Trouble Chocolate

Cioccolato, magia e juubun-des?

Trouble Chocolate

In un mondo in cui a quanto pare la passione è raccogliere le carte collezionabili delle tavolette di cioccolata, Cacao (il classico studente 17enne) va a scuola alla Micro-Grand Academy, una scuola che conta 500’000 allievi e 666 diverse facoltà, tra cui anche quella di magia.
Un giorno, mentre il Mago Ghana sta evocando uno spirito degli alberi, Cacao mangia del cioccolato e se ne ubriaca, finendo per rovinare il circolo magico e guastare la magia: lo spirito di Hinano rimane intrappolato in una marionetta di legno, che prende vita e s’innamora immediatamente di Cacao.

In primis, va detto che questo è un anime comico a sfondo alimentare: molti dei personaggi hanno il nome di alimenti (Cacao, Papaya, Mozzarella,…), e la preoccupazione principale del 70% delle persone è trovare qualche tonnellata di cibo, e addentare qualsiasi cosa sia anche solo vagamente commestibile.

Dal punto di vista puramente tecnico, Trouble Chocolate lascia parecchio delusi: pur essendo del 1999, i disegni sembrano più vecchi del dovuto (il che è tutto dire), e le musiche sono abbastanza inutili.

Il più grande problema è tuttavia un altro: TC tenta di avere una trama, ma non ci riesce. A me piacciono gli anime che hanno una bella trama (Ghost in The Shell, Basilisk) così come adoro quelli che sono dedicati al puro nonsense (Excel Saga, Pani Poni Dash)… quel che non mi piace è quando una serie tenta di avere un filo conduttore fallendo miseramente.

All’inizio della serie ci vengono presentate queste “carte da collezione” come qualcosa d’importantissimo, poiché da esse nascono mostri: la questione viene però in fretta archiviata, rimanendo solo una scusa per far saltar fuori in qualche puntata un mostriciattolo semi-innocuo.
Dopo un paio di puntate, esce la seconda trama: un vecchio cattivone vuole eliminare tutti i maghi, e invia il suo nipote nella scuola per scovarli! Purtroppo anche questa trama cade miseramente, e viene ripresa soltanto nell’ultima puntata.
In seguito, ci si immagina un qualche triangolo amoroso e storie di gelosia: niente di tutto ciò, l’amore cieco di Hinano per Cacao è inamovibile, e solo in un paio d’occasioni Cacao mostra dei debolissimi segni di gelosia, rendendo tali scene fondamentalmente inutili.

Una serie da buttare, quindi? No, non direi. Cosa rimane da salvare? Beh, i personaggi comprimari!
Per quanto Cacao e Hinano siano tra i personaggi che meno fanno ridere della storia, alcuni dei side-kicks sono davvero spettacolari, e in un paio d’occasioni mi son davvero ritrovato a ridere di cuore. Menzione speciale per gli innamoratissimi che non perdono occasione per urlare il loro amore nelle situazioni più impossibili, e con i commenti più improbabili. Sono indubbiamente i migliori personaggi della serie, seguiti a ruota dalle gemelle cinesi (inizialmente senza scopo, ma quando cominciano a sparar freddure son da morire) e dalla coppia di professori Big Bang (un frankenstein al femminile tutto pizzi e merletti) e Papaya (un vampiro, oggetto degli amori della succitata Big Bang, poverello) che spesso fanno schiantare dal ridere.

Purtroppo i personaggi comprimari non riescono a salvare una serie fondamentalmente fallimentare: se però avete la pazienza di passare le puntate in attesa dei rari episodi di pura ilarità, forse Trouble Chocolate può attirare la vostra attenzione.

Voto: 5.5. 4.5 sono per i comprimari, 1 per tutto il resto.

Consigliato a: chi ha sempre fame; chi vuol vedere a che punto arriva il vero amore: chi vuol farsi venire a nausea juubun-des.

Samurai Champloo

Cosa succederebbe se provassimo ad ambientare Cowboy Bebop nel giappone feudale? Uscirebbe

Samurai Champloo

Il primo impatto con questo anime è stato dei peggiori: credo che abbia la peggior opening della storia degli anime. Ma proprio brutta brutta eh. Non che non mi piaccia il genere (è hip-hop), ma è davvero fatta male la canzone.
Passsato tale primo trauma, però, ci si ritrova in una prima puntata che è al fulmicotone: si capisce subito che si sta guardando un anime d’azione, di ottima azione, con dei personaggi interessanti, molto interessanti.

Vediamo infatti che Jin, un samurai con tutte le carte in regola, incontra in maniera quantomeno fortuita Mugen, una specie di bestia selvaggia dotata di spada, e -in una sfida per vedere chi è più forte- vengono catturati dalle guardie che li seguono per circa 9000 reati commessi. Vengono salvati dalla loro inumana abilità con la spada e da Fuu, la cameriera della sala da té dove si erano incontrati, che fa loro promettere di aiutarla a trovare “il samurai che profuma di girasoli”. I tre si mettono quindi in viaggio per la loro meta.

A seguito della prima puntata, ci troviamo pertanto molto soddisfatti: abbiamo già un’idea della trama, conosciamo i personaggi e siamo pronti ad imbarcarci in mille avventure!
È dopo qualche puntata che il punto debole di Samurai Champloo viene a galla: la trama semplicemente non si sviluppa, e i personaggi nemmeno. Dall’inizio alla fine ci si ritrova a vedere degli pseudo-filler che li avvicinano poco a poco alla loro meta, ma senza spiegare appieno il perché e il percome del loro viaggio. Capisco che la trama vada svelata a poco a poco, ma quando mi son ritrovato a puntata 14 ne sapevo esattamente tanto quanto ne sapevo a puntata 1, o poco più. Questo mi è risultato abbastanza fastidioso.
Un qualche accenno di evoluzione della trama e di (prevedibile) evoluzione dei personaggi si ha nelle ultime 5-6 puntate, ma anche qui non ci si ritrova sconvolti o meravigliati.

A difesa di questa produzione, va però detto che se si cerca una serie d’azione con spade e samurai, questa è perfetta: le scene di combattimento sono molto fluide e, nonostante alla lunga possano risultare un pochino ripetitive, risultano sempre gradevoli e intriganti.

Dal punto di vista tecnico, la grafica non ha nulla da eccepire: disegni azzeccati per l’epoca in cui è ambientato l’anime (edo era, anche se non sono mai troppo precisi in merito all’anno). L’occhio ne risulta appagato e sia le scene ferme che quelle di grande movimento son ben disegnate. Vedere Mugen che combatte è sempre uno spettacolo.

Il lato audio merita un commento a sé: lasciando stare il tonfo della canzone iniziale, per il resto è decisamente molto bello e insolito, con dei cambi-scena a suon di scratch e altre particolarità davvero inusuali che però si fondono bene con questa serie.
Uno dei punti più belli di Samurai Champloo è difatti la contaminazione di generi e gli anacronismi che si ritrovano mentre si segue l’anime: ci si ritrova con una versione-samurai dei writers, dei gangsta hip-hop, dei fanatici del baseball e di mille altri generi che in teoria non avrebbero niente a che fare con l’epoca in cui ci si trova, ma che vengono molto ben adattati alla situazione e risultano rinfrescanti e piacevoli.

In ultimo, un commento sul finale: senza svelare nulla, devo dire che mi ha lasciato parecchio perplesso. Non mi piacciono molto gli eroi immortali senza motivo, e non mi piace che “i buoni vincano sempre” solo perché l’autore ha deciso così. Capisco che un’altra fine avrebbe dato un diverso tono alla serie che risulta altrimenti abbastanza ridanciana e scanzonata, ma in tutta onestà son rimasto un po’ amareggiato.

Voto: 7. Molti lati buoni, ma la carenza di una trama avvincente si fa sentire.

Consigliato a: chi ama i samurai; chi vuole una storia hack’n’slash senza troppi ragionamenti intorno; chi vuol vedere un capoeira-samurai.

Basilisk

Romeo e Giulietta nel giappone feudale del 1600? Ecco a voi!

Basilisk

Questo anime parla di due giovani ninja, Gennouske Kouga e Oboro Iga, che appartengono a due famiglie rivali da 400 anni (Kouga e Iga, per l’appunto) e che hanno raggiunto, per tramite del quarto Hattori Hanzo, una tregua che dovrebbe tramutarsi in pace una volta che i due giovani si sposeranno.

Tuttavia, per decidere chi sarà il successore di Hattori Hanzo (dato che ci sono due pretendenti), quello attuale escogita una macabra sfida: la tregua verrà infranta, e dieci dei migliori ninja di entrambe le fazioni giocheranno al massacro. La famiglia che vincerà vedrà il bambino a loro correlato diventare l’erede.

Bisogna innanzitutto dire una cosa, che traspare sin dai primissimi minuti della prima puntata: i disegni sono assolutamente spettacolari, molto superiori ad altre produzioni del 2005 e in pari, se non meglio, di parecchie del 2007. I disegni sono fluidi, i personaggi ben disegnati, le scene d’azione rendono bene l’idea di movimento e il tutto è un piacere per l’occhio.
Notevoli anche le sigle d’inizio e fine: chi ama la j-pop o j-rock apprezzerà sicuramente.

La seconda cosa che si nota sono i combattimenti: i venti ninja che verremo a conoscere nella serie hanno dei poteri estremamente speciali, che li rendono quasi simili a dei mostri: c’è chi può allungare gli arti a piacimento, chi si può fondere con qualsiasi materiale, chi può prendere la faccia e imitare la voce di chiunque, chi uccide con un solo fiato,… ognuno ha le sue peculiarità molto diverse tra loro, e quindi non si corre mai il rischio di combattimenti ripetitivi.
Il passo stesso dell’anime è molto sostenuto, e c’è poco tempo per annoiarsi: ci sono un paio di momenti in cui si è tentati di saltare qualche minuto di discussione o di ricordi, ma è facilmente sopportabile poiché una volta finiti, si torna ad una tensione decisamente alta. Questo è un altro dei punti forti di Basilisk: tutto l’ambiente è thrilling, ogni puntata tiene con il fiato sospeso poiché in ogni momento un personaggio chiave potrebbe abbandonarci a causa di una trappola o di un assalto: bisognerà poter convivere con l’idea che tutti i personaggi a cui ci si affezione presto o tardi ci abbandoneranno.

Il finale è, probabilmente, l’unico finale possibile che gli autori hanno potuto pensare senza stravolgere tutto l’ambiente della serie: lascia un po’ di amaro in bocca, ma pian piano si riesce a prevedere che la direzione presa non avrebbe lasciato altra scelta.

Per concludere, a titolo puramente personale aggiungerei che un grosso punto a favore è la storia d’amore che non diventa invadente in un anime principalmente basato sull’azione. Ci sono dei momenti in cui ci si dedica ad essa, ma sono brevi e non spezzano il passo. A metà serie avevo paura che la parte sentimentale avrebbe preso il sopravvento rovinando un possibile capolavoro, ma ciò non è accaduto lasciandomi piacevolmente sorpreso.

In definitiva, un vero gioiello d’animazione che tiene con il fiato sospeso e difficilmente fa resistere alla maledizione del “dai, ne guardo ancora solo una”. Non è un anime da bambini, per nulla: la violenza è abbastanza cruda e ci sono concetti poco edificanti per un bambino (anche se non si scade mai nel nudismo da fanservice, per fortuna). Chiunque abbia dai 16 anni in su, comunque, può godere appieno di tale capolavoro.

Voto: 9.5. Davvero uno spettacolo: uno dei migliori action/drama di sempre. Tentatissimo a dare 10, l’ho evitato solo per un paio di cali di tensione qui e là: ci siamo tuttavia vicini.

Consigliato a: chi ama i ninja; chi vuole vedere combattimenti grandiosi e originali; chi vuol ammirare Saemon, perché è davvero un genio.

Monster

Una maratona thriller? Eccola a voi!

Monster

In questa titanica serie di 74 puntate ci troviamo a seguire a partire dal 1986 le vicende del dott. Kenzo Tenma, un brillantissimo chirurgo nipponico che abita in Germania e si è specializzato in operazioni al cervello che, disobbedendo al suo capo e mandando -di fatto- a scatafascio la sua vita, decide di salvare la vita di un bambino arrivato d’urgenza in ospedale al posto di quella di un facoltoso donatore giunto solo successivamente.
A seguito di tale evento iniziano ad accadere delle morti misteriose, tutte legate agli “sgarbi” fatti al dott. Tenma, e la polizia s’insospettisce. Anni dopo il medico viene a scoprire la brutale verità: ad uccidere quelle persone, e molte altre ancora, è stato il ragazzo a cui lui stesso salvò la vita. Inizia pertanto un lungo viaggio per fermare Johann e porre un freno alla sua furia distruttiva.

Dal punto di vista artistico, Monster naviga nella mediocrità: per esser fatto nel 2004 i disegni non sono spettacolari, ma essendo il punto forte di questo anime la trama la mancanza non si fa sentire più di tanto. La musica, in genere abbastanza neutra, si fa ben sentire nei momenti di tensione.

La trama è ovviamente, in un thriller, il punto in cui si determina la riuscita o il fallimento di un prodotto: Monster si ritrova ad avere un comportamento altalenante, per diversi motivi.
In primis, è ovvio che in una serie così lunga (sono circa 29 ore) non divagare e non perdersi per strada è molto difficile: in questo caso ogni tanto sembra che la trama principale sia stata dimenticata, per trovarsi tuttavia tre o quattro puntate dopo a capire in quale modo ciò che abbiamo visto era collegato alla storia di base. Anche gli episodi “filler” hanno comunque un riscontro nel quadro generale delle cose, e quindi non danno fastidio.

I personaggi sono molti, e il dott. Tenma ne incontra di ogni tipo: alcuni sono molto ben riusciti (soprattutto i vari ex-bambini del Kinderheim 511), mentre altri risultano un po’ scialbi e illogici: soprattutto i personaggi principali a volte hanno un comportamento che lascia perplessi. Non dico che si comportino in maniera totalmente illogica, ma c’è quel “qualcosa che non va” che infastidisce: ad esempio, il detective Lunge è un fautore della logica assoluta e analizza ogni cosa da ogni punto di vista, eppure per tutta la lunghezza della serie non prende in considerazione tutta una serie di possibilità assolutamente plausibili solo perché “è convinto della sua idea”. Non quadra.
Anche altri personaggi hanno ogni tanto comportamenti schizofrenici e un po’ fuori posto, il che purtroppo ogni tanto fa chiedere il perché di certe azioni.

Bisogna inoltre dire che parecchi incontri risultano un po’ forzati dal caso: molte situazioni saltano fuori per puro caso, poché la persona giusta passava al momento giusto nel posto giusto, e guarda caso la persona è la figlia di un’altra persona giusta che nel momento giusto era al posto giusto. Ogni tanto va bene, ma purtroppo in Monster si ricorre a questo tipo di causalità un po’ troppo spesso.

Per concludere, le puntate finali mi hanno lasciato un po’ perplesso: di per sé sono davvero molto belle ed intense, godibilissime: ci si arriva però in maniera un po’ troppo repentina, e credo che in più di settanta puntate ci sarebbe stato il tempo di introdurre l’ambiente finale con più premeditazione e logica. Peccato.

In definitiva, un ottimo anime se si cerca un thriller che, nonostante la sua lunghezza, riesce sempre a tener sveglio l’interesse. Le pecche ci sono, ma Monster risulta comunque godibile… se si ha la forza d’animo di arrivare fino in fondo.

Voto: 7.5. La lunghezza, purtroppo, ne inficia un po’ la guardabilità: 30 puntate in meno sarebbero comunque state ok.

Consigliato a: chi ha 29 ore da occupare; chi vuole un thriller nella Germania del dopoguerra; chi vuol vedere come i bambini psycho diventano da grandi.

Ichigo Mashimaro

Quando la calma è il punto principale di una serie:

Ichigo Mashimaro

Si tratta di un’altra serie “senza trama”, antecedente a Lucky*Star; in questo caso ci troviamo alle prese con una 20enne, la sorella 13enne e le altre amiche della sorellina (un’altra 13enne e due 12enni). Non c’è una vera storia: l’anime si basa sulla vita quotidiana al difuori della scuola di questo gruppo, e al loro contenimento dell’esuberanza di Miu.

Guardando questo anime, una parola lampa in mente: tenerezza. I disegni sono rotondi e dolci, i colori sono pastellati e molto delicati, le espressioni sono pacate e i discorsi molto raramente risultano fortemente emotivi. È una serie che inneggia alla calma, alla pace interiore, alla traquillità. E riesce benissimo in ciò che vuole fare: alla fine di una puntata di Ichigo Mashimaro ci si ritrova un po’ più tranquilli e un po’ più sereni.

I personaggi rispecchiano quanto sopra detto: Miu a parte (v. sotto), sono tutte persone pacate seppur con una loro personalità differente. Non ho potuto fare a meno di affezionarmi a Nobue, la sorellona che tutti vorrebbero avere: indifferente all’apparenza ma sempre presente, gran bevitrice di birra e ciononostante sempre disponibile. Grandiosa.

Purtroppo ci sono un paio di pecche. In primis il ritmo, che ogni tanto risulta veramente troppo lento. È vero che è una serie molto tranquilla, ma ogni tanto rischia di cadere quasi nel soporifero.
Inoltre, l’elemento che dovrebbe essere vitalizzante (Miu, la ragazzina pazza) risulta più che altro fastidiosa nei suoi scherzi continuamente irrispettosi e ripetitivi. È la classica persona che mi da ai nervi, e quindi non son riuscito ad apprezzare le battute a cuor leggero poiché mi sentivo più che altro infastidito.
Questo non diminuisce comunque più di tanto l’intero mood della serie, che rimane immutato e assolutamente godibile.

Anche in questo caso, peraltro, segnalo che la canzone iniziale è molto leggera e allegra: un vero piacere da sentire.

Voto: 8. Godibile anche se non spicca se non per la sua tranquillità.

Consigliato a: chi vuol riappacificarsi col mondo; chi vuole un cast tenerissimo; chi non è infastidito dalle pazze senza senso.

Puni Puni Poemy

Se Excel Saga non vi è bastato, non perdetevi

Puni Puni Poemy

Prendete gli stessi autori di Excel Saga. Prendete la stessa demenza nonsense di Excel Saga. Prendete le stesse voci di Excel Saga. Aggiungete mezza camionata di scene volutamente limite dell’hentai. Ecco a voi Puni Puni Poemy.

La pseudo-trama parla di Poemy che vuole fare la doppiatrice di professione. Poi conosce gente. Poi fa cose. Poi affetta un pesce e si trasforma in supereroina.
No, ok, una storia è difficile da trovare.
Chiunque abbia finito ed apprezzato ES dovrebbe guardarsi le due puntate che compongono questo piccolo angolo di delirio: è una continuazione della 26° puntata con addizione di steroidi. Dal mitico Nabeshin e i suoi poteri afro fino alle musichette e le auto-citazioni di Excel Saga, questi 50 minuti sono un totale delirio parlato a trecento km/h che lascia senza parole. E vorrei ben vedere.

Voto: 9. Peccato non sia una serie vera e propria, ma fa cappottare dal ridere.

Consigliato a: chi ha amato Excel Saga; chi vuol vedere quanto può esser veloce il giapponese; chi ha bisogno di delirio totale.

Cromartie High School

Una capatina nel delirio nonsense old-style, con

Cromatie High School

Non appena ho iniziato a vedere questo anime, sono stato tentato di staccare a causa del tipo di disegni che esso usa. Avevo infatti appena visto varie serie disegnate in maniera ultra-pucciosa (v. Gakuen Alice o Lucky Star) e il mio occhio non era più abituato a diverse tipologie di disegno: dopo aver finito la serie, posso solo dire di esser stato più che contento della mia scelta!

La storia di Cromatie High School è semplice: un ragazzo apparentemente normale si ritrova in una scuola rinomata per i suoi teppisti, e si integra in un gruppo dove la violenza e la legge del più forte regnano incontrastate.
Ce ne sarebbe per una serie drammatica… ma CHS è assolutamente folle, con un tipo di delirio che sembra un incrocio tra Excel Saga e Pani Poni Dash. Situazioni completamente surreali una dopo l’altra e personaggi assolutamente impossibili: degni di nota, fra gli studenti 16enni, il robot Mechazava (che non sa di essere un robot), il suo fratellino Beta, Freddie (un apparente 35enne baffuto, muto ma con delle pose da cantante famoso) e un gorilla. In mezzo a tali elementi, parlare di persone con capelli semoventi oppure facce che si gonfiano e orecchie che viaggiano sul visto sembra fin troppo banale…

Questo anime è composto di 24 puntate da dieci minuti l’una, e risulta ottimo da usare come intermezzo se si sta guardando una serie troppo seriosa: anche viste tutte di fila, tuttavia, possono risultare utili soprattutto per mandare in cortocircuito il cervello.

Voto: 9. Davvero esilarante, certe gag sono eccezionali.

Consigliato a: chi non si ferma alle prime apparenze; chi vuole sghignazzare di roba totalmente surreale; chi vuol finire ogni frase con poo.

Popotan

Dansa mer oss, klappa era händer?

Popotan

Questo anime è stato portato a mia conoscenza dal famoserrimo video della Caramelldansen, che si può trovare più o meno ovunque in rete.
Essendo tratto da un videogioco hentai, non mi aspettavo un granché dal punto di vista della storia: devo dire di esser rimasto particolarmente sorpreso.

L’inizio è esattamente come ce lo si aspetta, vedendo quanto sopra: ecchi in grande quantità, e una storia apparentemente stupida. In pratica, ci sono tre sorelle ed una cameriera che abitano in una casa comparsa all’improvviso, vendendo decorazioni natalizie. Alla fine della puntata, dopo aver interagito con un ragazzo che arriva in quella casa quasi per caso, la stessa sparisce assieme alle ragazze per ricomparire la puntata seguente, da un’altra parte.
La storia pare assolutamente scollegata, fino a quando non si comincia a scoprire l’esatto funzionamento del tutto (che ovviamente non starò a svelare, se no che ve la vedete a fare?).

Per quanto possa istintivamente sembrare una cagata, la serie diventa velocemente molto toccante. Più che un anime su delle donzelle più o meno lascive, ci si ritrova dinnanzi ad una storia di difficili scelte e di scelte che, in ogni caso, non portano mai alla soluzione perfetta: questo riporta fedelmente a come la vita è davvero, anche se è forse una metafora un po’ azzardata.

In definitiva, Popotan è stata una serie che mi ha davvero stupito, fornendo una profondità di riflessione che davvero non credevo avesse: per quanto in fin dei conti è comunque una storiella (sono solo dodici puntate), di elementi di riflessione ce ne sono un paio.

Voto: 8. Apprezzabile e sorprendente.

Consigliato a: chi conosce la Caramelldansen; chi vuol vedere un anime sul dolore della separazione; chi non si fa guidare dalle prime impressioni.

Lucky Star

Iniziamo il 2008 con un capolavoro del 2007:

Lucky Star

La stoia non esiste. O meglio, proprio non è stata prevista: non c’è un filo conduttore tra le puntate. Ci si ritrova semplicemente a seguire le vicende di un gruppo di 17enni nel loro procedere nella vita come gente normale.

Iniziamo da una valutazione razionale. Questo anime non è sicuramente facile da realizzare: fare 24 puntate senza nessuna trama comune e mantenerle interessanti non è semplice, ma in questo caso l’operazione è pienamente riuscita, e ci si ritrova a volerne vedere sempre di più. Inoltre bisogna dire che diversamente dal 99% delle altre produzioni, qui non si ha l’impressione di assistere a “discorsi scriptati”: le discussioni sono quelle che potrebbe fare chiunque, e si capisce sin dalla prima puntata (il discorso sui cornetti è geniale): in fin dei conti la vita comune non è fatta generalmente di discussioni filosofiche, ma si parla del più e del meno: Lucky Star rispecchia perfettamente uno spaccato di vita giapponese moderna senza esagerazioni o astrazione dalla realtà.

Raramente ci sono battute vere e proprie: ciò che diverte è l’alone comico che avvolge ogni discorso, ogni situazione, ogni scambio di battute. Durante le normali puntate difficilmente si ride a crepapelle, ritrovandosi però un sorrisetto perennemente stampato in faccia.

La realizzazione tecnica è buona, anche se difficilmente si darebbero 17/18 anni alle protagoniste: iniziando a vedere la serie, pensavo parlasse di ragazzine di 12/13 anni e non di più. In considerazione dell’ambiente scanzonato, tuttavia, la questione non disurba.

Degno di nota, infine, l’angolo “Lucky Channel”, alla fine di ogni puntata: qui sì, ci si ritrova con i crampi allo stomaco dal ridere per i comportamenti di Akira e le sue azioni psicotiche. Davvero divertente.

Detto questo, si può passare al lato che mi ha fatto pregare che venga fuori immediatamente Lucky Star 2: l’ammontare di materiale da citazione per qualsiasi otaku. Konata è un’otaku assoluta, allevata come tale dal padre (fanatico pure lui) e che dimostra tutta la sua mania in ogni situazione. Qualsiasi otaku che guardi questa serie continuerà a vedere citazioni ovunque, ma in maniera generalmente diversa da altre serie: se in genere si vedono “scopiazzature” di spezzoni famosi (come la presa in giro di Initial D che è qui presente), in LS si arriva ad avere differenti livelli di citazione.
Si passa da quella comune, come sopra detto, passando per i discorsi che Konata ed altri fanno: si ritrovano personaggi rubati ad altri anime e messi in situazioni assolutamente diverse, oppure si vedon in giro per la città cosplayer di diverse serie, che cattureranno l’occhio di qualsiasi esperto.
Infine, si arriva al clou nella sigla finale, dove le protagoniste vanno ad un karaoke e cantano vecchie canzoni che gli esperti potrebbero anche riconoscere!

Questo anime è un paradiso per qualsiasi amante di citazioni e anime/manga: senza tale passione, ci si perde il 70% del divertimento.

Non c’è un modo razionale per valutare Lucky Star: o lo si adorerà o lo si troverà inutile. Da aspirante otakiiiiiiiiiiiiing, è inutile dire che è in assoluto la mia serie preferita del 2007.

Una nota in chiusura: la sigla iniziale è fenomenale. È la prima volta che mi son guardato la sigla tutte le 24 puntate senza skipparne nemmeno un secondo. È ipnotica.

Voto: 9.5. Epocale. Da veri otakiiing.

Consigliato a: chi ha una certa conoscenza degli anime; chi vuole ridere senza dover pensare troppo; chi vuole vedere uno spaccato di vita giapponese.