Michiko to Hatchin

La storia di un viaggo nel Sudamerica, alla ricerca di un uomo introvabile.

Michiko to Hatchin

Michiko Malandro è una detenuta di un carcere di massima sicurezza, a causa dei suoi mille guai con la legge. Hana Morenos è una bambina orfana adottata dalla famiglia di un prete, che la tratta peggio di un cane: è lo zerbino di casa, e non può permettersi di dire nulla.
Michiko riesce ad evadere dalla prigione per mantenere una promessa fatta al padre di Hana, del quale lei fu innamorata: proteggere la figlia ad ogni costo. Lei non crede tuttavia che Hiroshi Morenos sia morto come hanno annunciato i giornali: una volta recuperata Hana (ribattezzata Hatchin), le due partono alla ricerca di tracce che portino all’attuale locazione di Hiroshi.

La prima cosa che colpisce, sin dai primissimi minuti, è l’ambientazione: è raro che un anime sia ambientato fuori dal Giappone, e ancora più raro è che sia ambientato in un paese immaginario che rispecchia in tutto e per tutto il Brasile o i paesi adiacenti. L’ambientazione è fatta benissimo, e gli autori hanno accuratamente ricreato un ambiente credibile: le insegne sono tutte in spagnolo, la colonna sonora (di cui parlerò più avanti) è cantata nelle lingue del luogo e ne segue lo stile, e via dicendo. Ci sono inoltre alcuni tratti superlativi, che creano un mix unico: ad esempio la Vespa sovradimensionata e sovralimentata di Michiko, oppure la capigliatura immensa di Atsuko, o ancora il fatto che le auto della polizia sono dei maggiolini.

Dopo aver espresso la soddisfazione per l’ambiente in cui Michiko to Hatchin è ambientato, passiamo alla trama: qui alcuni problemi iniziano a farsi notare. Si capisce sin da subito che è una serie “on the road”, con un viaggio che dura per tutte le ventidue puntate. Si deve tuttavia purtroppo constatare che questa serie è vittima della stessa pecca che toccava Samurai Champloo (creato dalla stessa casa produttrice, e si nota parecchio): un inizio al fulmicotone, dei personaggi carismatici, un’idea originale, un’ambientazione con possibilità infinite… e poi per tutta la serie non succede nulla di particolare. Qui è la stessa cosa: dopo il primo paio di puntate si fa la conoscenza con i vari personaggi ed essi sono ben realizzati, ma poi le vicende che capitano durante il viaggio non portano alcun effettivo cambiamento alla trama, che per tutto il tempo rimane unicamente “trova Hiroshi”, con le due poveracce che viaggiano verso nonsisacosa.
Il finale, inoltre, è stato per me molto deludente: non dico che non me l’aspettassi, ma dopo 22 puntate di inseguimento si poteva sperare in qualcosa di più.

I protagonisti, in un anime di questo genere, sono il punto focale della situazione: essendo sempre in viaggio pochi elementi esterni possono esser mantenuti lungo la serie, e quasi tutto il tempo ci si ritrova a guardare Michiko e Hatchin. Inizialmente il loro rapporto è estremamente conflittuale, anche perché hanno due caratteri diametralmente opposti, ma alla fine (come prevedibile) si sviluppa un sentimento molto simile a quello madre-figlia. Il percorso per arrivarci, tuttavia, non è molto chiaro: non c’è mai alcun vero sviluppo tra di loro, che quando sono a contatto irrimediabilmente litigano ma che quando son lontane si cercano. Questo è uguale all’inizio della serie come alla fine, inficiando pertanto tutto un possibile discorso di sviluppo personale, che c’è ma è molto minore di quanto avrebbe potuto essere. Bisogna però dire che quando si trovano ad avere a che fare con le loro specialità (Combattimento ed intimidazione quelle di Michiko, diplomazia e cucina quelle di Hatchin), sono un piacere da vedere in azione.

I co-protagonisti (Satoshi, Atsuko e via dicendo) agiscono in maniera abbastanza erratica ed incomprensibile: la poliziotta si mette ad aiutare Michiko dopo aver passato anni a ridere di lei in cella, per poi metterle i bastoni tra le ruote ed in seguito aiutarla di nuovo; Satoshi vuole uccidere tutti, poi li vuole aiutare, poi li vuole ri-uccidere,… questi continui cambi di logica lasciano spiazzati, e non si riesce mai bene a capire che cosa pensano i personaggi.

La serie, oltre che essere di viaggio, è abbastanza incentrata sull’azione: questa è di ottimo livello, i combattimenti sono fatti molto bene e sono piacevoli da guardare: ne avrei addirittura preferito un maggior numero, perché quando Michiko si mette a menare non c’è speranza per nessuno!

Il disegno è particolare, e per i miei gusti molto piacevole: come detto, l’animazione è brillante (d’altra parte, già nel 2004 con Samurai Champloo i personaggi erano animati benissimo).
Le musiche sono un grande punto a favore di questo anime, dato il grande lavoro di adattamento all’ambientazione di cui parlavo prima. Musiche molto strane per un anime, ma fors’anche per questo molto belle. L’unica canzone un po’ fuori dal contesto è l’ending, ma è perdonabilissimo.

Insomma, alla fine del viaggio cosa rimane? Ottima domanda. Rimane secondo me una serie dalla buona idea, con degli sprazzi molto piacevoli (alcuni rari scambi di frasi tra Michiko e Hatchin sono soprendentemente azzeccati), ma che avrebbe potuto diventare molto meglio se si fosse lavorato di più su trama e personaggi. Rimane comunque piacevole da guardare ed i 23 minuti di durata delle puntate volano con velocità.

Voto. 7. Piacevole, ma poco più. Per una serie che parla di un viaggio, El Cazador de la Bruja è sicuramente meglio riuscito.

Consigliato a: chi ama i road-movie; chi apprezza le protagoniste che sanno farsi rispettare; chi vuol vedere un personaggio in un anime che non sa il giapponese, e si perde nel quartiere giapponese di una città.

Only Yesterday

Lo Studio Ghibli di 18 anni fa, tra ricordi del passato e lezioni di vita.

Only Yesterday

Questo anime si trova ambientato tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Taeko è una donna in carriera, ha 27 anni, è single ed abita a Tokyo: durante le vacanze estive, per il secondo anno, ha deciso di recarsi nei campi a dare una mano con il raccolto del cartamo, un fiore utilizzato come tintura.
Nel viaggio verso la campagna e durante il suo soggiorno, la sua mente continua a tornare alla sua infanzia, quando aveva dieci anni: la scoperta dei rapporti interpersonali e i problemi che ogni bambino si trova a dover affrontare; la vita con le due sorelle maggiori e i genitori, con il padre distaccato e apparentemente severo… che, riflettendo sul suo passato, Taeko riesca a capire cosa è davvero importante per lei?

Questo film di quasi due ore è un continuo saltare tra le due situazioni, Taeko10anni e Taeko27anni. La prima cosa che va detta è che in fin dei conti in questo anime non succede granché: non c’è una vera storia e di per sé non ci sono avvenimenti nel vero senso del termine, ma solo normale vita e qualche riflessione dietro ad essa.
Immagino che l’idea fosse di mostrare il passato di Taeko per poi motivare i cambiamenti che nel finale la portano (prevedibilmente) a scegliere la sua via, ma secondo me questo collegamento non è riuscito appieno. Le vicende di Taeko bambina sono carine e rivelano uno spaccato di vita molto interessante, che riporta la mentalità del Giappone degli anni ’60: anche la storia di Taeko ai giorni nostri non è malaccio, sebbene sia un po’ sottotono rispetto all’altra. Non sono però riuscito a trovare gran collegamento tra le due cose, se non in alcuni dettagli e in alcune frasi: è quasi come seguire due film diversi, i cui tranci si intersecano senza apparente motivo.

Considerando che la storia è quasi inesistente, i personaggi hanno un ruolo fondamentale per tenere in piedi la baracca: bisogna purtroppo notare che la protagonista non riesce in fin dei conti ad avere il carisma e l’energia che i personaggi delle produzioni della Ghibli solitamente hanno. Una 27enne che all’apparenza ne mostra di più, e che in fin dei conti non fa nulla se non tirar storie a Toshio (che conosce sul posto) fino a realizzare alla fine cosa desidera.
Accennando a Toshio, è giusto spendere un paio di parole sui personaggi che circondano la protagonista: nell’arco temporale del passato, la famiglia è estremamente stereotipata: una sorella cattiva e l’altra tranquilla, la madre angelo del focolare, il padre silenzioso e distaccato e la nonna saggia. Questo non è un difetto, in fin dei conti rappresenta con cura quello che si può immaginare fosse il setup tipico di una famiglia nipponica del dopoguerra. I compagni di classe sono una banda di simpatici teppisti, e risultano in buona parte interessanti: è un peccato che quando si passa all’età adulta, nessuno di essi più si ripresenta.
Parlando dell’arco temporale più recente, anche qui alcuni personaggi sono abbastanza caratteristici: Toshio per me vince il trofeo di miglior personaggio, caratterizzato benissimo e con un doppiaggio davvero notevole: gli altri risultano di contorno e poco più. Anche qui, è un peccato che praticamente non ci sia quasi alcun collegamento con le vicende passate: questo aiuta soltanto ad aumentare quel senso di distacco tra le due storie di cui si parlava prima.

La grafica dei personaggi non è proprio meravigliosa, ma le espressioni sono impagabili; eccezionali anche gli sfondi e i disegni fermi, di altissima qualità. Tecnicamente parlando, tuttavia, il meglio viene dato nella curiosa ed azzeccatissima colonna sonora, che oltre a canzoni del tempo che fu offre anche pezzi in italiano e ungherese, che risultano particolarmente inusuali ma molto piacevoli.

Cosa rimane dopo aver visto Only Yesterday, insomma? Molto poco. È una piacevole visione ed occupa due ore di tranquillità e personaggi positivi, ma non arriva da nessuna parte e i messaggi che vorrebbero essere espressi non riescono a passare. Questo non vuol dire che sia una brutta opera, ma è sicuramente inferiore alla qualità usuale della casa produttrice in parola.

Voto: 7. Occupa un paio d’ore con piacere, ma non aspettatevi alcuna grande rivelazione.

Consigliato a: chi ama gli slice of life monopuntata; chi vuole una storia d’amore poco invasiva, e molto tranquilla; chi si chiede che musiche può ascoltare un fattore mentre si reca nei campi.

Kurozuka

Una storia tra passato e futuro, samurai e fucili, amore e omicidio:

Kurozuka

Ci troviamo inizialmente nel Giappone di un lontano passato: Kuro, nobile del tempo e abile spadaccino, è in fuga con il suo fido seguace da inseguitori che desiderano la loro morte: cercando riparo per la notte in mezzo al bosco, trovano una casa dispersa tra gli alberi ed entrano: ad accoglierli c’è Kuromitsu, misteriosa quanto affascinante e raffinata donna. In seguito all’avvicinarsi dei loro inseguitori, praticamente subito viene svelato il segreto di Kuromitsu: ella è in realtà un’immortale, e per salvare Kuro dalla morte certa passa la sua immortalità anche a lui, portando quindi entrambi a navigare attraverso le ere. Nulla è tuttavia facile come sebra, e a seguito di un attacco a tradimento Kuro si risveglia in un mondo futuro che non conosce, senza la sua amata al fianco, e senza più ricordare nulla: come farà a ritrovarla? Come mai sono passate migliaia di anni senza che lui se ne ricordi? Quale è il segreto dietro alle visioni che lo perseguitano?

La storia inizia in maniera molto dinamica, violenta e intrigante: tuttavia, con lo svolgersi degli avvenimenti e con il trasferimento dell’ambientazione dal Giappone tradizionale ad un mondo oscuro e pseudo-futuristico, si capisce che la trama è assieme il punto forte e debole di Kurozuka.
La parte positiva è che la storia è costruita di modo da essere intrigante e misteriosa: le rivelazioni avvengono man mano, ed avendo un flusso temporale degli avvenimenti non sempre lineare bisogna fare attenzione per capire cause ed effetti di certe azioni. Le progressive visioni di Kuro su Kuromitsu, inoltre, portano ulteriori momenti di mistero che incuriosiscono sempre più.

La parte debole, tuttavia, è che tutto questo passaggio tra ere e personaggi risulta confusionario e non sempre totalmente logico.
In primis, lo spettatore per sette puntate sulle dodici totali è destinato a non capire assolutamente nulla dei perché e dei percome: il mistero è affascinante, ma quando si è costretti a veder succedere le cose senza idea del perché dopo un po’ si rimane indispettiti.
In secondo luogo, Kuro si sveglia in un mondo distante eoni da quello che lui ricorda: come mai non rimane minimamente stranito da tutto ciò? Sin dai primi minuti sa esattamente come si usa una pistola e non si spaventa per luci e rumori, ma sino all’ultima puntata non sa nemmeno cosa sia una moto o simili (pur sapendola guidare). Volendo le spiegazioni finali possono dare una parziale motivazione a tutto ciò, ma per tutta la durata della proiezione ci si sente un po’ traditi da tali incongruenze che si fanno notare parecchio.

I personaggi hanno due difetti: il primo è che praticamente nessuno di essi si sviluppa in alcun modo, nemmeno i protagonisti: Kuromitsu si comporta sempre come Kuromitsu senza mai avere indecisioni, e Kuro subisce tutta la storia senza mai prendere veramente una qualsiasi decisione. Il suo carattere non viene né formato né cambiato, e alla fine lui ha qualche conoscenza in più della propria storia ma questo non cambia nulla in lui.
In secondo luogo, i personaggi secondari non hanno praticamente alcun ruolo se non quello di accompagnare i protagonisti: non hanno quasi nessuna personalità, ed alcuni si comportano anche in maniera non molto logica.
Va detto che Kuromitsu è un personaggio estremamente carismatico e quando è in scena il fascino traspare facilmente: purtroppo ciò si limita all’inizio e alla fine della serie, mentre per tutto il resto del tempo lei non compare.

I combattimenti sono di ottima qualità ed il sangue versato è davvero tanto, rendendolo forse un po’ inadatto ad un pubblico impressionabile; anche essi sono però principalmente focalizzati ad inizio e fine serie, con la parte centrale più scarna.
Con tutti questi punti, ci si chiederà: ma cosa c’è allora in mezzo alla serie? Beh, c’è lentezza. La storia si sviluppa lentamente in un ambiente cupo e soffocante: è bella ma, come detto sopra, estremamente intricata e spesso si è ad un passo dal perdersi del tutto, senza contare che porta i personaggi per mano senza lasciar fare loro alcuna scelta.

Il disegno è davvero bello: credo sia una delle più accurate produzioni del 2008. Per le musiche c’è stata una scelta strana, con un’opening techno che, per quanto strana, non è spiacevole: ending nella norma, e durante le puntate il sonoro fa il suo lavoro.

Che dire di Kurozuka? Dirò che ricorda tantissimo un altro lavoro, Texhnolyze, che aveva fatto della sperimentazione il suo punto forte: un inizio intrigantissimo, uno sviluppo nebuloso, lento, cupo e confusionario, un finale non del tutto logico ma scenicamente ed emotivamente impressionante (soprattutto in questo caso: anche se ad un certo punto si capisce più o meno dove si va a finire, si rimane ugualmente colpiti); entrambi sono uguali, in questi aspetti. Kurozuka è deprivato tuttavia di una parte del fascino generato dall’ambientazione e dall’oppressione presente nella sua serie gemella, senza contare che i personaggi sono molto meno carismatici – e quello più bello è tenuto in naftalina per tutto il tempo.

Voto: 7. Se ne tenga alla lontana chi non ama le serie lente: tuttavia, qualche pezzo qui e là è risultato decisamente piacevole, e la realizzazione tecnica è impressionante. Se solo avessero realizzato meglio il passaggio tra le varie ere di Kuro…

Consigliato a: chi vuol vedere un samurai nel futuro; chi ama i combattimenti belli sanguinari, anche se non molto frequenti; chi si chiede quanta cacca si produce in tre giorni.

Hunter X Hunter OVA Serie 1

Ecco la prima delle serie di OVA a seguito dell’omonima serie:

Hunter X Hunter OVA Serie 1

Questa serie di 8 OVA segue direttamente la serie principale da 62 puntate. Il fulcro della narrazione è ora la lotta di Kurapica contro il Ryodan (o Ragni, come preferiscono farsi chiamare loro). Tutta la vicenda della ricerca del padre di Gon viene esplicitamente accantonata: questo non può che farmi felice, dato che Gon da protagonista diventa una comparsa (e il suo pruginoso ottimismo viene pertanto quasi azzerato, dato che in questa serie c’è poco da ridere o sorridere).

La storia ha uno sviluppo abbastanza lento ma non soffre della mortale noia che la fine della serie regolare aveva: non arriva ad equivalere la prima parte della suddetta, ma risulta comunque apprezzabile. La cosa più curiosa è che non è Kurapica ad essere il protagonista, e fa anzi una figura abbastanza barbina. Da freddo calcolatore e persona di raziocinio diventa un emotivo instabile che deve farsi tenere dai suoi amici per non sbroccare… peccato.
La parte del leone, in questo caso, è però interpretata dai cattivi: il fulcro delle discussioni sono le riflessioni dei Ragni e le loro decisioni come gruppo, ed inoltre le loro personalità vengono analizzate molto più nel dettaglio di quanto non si fosse fatto prima. Ne risulta che il gruppo è abbastanza eterogeneo e i personaggi riescono a tenere la scena interessando lo spettatore, anche se ogni tanto le chiacchierate si dilungano un po’ troppo.
Un’altra cosa da notare è che i combattimenti sono praticamente spariti: in questi OVA non ci si picchia ma si riflette. Da una parte è peccato dato che c’erano tanti diversi poteri da poter utilizzare, ma d’altra parte ci si evita delle scene di combattimento di scarsa qualità come quelle precedentemente sperimentate.

I disegni risultano un po’ migliorati dalla prima serie, anche se non è nulla di particolarmente eccezionale: le musiche subiscono un po’ di calo qualitativo, con opening ed ending non malvage ma sicuramente lontane dalle prime.

Insomma, vale la pena di guardare questo primo sequel? Se ci si è sciroppati tutta la prima serie sì, dato che si è già vaccinati e la narrazione riceve una rinvigorita; senza i primi avvenimenti, però, risulta impossibile capire cosa succede e quindi un neofita di Hunter X Hunter non ha motivo di guardare queste otto puntate.

Voto: 7. Non è malvagio: forse un po’ tanto lento qui e là, e il finale lascia nuovamente a desiderare, ma si lascia guardare.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie; chi voleva HxH con un tono un po’ più serio; chi vuol vedere come Gon riesce a far girare le balle anche ai cattivi con sole due parole.

Final Approach

Ogni tanto le paure, per fortuna, non diventano realtà:

Final Approach

Il Giappone è oramai ad un declino demografico, a causa della carenza di nuove nascite: il governo, per porre rimedio al problema, ha deciso di promuovere un programma di matrimoni organizzati. È in tal modo che, in maniera piuttosto irruenta, Shizuka entra nella vita di Ryo, dichiarandosi da subito sua promessa sposa e installandosi in pianta stabile nella casa di quest’utlimo e della di lui sorella.
Inutile dire che Ryo non è affatto contento della situazione, e tenta di scacciare Shizuka in ogni modo! Ma riuscirà nel suo intento, o i piani di matrimonio di costei riusciranno ad andare a buon fine? Come mai ella è così adamantina nel voler stare con Ryo?

Sin dall’inizio, si capisce senza ombra di dubbio che si tratta di un harem anime tratto da una visual novel, e con questa base mi aspettavo il peggio del peggio, con banalità senza fine: per fortuna sono rimasto parzialmente smentito. Se infatti alcuni elementi standard sono forzatamente presenti (primo da tutti la totale idiozia del protagonista maschile, che rifugge una donna bellissima che fa tutto per lui), molti teatrini triti e ritriti ci sono risparmiati. I personaggi che seguono il nostro protagonista hanno un motivo per farlo (e non lo amano “tanto per”); non ci sono tutte quelle patetiche incomprensioni che permeano i lavori di bassa qualità, fatti solo per strappare qualche lacrima ai personaggi; il finale, sebbene prevedibile come il panettone a Natale, ha comunque un certo pathos – non ci si sente così legati ai personaggi da rimanerne troppo colpiti (in fin dei conti abbiamo solo 13 puntate da 10 minuti a disposizione), ma comunque si percepisce una certa carica emotiva.

I disegni, per essere del 2004, sono relativamente carenti a parte in un aspetto: le ragazze. Essendo infatti tratto da una visual novel, a questo aspetto è stata data la massima cura.
Il sonoro è abbastanza anonimo sia in opening/ending, che in BGM.

Insomma: non è che Final Approach sia un capolavoro o un anime da iscrivere negli annali storici della storia dell’animazione. I personaggi, sebbene ben fatti, non sono particolarmente profondi; la comicità è abbastanza terre-à-terre (anche se ha alcune punte di qualità, come lo scontro Shizuka-Haru); la gente sullo schermo si comporta in buona parte nella maniera che ci si aspetterebbe da loro. Per essere tuttavia un lavoretto piccolino e tra i primissimi anime creati dalla ZEXCS, è stato fatto un lavoro più che accettabile.

Voto: 7. Per chi piacciono gli harem anime, un’occhiata è più che legittima – troveranno un lavoro migliore di mille altre schifezze. Per gli altri, se avete un paio d’ore da impiegare e proprio non sapete cosa fare…

Consigliato a: chi apprezza il genere; chi sa che dalle visual novel ogni tanto si può trarre qualcosa di accettabile; chi vuole sentire come si pronuncia il “to be continued” in giapponese, che vediamo alla fine delle puntate degli anime sin dalla nostra più tenera infanzia.

Baoh Raihousha

Dal lontano 1989, quaranta minuti di pura violenza.

Baoh Raihousha

L’agenzia Doress raccoglie in tutto il mondo persone con poteri particolari, per poterle studiare ed esaminare. Ikuro è un povero 17enne che ha subìto un grave incidente stradale, ed è stato curato da un medico della Doress: gli è stato impiantato un organismo ospite, “Baoh”, che lo può rendere una macchina per uccidere imbattibile.
Mentre stanno portando il suo corpo criogenizzato al laboratorio centrale Sumire, una ragazzina di nove anni con poteri psichici, per errore lo libera ed inizia la loro fuga. Una volta scappati, l’Agenzia li vuole morti: chi vincerà in una sanguinaria battaglia per la sopravvivenza?

Va detto subito che in 40 minuti non ci si può aspettare un grande sviluppo di storia o di personaggi. Infatti, essi sono praticamente assenti: dopo i primi cinque minuti di spiegazioni e tranquillità (che fondamentalmente riassumono quanto sopra scritto) inizia la parte di azione, che continua senza alcuna interruzione fino al termine di questo OAV. Non c’è sviluppo dei personaggi, la storia è lineare come non mai: il punto focale di questa serie è tuttavia da un’altra parte.

Baoh Raihousha è infatti una semplice ed opulenta dimostrazione di violenza e massacro: il sangue si getta a litri, e si assiste con frequenza impressionante ad arti strappati, teste esplode, teschi sciolti, persone impalate, investimenti col treno… chi più ne ha più ne metta, non ce n’è mai abbastanza.
Le battaglie e le scene di eccidio sono ben fatte: sorvolando sul fatto che Ikuro riceve un potere nuovo ogni trenta secondi, i combattimenti rimangono comunque abbastanza gradevoli – sebbene generalmente la battaglia si traduce in un’esecuzione da parte di Ikuro nei confronti delle sue vittime.

La grafica, per essere di vent’anni fa, non è male: rispecchia in pieno lo standard degli anni ’80. Il sonoro è abbastanza anonimo, anche se le due canzoni finali sono carine ed ancora una volta mostrano appieno con il loro stile il decennio da cui vengono.

Insomma, Baoh Raihousha è un anime che offre poco, ma quel poco lo offre con un’intensità estrema: l’unico scopo nel vedere questo anime è una sana e truce voglia di sangue versato a fiumi, nelle maniere più terribili che si possano immaginare.

Voto: 7. Perfetto nei massacri: inutile in tutto il resto.

Consigliato a: chi ha un’inestinguibile sete di sangue; chi non si offende ad una grafica che, anche se carina, oramai ha i suoi anni; chi si diverte a veder volare arti mozzati in ogni dove.

Beyond The Clouds

Dalla mano di Makoto Shinkai, una storia di tristezza e promesse da mantenere.

Beyond The Clouds

Ci troviamo in un presente alternativo: il Giappone è stato diviso in Nord e Sud a seguito di una passata guerra, e le tensioni internazionali al giorno d’oggi sono molto forti in tutto il mondo.
Si seguiranno le vite di Hiroki e Takuya, due amici che vanno a scuola insieme. Hiroki ha evidentemente un debole per una loro compagna, Sayuri, con la quale non ha sinora avuto l’occasione di interagire più di tanto, nella piccola scuola di campagna che tutti loro frequentano.
I due ragazzi hanno un sogno: costruire un aereo per volare fino all’immensa torre che si erge al di là del confine, e che nessuno sa a cosa serva. Un giorno mostrano il loro aereo in costruzione a Sayuri, e promettono che loro tre voleranno fino alla loro destinazione.

Purtroppo il destino decide diversamente, e le loro strade si dividono e si riempiono di rammarico: riusciranno comunque ad esaudire il loro sogno, anche dopo tre anni in cui hanno intrapreso vie differenti? Cosa è, in realtà, l’immensa torre misteriosa?

Lo stile di Makoto Shinkai si riconosce istantaneamente, per lo stile narrativo e le meravigliose immagini (di cui parlerò poi). Purtroppo, in questo caso la storia non riesce ad affascinare e commuovere come Hoshi no Koe o 5 centimeters per second.
La lentezza del narrato è parecchia ma non fastidiosa, però la trama in sé non ha molto senso. Si possono scovare, nei piani che portano alla conclusione della vicenda, notevoli carenze tecnico/logiche (due 13enni che costruiscono aerei e li sanno pilotare? Volare nel cielo di una nazione in guerra senza grandi problemi?), che minano la credibilità delle vicende.
Dal punto di vista emotivo le cose vanno decisamente meglio: sebbene non ci sia un sentimento preponderante che fa da filo conduttore in tutta la vicenda, alcuni momenti toccanti riescono comunque a passare dallo schermo allo spettatore. Ciò non capita spesso, ma qui e là si riesce a capire un po’ cosa provano i personaggi: si tratta tuttavia principalmente di sentimenti tristi, e quindi bisogna esser preparati.

I caratteri dei personaggi in un singolo film sono difficili da capire, però le loro azioni diventano un pochino inconsistenti verso il termine, confondendo lo spettatore che già si deve districare nella logica di una storia non esattamente perfetta: soprattutto le azioni di Takuya dopo un po’ lasciano decisamente perplessi.

I disegni dei paesaggi sono assolutamente meravigliosi, soprattutto considerando che hanno oramai cinque anni: i personaggi sono invece un po’ meno perfetti, anche se in ogni caso sono ottimamente disegnati.
Le musiche sono azzeccate e toccanti: forse i doppiatori in un paio di pezzi avrebbero potuto fare qualcosina in più, ma stiamo comunque parlando di standard molto alti.

Non mi si fraintenda: Beyond The Clouds non è per nulla un brutto anime, e chi cerca sentimenti e riflessione potrà probabimente trovare in questo prodotto almeno una parte di ciò che cerca. Devo però ammettere che mi è rimasto un po’ di amaro in bocca: oramai il genio produttivo di Shinkai è riconosciuto, ed è per questo che da lui ci si aspetta il top. In questo caso, purtroppo, non ha fatto centro pieno.

Voto: 7. Accettabile, ma con riserva. Non chiedete troppo alla trama.

Consigliato a: chi ama tutto di questo creatore; chi vuole una storia toccante, di sentimenti d’abbandono e solitudine; chi vuole assistere ad una curiosa teoria sui sogni dei mondi e sugli universi paralleli.

G-Gundam

Quando i mech tentano di prendersi sul serio, esagerano, diventano trash e sconfinano nell’arte.

G-Gundam

Ci troviamo in un un futuro nel quale la terra è stata quasi abbandonata dalla popolazione (o, perlomeno, da quella benestante) per andare a vivere sulle Colonie che circondano la terra: per decidere chi manterrà il controllo dello spazio senza sanguinose guerre, le nazioni hanno deciso di organizzare ogni quattro anni un torneo dei Gundam sulla terra. In pratica, il pianeta stesso diventa un ring dove ogni paese invia il suo gundam con il suo pilota, e chi batterà tutti gli altri vincerà per la sua nazione!
Domon Casshu è il pilota del NeoGiappone, e anche lui si trova sulla terra a combattere: egli ha però anche un altro scopo. È infatti in cerca di suo fratello, che pare sia fuggito con il temibilissimo Devil Gundam, e sembra pronto a distruggere la terra! Riuscirà Domon a vincere il torneo contro i potenti avversari che gli si presenteranno davanti? Potrà salvare il pianeta? E la verità è davvero ciò che sembra, sempre e comunque?

Volendo fare una valutazione seria di questo anime, i difetti sarebbero troppo numerosi per essere enumerati. I personaggi, per quanto simpatici, sono in massima parte stereotipati e non hanno alcuno sviluppo; personaggi e gundam hanno nomi che definire stupidi è dir poco; i gundam stessi hanno un design che sembra fatto da un bambino di cinque anni (un gundam mulino? Un gundam pesce? un gundam CAVALLO?); la storia è lineare e le puntate sono estremamente prevedibili (anche se qui e là qualche colpo di scena ogni tanto lascia parecchio spiazzati, in effetti); si potrebbe andare avanti in eterno.

Questo sarebbe tuttavia un modo estremamente limitato di vedere Mobile Fighter G-Gundam: tutti i punti negativi sopra elencati sono talmente assurdi e kitch che diventano trash assoluto. Lo stesso è talmente imponente che si tramuta quasi in una forma d’arte, e porta a risate incontrollabili a ripetizione! Presumibilmente non era questa l’idea di chi pensò questo anime, ma G-Gundam penso che sia la serie contenente mech che più mi ha fatto scompisciare, per milioni di diversi motivi. All’inizio sembra una qualsiasi serie con qualche mossa ululata (SHINING FINGEEEEEER! è una frase che vi si impianterà nel cervello), ma quando si arriva al cuore del torneo il livello di pattume recapitato allo spettatore aumenta in maniera esponenziale, e si raggiungono delle vette di ilarità che nemmeno le commedie più riuscite riescono ad eguagliare. Le ultime puntate sono forse un po’ tanto trascinate (il trash continua a permeare il tutto, ma ci sono continui finali-non-finali…), ma questo non toglie che le risate abbondano in tutte le sezioni.

La grafica è un tantinello carente per quanto riguarda i disegni dei personaggi: i Gundam (sorvolando sui loro… ehrm… peculiari tratti caratteristici) sono invece disegnati un po’ meglio, e i combattimenti sono fatti in maniera perlomeno decente – con qualche buono scambio di colpi qui e là.
Il sonoro non mi ha particolarmente impressionato, anche se la prima opening è una di quelle che si infilano nel cervello e non se ne vanno più.

Insomma, Mobile Fighter G-Gundam è estremamente difficile da valutare perché fa del suo teorico fallimento il suo punto di forza: è la classica serie da guardare senza esser presa sul serio, e che in tal modo si lascia vedere con piacere e con parecchie risate.

Voto: 7. Togliete 6 se volete un anime sui mech serio, aggiungete 2 se volete una puttanata apocalittica sulla quale spanciarvi.

Consigliato a: chi ha seguito gli altri Gundam, e vuole un punto di vista vagamente diverso su tale ambientazione; chi si diverte a vedere il trash totale anni ’90 condensato tutto in 49 puntate; chi vuole conoscere il fratello negro tedesco ninja a strisce col pompom e il cavallo scafista in tutina.

Hanbun no Tsuki ga Noboru Sora

Sentimenti e difficoltà nelle corsie di un ospedale.

Hanbun no Tsuki ga Noboru Sora

Yuuichi è un 17enne a cui è stata diagnosticata un’epatite, e dovrà rimanere in ospedale per qualche mese. Lui tuttavia adora sgattaiolare fuori la notte per tornare dai suoi amici… generalmente incorrendo nelle ire della furibonda infermiera Akiko.
Un giorno gli viene riferito che c’è una nuova paziente sua coetanea nel reparto “malattie gravi”, e che la sua compagnìa potrebbe essere apprezzata: andando a trovarla si trova davanti Rika, una ragazza apparentemente molto egoista e che pretende molto. Come mai si trova in ospedale? Quale è il suo vero carattere? Come procederà il loro rapporto?

Sin dalla prima puntata, Rika ha su di sé un simbolo lampeggiante che indica Tsundere: è il classico personaggio apparentemente burbero e internamente fragile e con mille problemi. In questo caso i problemi sono anche fisici, dato che tutta la storia si svolge in un ospedale: il personaggio è pertanto abbastanza azzeccato. Anche Yuuichi e i suoi amici sono ben fatti, e gli unici cali sui personaggi (punto focale di una storia del genere) sono un’amica di Akiko (totalmente inutile ai fini della storia) e il medico (che si comporta in maniera illogica e poco coerente).
Di sviluppo, a parte che per i due personaggi principali, non ce n’è: d’altra parte, in sole sei puntate non si poteva sperare di trovare molto.

La trama in sé non è nulla di speciale: il tono è quasi sempre serio, anche se evita di cadere nel filone tragico alla Kimi Ga. Ogni tanto vien buttato dentro uno sprazzo di umorismo, ma in tutta onestà erano momenti decisamente fuori posto rispetto al tono generico della serie.

L’animazione è abbastanza blanda, ma non brutta: semplicemente, non colpisce. Stesso discorso si può fare per le musiche durante le puntate, mentre l’opening personalmente mi è piaciuta molto (anche se forse è un po’ troppo “allegra” per il tipo di anime che accompagna).

Insomma, Hanbun no Tsuki ga Noboru Sora è un piccolo anime che non promette nulla di speciale, ma che si può far apprezzare: chi non cerca sentimenti e difficoltà farebbe meglio a tenersene alla larga, ma perlomeno non si rischia di andare di lamette ogni cinque minuti come invece può accadere con altri anime.

Voto: 7. Non è brutto, e non è eccezionale. Fa il suo lavoro.

Consigliato a: chi cerca una romance un po’ travagliata; chi si accontenta quando gli happy ending in fin dei conti non sono proprio happy; chi vuol incontrare Tiger Mask, il supereroe mascherato delle scuole e degli ospedali.

Bamboo Blade

Un anime su uno degli sport più caratteristici del Giappone: il kendo.

Bamboo Blade

La storia segue le vicende di un club femminile di kendo: all’inizio c’è solo una partecipante ma, a seguito di vari avvenimenti, il gruppo diventa ben più numeroso ed abile. Riusciranno le nostre eroine a vincere tornei, battere i loro nemici, e nel contempo a crescere personalmnte?

Va detto subito che il cast principale di Bamboo Blade comprende cinque ragazze, due ragazzi ed un docente, ma la storia dell’anime si incentra su una ragazza (Tamaki), parzialmente su un’altra (Miyako) e da un’occhiata di riguardo verso uno dei ragazzi (Dan). Gli altri personaggi hanno le loro caratteristiche ma risultano quasi unicamente come spalle per questo trio che, fondamentalmente, porta avanti la serie. Tamaki è l’unica ad avere una crescita personale abbastanza consistente, e qualcosina viene imparato anche dagli altri due durante le loro vicende: il resto del gruppo invece -a parte le classiche puntate dedicate- rimane sempre identico ed immutabile.

La storia stessa è decisamente deboluccia: c’è questo club di kendo un po’ raffazzonato che si allena e dopo un po’ va a dei tornei. Punto. Nient’altro. Non ci sono obiettivi particolari, non ci sono incontri epici a cui mirare, non ci sono particolari motivazioni per tutto ciò: la mancanza di un punto d’arrivo a cui si mira è decisamente un punto negativo, e tutta la serie ne risente diventando un po’ lentuccia soprattutto nella sua parte centrale.
Inoltre, ogni volta che sembra accadere qualcosa, sia esso bello o brutto, la situazione tende nel giro di due puntate a tornare allo status quo antecedente, rendendo gli incontri ciclici e meno appassionanti.

Parlando di uno sport, c’è anche da considerare l’aspetto puramente tecnico: viene spiegato qualche rudimento del kendo all’inizio ma non si entra mai nel dettaglio delle numerose regole che regolano tale disciplina. Ciò porta ad assistere alla maggior parte dei combattimenti con fare distaccato poiché non si è messi in condizione di capire l’effettiva difficoltà di un colpo o di una risposta, e tutto ciò che si vede è qualcuno che prende a bastonate sulla testa qualcun’altro. Ci sono un paio di combattimenti sopra la media (quello di Tamaki con Ishibashi-sensei è notevole per intensità e frenesia), ma sono la minoranza.

La grafica è buona, anche se non fa gridare al miracolo: i disegni delle ragazze sono molto ben fatti e le facce utilizzate nei momenti comici riescono nel loro intento, risultando giustamente ilari.
Le musiche sono abbastanza trascurabili, e non lasciano né impressioni positive né impressioni negative.

Non mi si fraintenda: Bamboo Blade non è un brutto anime. Si lascia guardare con tranquillità, l’ambiente spensierato e vagamente comico strappa qualche risata e parecchi sorrisi (anche se alcune dinamiche dopo un po’ diventano ripetitive), offre uno scorcio su uno sport alle nostre latitudini sconosciuto e ci sono momenti in cui effettivamente ci si fa prendere dall’emozione generale e si viene trasportati nelle vicende delle nostre eroine. Va però detto che i difetti di cui sopra si fanno sentire: quando si inizia a contare le puntate che mancano per vedere “quando finisce” vuol dire che qualcosa non va. Ciò non toglie che ci siano molti attimi di intrattenimento all’interno dei ventisei episodi.

Voto: 7. Carino, ma con diverse pecche.

Consigliato a: chi ama il kendo; chi vuole una storia con pochi ragazzi e tante ragazze, che però non sia una harem-story; chi vuole tentare di indovinare in quante immagini compare il gatto che dopo un po’ diventa il simbolo stesso della serie.