Kurokami

…Quando picchiare bambine non è peccato.

Kurokami


Nel mondo di oggi si pensa che fortuna e sfortuna sono elementi casuali, ma ciò non è completamente vero. Ogni persona nasce con due sosia: di questi tre personaggi, uno sarà un “root” e gli altri due saranno dei “sub”. In complessivo, i tre hano una fortuna del 100%: se uno di essi dovesse morire, tuttavia, la fortuna passerebbe tutta a un altro dei due, secondo alcune regole abbastanza semplici.
Questo sistema viene chiamato “doppelliner system”, e pare essere in funzione per far sì che il totale mondiale di Tera – un’energia a metà tra la forza vitale e la fortuna – sia equamente distribuito, e non ci siano particolari accentramenti di potere; una popolazione di superumani chiamati mototsumitama, che vive in un’altra dimensione, veglia su di noi per verificare che tutto funzioni.
A quanto pare, tuttavia, da qualche tempo qualcuno sta giocando con i destini degli uomini: a seguito di una strage avvenuta nei sacri territori dei mototsumitama, le cose non stanno più funzionando. Riuscirà Kuro, sopravvissuta al massacro dei mototsumitama, a portare a termine la sua vendetta? E Ibuki, un normale ragazzo che evita i rapporti umani per evitare di esser ferito, come potrà evitare di esser trascinato in tali folli battaglie? E chi si cela dietro a tutto ciò, pronto a giocare con le vite degli uomini?

Come si può capire dalla lunga introduzione, la storia di questo anime pare abbastanza corposa. Ciò corrisponde a realtà, e questo fatto pare strano soprattutto dato che si tratta di un anime molto incentrato sul combattimento: generalmente tale tipo di serie punta ad una trama abbastanza semplice per dare spazio alle risse.
In Kurokami si possono trovare tre archi narrativi abbastanza distinti. Il primo è sicuramente il più riuscito: parte dalla base sopra descritta, e usa con buoni risultati gli elementi di trama disponibili per dare un motivo a tutto lo spaccarsi le ossa che si vede rappresentato.
Il doppelliner system si presta a parecchi giochetti e manipolazioni, ed esse vengono ben considerate dalle persone coinvolte: questa è un’ottima cosa.
Il secondo ed il terzo arco narrativo, purtroppo, scadono un pochino: nel secondo ci sono inutili complicazioni che rallentano la narrazione e alla fine lasciano il tempo che trovano, mentre il terzo risulta un po’ più credibile ma comunque non convince quanto il primo: nella miglior parte i personaggi pensavano a cosa fare, mentre alla fine ogni cosa viene risolta ululando qualche frase e avendo improvvisamente più potere.

I personaggi sono, forse, la parte più debole della serie: da gente che continua a picchiarsi non ci si aspetta granché, ma avendo una trama perlomeno decente ci si aspetterebbe uno sviluppo maggiore da parte dei protagonisti, che invece sembrano sempre essere in balìa degli eventi. Il rapporto tra Kuro e Keita pare essere banale sin dal primo momento, ma bisogna ammettere che ad un certo punto non va a finire “come tutti aspettano”, e questo da forse l’unico vero punto rivoluzionario dal punto di vista dei comportamenti.
I coprotagonisti fanno esattamente quel che dovrebbero fare, senza sforzarsi troppo ma senza sfigurare particolarmente.

A furia di parlare di gente che si svita le articolazioni, bisogna parlare un po’ dei combattimenti, che in Kurokami sono molto abbondanti (almeno uno in ogni puntata, con alcune che ne hanno anche parecchi di più): sono tutti scontri in corpo a corpo, e Keita non combatte praticamente mai (se non con aiuti esterni): è sempre Kuro a fare la parte della combattente.
Questo porta quindi ad uno dei punti più belli di Kurokami: ogni genere di persone che prende a gomitate in faccia, calci nello stomaco, tallonate nel basso ventre e pedate sulla nuca un’apparente dodicenne, mentre le spaccano la faccia contro il pavimento di granito.
I mototsumitama sono per definizione più forti e più resistenti di un essere umano, e questo ha permesso a chi ha studiato gli scontri di sbizzarrirsi. Gente che apre varchi in pareti con la faccia (generalmente non di propria volontà), mazzate da far impallidire Rocky e via dicendo sono all’ordine del giorno.
La realizzazione tecnica è di fattura assolutamente pregevole, e quando iniziano a picchiarsi è un piacere: peccato solo che negli ultimi scontri paia quasi di vedere puntate di Dragonball, con gente che svolazza ovunque e ondate di energia dappertutto. Questo però non toglie che per la massima parte ci si diverta, se si è in grado di ignorare che quasi ogni combattimento viene vinto dei nostri eroi perché “ci credono di più” e quindi trovano qualche misterioso potere da nonsisadove.

Va sicuramente detto che Kurokami prende ispirazione da molti lavori precedenti: non si tratta di citazioni ma non arriverei nemmeno a definirli plagi, sebbene il ricordo in alcune cose sia evidente. In primis, Kuro ricorda molto Shana di Shakugan no Shana nell’aspetto, sebbene fortunatamente il personaggio sia molto meglio; il motivo del legame estremamente intimo e “assoluto” tra Kuro e Keita ricorda parecchio quello di 3×3 eyes; la fonte dei poteri di Kuro può rammentare il terribile sistema che esisteva in Chrno Crusade; il concetto di servitore e padrone fa da vicino l’occhiolino a Fate – Stay Night; le trasformazioni (secondo me evitabilissime) richiamano tristemente i vecchi tempi di Sailor Moon e simili.
Come si vede sono molti diversi anime, di cui ognuno ha dato qualcosa: la combinazione risulta gradevole, ma qui e là c’è un certo gusto di “già visto” che diminuisce un minimo l’interesse.

Il disegno è bello, assolutamente in linea con le produzioni del 2009; menzione speciale per l’audio, estremamente curato nelle puntate e con due opening energeticissime (di cui una ricorda quella di Mnemosyne) e due ending non terribili. Da questi dettagli si può capire quanto la Sunrise abbia scomesso in queste ventitré puntate…

Insomma, Kurokami si presenta come un buon lavoro, con qualche pecca ma sicuramente apprezzabile da chi vuole un po’ di botte e sangue. Da segnalare che in alcune parti (soprattutto all’inizio) può essere anche vagamente cruento, con parecchio sangue (ma niente ferite – curioso, direi), e un’altra cosa da dire è che nessuno è al sicuro: chiunque potrebbe morire.

Voto: 8. Peccato per l’ultima puntata, davvero una pataccata totale di cui salvo soltanto gli ultimi, geniali, 2 minuti dopo la sigla.

Consigliato a: chi vuol vedere ragazzine, omacci nerboruti, donne conturbanti e freddi calcolatori che fanno a feroci mazzate; chi apprezza dei personaggi lineari, non particolarmente sviluppati ma perlomeno coerenti; chi si vuol chiedere “ma non potevano semplicemente prendere una pistola e sparare al cattivo, diamine??”.

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Kemonozume

…L’amore impossibile tra un mostro e un cacciatore di mostri.

Kemonozume


Toshihiko è il futuro successore di un dojo molto particolare: da migliaia di anni, infatti, la sua famiglia protegge l’umanità da dei mostri, chiamati divoratori di carne, che cacciano gli uomini per mangiarseli. L’unico modo per sconfiggerli è tranciare le loro braccia, in cui risiede il loro potere: Toshihiko è un ottimo spadaccino, ma poco prima di dare il colpo finale ha sempre… ehm… problemi di stomaco e non riesce a finire il suo lavoro.
Dopo l’ennesima discussione con il suo fratellastro in merito all’eredità del dojo, Toshihiko fa un incontro che pare guidato dal fato: incrocia Yuka, un’istruttrice di paracadutismo di cui si innamora perdutamente a prima vista. Dopo alcuni strani lutti, però, si scopre una tragica realtà: Yuka è un divoratore di carne! La fuga dei due spasimanti mette in moto molte differenti vicende; riuscirà il loro amore a prevalere sull’insaziabile fame che abita in Yuka? Il dojo Kifuuken riuscirà a tirare avanti nella sua tradizione millenaria? Cosa si nasconde dietro al sempre crescente numero di divoratori?

Inizio dicendo che Kemonozume è una storia tragica, molto tragia. In tutti i vari aspetti che si seguono le cose vanno in maniera sempre più disperata e angosciante, spezzando sogni e distruggendo ambizioni.
L’amore tra i due protagonisti è intenso ma difficilissimo: dopo i primi fuochi dell’amore fresco, iniziano molti problemi dovuti alla loro condizione di fuggiaschi unita alle complicazioni che la natura di lei portano con sé. Anche il fratellastro Kazuma, desideroso di ereditare il dojo ma in fin dei conti solo bisognoso di riconoscimento, vede tutti i suoi sogni distruggersi uno dopo l’altro.
L’esistenza stessa del Kifuuken, ad un certo punto, viene messa in dubbio: quando al suo interno le basi iniziano a scricchiolare, mille anni di tradizione non possono nulla.
Questo fa capire quanto ci siano varie trame che si intrecciano (anche abbastanza bene, invero), e quanto le stesse seguano tutte il comune filo dell’angoscia. Solo la penultima e l’ultima puntata risultano un po’ meno comprensibili, e soprattutto nella parte conclusiva si perde un po’ la logica che aveva seguito l’intera serie per arrivare a sfiorare il nonsense: un peccato. L’ambiente si fa comunque via via più disperato, e la resa dei conti è sicuramente impietosa con buona parte dei protagonisti e coprotagonisti.

Parlando di questi ultimi, si può dire che Toshihiko e Yuka sono due personaggi ben fatti: lo sviluppo del loro amore è credibile in virtù delle oceaniche differenze che li separano, e parecchi discorsi che fanno sono condivisibili (seppur difficili da applicare alla vita normale, visto che di mostri divoratori di carne in giro non ce ne sono molti). Fanno quel che ci si aspetta da loro – principalmente scappare – e tengono bene la scena.
I coprotagonisti hanno fasi alterne: Kazuma inizialmente sembra un totale idiota e pare essere il cattivo della situazione, ma con il tempo si capisce che le sue azioni hanno motivazioni e ragioni come quelle della controparte. Sono rimasto invece un po’ deluso dalla prima compagna di Toshihiko, che inizialmente sembrava un’ottima persona ma poi ha un paio di cadute di stile, comprensibili dal punto di vista personale ma che rovinano un po’ il personaggio.

Arriviamo ora a quello che, secondo me, è il vero problema della serie: il disegno. Io capisco che il tratto “abbozzato” sia uno stile di disegno utilizzato nell’animazione, ma non riesco sinceramente a capire come una simile pastrocchiata possa piacere a qualcuno. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine e gli occhi smettono di sanguinare, ma questo tipo di tratto (uguale a quello ritrovato in Kaiba e in Mind Game) rovina tutta l’azione che può esserci in uno scontro con le spade, tutta la sensualità (e ce n’è parecchia in Kemonozume) che può nascere dal contatto fisico… tutto. È un vero peccato, perché con un disegno più convenzionale – anche se non si fosse arrivati a tratti eccellenti – il risultato sarebbe stato molto migliore.
Grazie al cielo almeno le musiche se la cavano bene, con un’opening jazz acusticamente gradevole e un’ending tranquilla e appropriata. Durante le puntate il sonoro è poco, in virtù dell’ambiente oppressivo e cupo che permea tutte le tredici puntate.

Insomma, Kemonozume è un lavoro fatto con decente qualità: un paio di pecche, però, ne limitano fortemente la guardabilità. Un finale un po’ tanto fuori tono per come era andata fino ad allora la serie, e soprattutto il disegno inguardabile, fanno sì che solo chi abbia una buona determinazione arrivi fino alla fine senza cambiare serie solo per poter rilassare gli occhi. Davvero un peccato.

Voto: 6,5. La storia merita parecchio, l’applicazione della stessa merita moderatamente, il disegnatore merita di esser crocifisso.

Consigliato a: chi non si offende se il disegno fa schifo; chi non ha paura di depressione, morte, angoscia e disperazione; chi vuol vedere una scimmietta che non fa nulla di utile ma in realtà fa partire la storia, la guida nella parte centrale, porta i personaggi dove devono andare e risolve il climax finale.

Vampire Wars

…Un anime su vampiri, antiche divinità, servizi segreti e chi più ne ha più ne metta.

Vampire Wars


Kuki è un uomo che vive d’azione: nel suo passato si possono trovare lavori con i servizi segreti, e con una pistola in mano ci sa fare.
Un giorno, viene incastrato in un caso d’omicidio, e il mistero è presto svelato: ci sono organizzazioni che si stanno muovendo nell’ombra per accaparrarsi una giovane ragazza, che custodisce in sé un immenso segreto. Riuscirà Kuki a proteggere le persone a lui care? Cosa si cela dietro alla scia di morti che sembra seguirlo?

Come si può notare, nel breve riassunto qui sopra non si parla di vampiri: nonostante il titolo, infatti, Vampire Wars ha molto poco a che fare con i succhiasangue nottambuli. Certo, ci sono, e di principio hanno anche un ruolo importante: essi appaiono soltanto a film inoltrato, quando buona parte dei circa 50 minuti di visione è passata.
Detto questo, si può anche dire che questo OVA, più che una storia, sembra un riassunto di quest’ultima: c’è una trama, seppur basilare, che ha una parvenza di senso, però la stessa viene sviluppata piuttosto casualmente e molte cose accadono senza dare il tempo di capire. Ad esempio, in una scena Kuki viene torturato per essere convinto a collaborare: dopo cinque minuti lui è riuscito a scappare dai suoi carcerieri, nascondersi, tornare a trovarli e… mettersi a disposizione per lavorare con loro! Ma non gli conveniva farlo subito? Mah.
Casi del genere non sono infrequenti, e purtroppo la trama ne risente. Inoltre, il finale arriva quando le cose sembrano diventare interessanti: nel momento in cui tutti i personaggi si stanno muovendo al loro posto, arriva la parola fine lasciando un miliardo di cose in sospeso.

I personaggi, chiaramente, hanno poco tempo per svilupparsi: va però detto che in quel poco tempo trovano spazio per contraddirsi con grande piacere. Come già detto Kuki in molteplici casi smentisce in due minuti ciò che egli stesso dice: anche altri personaggi importanti fanno altrettanto. Persone che sembrano i cattivi un attimo dopo paiono essere i buoni, e chi un momento pare invincibile deve andare a chiedere supporto a destra e a manca poco dopo. È un po’ un peccato, perché se non avessero perso il tempo impiegato per contraddire sé stessi avrebbero magari potuto combinare qualcosa in più.

Va detto che non ci sono soltanto lati totalmente negativi. Le scene di sangue sono moderatamente diffuse e ne scorre in sufficiente quantità: purtroppo non si vedono quasi mai i vampiri in azione, ma qualcosina viene comunque concesso allo spettatore. Da encomiare inoltre il fatto che i creatori di Vampire Wars non hanno ricorso al solito squallidissimo trucchetto del piazzare qualche scena di sesso qui e là tanto per far vedere un po’ di tette a casaccio e occupare qualche minuto con ulteriori scene di scarsa qualità.

Il disegno mostra tutti i suoi vent’anni, sebbene non sia terribile: le musiche sono praticamente inesistenti.

Insomma, Vampire Wars è sicuramente un lavoro che non impressiona: offre qualche simpatica scena, fa il possibile per evitare di rendersi ridicolo e poco più.

Voto: 5,5. Purtroppo a mio parere non arriva alla sufficienza, ma è probabilmente meglio di altri lavoracci simili stile Twilight of the Dark Master.

Consigliato a: chi ama i vampiri a tal punto da guardare un intero OVA per incontrarne solo uno alla fine; chi ama anime d’azione, anche se non esattamente di altissima qualità; chi si chiede quanto possa essere utile avere sangue alieno antico derivante da guerre interstellari di eoni fa.

Twilight of the Dark Master

…Demoni, gente svolazzante e arti strappati senza motivi precisi.

Twilight of the Dark Master


Nel nostro mondo, a quanto pare, esistono altre due fazioni oltre agli umani: i demoni, esistenti per insegnare a noi la paura, e i guardiani, esistenti per non farci sterminare dai demoni. Da migliaia di anni la battaglia tra le varie forze in campo continua, e in un oscuro futuro le cose non cambiano. Troviamo pertanto demoni che tentano di rivivere, guardiani che usando i loro poteri speciali tentano di fermarli e innocenti umani che vengono catturati nel mezzo di tutto ciò. Da quale parte sarà la vittoria questa volta? Sarà l’ultimo scontro o solo un’altra puntata dell’infinita lotta?

Questo OVA di 45 minuti promette trama, combattimenti, sangue, sesso, sbudellamenti assortiti: deludo subito tutti, dicendo che nessuno di questi punti è realizzato decentemente.
Iniziamo dalla trama: quanto detto sopra è tutto ciò che risulta comprensibile. Personaggi più o meno casuali compaiono e scompaiono qui e là, elementi che parevano i protagonisti si eclissano dopo aver detto due battute, e lo scopo di chiunque paia cambiare come una banderuola.

Passando ai personaggi, va detto che in tre quarti d’ora non ci si può aspettare un grande sviluppo; questo non impedisce di dire qualcosa di più su di essi, oltre che il loro nome.Fino alla fine il cattivo non si sa nemmeno chi sia, e il ruolo di chiunque risulta confusionario. Questo porta ad un generico disinteresse per le situazioni che non portino qualche litrata di sangue sullo schermo.

Anche in questo campo, purtroppo, non si rimane molto soddisfatti. Ci sono alcune scene di violenza, ma la maggior parte risulta mascherata o non inquadrata, con somma delusione dello spettatore. Ci sono dei combattimenti che non sono tremendi, ma durano molto poco (questione di secondi) e quindi non riescono ad essere apprezzati.
Chi cercasse del fanservice troverà qualche seno al vento e poco più, rimanendo pertanto quasi a bocca asciutta.

Il disegno è probabilmente l’unica cosa che risulta vagamente apprezzabile: per essere del 1998 utilizza uno stile estremamente antiquato, ma rispetto ad altre mancanze questa è roba da poco. Le musiche sono quasi assenti.

Insomma, c’è davvero poco da salvare in Twilight of the Dark Master. 45 minuti passati a vedere azioni casuali, seguire una storia non spiegata e assistere a discorsi tra personaggi di cui non si sa nulla, e la cui sorte lascia indifferenti. Diciamo che tre quarti d’ora possono essere impiegati meglio.

Voto: 4. Forse in tutto un paio di minuti carini qui e là li si trovano, ma poco più.

Consigliato a: chi apprezza i disegni vecchio stile; chi non si offende se la violenza è solo accennata, la trama è solo indicata sommariamente, i personaggi son solo abbozzati; chi si chiede quanto può esser terrificante un demone gigante con una simil-vagina sulla pancia, con denti che si trasformano in gambe e braccia.

Devil May Cry

……e dopo il videogioco di successo, l’anime!

Devil May Cry


Questo anime è tratto dall’omonimo videogioco, di grande successo. Per chi non sapesse di cosa parla, il protagonista è Dante, per metà umano e per metà figlio di un potentissimo demone dell’inferno. In virtù della sua sovrannaturale potenza, con la sua coppia di pistole e il suo immenso spadone combatte contro altri demoni che dal loro mondo tentano di invadere la nostra realtà. Purtroppo tale attività non paga molto, e la sua agenzia di tuttofare deve accettare anche lavori di diversa natura, come proteggere bambine, custodire tesori e quant’altro… ma cosa c’è dietro ai vari incontri che Dante sta facendo? Come si combinano con Patty, la bambina che dopo una missione di protezione ora gli fa compagnia? E Dante è davvero invincibile come sembra?

Con queste premesse, pare chiaro che le dodici puntate di Devil May Cry siano prettamente improntate all’azione. Quasi tutti gli episodi sono stand-alone, ma dopo un po’ si inizia ad intravedere una linea di fondo che si sviluppa: è ovvio che non si può sperare in una trama complessa, ma almeno una parvenza di sforzo in tal senso è stato fatto. Purtroppo la conclusione è simpatica ma troppo trascinata, e le ultime puntate in alcune parti sono molto meno adrenaliniche di quanto avrebbero potuto essere.

A tal senso va spesa una parola sui combattimenti, parte rilevantissima di questo anime. Ce ne sono almeno un paio a puntata, e sono di fattura abbastanza buona: i demoni spruzzano sangue a palate, e sparatorie assurde mischiate a spadonate in giro fanno sempre bene all’umore. Aggiungendo altri personaggi con armi quantomeno esotiche (lanciamissili con baionetta-motosega, o direttamente fulmini sparati dalle mani) il tutto può diventare abbastanza distruttivo. Purtroppo in parecchie puntate tali momenti sono intensi ma brevi, lasciando desiderare qualcosina in più.

I personaggi chiaramente non hanno nemmeno uno straccio di sviluppo, ma immagino che nessuno se l’aspettasse: Dante è l’invincibile tamarro, Lady è la classica donzella distruttiva, Patty è l’ovvio supporto per alcune battute o situazioni più leggere (sebbene non ci siano vere e proprie battute o momenti di comicità) e via dicendo. Ognuno ha un ruolo, da esso non si scosta e amen.

La grafica non è malaccio, e l’animazione è abbastanza fluida: in alcuni punti il disegno non è proprio da primato, ma si vede in giro di molto peggio. Ho gradito la colonna sonora, con pesanti schitarrate nei momenti di violenza e un’opening secondo me gradevole. Unica nota dolente l’ending, che trovo decisamente fuori posto e troppo lenta.

Insomma, con Devil May Cry si trova esattamente ciò che ci si aspetta da un titolo simile. Tratto da un gioco in cui c’è violenza estrema seguita da altra violenza estrema, è un anime d’azione realizzato in maniera accettabile, con un paio di puntate più carine e un paio meno. Non è un capolavoro, non ha chissà che trama, ma credo che chi lo guardi non s’attenda nemmeno per un secondo una cosa simile.

Voto: 7. Un onesto anime d’azione, come tanti. Per essere tratto da un videogioco, è fatto abbastanza bene e permette anche a chi non ha giocato ai titoli originari di guardarlo senza bisogno di capire particolari retroscena.

Consigliato a: chi ha giocato la serie videoludica relativa; chi cerca un po’ d’azione senza pretese, e nulla più; chi vuol conoscere lo sterminatore di demoni adoratore assoluto di pizza senza olive e strawberry sundae.

Kuroshitsuji

……dopotutto, lui è soltanto un diavolo di maggiordomo!

Kuroshitsuji


Ci troviamo a Londra, alla fine del 1800. Ciel Phantomhive è il giovane capo dell’omonima famiglia, nota per essere l’ombra dietro alla Regina: quando c’è da pescare nel torbido della malavita per conto della casa reale, sono loro a venir interpellati. Il passato di Ciel, tuttavia, rivela inquietanti ombre: la morte dei genitori ed un patto di vendetta fatto con un demone, Conosciuto come Sebastian Michaelis. Egli ha giurato fedeltà a Ciel fino a quando la vendetta contro gli assassini della sua famiglia non saranno giustiziati, in cambio della sua anima.
Ma chi c’è esattamente dietro all’assalto alla famiglia Phantomhive? Questo come si collega con gli altri delitti che stanno avvenendo in giro per Londra? E Sebastian è invincibile come sembra?

La serie inizia dando quasi da subito tutte le informazioni di cui sopra. La trama non si spinge oltre: nella prima metà delle puntate si assiste a vicende assortite senza particolare correlazione tra loro (sebbene alla fine si potrà vedere qualche rimando ad esse), e pare quasi di essersi sbagliati ed aver messo su delle puntate di Detective Conan. Archi narrativi di 2-3 puntate portano infatti ad indagare su omicidi o rapimenti, con Sebastian che viene “usato” soltanto per velocizzare le indagini, e per gironzolare con il suo carisma.
Quando si arriva alla seconda parte, la trama sembra prendere serietà e corposità: purtroppo ciò non è fatto in maniera ottimale, e la storia non decolla mai raggiungendo la fine senza essersi quasi sviluppata. Si passano quasi venti puntate a vedere vicende di cui poco ci frega, e sebbene si capisca che i personaggi qua e là conosciuti torneranno (e si percepisce anche in qual guisa) il tutto non risulta stimolante: poi, di corsa, accadono millemiliardi di avvenimenti, cambiamenti di fronte e via dicendo: il tempismo non è gestito con sufficiente cura.

Avendo parlato di personaggi, si arriva a quello che secondo me è il punto più debole di questa serie. Iniziamo parlando dei due protagonisti: Ciel e Sebastian. Il primo è un bimbetto perennemente vestito come un buffone gotico, che gironzola per la città di Londra sparando sentenze su come lui non abbia bisogno di nessuno (salvo poi usare Sebastian per tutto), su come lui sia un freddo calcolatore che farebbe qualsiasi cosa per arrivare ai suoi obiettivi (e si smentisce mostrando pietà qui e là) e, in generale, filosofeggiando in maniera fintamente dark su qualsiasi cosa. È superfluo dire come Ciel non abbia incontrato il mio favore: questo chiaramente ipoteca gravemente il mio gradimento dell’anime.
Fortunatamente, Sebastian è di un’altra pasta: nei modi e negli sguardi si mostra per il demone che è: leale alla promessa fatta, ma con i suoi progetti in mente, lavora facendo ciò che deve al meglio. Purtroppo, essendo guidato da Ciel, risulta spesso limitato nelle azioni: finché si tratta di lanciare qualche coltello va tutto bene, ma in parecchi momenti sarebbe stato bello vedere Sebastian in azione in maniera più incisiva.

Tolti questi due elementi, il resto dei personaggi è praticamente inesistente. Elisabeth sembra avere il ruolo di fare da contrapposizione emotiva a Ciel, ma non prende mai davvero tale ruolo. Gli altri servitori della casa dovrebbero essere la parte comica della serie, che inizialmente si presenta come una produzione abbastanza allegra, ma non strappano nemmeno un sorriso: inoltre, verso il finale, viene svelata la loro origine. Questo li lascia però nello stesso limbo di inutilità dove si trovavano prima. Stessa cosa si porebbe dire di Pluto, di Madame Red, di Undertaker,… tutti sembrano prendere un ruolo, ma ci si accorge in seguito che Ciel e Sebastian continuano per la loro strada senza minimamente farsi influenzare da questi ultimi: quando pare che qualcosa abbia fatto breccia, generalmente si viene smentiti dopo poco.

La grafica è nella norma, senza particolari pregi: il disegno è elegante ma semplice, e fa il suo dovere. Di buona fattura le musiche, con un paio di canzoni gradevoli e una simpatica ending.

Insomma, bisogna dire che sono rimasto un po’ deluso da Kuroshitsuji. Sembrava avere tutto il necessario per diventare una serie interessante, ed invece annega in un mare di mediocrità dal quale non riesce mai a liberarsi. Da notare, tuttavia, il (per me) sorprendente finale: gli ultimi 5 minuti sono di qualità, e non me li aspettavo.

Voto: 6. Ho visto di molto peggio, è vero: la scarsa qualità del protagonista e la struttura della trama non permettono tuttavia ai personaggi che l’avrebbero meritato di brillare di più.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni vittoriane, con un pizzico di gotico; chi non si infastidisce a vedere il protagonista vestito come un idiota; chi vuol conoscere Tanaka-kun, il servitore più inutile ma più caratteristico di casa Phantomhive.

Tales From Earthsea

…In un mondo fantasy, carestie e draghi sono forieri di cattive notizie. Ma a cosa son dovuti?

Tales from Earthsea


Nel mondo di Earthsea, molti cattivi presagi si stanno palesando. Draghi che combattono nei cieli, epidemie tra il bestiame, siccità, impossibilità di seminare: tutto sembra andar male.
In questo caos Arren, il figlio del re, in preda ad un raptus uccide il reggente e fugge: nella sua fuga, incontra un mago che diventerà il suo compagno di viaggio, in un mondo oramai in declino, allo scopo di trovare sé stesso. Ma l’incontro è stato davvero fortuito? Cosa può volere Sparrowhawk da lui? Oppure è stato davvero un incontro previsto dal destino per rimettere il principe decaduto sulla retta via?

Questo film da quasi due ore è ispirato ad una serie di racconti di una scrittrice americana, nel fantastico mondo di Earthsea. Nelle prime parti della proiezione si assiste ad un mondo crepuscolare, in decadenza, dove la natura sta riconquistando ciò che l’uomo aveva costruito: la fiducia nel futuro pare scarsa nella popolazione, e la disperazione sembra essere ad ogni angolo.
Il tutto crea un ambiente cupo ma avvincente, con mille misteri che si intersecano tra loro: putroppo, nella seconda parte la trama non riesce a far fronte agli impegni che si trova a dover confrontare.
Molte delle domande che ci si pone rimangono infatti senza risposta, e questa è una colpa grave. Come mai c’erano carestie ed epidemie? Boh. A cosa erano dovuti i draghi che combattevano nei primi minuti di proiezione? Mah. Quale è il motivo ultimo che spinge Arren ad uccidere suo padre? Chissà. Alcune risposte possono essere immaginate, ma le risposte sono assolutamente insoddisfacenti: si passa da una trama che coinvolge la globalità dell’ambientazione in cui si svolge la vicenda ad una storia di crescita personale del protagonista, nemmeno troppo ben congegnata.

Questo non vuol dire che l’intera storia sia da buttare: ci sono parti interessanti e scorci davvero carini, ma non bastano davvero a reggere tutto. I personaggi sono carini ma nulla più, e mancano nel conquistare la simpatia dello spettatore come gli usuali protagonisti dei lavori dello Studio Ghibli riescono a fare. Sembra quasi che, contrariamente agli usuali lavori nei quali si ha una trama molto basilare ma una caratterizzazione eccellente, qui si sia tentato di fare il contrario: purtroppo il risultato non è altrettanto eccelso.

L’animazione, come d’abitudine, è di buona qualità con un paio di punti che brillano per realizzazione visiva: le musiche sono un altro punto forte di questo OVA, dato che aiutano molto bene a caratterizzare l’ambientazione medievale/fantasy in cui la vicenda si svolge. Non sono poche le situazioni in cui uno splendido panorama, combinato con ottima musica, riescono a rapire il cuore dello spettatore.

Insomma, non esito a dire che Tales from Earthsea sia uno dei lavori meno riusciti dello Studio Ghibli. Questo non lo condanna in maniera definitiva, e la visione è comunque moderatamente piacevole – soprattutto per l’ottima ambientazione in cui la vicenda si svolge: manca però un vero fulcro della trama, che non si rivela mai e che fa trascinare quest’ultima stancamente verso un prevedibile finale (con un mancato colpo di scena).

Voto: 6,5. Va in graduale calando, man mano che lo si guarda.

Consigliato a: chi vuol vedere il primo anime del figlio del poderoso Hayao Miyazaki; chi ama gli ambienti fantasy tendenti alla tristezza; chi è interessato a vedere l’arcimago che usa meno magia di tutte le storie esistenti.

Cybernetics Guardian

…In un vicino futuro, la tecnologia riuscirà a trarre potere dal pensiero?

Cybernetics Guardian


A causa di una fenomenale scoperta, nel 1995 diventò possibile utilizzare il pensiero umano per muovere delle macchine: questo aprì nuove frontiere nelle protesi e in mille altre applicazioni. Siamo oramai nel 2019, e la città di Cyberwood è un agglomerato di metallo e vetro, modello di progresso. Esiste però il problema di una vasta zona, denominata Cancer (con grande umanità), in cui vivono reietti, criminali e tagliagole d’ogni specie: qualsiasi tentativo di ripristinare l’ordine in tale zona è stato soffocato col sangue. Un laboratorio scientifico ha pertanto inventato una nuova suit, che fornisce grande protezione e permette di rendere inoffensive le persone senza ucciderle: al momento del test, tuttavia, molteplici interventi esterni creano un sabotaggio e la persona all’interno della tuta, John, rimane ferita e in seguito si trasforma in un gigantesco mostro. Quali forze sono all’opera? Riuscirà John a tornare in sé?

In questo breve OVA di circa 40 minuti si assiste ad una storia che è già stata raccontata mille volte. Un personaggio diventa suo malgrado cattivo, poi incontra la donna che ama, torna buono e, una volta in sé, fa giustizia. La trama non è null’altro che questo, con qualche spruzzata di politica (che nulla aggiunge) e di occultismo (che nulla aggiunge) a fare da contorno. All’inizio le idee date in merito alla possibilità di convertire l’energia del corpo in energia meccanica sono anche interessanti, ma vengono subito accantonate del tutto: idem dicasi per Cancer, che viene solo visto di sfuggita e mai riesce a prendere parte nella storia.

I personaggi sono ovviamente molto semplici, perché non c’è alcuna speranza di svilupparli nella breve visione. Fanno quel che devono, vanno dove devono, ma non riescono a far molto altro.
La violenza viene invece spesso utilizzata: in fin dei conti, ci ritroviamo con un gigantesco gorillone semi-meccanico stile king-kong del futuro che si arrampica sui palazzi e strappa teste in giro! Purtroppo non tutte le scene son mostrate con la crudezza che ci si poteva aspettare, e ogni tanto si rimane delusi. Altre immagini son ben fatte, con arti che volano un po’ da tutte le parti e fa sempre piacere, ma si sarebbe potuto fare di più: essendo un lavoro corto, la violenza è un modo semplice ed immediato per lasciare un’impressione sullo spettatore.

Il disegno è altalenante: alcune immagini sono decisamente scarsine, altre sono nella norma ed altre ancora sono quantomeno piacevoli. L’audio mi ha sorpreso, con una piacevole colonna sonora a base di j-rock/j-hard rock che si fa apprezzare in vari momenti.

Insomma, non c’è molto altro da dire su Cybernetics Guardian: passa in un lampo, e difficilmente lascia un segno. Non si riesce bene a capire cosa sarebbe dovuto diventare nelle idee dei realizzatori: rimane un lavoretto anonimo, non terribile ma che poco ha da offrire allo spettatore.

Voto: 5,5. C’è di peggio, ma per guardarmi un piccolo OVA di violenza a ‘sto punto mi vedo il mai troppo citato Baoh.

Consigliato a: chi ama gli ambienti distopici lievemente cyberpunk; chi vuol vedere cosa può fare uno scimmione semidemoniaco nel futuro; chi si chiede quanti cavi si possono infilare in un cranio.

Pom Poko

…Procioni mutaforma con testicoli magici? Ok, sembra orrendo ma… eccoli qui!

Pom Poko


I procioni sono una compagnia abbastanza classica del Giappone rurale. Durante la fase del grande sviluppo cittadino, ovviamente, i territori dedicati a foreste e campagne si ridussero molto; lo spazio per gli animali del bosco diventò pertanto molto limitato.
Una tribù di procioni abita nelle vicinanze di Tokyo, in una collina boscosa: quando la grande città decide di radere al suolo l’intera zona per creare una città-dormitorio dove ospitare tutti i lavoratori della più grande megalopoli esistente, i lavori iniziano a distruggere tutto ciò che di conosciuto il gruppo conosce: essi decidono pertanto di passare al contrattacco con le curiose ma potenti armi a loro disposizione.
Quando sono fuori dalla portata degli occhi umani, infatti, i procioni possono camminare su due zampe e parlare come noi: inoltre, una parte di loro ha notevoli poteri di mutaforma, portandoli a poter diventare più o meno qualsiasi cosa – alberi, ponti, fantasmi, umani, quel che si vuole. Ovviamente solo i migliori riescono ad essere credibili, e per le cose più maestose bisogna essere in tanti: creare incidenti e infondere paura, tuttavia, è facile! Riusciranno tuttavia a fermare il progresso? Se sì, a quale costo? Che ne sarà della loro pacifica vita di campagna?

La storia inizia in maniera decisamente comica, con i pigri e bonaccioni procioni intenti più che altro a giocare e a divertirsi che non a interessarsi davvero del problema davanti ai loro occhi: nonostante un paio di guerrafondai, essi puntano più che altro a scherzi, burle e trucchetti per tentare di liberarsi degli umani. Quando iniziano a rendersi conto che la situazione è davvero grama (dato che il cibo inizia a scarseggiare, e i loro compagni cominciano a finire sotto le macchine cercando di alimentarsi…) il tono dell’ambiente cambia prima che ce ne si possa render conto: si passa da un coloratissimo e meraviglioso corteo agli attacchi disperati contro la polizia, con una facilità che risulta assieme naturale e terribile. Questo porta la prima parte ad essere abbastanza divertente e piena di simpatiche trovate mutaforma, mentre la seconda risulta decisamente più greve e disperata.

I personaggi stessi non rimangono particolarmente impressi: essi formano più che altro un collettivo da cui spuntano solo un paio di personalità più forti, ma che si avvalgono comunque dell’apporto dei sostenitori. Questo li porta a non riuscire mai a convincere appieno quando tentano di “fare i duri”, anche perché dopo pochi secondi il tutto frana e tornano a far gruppo e a discutere insieme della situazione.

La chiave di lettura per poter apprezzare questo anime è, secondo me, il significato che esso porta con sé: l’evidente concetto è quello della salvaguardia della natura, ma c’è un secondo livello d’interpretazione.
Risulta infatti molto sovrapponibile la situazione dei nostri sfortunati protagonisti con quella delle persone che effettivamente vivevano nelle campagne vicine alle grandi città, e che vennero fondamentalmente spazzate via con il boom degli accentramenti urbani; il proseguio e il finale della storia porta a dimostrare che si può fare quel che si vuole, che ci si può battere, che ci si può illudere, ma alla fine il progresso – sia esso positivo o negativo – riuscirà ad arrivare dove intende: l’unica è adattarsi o soccombere. In questo caso il messaggio è chiaramente ispirato alle zone rurali urbanizzate, ma può esser legato a vari altri ambienti, in cui il triste ma realistico discorso di per sé non cambia.

Il disegno non è malaccio, ma non colpisce particolarmente. Gli unici momenti di vero spettacolo sono quelli di trasformazione di massa, in cui sembra di esser stati teletrasportati in Paprika nei suoi momenti più deliranti. L’audio non mi ha particolarmente colpito, ma le canzoni (comprese quelle per bambini che sono intersecate nella storia) risultano simpatiche.

Insomma, Pom Poko è un lavoro che può non piacere a tutti: le tematiche possono non interessare particolarmente, e in fin dei conti la storia di animaletti che si trasformano (con particolare attenzione alla mutaformabilità dei loro apparati riproduttori…) può anche non essere per tutti i palati. Io l’ho gradita abbastanza, sebbene non sia probabilmente tra i capolavori sfornati dal seppur sempre affidabile Studio Ghibli.

Voto: 8. La Ghibli se la cava anche senza Miyazaki, che in Pom Poko non ha messo mano… ma da loro mi aspettavo qualcosinaina in più.

Consigliato a: chi ha passioni ambientaliste o ama la semplice e rilassata vita di una volta, e gli piange il cuore a vederla sparire; chi vuole un anime per ridere e intristirsi quasi allo stesso tempo; chi vuol posteggiare la logica e tuffarsi nel mondo della mitologia tradizionale giapponese, di cui ci son molti accenni.

Wicked City

…Il mondo dei demoni e quello degli umani finalmente in pace?

Wicked City


Da millenni il mondo dei demoni e quello degli umani coesistono, tra momenti di guerra e momenti di tregua. Negli ultimi secoli la situazione è stata regolata da un patto di non aggressione, che tuttavia sta per scadere. Il lavoro di Taki, una guardia nera umana (come son chiamati gli agenti che puntano a mantenere l’ordine tra i due mondi), è quello di scortare fino alla firma del nuovo trattato di pace Giuseppe Mayart, un antico demone che vive sulla terra, e dovrà farlo con l’ausilio di Makie, un’avvenente guardia nera che proviene dal regno dei demoni. Riusciranno nella loro missione? Le cose sono veramente come sembrano? Come mai ogni loro azione pare gettarli ancor più nei guai?

Va detto in primis che questo anime è indirizzato ad un pubblico adulto (o adolescente in calore, a scelta): esso rasenta infatti parecchie volte il confine che divide l’anime osé dall’hentai. Riesce sempre (e questo è un pregio) a mantenersi nei limiti dovuti, seppur a malapena: inoltre, la violenza è abbastanza intensa con braccia strappate, gente stuprata e dicendo: non ci sono molte occasioni nell’oretta e mezzo di proiezione per ammirare tali eventi, ma quando ci sono si fanno notare.

Passando alla storia, si deve dire che per tre quarti del film tutti i protagonisti sembrano idioti. Le azioni più logiche non vengono eseguite, portando a inutili complicazioni che avrebbero potuto esser facimente evitate. Arrivare alla fine e svelare il vero segreto della storia stessa da, in retrospettiva, un vago senso di logica al tutto: questo non basta tuttavia a ripagare dell’ora di incazzatura per i personaggi che si muovono erraticamente in un’ambientazione spoglia e cupa.

Parlando di personaggi, bisogna dire che i due protagonisti sono davvero insulsi. Taki è davvero il morto di figa che sembra, e Makie non riesce mai a rendersi davvero interessante. Nessuno dei due sviluppa nulla di logico, se non un’attrazione reciproca che -dato il tono sexy dell’anime- è assolutamente scontata.

I combattimenti non sono moltissimi, e la qualità non è eccelsa: si spera sempre di vedere qualche supermossa da parte dei demoni ma solo in rari casi si viene accontentati. Da notare con piacere il super-rinculo della pistola di Taki, dato che deve disintegrare demoni (ben più resistenti degli umani): viene tuttavia da chiedersi che razza di schiena abbia, per riuscire a sfondare così tanti muri in cemento…

Il disegno, per essere del 1987, non è malaccio ma dimostra tutti i suoi anni, rimanendo un passo sotto altri lavori degli stessi anni. L’audio, come in molti film del genere, risulta quasi assente: peccato.

Insomma, Wicked City porta un paio di idee carine e un paio di cambi di trama che non sono malaccio, ma non riesce a convincere a causa della scarsissima caratterizzazione dei personaggi, palesemente indirizzati solo ad accoppiarsi prima della fine dell’anime: questo porta con sé una prevedibilità che rende abbastanza banale il resto, e anche il finale moderatamente sorprendente non riesce a raddrizzare appieno il tutto.

Voto: 5,5. Ero tentato a dare la sufficienza in virtù del paio di buone idee, ma in fin dei conti devo ammettere di non essermi interessato o divertito granché: questo è un crimine grave, per un anime.

Consigliato a: chi vuole un po’ di erotismo senza scadere nell’hentai; chi cerca qualche rissa demoniaca senza troppe pretese; chi si chiede quanto può esser pericoloso incontrare una vagina gigante e semovente, o una demonessa-ragno-con-i-denti-proprio-lì.