Blue Drop

Se si cerca un anime strano, questo è sicuramente nella lista:

Blue Drop

Ci troviamo in un presente alternativo o in un vicino futuro. Mari non è mai andata a scuola, perché da quando ha memoria è sempre stata nella casa della zia e ha preso lezioni private. I suoi genitori sono morti in un terribile quanto misterioso tsunami che investì l’isola dove vivevano, e lei è l’unica inspiegabile sopravvissuta: ha tuttavia perso tutti i ricordi antecedenti e comprendenti tale evento.
Con l’avanzare dell’età, la zia non può purtroppo più prendersi cura di lei: la invia pertanto in un collegio femminile d’alta classe per continuare la sua istruzione e per imparare a convivere in società.
Ciò che l’aspetta non è tuttavia un grande benvenuto… una delle prime ragazze incontrate, Hagino, nonappena le stringe la mano vede spezzoni dei suoi ricordi e tenta di strangolarla senza un motivo! Da lì le cose si fanno sempre più misteriose… chi è Hagino? In che modo le ragazze sono collegate tra loro? Cosa c’è dietro all’incidente accaduto anni prima?

Sin dall’inizio della prima puntata, ci si rende conto di essere davanti ad un anime che mischia insieme molti generi che normalmente non si collegano mai. La senzazione è molto strana, e sembra di trovarsi dinnanzi ad un lavoro estremamente sperimentale: si capisce subito che la presenza di alieni sarà una parte preponderante, ma anche la vita nel collegio e i rapporti tra le ragazze si fanno percepire come parti importanti della trama; non è inoltre da dimenticare la mancanza d’abitudine di Mari ai contatti con le masse, e i mille misteri che Hagino nasconde…

Purtroppo, la mescolanza risulta decisamente mal riuscita. I vari elementi ci sono, ma sembra di mischiare acqua e olio: ad un certo punto si ha quasi l’impressione che si stiano sviluppando due storie parallele e totalmente indipendenti. Per il trancio di storia che riguarda l’invasione aliena (niente spoiler, si scopre nel primo minuto di puntata 1) i motivi e i ragionamenti dietro alle azioni delle varie parti rimangono in massima parte inspiegati ed inspiegabili. Sul lato dell’adattamento di Mari agli ambienti scolastici, la cosa risulta un problema soltanto per un paio di minuti: dopo tale periodo, la questione viene totalmente cancellata nonostante fosse presentata come un grosso problema nei primi momenti.
I rapporti sentimentali tra le ragazze (va detto che nel cast c’è un unico uomo, il preside, e compare per un totale di circa 5 minuti) sono abbastanza ovvi, anche se non fatti malissimo, se si sorvola sugli approcci iniziali un po’ banali. Il problema è che il carattere dei protagonisti coinvolti è altalenante oltre ogni limite, e gli sbalzi d’umore sono una variabile incalcolabile. Ci si ritrova con Mari inferocita con qualcuno, che dopo un attimo è però a ridere e scherzare: dopo traumatizzanti rivelazioni sembra che ogni riconciliazione sia da escludere, per poi invece andare d’amore e d’accordo mezza puntata dopo. Va bene gli sbalzi d’umore, ma qui si esagera!
Riuscito meglio è invece il processo di avvicinamento di Hagino alle abitudini umane: alcune cose sono un po’ stereotipate, ma almeno si evita il solito teatrino del “ah, questi umani che fanno tante cose inutili!” che si vede spesso. In questo caso si passa da un comportamento totalmente di facciata ad uno più autentico, in seguito alle varie esperienze che vengono vissute.

La storia in sé, prendendo tutti i singoli aspetti, potrebbe essere interessante ma risulta confusa. Volendo riassumere la storia, a posteriori, la si vede abbastanza lineare: viene però spiegata praticamente alla fine, portando solo in seguito ad una rielaborazione delle puntate precedentemente viste senza capirci molto. Questa non è per forza una brutta cosa (niente pappa pronta, bisogna riflettere su cosa si vede e trarne le conclusioni), però qualche delucidazione in più sarebbe stata gradita.
Bisogna tuttavia dire che viene ben gestito il “senso di tragedia” che si dipana lungo la serie intera: all’inizio è appena palpabile, e va crescendo man mano che la situazione si complica e si evolve, fino ad arrivare alla sua conclusione. Il procedere è graduale e, sebbene non si riesca esattamente a capire cosa sta succedendo (come detto sopra, le spiegazioni arrivano solo dopo), si riesce a percepire tale aumento di tensione e di dolore nelle varie situazioni presentate, a prescindere dalla bontà della loro realizzazione.

Il disegno, per essere del 2007, è decisamente carente sia nei personaggi che nei paesaggi. Le musiche durante le puntate sono molto anonime e quasi inesistenti: opening ed ending invece mi sono piaciute, essendo inusuali.

Insomma, un’occasione sprecata. Un’occasione sprecata perché Blue Drop, dalle prime battute, sembrava un lavoro molto originale che, tra i mille cloni che esistono in giro delle solite trame collaudate, offriva una trama intrigante, complessa e inusuale. Perde invece tutte le sue carte durante il percorso, arrivando alla fine barcollando e concludendo con un finale che a quel punto risulta abbastanza prevedibile (anche se il “finale-finale”, gli ultimi 20 secondi, è un piccolo tocco di genio).

Voto: 6. Mi dispiace davvero, perché dopo le prime due puntate avevo grandi aspettative.

Consigliato a: chi non è scandalizzato dall’amore saffico (seppur principalmente platonico); chi vuole una storia complessa e svelata lentamente; chi si chiede che razza di inciuci capitano nelle scuole femminili.

Nuku Nuku OAV

Dal 1992, un robot/gatto al servizio di una famiglia decisamente strampalata.

Nuku Nuku

Kyusaku è un inventore geniale che ha creato, su ordine della multinazionale diretta dalla moglie Akiku, un androide supertecnologico: per evitare di farlo utilizzare come arma da guerra, lo ruba e scappa assieme al figlio Ryunosuke. La madre, iperprotettiva e vagamente inferocita si getta quindi alla caccia dei fuggiaschi con tutta la potenza della sua multinazionale.
Nel frattempo, per motivi contingenti, l’anima di un gatto viene impiantata nell’androide trafugato, dando così vita a Nuku Nuku, che dovrà proteggere Ryunosuke da ogni pericolo!

La trama non sembra un granché originale, ed in effetti trattandosi di una serie di sole sei puntate non ha un grande sviluppo. Le prime tre puntate seguono più o meno il filo logico di quanto sopra, mentre le ultime tre sono praticamente degli episodi stand-alone che nulla portano allo sviluppo dei personaggi (che già non è eccelso, a parte per la madre di Ryunosuke che effettivamente si evolve non poco durante la serie).

La comicità è forse un po’ tanto datata oramai, ma ogni tanto qualche facciaccia strappa un sorriso: non c’è però da aspettarsi scoppi d’ilarità anche quando il duo comico (le Office Ladies) prende l’iniziativa.

I disegni sono gradevoli, ma l’animazione è decisamente carente: è ovvio che a guardarlo con l’occhio di 17 anni dopo è un po’ ingiusto, ma altri lavori hanno saputo passare la prova del tempo anche per quanto riguarda l’animazione – purtroppo, non è questo il caso.
Il sonoro è abbastanza anonimo, e non aggiunge né toglie nulla alla serie.

Insomma, All Purpose Cat Nuku Nuku OAV (il nome completo di questa serie) è forse una serie che può interessare gli amanti delle vecchie produzioni: al giorno d’oggi c’è roba parecchio migliore in giro, ma essendo solo sei puntate non ruba troppo tempo.

Voto: 6. Sufficienza raggiunta considerando l’età dell’anime, e perdonando quindi qualche mancanza qui e là.

Consigliato a: chi ama il gusto che hanno i vecchi lavori, dove la CG ancora non si sapeva nemmeno cosa fosse; chi vuole una storia estremamente leggera per passare un paio d’ore; chi vuol scoprire quali erano i programmi installati sui pc dei creatori di anime nel 1992, e che sistema operativo usavano.

Rocket Girls

15 enni nello spazio a guidare razzi?

Rocket Girls

L’agenzia spaziale Giapponese (SSA) ha un grave problema: intende riuscire a creare voli economici per lo spazio al fine di trasportare tecnici per la manutenzione di satelliti e strumentazione varia, il che garantirebbe loro la leadership nel mercato: non riescono però a creare un razzo funzionante e abbastanza leggero per tale scopo.
Dopo vari tentativi incontrano più o meno per caso Yukari, una ragazza 15enne in viaggio alla ricerca di suo padre: utilizzando lei come astronauta, risparmierebbero peso e dimensioni riuscendo quindi a rientrare nei parametri necessari! Inizia quindi l’avventura di Yukari nella volta celeste, ove solo pochi possono sperare di arrivare.

In un primo momento, l’idea pare buona: ai giorni nostri il volo spaziale convenzionale è oramai quasi ignorato, sebbene sia un argomento interessante, e la light novel dal cui inizio è tratto questo anime di tredici puntate è stato creato con l’aiuto dell’agenzia aerospaziale nazionale giapponese. Questo fa supporre un certo rigore scientifico… che purtroppo, però, viene a mancare.
La sospensione d’incredulità è un elemento vitale di ogni storia: lo spettatore deve accettare di sottoporsi alle “regole del gioco” fissate dal narratore per poter apprezzare la storia senza lamentarsi di ogni minima incongruenza con la vita reale. In questo caso, però, ne si fa un uso esagerato ed irragionevole!
Si inizia dal concetto stesso dell’anime: prendere 15enni per spararle nello spazio è una cosa quantomeno illogica, in virtù dei severissimi addestramenti a cui gli astronauti devono sottoporsi (e che nell’anime corrispondono ad UN mese). Gli allenamenti a cui vengono sottoposte le ragazze sono comunque irragionevoli per la loro età e costituzione fisica.
Una volta lanciati nello spazio, la situazione non migliora. Si passa da un atterraggio in una piscina profonda due metri ad un rientro a 10g con due ragazzine sedute sullo stesso sedile (il che vuol dire 400kg che schiacciano il costato di quella sotto… e non le succede niente.
Si tocca poi il fondo quando si arriva a calcolare le traiettorie di rientro a mente dopo aver estirpato dalla navicella spaziale tutta la strumentazione, senza contare il tentativo di Skip reentry fatto totalmente a caso (ed è una calcolazione mostruosamente complessa anche per un computer) che chiaramente riesce senza problemi.
Una di queste cose non darebbe fastidio, ma tutte assieme sommate danno un senso di approssimazione molto forte che, in un anime che punta molto sulle manovre e sulla tecnica, condizionano estremamente la riuscita.

Con i personaggi, per fortuna, se la cavano un po’ meglio: risultano simpatici e caratteristici e, anche se essi non hanno un grande sviluppo (non ci si può aspettare miracoli da tredici puntate), sono gradevoli da seguire. Alcuni risultano un po’ piatti (il padre, ad esempio, è totalmente inutile), ma in fin dei conti si lasciano seguire senza troppi problemi.
La parte divertente, che serve a tenere l’umore abbastanza allegro, è fatta in maniera decente: la prima parte strappa qualche sorriso in più e la seconda qualcuno in meno, ma non è nulla di cui sorprendersi.

La grafica è piacevole e curata nelle parti disegnate, mentre quelle in CG lasciano abbastanza a desiderare per essere del 2007: la musica è anonima anche se non fastidiosa, e non si fa notare in maniera particolare. Esula però da questo campo il doppiaggio, che risulta molto particolare perché è uno dei pochi anime ad avere dei personaggi che parlano giapponese con forte accento straniero (accento cinese, accento americano) senza che essi siano solo macchiette mono-puntata.

Insomma, Rocket Girls è l’ennesimo anime tratto da una light novel quasi fosse uno spot pubblicitario per dare un assaggio dei libri: è però pieno di imprecisioni e risulta poco interessante da seguire, perché non c’è una vera e propria storia concreta. Mah.

Voto: 6. Sufficiente, ma nulla più.

Consigliato a: chi ama lo spazio e non si preoccupa delle imprecisioni tecniche; chi avrebbe sempre voluto fare l’astronauta; chi vuole sentire un proprietario di ristorante cinese con un accento meraviglioso.

Outlaw Star

Astronavi con le braccia e donne che fungono da motori?

Outlaw Star

Gene Starwind è un cacciatore di taglie/bodyguard in un lontano futuro. A seguito di una richiesta di lavoro, incontra Hilda, una Outlaw – che equivale ad un pirata, però con un codice morale più sviluppato. Rimanendo invischiato nella guerra tra Hilda e le gilde di pirati, si ritrova tra le mani l’astronave più avanzata dell’intera galassia, il cui navigatore risulta essere Melfina: una ragazza che non ricorda nulla del suo passato. Riusciranno i nostri eroi a sfuggire alle minacce di morte che sembrano arrivare da ogni dove, e a scoprire l’esatta origine di Melfina? Cosa si nasconde dietro alla sua simbiosi con l’astronave?

Iniziando a vedere questa serie di quattordici anni fa, le speranze volavano verso l’alto ad ogni puntata. Dei personaggi interessanti e che risultano subito simpatici; dei potenti nemici con misteriosi poteri magici dai pericolosi quanto coreografici effetti; una pistola con proiettili intrisi dell'”antica magia”; una ragazza misteriosa, ed un’astronave potente; colpi di scena totalmente inaspettati e da lasciare a bocca aperta. Da puntata 1 a puntata 6, ero oramai convinto di essere davanti ad una perla nascosta del panorama animato giapponese degli anni ’90.
Purtroppo, le mie aspettative si sono infrante nel resto della serie. La storia, inizialmente molto interessante e dal passo serrato, si perde dietro a mille sotto-trame totalmente ininfluenti, e a filler davvero inutili. I nemici diventano sempre meno temibili e sempre più ridicoli, toccando punte di assoluta stupidità nell’ultima parte della serie. Dopo una serie interminabile di filler (da puntata 7 a puntata 20, lo sviluppo della trama in sé è praticamente nullo… su una serie di ventisei puntate, è davvero troppo) ci si ritrova a tre puntate dalla fine con 20 minuti di totale fanservice, che spezza qualsiasi rimasuglio di tensione per fare la classica “puntata ai bagni termali” che sono riusciti a piazzare anche dove non c’entrava totalmente nulla.
Ovviamente questo porta ad un finale totalmente slegato dalla serie, che mal si combina con il tono del resto di Outlaw Star: anche l’accenno di storia d’amore risulta telefonato e irreale.

Un altro problema di Outlaw Star risiede in ciò che ogni buon anime di fantascienza non dovrebbe dimenticare: un minimo di rigore scientifico. Non si pretende ovviamente che qualsiasi legge della fisica venga rispettata (anche perché se no addio viaggi interstellari…), ma un filo di credibilità sarebbe apprezzabile.
Qui si riescono a vedere astronavi che fanno a braccio di ferro, gente che con poco più di una tuta da sub va a nuotare in un mare di idrogeno liquido, persone che corre in un ambiente a 10G, e altri che saltano a 3G due minuti dopo aver affermato “non provare a saltare o ti scoppieranno le ginocchia”, e una miriade di altre bestiate davvero inqualificabili. Son d’accordo su un po’ di lassismo per permettere una narrativa interessante, ma qui mi pare che davvero si superi il limite.

La grafica e il sonoro sono invece una parte che personalmente ho davvero gradito: i disegni sono senza una sola traccia di CG (siamo pur sempre nel 1994), ma è comunque ben fatto e gradevole. Le musiche sono buone (ottima l’opening), e quindi almeno il comparto tecnico è stato curato a dovere.

Insomma, su Outlaw Star si potrebbe mettere un gigantesco timbro “occasione sprecata”: ha un inizio al fulmicotone, interessantissimo e dal potenziale pressoché infinito, e butta tutto nel cesso in una miriade di puntate inutili che spengono man mano tutte le speranze.

Voto: 6. Sufficiente solo per grafica, sonoro e simpatia dei personaggi in sé, che anche se non si sviluppano quasi per nulla sono comunque gradevoli.

Consigliato a: chi vuole un po’ di fantascienza old-style senza preoccuparsi troppo dell’accuratezza scientifica; chi ama le astronavi e non vuole vederci robottoni in mezzo (cosa purtroppo rara); chi vuole vedere la cat-girl più violenta ed impulsiva dell’universo.

Nuku Nuku DASH

Che succede quando si va a rielaborare un anime del 1992?

Nuku Nuku DASH

Nuku Nuku è un’androide che, a causa della perdita della memoria, si ritrova a vivere a casa di Ryunosuke, un giovincello in piena crisi ormonale, e i suoi genitori scenziati. Il ragazzo s’innamora perdutamente di lei, senza sapere il suo segreto: lei è in realtà la Wonder Woman della città, che ha la missione di salvare tutte le vite. La Mishima Corporation, dove la madre di Ryunosuke lavora, ha però il compito di catturarla… riuscirà a sfuggire alla cattura, e scoprire il suo passato?

Nuku Nuku DASH è una rielaborazione di “All Purpose Cultural Cat Girl Nuku Nuku”, un anime del 1992. Recuperato nel 1998, sono state inserite molte variazioni di trama: nel ’92 Ryunosuke era il padrone di Nuku Nuku, mentre ora diventa il suo segreto spasimante, portando la serie -perlomeno nelle sue fasi iniziali- ad essere la classica storia d’amore.
Peccato che in questo fallisce miseramente: Ryunosuke è lo stereotipo del ragazzino totalmente immaturo che scopre di innamorarsi ma lo nega a sé stesso che abbiamo visto milioni di volte, ma in maniera davvero infantile e fastidiosa. Lei gioca bene la parte della ragazza che non ha capito che lui le muore dietro, ma su questo lato, secondo me, è un totale fallimento.
Per fortuna si recupera nella parte action della serie: i combattimenti, anche se sono sempre brevissimi, sono ottimamente realizzati e molto gradevoli da guardare. Dopo le prime puntate di ambientazione, anche la trama sembra diventare abbastanza interessante: alla fine perde forse un po’ di pezzi, ma recupera con un finale che, in tutta onestà, davvero non mi aspettavo minimamente. Su questo hanno fatto centro pieno.

I personaggi sono abbastanza scialbi, con l’eccezione forse di un paio di elementi (come la bimba vicina di casa): a parte i due protagonisti, gli altri fanno proprio la parte delle macchiette senza significati. Anche il padre, che all’inizio sembra una figura centrale, vien lasciato cadere con il procedere delle puntate. Un peccato.
Anche le gag che dovrebbero esser comiche risultano in genere delle freddure poco divertenti: per fortuna ce ne son poche nella serie, e i personaggi che le dispensano sono anonimi come gli altri, ma quando vengono presentate lasciano davvero un senso di gelo nel sangue.

Un altro punto a favore di questo anime è la musica, veramente buona: a partire dalla sigla fino alle musiche in giro per la serie, un’ottima parte del comparto audio è pienamente orecchiabile.
La grafica purtroppo non segue la stessa logica, risultando buona solo nelle scene d’azione e in casi particolari: nelle restanti scene non è che sia orribile, ma comunque si vede che avrebbero potuto dare di più (soprattutto per il viso di Ryunosuke, che ogni tanto sembra un cumulo di spigoli messo a caso).

Insomma, Nuku Nuku DASH non è malaccio, ma più che un remake è una totale riedizione del lavoro iniziale. Se dovesse capitarvi di reperirli entrambi, date la precedenza a quello del 1992.

Voto: 6. Raggiunge la sufficienza con alcuni buoni sprazzi, ma la qualità poteva esser meglio.

Consigliato a: chi ha amato Nuku Nuku e non si vuol far mancare uno spinoff; chi adora le storie d’amore platonico-infantili; chi vuol vedere una tizia in tuta che sventra un aereo a unghiate.

Project Arms

In un’avventura da 52 puntate, mazzate per tutti!

Project Arms

Questo anime è composto di due serie da 26 puntate, il che ha reso la visione completa un lavoro moderatamente lungo.
La storia è relativamente originale per il 2001: Ryo Takatsuki scopre di avere un braccio composto di biometallo senziente, così come due suoi nuovi compagni di scuola; una volta scoperto questo mistero, ed appurato che una misteriosa organizzazione multinazionale li vuole eliminare, si uniscono e partono alla ricerca dell’origine del loro mistero. Si ritroveranno ben più lontano di quanto avessero pensato di andare…

Innanzitutto, bisogna dire che in questo anime le cose importanti sono due: l’azione e la trama. I profili psicologici e lo sviluppo dei personaggi è stato eliminato dalle priorità, lasciando spazio ai due elementi sopraccitati: non ci si deve quindi aspettare grandi introspezioni che non siano le solite che si trovano in tutti i cartoni.
La storia, difatti, regge abbastanza bene: è interessante, e tenere una buona dose di suspance per 52 puntate non è lavoro facile, ed in questo caso ci sono riusciti abbastanza bene. Verso la fine forse si ritrovano un po’ di elementi fuori posto, ma nulla che possa inficiare la qualità della storia, tutto sommato gradevole. Alcuni colpi di scena (uno dei quali condizionerà l’intera serie) risultano davvero inaspettati, e questo non può essere che positivo.

I personaggi in sé risultano molto semplici: il carattere di ognuno di loro può venire definito nei primi 3 secondi di presenza sullo schermo, e per tutto il tempo faranno esattamente ciò che ci si aspetta da loro. Hayato farà l’impulsivo sempre e comunque, così come Ryo farà il pensatore sempre e comunque. I comprimari, invece, perdono ben presto la loro utilità; lo trovo un peccato, perché era stato creato un buon mix di diverse capacità che però non vengono sfruttate quasi mai.
L’intelligenza media dei protagonisti sembra difatti ancorata alla seconda elementare, e questo vale sia per i buoni che per i cattivi: mille volte ho pensato “ma perché non fanno XYZ?”, mentre loro cercavano mille vie alternative per compiere una cosa estremamente semplice.

I commenti sopra scritti valgono per tutte le puntate: per il resto, dovrò scindere tra prima e seconda serie.

I combattimenti, nella prima serie, sono di ottima qualità: nonostante abbiano sette anni e siano stati fatti completamente senza l’ausilio di CG (a parte il tremolìo degli ARMS, ma non incide granché), risultano molto dinamici ed adrenalinici. I nemici sono interessanti, e le sfide mai scontate: l’idea stessa della battaglia clou che conclude la prima serie è davvero carina.
I disegni, invece, vanno a fasi alterne: hanno alcuni momenti in cui sono di ottima qualità, mentre in altri la stessa scende parecchio. In generale, espressioni facciali e movimenti in situazioni calme sono poveramente resi: quando si passa a menar le mani, la qualità sale di botto e risultano davvero ottimi.

Nella seconda serie, invece, il tutto se ne va a quel paese. La qualità dei disegni è semplicemente ributtante, e gli stessi sembrano fatti da un bambino ritardato che rotola la faccia su una tastiera con paint aperto. I movimenti sono l’essenza della legnosità, i combattimenti diventano inguardabili e le espressioni facciali rasentano il ridicolo. Ho la netta impressione che per la seconda serie abbiano stanziato 1/12 del budget della prima, e purtroppo si nota: i personaggi si impoveriscono in maniera inesorabile, e solo una storia che era precedentemente esistente riesce a salvare qualcosina in un mare di pessima qualità e orrore per gli occhi e la mente.

Voto: 6. Sarebbe 7.5 per la prima serie, e 4 per la seconda. Se volete guardarlo, fermatevi a puntata 26.

Consigliato a: chi ama le storie un po’ fuori dall’ordinario; chi vuole un po’ di combattimenti dove l’esaltazione la fa da padrona; chi ha sempre sognato di poter sventrare automobili e palazzi a mani nude.

Onegai Teacher

Ok, lo dico subito: NON è un hentai.

Onegai Teacher

…la precisazione iniziale è dovuta, poiché a chiunque parlassi di questa serie veniva solo in mente “ma è un hentai!”. Ecco, non lo è.

La storia è abbastanza semplice e lineare: un ragazzo, Kei, soffre di una misteriosa malattia che lo fa “svenire” per lungo tempo: una notte, vicino al lago, vede un alieno e riesce miracolosamente a scappare. Il giorno dopo va a scuola, solo per scoprire che tale alieno è la sua nuova (e avvenente) maestra nonché vicina di casa!
A seguito di vari malintendimenti, Kei si ritrova a dover sposare per forza Mizuho, la docente, per coprirne l’inconfessabile provenienza.
Da lì in poi, si tratta solo di riuscire ad accettare la sua nuova vita, lavorando nel contempo su sé stesso e sui suoi amici.

Questa serie è senza molte pretese, e si nota subito: i personaggi sono parecchio stereotipati, e le situazioni sono molto “solite”: chiunque abbia una certa dimestichezza con gli anime comico-sentimentali, vedrà un ensemble di situazioni già viste e già usate.
I discorsi sono carini ma non c’è niente di davvero innovativo, i soliti buoni propositi e la morale “se davvero lo vuoi allora ce la fai” che si trova più o meno ovunque.

Anime da bocciare, quindi? Sarei crudele se dicessi ciò. In fin dei conti ci sono delle situazioni abbastanza carine (anche se spesso tendenti all’ecchi, ma credo che ciò non scandalizzi nessuno) e, per quanto non ci siano vere innovazioni, il tutto risulta non dico godibile, ma accettabile.

Voto: 6. Sufficiente, ma per poco.

Consigliato a: chi vuol vedere una storia d’amore a lieto fine; chi vuol godersi un po’ di stereotipi assieme; chi vuol convincersi che no, Onegai Teacher non è solo un hentai.

Ichigo 100%

Torniamo a parlare di storie d’amore, con

Ichigo 100%

La serie di 5 OAV che ho visto parla di un ragazzo, Junpei, che sta girando un film con delle compagne di scuola, con il club dei film. Mentre lo stesso viene realizzato, si esplorano le varie personalità delle millemia donne che lo attorniano (e che -oh che strano oh che strano!- sono tutte attratte da lui). Infine, la serie prende una decisa piega verso il delirante con gli ultimi avvenimenti, che curiosamente vanno ad interessare… delle mutande decorate con disegni di fragole (ichigo vuol dire fragola).

Bisogna dire che questa miniserie è tratta da un ben più lungo manga, e ne prende solo uno spezzone al centro: questo lascia un po’ perplessi all’inizio, perché nessuno vien presentato e bisogna dedurre tutto da soli. Essendo però le situazioni abbastanza stereotipate, non ci vuole un granché.

Proprio qui, secondo me, sta il problema di questa serie: è tutto ultra-visto, le personalità sono le solite di sempre, le reazioni sono le solite di sempre, gli sketch sono i soliti di sempre. Dopo la millesima volta nel millesimo anime in cui si vede un protagonista spiare per errore le mutande di una donzella solo per essere successivamente mazzuolato, la cosa si fa ripetitiva: non mi dispiacciono i tormentoni, ma quando risultano preponderanti rispetto a qualsiasi altra cosa è uno spreco.

I disegni sono comunque ben fatti, e le ragazze sono molto carine: almeno l’occhio sarà soddisfatto dalla visione.

Voto: 6. Troppo visto, troppo riciclato. Raggiunge in ogni caso la sufficienza.

Consigliato a: chi vuol vedere una storia di pseudo-amore senza pretese; chi gradisce un po’ di ecchi qua e là; chi crede che gli alieni abbiano molte forme.

Angel Sanctuary

Andiamo nel mistico, con

Angel Sanctuary

Partiamo con una premessa. Anche qui c’è dell’incesto tra fratello e sorella. Il fulcro della storia non è solo lì, ma è giusto avvertire chiunque.

La storia parla di Setsuna, un ragazzo parecchio violento che è estremamente forte nei combattimenti ed è innamorato di sua sorella Sara.
Viene a scoprire di essere la reincarnazione di un angelo, Alexiel, un angelo con tre ali che ha combattuto millenni fa contro il fratello. A causa di un’infinita guerra tra paradiso ed inferno, ora dei demoni sono arrivati tentando di risvegliare Alexiel, anche se così facendo Setsuna morirebbe.

La storia è molto complessa e piena di personaggi che compaiono di continuo, rendendo difficile il farsi un’idea della situazione. Nei tre OAV si riesce ad un certo punto a capire il fulcro della storia, per arrivare ad un finale che di finale nulla ha: lascia aperti più interrogativi di quanti ne chiuda, ed io ero sinceramente convinto di dover cercare le puntate successive. Che però non esistono.

Questo è dovuto principalmente al fatto che Angel Sanctuary è stato estrapolato da un manga, ed essendo così corto ne rispecchia solo un piccolo pezzo: nessuno sforzo è stato fatto per riadattare il tutto o per dare un senso alla serie in sé, e quindi sembra soltanto uno spezzone estrapolato da qualcosa di più grande.

Nota positiva per i disegni, che sono molto ben fatti e curati: purtroppo, non c’è molto altro da salvare in un anime che avrebbe potuto essere fenomenale se fosse stata una serie intera, ma che così lascia molto amaro in bocca e un senso di incompletezza abbastanza palpabile.

Voto: 6. La sufficienza la merita, ma nulla di più.

Consigliato a: chi ama le eterne guerre tra angeli e demoni; chi vuole una storia incentrata su odio e vendetta; chi non è infastidito dalle cose lasciate a metà.

Shingetsutan Tsukihime

…e, per la prima volta, andiamo a parlare di vampiri!

Shingetsutan Tsukihime

In questa serie il protagonista è Tohno, un ragazzo che ebbe in infanzia un gravissimo incidente che quasi lo uccise. Da lì in poi divenne capace di vedere le “linee” degli oggetti e delle persone: se spezzate, l’oggetto in questione cadeva in pezzi senza possibilità di recupero.
In un misterioso incontro, Tohno ottiene degli occhiali che gli permettono di vedere il mondo senza tali “linee”, rendendolo capace di vivere una vita normale: durante il liceo, tuttavia, un giorno la sua fantasia gli fa immaginare di uccidere in maniera brutale una donna. Quella stessa notte, viene inseguito da tale essere che gli giura vendetta.
Da lì in poi, si apprende dell’esistenza dei vampiri in questo mondo… e di un ragazzo armato solo di un coltellino, ma che con tale arma può distruggere teoricamente qualsiasi cosa.

Questo anime in sé non mi ha particolarmente affascinato: in primis, non sono riuscito ad entrare in sintonia con il personaggio principale e, dato che la storia verte quasi unicamente su di lui, questo è un grosso difetto. Non sono riuscito difatti a farmelo stare a cuore, e quindi ho seguito le vicende abbastanza disinteressatamente.

Il personaggio di Arcueid (il vampiro “buono”) è risultato abbastanza accattivante, ma purtroppo questo non salva secondo me la serie da una certa noia nel racconto, che risulta un po’ lento e poco coinvolgente.
Personalmente, trovo che l’idea stessa delle linee da tagliare dessero molta poca possibilità di sviluppo alle scene di combattimento: o il personaggio muore, o è oneshot. Un po’ povere, come opzioni.
Il finale, per concludere, risulta un po’ amarognolo ed è un peccato.

Insomma, è una storia di vampiri… mediocre. Non dico che sia brutto: in caso di noia, merita un’occhiata (anche perché sono solo 12 puntate). Secondo, me, però, c’è di meglio in giro.

Voto: 6. Mi spiace, ma è un passo sotto ad altri che ho già visto.

Consigliato a: chi ama le storie dark; chi vuol vedere vampiri che non sono onnipotenti; chi ha qualche oretta da occupare con un anime perlomeno decente.