Howl’s Moving Castle

In italiano, Il castello errante di Howl:

Howl’s Moving Castle

Siamo in un’ambientazione simil-ottocentesca, ma con gigantesche macchine volanti di vago sapore steampunk. Sophie è una ragazza che vive una vita tranquilla, facendo la cappellaia nell’impresa del padre.
Un giorno, per caso, incontra Howl: egli è un potente mago che guida un castello con l’abilità di vagare nelle terre, per non farsi mai prendere.
A seguito di tale fortuito incontro, tuttavia, Sophie vien maledetta dalla Strega delle Lande, diventando una vecchia signora in un sol colpo. Ella decide pertanto di andare in cerca della strega per farsi togliere la maledizione, e incontra il castello di Howl sulla sua strada: Calcifer, il demone del fuoco che da vita al posto, le promette di liberarla dall’incantesimo se Sophie lo aiuterà nel fuggire dalla sua prigionìa. Inizia così il curioso viaggio dello strano gruppo tra magie, guerre e un pizzico di romanticismo.

Descrivere la trama dell’anime oltre questo punto risulta davvero complicato: accadono molte cose, ma trovare un filo conduttore è decisamente difficile. Questa non vuole essere una critica alla struttura della serie, che risulta piacevole da seguire e non risulta mai confusionaria: vuol tuttavia dire che più che un anime da seguire, questo è un anime da sentire.
Ritengo infatti che il difficile nel descrivere Il Castello Errante di Howl sia proprio questo: non si capisce cosa c’è che interessa ed attrae, ma si risulta ugualmente immersi nelle vicende che seguono i personaggi che si incontrano.

Accennando ai personaggi, è bene spendere due parole su di essi: nel film non vengono mai presentati a fondo i passati dei vari protagonisti (a parte Howl, di cui si scopre qualcosa, e Sophia, di cui si vede un pezzo di vita all’inizio), ma essi risultano comunque gradevoli e abbastanza completi, per il ruolo che hanno da ricoprire. Particolare simpatia suscita Calcifer, il fuoco di casa, che si comporta esattamente come ci si aspetterebbe da un fuoco senziente: vuol bruciare e bruciar tanto, teme l’acqua e chiede d’esser ravvivato col timore di spegnersi per sempre.

La grafica porta il tratto riconoscibile dello Studio Ghibli, ma sicuramente molto meno di altri lavori: la CG viene usata in maniera abbastanza intensa, e risulta abbastanza gradevole alla vista. Splendido soprattutto il castello in movimento, che ha un’aria maestosa e intrigante.
Le musiche sono tuttavia abbastanza anonime, e non aiutano molto a suppotare le varie scene che ci si trova ad osservare.

Insomma, che dire del Castello Errante di Howl? Che è un film animato strano, molto strano. Non si riesce a capire cosa ci sia di piacevole, ma piace; non si comprende quale sia la trama, eppure la si segue; non si vede qual è l’obiettivo dei personaggi, eppure si capisce se ci stanno riuscendo. Un lavoro davvero curioso.

Voto: 8. In virtù di quanto sopra, non lo classifico sicuramente da capolavoro: sarei tuttavia bugiardo se dicessi che non ho gradito la visione.

Consigliato a: chi non si offende se non capisce ogni singolo perché; chi adora lo steampunk fantasy; chi vuol conoscere Heen, il cane più asmatico del mondo.

Only Yesterday

Lo Studio Ghibli di 18 anni fa, tra ricordi del passato e lezioni di vita.

Only Yesterday

Questo anime si trova ambientato tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Taeko è una donna in carriera, ha 27 anni, è single ed abita a Tokyo: durante le vacanze estive, per il secondo anno, ha deciso di recarsi nei campi a dare una mano con il raccolto del cartamo, un fiore utilizzato come tintura.
Nel viaggio verso la campagna e durante il suo soggiorno, la sua mente continua a tornare alla sua infanzia, quando aveva dieci anni: la scoperta dei rapporti interpersonali e i problemi che ogni bambino si trova a dover affrontare; la vita con le due sorelle maggiori e i genitori, con il padre distaccato e apparentemente severo… che, riflettendo sul suo passato, Taeko riesca a capire cosa è davvero importante per lei?

Questo film di quasi due ore è un continuo saltare tra le due situazioni, Taeko10anni e Taeko27anni. La prima cosa che va detta è che in fin dei conti in questo anime non succede granché: non c’è una vera storia e di per sé non ci sono avvenimenti nel vero senso del termine, ma solo normale vita e qualche riflessione dietro ad essa.
Immagino che l’idea fosse di mostrare il passato di Taeko per poi motivare i cambiamenti che nel finale la portano (prevedibilmente) a scegliere la sua via, ma secondo me questo collegamento non è riuscito appieno. Le vicende di Taeko bambina sono carine e rivelano uno spaccato di vita molto interessante, che riporta la mentalità del Giappone degli anni ’60: anche la storia di Taeko ai giorni nostri non è malaccio, sebbene sia un po’ sottotono rispetto all’altra. Non sono però riuscito a trovare gran collegamento tra le due cose, se non in alcuni dettagli e in alcune frasi: è quasi come seguire due film diversi, i cui tranci si intersecano senza apparente motivo.

Considerando che la storia è quasi inesistente, i personaggi hanno un ruolo fondamentale per tenere in piedi la baracca: bisogna purtroppo notare che la protagonista non riesce in fin dei conti ad avere il carisma e l’energia che i personaggi delle produzioni della Ghibli solitamente hanno. Una 27enne che all’apparenza ne mostra di più, e che in fin dei conti non fa nulla se non tirar storie a Toshio (che conosce sul posto) fino a realizzare alla fine cosa desidera.
Accennando a Toshio, è giusto spendere un paio di parole sui personaggi che circondano la protagonista: nell’arco temporale del passato, la famiglia è estremamente stereotipata: una sorella cattiva e l’altra tranquilla, la madre angelo del focolare, il padre silenzioso e distaccato e la nonna saggia. Questo non è un difetto, in fin dei conti rappresenta con cura quello che si può immaginare fosse il setup tipico di una famiglia nipponica del dopoguerra. I compagni di classe sono una banda di simpatici teppisti, e risultano in buona parte interessanti: è un peccato che quando si passa all’età adulta, nessuno di essi più si ripresenta.
Parlando dell’arco temporale più recente, anche qui alcuni personaggi sono abbastanza caratteristici: Toshio per me vince il trofeo di miglior personaggio, caratterizzato benissimo e con un doppiaggio davvero notevole: gli altri risultano di contorno e poco più. Anche qui, è un peccato che praticamente non ci sia quasi alcun collegamento con le vicende passate: questo aiuta soltanto ad aumentare quel senso di distacco tra le due storie di cui si parlava prima.

La grafica dei personaggi non è proprio meravigliosa, ma le espressioni sono impagabili; eccezionali anche gli sfondi e i disegni fermi, di altissima qualità. Tecnicamente parlando, tuttavia, il meglio viene dato nella curiosa ed azzeccatissima colonna sonora, che oltre a canzoni del tempo che fu offre anche pezzi in italiano e ungherese, che risultano particolarmente inusuali ma molto piacevoli.

Cosa rimane dopo aver visto Only Yesterday, insomma? Molto poco. È una piacevole visione ed occupa due ore di tranquillità e personaggi positivi, ma non arriva da nessuna parte e i messaggi che vorrebbero essere espressi non riescono a passare. Questo non vuol dire che sia una brutta opera, ma è sicuramente inferiore alla qualità usuale della casa produttrice in parola.

Voto: 7. Occupa un paio d’ore con piacere, ma non aspettatevi alcuna grande rivelazione.

Consigliato a: chi ama gli slice of life monopuntata; chi vuole una storia d’amore poco invasiva, e molto tranquilla; chi si chiede che musiche può ascoltare un fattore mentre si reca nei campi.

Mushishi

Una quasi-favola su esistenze al limite della nostra realtà.

Mushishi

Ci troviamo attorno al 1700-1800, in Giappone. Ginko è un Mushishi, o un “curatore di mushi”: i mushi sono delle entità che esistono al limite tra la nostra realtà e il mondo degli spiriti, e provengono dall’essenza stessa della vita. Ne esistono un’infinità di tipi diversi, alcuni benefici, altri dannosi, altri ancora senza effetto: Ginko è un vagabondo che va dove c’è bisogno di aiuto per gestire i mushi, e utilizza tutta la sua sapienza per migliorare la convivenza tra natura e mushi.

La prima cosa da notare in questo anime è che tutte le ventisei puntate hanno una struttura puramente episodica: ogni vicenda è autoconclusiva e, a parte un paio di personaggi, l’unico elemento ricorrente è Ginko e la presenza dei mushi nelle problematiche che egli si ritrova ad affontare.
Le vicende singole sono di mille diverse nature, ma risultano variate ed interessanti: una delle cose più interessanti è che non tutte vanno a finire allo stesso modo. Alcune hanno un lieto fine, altre un epilogo tragico, altre ancora semplicemente non finiscono, poiché la vita continua: ogni avvenimento pone nuovi quesiti alla sapienza di Ginko, ed egli le tenta tutte nei limiti delle sue possibilità, senza però poter sempre riuscire nell’intento sperato. Questo aggiunge un aspetto di imprevedibilità alle puntate, che diventerebbero altrimenti noiose e ripetitive.

Essendo l’unico protagonista, Ginko è un ottimo personaggio. Il suo fare calmo e rilassato mostra l’esperienza di chi ne ha viste tante, ma l’interesse verso le vicende che lo circondano testimonia la sua umiltà e voglia di imparare: torna sui suoi passi per verificare nel tempo l’esito dei suoi interventi e si dimostra disponibile e cortese. Il suo stile un po’ fuori tempo (maglietta, pantaloni e sigaro in un mondo in cui i vestiti tradizionali vanno per la maggiore) gli conferisce l’aspetto inusuale che un personaggio quotidianamente a contatto con esseri misteriosi dovrebbe avere.
Gli unici altri protagonisti sono i mushi, che per loro stessa natura non hanno grande personalità: bisogna però dire che le spiegazioni che vengono fornite su di essi hanno senso, sebbene si viaggi nel regno della fantasia. Alcuni mangiano il suono, altri si nutrono del calore umano, altri ancora prendono il tempo vissuto riportando le persone allo stadio embrionale… tante caratteristiche diverse che però vengono spiegate come elementi per la sopravvivenza, come per il comportamento di qualsiasi altro animale.
I personaggi che si incontrano nei vari episodi, sebbene abbiano ovviamente poco tempo per svilupparsi, sono ottimi: sono molto realistici e le loro problematiche vengono subito prese a cuore dallo spettatore, che si ritrova a sperare per la loro salvezza.

Ciò che rende questa serie speciale e meritevolissima di esser vista, tuttavia, è meno tangibile: con una storia inesistente e un unico protagonista, per quanto ben fatto, non si può andare molto lontani.
L’asso nella manica di Mushishi è la sua ambientazione: senza accorgersene si viene risucchiati dal passo calmo ma inesorabile della vita quotidiana di gente di paese, che vive morigeratamente e spera solo in un domani migliore. Ad un primo occhio l’anime potrebbe sembrare lento, ma questo sarebbe un termine ingiusto: credo sia più indicata la parola “tranquillo” per rendere l’idea di come tale passo possa venir percepito.
Inoltre, con delicatezza e senza bisogno di schiaffarlo in faccia, Mushishi porta sugli schermi una realtà che nel mondo di duecento anni fa era un dato di fatto: la morte è un elemento quotidiano della vita, soprattutto in una terra vulcanica e sferzata dai tifoni come il Giappone. Una valanga può spazzar via un intero paese e una distrazione può costare carissimo: non tutti morivano dicendo frasi ad effetto tra le braccia della persona amata, ma la maggior parte finiva stroncata da qualche malattia o in fondo ad un burrone. Questo può parere crudele e chiaramente non viene posto in maniera così brutale sullo schermo, ma si riesce molto bene a percepire la fragilità della vita alla quale i personaggi si attaccano, giorno dopo giorno.

I personaggi sono disegnati in maniera piuttosto semplice, ma la bellissima grafica degli sfondi e dei boschi (in cui la quasi totalità della serie ha luogo) compensa in bellezza, e aiuta a creare ancor più ambiente; anche la meravigliosa opening (voce e chitarra) e le tranquille ending portano ad immergersi ancor più nell’onirico mondo in cui Mushishi ci permette di entrare.

Insomma, questo anime è davvero curioso ed affascinante. Non c’è nemmeno una scena d’azione, eppure la noia non fa capolino nemmeno per un minuto; Ginko è un personaggio solitario, ma sembra esser a casa ovunque; non esiste una storia, eppure ci si chiede sempre cosa capiterà nella puntata successiva.
Posso solo descrivere la visione di questo anime come una quieta esperienza di vita rurale, con un personaggio molto positivo che guida le puntate. Non penso che gli autori abbiano voluto imprimere alcun messaggio in Mushishi, ma una volta giunto alla fine mi ritrovo forse con qualcosina in più di quando avevo iniziato a vederlo.

Voto: 9. È difficile valutare un lavoro del genere, ma io lo trovo davvero pregevolissimo. Amanti dell’azione, della comicità e del caos: statene alla larga. Amanti della natura, della quiete, delle storie sognanti: fatevi avanti.

Consigliato a: chi ha bisogno un po’ di relax, e vuole guardarsi qualcosa che gli permetta di sognare un po’; chi vuol vedere un anime senza storia, che pare aver molte cose da dire più di uno con una trama massiccia; chi è affascinato dalle fiabe di un tempo.

Master of Mosquiton

Un vampiro schiavo di una semplice umana?

Master of Mosquiton

Inaho è una ragazza 17enne che, attorno agli anni ’20, insegue il mito dell’immortalità. A seguito di varie ricerche è riuscita a riportare in vita al suo servizio Mosquiton, un antico vampiro, e i suoi due spiriti seguaci: sono pertanto a caccia della leggendaria “O-part”, che pare possa portare alla vita eterna!

La storia è semplice, lineare, detta in tre parole. In questo anime di sei puntate risalente ad oramai tredici anni fa la storia non è certo la parte principale: dopo i primi promettenti avvenimenti, il tutto viene rapidamente deviato in un triangolo amoroso abbastanza curioso, per tornare alla trama originaria in maniera affrettata soltanto nel finale (in maniera ben poco sostenibile, dato che i vampiri paiono poter avere il fiatone nell’atmosfera lunare e simili…)

Essendo mancante di trama, Master of Mosquiton necessita di personaggi forti che riescano a tenere lo schermo: in questo campo se la cava meglio, proponendo inizialmente dei caratteri non esattamente banalissimi. Inaho è DAVVERO egoista, e i due spiriti seguaci DAVVERO se ne fregano di qualsiasi cosa che non sia servire Mosquiton: peccato che anche in questo campo dopo un po’ si cada, soprattutto con Inaho, nelle banalità. La caratterizzazione rimane comunque abbastanza ben fatta, ed in effetti le varie peculiarità tengono viva l’azione sullo schermo.

Il problema principale di questa serie è che sembra quasi uno sneak peek di qualcosa di più grande, risultando in definitiva totalmente incompleto e parziale: la trama viene solo accennata ad inizio e alla fine, la storia sentimentale fa dei balzi inumani senza spiegazione alcuna, i personaggi non hanno alcun tempo di svilupparsi o di far capire le loro motivazioni: è tutto di corsa e “buttato là”. Trovo ciò un vero peccato, perché la presentazione iniziale e le idee date in partenza sono buone e passibili di ottimo sviluppo, ma tutto ciò viene inesorabilmente sprecato.
Positiva invece l’idea di inserire personaggi realmente esistiti (o provenienti da reali leggende) nella storia: Mosquiton stesso, Camilla e il conte di St. Germain ci stanno bene, e danno un minimo tocco di credibilità in più alla serie.

La grafica è gradevole se si conta il tempo passato dalla sua realizzazione: al giorno d’oggi lo stile è palesemente datato, ma non è comunque un pugno in un occhio. Musicalmente le scelte sono state molto azzeccate, fornendo una colonna sonora in tema con il tempo in cui l’anim è ambientato.

Insomma, che dire di Master of Mosquiton? Direi che è una delle mille occasioni sprecate, dove un manga con un’idea originale viene utilizzato per buttar là una serie raffazzonata che poco ha da offrire allo spettatore. Ci sono momenti piacevoli, qualche risata e un paio di buoni spunti, ma nulla più.

Voto: 6. Mi spiace; sarei stato curioso di vedere un’evoluzione più curata di questo anime.

Consigliato a: chi ama i vampiri; chi non si infastidisce con delle protagoniste egoiste e nevrotiche; chi si chiede quanto può essere vogliosa un’affascinante vampira che da 300 anni non batte chiodo.

Kurozuka

Una storia tra passato e futuro, samurai e fucili, amore e omicidio:

Kurozuka

Ci troviamo inizialmente nel Giappone di un lontano passato: Kuro, nobile del tempo e abile spadaccino, è in fuga con il suo fido seguace da inseguitori che desiderano la loro morte: cercando riparo per la notte in mezzo al bosco, trovano una casa dispersa tra gli alberi ed entrano: ad accoglierli c’è Kuromitsu, misteriosa quanto affascinante e raffinata donna. In seguito all’avvicinarsi dei loro inseguitori, praticamente subito viene svelato il segreto di Kuromitsu: ella è in realtà un’immortale, e per salvare Kuro dalla morte certa passa la sua immortalità anche a lui, portando quindi entrambi a navigare attraverso le ere. Nulla è tuttavia facile come sebra, e a seguito di un attacco a tradimento Kuro si risveglia in un mondo futuro che non conosce, senza la sua amata al fianco, e senza più ricordare nulla: come farà a ritrovarla? Come mai sono passate migliaia di anni senza che lui se ne ricordi? Quale è il segreto dietro alle visioni che lo perseguitano?

La storia inizia in maniera molto dinamica, violenta e intrigante: tuttavia, con lo svolgersi degli avvenimenti e con il trasferimento dell’ambientazione dal Giappone tradizionale ad un mondo oscuro e pseudo-futuristico, si capisce che la trama è assieme il punto forte e debole di Kurozuka.
La parte positiva è che la storia è costruita di modo da essere intrigante e misteriosa: le rivelazioni avvengono man mano, ed avendo un flusso temporale degli avvenimenti non sempre lineare bisogna fare attenzione per capire cause ed effetti di certe azioni. Le progressive visioni di Kuro su Kuromitsu, inoltre, portano ulteriori momenti di mistero che incuriosiscono sempre più.

La parte debole, tuttavia, è che tutto questo passaggio tra ere e personaggi risulta confusionario e non sempre totalmente logico.
In primis, lo spettatore per sette puntate sulle dodici totali è destinato a non capire assolutamente nulla dei perché e dei percome: il mistero è affascinante, ma quando si è costretti a veder succedere le cose senza idea del perché dopo un po’ si rimane indispettiti.
In secondo luogo, Kuro si sveglia in un mondo distante eoni da quello che lui ricorda: come mai non rimane minimamente stranito da tutto ciò? Sin dai primi minuti sa esattamente come si usa una pistola e non si spaventa per luci e rumori, ma sino all’ultima puntata non sa nemmeno cosa sia una moto o simili (pur sapendola guidare). Volendo le spiegazioni finali possono dare una parziale motivazione a tutto ciò, ma per tutta la durata della proiezione ci si sente un po’ traditi da tali incongruenze che si fanno notare parecchio.

I personaggi hanno due difetti: il primo è che praticamente nessuno di essi si sviluppa in alcun modo, nemmeno i protagonisti: Kuromitsu si comporta sempre come Kuromitsu senza mai avere indecisioni, e Kuro subisce tutta la storia senza mai prendere veramente una qualsiasi decisione. Il suo carattere non viene né formato né cambiato, e alla fine lui ha qualche conoscenza in più della propria storia ma questo non cambia nulla in lui.
In secondo luogo, i personaggi secondari non hanno praticamente alcun ruolo se non quello di accompagnare i protagonisti: non hanno quasi nessuna personalità, ed alcuni si comportano anche in maniera non molto logica.
Va detto che Kuromitsu è un personaggio estremamente carismatico e quando è in scena il fascino traspare facilmente: purtroppo ciò si limita all’inizio e alla fine della serie, mentre per tutto il resto del tempo lei non compare.

I combattimenti sono di ottima qualità ed il sangue versato è davvero tanto, rendendolo forse un po’ inadatto ad un pubblico impressionabile; anche essi sono però principalmente focalizzati ad inizio e fine serie, con la parte centrale più scarna.
Con tutti questi punti, ci si chiederà: ma cosa c’è allora in mezzo alla serie? Beh, c’è lentezza. La storia si sviluppa lentamente in un ambiente cupo e soffocante: è bella ma, come detto sopra, estremamente intricata e spesso si è ad un passo dal perdersi del tutto, senza contare che porta i personaggi per mano senza lasciar fare loro alcuna scelta.

Il disegno è davvero bello: credo sia una delle più accurate produzioni del 2008. Per le musiche c’è stata una scelta strana, con un’opening techno che, per quanto strana, non è spiacevole: ending nella norma, e durante le puntate il sonoro fa il suo lavoro.

Che dire di Kurozuka? Dirò che ricorda tantissimo un altro lavoro, Texhnolyze, che aveva fatto della sperimentazione il suo punto forte: un inizio intrigantissimo, uno sviluppo nebuloso, lento, cupo e confusionario, un finale non del tutto logico ma scenicamente ed emotivamente impressionante (soprattutto in questo caso: anche se ad un certo punto si capisce più o meno dove si va a finire, si rimane ugualmente colpiti); entrambi sono uguali, in questi aspetti. Kurozuka è deprivato tuttavia di una parte del fascino generato dall’ambientazione e dall’oppressione presente nella sua serie gemella, senza contare che i personaggi sono molto meno carismatici – e quello più bello è tenuto in naftalina per tutto il tempo.

Voto: 7. Se ne tenga alla lontana chi non ama le serie lente: tuttavia, qualche pezzo qui e là è risultato decisamente piacevole, e la realizzazione tecnica è impressionante. Se solo avessero realizzato meglio il passaggio tra le varie ere di Kuro…

Consigliato a: chi vuol vedere un samurai nel futuro; chi ama i combattimenti belli sanguinari, anche se non molto frequenti; chi si chiede quanta cacca si produce in tre giorni.

Sword of the Stranger

Di spada e di storia: tuffiamoci nel sedicesimo secolo!

Sword of the Stranger

Ci troviamo più o meno nel 1600. Kotarou è un bambino che fugge da un monastero in fiamme; nella sua fuga incontra uno straniero senza nome, il quale -dopo aver involontariamente diviso il pasto e dopo essersi fatto salvare la vita- viene da lui assoldato per accompagnarlo fino al tempio di destinazione, dove troverà delle persone che potranno proteggerlo da chi lo insegue.
Inizia pertanto il viaggio dell’insolito duo (o meglio trio, contando anche il cane Tobimaru), che man mano che prosegue rivela alcuni inquietanti dettagli sui motivi della persecuzione di Kotarou: ma sarà tutto destinato a finire una volta arrivati al tempio? Perché degli stranieri lo vogliono a tutti i costi? Cosa c’è dietro all’imponente costruzione realizzata a tempo di record in una landa abbandonata?

Va detto innanzitutto un fatto innegabile: la trama non è per nulla originale. Ci troviamo davanti alla classica “strana coppia” che inizia litigando, poi va d’accordo e finisce per salvarsi a vicenda: tutto ciò è assolutamente scontato e banale, e si capisce sin dai primi minuti di visione. Questo non toglie però che la storia sia guardabile con piacere, anche in virtù del fatto che l’accuratezza storica è abbastanza notevole. La vicenda è inventata, ma i fatti che la circondano sono assolutamente reali: l’importazione delle prime armi da fuoco da parte dei cinesi, la diffidenza dei giapponesi verso gli stranieri, l’ossessione per l’imperatore cinese per l’immortalità… tutto quadra alla perfezione con quanto effettivamente riportato dai testi storici. Questo è certamente un grande punto a vantaggio degli sceneggiatori, che hanno avuto la cura di imbastire una storia relativamente credibile e motivata da reali eventi accaduti.

Essendo un unico film di un’ora e quaranta, non c’è molto spazio per sviluppare i personaggi: essi non risultano pertanto molto sviluppati, e solo dello straniero senza nome vediamo il passato e il motivo della sua riluttanza ad usare la spada. Si scopre anche qualcosina di Kotarou, ma solo qualche accenno; i cattivi, invece, si dividono in combattenti e narratori. I combattenti non sono usati per altro se non per combattere (v. sotto), mentre i narratori si occupano di far andare avanti con i loro discorsi la storia, spiegare perché stanno facendo ciò che stanno facendo e via dicendo. È un peccato che i combattenti non vengano sviluppati, perché avrebbero avuto un buon potenziale; i narratori invece dilungano la parte centrale della storia rendendola il pezzo più lento dell’interno film, e sebbene le spiegazioni siano sempre gradite qui forse vengono date per un po’ troppo tempo rispetto alla durata totale.
Va tuttavia detto che, per una volta, i realizzatori hanno pensato ai problemi linguistici: quando dei giapponesi e dei cinesi si incontrano, essi non si capiscono poiché parlano lingue diverse, e questo è stato realizzando facendo parlare agli stranieri effettivamente il cinese, e sottotitolandolo anche nella versione originale. Apprezzato per coerenza.

Trattandosi di un anime d’azione, i combattimenti sono un punto estremamente importante: ho il piacere di comunicare che essi sono molto belli. Sono concentrati nelle sequenze iniziali e nel massacro finale, e quindi non sono tantissimi e non occupano tantissimo tempo… ma quello che utilizzano, lo fanno al meglio. Essi sono infatti molto cruenti e coreografici (ogni tanto quasi troppo), e riescono a trasmettere bene il senso di assoluto macello che vien creato – soprattutto dagli stranieri. La parte centrale ha solo poche schermaglie poco interessanti, e questo è un vero peccato data la qualità degli altri momenti (soprattutto quelli verso la fine dell’anime).

Il disegno di per sé non è nulla di che, un po’ scarsino per essere del 2007; ci sono alcune sequenze in CG molto ben realizzate, ma ho l’impressione che la BONES abbia i mezzi per fare di meglio. Buona invece la colonna sonora, adeguata ai momenti.

Insomma, Sword of the Stranger è sicuramente sotto a mostri sacri come Ninja Scroll (anche in considerazione degli anni di distanza), ma si difende bene e si lascia guardare con piacere. La parte centrale è secondo me l’anello debole, ma non arriva così in basso da diventare fastidiosa o insopportabile.

Voto: 8. Se si cerca per un accettabile anime d’azione a suon di spadate e shuriken per un paio d’orette, sarete accontentati.

Consigliato a: chi ama i samurai; chi non si fa traumatizzare da qualche arto mozzato; chi vuol capire perché in tutta la recensione non ho detto una sola volta il nome del samurai protagonista.

Ayakashi – Japanese Classic Horror

Storie di paura di gusto classicissimo, ambientate nell’antica Edo.

Ayakashi – Japanese Classic Horror

Questo anime di undici puntate è diviso in tre storie ben distinte, tutte ambientate attorno nel Giappone tradizionale. Essendo le tre molto diverse tra loro, con la paura e l’angoscia come unica cosa in comune, le riporterò separatamente.

Parte 1: Yotsuya Kaidan
Iemon è un ronin, un samurai che ha perso il suo padrone. Gira voce che abbia rubato il denaro del suo defunto maestro, e per questo gli viene negato il matrimonio della donna che ama e che porta in grembo il suo bambino: il padre non acconsente alle nozze.
Approfittando dell’oscurità, Iemon decide pertanto di liberarsi del vecchio, e promette all’ignara Oiwa di vendicare la morte di suo padre. Con tale atto nefando inizia la sua caduta verso gli abissi della grettezza: in seguito a vari avvenimenti la moglie, ai limiti della sopportazione, muore e giura vendetta contro tutte le famiglie coinvolte negli intrallazzi che l’hanno vista vittima.

Questa prima storia è probabilmente quella che getta le sue radici in maniera più profonda nel folklore nipponico: è presentata e narrata come un Kabuki, un pezzo teatrale classico giapponese, e ne assume ritmi e caratteristiche. Il racconto è lento, e gli ambienti sono parecchio minimali: la cura nei dettagli è quasi maniacale, e la cruda realtà della vita dei tempi e delle infamie che accadevano è ben rappresentata.
Il disegno riprende tale cura, essendo in uno stile estremamente tendente al disegno giapponese classico: anche gli effetti sonori sono realizzati con strumenti caratteristici della terra che intende rappresentare.

Parte 2: Tenshu Monogatari
Zushonosuke è un falconiere che ha allevato un falco da donare ad una personalità importante: mentre lo sta portando a destinazione, viene spaventato e fugge verso un castello abbandonato, che si dice infestato da demoni mangiatori di uomini.
Durante la sua ricerca per rintracciare il falco, Zushonosuke incontra una meravigliosa donna, che si rivela quasi subito essere una Dea Dimenticata: inizia così una tensione sentimentale tra i due, repulsi dalle loro diverse origini (dopotutto, i Dei Dimenticati devono mangiare carne umana per tenere a bada il loro eterno dolore…) ma attratti da qualcosa di più grande di loro. Riusciranno nonostante tutto a superare le avversità, o soccomberanno agli istinti naturali delle rispettive razze?

Questa risulta sicuramente essere la storia più straziante della trilogia. È la narrazione di un amore disperato e senza via d’uscita, ma non per questo meno intenso: man mano che la storia si dipana durante le quattro puntate ad essa dedicate, si sente sempre più vicino il dramma dei personaggi in parola. Fino al finale non si capisce dove si andrà a finire, e come la questione verrà risolta: una volta scoperto, si capisce in retrospettiva di aver assistito ad una tragica fiaba ottimamente raccontata.
Il disegno in questo caso è l’anello debole, risultando un tantino approssimativo e raffazzonato, e il comparto audio è quantomeno trascurabile.

Parte 3: Bake Neko
Durante un matrimonio, la sposa muore in maniera misteriosa: viene inizialmente accusato uno strano ed inquietante venditore di medicine che si trovava lì proprio in quel momento. Non appena egli vede la scena, tuttavia, si rivela per quello che è: un esorcista di demoni. Sorvolando le iniziali riserve, comincia la sua battaglia contro lo spirito felino che intende uccidere tutti i presenti. Per riuscirci, tuttavia, deve scoprire innanzitutto i motivi dell’attacco: è però possibile riuscire ad estorcere dalla famiglia i loro più intimi segreti? Cosa nascondono tutti? Perché uno spirito desidera con tanta forza il loro sterminio? Cosa hanno fatto?

Per quasi tutte le tre puntate, questa risultava essere una serie un po’ sotto tono. Per quanto il farmacista fosse un personaggio molto carismatico (per il poco di carisma che si può esercitare in tre puntate) la storia pareva non decollare mai, rischiando di cadere nella noia: inoltre, qui e là ci sono alcune parentesi semi-comiche assolutamente fuori luogo, e che rovinano il tono generale degli avvenimenti. Con gli sviluppi finali, però, si capisce che ci si trova davanti ad una terribile storia di crudeltà umana, e il personaggio che infine appare come rivelazione rimane in gioco solo per pochissimi minuti, ma colpisce come una mattonata lo spettatore. Purtroppo anche questo accadeva un tempo… e tristemente ogni tanto accade ancora.
In questo caso il disegno è molto particolare: sembra di vedere delle antiche pergamene giapponesi animate. I disegni sono come quelli che si posson trovare disegnati sulle antiche illustrazioni, e il video è realizzato con l’apparente ruvidità di una pergamena. Questo porta ad un certo senso di irrealtà generalizzato, che ben si adatta alla storia stessa.

Insomma, Ayakashi – Japanese Classic Horror è una serie che più che di orrore parla di tristezza e di angoscia: inoltre, bisogna apprezzare parecchio lo stile tradizionale giapponese per poter gustare questo lavoro, che se no rischia di risultare lento, mal disegnato (per gli usuali standard) e troppo ermetico. Una volta superati tali limiti, però, risulta una serie più che apprezzabile.
Infine, una nota di merito va ai subbatori, GG, per aver realizzato un .pdf di spiegazioni per ogni puntata, di modo da poter dare anche ai neofiti il materiale necessario per capire i riferimenti storici contenuti nelle puntate. Ottimo lavoro.

Voto: 8. Se siete degli appassionati dell’antico Giappone senza fantasie o invenzioni, questo fa per voi. Se no, un po’ meno.

Consigliato a: chi vuole farsi un giro nella brutale vita di qualche centinaio d’anni fa; chi non ha paura di spiriti e spettri; chi vuole sentire la curiosa opening creata in un mix tra musica tradizionale e hip-hop, strana ma assolutamente apprezzabile.

Comedy

Un cortometraggio di dieci minuti, sognante e inquietante.

Comedy

Siamo circa ad un paio di secoli fa. Un villaggio di campagna è minacciato dalle truppe inglesi, che stanno per arrivare a mettere a ferro e fuoco tutto: una bambina del villaggio corre al vecchio castello abbandonato poiché si narra che in tale luogo viva un leggendario guerriero, capace di sconfiggere intere armate da solo. Lo stesso però chiede unicamente di essere pagato in libri antichi (al tempo una vera rarità)… riuscirà a salvare il villaggio?

Questo lavoro dello Studio 4°C, anche chiamato Kiseki, è quantomeno curioso. Ovviamente in dieci minuti non si riesce ad avere una connessione con i personaggi, ma risultano comunque immediatamente molto affascinanti; il seppur breve arco narrativo porta inoltre ad un’inquietante scoperta verso la fine del cortometraggio.

L’animazione è curiosa, con un tratto molto caratteristico: può piacere o meno, e a me è risultata congeniale. La musica è quasi assente, e quindi difficilmente valutabile.

Insomma, Comedy è un piccolo esempio di animazione peculiare, davvero godibile nella sua brevità. Non porta elementi rivoluzionari al mondo degli anime, ma la sua particolare impostazione lo fa sicuramente ricordare anche in mezzo a tante altre serie, forse più blasonate ma più convenzionali.

Voto: 8. Da vedere: in ogni caso, son solo dieci minuti!

Consigliato a: chi apprezza una storia di meno di un quarto d’ora; chi vuol vedere quanto può essere potente un guerriero… particolare; chi vuole chiedersi perché si chiama Comedy, se da ridere c’è ben poco.

Princess Tutu

Una fiaba trasformata in anime:

Princess Tutu

In un non meglio precisato villaggio della Germania dell’800, Ahiru è una bimba che frequenta una scuola di danza e spera di diventare una grande ballerina. Ammira il bellissimo Mytho, uno splendido ballerino che però cela una grande tristezza nei suoi occhi.
Quasi subito Ahiru scopre di essere in realtà una papera (“Ahiru” vuol dire papera in giapponese) trasformata in ragazza da un misterioso medaglione: scopre anche che Mytho è in realtà un principe di una antica storia che per catturare il suo acerrino nemico spezzò il suo cuore in molti pezzi, scongiurando la minaccia ma rimanendo senza emozioni.
Ahiru si trasforma allora nella principessa Tutu, con la missione di riportare al principe il suo cuore spezzato! Ma questo gesto cosa comporterà? E il suo acerrimo nemico, il Corvo, chi è in realtà? Cosa si muove dietro i sipari di una cittadina apparentemente tranquilla?

In un primo momento, Princess Tutu sembra un classico anime da bambini. La grafica è molto semplice e lineare, i personaggi inquadrabili a colpo d’occhio, la storia piatta, i sentimenti abbastanza telefonati: per fortuna che le prime impressioni spesso sono errate!
Il fatto che il target principale sia una fascia d’utenza giovane è vero (stimerei dai 9 ai 14 anni), ma per il resto la storia è godibilissima da chiunque. I personaggi, sebbene abbastanza semplici, dimostrano una profondità sorprendente: molti di essi si riciclano durante la storia sfuggendo al ruolo a loro assegnato (e su questo verte buona parte del racconto); la trama in effetti rimane lineare, ma le scelte poste ai protagonisti spesso sono molto difficili e le soluzioni non sono lampanti come invece in genere sono in storie per i più piccini. Inoltre, il secondo arco narrativo porta a vedere i meccanismi dietro alla storia, dando un ulteriore punto di vista quantomeno inusuale e parecchio interessante.
L’ambientazione stessa sembra tratta da un mix di storie dei fratelli Grimm e di Lewis Carroll: personaggi umanoidi con tratti animali sono all’ordine del giorno e il continuo cambio (soprattutto nella seconda parte) tra storia attuale e retroscena narrato rafforza tale curiosa impressione.
Il finale, inoltre, è davvero ottimo: oltre che essere consistente e coerente con il resto della storia, sfiderei chiunque ad indovinare come va a finire prima della terzultima puntata… davvero ottimo.

I personaggi, come detto, sono ben realizzati: i protagonisti mantengono in piedi una storia molto seria, mentre i personaggi-spalla fanno un buon lavoro, dove voluto, nell’alleggerire l’atmosfera. Le compagne di classe di Ahiru e soprattutto Neko-sensei, con la sua ossessione per il matrimonio, mi fanno totalmente scompisciare (nonstante, ancora una volta, sia un umorismo “a taglia di bambino” – è tuttavia ottimamente realizzato, e apprezzabile a qualsiasi età).
I sentimenti che i personaggi esprimono sono inizialmente abbastanza banali, ma man mano diventano più corposi e reali: per una volta si sfugge quasi completamente al classico stupido “bisogno di proteggere a qualsiasi costo” (solo un personaggio inizialmente si cela dietro a tale meccanismo, ma riesce a liberarsene), andando a cercare motivi più convincenti per effettuare le proprie azioni.

Non ci sono purtroppo soltanto lati positivi in questa serie: al centro di entrambi gli archi narrativi ci si trova intrappolati in una ripetitività abbastanza fastidiosa, in cui si hanno tre o quattro puntate praticamente identiche che quasi nulla aggiungono alla trama: inoltre, praticamente sempre la comparsa di Princess Tutu viene utilizzata come panacea di tutti i mali, e senza preciso motivo i problemi della puntata si risolvono con due passi di danza.
Le sezioni di danza stesse, che in questo anime dovrebbero essere una parte importante in virtù della storia, sono forse realizzate non al meglio: non dico che avrebbero dovuto riempire mezza puntata ogni volta, ma qualche sezione in più realizzata in maniera accurata sarebbe stata ben gradita.

La parte grafica è abbastanza gradevole, anche se si vede che è un disegno orientato verso i più giovani: non si può certo dire che sia un capolavoro, ma si lascia guardare.
Per le musiche, invece, il discorso cambia totalmente. Princess Tutu mi ha infatti incuriosito in principio per alcuni accenni della sua colonna sonora, che è interamente tratta dalle più grandi opere di musica classica e di opera dell’800 e del ‘900. Il lago dei cigni, la Carmen, lo Schiaccianoci, il Sogno di una notte di mezza estate, la Danse macabre, tanti altri… sono tutti utilizzati al meglio, convogliando sentimenti e pathos in momenti che se no risulterebbero statici e aridi. Ben difficilmente credo che sia possibile trovare un anime con una colonna sonora così maestosa: riesce a superare in questo lato anche mostri assoluti come Tengen Toppa Gurren Lagann e Nodame Cantabile
, in quanto essi hanno un paio di canzoni davvero epiche, ma Princess Tutu ha l’intera colonna sonora di tale portata. Sono pezzi che fanno davvero venire i brividi dalla meraviglia, e ancora una volta la musica classica di grande qualità si dimostra uno dei veicoli migliori per trasportare emozioni e messaggi che aiutano in gran parte a rendere una serie indimenticabile.

Insomma, Princess Tutu è un anime molto strano, che convoglia in sé stesso parecchi aspetti diversi: è in fin dei conti una fiaba di vecchio stampo, con l’aggiunta di una colonna sonora davvero incredibile. Essendo così particolare probabilmente non raccoglierà grande successo da un pubblico adulto, ma per chiunque abbia meno di 15 anni o riesce a guardare una serie con gli occhi di un bambino, questo è un anime di grande valore e dalla sorprendente qualità ed originalità.

Voto: 8. Miglior colonna sonora di sempre, peccato per i rallentamenti sparsi nelle puntate che ne segano un po’ il ritmo.

Consigliato a: chi ama le fiabe; chi riesce a mantenere il cuore e l’occhio di un bambino; chi vuol conoscere il gatto più sposabile del mondo.

Mononoke Hime

Di nuovo Ghibli. Di nuovo un classico.

Mononoke Hime

In un Giappone fantasy attorno al 1700, Ashitaka sta difendendo il suo villaggio da un demone uscito dalle foreste. Riesce nell’impresa di abbatterlo, ma subisce una ferita che lo ucciderà con il tempo: egli parte quindi alla ricerca della foresta in cui risiede il Dio che può salvarlo.
Nella sua ricerca si imbatte in una terra dove spiriti delle foreste e uomini si combattono aspramente per il controllo del terreno: chi ha ragione? Come conciliare le apparentemente insanabili differenze? E in che modo ciò ha a che fare con la sua maledizione?

Sin dal primo momento la grafica si rivela quella dello studio Ghibli: il tratto è riconoscibilissimo, e anche l’eccelsa qualità di immagini ed animazione sono inconfondibili.
Ciò in cui Mononoke Hime (o Princess Mononoke) differisce è il tono dell’avventura: in genere i prodotti di questo studio sono improntati ai buoni sentimenti e alla bontà d’animo, mentre qui l’ambiente si rivela subito cupo e estremamente serio. La storia inizia in maniera assolutamente meravigliosa, per diventare forse un minimo confusionaria verso il termine: si capisce sempre cosa sta succedendo, ma avendo dei personaggi forse un po’ meno incisivi del solito la situazione sembra quasi scappare di mano e muoversi per conto suo, trascinando i protagonisti con sé.

L’ambientazione stessa è impressionante, con un numero molto alto di spiriti che rappresentano le varie forze in gioco (oltre, ovviamente agli umani): incontrare gli spiriti nelle foreste è spettacolare, ed essi sono nel posto giusto al momento giusto. Essi portano anche il lato riflessivo dell’anime, facendo pensare all’invadenza dell’essere umano in terre che non gli appartengono, ma in fin dei conti il loro ruolo principale è essere nei luoghi in cui è logico che essi siano (il che è meno scontato di quanto sembri).

I disegni, come sopra detto, sono davvero impressionanti: la cosa più stupefacente è la fluidità dell’animazione. Nelle scene di combattimento (che in altri prodotti della stessa casa produttrice sono ben difficili da trovare) sono splendidi, intensissimi e velocissimi: una meraviglia.
Il sonoro non è da meno, e la Ghibli si dimostra ancora una volta attentissima ad ogni minimo dettaglio.

Insomma, Mononoke Hime è un classico che nessun amante degli anime dovrebbe dimenticare di vedere: a titolo puramente personale lo trovo un passo sotto altri capolavori come Totoro, Laputa o Kiki’s Delivery Service -principalmente per una mancanza di personaggi molto forti eppur sempre umani-, ma rimane comunque validissimo.
È comunque un anime a mio avviso triste, da guardare quando si vuole qualcosa di corposo.

Voto: 8. Due ore e un quarto di gioia visiva.

Consigliato a: chi ama lo Studio Ghibli; chi vuole una storia mistica, dove bene e male si confondono tra loro; chi vuol vedere gli spiriti più belli del multiverso, i Kodama.