Ani*Kuri 15

…15 minuti per 15 cortometraggi di 15 maestri d’animazione differenti.

Ani*Kuri 15


La NHK ha chiesto a 15 tra i più famosi produttori di anime dei nostri giorni di realizzare ognuno un cortometraggio della durata di un singolo minuto: nessun’altra indicazione è stata data. Con che idee verranno fuori i maestri del nostro tempo?

Con questa semplice introduzione, si assiste alla proiezione di cinque micrometraggi, di 60 secondi ciascuno. Sono ovviamente di tanti tipi diversi: alcuni comici, altri tristi, altri ancora semplici esercizi di stile: devo dire di averne graditi particolarmente 5, ed averne trovati altri 7 non spettacolari ma godibili: solo in tre casi sono rimasto piuttosto deluso dal risultato. Per un lavoro del genere, ritengo sia una buona media: spesso produzioni sperimentali come queste producono visioni di qualità abbastanza scadente.

Devo dire che, comunque, sono rimasto un po’ perplesso dalla scelta degli studi coinvolti nel progetto. Sicuramente sarà stato per problemi di contratto o per mancati accordi, ma alcune delle più grandi case produttrici sono rimaste fuori. Niente Studio Ghibli, niente SHAFT, niente J.C. Staff, niente Sunrise; vero, ci sono altre grandi case (come la mia amata Gainax, che ha anche fatto quello che secondo me è il miglior corto di tutti), ma sarei stato felice di vedere i lavori di altri artisti.

La grafica, ovviamente, è altalenante. Alcuni lavori hanno un tratto molto bello, in maniere molto diverse le une dalle altre: un paio degli episodi sono invece raffazzonati, alcuni volutamente (e quindi l’effetto è interessante), altri meno (e quindi l’effetto è ‘na patacca).
L’audio è generalmente ben curato, toccando l’eccellenza in un paio di pezzi.

Insomma, si può dire che Ani*Kuri 15 è un esperimento ben riuscito: non ritengo sia un capolavoro di alcun genere, ma in fin dei conti non è facile convogliare delle emozioni in soli 60 secondi: in molti casi, qui ci si è riusciti.

Voto: 8,5. Quindici minuti ben spesi, a mio parere.

Consigliato a: chi apprezza i cortometraggi; chi vuol vedere lavori originali ed insoliti; chi vuol finalmente vedere il debutto negli anime di DOMO-KUN!!!!

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Real Drive

Un anime sulle immersioni nel mare e nel cyberspazio: sarà un buco nell’acqua?

Real Drive

Nel 2012, Haru è un sommozzatore che esplora gli abissi dell’oceano, per trovare “il bioritmo della terra”: a seguito di un incidente, accaduto da parte ad un impianto per la creazione di un’isola artificiale dove lui si stava immergendo, egli cade tuttavia in coma per cinquant’anni.
Al suo risveglio si ritrova sull’isola in questione, nel frattempo ricostruita, ma con un corpo vecchio e incapace di camminare: il suo sogno di immersioni sembra infranto, e la sua speranza di trovare risposte è oramai ridotta ad un lumicino.
Nel frattempo, tuttavia, è stata ben sviluppata la tecnologia del Meta Real Network, comodamente abbreviato con Metallo, nel quale ci si può immergere come si farebbe nel mare e che contiene quantità pressoché infinite di dati, coscienze e possibilità. La tecnologia e la vita delle persone ne è oramai piena, ancor più di quanto sia presente internet ai giorni nostri: in questo nuovo oceano, Haru potrà trovare le sue risposte? Come è cambiata la civiltà del 2060 a seguito di tale permanente connessione ad un livello così intimo?

Iniziamo dalle cose buone. Sin dall’inizio ho notato delle somiglianze con tematiche e aspetti incontrati in Ghost in the Shell: dando un’occhiata agli autori, il nome di un certo qual Masamune Shirow compare come creatore della serie. In alcuni discorsi si riconosce infatti la sua mano: vengono toccati aspetti della società già trattati nel suo più grande capolavoro, ma ciò viene fatto con un approccio meno tecnologico e più umanistico. Argomenti come la dipendenza da una rete che può donare ogni sensazione, oppure delle future sfide dovute alla sovrapopolazione o a siccità/inondazioni dovute al riscaldamento globale: si rimane sempre su dei binari abbastanza semplici, ma vengono fatte delle riflessioni pertinenti.
I personaggi, inoltre, risultano genericamente simpatici: dato che non c’è un particolare cattivo non esiste nessuno da odiare: i personaggi e il modo in cui essi interagiscono tra loro è piacevole e rasserenante.

Se fin qui potrebbe parere una serie interessante, tuttavia, preparatevi a ricredervi: le cose che non vanno sono più numerose e, soprattutto, più gravi.
Partiamo dal principale problema: la totale mancanza di una trama. Per venti puntate si assiste a puntate stand-alone che affrontano vari argomenti della futura vita che i protagonisti si trovano ad affrontare: peccato che sebbene alcune puntate portino argomenti interessanti (v. sopra), la maggior parte è semplicemente noiosa e senza alcun mordente. Questo lento trascinarsi rende una vera pena guardare le puntate, che non invogliano in alcun modo a chiedersi “cosa succederà poi”: manca qualsiasi azione, manca qualsiasi motivazione, i personaggi agiscono “alla giornata” senza alcuna possibilità di sviluppo personale.
A puntata venti (su ventisei…) si inserisce una trama che, sebbene tardiva, porta qualche speranza nello spettatore: peccato che la trama stessa non abbia alcun senso e non si colleghi a quanto visto in precedenza. L’idea stessa della problematica è stupida: dopo aver fatto una ricerca per cinquant’anni (!!!), si rendono conto ad un giorno dalla sua attivazione che essa potrebbe essere pericolosa per il mondo intero? E nessuno ci ha mai pensato? E nessuno Stato ha mai detto nulla in merito ad un cambio del clima controllato da un’isola indipendente? Da Shirow uno scivolone simile non me lo sarei mai aspettato, proprio perché in genere le implicazioni geopolitiche sono un suo punto forte: qui si ignora tutto, e si va avanti su una strada assolutamente dissestata. In seguito succedono avvenimenti ancor più sconfortanti, che però eviterò di citare per motivi di spoiler. Si sappia solo che la fine segue la stessa linea di assurdità del resto…
Su questo aspetto va infine detto che non si può dare la colpa ad una cattiva trasposizione da manga a anime, perché Real Drive è nato prima come anime e poi ne è stato fatto il manga: nessuna scusante può essere addotta.

In quanto a personaggi, ho detto prima che sono simpatici: questo è innegabile, ma sono anche tremendamente piatti. I quattro protagonisti infatti chiariscono il loro comportamento dal primo secondo, e nessuno ha mai alcun dubbio o alcuna incertezza nel loro comportamento. Haru è sempre il vecchino benevolente ed esperto metal-diver; Souta è sempre il fratellone tsundere; Holon è sempre l’androide senza emozioni e Minamo è sempre la ragazzina spensierata e positiva che sa che in qualche modo le cose andranno a posto. Punto e basta: non ci si discosta mai da questi dettagli, e mai si va più in profondità.
Solo nelle ultime sei puntate (quelle con una pseudo-trama) qualcuno fa qualche passo avanti con la mente: mi pare però un po’ pochino per una serie che incentra tutto sulle azioni dei suoi personaggi, ma che intrappola gli stessi in ruoli predefiniti.

Per quanto concerne la tecnologia del Metallo, essa può essere vagamente paragonata alla Rete che si vede abbastanza in dettaglio nella serie di Ghost in the Shell: Stand Alone Complex: in Real Drive, la stessa è però più orientata alle emozioni e alle sensazioni, e meno all’informazione pura.
Questo porta tuttavia a varie problematiche: nuotare in mezzo a dei dati con un visore e a dei comandi è credibile e futuramente immaginabile. Che dire tuttavia del doversi immergere in un “mare”, con delle tute da sub virtuali, e vedere le sensazioni come bollicine d’aria colorate che arrivano dal fondo? In che modo ciò può essere immaginato e credibile? Come mai i pensieri sono bolle, ma quando i protagonisti cercano qualcuno ne trovano il corpo e non altre bollicine, come funziona per gli altri?
Ci sono mille domande non risposte (e, presumo, non rispondibili) in merito a tale tecnologia: è apprezzabile l’idea di una connessione tramite nanomacchine nel corpo, ma tutto il resto risulta molto poco credibile.

I disegni non sono malaccio, ma non mi hanno colpito. L’animazione è parecchio fluida, e le scene di combattimento (purtroppo poche) sono molto ben fatte. Le musiche durante la serie non sono quasi percettibili, e opening/ending sono estremamente rockeggianti: possono piacere, anche se a me non hanno detto nulla.

Insomma, Real Drive è stato per me una cocente delusione: un anime piatto che lascia lo spettatore alla fine con un grave senso di insoddisfazione per quello che ha visto: in definitiva, il suo difetto principale è uno: è dannatamente noioso. E questo è imperdonabile.

Voto: 5,5. Buoni alcuni discorsi e alcuni dettagli, così come la parte artistica salvabile: il resto però è da buttare.

Consigliato a: chi è un fanboy di Masamune Shirow; chi non ha paura di annoiarsi; chi vuole vedere un’adolescente grassottella, che è decisamente raro in un anime.

xxxHoLic: Kei

Le coincindenze non esistono. Tutto ciò che abbiamo è l’inevitabile.

xxxHoLic: Kei

La seconda serie di xxxHoLic riprende da dove la prima si interrompe e continua le storie che coinvolgono Kimihiro, Doumeki, Himawari e Yuuko, con qualche piccola differenza.
Sebbene le storie siano sempre ancora autoconclusive, le stesse sono ora un po’ più lunghe (2-3 puntate) e parecchie di esse lasciano degli “strascichi” che vengono poi ripresi in momenti successivi: in alcuni casi questo è abbastanza piacevole, e in un paio di occaisioni portano anche a qualche sorpresa inaspettata. Non si può dire che una trama vera e propria viene instaurata, ma con l’aumento della serietà e lo sviluppo dei personaggi (vedi sotto), gli episodi sembrano un po’ più legati tra loro.

Le puntate in sé, tuttavia, subiscono un sostanziale rallentamento: con l’estensione delle problematiche su più episodi, il passo risulta meno incalzato e quindi ogni tanto un filino di noia si fa strada. Anche in questo caso la qualità delle singole vicende è altalenante (alcune più belle, altre meno): sono forse incentrate un po’ meno sul sovrannaturale nel senso più classico del termine -fantasmi, presenze, entità- e più sulle decisioni che i protagonisti fanno in merito alle vicende a cui vengono posti davanti.

I personaggi in questa seconda serie hanno un po’ più di spazio per lo sviluppo: chi prima e chi dopo, tutti hanno dei momenti in cui crescono e maturano, in differenti modi. Purtroppo la grande perdita è Yuuko, che da trainante principale della serie viene parzialmente accantonata per diventare soltanto una consulente marginale di Kimihiro, vero focus delle puntate. Con un personaggio così meraviglioso, secondo me è una grande perdita.
Alcuni nuovi personaggi sono interessanti, ma in sole tredici puntate non c’è purtroppo modo di approfondire la loro conoscenza; forse un po’ un peccato (anche perché sarei stato curioso di vedere come alcune vicende si sarebbero sviluppate).

La grafica è rimasta praticamente immutata, e quindi scarsina; anche il sonoro rimane ben fatto ma non eccellente.

Insomma, xxxHoLik: Kei è il perfetto sequel per la sua serie iniziale: perde di qualità in alcuni aspetti ma guadagna in altri ambiti, rimanendo gradevole anche se non eccezionale. In tutta onestà, tuttavia, devo ammettere che l’egemonia di Yuuko mi era piaciuta un pochino di più.

Voto: 7. Apprezzabile, se la prima serie è stata gradita.

Consigliato a: chi vuol vedere altre avventure tendenti al sovrannaturale; chi non ne ha mai abbastanza di donne eleganti e giovani isterici; chi vuole viaggiare nell’aldilà senza rischiare di esser portato via dai mostri.

xxxHoLic

Fa sì che io esaudisca un tuo desiderio… per il giusto prezzo.

xxxHoLic

Kimihiro Watanuki è un ragazzo che, sin da piccolo, è sempre stato perseguitato dagli spiriti. Ovunque lui vada è infatti inseguito da qualsiasi genere di anima o spettro che si trovi nelle vicinanze, poiché egli è uno dei pochi che può vederli e quindi risulta particolarmente interessante: gli risulta pertanto molto difficile camminare per la città senza incappare in spiacevoli incontri.
Un giorno, praticamente senza accorgersene, si trova davanti ad uno strano negozio: le sue gambe non gli obbediscono più ed egli entra dalla porta, incontrando Yuuko. Ella ha il potere di esaudire qualsiasi desiderio… per il corrispondente prezzo, ovviamente.
Kimihiro desidera di esser lasciato in pace dagli spettri, e il suo desiderio viene esaudito: come pagamento, dovrà tuttavia servire in qualità di cameriereservolavandaiotuttofare Yuuko e la strampalata banda di persone che vive nel negozio; in virtù delle sue abilità, dovra anche (in genere controvoglia) aiutarla nel suo lavoro!

La trama è fondamentalmente tutta qui, in quanto non sussiste una storia che corra lungo tutta la serie di xxxHoLic. Il 90% delle puntate è autoconclusiva, e un paio si chiudono in due episodi: si tratta sempre di vicende legate al sovrannaturale, in maniera più o meno diretta.
La serie parte in maniera abbastanza lenta, e stenta a decollare: tuttavia, quando si presentano delle puntate un po’ più interessanti, si ha il modo di conoscere meglio l’ambiente e i personaggi, apprezzando maggiormente le vicende. Gli episodi stessi sono di qualità altalenante: alcuni sono molto interessanti (ogni tanto tendenti al triste, ogni tanto al comico, ogni tanto allo spavento, ma mai troppo in nessuno die tre ambiti), mentre altre sono un po’ banalotte e non lasciano nulla dietro di sé.

Dato che una storia vera e propria non esiste, una parte determinante viene giocata dai personaggi: con l’eccezione di Yuuko (di cui parlerò dopo), essi sono -chi più, chi meno- di una piattezza incredibile. Il protagonista stesso, Kimihiro, non si evolve di una falange durante tutte le 24 puntate: urla quando vede Doumeki, va in confusione quando vede Himawari, fa sempre la scelta sbagliata e critica Yuuko perché beve troppo. Punto. Fine. Null’altro.
Gli altri personaggi sono un po’ meno tragici, anche se non brillano certo per originalità: Himawari è inutile nel decorso delle storie, dato che funge inizalmente da collante tra Doumeki e Kimihiro, ma dopo un po’ non serve più manco a quello; Doumeki è il classico tenebroso silente ed affidabile, anche se ogni tanto dice qualcosa di intelligente. Maru e Moro sono due bambine molto misteriose e ogni tanto traspare qualcosa della loro natura, ma purtroppo non vengono sviluppate a sufficienza.

La vera star della serie, tuttavia, è innegabilmente Yuuko: così come Alucard tiene in piedi l’intero anime di Hellsing, Yuuko traghetta xxxHoLic lungo le sue puntate. Sempre elegantissima ed intrigante, amante del saké e del mondo, che sa sempre più di quel che dice e che non dice nulla più di ciò che si debba sapere. Le puntate scorrono in attesa che lei faccia la sua entrata in campo, e la sua intelligenza unita al suo sarcasmo portano camionate di aria fresca ad una serie che, senza di lei, sarebbe totalmente piatta e insulsa.

I disegni sono qualitativamente scarsini per essere del 2006, e artisticamente parecchio inusuali: i personaggi sono altissimi e magrissimi, sembrando quasi degli stecchini.
Le opening ed ending sono molto belle, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente insistenti.

Insomma, xxxHoLic è un anime parecchio strano, che sicuramente non piacerà a tutti: ha un personaggio centrale fortissimo che tiene in piedi tutta la baracca, e tratta lo spiritismo in una maniera poco convenzionale rispetto ad altre serie simili. Tolto questo, però, non c’è molto altro.
Infine, l’OVA (a midsummer night dream) è come una normale puntata, che però dura un’ora ed è disegnata un po’ meglio. Se vi è piaciuta la serie vi piacerà l’OVA.

Voto: 7,5. L’alone di mistero e fascino di Yuuko fa la gran parte del lavoro.

Consigliato a: chi adora le donne che sono sempre eleganti e ben vestite; chi apprezza storie di spiritismo, talvolta divertenti, talvolta tristi; chi ama Mokona e vuol vederla in azione anche in questa serie.

Ghost Hound

Masamune Shirow esce dai soliti canoni del cyberpunk e prova a darsi a psicologia e spiritismo.

Ghost Hound

Taro è un 14enne che, da bambino, ha subìto un grave trauma: quando aveva tre anni venne rapito assieme alla sua sorella maggiore, e in tale circostanza sua sorella morì davanti a lui. Ora soffre di narcolessia, e quando cade addormentato fa strani sogni e incubi, dai quali non riesce a liberarsi.
Un giorno, Taro inizia a vedere, tramite la scuola, un nuovo psicologo che tenta di aiutarlo: tuttavia, con il passare dei giorni la situazione si complica sempre più! Taro comincia ad avere esperienze extracorporee, e nota di non essere l’unico; anche due suoi compagni di scuola -entrambi con esperienze traumatiche alle spalle- hanno questa peculiare abilità.
Man mano che i personaggi tentano in primis di liberarsi dai disturbi presenti, ed in secondo luogo di capire come mai undici anni prima fosse accaduto ciò che avvenne, si scopre che dietro ad un apparente caso di rapimento c’era molto altro. Inoltre, spiriti e problemi psichici iniziano ad espandersi, a peggiorare… a cosa è dovuto tutto ciò? Cosa sta accadendo in questa tranquilla cittadina di campagna?

L’inizio della serie, e tutta la prima parte dell’anime, è davvero da brividi e pelle d’oca. Sin dalla prima puntata ci si trova in un’ambientazione claustrofobica, angosciante, terrorizzante: non c’è violenza o sangue in quantità, e nemmeno particolari eventi traumatici. Si tratta però dei problemi che man mano sorgono uno dopo l’altro, e del magistrale lavoro audio/video effettuato. Molte volte infatti il supporto audio aiuta a creare un ambiente disturbante e paranoico: rumori di interferenze, battiti di cuore, misteriosi suoni provenienti dagli angoli,… in confronto, Higurashi No Naku Koro Ni sembra una scampagnata.
Inoltre, c’è l’impressione che non ci si possa fidare di nessuno: questo aiuta ad ampliare l’angoscia e il senso di inquietudine che permea tutta la prima sezione. Se a questo aggiungiamo che l’entità delle problematiche con cui i protagonisti si devono confrontare diventa sempre maggiore, si capisce come sin dalle prime battute la serie parte sfoderando tutte le sue carte migliori. Forse la parte delle esperienze extracorporee è inizialmente un po’ sottotono rispetto al resto degli avvenimenti, sia come logica che come resa grafica, ma in mezzo a tutto il resto direi che è pienamente perdonabile.
Va inoltre detto che vengono date moltissime informazioni interessanti nel campo della psicologia e dei disturbi psichici (anziché esserci la preview dell’episodio, alla fine delle puntate ci sono nozioni su personaggi importanti nel campo della psichiatria e su varie malattie nel campo).

I personaggi di per sé non sono particolarmente carismatici o complessi: né i protagonisti né i comprimari hanno una vera e propria evoluzione, perché ciò che cambia non sono loro ma l’ambiente che li circonda. Questo inizialmente non è tuttavia un problema, poiché la paura la fa da padrona mandando in secondo piano tutto il resto. Anche la trama è di principio quasi inesistente, e si seguono “semplicemente” le ricerche che i tre ragazzi fanno per capire la verità sulle morti che li circondano, ma di per sé una storia, in tale fase, non risulta necessaria più di quanto non sia già presente.

Andando avanti con la serie, tuttavia, le cose iniziano a cambiare: verso la metà delle 22 puntate che compongono Ghost Hound il tono inizia a smorzarsi un po’, i momenti di inquietudine e angoscia si distanziano sempre più tra loro e affiora una trama più consistente. Peccato che tale trama si distacchi non di poco dall’iniziale campo “disturbi psichici+sciamanismo”, e vada su un tono molto più complottista: inoltre, man mano che si prosegue con tale nuova trama la stessa ha sempre meno senso, e si finisce con l’averne due che proseguono in maniera apparentemente distaccata. Ad un certo punto si ricongiungono, ma non ne si guadagna un granché. Le ultime puntate e il relativo finale sono davvero inguardabili ed irriconoscibili: le pseudo-spiegazioni che motivano gli avvenimenti della serie sono rarefatte ed illogiche, i personaggi si dimostrano incapaci di reggere la trama sulle loro spalle (inizialmente c’era l’ambiente cupo a tenere in piedi tutto: tolto quello, il resto frana) e ci si ritrova con una quantità di amaro in bocca davvero imponente.
Da Masamune Shirow un simile calo di stile non me lo sarei mai aspettato: soprattutto dopo la partenza assolutamente meravigliosa, Ghost Hound riesce a fallire in quasi ogni aspetto negli ultimi attimi.

Il disegno non è nulla di speciale, e sembra quasi scarsino per essere del 2007 (non però al punto da esser brutto, sia ben chiaro); il sonoro, come prima detto, è invece di primissima qualità ed è un punto cardine che aiuta di molto la parte della serie meglio riuscita. Forse l’opening non è molto azzeccata per il tipo di serie che presenta (simil-jazz), ma di per sé è molto orecchiabile.

Insomma, come si sarà potuto capire Ghost Hound mi ha affascinato, meravigliato ed illuso, per poi lasciarmi a piedi sul più bello: la prima parte è davvero ottimamente realizzata in ogni aspetto, ma la seconda fa l’esatto contrario e distrugge quasi tutto ciò che era stato inizialmente creato. Dannazione.

Voto: 7,5. La prima parte è davvero da standing ovation, e la seconda è da lacrime. In complessivo, purtroppo non va oltre la mediocrità.

Consigliato a: chi ama Masamune Shirow e vuol vedere tutte le sue produzioni; chi è disposto ad accettare il fatto che dovrà vedere mezza serie scarsa, per vederne mezza bellissima; chi non si fa spaventare da degli homuncoli svolazzanti semitrasparenti.

Ghost in the Shell: Solid State Society

Ecco il terzo film di una saga impedibile:

Ghost in the Shell: Solid State Society

Sono passati due anni dalla fine della seconda serie, e le cose sono cambiate un bel po’. Il Maggiore Kusanagi non fa più parte della Sezione 9, e i suoi ex-compagni sono maturati in vari modi: continuano però a fare il loro lavoro.
In questo caso, si trovano tra le mani un curioso caso di terrorismo in cui tutti quelli che vengono coinvolti paiono misteriosamente suicidarsi, e quando i protagonisti iniziano a scavare più a fondo scoprono un minaccioso avviso che li avverte di “non immischiarsi con la Solid State Society”.
Ma cos’è questa presunta società? Chi è il burattinaio che muove dall’ombra tutte le pedine? Che fine ha fatto il Maggiore? E se fosse coinvolta? In che modo?

Il terzo film lascia un po’ andare l’aspetto psicologico e riflessivo del brand GitS, puntando principalmente alla trama (che è relativamente semplice essendo in un unico film, ma è ben sviluppata ed interessante) e allo sviluppo della situazione attuale della Sezione 9, che è mutata in maniera impressionante.

I personaggi riescono come sempre a portar bene sulle loro spalle il peso della storia, anche se forse diventano un po’ tanto emozionali: dopo 52 puntate e 2 film, è strano vedere dei cambi d’attitudine così forti. Non arrivano a snaturare i caratteri abituali, ma comunque la differenza è palpabile.
Inoltre, la mancanza di ulteriori discussioni filosofiche da il tempo di riassestare i pezzi (magari in attesa di una futura serie/film?) e mettere in sesto le cose che alla fine della seconda serie erano rimaste in sospeso.

La grafica e il sonoro, manco a dirlo, sono di primissima qualità: la cosa non sorprende perché oramai siamo abituati bene, ma non bisogna sottovalutare l’impegno che ogni volta i creatori mettono nella realizzazione delle varie vicende narrateci.

Insomma, Ghost in the Shell: Solid State Society è un buon film poliziesco/d’azione che ha lasciato cadere le implicazioni profonde a cui eravamo abituati, ma che non per questo diventa un film povero o carente: non raggiunge i livelli di eccellenza dei suoi predecessori, ma dopo la seconda serie è un’ottima visione e va sicuramente consigliata.

Voto: 9. Bello. Non un capolavoro, ma bello.

Consigliato a: chi ha visto le prime due serie, e vuol vedere come va avanti; chi non ne ha mai abbastanza di misteri intricate e sospetti serpeggianti; chi oramai ama Motoko Kusanagi, e non sa stare senza di lei.

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex 2nd GiG

Ed eccoci alla poderosa seconda serie di Ghost in the Shell:

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex 2nd GiG

In questa seconda serie continuiamo laddove la prima serie termina, dopo le vicende del Laughing Man: la sezione 9 e i suoi membri continuano a combattere un crimine sempre più informatico e impalpabile, ma con effetti molto concreti.
In questa serie i nostri eroi si trovano a dover affrontare delle situazioni politiche molto delicate, che portano all’esecuzione di diversi omicidi, attentati e simili: in che modo essi sono correlati? Chi c’è dietro a tutto ciò? Chi è nel giusto e chi è nel torto?

Con questa serie si torna nell’assoluta eccellenza che Ghost in the Shell ci ha abituato a pretendere: la trama è complessa ma comprensibile come lo era nella prima serie, anche se ci sono molte differenze (cosa che aiuta a non annoiarsi).
In questo caso, le discussioni smettono di essere incentrate sulla persona o sulla società cibernetizzata, per focalizzarsi su aspetti più attuali della società stessa: si parla di censura di notizie, di controllo, di immigrazione, di povertà… non si tenta ovviamente di trovare una soluzione, ma ne si parla e ne si parla in maniera interessante.

I personaggi qui hanno un ruolo parecchio superiore rispetto alle precedenti vicende: se prima erano i seppur ottimi mezzi con cui raccontare una storia, ora diventano dei personaggi da approfondire, ognuno con il suo passato, le sue storie e i suoi motivi per essere ciò che è. Ne vien fuori un riquadro davvero ottimo, e ci si affeziona ancor di più anche ai personaggi un po’ minori, che forse nelle serie precedenti avevano avuto un ruolo marginale.

La grafica rimane impeccabile, e il comparto musicale è davvero meraviglioso: l’opening è spettacolare quanto quella della prima serie, e anche tutto il resto è davvero apprezzabilissimo.

Insomma, sembrava impossibile eguagliare il successo di GitS:SAC, e invece ce l’hanno fatta: a titolo personale preferisco la prima serie, ma è come tentare di scegliere tra perfezione e perfezione.

Voto: 10. Un’altra perla imperdibile.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie e ne vuole di più; chi vuol approfondire ancor più la conoscenza con i nostri cari protagonisti; chi vuol vedere l’evoluzione dei Tachikoma, sempre più utili e sempre più mitici.

Ghost in the Shell 2: Innocence

Il secondo film di Ghost in the Shell tenta di ricalcare le tracce del primo: ci riucirà?

Ghost in the Shell 2: Innocence

Ci troviamo nel 2032, e siamo sempre a seguire le vicende della Sezione 9. C’è però una grossa differenza… il Maggiore Kusanagi non è più presente! I membri sono chiaramente segnati da questa sparizione (chi più, chi meno, a dipendenza dell’attaccamento personale che avevano), ma la vita continua e i casi da seguire arrivano senza sosta.
Ci troviamo pertanto a seguire Togusa e Batou mentre tentano di dipanare la matassa di misteri lasciati da un omicidio compiuto da un gynoid, una “bambola” senz’anima creata solo per soddisfare desideri sessuali, e che in teoria non dovrebbe avere pensiero né anima. Come è possibile che abbia ucciso il suo padrone? Cosa c’è dietro? Di nuovo qualcuno sta muovendo dei fili invisibili? A cosa punta?

Questo film si piazza, nella linea temporale della saga di Ghost in the Shell, dopo il primo film e prima della prima serie: ci si ritrova difatti a continuare la storia dal termine del primo film, che risulta quindi necessario per capire questo secondo. Anche in questo caso, il tentativo è quello di continuare sulla falsariga dei precedenti capolavori: in questo caso, però, il risultato non è altrettanto impeccabile.

La trama è relativamente semplice (bisogna però dire che dopo aver digerito GitS:SAC, tutto sembra più semplice…), anche se comunque ha una certa corposità: la grave mancanza sta secondo me nell’assenza dei soliti ragionamenti profondi e riflessivi.
Non è che non ci siano, sia ben chiaro: come detto sopra, il tentativo è stato quello di avere una continuità di stile. Il problema è che in questo caso le discussioni risultano talmente macchinose da essere pressoché incomprensibili, e ciò ne perde in immediatezza e arricchimento personale (cosa che nel primo film era invece estremamente presente). Inoltre, la mancanza del Maggiore (anche se non è che non ci sia del tutto…) a titolo puramente personale si è fatta sentire molto, rovinando un po’ lo stile di GitS.

Batou e Togusa riescono a tenere la scena, ma si nota che c’è un elemento mancante, e secondo me è un peccato anche se ciò è necessario ai fini della trama.

La grafica è notevolmente migliorata, e l’animazione è fluida: anche sull’aspetto musicale non c’è alcuna lamentela da muovere, e la parte tecnica è curata come sempre.

Insomma, io sono rimasto un po’ deluso da questo secondo film di Ghost in the Shell: ho sentito molti pareri entusiasti, e quindi credo che sia una questione di gusti personali – ed inoltre, merita di essere visto anche solo perché porta a seguire la continuità di una delle ambientazioni più riuscite della storia degli anime.

Voto: 8. Bello, ma meno dei suoi predecessori.

Consigliato a: chi è oramai stregato dal mondo di GitS e vuole vederne sempre di più; chi vuole un po’ di pipponi mentali di dimensioni epiche; chi vuol vedere una join-venture tra I.G. e Ghibli.

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex

I thought what I’d do was, I’d pretend I was one of those deaf-mutes.

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex

In questa serie ci troviamo nuovamente a seguire le vicende della Sezione 9, questa volta impegnata in vicende molto più complesse e macchinose.
Il crimine, nel 2030, è oramai diventato quasi impossibile da tracciare grazie ai poderosi progressi della cibernetica e dell’informatica; a quanto pare, molti episodi di criminalità accaduti ultimamente sono tra loro in qualche modo correlati tra loro, ma la loro connessione è misteriosa ed impalpabile… fino alla comparsa del Laughing Man, un misterioso super-hacker che riesce a manipolare memorie, menti, network e informazioni con inquietante facilità. Quale è il suo scopo? A cosa punta? In che modo le varie parti sono correlate tra loro?

Anche in questo caso, come nel film originario di sette anni prima, ci sono due aspetti distinti da esaminare: la trama in sé e i retroscena psicologici e sociali discussi.
Iniziando dalla storia in sé, credo che difficilmente fosse possibile realizzare ventisei puntate ad un così alto tasso di adrenalina ed attenzione: ogni minimo dettaglio è curato con attenzione, e le molte fazioni in gioco si combinano in maniera esemplare, nonostante la complessità delle stesse. La trama risulta molto complicata, e ci vuole quindi una notevole concentrazione per riuscire a seguire tutti i fili logici presenti senza perdersi: ne vale però la pena, poiché è fenomenale.

Il lato più riflessivo, inoltre è curato altrettanto bene. Se il primo GitS ragionava molto sul significato di vita, esistenza e simili, GitS:SAC va a scavare di più nell’aspetto sociologico della tecnologia con il ruolo che essa prenderà nel nostro futuro. L’ambientazione creata da Shirow in questa serie è infatti fantascientifica, ma non impossibile. Anno dopo anno si vedono invenzioni che vengono messe sul mercato e non sono che anticipazioni di quello che potrà essere: nel 2030 non mi stupirebbe un granché se la scienza superasse i già futuristici sogni del creatore di questa serie.
Un’invasione così globale e capillare della tecnologia cambierebbe (e, in parte, ha già cambiato) le strutture stesse della società, e il modo in cui essa si comporta: i ragionamenti personali e sociali qui contenuti sono di altissima qualità, e fanno riflettere non poco.

Con tutta questa carne al fuoco, i personaggi devono essere ovviamente in grado di reggere la scena: in questo caso non hanno alcun problema in questo senso, dato che i protagonisti risultano sviluppatissimi e a tutto tondo. Per la parte del “character developement”, ci sono gli adorabili Tachikoma che imparano ogni volta che possono!

La grafica è buona: mantiene la crudezza del primo film, e questo non può che essere un punto positivo.
L’audio anche in questo caso è di eccellente fattura, con opening e ending strepitose e le musiche durante le puntate assolutamente azzeccatissime.

Insomma, se il primo GitS è uno dei migliori film animati sci-fi/cyberpunk oggi in circolazione, GitS:SAC è senza dubbio la miglior serie a puntate in questo ambito: è completa sotto ogni punto di vista, ed è davvero difficile che si possa fare di meglio, anche in futuro.

Voto: 10. Cult assoluto. Imperdibile.

Consigliato a: chiunque abbia un minimo di buongusto; chi ama usare il cervello a ritmi intensivi; chi vuol vedere i robot più simpatici del mondo.

World Destruction

Ecco un anime con un nome promettente!

World Destruction

Questo anime è ambientato in un mondo di fantasia, ricoperto di sabbia, in cui umani e uominibestia convivono con non poche difficoltà. Gli uominibestia sono difatti i padroni e occupano tutte le posizioni di potere, ghettizzando e maltrattando gli umani con un evidente razzismo.
Morte (sì, è il nome della protagonista) possiede il Destruct Code, un oggetto che si narra sia capace di distruggere l’intero pianeta e trasformare tutto in sabbia. Purtroppo non sa come utilizzarlo, e il suo viaggio è orientato alla ricerca di un modo per distruggere un mondo così corrotto, ingiusto e pieno di dolore.
Nel suo viaggio incontra Kirie, un umano che lavora sotto mentite spoglie in un bar per uominibestia, e Toppi, un buffo uomobestia che assomiglia in maniera impressionante ad un orsetto di peluche, ma che ha scelto di intraprendere la carriera dell’eroe. Riusciranno i tre membri del Comitato per la Distruzione del Mondo a far funzionare il Destruct Code? Quali segreti si celano dietro ad esso?

La storia sopraccitata è quanto si capisce nella prima puntata, e tutta la parte relativa alla distruzione e ai misteri può essere tranquillamente accantonata fino alla tredicesima ed ultima puntata.
Solo raramente difatti il discorso sul motivo principale del loro viaggio viene toccato, e quando ciò accade è solo per dare qualche informazione in massima parte irrilevante che comunque non serve ad arrivare ad un finale prevedibile e abbastanza scontato.
Ci si trova dunque dinnanzi ad una storia di viaggio, in cui i nostri tre protagonisti si trovano ad ogni puntata in una situazione di vario tipo, e tentano di tirarsene fuori e di continuare il loro viaggio aiutando nel contempo chi incontrano sul loro cammino. Nulla di più.

I personaggi sono abbastanza stereotipati (sia i protagonisti che i cattivi, i cui tratti caratteriali sono facilmente identificabili guardando semplicemente di quale animale hanno le fattezze), con un’eccezione: Toppi.
Il tenero orsacchiotto dal cuore coraggioso, infatti, è stato probabilmente pensato per fare da supporto comico alle situazioni (è infatti un anime che tende all’allegria, e quasi mai al dramma), ma si rivela essere l’unico personaggio che ogni tanto ha qualcosa da dire che non sia una totale banalità. La sua abitudine di dire che di ogni cosa ci sono solo due tipi ogni tanto strappa una risata, e fa capire l’anima riflessiva del personaggio nonostante l’aspetto fisico non lo aiuti affatto. Se solo non si ostinasse a voler negare di essere un orso…

Il disegno è ben fatto, in linea con i moderni standard, e le animazioni sono ben fluide. I pochi combattimenti che ci sono hanno una buona realizzazione e sono gradevoli da guardare.
Le musiche sono abbastanza anonime, con una sigla iniziale forse un po’ fuori tema con lo stile dell’anime ma di certo non brutta.

Insomma, World Destruction non è certo un brutto anime, si lascia guardare con piacere e non è troppo lungo: manca però un vero motivo per volerlo vedere, perché alla fine non si fa altro che vedere tre personaggi che per undici puntate aiutano persone e per due puntate (la prima e l’ultima) parlano in maniera infantile della distruzione del mondo.

Voto: 6,5. Non è male, ma manca di consistenza.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni un po’ anacronistiche con stile medievale mischiato a tecnologie moderne; chi non si offende se non c’è una gran trama; chi vuol finire ogni frase con -kuma.