Legend of the Galactic Heroes

…Le vicende di un’era futura, tra eroismo, guerra e politica.

Legend of the Galactic Heroes


Ci troviamo in un distante futuro, a migliaia di anni da oggi. Il viaggio interstellare è oramai una realtà, e la galassia conosciuta è abitata da due grandi nazioni, in guerra tra loro: da una parte c’è l’Impero, governato dalla dinastia dei Goldenbaum come una monarchia, mentre dall’altra parte c’è l’Alleanza dei Pianeti Liberi, guidata da un parlamento eletto democraticamente. Le due inconciliabili realtà si danno guerra oramai da moltissimi anni, ma ci sono due astri nascenti che porteranno ad una svolta definitiva: nell’Impero il giovane conte Reinhard von Lohengramm sta guadagnando importanza con le sue conquiste militari, ed uguale strada sta prendendo Yang Wenli sul fronte dell’Alleanza. Quando questi due titani si scontreranno, a quali esiti porterà? E quale è, in definitiva, il governo che meglio può guidare una galassia? Quante altre variabili bisognerà tenere in conto nei giochi di potere delle forze in campo?

Questo lungo anime di 110 puntate racconta molte cose. Di per sé è la storia di una guerra, e di ciò che accade dopo di essa: in realtà nasconde molto altro, forse anche più importante.
Si viene infatti posti davanti a domande tutt’altro che stupide, e paragoni tra democrazia ed autocrazia scevri da preconcetti. Vengono mostrati pregi e difetti dei vari tipi di governo in maniera semplice ma funzionale: inizialmente sembra che i Goldenbaum siano il male, con il loro sistema sociale che ricorda la Francia pochi anni prima della rivoluzione, e che la democrazia si portatrice di libertà: con l’andare della storia, si capisce tuttavia che un’autocrazia guidata da un buon reggente può funzionare molto meglio di un collettivo litigioso, corrotto ed assetato di potere. I protagonisti stessi (soprattutto Yang Wenli) si chiedono talvolta quale sia la strada giusta per la pace ultima, ed è una domanda che non può non toccare anche lo spettatore.
Vengono inoltre mostrate anche altre derivazioni del potere: ci sono fazioni più piccole che però, come nel mondo attuale, hanno un’importanza molto maggiore della loro effettiva grandezza. Un forte potere economico o un credo religioso manipolato a dovere possono guidare a loro volontà entità molto più massicce, e penso che non ci sia bisogno di fare esempi ai giorni nostri per potersene rendere conto.
In alcune puntate vengono anche tenute mini-lezioni di storia, alcune molto interessanti: è facile vedere come ci siano parallelismi con la nostra storia recente (regicidio, nazismo, apartheid e via dicendo) che posono mostrare in maniera chiara come si può arrivare a certe aberrazioni nonostante la partenza da un sistema democratico e funzionante.

Parlando della guerra in sé, bisogna dire una cosa: se si cercano battaglie spaziali con effetti grandiosi e atti eroici, questa è la serie sbagliata. I combattimenti sono mostrati in maniera quasi esclusivamente tattica (non per nulla i due protagonisti sono degli strateghi, e non dei guerrieri), e le battaglie non si vincono con mosse azzardate ma con l’astuzia. I combattimenti corpo a corpo sono abbastanza rari, ma quando hanno luogo sono abbastanza sanguinari: generalmente, però, di sangue ne si vede poco (anche se i morti nelle battaglie si contano a decine di migliaia).
Va inoltre detto che, oltre che sul campo di battaglia, la guerra viene anche condotta in altri modi: come già accennato prima ci sono molti pezzi sullo schacchiere internazionale, ognuno con i propri interessi: solo colui che riesce a giostrare meglio tutti gli attori potrà vedere il proprio punto di vista vincitore sulla lunga distanza.

Ci sono una valanga di personaggi (che fortunatamente vengono spesso ricordati mediante sottotitolo con il nome), e nei 3-4 anni di durata della storia narrata si avvicendano in molteplici ruoli a dipendenza del corso della storia: quelli importanti sono circa una trentina, e sono molto ben realizzati.
Iniziamo parlando dei due protagonisti: essi sono assieme molto simili e molto differenti. Entrambi fini strateghi, ed entrambi capiscono da subito che l’unico modo di governare è con giustizia: i metodi e le motivazioni, però, sono quasi diametralmente opposti. Con il passare del tempo si impara a conoscerli, e anche a livello personale ci sono molte discrepanze; Reinhard è una specie di bambino prodigio con uno scopo che si è autoimposto, ma con varie altre mancanze dal punto di vista emotivo. Wenli è invece una persona con i piedi per terra, poco interessato alle comuni vicende giornaliere ma occupato ad esaminare il mondo che lo circondava: portato dagli eventi a diventare qualcosa che, di per sé, non era sua intenzione, mantiene sempre e comuque il suo spirito critico per valutare e commentare la realtà di un’era di grandi mutamenti.

I coprotagonisti non sono da meno: se dalla parte di Reinhard la sua brillantezza porta ad oscurare quasi tutti i suoi vicini (con l’eccezione dei tre-quattro più fedeli ammiragli, che comunque hanno ruoli importanti solo in alcuni momenti specifici), Wenli ha invece -da buon democratico- un gruppo di fidati consiglieri ed amici che con il loro punto di vista aiutano a calibrare meglio le scelte fatte. È anche vero che alcuni di loro sono molto semplici e monotoni nelle loro decisioni (chi andrebbe sempre in battaglia, chi aspetterebbe sempre e via dicendo), ma risultano comunque simpatici e godibili. Va inoltre detto che in tutta la serie ci sono molte morti, anche tra protagonisti eccellenti: si consideri pertanto che nessuno è al sicuro. Nessuno.

Il disegno, per dirla tutta, è inizialmente davvero orrido. È una serie le cui prime puntate hanno oramai più di vent’anni, è vero, ma uno sforzo in più poteva essere fatto. Con il passare del tempo il tratto migliora, e alla fine risulta tranquillamente guardabile.
Per la musica è stata fatta una scelta coraggiosa, e secondo me azzeccatissima: l’intera colonna sonora è composta di musica classica, e non dei soliti tre o quattro pezzi che siamo tutti abituati a sentire. Si ha pertanto un audio di assoluta qualità, che accompagna con gusto le varie vicende.

Insomma, Legend of the Galactic Heroes è un anime che sicuramente dà da pensare e non si focalizza sul dualismo buoni/cattivi, ma porta tutte le motivazioni dei vari personaggi coinvolti con un occhio critico e ponderato. È una serie sicuramente molto lenta, e ci sono puntate intere in cui non vien fatto null’altro che un discorso: qui e là avrebbe potuto essere un po’ compattato, e sarebbe potuto risultare un po’ più breve e sicuramente più leggero. Se si riesce tuttavia a sorvolare il disegno carente e la lentezza, si ha sicuramente un punto di vista inusuale ed interessante sui sistemi di governo che esistono, sulle loro forze e debolezze, il tutto accompagnato da buoni personaggi che risultano simpatici e a cui ci si affeziona. Non ci si faccia ingannare dalla prima decina di puntate, in cui si viene bombardati da miriadi di nomi apparentemente senza motivo e dove non si capisce nemmeno chi siano i protagonisti: una volta che la storia decolla, sarà un viaggio di qualità.

Voto: 9. Un anime che fa pensare è sicuramente buono: se lo fa narrando vicende epiche di un’era di tumulto, ancor meglio.

Consigliato a: chi ama la storia, e sa che conoscendola si potrebbero evitare molti errori; chi non si lascia spaventare da lunghi discorsi e manovre politiche; chi ha 42 ore da utilizzare per acculturarsi, indirettamente, sul mondo di oggi.

Grave of the Fireflies

…Il più triste dei lavori dello Studio Ghibli, sugli orrori della guerra.

Grave of the Fireflies

Ci troviamo nei primi mesi del 1945: la guerra in Giappone è oramai nella sua fase più tragica, con bombardamenti da parte degli americani che giornalmente decimano la popolazione. Seita è un ragazzino, che vive con la sorellina Setsuko e la madre: il padre è arruolato in marina, a combattere il nemico. Tra corse verso i rifugi e allarmi aerei, la vita sembra scorrere in maniera quasi normale, fino a quando un malaugurato giorno la madre muore in un bombardamento aereo, che distrugge nel contempo la casa dove avevano abitato sinora.
Inizia da lì il disperato viaggio dei due protagonisti, catapultati in un terribile mondo di privazioni, fame, malattie e stenti. Come riusciranno ad arrangiarsi per campare il più possibile?

L’anime inizia in maniera abbastanza insolita: nei primi 30 secondi di proiezione, si scopre che il protagonista muore di fame e di stenti, tra l’indifferenza della gente in una stazione, il 21 settembre 1945. Si capisce pertanto sin da subito che non ci sarà un lieto fine, e l’unica domanda che accompagna l’intero film è “come, e perché?”
Si torna quindi indietro di qualche mese, fino a quando non capita il sopraccitato bombardamento che catapulta Seita e Setsuko all’inferno; man mano che il film prosegue, la disperazione si fa via via sempre più strada nei cuori dei due poveri ragazzini che le tentano tutte per sopravvivere, ma le cui speranze diventano sempre più flebili.

Essendo principalmente Seita quello che agisce durante tutto il film, il suo personaggio è notevolmente sviluppato. Il suo comportamento è logico e ci si trova a pensare che non avrebbe potuto fare altrimenti in molti casi, considerando anche che ad un’età stimabile di 12-13 anni si ritrova a dover badare alla sorellina, inventarsi sistemi per trovare cibo quando un’intera nazione sta morendo di fame e combattere contro i problemi che continuano ad accumularsi a causa della loro situazione assolutamente precaria.

Va detto inoltre che un lavoro come questo è estremamente raro: i giapponesi evitano il più possibile di parlare della seconda guerra mondiale ancora oggi, dato che è una ferita che non si è mai completamente chiusa. È facile capire che nel 1988, quando Grave of the Fireflies venne creato, la resistenza fosse ancora maggiore: al coraggio dello Studio Ghibli va un ulteriore plauso.
Questo è infatti un ottimo lavoro per rendere con chiarezza l’idea di quanto possa essere orribile la guerra: è facile pensare a bombardamenti, scontri a fuoco, morti e feriti. Raramente però si pensa agli effetti a medio-lungo termine che eventi del genere mettono in moto, e che spesso sono ancora più terribili dei morti di guerra “diretti”. Per tali motivi in alcuni passaggi è anche abbastanza crudo (sebbene non si vedano sbudellamenti veri e propri), come è giusto che sia.

La grafica dimostra qualche annetto, come è giusto che sia, ma risulta comunque piacevole ed interessante da guardare. L’audio aiuta bene a convogliare il senso di disperazione e di tragedia che permea tutto questo lavoro, e pertanto è decisamente apprezzabile.

Insomma, Grave of the Fireflies è un lavoro abbastanza inusuale per lo Studio Ghibli, che in quasi tutti gli altri lavori ha puntato verso la speranza: in questo caso ci si inabissa unicamente in un dolore che diventa sempre più immenso, fino a diventare insopportabile.

Voto: 9. Colpisce diretto allo stomaco, come un lavoro di questo genere dovrebbe fare.

Consigliato a: chi vuole vedere qualcosa di triste; chi si vuol rendere conto di come si faceva, in una nazione civilizzata come il Giappone, a morire di fame per le strade; chi pensa che la guerra sia una cosa bella, solo perché non l’ha mai vista in casa propria.

Avatar: The Last Airbender

…Quando una casa produttrice americana si mette a fare degli anime, che cosa ne può venir fuori?

Avatar: The Last Airbender

Nel mondo in cui ci troviamo, le popolazioni sono da sempre divise in quattro diverse tribù separate in base agli elementi che esse possono dominare: esiste la nazione del fuoco, la tribù dell’acqua, il regno della terra e i templi dell’aria. Parecchie persone in ognuna delle varie fazioni può manipolare il suo elemento a suo piacere: ad esempio, una persona che viene dalla nazione del fuoco potrebbe avere la capacità di sparar fuoco dalle mani, o rendere incandescente il metallo: similarmente, una persona della tribù dell’acqua potrebbe saper utilizzare l’acqua di una borraccia come una frusta, e poi usarla per creare una costruzione congelata. L’equilibrio tra le quattro forze è costantemente mantenuto dall’Avatar, l’unico essere sul pianeta che può dominare tutti i quattro elementi e che, in caso di morte, si reincarna in un nuovo nato per continuare a vegliare affinché l’equilibrio venga rispettato

Purtroppo, cento anni fa la nazione del fuoco attaccò gli altri regni, grazie a delle congiunzioni astrali che fornirono al loro elemento un potere immenso: l’avatar a quei tempi era ancora un bambino, che a causa di un incidente rimase congelato nel ghiaccio in ibernazione.
Cento anni sono ora passati, i templi dell’aria sono stati sterminati, le tribù dell’acqua faticano a sopravvivere e da oramai un secolo il regno della terra tiene duro contro il perenne assedio che la nazione del fuoco, spinta dal Signore del Fuoco.
Katara è una sedicenne waterbender (persona capace di manipolare l’acqua) in erba che vive al polo sud, e assieme a suo fratello Sokka – un aspirante guerriero 15enne. Durante una battuta di pesca si imbattono in una strana formazione ghiacciata, e decidono di vedere cosa c’è intrappolato all’interno: ci trovano nientepopo’ di meno che Aang, l’Avatar, l’ultimo airbender! Tornato al nostro mondo, scopre la dura realtà di cui non era a conoscenza: la nazione del fuoco ha totalmente distrutto l’equilibrio, che dovrà essere ristabilito. Ma come farà lui a dominare tutti i quattro elementi? È ancora possibile fermare una nazione che per cento anni ha espanso e consolidato il suo reame? Quali rischi aspettano lui e il suo gruppo di amici man mano che viaggiano per riparare ciò che è stato rotto?

Cominciamo in primis a commentare la trama: essa è decisamente articolata, sebbene il fine ultimo sia noto fin dalle prime puntate. Un’infinità di cose accade nelle sessantadue puntate che comprendono la serie e c’è sempre uno scopo da raggiungere a breve-medio termine, che aiuterà a raggiungere lo scopo finale.
Si possono inoltre notare diverse trame che contemporaneamente si dipanano, completandosi a vicenda: il gruppo di eroi si forma e si separa in base alle necessità, e ogni filone viene accuratamente sviluppato di modo che nel momento del ritrovo ognuno sia un po’ cresciuto rispetto a quel che era prima. Anche tra i “cattivi” si possono notare vari filoni narrativi che aiutano a creare il senso generale della storia e coinvolgono ancor di più gli spettatori.
Inoltre, nulla viene lasciato al caso: la storia si dipana in maniera abbastanza tranquilla e alcune puntate sembrano quasi interamente filler: non lasciatevi ingannare, poiché quasi tutte torneranno nel futuro in un modo o nell’altro, facendo comprendere il vero significato della loro esistenza.

Parlando di personaggi, non si può non considerare come essi siano di gran lunga la forza trainante di queta serie: quasi tutti in un primo momento sembrano piatti e monotematici, per venire in seguito sviluppati nella personalità e nelle motivazioni delle loro scelte. Intendiamoci: non stiamo parlando di analisi filosofiche d’alta classe, ma quasi tutti i personaggi hanno i loro perché e questo è sempre un buon motivo. Inoltre, per la maggior parte di loro la serie riserva uno sviluppo notevole: praticamente chiunque cresce sia dal punto di vista dei poteri (ancora una volta, essi non vengono dal nulla ma ogni volta che qualcuno riesce a fare qualcosa di nuovo c’è una motivazione: un maestro che ha spiegato,o un’esperienza che l’ha segnato e via dicendo) che sotto l’aspetto della maturità e dell’interazione con gli altri. Non bisogna infatti dimenticare che i protagonisti della serie hanno tra i 12 e i 17 anni, e questo è presumibilmente il target che la Nickelodeon ha preso di mira con questa serie. I problemi che i protagonisti si fanno potrebbero pertanto sembrare relativamente semplici ad alcuni spettatori più adulti, ma rimane il fatto che essi vengono generalmente ben eviscerati e risolti con delle discussioni probabilmente banali, ma che forse a qualcuno potrebbero anche servire un po’.
Così come i protagonisti crescono e imparano, c’è chi deve insegnare: i vari maestri che la gente incontra durante l’infinito viaggio che porta il gruppo in giro per tutto il mondo sono personaggi davvero notevoli, in grado di dispensare diversi tipi di saggezza. Menzione speciale va forzatamente fatta per lo Iroh, lo zio di Zuko: le sue perle di sapienza sono davvero meravigliose, e lo ritengo uno dei migliori “personaggi saggi” che le serie abbiano recentemente sfornato.

L’ambientazione stessa è molto ben creata. I vari elementi vengono rispettati nelle loro proprietà naturali, e le varie nazioni ben le rispecchiano: la nazione del fuoco è abile con macchinari a vapore e fiamme, il regno della terra è composto da mura impenetrabili, le tribù dell’acqua vivono negli sterminati ghiacciai dell’artide e dell’antartide, e i templi dell’aria sono in cima a montagne, dove null’altro che aria li circonda. Questo aiuta anche a sentirsi meno confusi durante il viaggio in giro per il mondo, e spesso aiuta a comprendere perché un personaggio incontrato la pensa in un modo anziché in un altro.

Parlando di elementi, non si può non citare l’ottimo uso che ne vien fatto durante tutta la serie. Dare ad ogni popolo il pressoché totale controllo su di un elemento da un’infinità di possibilità, e utilizzarla bene non è facile: in questo caso, ci sono riusciti in maniera quasi perfetta. Ogni tipo di bending viene utilizzato al meglio delle sue possibilità, evitando stupide ripetizioni e utilizzando il territorio. Non è pertanto raro che un waterbender utilizzi dell’acqua di un riale per creare un’onda, farsi trasportare da essa inondando nel frattempo l’avversario, saltar fuori da essa e congelare tutta l’acqua per immobilizzare quest’ultimo ed in seguito liquidificare il tutto per creare un muro di ghiaccio atto a fermare un’ondata di fuoco che sta arrivando da un’altra direzione. Questo è solo un esempio di una cosa che potrebbe accadere in una frazione di secondo in un combattimento, ma le possibilità sono davvero tante e solo in rarissimi casi mi sono chiesto “ma perché non ha fatto la mossa X?”. Questo, con un potere così versatile, è davvero un lavoro impressionante.
Va inoltre detto che i vari tipi di bending, come è giuto che sia, non vengono utilizzati soltanto nei combattimenti: sarebbe estremamente riduttivo fermarsi a ciò. Nelle città del regno della terra si potranno pertanto vedere treni mossi dagli earthbenders, così come nella tribù dell’acqua il gigantesco muro di ghiaccio che blocca l’entrata nasconde delle chiuse che vengono azionate da dei waterbenders, e via dicendo. Tutto questo porta ad una totale combinazione tra ambiente e personaggi, che affascina ed intriga.

I combattimenti, come si sarà capito, sono una parte molto importante della serie: anche essi sono realizzati in maniera egregia. Oltre al succitato ottimo utilizzo dei poteri che i vari contendenti hanno, anche le mosse che vengono fatte sono molto accurate: esse sono state infatti prese tramite motion capture da dei veri maestri d’arti marziali, per creare il maggior realismo possibile. Ovvio, in questo caso magari alla fine della mossa partirà un’ondata di fuoco anziché un calcio, ma si nota decisamente che gli scambi di colpi sono fluidi, credibili ed estremamente adrenalinici.

Il disegno, nonostante sia proveniente dall’America, rispecchia abbastanza il tratto giapponese: in alcune espressioni si nota che la scuola di disegno è diversa, ma dopo un paio di puntate l’occhio si abitua e la differenza diventa davvero esigua. Inoltre, in contrapposizione con le recenti abitudini, la CG è stata lasciata quasi completamente fuori dalla porta: secondo me è stata un’ottima scelta.
Le musiche fanno il loro lavoro senza però brillare: non esiste opening, e l’ending è solo una melodia di tamburi. Quello che mi ha colpito è la qualità delle voci: essendo una serie fatta in America la versione originale è chiaramente in inglese, e questo mi intimoriva: le mie parole sono tuttavia state fugate da un lavoro da veri professionisti, con ottime voci e inflessioni davvero notevoli.

In definitiva, i buoni anime possono anche esser creati fuori dal Giappone? La risposta è decisamente sì. Avatar: The Last Airbender è un signor lavoro, che riesce in vari aspetti a dimostrarsi all’altezza dei migliori lavori provenienti dal sol levante.
Alcuni tratti inizialmente sembrano tanto, troppo classici: in seguito si vede però che non tutto è come sembra, e le cose sono più elaborate di quanto non potrebbe parere in un primo momento. La Nickelodeon -da me già conosciuta per alcuni spettacolari videogiochi degli anni ’90, prima che diventasse un canale TV- ha fatto più che un omaggio al Giappone, utilizzando i giusti kanji in molte occasioni e riprendendo con attenzione molte delle caratteristiche culturali nipponiche: la cultura del té, il teatro kabuki, gli haiku e tanti altri aspetti sono stati accuratamente riportate, senza praticamente alcun errore. Davvero notevolissimo.

Voto: 9. Forse in un paio di posti avrebbe potuto essere un po’ velocizzato e forse un paio di comportamenti dei personaggi sono ogni tanto vagamente fuori posto, ma sono davvero dettagli in un lavoro impressionante per la sua qualità.

Consigliato a: chi vuole vedere 62 puntate di azione senza che muoia un’unica persona; chi ha desideriodi buoni combattimenti; chi vuol provare pena empatica per uno sfortunato venditore di cavoli.

Porco Rosso

…Il buon vecchio Studio Ghibli con uno dei suoi titoli più sottovalutati.

Porco Rosso

Siamo negli anni ’30, in Italia. Dopo la prima guerra mondiale lo sviluppo dell’aeroplano è stato molto intenso, e oramai il Mediterraneo è pieno di pirati dell’aria e dei rispettivi cacciatori di taglie. Porco Rosso, il cui vero nome è Marco, è l’equivalente italiano del più famoso Barone Rosso: un pilota di impareggiabile abilità, che caccia i pirati con i quali ha uno stretto rapporto di amore-odio (più odio che amore, ma vabbé). A causa di una misteriosa magia, tuttavia, il suo viso si è tramutato in quello di un maiale: da qui arriva il suo curioso soprannome.
Il presente film segue pertanto le vicende dell’asso dei cieli alle prese con il suo passato, il suo amore/non-amore di sempre, il fascismo nascente nell’italia della depressione d’inizio anni ’30 e una sfida d’onore con un pilota americano.

Come prima cosa, mi piacerebbe commentare i personaggi. Penso che in questo lavoro lo Studio Ghibli abbia davvero dato il meglio di sé, creando uno dei protagonisti più spettacolari di tutti. Marco è un personaggio di grande esperienza e di estremo carisma, che nonostante il suo passato di guerra e la sua faccia non esattamente affascinante, riesce a calamitare l’attenzione di tutti col suo carattere e con il suo fascino interiore. I coprotagonisti non sono molto da meno: la banda dei pirati è a dir poco ilare, Gina sembra estratta direttamente da un film degli anni ’20, Curtis è il perfetto cliché dell’americano anni ’30 che arrivava nel “vecchio mondo” con attorno a sé un’aura di misticismo, e via dicendo. Vederli in azione è un vero piacere.

Il secondo punto forte, per un italofono, è l’ambientazione: il clima dell’Italia post-prima e pre-seconda guerra mondiale: immense famiglie che, nella più nera depressione economica, hanno donne e uomini che lavorano in qualsiasi attività possibile; il fascismo che iniziava a mettere piede nelle strade con la polizia segreta che vagava per le strade; manifesti politici nelle vie, e via dicendo.
L’italiano dei giornali e delle insegne è piuttosto traballante, ma si nota lo sforzo nel non voler mettere nemmeno un kanji – che sarebbe stato decisamente fuori posto. La grande attenzione donata allo sfondo, che in ogni minimo dettaglio pare curata e ben realizzata, aiuta ad immergersi nel seppur fantasioso mondo dell’aeronautica “free for all”.
Inoltre, il tono scanzonato e divertente dato alla serie lo rende uno dei titoli più spensierati e dal cuor leggero che la casa produttrice di Hayao Miyazaki abbia mai prodotto.

Ci sono delle pecche? Beh, bisogna dire che la storia non è esattamente un capolavoro di originalità e fantasia, ma in fin dei conti ben raramente lo Studio Ghibli si immerge in trame complesse o corpose. Rimane in ogni caso un lavoro da poter guardare senza impegnare troppo la mente, sebbene qui e là si capti qualche minimo accenno di polemica (come la frase “meglio rimanere un porco che diventare un fascio”, detta dal protagonista ad un militare che gli chiedeva di tornare nell’Arma). Ciò non va però mai a turbare il succitato clima piacevole, e rimane un sottofondo che volendo si può anche trascurare senza per questo perder nulla.

Il disegno è molto curato e ben realizzato: è difficile credere che oramai questo lavoro sia praticamente maggiorenne!
Le musiche sono anche molto gradevoli, e perfettamente accompagnano la storia durante il suo svolgimento.

Insomma, Porco Rosso prende alcuni aspetti dai classici lavori dei loro produttori (stile del disegno, ambientazione molto ben fatta, personaggi curati) e altri meno caratteristici (ambientazione estremamente leggera, praticamente nessun momento di profonda riflessione). Sia quel che sia, è un ottimo lavoro che riscalda il cuore e lascia nella memoria un personaggio davvero superlativo, che non può non risultare simpatico.

Voto: 9. Mi son pentito di non averlo visto prima, dato che pareva una mezza cazzata: è davvero un buon lavoro.

Consigliato a: chi ama le ambientazioni degli anni ’30; chi apprezza gli albori dell’aeronautica; chi vuol vedere un idrovolante decollare dai navigli di Milano.

Kino no Tabi

…Un tranquillo ma profondo anime itinerante.

Kino no Tabi

Kino è un viaggiatore, che vaga per il mondo fermandosi in ogni nazione soltanto tre giorni. È accompagnato da Hermes, la sua moto parlante, nel suo viaggio infinito alla scoperta del mondo. Il viaggio è ambientato in una terra misteriosa, le cui case e i cui vestiti sembrano risalire al medioevo ma dove esistono motociclette, pistole e robot.
Ma cosa spinge Kino a viaggiare in eterno? Che impatto hanno avuto i mille e mille incontri sul suo carattere e sulla sua visione della vita?

Questo anime, leggendo il riassunto della trama, può parere uno slice of life mischiato ad un road movie. Volendo ridurre il tutto all’osso si potrebbe anche dire che ciò è vero, ma si perderebbe tutta la poesia che questo anime di tredici puntate porta con sé.
Kino no Tabi è infatti una bellissima metafora della vita: la semplice frase che apre la serie, il mondo non è un bel posto, e quindi lo è fa intuire l’approccio filosofico che il protagonista ha con gli eventi della vita.

Kino è infatti in scena il 99% del tempo, essendo l’unico protagonista, ed è un personaggio davvero fenomenale: passando nelle varie terre si mantiene generalmente nella condizione di osservatore, poiché non ama impicciarsi dei fatti degli altri, e segue i costumi del luogo. Non ama la violenza ma sa che di tanto in tanto essa può esser necessaria (e le sue due pistole, durante le puntate, colpiscono diverse persone); questo non lo porta tuttavia a sparare o uccidere senza motivo, e ogni vita presa genera un grosso conflitto interiore come è giusto che sia.

Tuttavia, la cosa che più colpisce di questa serie è la similarità con il Piccolo Principe: ogni puntata è dedicata ad una diversa nazione, con diverse abitudini, diversi problemi e diversi vantaggi. Venendoli a sapere, e in base agli incontri effettuati, Kino spesso valuta la situazione secondo i suoi canoni, senza tuttavia voler giudicare nessuno. È molto raro avere un personaggio che non crede di aver la verità in tasca, e che accetta la possibilità di potersi sbagliare o di non sapere qualcosa.
I vari argomenti affrontati portano con naturalezza lo spettatore a porsi le stesse domande. Come sarebbe il mondo se ogni persona potesse capire esattamente i sentimenti altrui, migliore o peggiore? È giusto uccidere un animale per sfamare una persona, anche se essa potrebbe in cambio tradire? Cosa vuol dire essere adulti?
Tutto ciò viene proposto con un passo lento e rilassato, per dare il tempo di assimilare i concetti e di riflettere al proprio passo; nonostante spesso Kino si trovi ad affrontare situazioni decisamente poco piacevoli, il tono rimane comunque pacifico e positivo grazie alla sua attitudine.

Il disegno è un tantinello carente: lo stile è azzeccato per lo stile di trama, ma la qualità avrebbe potuto essere decisamente più alta. Le musiche invece sono parecchio azzeccate, con opening ed ending che rispecchiano accuratamente l’anima pacata ma decisa di Kino e le musiche all’interno delle puntate che apportano l’ambiente di tranquillità che permea la serie.

Riassumendo, Kino no Tabi è un anime molto tranquillo per far funzionare la mente senza contorti ragionamenti, ma con estrema semplicità: le osservazioni di Kino sono infatti generalmente molto dirette e spoglie di fronzoli, ma proprio per questo hanno una forza ancor maggiore.

Voto: 9. Se cercate azione e mazzate correte lontano; se volete rilassarvi e con tranquillità riflettere un po’ sulla vita, questo fa per voi.

Consigliato a: chi apprezza gli anime dal passo calmo ma non per questo noiosi; chi apprezza i personaggi forti ma quieti; chi, del protagonista, vuol scoprire un segreto insospettabile.

La Maison en Petit Cubes

…Dodici minuti di ricordi e poesia.

La Maison en Petit Cubes

Questo corto di una dozzina di minuti, senza dialoghi, mi ha colpito.
Si seguono le vicende di un vecchino, che abita in una casa che deve essere continuamente rialzata con nuovi piani poiché l’acqua della città sale sempre più, fagocitando tutto. Un giorno, perde la sua amata pipa, che finisce al piano sottostante: egli decide quindi di prendere una muta da sub e andare a recuperarla.
Facendo così, tuttavia, inizia un viaggio nei ricordi della sua vita, man mano che scende piano dopo piano sott’acqua: cosa ha lasciato indietro? Come era la sua vita un tempo?

La storia è ovviamente semplice, ma non per questo priva di impatto. Da una parte ci si può chiedere se il continuo innalzamento delle acque sia un effetto del riscaldamento globale, ma questo non è centrale nella vicenda: ciò che importa è il viaggio a ritroso nel tempo del protagonista, che si ritrova ad incontrare il sé stesso di molti anni prima, unitamente a tutti i cari e a tutti gli oggetti che oramai son passati. È una toccante rappresentazione del tempo che passa, non forzatamente negativa ma che riporta effettivamente il ciclo della vita.

Il personaggio che tiene lo schermo per tutto il tempo della proiezione è silente e di lui non si sa praticamente nulla, ma ciò che si comprende da quel che si vede rappresenta un personaggio tranquillo ma forte, che ha saputo destreggiarsi tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte. Viene quasi immediatamente creato un collegamento emotivo con lui, e cio aiuta a seguire con attenzione le sue passate vicende.

Il disegno è molto particolare, colorato apparentemente a matita e di stampo molto poco “cartoonesco”: è però un disegno funzionale al tipo di racconto, e quindi ci sta benissimo. Le musiche sono ridotte all’osso, ma non vedo cosa avrebbero potuto fare di diverso – la scelta di non avere dialoghi è stata secondo me azzeccata, lasciando spazio alle immagini per convogliare emozioni.

In definitiva, La Maison en Petit Cubes (altresì chiamato Tsumiki no Ie) è davvero un corto pregno di messaggi e sentimenti, che non si limitano all’inflazionatissimo amore ma che vanno molto oltre. La sua corta durata e il suo stile non sono che punti positivi, che aiutano a portare un messaggio semplice ma importante.

Voto: 9. Data la sua corta durata, non vedo motivo alcuno per non guardarlo e non apprezzarlo nella sua muta poesia.

Consigliato a: chi vuole un lavoro toccante ma non triste; chi vuol conoscere un vecchino pacifico e temprato dagli anni; chi vorrebbe tuffarsi nel proprio passato per dare un’occhiata ai ricordi.

Nausicaä of the Valley of the Wind

Il primo lavoro dello studio Ghibli: la nascita di un mito.

Nausicaä of the Valley of the Wind

Ci troviamo in un lontano futuro. Mille anni fa la tecnologia collassò su sè stessa, causando quasi l’estinzione del genere umano. Ci si ritrova ora in un mondo principalmente desertico, dove una foresta composta di spore e funghi velenosi e mefitici, che avvelenano chiunque ci si avvicini e che sono la casa di immensi insetti.
La valle del vento, di cui Nausicaä è la principessa, è fortunatamente immune alla desertificazione creata dalla foresta della rovina, come viene comunemente chiamata: il vento che arriva dall’oceano e soffia costantemente tiene lontane le spore, e permette alla tranquilla comunità che la abita di rimanere relativamente al sicuro.
Purtroppo la pace non è destinata a durare per sempre: un velivolo militare un’altra nazione si schianta nella valle, portando con sé il pericoloso cargo che aveva a bordo: l’embrione di uno dei giganti che portarono i Sette Giorni di Fuoco, i giorni in cui la civiltà venne totalmente distrutta. A questo punto, la pacifica gente della valle del vento viene assaltata da un esercito desideroso di mettere mano ad un potere così gigante… ma per cosa? Sconfiggere le altre nazioni o combattere la foresta della rovina? E a quale costo?

La prima cosa che colpisce di questo film animato della durata di due ore è l’ambientazione: ci si ritrova in un mondo simil-medioevale, che viene tuttavia arricchito da elementi di tecnologia moderna e di fanta-tecnologia. Può parere strano e discordante, ma l’ambiente che si crea è magico e sin dai primi minuti fa calare perfettamente nel mondo di fantasia che ci viene presentato.
Andando avanti nella storia, ci si rende conto di quanta attenzione sia stata prestata al singolare ecosistema in cui ci si ritrova: la spiegazione relativa alle motivazioni degli insetti e della stessa foresta della rovina è geniale e credibilissima.

La storia è semplice, ma non per questo banale: Nausicaä vuole semplicemente che la sua gente possa vivere in pace, e si batte fino all’ultimo per tale scopo e per convivere con la natura che li circonda. Il modo in cui lei fa di tutto per il suo popolo è notevole, e aggiunge ulteriore interesse alla trama. In fin dei conti il ritrovamento del gigante risulta essere solo una specie di pretesto per inviare l’intera serie di avvenimenti, e il piacere sta nel seguire l’avventura che i personaggi vivono. Bisogna dire che il tono è molto serio: non c’è sangue o violenza esplicita, ma di gente – anche innocente – ne muore parecchia, e l’intera storia vede la protagonista affrontare gravi problemi e difficili decisioni.
Forse il finale risulta un po’ affrettato, ed è un po’ un peccato: sarebbe stato simpatico avere una conclusione che arrivi meno di corsa, ma ciò non risulta fuori posto al punto da infastidire.

Parlando dei personaggi, Nausicaä fa chiaramente la parte del leone essendo la protagonista: tiene perfettamente lo schermo, è simpatica, positiva, intelligente: è la protagonista perfetta. Sa quel che deve fare e non si fa scoraggiare dalle avverse circostanze, lavorando con costanza per raggiungere quanto necessario per raggiungere il miglior risultato possibile.
Anche gli altri personaggi “buoni” sono gradevoli. Partendo dai vecchiettini per arrivare al superspadaccino, essi vengono presentati solo in maniera parziale ma quanto si vede basta per far capire che non sono solo comparse usate per riempire lo schermo.
Sui “cattivi”, invece, bisogna dire che qualche lieve carenza c’è: della principessa Kushana non si riesce in definitiva a capire l’esatta attitudine, ed è un peccato poiché inizialmente sembrava un personaggio con ampie possibilità di sviluppo. Idem si può dire del suo viscido tirapiedi, che trama nell’ombra ma alla fine non combina nulla per tutta la serie.

La grafica è decisamente datata: questo film ha oramai venticinque anni, e qui e là si nota. Va tuttavia segnalato che, sebbene l’animazione non sia il top, alcuni disegni sono quasi mozzafiato.
Le musiche sono curatissime e molto, molto piacevoli e azzeccate.

Che altro dire di Nausicäa e la Valle del Vento? Poco altro, credo: è un anime che non offre tematiche illuminanti (se non, forse, una riflessione sulla stupidità della guerra), non ha una trama elaborata e ubriacante, non ha chissà quale rivlelazione in sé. È tuttavia un’Avventura con la A maiuscola, che per due ore fa sognare in un mondo diverso, con una meravigliosa protagonista e una natura che, dopotutto, forse non cerca unicamente di uccidere l’uomo, nonostante ciò che esso ha fatto a lei.

Voto: 9. Vedendo gli anni trascorsi, ha tenuto benissimo il passare del tempo: adoro gli anime fatte dai sognatori per i sognatori.

Consigliato a: chi vuol vedere com è nato il mito di Miyazaki; chi apprezza storie semplici ma intriganti; chi si chiede quanto può essere figo un vecchietto con barba bianca e due spade.

Mushishi

Una quasi-favola su esistenze al limite della nostra realtà.

Mushishi

Ci troviamo attorno al 1700-1800, in Giappone. Ginko è un Mushishi, o un “curatore di mushi”: i mushi sono delle entità che esistono al limite tra la nostra realtà e il mondo degli spiriti, e provengono dall’essenza stessa della vita. Ne esistono un’infinità di tipi diversi, alcuni benefici, altri dannosi, altri ancora senza effetto: Ginko è un vagabondo che va dove c’è bisogno di aiuto per gestire i mushi, e utilizza tutta la sua sapienza per migliorare la convivenza tra natura e mushi.

La prima cosa da notare in questo anime è che tutte le ventisei puntate hanno una struttura puramente episodica: ogni vicenda è autoconclusiva e, a parte un paio di personaggi, l’unico elemento ricorrente è Ginko e la presenza dei mushi nelle problematiche che egli si ritrova ad affontare.
Le vicende singole sono di mille diverse nature, ma risultano variate ed interessanti: una delle cose più interessanti è che non tutte vanno a finire allo stesso modo. Alcune hanno un lieto fine, altre un epilogo tragico, altre ancora semplicemente non finiscono, poiché la vita continua: ogni avvenimento pone nuovi quesiti alla sapienza di Ginko, ed egli le tenta tutte nei limiti delle sue possibilità, senza però poter sempre riuscire nell’intento sperato. Questo aggiunge un aspetto di imprevedibilità alle puntate, che diventerebbero altrimenti noiose e ripetitive.

Essendo l’unico protagonista, Ginko è un ottimo personaggio. Il suo fare calmo e rilassato mostra l’esperienza di chi ne ha viste tante, ma l’interesse verso le vicende che lo circondano testimonia la sua umiltà e voglia di imparare: torna sui suoi passi per verificare nel tempo l’esito dei suoi interventi e si dimostra disponibile e cortese. Il suo stile un po’ fuori tempo (maglietta, pantaloni e sigaro in un mondo in cui i vestiti tradizionali vanno per la maggiore) gli conferisce l’aspetto inusuale che un personaggio quotidianamente a contatto con esseri misteriosi dovrebbe avere.
Gli unici altri protagonisti sono i mushi, che per loro stessa natura non hanno grande personalità: bisogna però dire che le spiegazioni che vengono fornite su di essi hanno senso, sebbene si viaggi nel regno della fantasia. Alcuni mangiano il suono, altri si nutrono del calore umano, altri ancora prendono il tempo vissuto riportando le persone allo stadio embrionale… tante caratteristiche diverse che però vengono spiegate come elementi per la sopravvivenza, come per il comportamento di qualsiasi altro animale.
I personaggi che si incontrano nei vari episodi, sebbene abbiano ovviamente poco tempo per svilupparsi, sono ottimi: sono molto realistici e le loro problematiche vengono subito prese a cuore dallo spettatore, che si ritrova a sperare per la loro salvezza.

Ciò che rende questa serie speciale e meritevolissima di esser vista, tuttavia, è meno tangibile: con una storia inesistente e un unico protagonista, per quanto ben fatto, non si può andare molto lontani.
L’asso nella manica di Mushishi è la sua ambientazione: senza accorgersene si viene risucchiati dal passo calmo ma inesorabile della vita quotidiana di gente di paese, che vive morigeratamente e spera solo in un domani migliore. Ad un primo occhio l’anime potrebbe sembrare lento, ma questo sarebbe un termine ingiusto: credo sia più indicata la parola “tranquillo” per rendere l’idea di come tale passo possa venir percepito.
Inoltre, con delicatezza e senza bisogno di schiaffarlo in faccia, Mushishi porta sugli schermi una realtà che nel mondo di duecento anni fa era un dato di fatto: la morte è un elemento quotidiano della vita, soprattutto in una terra vulcanica e sferzata dai tifoni come il Giappone. Una valanga può spazzar via un intero paese e una distrazione può costare carissimo: non tutti morivano dicendo frasi ad effetto tra le braccia della persona amata, ma la maggior parte finiva stroncata da qualche malattia o in fondo ad un burrone. Questo può parere crudele e chiaramente non viene posto in maniera così brutale sullo schermo, ma si riesce molto bene a percepire la fragilità della vita alla quale i personaggi si attaccano, giorno dopo giorno.

I personaggi sono disegnati in maniera piuttosto semplice, ma la bellissima grafica degli sfondi e dei boschi (in cui la quasi totalità della serie ha luogo) compensa in bellezza, e aiuta a creare ancor più ambiente; anche la meravigliosa opening (voce e chitarra) e le tranquille ending portano ad immergersi ancor più nell’onirico mondo in cui Mushishi ci permette di entrare.

Insomma, questo anime è davvero curioso ed affascinante. Non c’è nemmeno una scena d’azione, eppure la noia non fa capolino nemmeno per un minuto; Ginko è un personaggio solitario, ma sembra esser a casa ovunque; non esiste una storia, eppure ci si chiede sempre cosa capiterà nella puntata successiva.
Posso solo descrivere la visione di questo anime come una quieta esperienza di vita rurale, con un personaggio molto positivo che guida le puntate. Non penso che gli autori abbiano voluto imprimere alcun messaggio in Mushishi, ma una volta giunto alla fine mi ritrovo forse con qualcosina in più di quando avevo iniziato a vederlo.

Voto: 9. È difficile valutare un lavoro del genere, ma io lo trovo davvero pregevolissimo. Amanti dell’azione, della comicità e del caos: statene alla larga. Amanti della natura, della quiete, delle storie sognanti: fatevi avanti.

Consigliato a: chi ha bisogno un po’ di relax, e vuole guardarsi qualcosa che gli permetta di sognare un po’; chi vuol vedere un anime senza storia, che pare aver molte cose da dire più di uno con una trama massiccia; chi è affascinato dalle fiabe di un tempo.

Seto no Hanayome OVA

Come seguito di una delle serie più divertenti del 2007 si presenta questa coppia di puntate aggiuntive:

Seto no Hanayome OVA

Si tratta del sequel della prima serie, dove la sirena San decide -per motivi contingenti di forza maggiore- di sposare Nagasumi, nonostante la contrapposizione della sua famiglia dal taglio molto Yakuza.
Nei due OVA, che durano mezz’ora l’uno, troviamo altre quattro storielle relative ai curiosi e buffi personaggi che tanto hanno fatto ridere durante la serie originale. Nessuno sviluppo di storia, pertanto, ma solo un po’ di nuove avventure.

Va detto subito: se Seto no Hanayome è piaciuto, questo OVA farà altrettanto. Soprattutto la prima vicenda è totalmente epica, con un livello di assurdità, nonsense e citazionismo che solo nei migliori episodi si poteva trovare: i primi quindici minuti mi hanno lasciato totalmente senza fiato dal ridere. La seconda e la terza storia sono più tranquille, mentre la quarta riserva una sorpresa: nonstante ci siano sempre le solite battutine qui e là, prende un taglio horror che risulta inaspettatamente ben fatto, e che manda qualche brivido giù per la schiena; ovviamente il tutto si risolve con le risate, ma una decina di minuti di inquietudine alla The Ring li realizza bene.

I personaggi sono i soliti di sempre, e non ci sono nuove entrate di particolare rilevanza: consiglio di vedere questo OVA non troppo distante dalla serie, poiché servirà ricordare il ruolo dei vari personaggi e le dinamiche che si instaurano tra essi.

I disegni rimangono uguali a quelli delle puntate precedenti: viene fatto un po’ meno uso dei personaggi abbozzati, ma a parte questo ci si trova con la stessa qualità.
L’audio è stato ben curato, con opening ed ending diversa per ciascun OVA e le Canzoni delle Sirene ottimamente realizzate: con mia somma vergogna devo ammettere che la Canzone della Furia di Luna mi ricordava, con le sue schitarrate, i Dragonforce…

In definitiva, i due OVA di Seto no Hanayome sono indirizzati a chi ha amato la prima serie, e ne mantengono lo stile: la seconda e -in minor misura- la terza parte sono forse un pochino sottotono, ma basterebbero anche solo i primi quindici minuti per rendere questo anime degno d’essere visto.

Voto: 9. Rispecchia la prima serie anche nel voto, essendo fondamentalmente uguale.

Consigliato a: chi ha amato le iniziali vicende del povero Nagasumi; chi apprezza i personaggi senza senso; chi vuole ballare sulle note dell’antica Canzone della Violenza delle Sirene.

Hajime no Ippo

Un lungo anime sullo sport dei gentiluomini.

Hajime no Ippo

Ippo Makunouchi è un ragazzo di 17 anni che sta facendo l’ultimo anno di liceo, mentre aiuta la madre con la barca da pesca di famiglia: è molto timido e riservato, e per questo viene spesso preso di mira dai bulli. Un giorno, mentre sta venendo picchiato dai suoi tre aguzzini, viene salvato da Takamura: vedendo la sua potenza, decide di voler diventare come lui e di voler imparare cosa è il vero potere. Scopre che Takamura è un rinomato pugile, e quindi decide di voler intraprendere tale strada: dopo varie prove, riesce a farsi ammettere nella palestra dove il suo eroe si allena. Ma basterà la sua volontà e l’erculea forza derivante dal lavoro casalingo per permettergli di farsi strada nello spietato mondo della boxe? Troverà le risposte che cerca?

Questa lunga serie (76 puntate e 2 film) non prende praticamente mai deviazioni: si parla di boxe, punto e basta. Ci sono alcune puntate in cui vengono svelati i passati dei vari protagonisti, o un paio di puntate dove i personaggi si prendono un po’ di vacanza: sono però eccezioni alla norma delle puntate, che si basano su allenamenti, difficoltà ed incontri. È possibile creare un anime che parli, per 25 ore di pugilato senza stufare? Nonostante le mie riserve iniziali, assolutamente sì!

In primis, va detto che in Hajime no Ippo i personaggi non diventano potenti senza motivo, come accade fastidiosamente nella maggior parte degli altri anime sportivi: i personaggi devono allenarsi, sudare, soffrire e sacrificarsi senza eccezioni. Anche l’apparentemente intoccabile Takamura non può permettersi di fare ciò che vuole, e in più circostanze questo viene rammentato: questo porta gli allenamenti a non essere semplicemente un filler inutile ma a favorire una connessione con i personaggi e il loro lato vulnerabile, apparentemente invisibile sul ring.
Tutto ciò fa pertanto capire che la vita di un boxer, non importa di quale livello, è prima di tutto una vita di sacrifici intensi che puntano tutti ad un obiettivo che si deciderà nel giro di pochi minuti: un errore, e anni di lavoro potrebbero andare in fumo. Più volte durante la serie tale pressione si sente sugli sportivi in gioco, e questo fa capire quanto un simile sport sia ingrato verso chi non riesce ad essere al top il 100% delle volte.

Parlando di combattimenti, Hajime no Ippo è davvero un maestro: l’adrenalina è altissima, l’animazione è fluida e favorisce la dinamicità dell’azione, le botte son da orbi: favoriti dal fatto che Ippo è di base un Hard Puncher (un pugile che fa della violenza bruta il suo punto forte), in ogni incontro ci si può aspettare un macello considerevole tra le corde. Inoltre, per quanto io ritenessi la boxe uno sport noioso, i vari scontri sono sempre differenti; questo avviene non solo in virtù delle diverse abilità degli avversari, ma anche della crescita personale di Ippo. Non capita infatti che ogni combattimento sia un evento a sé stante risolto con un “colpo magico” (di nuovo, un’abitudine che trovo molto irritante in altre serie), ma le esperienze si accumulano per formare un bagaglio di colpi e variabili sempre nuovo. Questo anime lascerà forse perdere lo sviluppo personale di personaggi, ma quello sportivo è eccellente ed inattaccabile. Inoltre, a parte l’ultimo (che è lungo varie puntate, ma che ha alcuni momenti epici che ripagano per quelli meno brillanti) gli scontri si risolvono in tempi accettabili, e quindi non diventano battaglie infinite di flashback e pensieri ma rimangono comunque parecchio “fisici”.

I personaggi stessi, come già detto, sono molto ben riusciti: oltre all’ottimo protagonista, anche i comprimari fanno un lavoro egregio. Da una parte portano un’ottima ventata di allegria durante le puntate, rendendo la serie leggera e gradevole da guardare (più di una volta sono letteralmente scoppiato a ridere per i teatrini di Takamura e Aoki), e d’altra parte danno ogni tanto uno stacco dalle vicende di Ippo per “cambiare l’aria” ai combattimenti. I personaggi esterni (la madre di Ippo, l’ex-bullo, la ragazza di cui il protagonista si invagisce,…) non apportano granché alla trama, ma d’altra parte non diventano troppo invadenti fino al punto da rubare la scena a chi la detiene di diritto.
Un’altra cosa molto curiosa e apprezzabile è che gli avversari di Ippo, una volta che il combattimento è passato, non spariscono nel nulla ma vengono “riciclati” nella serie: alcuni come amici, altri come consiglieri, altri ancora come teatrini comici e via dicendo: in questo modo si può percepire che nella sua carriera le conoscenze che vengono fatte rimangono, e non sono solo degli eventi episodici distaccati l’uno dall’altro.

Il disegno è in linea con quello dell’anno di produzione (2000) e come detto l’animazione è di primissima qualità, con un senso di potenza e mobilità impareggiabile; anche nel sonoro i produttori si sono dati la pena di creare buone opening, ending e musiche in puntata, creando il giusto ambiente.

Insomma, come si può capire Hajime no Ippo è davvero un signor lavoro, creato con attenzione da un già ottimo fumetto che continua ben oltre la serie animata; se si possono muovere alcune critiche alla serie potrebbero essere forse la sua lunghezza (che scoraggia ad iniziare a vederla, ma che una volta iniziata non si percepisce più: le puntate sono volate in un attimo!) e magari il fatto che un po’ troppo spesso i personaggi si rialzano con la pura e semplice forza di volontà, contro ogni logica apparente. D’altra parte, tuttavia, un vero pugile deve essere capace di fare anche questo: il grande campione di pugilato Jack Dempsey diceva “I campioni sono coloro che si rialzano quando non possono”.
Va detto infine che i due OVA non aggiungono granché alla trama in sé: Kimura vs Mashiba è un po’ sottotono un po’ sotto tutti i punti di vista, mentre Champion Road è all’altezza del resto della serie, donando ancora un’ora e mezzo di ottimo combattimento che si piazza dopo la fine della serie.

Voto: 9. Se cercate botte da orbi, azione e personaggi positivi… non guardate oltre.

Consigliato a: chi ama i combattimenti, anche se gli pare che la boxe sia noiosa; chi vuole dei protagonisti solidi, gradevoli e piacevoli; chi vuol conoscere il personaggio degli anime più dotato… lì sotto.