Detective Academy Q

d eccoci ad incontrare dei ragazzini con la Sindrome della Signora in Giallo:

Detective Academy Q

Kyuu è un ragazzino che ha la passione di risolvere i misteri, ed è dotato di un eccellente spirito deduttivo: a causa di una situazione particolare, entra in contato con Megumi, che possiede memoria fotografica, e viene a conoscenza dell’esistenza della DDS, la scuola per detective di Dan Morihiko, il più grande detective del Giappone.
A dir poco interessato, riesce a farsi prendere in tale scuola e nella sua classe (la classe Q) inizia la sua avventura, fatta di misteri e pericoli; inoltre, uno dei suoi più brillanti compagni di classe sembra avere un fosco passato ed un ancor più misterioso futuro…

A prim’occhio, questa serie non colpisce molto. A parte le sigle ben fatte i disegni risultano abbastanza scarsi per essere del 2003, le voci non sono particolarmente incisive e i personaggi sembrano un po’ legnosi. Si capisce però in fretta il motivo: la grafica e il sonoro in questo anime sono dei meri veicoli per convogliare allo spettatore le informazioni relative ai casi che la classe Q si ritrova a risolvere volta per volta.
Essendo un anime di detective, difatti, il punto principale sta nella storia: in questo caso, bisogna fare due distinzioni ben precise, tra storie investigative e la trama principale.

Le storie singole sono infatti di buona qualità: quelle che durano una sola puntata risaltano in maniera plateale come filler e hanno una qualità notevolmente peggiore (i misteri sono banali e ci sono anche delle inesattezze tecniche). Quelli più lunghi, invece, sono di fattura estremamente migliore: gli intrighi sono molto interessanti, si e si è spinti a far funzionare il cervello per capire chi è stato: i sospetti sono sempre molti, e anche se a chi guarda vengono dati tutti gli elementi per poter determinare il colpevole non vengono mai piazzati in maniera plateale, e quindi non si cade nella banalità. Inoltre, all’inizio si rischiava di cadere in una routine abbastanza ripetitiva, quella del “messaggio di morte” che era anche un po’ stiracchiata; per fortuna, a partire dalla prima storia “seria” (quella dell’isola abbandonata, secondo me la migliore di tutta la serie) la ripetizione si sblocca e le soluzioni sono sempre variate ed originali.

Per la trama principale, invece, si denota un grandissimo difetto: non porta da nessuna parte. Considerando che DAQ è tratto da un manga che prosegue ben oltre la serie, vengono dati molti elementi e assolutamente nessuna risposta: per tanto così, avrebbero fatto meglio o a svilupparla più in fretta (di modo da raggiungere una fine anche solo parziale) oppure lasciar stare del tutto, potenziando la parte dei misteri. In questo modo invece si aspetta sempre una rivelazione che non c’è, e si arriva alla fine con un nulla di fatto che lascia un retrogusto amarognolo.

In definitiva, Detective Academy Q è un ottimo anime per chi adora i detective e i misteri: mantiene sempre un tono allegro anche se ogni tanto le situazioni sono abbastanza drammatiche (e i momenti di disperazione sono giustamente concessi, senza esagerare), e le 45 puntate passano in un soffio.

Voto: 8. Peccato per la storia principale davvero deludente: i misteri sono molto ben congegnati.

Consigliato a: chi adora la signora Fletcher; chi vuol far funzionare il cervello; chi vuol sapere cosa vuol dire Kotae wa hitotsu!

Boogiepop Phantom

Paranoie a mille? Eccovi serviti!

Boogiepop Phantom

In una città, una notte, si vede una colonna di luce. Da tale momento cominciano a sparire in misteriose circostanze degli studenti di una scuola, che iniziano ad avere strani poteri… e un serial killer che aveva colpito cinque anni prima sembra essere tornato in azione! In quale modo questi eventi -e le visioni che la gente comincia ad avere- possono essere collegati? Chi è il vero nemico? È possibile che ci siano degli esseri più evoluti che stanno manipolando la gente, oppure sono solo delle dicerie della Rete?

Questo anime di certo deve essere guardato con attenzione: sin dei primi momenti di visione, in cui si capisce il mood tetro e cupo (fa ricordare Lain Serial Experiments nel tipo di disagio… ma molto più accentuato), bisogna iniziare ad immagazzinare tutti i dati possibili. Le linee temporali delle varie storie, inizialmente apparentemente scollegate, continuano ad incrociarsi saltando anni e coinvolgendo parecchi personaggi. Si è destinati a passare le prime due puntate non capendo nulla, e tentando di districarsi nell’apparente orrore psicologico che si sta preparando davanti a noi.
Con la terza puntata la situazione pare iniziare a chiarirsi, ed una trama inizia ad emergere per dare un ordine a ciò che abbiamo sinora visto; purtroppo, questa risulta solo un’apparenza. Da lì in poi, infatti, la trama diventa un dedalo di personaggi, eventi, incroci e discorsi che risulta talmente complesso da diventare incomprensibile. A me piacciono gli anime che stimolano la mente, ma in questo caso anche con tutta la concentrazione di cui son capace mi ritrovavo a perdermi inesorabilmente nel tentativo di capire anche solo una minima parte di ciò che stesse accadendo.
Dopo otto puntate di totale abbandono, alla fine arrivano le dovute spiegazioni: peccato che, dato che non s’è capito quasi nulla di tutto ciò che è accaduto, le risposte risultano molto parziali e poco soddisfacenti (sorvolando sul fatto che parecchie cose non vengono spiegate del tutto). Il finale, inoltre, pare essere di un altro anime: non c’entra nulla.
Ci sono molti discorsi che dovrebbero stimolare il pensiero, ed alcuni sulla memoria e sul passato che influenza il presente risultano anche abbastanza interessanti, ma la maggior parte di essi si perde nel sopraccitato minestrone di eventi a cui è impossibile dare una direzione.

La grafica è ad uno standard medio-basso per un anime del 2000: non è brutta e l’ambiente cupo ed oppressivo è ottimamente reso, ma purtroppo i personaggi si assomigliano tutti in maniera disarmante: questo, oltre che risultare esteticamente poco interessante, aiuta a confondere ancora di più il povero spettatore, tanto che ogni tanto ci si perde anche perché si pensa che si stanno guardando le vicende di un personaggio, e invece è un altro.

È nel sonoro che questa serie trova il suo principale punto di forza, creando un lavoro davvero imponente: non tanto per le musiche o le opening/ending (che comunque sono molto orecchiabili), ma perché l’85% del senso di angoscia e claustrofobia viene creato da un sapientissimo uso di suoni, rumori, silenzi, stridìi, voci e quant’altro. Molte scene apparentemente innocue iniziano a far palpitare chi guarda a causa dell’audio, e questo è davvero un ottimo risultato.

Insomma, Boogiepop Phantom ha il pregio di tentare di essere qualcosa di diverso dalla massa, ma purtroppo l’inumanamente eccessiva complessità ne rende la visione una continua frustrazione: questo, in un anime che vorrebbe far pensare la gente, è un errore imperdonabile.

Voto: 5. Con una trama più accettabile avrebbe potuto anche guadagnare 3 punti: peccato…

Consigliato a: chi ha voglia di impazzire; chi non ha timore di spaventarsi un po’; chi vuole vedere una delle rappresentazioni della morte più stilose che ci siano.

Perfect Blue

Psycho-thriller e anime assieme?

Perfect Blue

Questo anime del 1997 parla di Mima, è una idol, che decide di provare a lanciarsi nel mondo della recitazione. L’abbandono dal gruppo in cui cantava vien preso con rammarico dalla massa degli ammiratori… ma c’è chi se la prende un po’ troppo.
In seguito Mima comincia ad essere seguita, spiata, pedinata: uno stalker? Un assassino? Nessuno lo sa, ma intanto le persone attorno a lei iniziano a morire…

Bisogna dire innanzitutto che l’annata dell’anime si riconosce subito. Non per la scarsa qualità dei disegni (che, invece, sono di buon livello), ma per i discorsi che ogni tanto sono buffamente anacronistici. Al giorno d’oggi pensare che una pop idol non abbia mai sentito parlare di Internet è davvero assurdo, eppure in questo caso bisogna fare l’abitudine a pensare con una mente di 10 anni fa.

La storia in sé risulta abbastanza normale fino ai tre quarti dell’OVA: tutto va come si pensa, la personalità del colpevole dei brutali assalti si delinea sempre di più… per poi lasciarci con un palmo di naso nell’ultimo quarto, che diventa davvero visionario e geniale. Dopo aver passato 70 minuti a “sapere come finirà”, ci si ritrova gettati in una magistrale confusione che porta a dubitare di tutto ciò che si pensava prima, sbagliando più e più volte qualsiasi previsione.
Inoltre, un’altra storia corre parallela a quella principale (stalker, assassini, yaddayadda): quella di una ragazza che tenta di sfondare in un’industria crudele come quella della TV, e scopre la dura realtà nella quale è andata a calarsi. Le reazioni di Mima sono credibili e molto profonde: personalmente le ho gradite molto, poiché mi sono sembrate sincere. Questo è un ottimo punto a vantaggio di una storia in cui logica e realismo devono essere rigorosamente rispettati, per essere credibile.

Voto: 8.5. Un buon thriller, forse un po’ banalotto all’inizio ma che decolla decisamente con la fine, e con un finale davvero geniale.

Consigliato a: chi apprezza le storie-disagio; chi vuol vedere una pop idol con una vita che va sempre più in pezzi; chi non ha voglia di nulla di allegro.

Paprika

Qui non  si è più visionari. Qui si va oltre.

Paprika

La storia non è particolarmente complicata, di per sé: in un presumibile vicino futuro viene inventato un oggettucolo che, quando messo sulla testa nel sonno, permette di registrare i sogni e, in caso di bisogno, di avere interventi esterni da parte di psicologi. Questo è studiato soprattutto per curare disturbi psicologici, che spesso vanno a manifestarsi nei sogni delle persone.
Purtroppo, come prevedibile, le cose non vanno come previsto: alcuni di questi macchinari vengono rubati, ed essendo essi non “bloccati” non hanno alcun limite al loro utilizzo.
La storia si sviluppa quindi in primis alla ricerca del colpevole, ed in seguito al suo arresto. Purtroppo, tra sogni e realtà, le cose sono ben più difficili di quanto si possa immaginare…

Devo ammetterlo: la storia, di per sé, non mi ha colpito più di tanto. Ci sono un paio di colpi di scena -seppur minimamente prevedibili-, e non ci sono particolari misteri da scoprire. La forza di Paprika sta altrove.
Detta in maniera riduttiva, chi ha studiato questo OVA è uno psicotico schizzato paranoide con sdoppiamenti di personalità e allucinazioni percettive multiple.
Non c’è altro modo in cui una persona possa concepire dal nulla certi sogni, certe immagini, certe situazioni che fanno perdere qualche colpo anche al cervello più abituato alla follìa. Non si ricorre a nudità o violenza, che spesso vengono utilizzate da artisti meno capaci per colpire l’occhio: in questo caso non ce n’è bisogno, e sin dalle prime immagini (la parata, ad esempio) si capisce che qui si è di fronte a qualcosa di davvero assurdo.

Dal punto di vista qualitativo, i disegni sono buoni anche se non mi hanno colpito moltissimo (probabilmente anche per la qualità non eccelsa del file, quindi non risulto affidabile al 100%): le musiche, invece, sono assurde adeguatamente alle immagini che accompagnano.

Volendo muovere una critica, si potrebbe dire che non tutto è stato pienamente spiegato, e parecchi misteri rimangono: credo tuttavia che non fosse sin dall’inizio l’intenzione degli autori, ed inoltre ci vorrebbe un altro film da 3 ore per spiegare tutto ciò che è stato tirato in ballo qui.

Voto: 8. Mi ha colpito molto la parte artistico/assurda: un po’ meno la solidità della trama.

Consigliato a: chi ha una mente che riesce a dissociarsi dalla realtà; chi vuole mettere alla prova la propria sanità mentale; chi vuol vedere un genio mostruosamente sovrappeso con l’animo di un bambino.

Dennou Coil

L’anime che rappresenta il mio più grande sogno da bambino:

Dennou Coil

Ci troviamo all’incirca nel 2030, e la tecnologia ha permesso di creare una rete di realtà virtuale sviluppatissima. Tramite l’ausilio degli appositi occhiali, chiunque può accederci: è un mondo fatto di pc immaginari, di animali da compagnia cibernetici, di cyber-armi e quant’altro: l’unico limite è la fantasia e la capacità di programmazione.
In qualche modo questo mondo, per quanto fittizio, ha comunque un impatto sul mondo reale: l’intera città di Daikoku è stata digitalizzata, e mettendo gli occhiali non si vede ciò che è realmente presente, ma ciò che le informazioni salvate nei database hanno salvato: di tanto in tanto, con diverse versioni dei programmi, ci sono parti in conflitto che generano delle curiose distorsioni, più o meno dannose per gli occhiali di chi le osserva.

La storia che seguiamo coinvolge Yuko, soprannominata Yasako, che è appena arrivata in città: ha dei cyberocchiali regalati da suo nonno, ma non conosce molto bene l’estensione dell’evento a Daikoku. Incontra per fortuna Fumie, molto più abile in tale mondo, che la istruisce sulle basi da conoscere per vivere in un mondo in cui digitale e reale sono indissolubilmente legati.

La serie può essere divisa in due chiari settori: la prima parte è quella divertente, in cui le possibilità di un cybermondo vengono utilizzate per far ridere (e ci riescono abbastanza bene): si capisce subito che l’anime è indirizzato ad un pubblico abbastanza giovane (11-13 anni, ad occhio), e quindi anche le battute sono adattate di conseguenza. Questo non deve però scoraggiare spettatori più adulti: c’è da ridere per tutti (soprattutto grazie a Kyoko, l’esplosiva sorella di Yasako). Ci sono alcune pecche nella logica che regola la divisione tra mondo reale e immaginario, ma essendo il tutto basato sulle risate non infastidisce.
Questo dura fino alla meravigliosa dodicesima puntata, che inizia con un tono divertente, fa schiantare dal ridere per tutto il tempo e, alla fine, stupisce con un finale di puntata riflessivo e profondo.
Da lì in poi il tono cambia del tutto: non si ride più nemmeno per un momento, e la storia diventa decisamente seria. Gli hint sparsi nelle prime 12 puntate si sviluppano difatti per dare corpo alla trama principale di Dennou Coil.

In un primo momento ero molto deluso da questo cambiamento: quelle che prima erano solo incongruenze in un anime divertente, risultano inficiare i tentativi degli autori di fare una storia matura e coerente: spesso e volentieri qualsiasi problema si potrebbe risolvere in tre secondi, e invece si complicano stupidamente la vita.
Andando avanti nella serie, però, la cosa cambia: le cose iniziano a quadrare (anche se i buchi di logica iniziali rimangono), e si fanno ben più interessanti. Ciò che più mi ha colpito è tuttavia il risvolto psicologico del tutto: forse verrò tacciato di eresia, ma ritengo che Dennou Coil sia considerabile come un ghost in the shell per bambini. Vengono difatti trattati argomenti come l’effetto dell’eccessiva cibernetizzazione della vita, il significato dei rapporti interpersonali e diverse altre tematiche mica da ridere. I ragionamenti che vengono fatti risultano relativamente semplici ma, come detto, sono orientati ad un pubblico più giovane: esiste quindi il grande merito di voler far pensare anche le nuove generazioni, senza imbottirle di idiozie a nastro.

La grafica risulta molto pastellata e tranquilla: ricorda vagamente i toni di Ichigo Mashimaro, pur senza copiarne spudoratamente lo stile. Opening e ending sono molto orecchiabili e carine.

In definitiva, questo è secondo me un must-see per le giovani generazioni: per chi è più vecchiotto rimane comunque una buona visione, con qualche pecca ma davvero apprezzabile.

Voto: 8. Voto da considerare in salita più si riduce l’età dello spettatore.

Consigliato a: chi ha meno di 14 anni; chi ama le storie basate sulla tecnologia e sui suoi rischi; chi vuole imparare come si dicono in giapponese “occhiali” e “cacca”.

Ergo Proxy

Quando il futuro non è roseo, e il dark si fa strada.

Ergo Proxy

Real Mayer è la nipote del reggente di Romdeau Dome, una città ipertecnologica totalmente isolata dal resto del mondo oramai contaminato, ostile e quasi inabitabile. La vita è regolata da robot e Autorave, che si sono via via fatti più umani nelle fattezze e negli atteggiamenti.
Da qualche tempo un nuovo virus Cogito, si impadronisce delle menti di questi “robot-assistenti”, rendendoli capaci di pensiero indipendente e quindi pericolosi: vengono pertanto eliminati da una squadra apposita.
A seguito di una segnalazione in tal senso Real incontra un mostro che di robotico non ha nulla, e di cui nessuno sembra sapere nulla: fare domande non è permesso, e il segreto deve rimanere totale. Dopo un attacco nel suo bagno in cui Real viene attaccata da un mostro e difesa da un altro essere misterioso, la sua storia si intreccia fittamente con Vincent, un immigrato che di lavoro va a caccia di autorave infetti.
Scoperta dopo scoperta, la storia si complica e si fa sempre più sinistra…

Questo anime è stato chiaramente pensato per un pubblico occidentale: i ripetuti riferimenti alla cultura europea, il fatto che la Geneon USA ci abbia messo mano, lo stile stesso del disegno e mille piccoli dettagli fanno notare che è molto occidentalizzato come anime. Questo non infastidisce, ma all’occhio abituato ai classici disegni giapponesi colpisce parecchio.
L’ambientazione è oscura e triste: lo stile cyberpunk è pienamente presente in Ergo Proxy, e si fa notare in tutta la sua oppressività.

La storia stessa è molto intricata ma non totalmente incomprensibile: nonostante un paio di dettagli non spettacolari e qualche inspiegato rallentamento (come le due puntate di sogni, fondamentalmente inutili, verso la fine) scorre bene e rimane interessante.  L’ambiente stesso, come detto, supporta molto bene la trama stessa, fondendosi in maniera ottimale.

I personaggi, purtroppo, non spiccano altrettanto. I due personaggi principali non brillano per originalità (l’eroina decisa e testarda, lo sfigato inabile e timido), e ogni tanto si comportano in maniera non troppo logica (soprattutto Real, che si fida quando non dovrebbe e non si fida quando dovrebbe…). Menzione a parte per Pino, una bambina autorave infetta che fa compagnia ai due protagonisti: è un personaggio meraviglioso, di una semplicità disarmante ma che risulta più genuina e apprezzabile dei suoi alleati umani.

Anche i momenti in cui Ergo Proxy tenta di fare un po’ di filosofia spicciola sono abbastanza noiosi: i ragionamenti sono giusti e logici, ma non sono il tipo di ragionamento che lascia qualcosa. Sembrano inutili filosofeggiamenti fini a sé stessi: peccato.

I disegni, come detto prima, sono particolari ed inusuali: questo non vuol assolutamente dire che non siano belli. Dopo il disorientamento iniziale li ho trovati molto belli, e si nota una cura del dettaglio molto minuziosa.
Per quanto concerne le musiche… beh, si consideri che il main theme è stato realizzato dai Radiohead; non hanno sicuramente badato a spese. La canzone iniziale è difatti estremamente piacevole, a l’audio durante le puntate -anche se lunghi periodi di silenzio permeano molte situazioni- sono di buona fattura.

Il finale lascia la porta spalancata per un seguito, e io lo spero vivamente: le premesse che sono state create in questa serie potrebbero portare ad un ottimo seguito, molto interessante.

Voto: 8. Non eccelso, ma piacevole prodotto. Tecnica ineccepibile, peccato per lo scarso impegno nei protagonisti e nelle parti più “ragionate”.

Consigliato a: chi vuole un anime dall’ambiente depressivo; chi vuole un anime che non si immerga nei soliti riferimenti filonipponici a noi incomprensibili; chi vuol vedere un robot con un virus che suona il pianoforte, ridendo e cantando.

Welcome to the NHK!

Un anime divertente sulle miserie della vita?
Welcome to the NHK!

La storia inizia in maniera abbastanza semplice. Tatsuhiro è un hikikomori, o NEET (No Employement, Education or Training) che da quattro anni non esce di casa e vive in uno stato pseudo-vegetativo. Un giorno suona alla sua porta Misaki, una sconosciuta che decide di curarlo dal suo stato. Da lì è un continuo tentativo di uscire dalla sua condizione, tra successi e fallimenti. Ma forse non è l’unico ad avere bisogno di aiuto…

Questa è una serie abbastanza insolita, perché parla di buona parte delle “malattie della società moderna”. Isolamento, abbandono, dipendenza dalla rete, agorafobia, solitudine, disperazione, senso d’impotenza… ce n’è per tutti, e sicuramente qualsiasi persona che guardi questa serie si riconoscerà almeno parzialmente in qualcuno dei personaggi.

Va inoltre detto che, nonostante gli argomenti siano decisamente seri e ci sia qualche momento di scoramento e tristezza, la serie mantiene un tono allegro e scanzonato praticamente per tutta la sua lunghezza, aiutando non poco ad alleggerire il mood del tutto.

Uno dei pregi di questo anime è l’emotività che viene trasmessa agli spettatori: i personaggi possono essere apprezzati o no (per motivi a me stesso sconosciuti, mi sono ritrovato ad odiare visceralmente Misaki…), ma in ogni caso provocano una reazione abbastanza forte, mettendo a nudo le loro debolezze ed i loro limiti.

Purtroppo Welcome to the NHK non è esente dai difetti. Sin dalle prime puntate salta subito all’occhio che chi ha creato la serie non ha mai avuto i problemi di cui parla: è comprensibile che ci voglia una certa forzatura per far decollare il processo narrativo (se Tatsuhiro non aprisse la porta o se non si presentasse all’appuntamento, come sarebbe lecito aspettarsi data la sua condizione, non ci sarebbe nulla da raccontare e questo anime non esisterebbe!), ma purtroppo capita troppo spesso che i vari personaggi si comportino troppo da “persone normali”, e manca loro tutta una varia gamma di piccole maniacalità e difetti ampliamente riscontrabili in chi tali problemi li ha davvero.
Inoltre, sembra che i produttori abbiano voluto dare un’infarinatura sulle varie piaghe sociali senza entrare troppo nel merito: non vanno a scavare fino in fondo alle radici della questione, analizzandone solo la superficie. Questo può essere capitato anche perché si voleva fare una serie divertente, ma dato che l’argomento è davvero interessante e di attualità avrei gradito una maggior introspezione nelle dinamiche, nelle cause e nelle condizioni di certe malattie (perché, in fin dei conti, tali diventano).

Questo non toglie che la serie sia godibilissima e faccia comunque alcuni ragionamenti molto azzeccati; forse, però, avrebbero potuto scavare meglio per dare un prodotto che risulti, oltre che divertente, un minimo utile a chi in condizioni simili ci si ritrova.

Degna di nota infine la colonna sonora, ben curata e con canzoni simpatiche al suo interno: un piacere da ascoltare.

Voto: 7.5. Intrattiene e diverte, ma si poteva fare qualcosina in più.

Consigliato a: chi è asociale/otaku/nerd/sfigato/…; chi si diverte a ridere delle disgrazie altrui; chi vuol cantare purupurupururin, purupurupururin a ripetizione.

Serial Experiments Lain

Paranoia di 10 anni fa, pronta e servita!

Serial Experiments Lain

L’inizio della storia di questo anime di tredici puntate parla di un mondo in un vicino futuro, nel quale l’iperconnettività è oramai a disposizione di tutti. Una ragazza commette suicidio gettandosi da un palazzo, ma le compagne di scuola iniziano a ricevere delle e-mail da parte sua settimane dopo la sua scomparsa.
Lain, poco avvezza con i PC, si incuriosisce…

Bisogna dire innanzitutto una cosa: in questo anime non c’è azione vera e propria. Succedono cose, ma non nel modo cartoonesco (cioé con movimenti, azioni, discorsi)… succedono e basta. È un intricato anime in cui le cose si capiscono a fatica, e risulta difficile da digerire.
Vengono tirati in mezzo molti aspetti filosofici della vita. Il punto principale è l’effetto che l’iperconnettività potrebbe avere sulla gente e sulla realtà stessa… non si può dire molto altro per non svelare punti salienti del plot, ma di certo questo anime da da pensare.

SEL ha però un grave problema: è invecchiato male. Da una parte il comparto artistico non era di prima scelta nemmeno ai tempi della sua produzione (disegni non eccelsi, musica quasi assente), ma in un anime del genere questo non è un problema (da segnalare in ogni caso la sigla iniziale, estremamente bella e piacevole.). È tuttavia proprio nei dilemmi e negli avvenimenti, quindi nel cuore della serie, che si sente il peso degli anni.
La società predetta 10 anni fa è difatti praticamente identica a quella di oggi, con telefonini che fungono da qualsiasicosa, raggiungibilità nel mondo intero, community sulla rete che alienano la vita delle persone e quant’altro… è tutto reale. Si direbbe quasi che questa serie voleva puntare al futuro, e non è arrivata abbastanza lontano.
I quesiti chiave che vengono posti possono essere imho paragonati a quelli che si incontrano in Ghost in The Shell (che è di tre anni prima!), ma che in quest’ultimo vengono sviluppati in maniera estremamente più accurata e meno caotica. Il fatto che in Lain vengano talvolta buttati elementi a caso che distolgono la mente dall’argomento principale, si capisce come la differenza si faccia sentire.
Il finale è invero molto carino, ed è stato da parte mia abbastanza inaspettato: almeno su questo sono riusciti ad essere chiari e lineari.

Voto: 7. Dieci anni fa credo fosse rivoluzionario. Non ha retto il passare del tempo. Non per questo va però gettato via.

Consigliato a: chi ama gli anime d’annata; chi vuole farsi un po’ di pipponi mentali su vari argomenti; chi vuol vedere un anime disagio DOC.

Bartender

Di banconi, bicchieri e filosofia:

Bartender

Si potrebbe pensare che un voto alto a questo anime da parte mia sarebbe automatico, data la mia notevole propensione ed indulgenza alle bevande alcoliche, ma l’esito non era così scontato proprio in virtù di una moderata conoscenza del campo.

La “storia” è presto detta: in un bar, l’Eden Hall, lavora uno dei migliori bartender di sempre, soprannominato il Bicchiere di Dio, per la sua capacità di colpire nel cuore i suoi avventori con dei drink azzeccati alle situazioni e alle personalità.
Puntata dopo puntata ci si trova ad ascoltare le vicende dei più disparati tipi di persone, che vengono prontamente assistiti dal buon bartender che trova la soluzione a tutto con la pacatezza e la delicatezza che si addicono al suo ruolo.

Una cosa va detta subito: questo è un anime senza alcuna azione. Chi cerca avvenimenti dovrebbe starne alla larga: al contrario, se si cerca tranquillità e relax, questa è la serie giusta. Man mano che si va avanti si viene infatti avviluppati da un senso di benessere generico, dato dall’ambiente soffuso e intimo che l’Eden Hall riesce a rappresentare: ci si ritrova a desiderare di poter avere vicino a casa un posto del genere, dove poter entrare a fine giornata e dimenticare tutti i mali del mondo con una chiacchierata e un bicchiere d’altissima qualità in mano.

I disegni sono adatti al tenore della serie, con colori tenui e l’ambiente dovuto ad un pub quieto e accogliente.

Da segnalare in maniera estremamente positiva anche il modo in cui si parla degli alcolici: in tutta la serie non si parla di ubriacature, non si fa la morale a chi beve o, viceversa, a chi è astemio. Un bicchiere bevuto con gusto e tranquillità viene qualificato come uno dei piaceri della vita, senza demonizzazioni o inneggi.
Meravigliosa anche la parte storica che si propone ad ogni puntata, parlando delle origini dei vari cocktail e delle varie bottiglie in maniera molto interessante.

Insomma, questo anime (purtroppo di sole undici puntate) è una piccola perla di tranquillità e benessere che non dovrebbe attirare solo chi ama bere, ma chiunque desiderasse un angolo di benessere in una giornata nera.

Ultima nota: alla fine di ogni puntata, un vero bartender mostra il drink “della puntata” realizzato live, con una classe davvero invidiabile. È una meraviglia vederlo all’opera, e mi piange il cuore che qui in giro non ci siano posti simili!

Voto: 8.5. Poteva esser di più, ma 11 puntate scorrono davvero troppo in fretta… dannazione.

Consigliato a: chi vuole rilassarsi e farsi scaldare il cuore; chi ama ascoltare le vicissitudini altrui; chi vuol giocare a quante bottiglie riconosco durante la sigla.

Texhnolyze

Angoscia, disperazione e una sigla dei Juno Reactor?

Texhnolyze

Iniziamo subito dal dire che questo anime non è per tutti. È improntato tutto sulla disperazione e sull’angoscia: è fortemente sconsigliato a chi già non è allegro di suo.

La storia iniziale è la seguente: in un futuristico mondo sotterraneo, un pugile fa qualcosa che non doveva fare, e per punizione gli vengono amputati un braccio ed una gamba.
Una dottoressa lo prende a suo carico e lo Texhnolyzza, cioé gli impianta degli arti artificiali avanzatissimi. Il pugile (Ichise) inizialmente non gradisce tali oggetti, ingombranti e difficili da gestire, e la sua vita pare essere in un turbinìo di disperazione. Nel mentre, in tutta la città, forti lotte intestine si stanno agitando tra i vari gruppi pseudo-mafiosi che governano il luogo…

La trama in sé è qualcosa di contortissimo. Nelle prime quattro puntate non ci capivo praticamente nulla, ma seguivo lo stesso perché c’era quel nonsoché di affascinante che mi teneva incollato. In seguito, per qualche oscuro motivo ho iniziato a capire le dinamiche che si svolgevano dietro la storia, e la stessa mi è risultata non dico chiara, ma comprensibile.
È questo, personalmente, il maggior punto di forza di Texhnolyze: non si capisce mai veramente cosa sta succedendo, ma si ha sempre l’impressione che quel che sta accadendo si incastri perfettamente con la trama che si comprenderà con un paio di puntate di ritardo. Il finale stesso lascia spiazzati ma allo stesso tempo ci si dice “eh già, effettivamente ha senso” senza riuscire a definire esattamente il perché di questa sensazione.
Un’altra interessante particolarità è la totale imprevedibilità della trama: i personaggi non agiscono in maniera insensata (anzi!), ma non è comunque quasi mai possibile prevedere cosa accadrà nel susseguirsi della storia, tenendo sempre l’interesse molto alto.

Dal punto di vista “neutro”, la parte tecnica: le musiche sono azzeccate ma non eccelse (a parte l’ottima intro), e il comparto grafico fa il suo lavoro onestamente. Il tipo di disegno è azzeccato per la serietà della serie, e non si distingue mai né nel bene né nel male.

Di negativo si può segnalare, forse, il fatto che non ci si può distrarre nemmeno un secondo, per non rischiare di perdere il filo di tutta l’intricata matassa: questo non è negativo di per sé, ma un calo di concentrazione durante una puntata si rischia di pagar caro.
Inoltre, devo dire che dal punto di vista puramente personale un simile ammasso di sconforto e disperazione è davvero pesante da digerire, e ho dovuto intercalare nel contempo un’altra serie decisamente più leggera
per evitare l’eccessiva pesantezza del tutto.

Voto: 8.5. Mezzo punto per la canzone in italiano che si sente in sottofondo: sono sempre belle sorprese.

Consigliato a: chi vuol lambiccarsi il cervello; chi non ha paura dell’angoscia; chi vuol vedere dove andrà a parare la società umana nel futuro.