma ha creato una storia consistente, realistica e coerente. Ci sono molti personaggi che nel manga non sono più presenti, denotando uno studio della storia che va oltre al semplice riciclaggio di quel che già esiste. In questo ambito, credo che sia una delle serie migliori che mi sia mai capitata di vedere: quando avevo letto che si trattava di un prequel semi-promozionale mi attendevo un’infame schifezza, e invece ne son rimasto piacevolmente colpito.

I disegni sono in linea con gli standard del 2008, e le musiche sono energiche e moderne: mi sono piaciute.

Insomma, Ga-Rei Zero è un anime nato sotto i peggiori auspici ma che riesce ad emergere dalla mediocrità grazie a dei combattimenti inusuali e grazie ad un impatto emotivo (tendente al tragico) abbastanza pronunciato: a ben guardare la storia è banalotta e si riescono a prevedere quasi tutti gli avvenimenti prima che essi accadono, ma rimane comunque una visione piacevole. È raro riuscire a far stare così tante cose in dodici puntate senza far sembrare tutto affrettato, ma qui ce l’hanno fatta.

Voto: 8,5. Se volete solo risse ignoranti, guardate le prime e le ultime puntate: se volete anche una storia struggente e tragica, veda anche il resto.

Consigliato a: chi vuole dei combattimenti tamarri; chi sopporta che i protagonisti vengano mentalmente torturati dai loro realizzatori; chi non saprebbe rispondere alla domanda con la quale questa review è iniziata.

Seto no Hanayome OVA

Come seguito di una delle serie più divertenti del 2007 si presenta questa coppia di puntate aggiuntive:

Seto no Hanayome OVA

Si tratta del sequel della prima serie, dove la sirena San decide -per motivi contingenti di forza maggiore- di sposare Nagasumi, nonostante la contrapposizione della sua famiglia dal taglio molto Yakuza.
Nei due OVA, che durano mezz’ora l’uno, troviamo altre quattro storielle relative ai curiosi e buffi personaggi che tanto hanno fatto ridere durante la serie originale. Nessuno sviluppo di storia, pertanto, ma solo un po’ di nuove avventure.

Va detto subito: se Seto no Hanayome è piaciuto, questo OVA farà altrettanto. Soprattutto la prima vicenda è totalmente epica, con un livello di assurdità, nonsense e citazionismo che solo nei migliori episodi si poteva trovare: i primi quindici minuti mi hanno lasciato totalmente senza fiato dal ridere. La seconda e la terza storia sono più tranquille, mentre la quarta riserva una sorpresa: nonstante ci siano sempre le solite battutine qui e là, prende un taglio horror che risulta inaspettatamente ben fatto, e che manda qualche brivido giù per la schiena; ovviamente il tutto si risolve con le risate, ma una decina di minuti di inquietudine alla The Ring li realizza bene.

I personaggi sono i soliti di sempre, e non ci sono nuove entrate di particolare rilevanza: consiglio di vedere questo OVA non troppo distante dalla serie, poiché servirà ricordare il ruolo dei vari personaggi e le dinamiche che si instaurano tra essi.

I disegni rimangono uguali a quelli delle puntate precedenti: viene fatto un po’ meno uso dei personaggi abbozzati, ma a parte questo ci si trova con la stessa qualità.
L’audio è stato ben curato, con opening ed ending diversa per ciascun OVA e le Canzoni delle Sirene ottimamente realizzate: con mia somma vergogna devo ammettere che la Canzone della Furia di Luna mi ricordava, con le sue schitarrate, i Dragonforce…

In definitiva, i due OVA di Seto no Hanayome sono indirizzati a chi ha amato la prima serie, e ne mantengono lo stile: la seconda e -in minor misura- la terza parte sono forse un pochino sottotono, ma basterebbero anche solo i primi quindici minuti per rendere questo anime degno d’essere visto.

Voto: 9. Rispecchia la prima serie anche nel voto, essendo fondamentalmente uguale.

Consigliato a: chi ha amato le iniziali vicende del povero Nagasumi; chi apprezza i personaggi senza senso; chi vuole ballare sulle note dell’antica Canzone della Violenza delle Sirene.

Bamboo Blade

Un anime su uno degli sport più caratteristici del Giappone: il kendo.

Bamboo Blade

La storia segue le vicende di un club femminile di kendo: all’inizio c’è solo una partecipante ma, a seguito di vari avvenimenti, il gruppo diventa ben più numeroso ed abile. Riusciranno le nostre eroine a vincere tornei, battere i loro nemici, e nel contempo a crescere personalmnte?

Va detto subito che il cast principale di Bamboo Blade comprende cinque ragazze, due ragazzi ed un docente, ma la storia dell’anime si incentra su una ragazza (Tamaki), parzialmente su un’altra (Miyako) e da un’occhiata di riguardo verso uno dei ragazzi (Dan). Gli altri personaggi hanno le loro caratteristiche ma risultano quasi unicamente come spalle per questo trio che, fondamentalmente, porta avanti la serie. Tamaki è l’unica ad avere una crescita personale abbastanza consistente, e qualcosina viene imparato anche dagli altri due durante le loro vicende: il resto del gruppo invece -a parte le classiche puntate dedicate- rimane sempre identico ed immutabile.

La storia stessa è decisamente deboluccia: c’è questo club di kendo un po’ raffazzonato che si allena e dopo un po’ va a dei tornei. Punto. Nient’altro. Non ci sono obiettivi particolari, non ci sono incontri epici a cui mirare, non ci sono particolari motivazioni per tutto ciò: la mancanza di un punto d’arrivo a cui si mira è decisamente un punto negativo, e tutta la serie ne risente diventando un po’ lentuccia soprattutto nella sua parte centrale.
Inoltre, ogni volta che sembra accadere qualcosa, sia esso bello o brutto, la situazione tende nel giro di due puntate a tornare allo status quo antecedente, rendendo gli incontri ciclici e meno appassionanti.

Parlando di uno sport, c’è anche da considerare l’aspetto puramente tecnico: viene spiegato qualche rudimento del kendo all’inizio ma non si entra mai nel dettaglio delle numerose regole che regolano tale disciplina. Ciò porta ad assistere alla maggior parte dei combattimenti con fare distaccato poiché non si è messi in condizione di capire l’effettiva difficoltà di un colpo o di una risposta, e tutto ciò che si vede è qualcuno che prende a bastonate sulla testa qualcun’altro. Ci sono un paio di combattimenti sopra la media (quello di Tamaki con Ishibashi-sensei è notevole per intensità e frenesia), ma sono la minoranza.

La grafica è buona, anche se non fa gridare al miracolo: i disegni delle ragazze sono molto ben fatti e le facce utilizzate nei momenti comici riescono nel loro intento, risultando giustamente ilari.
Le musiche sono abbastanza trascurabili, e non lasciano né impressioni positive né impressioni negative.

Non mi si fraintenda: Bamboo Blade non è un brutto anime. Si lascia guardare con tranquillità, l’ambiente spensierato e vagamente comico strappa qualche risata e parecchi sorrisi (anche se alcune dinamiche dopo un po’ diventano ripetitive), offre uno scorcio su uno sport alle nostre latitudini sconosciuto e ci sono momenti in cui effettivamente ci si fa prendere dall’emozione generale e si viene trasportati nelle vicende delle nostre eroine. Va però detto che i difetti di cui sopra si fanno sentire: quando si inizia a contare le puntate che mancano per vedere “quando finisce” vuol dire che qualcosa non va. Ciò non toglie che ci siano molti attimi di intrattenimento all’interno dei ventisei episodi.

Voto: 7. Carino, ma con diverse pecche.

Consigliato a: chi ama il kendo; chi vuole una storia con pochi ragazzi e tante ragazze, che però non sia una harem-story; chi vuole tentare di indovinare in quante immagini compare il gatto che dopo un po’ diventa il simbolo stesso della serie.