Maria+…Holic

…Una scuola missionaria cattolica, una lesbica, un travestito, Dio, la Madonna… mancano solo tutti gli angeli in colonna!

Maria+Holic

Kanako è una ragazza che odia gli uomini in maniera inverosimile: è arrivata al punto da avere reazioni cutanee estreme non appena uno di loro la tocca.
Per tale motivo, si è fatta trasferire nella scuola missionaria cattolica per sole ragazze dei suoi sogni: per trovare la sua anima gemella… tra le studentesse! A causa del suo totale ribrezzo per il genere maschile, è difatti omosessuale.
Incontra subito Mariya, una fanciulla meravigliosa e delicata che la aiuta ad orientarsi nella scuola. Ben presto tuttavia, ognuno scopre i segreti dell’altro: Mariya viene a conoscenza della passione saffica di Kanako, mentre quest’ultima scopre che Mariya in realtà è un uomo travestito!!
Mariya, per evitare di venire espulso, minaccia quindi Kanako per tramite della sua posizione favorita di nipote dell’ex-preside: terrà la povera nuova arrivata sotto controllo 24 ore al giorno, per essere sicuro che il segreto non le sfugga.
Inizia così la tragicomica avvenutra di Kanako, tra infiniti sanguinamenti di naso a causa delle mille bellissime ragazze che la circondano e l’orrore di dividere la stanza con un ragazzo infame e bastardo oltre ogni limite, che pare aver preso come hobby il rovinare la “caccia all’amore” della povera coinquilina.

Come si può sin da subito comprendere, questo anime è quantomeno blasfemo: tutti questi malintesi sessuali all’interno di una scuola cristiana faranno sì che un eventuale religioso che assista a tale spettacolo perda qualche anno di vita.
Il punto focale di tutto è l’estrema, continua e martellante comicità: tramite le tragedie che perseguitano la povera Kanako c’è decisamente parecchio da ridere. Il genere delle battute ricorda quello del più famoso prodotto SHAFT, Sayonara Zetsubou Sensei, mantenendo tuttavia un collegamento vagamente più pronunciato con la realtà (per quanto tale si possa definire l’assurda definizione di cui sopra). Gli sketch sono ben eseguiti e ben supportati dal disegno, risultando davvero spassosi.
L’unico problema è che alla centomillesima volta che il sangue da naso scorre copioso, la cosa inizia a farsi un pochino ripetitiva… la quasi totalità delle battute riguarda infatti la passione della protagonista per il genere femminile, e mille varie situazioni/fantasie/delusioni in tl senso.

Parlando della protagonista, è bene spendere un paio di parole sui protagonisti; i due personaggi principali reggono bene lo schermo, sebbene -come detto sopra- Kanako sia decisamente monotona. Molto più interessante è il personaggio di Mariya, che trova modi sempre nuovi per torturare la sua vittima e ogni tanto svela anche qualche lato decisamente più umano (che però non viene mai particolarmente sviluppato nell’anime – il manga da cui è tratto è ancora in pubblicazione). Anche i personaggi di contorno sono molto ben realizzati: partendo dalla maid Matsurika, sadica quanto e più di Mariya ma ben più posata, fino ad arrivare a tutte le compagne di scuola, esse hanno le loro peculiarità che le rendono utili per reggere gli scherzi che vengono orchestrati dalla coppia di carogne di cui sopra. Non c’è ovviamente un grande approfondimento su nessuno, visto che la serie verte sulla comicità più che sull’introspezione, ma qualcosina dei loro caratteri si capisce e questo non fa che rendere ancor più spassoso il tutto.

Il disegno è davvero meraviglioso. L’utilizzo dell’oramai classico stile SHAFT è usato tantissimo (anche qui riprende lo stile di Sayonara Zetsubou Sensei in più di un’occasione), ma in aggiunta troviamo dei disegni dettagliatissimi e molto gradevoli anche in versioni non-HD, alcune immagini mozzafiato quasi ai livelli di ef ~ a Tale of Memories ed inoltre vengono usati molti stili diversi, per rappresentare i diversi stati d’animo. I disegnatori hanno davvero dato il meglio per supportare la comicità delle battute con l’adeguato apporto grafico, senza il quale il divertimento sarebbe stato dimezzato.
Anche l’audio si difende benone, con opening ed ending davvero gradevoli e una colonna sonora improntata alla musica classica, coerentemente allo stile della scuola e in contrapposizione con il delirio che accade a video.

Insomma, Maria+Holic è il “classico” lavoro della SHAFT: un’idea originale presa da un manga, studiata a tavolino nei minimi dettagli, realizzata con somma cura e consegnata allo spettatore senza gravi pecche di sorta. L’unica cosa che si può davvero criticare in questo caso, come detto, è la ripetivitità: dopo 7-8 delle 12 puntate ero un po’ stufo di vedere sempre lo stesso pattern nella costruzione delle battute e delle situazioni comiche.

Voto: 8,5. Se solo fosse stato un po’ variato e se la comicità avesse coinvolto più personaggi, avrebbe potuto essere ancor più divertente. E il finale… ARRRRRRGH!

Consigliato a: chi ha amato i precedenti lavori SHAFT; chi vuole ridere con un bel po’ di dissacrante commedia; chi vuole conoscere Dio, la bambina senza età e con le orecchie da gatto guardiana del dormitorio n. 2 assieme al suo cane rauco.

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ef – A Tale of Melodies

Resci a sentirla? È la melodia della verità.

ef – A Tale of Melodies

Questo è il sequel di ef – A Tale of Memories. I personaggi presenti sono gli stessi, ma i protagonisti nella prima serie diventano solo comparse qui, e quelli che prima erano solo nel retroscena prendono il ruolo dei protagonisti. Si seguono di nuovo due vicende separate, anche se debolmente correlate. da una parte vediamo Yuu e Yuuko una 15ina d’anni fa: si reincontrano dopo anni di separazione, dato che erano stati insieme in orfanotrofio, e lei pare tornare alla carica con i suoi sentimenti: lui però ha un oscuro passato che gli impedisce di comportarsi come realmente vorrebbe, e col tempo si scopre che anche lei ha i suoi fantasmi da combattere.
La seconda storia, che avviene poco dopo le vicende della prima serie, narra del complicato rapporto tra Kuze e Mizuki: si scopre praticamente subito che lui ha una malattia incurabile che lo porterà alla tomba, e pertanto tenta di distaccarsi da tutti. Mizuki gli dichiara però il suo amore, scatenando reazioni e pensieri che nessuno dei due avrebbe mai pensato.

Lo dico subito: chi cerca la meraviglia narrativa ed emotiva della prima serie rimarrà deluso. Il taglio delle storie è diverso: è molto più tragico, disperato, angoscioso; soprattutto nella storia di Yuu/Yuuko sussistono dei personaggi estremamente negativi che ammorbano l’aria con la loro mera esistenza. La qualità e l’originalità delle storie, inoltre, è decisamente minore: uno dei punti forti della prima serie è sicuramente l’inusualità delle situazioni (perlomeno nella storia Renji/Chihiro). In questo caso ci si trova spesso intrappolati in un discorso di sensi di colpa mix desiderio di protezione mix incomprensione dei propri sentimenti, cosa che si trova praticamente in ogni serie.
Sia ben chiaro: questo non porta le storie ad essere brutte. Sono comunque godibili -perlomeno, per chi ha voglia di deprimersi un po’- e intrattengono, portando comunque alcuni momenti di emozione. A me è tuttavia parso che ogni tanto si perdessero in discorsi sacrosanti, ma tirati un po’ per le lunghe.

I personaggi, come detto, sono gli stessi della prima serie. Passando da comparse a protagonisti, però, il loro carattere va formato in maniera molto più dettagliata. Il lavoro viene fatto in maniera abbastanza accurata, e gli ora protagonisti riescono a reggere la trama: essendo tuttavia essa un pochino banalotta, anche loro non brillano per originalità – e alcuni, una volta o due, sarebbero da prendere a calci. Va inoltre detta una cosa: i personaggi della prima serie erano confrontati con una serie impressionante di sfighe dalla quale tentavano con tutte le loro forze di liberarsi, per combattere la malasorte o i loro dubbi personali, creando dunque un ambiente di speranza e di tenacia. In questa serie, invece, buona parte dei problemi è creata dai personaggi stessi: sorvolando quelli volutamente super-negativi (che spargono bad karma su mezza serie), anche gli altri ci si mettono d’impegno nel complicarsi la vita! Questo è un peccato, perché con tanto impegno costruiscono qualcosa e poi con i loro stessi stupidi errori fanno crollare tutto, rendendo vane mille fatiche.

Il disegno è meraviglioso. La qualità e la fluidità dei movimenti è notevolissima, e i giochi di colore qui prendono una parte preponderante. Anche le musiche sono meravigliose: opening ed ending sono ben fatte, e il tocco di classe è fatto da una BGM composta quasi unicamente da pianoforte e violino, delicati e adattissimi. Davvero un lavoro con i fiocchi.

Insomma, questa seconda serie è un fallimento? Se presa come serie stand-alone, no. Ci sono dei buoni elementi, narra comunque due storie di sentimento e sofferenza in maniera egregia, ha momenti carichi di pathos e si lascia godere.
ef – A Tale of Melodies, purtroppo, deve vivere nell’ombra del suo predecessore, e da questo scontro ne esce con le ossa completamente rotte: la sua involontaria colpa è di aver cercato di replicare una formula che funziona solo una volta, e la seconda volta da solo l’impressione di déjà-vu.

Voto: 8. Chi ama le storie tragiche può anche dargli di più: io non ne sono un grande fan, e le grandi aspettative date dalla prima serie hanno probabilmente condizionato la visione. Mezzo punto, inoltre, è unicamente per la spettacolare realizzazione tecnica.

Consigliato a: chi non ha paura di veder soffrire i personaggi; chi cerca lo stile SHAFT il più possibile; chi vuol scoprire chi diavolo era la ragazza con i lunghi capelli blu e il cappello della prima serie.

Goku Sayonara Zetsubou Sensei

Terza parte di una delle serie più pazze del mondo: riuscirà a tenere il passo?

Goku Sayonara Zetsubou Sensei

Eccoci alla terza parte di una delle serie che personalmente amo di più: in questo caso, si tratta di tre OVA, ognuno di circa 25 minuti.
Lo stile rimane lo stesso, i personaggi anche, la follìa è immutata: si riesce a mantenere l’equilibrio tra idiozia e comicità?

La risposta, purtroppo, non è del tutto positiva. La comicità nonsense c’è ancora, ma è parecchio annacquata; i personaggi caratteristici sono ancora presenti, ma le loro peculiarità non sono minimamente sfruttate – diventano semplicemente degli interlocutori nei monologhi del protagonista.
Viene mantenuto il taglio della seconda serie nelle tematiche, affrontando questioni della vita di tutti i giorni sotto un punto di vista diverso: anche in tale ambito, tuttavia, la riuscita è decisamente meno brillante rispetto alle antecedenti meraviglie.

Tutta questa delusione è motivata dall’eccellenza a cui mi ero abituato: questo non vuol dire che sia un cattivo prodotto in termini assoluti. Soprattutto nella prima parte, i vari riferimenti ad altri anime o a personaggi reali è azzeccata e divertente, senza contare tutto il delirio del “tanto non verrà pubblicato, quindi facciamo quel che ci pare” con millemila disclaimer dappertutto… insomma, le idee ci sono ancora, ma sono rarefatte e non riescono a reggere il ritmo continuo.

I disegni sono rimasti praticamente immutati, con lo stile SHAFT presente anche se non in maniera estrema come nella prima e nella seconda serie. Le musiche sono prese dalle due serie precedenti: l’opening è quella della prima serie, ma è stata creata un’animazione ancor più disturbante (per quanto pensavo fosse impossibile).

In definitiva, Goku Sayonara Zetsubou Sensei è un calo rispetto alla qualità della serie iniziale e del suo sequel: gli appassionati (come me) la guarderanno con piacere, ma si nota che l’ispirazione è minore. Speriamo che, nel caso di una quarta serie, si ritorni ai livelli antecedenti.

Voto: 7,5. Dannazione, che peccato.

Consigliato a: chi del Maestro Disperazione non ne ha mai abbastanza; chi sopporta il cambio di stile d’animazione ogni due minuti; chi vuole vedere come era disegnato SZS sulle sue prime uscite.

REC

Ecco un esempio di meta-anime:

REC

Fumihiko è un anonimo impiegato 26enne, che lavora senza soddisfazioni in un’agenzia pubblicitaria. Un giorno invita una collega al cinema, ma viene bidonato: al momento di buttare i biglietti Aka, una strana ragazza, lo convince a guardare il film con lei. per sdebitarsi, Aka invita Fumihiko a bere qualcosa al fine di consolarsi: scoprono così di abitare vicino.
Durante la notte un incendio scoppia nel quartiere, e la casa di Aka viene distrutta nel fuoco: vedendola infreddolita e spaesata, Fumihiko le offre ospitalità. Inizia così una convivenza curiosa, ed una relazione non molto chiara ma parecchio destabilizzante per Fumihiko…

In questo breve anime (sono solo 10 puntate da 11 minuti) si assiste a tutta la crescita della relazione di cui sopra, dalla nascita rocambolesca alla finale affermazione: in vari momenti, tuttavia, i personaggi sarebbero stati da prendere a calci.
Va detto difatti che non è un anime pensato per bambini: per quanto non ci siano scene di sesso, violenza o volgarità, le tematiche toccate sono un po’ più adulte (v. sotto), e anche i personaggi hanno 20 e 26 anni, contrariamente all’età tipica di 15-16 anni delle altre serie.
Questo porta anche ad aspettarsi delle reazioni meno infantili dai personaggi: si capisce quasi subito che Fumihiko è un disilluso timido che con le donne non ci sa fare, ma certi comportamenti non si tengono nemmeno all’asilo… e lo stesso ogni tanto per Aka, che nega i propri sentimenti come l’ultima 13enne. Questo non rende la serie inguardabile, ma ogni tanto si fa sentire in maniera importante e rende i personaggi -per il resto ben fatti- un po’meno simpatici. Viene in ogni caso quasi sempre mantenuto un tono relativamente scanzonato, di modo da non rendere la visione opprimente o noiosa.

Come detto, REC è abbastanza inusuale anche per via delle tematiche toccate: anziché avere esami di scuola e primi amori sbocciati tra i banchi di scuola, in questo caso ci si deve confrontare con il mondo del lavoro e la concorrenza di altri uomini; l’incertezza del domani e la mancanza di soddisfazione nella propria vita è un punto importante; la sensazione del “sto lasciando andare un’occasione importante, e non so quante altre ne avrò” è percettibile in più momenti. Forse sono io che ho voluto leggere troppo dove in realtà c’è solo una storia sentimentale relativamente semplice, però mi è parso che gli autori abbiano tentato di dare alla stessa un aspetto un po’ più correlato al mondo degli adulti, e meno a quello classico dei ragazzini.

La grafica è di decente qualità e i personaggi sono disegnati bene, anche se non c’è nulla di spettacolare in tal senso; inoltre, nonostante sia prodotto dalla SHAFT, in questo anim ancora non c’è traccia dell’oramai caratteristico stile di disegno di tale casa produttrice.
Dal punto di vista dell’audio, le voci sono impressionanti. Questo è legato in buona parte al fatto che il lavoro di Aka sia quello di aspirante Seyuu (doppiatrice di anime/pubblicità/film stranieri): questo porta in primo luogo Kanako Sakai (la doppiatrice di Aka) a dover interpretare vari ruoli in un colpo solo, dovendo fare sia la voce dell’anime in sé che quella che il personaggio sta interpretando: tutt’altro che facile, e il risultato è di alta qualità.
In secondo luogo, il fatto che si parli dell’industria del doppiaggio porta indirettamente a vedere un po’ di “dietro le quinte”: si ha qualche scorcio su uno studio di registrazione, sul come viene fatto un casting, sul come paia strano un anime prima che tutte le voci e le musiche vengano inserite; si nota anche che in una puntata vengono registrate le voci mentre vien proiettato solo lo schizzo dell’anime che si sta doppiando, cosa che viene effettivamente fatta quando si è in ristrettezze di tempo.

Insomma, REC è una breve storia romantica che può scaldare il cuore a chi non si arrabbia se i personaggi ogni tanto sarebbero da picchiare: suggerirei tuttavia alle persone che hanno problemi con la soddisfazione della propria vita di tenersi lontani da questo anime, poiché potrebbero trovarlo un pochino deprimente, facendoli riflettere su cose che sarebbe meglio trascurare.

Voto: 7,5. Carino. Ha i suoi difetti, ma devo ammettere che la breve visione è stata piacevole.

Consigliato a: chi ha un paio d’ore da dedicare ai sentimenti; chi vuole scoprire di più del mondo del doppiaggio; chi vuol far caso al fatto che ogni puntata ha come titolo un film di Audrey Hepburn, eroina di Aka.

Hidamari Sketch X365

Torniamo a parlare delle quattro coinquiline del complesso Hidamari:

Hidamari Sketch X365

Questa serie è il seguito di Hidamari Sketch e ne segue da vicinissimo lo stile, tanto che più di un sequel sembra semplicemente una continuazione della serie originale. Rimaniamo pertanto al piccolo complesso di appartamenti vicino alla scuola d’arte con Yuno, Miyako, Sae e Hiro, seguendo le loro vicende quotidiane.

Anche in questo caso l’ordine delle puntate non è cronologico, e si salta parecchio dall’inizio alla fine dell’anno in cui sia la prima che la seconda serie hanno luogo: molte puntate infatti avvengono anche prima di altri avvenimenti visti nella prima parte. L’unico motivo per il quale questa è la seconda è perché alcuni personaggi, come la sorella di Sae, non vengono ri-presentati.

Il passo rimane tranquillo e pacifico, ma in questo caso sono riuscito a percepire un po’ meglio l’ambiente casalingo che la produzione immagino abbia tentato di creare, rendendo ogni puntata un piacevole momento di relax, allegria e buoni sentimenti.

L’impianto grafico è similare alla prima serie come stile, ma migliorato come qualità: la SHAFT non si smentisce nel suo particolare sistema di animazione, ma in questo caso è un po’ meno estremo di altri lavori come Sayonara Zetsubou Sensei, probabilmente anche in virtù del tono rilassato dell’anime. A tal scopo vengono inoltre utilizzati colori pastellati e quieti.
I disegni in sé hanno subito un notevole miglioramento dalla prima serie, arrivando quasi -in alcune occasioni- a pareggiare con l’impressionante grafica di ef – a tale of memories.
Il sonoro è molto azzeccato, e l’ending è molto adeguata. L’opening è quantomeno curiosa: è molto bella e si lascia sentire con piacere, ma la cosa particolare è che sprizza energia e vitalità esplosiva da tutti i pori, in netto contrasto con tutto il resto della serie.

Insomma, Hidamari Sketch X365 è il perfetto sequel per chi ha visto la prima serie: è nella maniera più totale “more of the same“, con qui e là qualche piccolo miglioramento.

Voto: 8. Un tranquillo slice of life con tutte le cose al posto giusto.

Consigliato a: chi ha apprezzato la prima serie; chi cerca qualcosa di tranquillo e pacifico per rilassarsi un po’; chi vuol vedere il direttore più tremolante del mondo.

Ef – A Tale of Memories

Ci sono dei ricordi che non vorresti mai dimenticare?

Ef – A Tale of Memories

Questo anime si sviluppa su due trame diverse e pressoché totalmente separate (sebbene due ragazze che stanno nelle due trame siano gemelle, questo non influisce mai sulla storia in sé).
Nella prima trama seguiamo le vicende di Renji e Chihiro: Renji è un ragazzo tranquillo, che ama leggere libri nella calma di una stazione abbandonata: un giorno incontra lì Chihiro, una ragazza molto tranquilla con una benda su un occhio, e dal comportamento gentile ma strano: si viene presto a scoprire che a causa di un incidente ha un difetto di memoria, e dimentica qualsiasi cosa passata da più di tredici ore. Per evitare di rimanere con la sua mente ferma per sempre a 12 anni (l’età dell’incidente) porta sempre con sé un diario in cui segnare eventi importanti, per ricordarli nonostante il suo problema.
Il rapporto tra i due si sviluppa con non pochi problemi in virtù dei succitati problemi, ma l’affetto è chiaro: riusciranno a superare le mille difficoltà?

Il secondo arco narrativo parla invece di Hiro e Kei: Hiro è un ragazzo e Kei è una ragazza, crescuti assieme come fratelli e legati da un fortissimo affetto… e forse, da una parte, da qualcosina in più. Le cose si complicano quando nella vita di Hiro compare Miyako, una ragazza estremamente eccentrica che non si fa problemi ad auto-invitarsi e ad essere estroversa: cosa lega davvero questi personaggi tra loro? Come si evolveranno i loro sentimenti? Ognuno è davvero ciò che dichiara di essere?

Inizierei a parlare di quest’ultima storia, che secondo me ha i suoi alti e bassi. La qualità della stessa è alta, soprattutto nella seconda parte (quando le psicosi e i disturbi dei personaggi diventano lampanti e disturbanti). La trama è però un po’ cliché – anche se per fortuna viene sviluppata in maniera egregia, ed ha un finale che non ci si aspetterebbe (anche se non mi ha visto concorde, almeno è un punto diverso dai soliti standard).
La storia di Chihiro e Renji invece è davvero spettacolare. La particolarità dei problemi presentati porta a situazioni e problematiche impensate, rendendola molto imprevedibile ed estremamente ricca. Lo sviluppo della trama qui è fatto in maniera magistrale e anche in questo caso nella seconda parte, quando le cose si fanno ardue per tutti, i personaggi brillano ancor di più. Qui la conclusione è fuori scala, da applausi assoluti: non ho parole per descrivere quanto questo arco narrativo mi sia piaciuto.

Una storia del genere deve essere chiaramente retta da dei personaggi all’altezza. In questo caso la SHAFT ha tenuto fede alle aspettative, creando un cast di primissimo ordine: tutti i personaggi sono azzeccatissimi, le loro caratteristiche e problematiche danno vita alle loro azioni e alle loro preoccupazioni, rendendoli ancor più interessanti. Ci si affeziona a loro (soprattutto, come detto, a Chihiro e Renji) e ci si preoccupa per la loro felicità, come è giusto che sia in un anime che punta all’empatia emozionale.
Lo sviluppo psicologico degli stessi, inoltre, è bellissimo: non sono tanto i personaggi a cambiare (a parte nei finali), ma più che altro è lo spettatore a capire man mano cosa anima certe caratteristiche e certe decisioni: il modo di rivelarlo è brillante e impressionante. Ricordo ancora con i brividi il momento in cui si capisce la solitudine di Miyako… wow.
Solitudine, tristezza, angoscia, risentimento e rimpianto sono difatti sentimenti molto presenti in questo anime, che decisamente racconta delle storie d’amore per nulla facili e in molti momenti dolorose per i partecipanti.

La parte artistica è semplicemente perfetta. I disegni sono meravigliosi: i paesaggi non arrivano ad eguagliare le visuali spettacolari di Makoto Shinkai, ma in compenso i personaggi sono fatti in maniera totalmente superlativa. Curatissimi e bellissimi, sono un piacere da guardare. Il particolare stile di animazione SHAFT è presente anche qui, sebbene in maniera meno invadente rispetto agli altri -più ridanciani- prodotti: gli effetti di colore e le riprese inusuali sono usati saggiamente per creare il massimo splendore possibile.
Anche la parte musicale è estremamente curata: per una serie di dodici puntate ci sono due opening (di cui una cantata dall’italiana Elisa) e ben cinque ending, tutte di altissima qualità. Anche durante le puntate il supporto musicale è senza pecca alcuna.

Insomma, credo sia facile capire quanto mi abbia affascinato Ef – A Tale of Memories. Ciononostante, avviso coloro che bramassero per vederlo: non è un anime per tutti. Si parla di storie d’amore molto tristi e complesse (sebbene non si cada nella depressione senza speranza caratteristica di lavori come Kimi Ga o Saishuuheiki Kanojo), e quindi bisogna che si apprezzi un simile tipo di vicenda. Se però tale genere è una delle nicchie che a voi interessano… non perdetelo.

Voto: 9. Seguendo il mio animo darei di più, ma mi rendo conto che alcune pecche qui e là sono comunque presenti (soprattutto nell’arco narrativo di Hiro e Kei).

Consigliato a: chi ama le storie d’amore sofferto; chi vuole vedere quanto la SHAFT sa rendere quando si mette a fare sul serio; chi si è sempre chiesto, in fin dei conti, cosa saremmo noi senza i nostri ricordi.

Tsukuyomi Moon Phase

Bambine vampire in un lavoro della SHAFT forse un po’ sottotono:

Tsukuyomi Moon Phase

Kouhei è un fotografo con una particolarità: in tutte le foto che ha riesce a catturare spiriti dell’aldilà, ma lui non riesce a vederli né ad esserne influenzato. In virtù di questa sua curiosa caratteristica lavora come fotografo per riviste sull’occulto, andando a fare servizi nei vari “luoghi del mistero” in giro per il mondo.
In un castello abbandonato della Germania, fa però un incontro curioso: una ragazzina gli sorride dalle guglie di un torrione, in maniera misteriosa. In una seconda visita del maniero, scopre che la ragazzina dice di chiamarsi Hazuki, e la prima cosa che vuole è un bacio… peccato che si riveli essere un vampiro, che vuol soltanto usare Kouhei come servo per fuggire dalla sua prigione!
Curiosamente egli non rimane però soggiogato dal vampiresco potere, e i due fuggono verso il Giappone. Ma come mai Kouhei non subisce i poteri degli spiriti e dei vampiri? Chi è a caccia di Hazuki? Come mai lei ha due personalità contrapposte? Cosa c’è dietro a tutto ciò?

In questo caso, la SHAFT sacrifica parte del suo usuale nonsense per tentare di inserire una storia di sviluppo sentimentale e una trama all’interno della serie: purtroppo i risultati non sono brillanti come si potrebbe sperare.
Le puntate si altalenano difatti tra i vari aspetti della storia, che però mal si amalgamano tra loro: quando si parla della relazione tra i due protagonisti il resto viene a cadere, e lo stesso discorso avviene quando si parla della trama in sé, e idem quando l’argomento è la ricerca delle madri di Kouhei e Hazuki. I vari elementi purtroppo non arrivano mai a combinarsi per bene, e sembra quasi di assistere a tre storie separate.
La trama in sé è estremamente semplice: Hazuki scappa dalla sua prigione, e i suoi nemici ce la vogliono riportare. Ci sono alcune lievi compicazioni, ma fondamentalmente è tutto qui: i protagonisti agiscono sempre sulla difensiva senza mai prendere l’iniziativa. Inoltre, anche il finale non da un vero punto alla situazione, lasciando irrisolte parecchie cose: ciò è ovviamente dovuto al fatto che il manga dal quale l’anime è tratto non è ancora terminato, però rimane comunque abbastanza fastidioso.

I protagonisti sono abbastanza schematici, anche perché probabilmente questo anime è mirato a utenti più giovani: i ragionamenti sono semplici e lineari, e quando si parla della relazione in ballo si cade nei più banali cliché del “ti-amo-ma-non-lo-voglio-ammettere” e “ho-frainteso-e-non-parliamo-per-chiarirci”. Abbastanza deludende, invero.

Bisogna tuttavia dire che non è tutto da buttare: i disegni sono abbastanza curiosi ed intriganti nella maggior parte dei casi (v. sotto), e in ogni ambito ci sono un paio di cose carine. Dal lato comico certe uscite mi hanno fatto ridere (lo stupido utilizzo delle padelle in testa ad un certo punto cade nel pazzesco: adorabile), e anche la trama qui e là riserva qualche piccolo choc non indifferente.

La grafica è abbastanza buona, con i caratteristici mix foto-disegno e le riprese con colori curiosi che caratterizzano la casa produttrice: purtroppo durante un paio di combattimenti cruciali i disegnatori si sono risparmiati la fatica di fare i disegni effettuando riprese inutili e fastidiose, ma a parte tale paio di eventi il resto è buono.
La musica è accettabile, anche se opening ed ending non siano un granché.

Insomma, Tsukuyomi Moon Phase è un anime per chi ha 13 anni o per chi ha un debole per le gothloli (che a me non affascinano più di tanto): ha qualche punto valevole, ma anche i difetti non riescono a passare inosservati, facendo risultare l’opera abbastanza mediocre.

Voto: 6,5. Può piacere, ma probabimente a pochi.

Consigliato a: chi ama le lolitas; chi non si offende per una pseudo-storia di amore tra una apparente 13enne e un apparente 20enne; chi vuol vedere qualsiasi cosa con le orecchie da gatto, ivi comprese montagne e torii.

Zoku Sayonara Zetsubou Sensei

Quando il delirio non è abbastanza.

Zoku Sayonara Zetsubou Sensei

Si ritorna nell’assurda classe del Professor Disperazione, che abbiamo conosciuto nella prima serie, Sayonara Zetsubou Sensei. I personaggi presentatici nella prima serie sono tuttora presenti, con tutte le loro psicosi, le loro manie e le loro abitudini. Ora che sappiamo con chi abbiamo a che fare (a parte un paio di nuove introduzioni, marginali), bisogna vedere in che direzione la serie s’indirizza…

In un primo momento, temevo che ZSZS prendese la via delle ultime puntate della prima serie, con un umorismo nonsense un po’ fiacco e poco incline alla risata, quanto alla confusione: sono rimasto contentissimo quando, entro puntata 3/4, ho capito che la magnitudo dell’assurdità qui era in una scala completamente diversa.
Avendo difatti tutta la serie per utilizzare i personaggi precedentemente introdotti, alla SHAFT hanno deciso di andare all-out sul nonsense e sulla follìa. Ci si ritrova quindi puntate in cui la metà è parlata in versi gutturali con sottotitoli; ad un certo punto, certi personaggi si mettono a parlare inspiegabilmente in tedesco; in una puntata, per cinque minuti l’animazione è fatta con personaggi di plastilina… e questo solo per il lato puramente tecnico della pazzia!
I personaggi tengono fede a sé stessi: alcuni perdono importanza rispetto alla serie iniziale, mentre altri ne acquistano di più. In ogni caso, dai più utilizzati ai più trascurati ognuno di essi trova il momento per contribuire a frullare la mente dello spettatore, che non può che rimanere abbacinato di fronte ad un simile dispiegamento di cose a caso.

Va tuttavia detto che non c’è solo nonsense galoppante (al cui confronto Excel Saga sembra una puntata di Quark): disseminate nella serie – e spesso utilizzate come argomento trainante per mostrare assurdità assortite – ci sono discussioni che non sono di chissà quale profondità, ma prendono in giro molti aspetti della vita quotidiana che sicuramente chiunque si sarà trovato a fronteggiare. I favori fatti aspettandosi un ringraziamento, i consigli non richiesti, le immotivate supposizioni della gente,… tutte cose che capitano sovente, e che in questo caso sono viste in chiave assurda ma non per questo meno azzeccata. Non ci si può aspettare grandi rivelazioni, ma sicuramente più di una volta ci si ritroverà a pensare “è vero, funziona proprio così”.

La parte grafica è nella totale abitudine SHAFT: disegni con mille diversi stili, spesso molto stilizzati, con immagini reali mischiate talvolta a disegni e quant’altro. Citazionismo in quantità industriale (nella prima parte soprattutto nelle scritte, e nella seconda parte anche nei fatti). Una sigla con immagini disturbanti di tavole del corpo umano. C’è tutto, come da tradizione.
Inoltre, la prima sigla finale mostra un tratto assolutamente diverso dall’abituale disegno di questa casa produttrice: sarei curioso di vedere un progetto fatto interamente in tale modo.

Il lato audio non è da meno: a parte la sigla iniziale che ricorda molto quella della prima serie, le musiche durante le puntate sono molto azzeccate. Sono addirittura arrivati a creare due sigle d’apertura speciali per due puntate particolari (una unicamente per introdurre uno stupido sketch delle protagoniste rappresentate come magical girls, l’altro per la puntata simil-poliziesca), il che fa capire il livello d’attenzione per ogni dettaglio di questa serie.

In definitiva, Zoku Sayonara Zetsubou Sensei è un anime per chi ha apprezzato la prima serie, che ama il nonsense più totale e la pazzìa senza confini di alcun genere. Io rimango in fervente attesa della terza serie!

Voto: 9. È diverso dal suo predecessore, ma ugualmente spettacolare. Si tengano però lontani tutti coloro che cercano un senso in ciò che vedano, poiché non gradiranno.

Consigliato a: chi vuol bruciarsi qualche neurone; chi ama navigare tra psicosi e malattie mentali; chi vuol canticchiare per giorni rumba rumba rumba rumba rumbaaaa.

Hidamari Sketch

Di nuovo la Shaft, e stavolta con uno slice of life puro:

Hidamari Sketch

Questa serie si svolge attorno alle vite di quattro ragazze che abitano nel complesso Hidamari, una classica casa da studenti, e che vanno ad una scuola d’arte. Come detto sopra, è uno degli slice of life più estremi che mi sia mai capitato di vedere: nessun approfondimento di nessun genere, nessun background dei personaggi (anche se ogni tanto qualcosa si intravede), nessuno sviluppo di storia tra le puntate, che riguardano singoli giorni staccati tra loro anche di diversi mesi, e nemmeno in ordine. Le uniche cose che si vedono sono chiacchiere ed avventure di ogni giorno, senza alcun particolare avvenimento.

I caratteri dei personaggi risultano chiari sin da subito, con i classici comportamenti: la timida e impacciata, la casinista, la moe e il maschiaccio; vista la classicità dello show, tuttavia, la cosa risulta logica.

Purtroppo il fatto che sia stata creata una serie che potrebbe essere definita l’emblema degli anime senza trama si fa sentire: dodici puntate senza alcun avvenimento degno di nota risultano un po’ tanti. Anche altri show come Lucky Star, Minami-ke e Azumanga Daioh sono molto simili, ma un filo logico un po’ più concreto lega le varie puntate e si arriva alla fine che si conoscono i personaggi in maniera abbastanza approfondita: in Hidamari sketch questo viene a mancare, facendo perdere un po’ il pathos della serie.

Per fortuna, il settore grafico è invece la summa di tutte le abitudini della Shaft: grafica vettoriale mischiata a disegni a mano, pastrocchi da bambini aggiunti a fotografie reali, oggetti casuali, montaggi assurdi e quant’altro rendono la visione davvero spettacolare. Siate però avvertiti: se la grafica di Pani Poni Dash e Sayonara Zetsubou Sensei non vi sono piaciute, anche questa non vi ispirerà. È infatti l’evoluzione delle serie sopraccitate, che porta sempre più verso una grafica che non è più solo il modo di far vedere cosa sta succedendo, ma risulta un mezzo di comunicazione aggiuntivo oltre alla trama e ai dialoghi.
L’audio è invece un po’ meno impressionante: le sigle siano canzoncine leggere ben si adattano al tipo di anime, e le musichette nelle puntate sembrano prese dai lavori precedenti: senza infamia e senza lode.

In definitiva, Hidamari Sketch è uno slice of life di buona fattura, che però fatica ad attirare l’attenzione in virtù della sua assoluta mancanza di contenuti.

Voto: 7.5. Un lavoro un po’ sotto tono, per una delle mie case produttrici preferite.

Consigliato a: chi ha amato i precedenti lavori Shaft; chi vuol vedere quanto un anime può non parlare di nulla; chi vuol vedere il sogno più assurdo che sia mai stato realizzato in un cartone animato.

Sayonara Zetsubou Sensei

La disperazione fatta docente, in una cascata di delirio:

Sayonara Zetsubou Sensei

Itoshiki Nozomu è un docente che da sempre vive nella disperazione e nel dolore: un giorno decide di farla finita e di impiccarsi. Il suo tentativo di suicidio viene però fermato da Fuuka Kafuka, una ragazza assolutamente solare che vede unicamente il lato felice della vita e che nemmeno riesce ad immaginarsi la tristezza o il dolore.
Il giorno stesso, Itoshiki scopre che Fuuka è anche sua allieva, e le loro personalità entrano un tantinello in contrasto: non è tuttavia certo lei l’allieva più stramba!

Detta così pare una cosa banale, trita e ritrita: due caratteri totalmente opposti si scontrano, causando incomprensioni di vario genere.
Nulla di più lontano dalla realtà.
Questa serie è composta di totale ed assoluto delirio psicotico, dove ogni allieva ha una diversa tara mentale (hikikomori, sdoppiamento della personalità, dipendenza dal cellulare, mania dell’ordine, stalker,…), e tali disturbi sono rappresentati nella maniera più ilare possibile: non c’è alcun tentativo di moralizzazione o di condanna in SZS, ma unicamente una camionata di situazioni totalmente surreali che diventano ancor più geniali in considerazione dell’apparente normalità in cui esse si svolgono.
Ci sono poche battute vere e proprie, ma la comicità di questa serie verte su molti altri piccoli aspetti: la comicità è sussurrata e delicata, e ciononostante fa schiantare dal ridere: in questo si riconosce pesantemente la mano della SHAFT, casa produttrice che sto imparando ad adorare.

Si nota che è un lavoro che è stato molto curato da tante cose: in primis i disegni, che sono molto particolari (ispirati al disegno tradizionale giapponese) e molto variati, con tante tecniche di disegno diverse adottate per le differenti situazioni, e sempre al posto giusto al momento giusto.
Inoltre, il citazionismo in questo caso raggiunge livelli estremi ma non fastidiosi o necessari di particolari conoscenze per essere apprezzati: basta dare un’occhiata alla lavagna che ad ogni inquadratura cambia scritte per vedere frasi provenienti dai più disparati ambienti: citazioni di re francesi, frasi famose di cartoni animati, liste della spesa dei produttori,… qualsiasi cosa.
Ogni minimo momento va apprezzato ed osservato, perché si arriva al punto di fare pausa per poter osservare i messaggi subliminali contenuti in un singolo frame, oppure si vuole leggere le becerissime barzellette che compaiono qua e là nelle sigle.
Il tocco di genio arriva con i nomi dei personaggi: tutti i nomi, dal primo all’ultimo, sono dei giochi di parole che vengono spiegati a fine puntata (e i subbatori hanno avuto il buon cuore di inserire delle osservazioni per permettere a tutti di capire dove sta l’ironia): assolutamente epico.

Il sonoro è anche degno di nota: le sigle iniziali e finali sono gradevoli (quella iniziale rockeggiante, quella finale che punta più verso al jazz), e anche durante le puntate il supporto audio risulta adatto.

L’unico punto negativo, se tale si può definire, è che nelle ultime puntate perde un po’ di mordente rallentando i ritmi e perdendo un po’ la presa sull’assoluta comicità delle situazioni: non arriva a diventare noioso, ma perde un po’ di smalto rispetto alle prime 8-9 puntate, totalmente deliranti.

Voto: 9. Può sembrare alto, ma è davvero una produzione dietro alla quale si cela un grande lavoro: va premiata.

Consigliato a: chi ama ridere di battute intelligenti; chi vuole varsi un viaggio nelle psicosi giovanili; chi vuole andare in giro urlando zetsuboushita! ogni volta che gli capita qualcosa.